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2. L’ingresso dell’America Latina nella politica globale

La crisi dei missili a Cuba

Sin dal giugno 59 Eisenhower aveva previsto il pericolo nucleare in un alleanza sovietico-cubana:

era l’occasione per colmare il divario con gli USA sugli ICBM. Il territorio cubano costituiva,

infatti, il territorio ideale per il lancio di missili di media gittata. Proprio per evitare tutto ciò già si

stava pensando di smantellare gli Jupiters e Thors a favore dei Polaris che sarebbero stati integrati

da diverse forze NATO, per evitare la force de frappe.

L’idea di installare basi missilistiche a Cuba era dettata da tre motivi: offrire una migliore

protezione all’alleato, controbilanciare la supremazia americana, lanciare una nuova fase offensiva

diplomatica contro Berlino. L’idea piacque a Castro che nel luglio 62 invio suo fratello Raul e Che

Guevara per regolamentare l’installazione di 40 missili sull’isola e la presenza di 45.000 uomini.

I servizi segreti notarono movimenti di forze superiori alla norma e il 9 ottobre Robert Kennedy

autorizzò un volo di ricognizione: il 15 si concluse che i sovietici stavano installando rampe di

lancio. Il 16 Kennedy venne informato e mise in moto il processo per elaborare una risposta

riunendo i più stretti collaboratori nell’ExComm: segretario di Stato Rusk, segretario della difesa

McNamara, direttore della CIA McCone e suo fratello si riunirono quasi ininterrottamente per 12

giorni.

Vennero valutati i rischi militari e ne risultò che un attacco non sarebbe stato risolutivo per i

sovietici. Fra le proposte figuravano una ritorsione immediata (nella presunzione che i sovietici non

avrebbero risposto) oppure quelle intermedie appoggiate da Kennedy che proponevano di far salire

il livello dello scontro senza escludere vie d’uscita. Paradossale fu l’episodio in cui Gromyko

recatosi negli USA affermò che gli aiuti erano solamente di tipo alimentare. Le discussioni

dell’Excomm continuarono fino al 22 quando fu resa pubblica la soluzione: si fissava una zona di

quarantena, superata la quale si sarebbe proceduti all’ispezione del carico navale.

Contemporaneamente il veterano Acheson veniva inviato nelle capitali alleate per ottenere

l’appoggio all’azione americana.

Le prime reazioni sovietiche furono negative, ma Stevenson, al Consiglio di Sicurezza, riuscì a

dimostrare la fondatezza delle prove. Ciò che più si temeva non era la violazione della quarantena,

bensì una ritorsione verso Berlino. Un primo passo verso il compromesso venne fatto da Chruscev

che il 26 inviò una lettera privata in cui proponeva lo smantellamento dei missili in cambio della

promessa di non attaccare l’isola o comunque appoggiare azioni analoghe. Il mattino del 27 ne fu

inviata un’altra che aggiungeva come condizione lo smantellamento delle testate in Turchia. La

differenza tra le due posizioni è che la prima avrebbe espresso la risolutezza di Kennedy vittoriosa,

mentre la seconda prospettava il compromesso: Cuba in cambio della Turchia senza la

consultazione della NATO. Kennedy rispose ad entrambe le lettere adottando una forma che gli

consentisse di apparire come il vincitore dello scontro: rispose pubblicamente solo alla prima.

Frattanto erano avviati i negoziati con l’ambasciatore Dobrynin per discutere il compromesso

sotanziale: alla base vi era la rinuncia dei missili Jupiter in Turchia e Italia.

Raggiunto l’accordo, la crisi calò rapidamente e il 28 era chiaro che lo scontro era evitato. Per gli

europei la prima cosa che risaltava all’occhio era la gestione bipolare della crisi. D’altra parte la

divaricazione all’interno dell’alleanza coincideva con l’intento di Kennedy di concentrarsi

maggiormente sugli interessi nazionali, promuovendo una forza multilaterale.

