STORIA ROMANA
I LIMITI DELLA STORIA ROMANA
Periodizzare è sempre una costruzione culturale. In particolare, in Italia, nello
studio della Storia romana ritornano spesso due date limite:
753 aC, data della fondazione di Roma, come inizio.
476 dC, data della deposizione di Romolo Augusto, ultimo imperatore
d’Occidente, come fine.
Queste però sono due date convenzionali e facenti parte di una periodizzazione
di carattere istituzionale, nascita comunità politica e creazione di una
collettività che si riconosce in un sistema politico e vede come fine il momento
in cui la città di Roma non ha più ruolo istituzionale all’interno del territorio di
cui era diventata egemone.
FONDAZIONE
Il 753 a.C. è solo uno dei tanti anni che gli antichi proposero per la fondazione
di Roma. Risale probabilmente al grande erudito Varrone; dalla metà del I sec.
a.C. la datazione varroniana è convenzionalmente accolta da molti studiosi
moderni.
Varrone, Tito Livio, Dionigi vissero tutti nell’età di Ottaviano Augusto,
personalità che dopo la morte di Cesare, attraverso un processo di alleanze e
scontri, riuscì ad assumere il comando dello stato romano. Si dice infatti che
con Augusto finì la repubblica e iniziò il principato. Da un sistema articolato
repubblicano si arrivò all’emergere di una personalità unica che unì in sé una
serie di poteri. Augusto, per sostanziare il proprio potere, attuò un’opera di
propaganda che coinvolse molti intellettuali. Giustificò il nuovo assetto dello
stato come una rinascita e un rinnovamento delle più autentiche radici di
Roma. In ciò, fondamentale fu anche la rivisitazione mitica delle origini di
“invenzione della tradizione”
Roma. Una vera e propria (Eric Hobsbawm), in
quanto strumento potente di ricostruzione identitaria ai fini di una propaganda
politica. Per esempio, vennero scritti sull’arco in onore di Augusto i cosiddetti
Fasti Capitolini, ovvero l’elenco dei consoli e dei trionfatori romani fino al 19 aC.
Il primo di questi è Romolo e la data che viene presa in considerazione è il 753
aC.
Prima di questo momento però, numerose furono le datazioni alternative:
il poeta Ennio: XI sec. a.C.
lo storico greco Timeo di Tauromenio:
813 a.C.
il politico Catone: 751 a.C.
lo storico greco Polibio: 750 a.C.
il primo annalista romano Fabio
Pittore: 747 a.C.
l’annalista Cincio Alimento: 728 a.C.
Di queste abbiamo informazione grazie ad un’importante fonte storica a cura di
Storia di Roma arcaica
DIONIGI DI ALICARNASSO nella sua (I, 74, 1-2). Il
sistema cronologico utilizzato in questo caso prese come riferimento le
Olimpiadi (813 aC); essendo quindi un sistema di origine greca, molte opere
vennero scritte in greco (es. Fabio Pittore e Cincio Alimento). Catone invece si
staccò dalla prima storiografia di origine greca prendendo come riferimento
cronologico la guerra di Troia. Dalla fonte di Dionigi però emerse come egli di
fatto fosse consapevole del processo di fondazione di Roma, che certo non
avvenne in una data precisa. Ciò nonostante, ritenne anch’egli che fosse, ed è,
necessario periodizzare.
Roma è nata quindi da un lento e graduale processo di sinecismo tra i diversi
villaggi che sorgevano sui famosi sette colli, in anni non lontani da quelli
indicati dalla tradizione varroniana.
Ciò lo ricaviamo da rinvenimenti archeologici, anche se rimane l’ambiguità
quando si parla di sviluppi politici e ovviamente non databili con precisione
assoluta. Nonostante questo, non è illegittimo collocare gli inizi della Storia
romana nell’VIII-VII sec. a.C.
Alcuni dati archeologici relativi alla nascita di Roma:
1. Nell’VIII sec. a.C. il villaggio del Palatino (che la tradizione conosceva
vedi cartina)
come il nucleo originario, romuleo, di Roma, si sarebbe
dotato di un poderoso muro di cinta.
2. Alla metà del VII sec. a.C.: l’area del Foro, precedentemente occupata da
un sepolcreto e poi da capanne, viene parzialmente pavimentata. Questo
è un primo segno dell’impiego della valle del Foro come luogo pubblico,
comune a tutta la cittadinanza degli originari villaggi.
