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Storia romana

Introduzione

Chi si occupa di storia sa benissimo che, come tutte le scienze umane, non è una materia che si conosce, ma che si può studiare. Si possono raggiungere diversi livelli di conoscenza. Se conoscessimo per intero la storia romana, infatti, conosceremmo tutte le storie precedenti. Un esempio banale della modalità di conoscenza è l’imperatore Traiano dal punto di vista di uno studioso moderno e un ricercatore degli anni Venti in governi totalitarismo o oppure ancora nell’Inghilterra colonialista del 1850. Tra persone di pari intelligenza e conoscenza, con le medesime fonti di storia antica, varia la visione e l’interpretazione a seconda del proprio mondo intellettuale di riferimento. La storia, non essendo una scienza esatta, ma umana, necessita più di studio che conoscenza. L’epistemologia sostiene che la conoscenza è delle scienze esatte, basate su assiomi oggettivi. Il Covid ha rivelato, come preannunciato da molti filosofi, però la fallacità di questa sicurezza. Abbiamo dati oggettivi, interpretati da virologi da visioni tra loro differenti, che portano a conclusioni diverse. La storia romana è quindi soggetta a una variabilità di interpretazioni: al di là del puro dato oggettivo, i dettagli possono cambiare il quadro d’insieme. Quindi abbiamo un primo punto di incertezza: sulla base di una materia data, si presenta un elemento fondamentale: la mobilità.

Immaginando di analizzare un marmo come oggetto di studio, misurandolo e facendo le dovute osservazioni ne abbiamo i dati oggettivi, inizio e fine. Per la storia romana non è possibile fare altrettanto, per via della difficoltà nella periodizzazione, cioè di stabilire dei limiti cronologi che abbiano caratteristiche comuni tali da essere inquadrati nella storia romana piuttosto che medievale o altre. La periodizzazione è una problematica epistemologica sulla quale gli studiosi sono giunti mediante comune accordo, nonostante siano presenti divergenze.

All’interno del grande ombrello della storia romana, mettiamo assieme periodi diversissimi tra di loro, che comprende una durata totale di circa 1500 anni. Questo lunghissimo periodo storico abbraccia tra loro cose molto diverse. Dobbiamo quindi prevedere sotto articolazioni, periodi più limitati e simili tra di loro che nell’insieme.

Le fasi della storia romana

Ci troviamo davanti a tre fasi principali, associate al loro rispettivo governo: Monarchia (7 sette re di Roma), Repubblica e Impero Romano. L’utilità di questa divisione è fittizia, data la loro irrisorietà.

I sette re di Roma hanno governato dal 753 a.C. al 509 a.C., con lo stupro di Lucrezia da parte di Tarquinio il Superbo, creando una rivolta popolare e conseguentemente la deposizione del re. Dal 509 a.C. inizia quindi la Repubblica, teoricamente. Ma facendo una divisione, ogni re avrebbe governato 40 anni, cosa impossibile per la mortalità precoce dell’epoca. Inoltre, i re sono vecchi in quanto scelti dal senato, confermando l’impossibilità di questo dato. Questa prima fase, detta anche categoria storica, scricchiola da tutte le parti per la sua creatività.

Per l’età repubblicana il discorso è già diverso: le fonti storiche sono romane e greche (perfino più numerose delle latine). La fase della tarda repubblica è quella che marca già un’idea particolare di Roma, le orazioni ciceroniane, conquista del Mediterraneo con instaurazione di una simil democrazia, che rendono palese l’inconfutabilità della sua esistenza, stessa cosa per quanto riguarda l’impero, che nel frattempo, visto il passare degli anni, vede una crescita nel numero dei documenti e quindi della nostra conoscenza.

Se mettessimo a confronto la statua di Augusto neoclassica nella villa di Livia contro l’enorme monolito che è la testa di Costantino Magno, vediamo il passaggio di concezione ieratica e astratta del potere che si accompagna fino alla fase tardo antica. Guardando ritratti e statue di famosi generali quali Silla, Cesare e Pompeo vediamo rappresentati i tratti fisiognomici comunemente conosciuti, ma col passare del tempo questi vengono sempre più idealizzati, come per quanto riguarda le statue della corte di Teodorico.

C’è quindi una differenza sostanziale e epocale nella prima parte dell’Impero romano, classico e pagano (alto impero o solo impero) all’impero cristiano di Costantino (o tardo antico, basso impero). La divisione in tre fasi può essere considerata valida, ma presenta alcune incongruenze, mentre la repubblica presenta differenziazioni interne.