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3. Politica atlantica e politica europea

La nuova strategia nucleare americana e l’Europa

La formula della “nuova frontiera” comportava, sul piano internazionale, una risolutezza difensiva

degli USA che, però, acquistava nuove forme. Si diede l’impulso per recuperare la supremazia in

campo spaziale e nucleare. Le crisi di Cuba e Berlino misero in evidenza i rischi di un attacco

massiccio, facendo così ufficialmente abbandonare la dottrina della rappresaglia massiccia per

quella della risposta flessibile: si sarebbe passati all’armamento tattico/strategico a seconda della

gravità del momento.

In questo modo, però, nessuno era in grado di prevedere se e a quali condizioni gli impegni assunti

dagli americani fossero ancora credibili. In questo clima di sfiducia riceveva legittimazione la

risolutezza con la quale De Gaulle proseguiva la costruzione della force de frappe senza godere di

nessun aiuto americano. Oltretutto, in caso di risposta flessibile, il primo scontro delle forze

convenzionali si sarebbe svolto in territorio tedesco, mettendo in luce la contraddizione insita nel

rifiuto americano di consentire un armamento nucleare europeo.

La Gran Gretagna fra Europa e Stati Uniti

L’atteggiamento scettico della GB verso la CEE era stato dettato dalle perplessità del suo

funzionamento e dal fatto che De Gaulle al potere ne avrebbe paralizzato la costruzione. Invece, la

rapidità con cui dava i suoi frutti e il modo in cui De Gaulle cercò di modificarla in una maniera

favorevole alla visione britannica, convinsero McMillan al riavvicinamento verso il progetto.

Elaborò un progetto molto ambizioso: tutti gli interessi britannici sarebbero dovuti essere incanalati

per il riavvicinamento. Voleva porsi come un ponte fra gli USA e la Francia. Tuttavia, intendeva

continuare a ribadire che le preferenze del Commonwealth dovessero essere integrate.

Il premier britannico si rese conto della questione nucleare ai fini del buon esito del suo progetto:

cercò di convincere Kennedy ad approvare la force de frappe a condizione che i francesi

accettassero l’ingresso inglese: era un tentativo d’entrata senza incrinare la special relationship. Non

riuscì comunque a far convergere entrambe le parti.

Il 9 agosto 61 il Londra chiedeva formalmente al presidente del Consiglio dei ministri CEE di

iniziare i negoziati per l’adesione inglese. Si chiedeva però che i negoziati tenessero conto anche

delle relazioni speciali col Commonwealth e l’EFTA, dimostrando l’incapacità inglese di scegliere

fra CEE e special relationship. Gli americani, in nome dei principi liberoscambisti, si rifiutarono di

appoggiare le richieste per il mantenimento delle preferenze imperiali.

La relazione anglo-americana, aveva un suo campo d’applicazione importante nell’ambito nucleare:

emendate le restrizioni dell’atto McMahon, dall’incontro di Bermuda nel 57, era possibile una

collaborazione anche sul piano militare: in cambio di una base in Scozia, gli USA promisero i

missili Skybolt. La svolta avvenne all’indomani della crisi di Cuba quando, il 19 dicembre, in un

incontro a Nassau Kennedy disse a McMillan che il progetto era stato annullato a meno che gli

inglesi non si sarebbero caricati la metà delle spese.

L’insuccesso metteva il premier in una posizione difficile: fu trovata l’alternativa nei missili Polaris,

da utilizzare possibilmente integrandoli nella FML. In questo modo Kennedì cercava di aiutare

l’alleato e di rilanciare il progetto FML. Inoltre i due si accordarono per dar vita al triumvirato

voluto da De Gaulle in cambio dell’ammissione britannica alla CEE. Questo però interruppe il

processo con le sue dichiarazioni pubbliche, affermando che gli americani avrebbero preferito i

Polaris, solamente perchè un attacco alle basi Jupiter e Thor avrebbe fatto vittime statunitensi, la

qual cosa poteva essere evitata se l’armamento era in un sottomarino sotto responsabilità USA.

