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Lezione 4: Modifiche istituzionali

Sul piano istituzionale

È da ricordare, sullo scorcio di questi anni, l’introduzione del praetor peregrinus (242), il cui incarico era quello di amministrare la giustizia nei casi in cui fossero coinvolti dei peregrini, e la costituzione di due nuove tribù rustiche (241). A partire da questo momento, non vennero più create nuove tribù, ma i nuovi territori furono attribuiti alle tribù già esistenti. Negli anni immediatamente successivi vennero riformati i comizi centuriati, introducendo un collegamento tra le centurie e le tribù.

Il totale delle centurie non venne modificato (rimase di 193) ma si riducono a 70 le centurie della prima classe (2 per ogni tribù, una di iuniores, l’altra di seniores) e le 10 unità di voto furono passate a una o più delle altre classi. L’attribuzione alle centurie, in passato ad arbitrio del censore, viene adesso regolata dall’iscrizione alla tribù e dunque dalla residenza. Quanti non erano proprietari terrieri ma avevano il censo della prima classe sono iscritti nelle centurie delle tribù urbane. Lo scopo della riforma era probabilmente quello di assicurare nei comizi centuriati la prevalenza dell’elemento rurale.

La nascita del sistema provinciale

238: i Romani procedono all’annessione di Sardegna e Corsica, grazie alla richiesta di aiuto avanzata dai mercenari cartaginesi che si erano rivoltati contro la città che li aveva assoldati non più in grado di pagarli come prima. I Cartaginesi sono obbligati ad abbandonare le due isole.

227: in Sicilia e in Sardegna e Corsica sono inviati due pretori con il compito di amministrare le due nuove province.

  • Sono esclusi dal servizio militare
  • Sono assoggettati solo ad obblighi finanziari

Il territorio è considerato proprietà del popolo romano e coloro che ne usufruiscono come coltivatori devono versare un canone all’erario.

L’attività edilizia

Agli inizi del IV secolo (secondo Livio dal 377 a.C.) ha inizio la costruzione delle cd. “mura serviane”. Sono realizzate con il tufo di “Grotta Oscura”, proveniente da cave del territorio veiente. L’uso di questo materiale assume, nei momenti convulsi che seguono il sacco gallico, una chiara valenza ideologica ribadendo la vittoria di Roma sulla città etrusca nel momento stesso in cui la plebe – di fronte alla propria città devastata – chiedeva il trasferimento proprio a Veio. Le cave di “Grotta Oscura” saranno poi regolarmente e ampiamente sfruttate nei due secoli successivi.

Trasformazioni urbanistiche interessano ancora nel IV secolo le principali aree pubbliche di Roma, nel quadro di una sostanziale continuità con le fasi precedenti. È da ridurre la portata del sacco gallico sull’assetto urbanistico: secondo la tradizione liviana, ripresa da Cicerone e da Tacito, la città devastata sarebbe stata ricostruita in maniera convulsa, senza un piano regolatore, dando la possibilità ai cittadini di tagliare legna e pietre dove volessero e ricevendo le tegole per le coperture dallo stato, purché i lavori fossero stati completati entro un anno.

Questa ricostruzione annalistica è oggi rifiutata: non sono documentati archeologicamente livelli di distruzione correlabili a questo evento. È da ritenere che se la città fosse stata distrutta così come lascia intendere Livio, la ricostruzione avrebbe avuto quelle forme regolari che i Romani già conoscevano e regolarmente utilizzavano nelle colonie che andavano fondando in quegli anni.

L’artigianato

La presenza di un artigianato di alto livello può essere esemplificato dalla Cista Ficoroni, databile nella seconda metà del IV secolo: l’iscrizione che accompagna l’oggetto ricorda che esso fu realizzato a Roma da Novio Plauzio per Dindia Magolnia. Dindia Magolnia appartiene ad una famiglia prenestina, come mostra sia il luogo di rinvenimento che i gentilizi della donna, tipicamente prenestini. A Preneste esisteva un artigianato specializzato proprio nella produzione di questi oggetti.

È significativo, dunque, che una famiglia della élite prenestina abbia preferito rivolgersi non alle botteghe locali ma ad una officina romana, segno che una cista fabbricata a Roma doveva essere sentita come di qualità superiore rispetto ad una cista prodotta localmente; Roma era sentita come centro, Preneste come periferia. La presenza della firma e l’impiego del verbo fecid permette di individuare in Novio Plauzio non l’artista incisore (avrebbe impiegato cailavit) quanto il proprietario dell’officina. La presenza, dunque, costituisce una sorta di marchio di fabbrica.

La quantità e qualità delle produzioni ceramiche presenti a Roma tra IV e III a.C., proveniente dalle più disparate regioni dell’Italia antica e del bacino del Mediterraneo non ha confronti, per questa epoca, con altre realtà urbane. Roma è anche un importantissimo centro di produzione. La sua ceramica fine da mensa circola largamente in Italia e nelle aree delle altre due grandi potenze economiche mediterranee dell’epoca, Marsiglia e Cartagine. Anche le colonie dedotte iniziano presto a produrre ceramiche fini da mensa, dapprima destinate a soddisfare i bisogni dei coloni, ma presto esportate su scala regionale e macro-regionale.

Un effetto correlato è anche la diffusione nell’Italia centrale dell’uso di terrecotte votive, standardizzate a partire da tipi magnogreci. Il motore di questo fenomeno è costituito dalla colonizzazione romana come mostra il confronto tra la composizione e la distribuzione dei depositi votivi e la distribuzione delle colonie romane e latine.

In questa fase la presenza dello schiavo-merce è ancora ridotta e ancora non si è avuta quella svalutazione del lavoro manuale che caratterizzerà i secoli successivi. È così possibile incontrare esponenti delle classi alte che si dedicano ad attività artistiche quali la pittura, ritenute più tardi umili e indegne di un homo nobilis. È questo il caso di Gaio Fabio, homo nobilissimus, che sullo scorcio del IV secolo (nel 304 a.C.) affresca le pareti del tempio di Salus. Questi affreschi sono stati descritti e apprezzati da Dionigi di Alicarnasso (16, 3, 6) ed erano ancora visibili in età claudia quando furono distrutti da un incendio; secondo una prassi ellenica, Gaio Fabio aveva firmato la sua opera.

La guerra contro Veio

La guerra contro Veio si conclude con la costituzione di nuove quattro tribù territoriali nel territorio della città sconfitta e la distribuzione di lotti di terra ai capi famiglia e ai figli adulti; i lotti misuravano 7 iugera, estensione che le fonti considerano non disprezzabile. Le modalità dell’assegnazione fondiaria (capi famiglia e figli adulti) sembra indicare che con la distribuzione del territorio veiente si pose soluzione – sia pure temporaneamente – ad un problema di pressione della popolazione sulle risorse agricole.

L’agricoltura

La guerra contro Veio può anche assumersi come data di inizio di una storia della proprietà agraria.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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