La periodizzazione deve essere il più precisa possibile, essendo uno strumento ermeneutico fondamentale per lo studio. Sbagliare su una periodizzazione generale, comporta un errore anche sul piano concettuale. Ragion per cui, gli studiosi, di comune accordo, hanno formulato una periodizzazione finemente dettagliata, allo scopo di rendere il più verosimile e omogeneo possibile un determinato periodo di riferimento, a differenza di quanto accade per la periodizzazione a tre categorie storiche. Vediamo quindi una divisione in:

  • Età arcaica
  • Fase medio/tardo repubblicana
  • Principato, a partire dall’anno in cui il principato attribuisce a Giulio Cesare Ottaviano il titolo di Augustus, si conclude con la morte di Marco Aurelio
  • Crisi del III secolo, fase di destrutturazione con l’ascesa di Commodo, ricostruite dalle riforme costantinee e dioclezianee
  • Stato tardo antico, 285 d.C., processo di ristrutturazione che comporta identità e struttura diversissime da quanto visto in precedenza
  • La fine dello stato tardo antico è posta a seconda della fine del dominio romano nel territorio di riferimento, ad esempio in Gran Bretagna termina nel V secolo d.C. Ma sotto i riflettori sono poste le storie delle due capitali: Roma e Costantinopoli. La prima termina con la scesa dei Longobardi e la seconda con l’avvento dell’Islam in oriente, ma definitivamente, la fine della tardo-antichità è segnata dalla battaglia dello Yarmuck. Il tutto può essere analizzato secondo un’ottica classicistica o bizantinistica, essendo un’età di sovrapposizione in cui il mondo antico sta diventando medievale, ma non compiutamente (fino ai Longobardi e l’egida dell’Islam)