Questa constatazione distrusse l’alleanze che lasciò i paesi europei privi, per 20 anni,

dell’equivalente degli SS3/4. 32

De Gaulle, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la CEE

La sintesi strategica del generale Gallois, spinse De Gaulle a prendere una duplice decisione

radicale. L’adesione britannica alla CEE aveva perso di significato e comunque sia avrebbe voluto

anche dire l’ingresso di molteplici paesi che avrebbero modificato la struttura della CEE. Il 14

gennaio convocò una conferenza stampa nella quale oppose la candidatura inglese per aver

ostacolato il processo di creazione della comunità. Il veto francese era sufficiente per impedire la

continuazione dei negoziati.

La seconda reazione agli accordi di Nassau, fu rappresentata dalla firma, il 22 gennaio, di un trattato

di collaborazione con la RFT: si affermava come un’alleanza fondamentale per la sicurezza europea

che di fatto avrebbe svuotato di significato quella americana. Per il generale francese, esprimeva il

desiderio di slegare la difesa europea dagli americani, mentre per il cancelliere era un mezzo per

fare pressione a questi ultimi: la Bundestag, infatti, fece precedere il trattato da un preambolo che

ribadiva la necessità di collaborare con gli USA e di risolvere i problemi della difesa nel quadro

atlantico, facendolo così perdere di valore.

La Francia e l’evoluzione della Comunità economica europea

L’azione di De Gaulle plasmava anche i rapporti con la NATO e la CEE: il primo segnale di

distensione si ebbe nel marzo 66 quando annunciò l’uscita francese dalla NATO, dovendo così far

spostare la sede a Bruxelles. Frattanto Johnson, preso dagli avvenimenti in Vietnam, lasciò

affossare, nel 65, il progetto MLF.

La pausa per il negoziato sulla creazione di un Unione politica europea e quello riguardante

l’ingresso britannico, non fermarono i lavori della CEE: fra i tanti obiettivi vi era anche quello di

formulare una politica agricola comunitaria che avrebbe garantito i prezzi minimi per ogni prodotto

agricolo, il che significava che la Commissione avrebbe dovuto intervenire sul mercato e ciò

presupponeva che disponesse di proprie risorse. Tutto ciò poneva problemi di fondo su come dare e

controllare tali risorse. La Commissione illustrò nel pacchetto del 1 luglio 65 dei provvedimenti che

avrebbero garantito la destinazione delle risorse percepite, dai dazi doganali nei confronti dei

prodotti importati, alla Comunità, accompagnata da una proposta che avrebbe dato maggiori poteri

al Parlamento sulle questioni di bilancio: era implicito il proposito di rendere la collaborazione fra

Parlamento e Commissione diretta, per accentuare il carattere soprannazionale.

I francesi erano favorevoli ad una politica agricola che li avrebbe avvantaggiati, ma contrari ad un

rafforzamento delle istituzioni comunitarie. Frattanto la Commissione aveva raggiunto le sue

decisioni. I rappresentanti francesi al Consiglio contestarono la legittimità delle decisioni assunte ed

annunciarono che avrebbero sospeso la loro partecipazione alle attività inaugurando la crisi della

“sedia vuota”. Avrebbe rioccupato i suoi posti a condizione che la Commissione non accelerasse

l’integrazione federalistica e che il Consiglio votasse all’unanimità. L’iniziativa francese poneva la

Commissione di fronte ad un bivio: essere realisti e rallentare il processo d’integrazione oppure

essere intransigenti ma vuoti di contenuti.

Il compromesso venne raggiunto a Lussemburgo il 29 gennaio 66 e si ribadì la prevalenza degli

Stati su quella delle istituzioni, confermando, tuttavia che, a partire dal 70, la Comunità avrebbe

avuto a disposizione risorse proprie. L’accordo era diviso in 4 punti: in caso di decisioni che

mettessero in gioco interessi importanti di uno o più Stati membri, toccava al Consiglio trovare una

soluzione che tutti i paesi avrebbero potuto adottare; che nel precedente caso, si dovesse discutere

fino al raggiungimento di un accordo unanime; le parti constatavano la divergenza che continuava

ad esistere nel caso di mancata conciliazione; tuttavia, tale divergenza non impediva l’andamento

dei lavori. Il compromesso impoverì l’istituzione delle sue speranze e la costruzione di una

comunità politica vedeva un percorso sempre più difficile. De Gaulle non nascondeva la sua

insofferenza verso un’organizzazione che giudicava povera di legittimità democratica.