3. Alla fine del VII sec. a.C. è costruito un primo edificio nell’area della
Regia, che in età storica sarà la sede dei sacerdoti della Repubblica;
originariamente però il nome e le tradizioni antiche la collegano alla sede
di un rex.
4. In quegli stessi anni, inoltre, sembra organizzarsi una prima forma del
culto di Vesta, il culto di un focolare pubblico, comune a tutti gli abitanti,
dunque culto che presuppone l’esistenza di una comunità.
5. Sempre alla fine del VII sec. a.C. la pavimentazione del Foro viene estesa
all’area del Comitium, dove in età storica si terranno le assemblee
popolari; nella stessa area sorge un edificio, dove poi sarà la curia, sede
del Senato.
In questo periodo sembrano dunque nascere i luoghi di riunione di due organi
politici fondamentali dello stato romano.
TERMINE
La data che più spesso viene presa di riferimento come la data termine
dell’impero romano d’Occidente è il 476 d.C. Difatti è l’anno in cui il
comandante dei foederati germanici, Odoacre, depose l’imperatore
d’Occidente, Romolo.
Invece che nominare un suo imperatore fantoccio, Odoacre inviò le insegne
imperiali alla corte di Costantinopoli, chiedendo di governare l’Italia come
patricius.
Odoacre perciò si sottomise formalmente all’Imperatore d’Occidente, nominato
qualche anno prima da Costantinopoli, Giulio Nepote, e poi allo stesso
imperatore d’Oriente, Zenone.
Ma questo non impedì a Odoacre di assumere probabilmente il titolo di rex
Vita, Storia delle persecuzioni nella
Italiae (che gli viene attribuito da Vittore di
provincia d’Africa, I, 4, 14) e portare avanti una politica autonoma (anche
perché, non avendo origini romane, non poteva essere nominato imperatore).
L’Impero d’Occidente cadde forse senza fare troppo rumore tra i
contemporanei (A. Momigliano), ma noi, a posteriori, vi vediamo una svolta
epocale.
Odoacre al popolo si presentava come l’autorità delegata dell’imperatore
d’Oriente Zenone. Un esempio di ciò fu una moneta che fece coniare in nome
suo. al dritto: busto di Zenone, con corazza, elmo, diadema e lancia, e la
[ D(ominus) n(oster) Zeno, perp(etuus) Aug(ustus);
legenda al rovescio Vittoria
Victoria Auggg(ustorum tres)
stante, rivolta a destra, con croce, e la legenda ].
Zenone e i suoi due figli.
=
Ragioni contro il 476 d.C. come data di riferimento
1. Anche i re ostrogoti (che dominarono l’Italia tra il 488 e il 535 d.C.)
affermano di governare l’Italia per conto dell’Imperatore di
Costantinopoli.
2. Sotto il regno di Giustiniano (527-565 d.C.) l’Impero recupera l’Africa
settentrionale, la Spagna meridionale e l’Italia.
3. Per tutto questo periodo le strutture politiche e giuridiche dell’Occidente
(per non parlare di quelle economiche, sociali, culturali) rimangono
largamente romane. 568
4. Una più forte cesura in Italia si ha con l’invasione longobarda (
d.C.) 800
5. Un altro stacco di grande significato si ha nell’ , quando all’unico
Impero Romano, con capitale Costantinopoli, si affianca il nuovo Sacro
Romano Impero di Carlo Magno.
476, 568 e 800 sono le tre grandi date che più spesso vengono utilizzate come
riferimento. Storia bizantina,
(fonte: Malco di Filadelfia, 10 Müller: la fine in sordina della
Storia antica)
Nella ricerca nacque una nuova periodizzazione, quella della Tarda Antichità
(che in genere va dalla fine del III sec. alla fine del VI sec. d.C., anche qui con
qualche oscillazione). Un nuovo blocco, in cui il 476 d.C. cade circa a metà,
senza avere molto significato. Questo deriva anche dalla natura delle fonti del
periodo altomedievale, più simili a quelle per noi utili nello studio della storia
romana rispetto a quelle del Medioevo.
LIMITI GEOGRAFICI
Al momento della sua massima estensione, durante Traiano, l’impero romano
andava dalla Britannia al Sahara, dalle coste dell’Atlantico alla Mesopotamia: il
più grande impero dell’Antichità (area di circa 6,5 milioni di kmq). Solo
l’Impero cinese degli Han (di circa 6,4 milioni di kmq) poteva potenzialmente
equipararlo, anche se vi era una differenza importante. Mentre l’impero romano
era un sistema decentrato, che delegava molte funzioni alle città nei diversi
territori, l’impero cinese era fortemente centralizzato, con un apparato
solidamente burocratico e gerarchico.