Fase arcaica

Le tesi sulla fine della storia romana, sono numerose, sono inquadrabili dall’arrivo dall’Islam in oriente e scesa dei Longobardi con la grande battaglia dello Yarmuck (preferite da Gnoli), che comportarono il collasso dell’impero romano nella parte africana e asiatica; oppure la deposizione di Romolo Augustolo (meno significativo). Non è quindi presente accordo completo, noi tutti conosciamo gli eventi storici, ma assegniamo valori più o meno importanti a seconda della propria individualità. C’è anche incertezza perfino sulla nascita di Roma: secondo molti il 10 aprile 753 a.C., ma c’è anche una seconda data detta Varroniana, collocata più avanti. Ma grossomodo la storia romana inizia pressoché nel VIII secolo, fino al massimo alla fine del V secolo d.C. La data è ricavata dal calcolo delle olimpiadi da parte di eruditi antichi, sincronismi vari che portano a identificare, secondo una nostra distinzione, l’era avanti cristo. Un sincronismo famoso i tempi delle guerre puniche era proprio con Cartagine (tradizione e leggenda che anticipava la data della fondazione di Roma di cinquant’anni, in quanto vedeva la sua fondazione contemporanea a quella di Cartagine). La tradizione della storiografia greca e romana identifica la sua fondazione nella metà dell’VIII secolo a.C.. Per quanto riguarda il dettaglio della fondazione e altri si è giunti a stabilire come veritiera la convenzione tradizionale. Non si sa per certo se i dati sono stati inventati o sono frutto di un’attività intellettuale sulla costruzione di una realtà coerente e coesa ma non necessariamente vera (non si sa se i re sono 7). È chiaro che sono dati soggetti a estrema cautela. Ma se è inventata, perché la tradizione è considerata valida in maniera unanime? La risposta è: per via delle date in cui si è formata la tradizione e la motivazione dell’esistenza di questa tradizione. La tradizione si è inventata perché le tradizioni si inventano: non ne esiste una che sia effettivamente vera. Il fatto che la tradizione possa essere definita tale implica che vi sia qualcosa di non perfettamente aderente alla realtà. Questo perché la tradizione è legata all’identità: quando una comunità di persone ritiene di avere un’identità comune, deve necessariamente costruire un mito di fondazione. (libro consigliato: Erice Ranger, “L’invenzione della tradizione”). Nel costruire una favola identitaria non c’è nulla di strano, come ad esempio quella di Atene, in cui Deucalione e Pirra si rifugiano nell’Attica, abitata da un terribile drago. Questo verrà ucciso da Deucalione che prendendo i denti del drago e gettandoli alle proprie spalle farà nascere gli ateniesi. Per quanto concerne Roma, tra questi miti antichi vi è il mito dei due gemelli allattati dalla lupa, creato per cercare di appropriarsi e di trasmettere un messaggio identitario. La storia e i suoi elementi non sono a caso, ma hanno fine di trasmissione di determinati valori che devono essere tramandati alle generazioni future (studiati dall’antropologia tramite una standardizzazione orale di determinati elementi del racconto, appositamente semplificati e schematici in modo da facilitarne la trasmissione. Ma più il racconto si semplifica, più si stacca dalla realtà, pur non contraddicendo mai i valori di partenza). Questo meccanismo vuole riferire e ricordare cose effettivamente reali, vuole trasmettere conoscenze, non invenzioni. Questo processo avviene, si ricordi, nel passare dei secoli, in quanto la scrittura arriva tardi a Roma (rispetto alla Grecia, con Omero nel V e VIII secolo a.C.). Pochi sono i documenti latini, tra cui la lapis niger. La letteratura latina comincia solo nel III secolo a.C., in cui l’età greca è nel declino del suo apogeo (rappresentato dall’età classica), nel pieno ellenismo. Sta di fatto che la letteratura latina inizia a muovere incerta i suoi passi, i primi autori importanti si aggirano tra il II e I secolo a.C. (circa 500 anni dopo la Grecia, che dalla sua aveva autori come Platone). Per cui a Roma la trasmissione di questa tradizione avviene solo per via orale per secoli, nonostante la necessità effettiva di questa trasmissione. Chi si occupava di ciò, non esistendo ancora gli storici, erano dei poeti, aedi dalla difficile identificazione, che operavano all’interno di clan familiari, in quanto uno dei momenti in cui si concretava la tradizione erano i funerali di grandi uomini politici. Polibio dice che durante questi grandi funerali pubblici, degli attori con maschere di cera esemplate sul volto dei defunti e corporatura simile allo scomparso, leggevano delle loro imprese fino alla genealogia, arrivando talvolta alle origini di Roma. Quelle conosciute oggi risultano quindi tradizioni gentilizie (legate alle gentes) relative all’origine di Roma, perpetrate attraverso correnti diverse. Il raccontatore della storia tendeva a costruire una storia di Roma in cui la gens interessata avrebbe contribuito in parte maggiore alla fondazione, sostanzialmente ognuno tirava acqua al proprio mulino. Essendo di fatto un evento culturale, queste storie venivano apprese e trasmesse alle generazioni future, fino a quando non si inizia a scrivere. Quando questo processo era ancora orale, a tenere il computo degli atti erano solo i patrizi, persone incaricate di produrre e tenere conto di quanto accaduto. Inizia la scrittura dei fasti nel corso del IV secolo a.C., ma sono solo abbozzi. I patrizi avevano quindi l’interesse di amplificare il proprio prestigio, compromettendo l’affidabilità di quanto accaduto. Chi trascrive queste storie (Fabio pittore, Claudio Quadrigario), non li conosciamo integralmente, ma solo tramite frammenti: dei brani trasmessi per tradizione indiretta, quindi citazioni. Della storia antica di Roma abbiamo quindi solo due racconti storici continui (escludendo frammenti della tipologia precedentemente citata) da Romolo alla guerra punica. Si hanno come fonti Dionigi di Alicarnasso (greco) e Tito Livio (latino). Dionigi vive solo una generazione prima di Livio, erano quasi contemporanei. Dionigi vive nell’età di Cerase, Livio a cavallo tra la fine della repubblica e l’inizio del principato. Scrivono quindi di fatti accaduti settecentocinquanta anni prima. È vero che avevano fonti da cui attingevano, ovvero gli storici precedenti (Cencio alimento, Fabio Pittori etc ma erano anche i primi, che scrivevano durante la seconda guerra punica). Prima di allora non c’erano vere e proprie fonti scritte. Tutta questa fase arcaica è caratterizzata dalla recenziorità delle fonti storiografiche (le fonti sono postume di molti anni rispetto alla data dei fatti accaduti), questo aspetto rende unitarie le origini fino al 300, non ci sono elementi che rendano questo periodo unico. Secondo la tradizione è la forma di governo a renderlo unitario, ma non è così, l’unico sono le forme storiografiche più recenti. Tutto ciò che riguarda questo periodo è tutto frutto di una progressiva semplificazione per favorire la trasmissione che porta necessariamente a un progressivo scollamento dalla realtà. Le rivoluzioni sono legate a cose banali e delitti singoli, come lo stupro di Lucrezia che genera la rivoluzione contro Tarquinio o Virginia per Appio Claudio. Il dato essenziale è il cambio delle forme di governo, ma la forma è memorabile e facile da ricordare. Per quanto riguarda la ricerca di fonti esterne a quelle latine, il repertorio è molto carente. Non esiste letteratura fenicia, se non Magone, citato da Catone, il cui unico scritto è un trattato sull’agricoltura. I greci invece si sono sempre disinteressati a Roma in quanto nel periodo arcaico era solo marginale nel panorama politico: abbiamo solo fonti sparse e generiche, ad esempio da un’opera politica non pervenuta da Aristotele, in cui definisce Roma “città Greca” (inizio del IV secolo).