Uno sviluppo positivo si ebbe con Wilson che ripropose la candidatura britannica il 10 maggio 67 e

ancora un’altra volta il generale francese pose il suo veto. Il ministro belga Harmel, propose allora

di spostare il dibattito all’interno dell’UEO dove non esisteva diritto di veto. Il suo successore,

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Pompidou, fu favorevole all’ingresso inglese a patto che venisse conclusa la politica agricola. Il 22

aprile 70 i paesi CEE firmavano l’accordo per determinare risorse proprie e nel 71 venne avviata la

politica di creazione di un unione economica e monetaria. Venne, infine, concluso l’accordo che

avrebbe fatto entrare GB, Danimarca, Irlanda e Norvegia (che non accettò), prevista per il 1-1-73.

Il seguito alla crisi energetica del 73, nel dicembre 74 si decise di modificare la struttura

istituzionale: con gli accordi di Parigi del 10 dicembre 74 il Consiglio dei capi di Stato e di governo

diventavano il vero organo di propulsione dell’attività comunitaria. Per assicurare la coesione,

questi, accompagnati dai ministri Esteri, si dovevano riunire tre volte l’anno. Da ultimo gli accordi

prevedevano la creazione di un Fondo europeo di sviluppo regionale per correggere gli squilibri

esistenti all’interno della Comunità.

5. La crisi vietnamita dal 1954 al 1968

Il fallimento degli accordi di Ginevra del 1954

Nessuna delle due parti rispettò gli impegni presi a Ginevra: non vi furono elezioni per

l’unificazione del paese, bensì un rafforzamento delle loro posizioni.

Dopo il 54 Ho ricevette continui aiuti da parte degli alleati comunisti. In seguito alla crisi sino-

sovietica del 63/4, però, si orientarono verso le posizioni sovietiche, per consolidare una struttura

militare preparata con durezza e disciplina, totalmente diversa dal disordine delle guardie rosse

cinesi.

La permanenza dei due Stati, portò al riaccendersi del conflitto: elementi nazionalisti fomentavano

la rivolta nel Sud, portando all’escalation dell’intervento americano. Dal 64, l’episodio infiammò

l’opinione pubblica, ripercuotendo ogni aspetto della vita quotidiana. Furono gli anni in cui si

dovettero rivedere le fondamenta della politica estera americana che risaltava i caratteri di politica

di potenza. Era un movimento che partito dai ghetti neri, si allargò ai campus per poi dilagare anche

in Europa nel 68. L’insieme degli avvenimenti, contribuì a fare della guerra in Vietnam un episodio

simbolico superiore alla sua portata poltico-militare.

Il fatto che le due fazioni fossero armate dalle superpotenze, poteva far pensare alla replica della

Corea. Vi erano però due differenze di fondo: la prima, interna, è che il consenso a Syngman Rhee

era vastissimo e solido, diversamente da quella di Ngo Din Dieam. L’altra, di carattere

internazionale, stava nel fatto che nel 50 non si erano ancora delineati i limiti dell’espansione delle

due superpotenze, mentre in quegli anni, l’interesse reciproco era quello di circoscrivere la guerra.

Gli USA e l’Indocina da Dulles a Kennedy. Il colpo di Stato contro Ngo Dinh Diem

Eisenhower e Dulles presentarono l’intervento americano come soluzione alla “teoria del domino”:

se il Vietnam fosse caduto sotto controllo comunista, tutta la penisola avrebbe subito la stessa sorte.

Senonché la serietà del pericolo avrebbe richiesto mezzi superiori a quelli che Washington fu in

grado di mobilitare.