Ma di fatto l’attenzione maggiore degli studi dell’impero romano si concentra
nel centro, piuttosto che sulla periferia, soprattutto per via delle fonti che
disponiamo.
PROVINCIA: originariamente, era l’ambito di competenza di un magistrato, non
per forza territoriale (incarico che gli veniva dato). Nel caso dell’impero
romano, molte volte ciò sfociava nell’effettiva estensione del territorio.
Roma, per espandersi, imponeva la sua autorità su altre comunità che però non
sempre venivano inglobate nel suo territorio e sistema politico istituzionale
(come invece succedeva agli inizi della sua storia). NO incorporazione di
territori in un’unità politica (come faceva l’impero cinese degli Han), ma
articolazione di relazioni con diverse città che sostanziano la sua egemonia.
Diventerà un unico territorio in seguito alla guerra sociale in cui insorsero le
città che non volevano più sottostare a trattati asimmetrici con Roma e che
quindi chiesero e ottennero la cittadinanza romana. (I sec a.C.)
Quando però, a partire dalla Prima guerra Punica (quando Roma si affacciò fuori
dall’Italia con la conquista della Sicilia) capì che sarebbe stato troppo
complicato gestirla attraverso un sistema di alleanze con le diverse comunità,
si inventò il sistema della PROVINCIA. La Sicilia diventò così la prima provincia
romana, incorporata quindi nell’egemonia romana ma non territorio effettivo di
Roma. Le comunità facevano capo ad un governatore romano, nel caso della
l’imperium
Sicilia un pretore, che a Roma deteneva sia (il potere di condurre
esercito) sia l’amministrazione della giustizia. Era una figura mandata da Roma
periodicamente nelle province, dove rimaneva in carica solitamente per 2-3
anni. Per la Sicilia inizialmente vennero create nuove figure di magistrati; ma
poi, quando il numero di province aumentò, vi vennero mandati coloro che
avevano completato il loro anno di mandato a Roma. Il loro compito era quello
di condurre campagne militari quando necessario (soprattutto di natura
difensiva), organizzare il prelievo fiscale (gestire le risorse che le province
dovevano fornire a Roma) e organizzare l’amministrazione della giustizia. In
quei territori Roma non esportò direttamente il diritto romano ma si incaricò di
garantire l’ordine pubblico rispettando le leggi locali. Rimase la vita quotidiana
delle comunità che godevano ancora di una certa autonomia.
Poi, a partire da Augusto, si distinsero le province non pacate (dove erano
presenti delle legioni e che quindi necessitavano di un comando militare) dalle
province cosiddette pacate, in cui non c’era più bisogno di mantenere degli
eserciti e in cui si potevano continuare a mandare degli ex consoli o pretori
(soprattutto in quelle più antiche, come la Macedonia). In quelle non pacate,
invece, Augusto fece la scelta di mandarci dei magistrati di sua scelta, chiamati
legati augusti pro pretore, che rispondevano direttamente alla figura
dell’imperatore. Il sistema repubblicano quindi venne mantenuto ma con una
variazione significativa, che durerà fino al periodo di Diocleziano.
C’erano poi i regni clienti, territori nei quali Roma riconobbe l’autorità dei
sovrani locali che mantennero piena autonomia rispondendo però all’impero.
Un esempio è il regno di Giudea, strutturalmente molto organizzato perciò
difficile da inglobare nel proprio territorio. Nell’epoca di Traiano invece di
questo tipo era solo il Regno del Bosforo (attuale Crimea e sud Ucraina).
LIMITI TEMATICI
La nostra disciplina risente ancora dell’eredità della storiografia classica, che
fondava il proprio metodo sull’analisi scientifica degli eventi e dello sviluppo e
Le radici classiche della
del conflitto politico-istituzionale. (A. Momigliano,
storiografia moderna). Di fatto ci si occupa prevalentemente delle vicende di
politica interna ed estera dello stato romano.
Vi rientrano dunque le forme di governo dello stato e la loro evoluzione, il
confronto politico interno e i rapporti diplomatici o militari tra lo stato romano e
gli stati stranieri.
Vi è stato un tempo in cui le grandi vicende politiche, militari e culturali sono
state sentite come l’unico degno oggetto della Storia. La Storia romana, che di
queste vicende si occupa, era sentita dunque come disciplina regina
(accanto alla Storia greca). Altre discipline, in particolare quelle che si
occupavano dello studio delle fonti (es. epigrafia, papirologia), erano definite
semplicemente sue ausiliarie o ancillari.