La qualità delle fonti storiografiche determina il passaggio dalla fase della tradizione fino all’età storiografica, segnata dal 300 a.C. La storia arcaica è raccontata tramite elementi estrinseci, in quanto nata sulla base orale della tradizione, poi scritta tramite forme frammentarie e arcaiche. Ma questi scritti erano rielaborati per mano di scrittori patrizi a seconda della propria volontà. Non appena i plebei hanno accesso alla sfera della scrittura, questa tendenza tende a scemare, portandoci a un quadro storiografico moderno. La tradizione ha sempre bisogno di un passato per sua definizione. Questo processo è standard, ma se nella modernità le tradizioni nascono talvolta per fini di lucro, la tradizione della Roma antica è nata per necessità storica, di tramandare qualcosa un di vero.

Una fonte importante per quanto riguarda la trascrizione è Plutarco, che scrive nel I secolo d.C., successivo a Livio e Dionigi di Alicarnasso. Pure non essendo uno storico scrive delle vite, biografie riguardanti l’età regia, repubblicana precedente al 300 e anche di personaggi storici quali Cesare, Pompeo, Crasso, ma anche dei primi due re di Roma (Romolo, Numa… ma il materiale resta attinto alla tradizione canonica. Non scrive degli altri cinque re). Nella sua scrittura del De vita parallele, anche se è uno scritto antistorico, viene considerato attendibile. Altre fonti sono Diodoro Siculo, autore di una gigantesca opera storica (giunta molta frammentaria specialmente nella parte arcaica, ma sarebbe stato un autore di grande rilievo se fosse arrivato integro.) Riguardo le fonti della Roma arcaica, è fondamentale compiere una divisione:

  • Gli storici come Dionigi e Livio, considerati “storici annalistici o annalisti”
  • Biografi: Valerio Massimo, Plutarco considerati “biografi”
  • Storici frammentari (i meno presi in considerazione)

La differenza sostanziale tra le prime due categorie è che i biografi non sono veri storici, in quanto le biografie vengono scritte con intenzioni moralistiche, moraleggianti. Seppur anche gli storici giungano alla medesima conclusione, fare morale non è il fine ultimo. Il fine principale dello storico annalista è quello di raccontare la storia di Roma in maniera più fedele possibile. Plutarco invece crea parallelismi tra personaggi romani e greci grandi per le stesse caratteristiche (Demostene e Cicerone nell’orazione, Alessandro Magno e Cesare nelle abilità militari etc. Vale lo stesso discorso per i vari esempi negativi della storia), raccontando entrambe le vite e paragonandoli, tirando le somme su chi sarebbe stato il più bravo in caso di confronto, risultato totalmente antistorico. Sarebbe atto ingenuo da parte di uno storico analizzare la storia come magistra vitae, ogni avvenimento deve essere calato nella sua realtà, può aiutare sul presente, ma mai sul futuro. Un impatto storico è irripetibile perché calato nelle sue peculiarità. Plutarco compie questa operazione per i suoi allievi, in maniera tale da fornire loro esempi morali da seguire. I fatti storici risultano sullo sfondo, è la personalità delle figure in analisi il centro dell’attenzione. L’intento risulta completamente diverso da quello storico. Eppure, Plutarco ha dignità storica, in quanto le vite posto sotto la riflessione dell’autore sono sempre molto affidabili (tranne Romolo) per le informazioni che forniscono. Livio, dal suo canto, fa un racconto della storia di Roma con figure esemplari, ma il discorso è storico. Insieme a Dionigi di Alicarnasso, viene chiamato annalista perché analizzano la storia in maniera sincronica, la narrazione procede anno per anno (non vale per qu

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher caynee di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Gnoli Tommaso.
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