Nei primi anni la politica di Diem parve avere successo. Sebbene dovesse esprimere la forza della

democrazia, i suoi metodi rispecchiavano quelli di una dittatura. Dal 54 il Sud appariva come un

paese rappacificato, che in realtà non corrispondeva alla reale situazione: Diem non fece molto per

riorganizzare l’esercito o mutare la situazione nelle campagne. La sua politica fu, invece,

costantemente rivolta al consolidamento del suo potere e la distribuzione di esso verso le persone a

lui più vicine. I limiti riaffiorarono nel 57 quando ricominciarono le infiltrazioni comuniste che

riuscirono ad impadronirsi gran parte delle campagne. Nel dicembre 60 si creò il Fronte Nazionale

di Liberazione, all’interno del quale era notevole l’influenza dei partigiani vietcong.

L’eredità di Kennedy venne resa più complessa dai paralleli sviluppi della situazione nel Laos: qui,

all’indomani di Ginevra, si era formato un governo filo-occidentale verso cui le forze Pathet-Lao

ripresero le azioni d’infiltrazione. Un intervento statunitense era complesso, mentre, invece, la Cina

confinava direttamente. Si discusse della situazione nuovamente a Ginevra, dove si decise la

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costituzione di un governo di coalizione guidato dal principe Spuvanna Phouma. Nel 62 i comunisti

uscirono dal governo e riavviarono la guerra civile, che divenne un fronte di retrovia di quella

vietnamita poiché parte del sentiero di Ho Chi Minh attraversava il territorio laotiano.

La situazione nel Vs non poteva essere risolta in modi analoghi: Diem non riteneva di essere di

fronte al pericolo e Kennedy giudicava possibile organizzare una contro guerriglia ai comunisti. La

svolta politica americana riguardante l’invio dei consiglieri militari e l’assistenza diretta maturò

durante il 61: prima del viaggio di Johnson, l’NSC aveva già previsto un forte impegno nella

regione anche mediante l’intervento dei servizi segreti. Due furono le strade intraprese: l’invio dei

consiglieri militari e la creazione dei villaggi strategici a modello britannico. Questi servivano a

rendere più sicura la vita dei contadini dall’influenza comunista. Fu, di fatto, un progetto

fallimentare.

Lo scetticismo di Kennedy sull’efficacia di un intervento militare fu superato dai risultati della

missione svolta dal consigliere del dipartimento di Stato Rostow e dal generale Taylor: l’impegno

era necessario per dimostrare la fermezza e migliorare la preparazione e la volontà di combattere

vietnamita mediante l’inserimento di uomini americani. Nell’autunno 62 Hilsman e Forrestal, dopo

aver visitato il Vietnam, consigliarono di migliorare l’idea dei villaggi strategici e persuadere Diem

ad adottare una graduale liberalizzazione della politica autoritaria, ovvero decidere se Diem fosse o

meno la persona adatta.

Nel 63, mentre McNamara e Taylor pensavano ancora ad una buona riuscita, Kennedy temeva un

eccessivo coinvolgimento americano. Invero una vittoria senza un importante impegno avrebbe

necessitato di un Vs solido che invece era tutt’altro: la politica religiosa di Diem provocò le reazioni

dei bonzi che per protesta si diedero fuoco in pubblico, suscitando orrore nell’OP internazionale.

Washignton ammonì immediatamente l’azione e cominciarono a porre in essere i progetti: i

consiglieri erano divisi: McNamara e Johnson erano contrari, mentre a favore erano Harriman, Ball,

Hilsman e Forrestal. Il 29 agosto Kennedy inviava un telegramma segreto in cui si autorizzava ad

iniziare i preparativi e dopo che McNamara e Taylor visitarono nuovamente la regione furono

d’accordo verso il golpe. Così il 27 ottobre un messaggio di via libera venne inviato

all’ambasciatore Lodge: il 1 novembre 63 il palazzo presidenziale fu accerchiato dai golpisti ed il

giorno dopo avvenne l’esecuzione di Diem lasciando profonda amarezza in Kennedy.