Una visione che oggi è senza dubbio tramontata, in quanto le tematiche
studiate non sono più i soli oggetti di ricerca storica . Oggi vengono ritenuti
significativi anche temi come la storia di genere, la storia dello sport o la storia
dell’ambiente. Studiare il passato significa studiare una dimensione nella sua
complessità e varietà, anche se dobbiamo fare i conti con la disponibilità delle
fonti. Rilevante anche il mutamento dei soggetti della storia: non più solo le
grandi personalità o i gruppi dirigenti, ma sempre più spesso le classi medie e
basse, le donne, i bambini, gli animali.
Inoltre dobbiamo oggi pensare al rapporto fra Storia romana e altre discipline
come ad un rapporto di fruttuosa e reciproca collaborazione. Il fine ultimo è
quello della ricostruzione del passato (nel nostro caso dell’età romana), che è
un oggetto complesso e che necessita dell’ausilio di quante più discipline
possibili.
Per esempio, se facciamo storia non possiamo prescindere dal lavoro del
filologo. Egli ci trasmette una scelta tra tante varianti attestate che lui, per gli
strumenti che ha, ritiene essere quella più attendibile. Egli è anche in grado di
spiegare la differenza di caratteristiche dei vari manoscritti, l’evoluzione e la
trasmissione del testo. Il lavoro dello storico sulle fonti necessita di
interdisciplinarietà e, senza la collaborazione del filologo, diventa un lavoro
miope.
Fruttuosi inoltre gli intrecci con le Storie vicine dal punto di vista cronologico, in
particolare con la Storia greca. Almeno a partire dal conflitto con Taranto e Pirro
(282 a.C.) fino al suicidio di Cleopatra (30 a.C.), le vicende di Roma si
intrecciano con quelle degli stati greci.
Un esempio è il conflitto Roma-Taranto, episodio dell’espansione nell’Italia
meridionale e del contatto con le colonie greche di quel territorio, tra cui
appunto Taranto. Episodio che si studia anche nel manuale di storia greca, ma
da una prospettiva completamente diversa. Dal punto di vista romano viene
presentato come un conflitto al fine di espandersi, mentre in quello greco come
un episodio marginale della storia dello sviluppo dei regni ellenistici nell’oriente
greco.
Oltre alla storia greca, ci sono ovvi punti di contatto anche con quella bizantina
e medievale, per quanto concerne le vicende della Tarda Antichità.
Inoltre, indispensabile per lo storico romano è anche la collaborazione con
discipline specifiche che studiano le diverse tipologie di fonti: storiografia
antica, epigrafia greca e latina, papirologia, numismatica antica (studio delle
monete) e archeologia romana.
Sempre più frequenti anche gli incroci con discipline di taglio tematico:
istituzioni romane, storia sociale del mondo antico, storia dell’economia antica,
geografia storica dell’Antichità, storia delle donne nel mondo classico, religioni
del mondo classico, storia militare romana, storia amministrativa romana.
Queste discipline studiano fattori istituzionali, sociali, economici, geografici, di
genere, religiosi e militari che condizionano gli sviluppi politici, e da questi sono
a loro volta condizionati.
STORIA DEGLI STUDI ROMANI
1. NICCOLO MACHIAVELLI
Importante per gli studi sulla prima deca di Tito Livio (su cui scrisse
Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 1513-1519), che riflettevano
l’interesse rinascimentale per la fase repubblicana. Le istituzioni e la
storia politica venivano viste come modello per l’azione politica nel
presente. Machiavelli partì dalla constatazione che nell’arte, nel diritto e
nella medicina, l’Antichità era un punto di riferimento per i suoi tempi:
avrebbe dovuto esserlo anche per le forme di governo.
Nel proemio dell’opera spiegò come secondo lui i suoi contemporanei non
ricercavano la storia in modo scientifico, ovvero in modo funzionale a
recuperare degli elementi che potevano improntare la situazione politica
attuale. Da qui decise di scrivere l’opera su Tito Livio. Questa rimane una
visione della storia piuttosto utilitaristica e soprattutto incentrata su un
momento molto preciso e breve che è quello dell’età monarchica e della
trasformazione repubblicana. Per Machiavelli però rimaneva la più
importante, perché ci illustra la formazione delle istituzioni dello stato
romano.
Lo studio della storia romana durante il Rinascimento venne scandita anche dal
ritrovam
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