Johnson e l’escalation americana nel Vietnam

Johnson non modificò immediatamente le direttive di Kennedy, ma dovette subire il deterioramento

della situazione: Sihanouk, dopo aver accusato la CIA di aver tentato un colpo di Stato, attuò una

politica di neutralità; il nuovo governo era inefficiente come quello precedente e gli attacchi dei

vietcong aumentavano. Bisognava scegliere se disimpegnarsi o meno: il diplomatico canadese

Seaborn si incontrò col premier Pham Van Dong che però gli fece capire che era pienamente

convinto della loro vittoria.

Dello stesso parere erano, d’altronde, gli USA. Alla fine del gennaio 64 Minh fu sostituito da

Nguyen Khan e nonostante Johnson ritenesse l’intervento in Vietnam come un errore, non riteneva

possibile una rinuncia americana che avrebbe avuto ripercussioni nel sistema anticomunista. Di

conseguenza, le notizie allarmistiche, portavano alla soluzione obbligata. Passarono alcuni mesi che

diedero vita all’escalation militare. La svolta maturò nell’estate 64 quando ad Honolulu si

incontrarono i responsabili delle operazioni che decisero di chiarire al pubblico la natura

dell’intervento e di avviare contatti diplomatici per ampliare l’appoggio dei paesi vicini alla guerra.

Il montare delle polemiche, fece sentire il bisogno di un consenso più vasto. Il 3 agosto due navi

americane vennero attaccate e il 5 agosto Johnson inviò al Congresso un progetto di risoluzione

secondo la quale gli USA erano pronti ad un intervento armato per l’assistenza dei membri SEATO.

La risoluzione fu un grande successo, che fu, però, seguito dalla defenestrazione di Chruscev e dallo

scoppio della prima testata nucleare cinese (tutto nell’ottobre 64). Tuttavia Johnson non aveva

ancora l’intenzione di trasformarla veramente in una guerra americana per via del suo maggiore

impegno nella creazione della Great Society. 35

La diffidenza fra americani e sud-vietnamiti, intanto, aumentava col perdurare dello stillicidio: i

primi non si sentivano sufficientemente ripagati per gli sforzi atti a tenere in piedi un regime

corrotto. Al tempo stesso le forze nordiste controllavano la quasi totalità della regione ad eccezione

di Saigon e delle basi americane.

Nel dicembre 64 Johnson approvò i piani di bombardamento che si attuarono quando le forze nord-

vietnamite attaccarono di sorpresa Pleiku: la rappresaglia fu immediata (flaming dart?) e colpì tutto

il territorio controllato dai comunisti. I bombardamenti, infatti, toglievano l’immunità ai vietong e si

poteva sperare che i suddisti fossero rinvigoriti. Sul piano generale, i bombardamenti si

presentavano come esercizio limitato di rappresaglia, rendendo ambiguo il coinvolgimento USA.

L’inefficienza di questi, però, pose la questione di un maggiore impegno: si decise di inviare i

reparti marines presso la zona demilitarizzata del 17° parallelo e l’invio in luglio 65 di 75.000

consiglieri che però potevano svolgere operazioni belliche. La conseguenza fu la prima

manifestazione di protesta a Washington nell’aprile 65.

Da allora l’impegno crebbe continuamente fino al 67 quando le forze raggiunsero 500.000 uomini.

Per 3 anni divenne l’incubo della politica americana che ebbe un costo di 165 miliardi di dollari. La

teoria del domino era un’ipotesi astratta priva di realismo. Più dannosa, invece, l’immagine che ne

derivò per gli USA: un paese diviso con un governo incapace di decidersi per l’impegno o meno.

La rinuncia di Johnson (marzo 1968) e l’avvio dei negoziati di Parigi

Alla fine del 67 molti territori vennero riconquistati e la risolutezza dei vietcong sembrò incrinata. I

bombardamenti sul sentiero rallentarono i rifornimenti e persino le truppe del Sud mostrarono

maggiore volontà di coinvolgimento. Frattanto, nel 65, un altro colpi di stato aveva portato alla

presidenza Thieu. Le notizie ottimistiche del gennaio 68 di Rostow su un imminente collasso

avversario ebbe un’eco grandissima quando ne furono rilevate le infondatezze.

Il 31 gennaio 68, primo giorno del Tet, i comunisti lanciarono di sorpresa un’immensa offensiva

che mirava ai capoluoghi del Sud ed alle basi americane. Riuscirono ad impadronirsi di Hue, antica

capitale imperiale. Dopo poco più di un mese le forze nord-vietnamite furono respinte anche grazie

all’aiuto dell’esercito regolare.

Tuttavia, la vittoria militare, non bastava a calmare l’allarme: i comunisti avevano dimostrato di

essere in grado di combattere anche nelle condizioni più disperate e resistere al di là di ogni

previsione. Pensare di sconfiggerli definitivamente appariva dubbio. Non vi era neanche una

motivazione adeguata per giustificare una tale atrocità.

L’opinione pubblica si divise, in vista delle elezioni, in falchi (repubblicani) e colombe, che erano la

parte più influente. Le incertezze sulla candidatura democratica, vennero risolte con la

presentazione a marzo di quella di Robert Kennedy. Fu in questo clima che il 31 marzo Johnson

pronunciò il discorso che fu il punto di svolta: l’invio di 200.000 uomini, la ripresa di un negoziato

per la pace accompagnata da una pausa nei bombardamenti americani, la volontà di trasferire

maggiori responsabilità all’esercito regolare e la rinuncia alla candidatura presidenziale.

Harriman venne nominato per l’incontro di maggio a Parigi: i nord-vietnamiti precisarono che i

lavori sarebbero potuti continuare solamente con la fine dei bombardamenti che avvenne il 31-10.

Nixon e la “vietnamizzazione” della guerra

L’uccisione di Robert Kennedy il 5 giugno 68, privò i democratici di un candidato credibile. La

corsa alla casa Bianca vedeva come concorrenti Humphrey e Nixon: entrambi promettevano la fine

del conflitto senza però delineare una politica precisa.

I negoziati di Parigi continuavano lentamente poiché Harriman chiese alla controparte vietnamita

che la buona volontà americana doveva essere confortata da un minore appoggio ai vietcong e

perchè Thieu e il FNL si rifiutavano di sedere allo stesso tavolo. L’unica soluzione era vedere

l’esito delle elezioni americane. 36

La vittoria andò a Nixon che lanciò la formula della vietnamizzazione del conflitto: diminuire il

peso dell’intervento americano e avviarsi verso un accordo di pace. Il problema consisteva nel non

far ricadere la sconfitta USA tutta d’un colpo: un’operazione che Kissinger portò a termine.

6. Il campo sovietico: crescita e contraddizioni

La sostituzione di Chruscev e la politica di potenza nucleare

La caduta di Chruscev fu il sintomo della fine del periodo di transizione ma anche dei temi che

questa aveva lasciato aperti. Chruscev non era mai stato appoggiato all’unanimità ed inoltre i suoi

progetti grandiosi dovevano scontrarsi con la scarsità delle risorse.

L’aggravarsi dei dissensi con la Cina, la nostalgia degli stalinisti e gli insuccessi economici del 63

fecero da terreno fertile per coloro che nel 64 decisero di pensionarlo: il 14 ottobre fu convocato il

Comitato centrale del PCUS sulla base di una relazione critica di Suslov che sanzionò la decisione

di destituire Chruscev. Il suo posto sarebbe stato affidato al suo vice, Breznev, mentre quello di

primo ministro da Kosygin. Il 16 ottobre la notizia venne resa pubblica.

I successori non modificarono nella sostanza la sua linea politica. Sul piano internazionale non

avevano ragioni per scostarsi dalle linee già tracciate. Il problema era vedere se e quanto fosse

possibile modernizzare il paese. Nel 65 si tentò di riequilibrare la distribuzione degli investimento

migliorando il settore edile e quello agricolo. Fatto negativo era invece l’assenza di ricadute

tecnologiche dalle scoperte in ambito militare si quello civile. Si attuò anche una politica di

distribuzione egualitaristica che esasperò i lavoratori qualificati ed intellettuali.

La crisi in Europa orientale nel 1968 e la “dottrina Breznev”

La frattura sino-sovietica era solamente la più vistosa. Una serie di altre situazioni mostravano

come l’Unione Sovietica non fosse stata ancora in grado di creare un blocco coeso e di inserirsi nei

singoli paesi con eccezione della Germania di Ulbricht e la Bulgaria.

L’Ungheria di Kadar si era mossa lungo una linea di riformismo che aveva cercato di accrescere il

benessere della popolazione. La fase culminante fu l’adozione nel 68 di un “nuovo meccanismo

economico” che allentava la centralizzazione burocratica.

In Polonia, con Gomulka, nel 57, per la prima volta al Parlamento furono eletti rappresentati

cattolici. Concessione, tuttavia, controbilanciata da restrizioni delle libertà politiche come il

ripristino della censura. A poco per volta le maglie della repressione si strinsero fino a provocare

proteste studentesche alla proibizione dell’opera teatrale di un poeta patriottico polacco. L’uomo

che salvò il regime divenne sempre più logoro e fu sostituito da Gierek che seppe affrontare la

nuova ondata di scioperi adottando provvedimenti relativi ai salari.

Ben più carica di conseguenze la Cecoslovacchia che sotto la guida di Novotny seguì, fino al 63,

una politica intransigente e settaria. In seguito al fallimento del piano quinquennale nel 62, questo

accettò l’avvio di un dibattito che mise in luce un gruppo di giovani economisti critici del culto

della pianificazione e promotori di un programma basato sui principi dell’autofinanziamento.

Novotny appariva disposto al dialogo e dal 63/8 la vita cecoslovacca fu percorsa da una corrente di

rinascita. Tornò in evidenza anche la questione del differente trattamento della popolazione

slovacca. Verso la fine del 67 la situazione divenne più accesa a causa di scontri tra polizia e

studenti. All’inizio di gennaio si discusse della possibile rinuncia di Novotny e il 3 gennaio Dubcek

divenne segretario del partito. Dal mese di aprile il fermento democratico acquistò un ritmo

frenetico ricordato poi come “la primavera di Praga”. Dubcek, infatti, insieme al presidente

Svoboda, si era posto il progetto per la creazione di un “socialismo dal volto umano”.

Gli altri membri del Patto, come risposta lo invitarono alla cautela. Dall’inizio di luglio i 5

premettero perché si tenesse una conferenza sulla situazione. Dubcek rifiutò affermando di avere il

pieno controllo. Il 1 agosto 68 a Cerna si svolse un incontro bilaterale fra cecoslovacchi e sovietici:

un dialogo fra sordi. Gli avversari (fra i quali quelli interni) lavoravano silenziosamente per

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rovesciare Dubcek che non trovò il supporto di Tito e Ceausescu. Il 20, 21 agosto le truppe

dell’Armata rossa invasero il paese ed il 22 Dubcek e si suoi collaboratori furono prelevati a Mosca:

dovevano accettare la normalizzazione ed il ritorno al passato. La parentesi praghese doveva essere

cancellata. Il 26 dovettero sottoscrivere un protocollo che sanzionava la loro sconfitta ed affermava

la “dottrina Breznev”. Una volta di ritorno, il potere era formalmente nelle loro mani e furono

costretti a disorientare i loro sostenitori. Solo nell’aprile 69 Dubcek venne rimpiazzato da Husàk, il

Kadar cecoslovacco.

Furono Ulbricht e Gomulka, in particolare, a temere le ripercussioni della parentesi cecoslovacca.

Sul piano internazionale Breznev giustificò la sua azione con la “dottrina della sovranità limitata”:

una delega all’US del diritto di mantenere l’ordine nei paesi del sistema comunista per ripagare i

sacrifici durante la guerra al nazismo. Più che tutela era un rapporto di tipo coloniale.

La dottrina Breznev esprimeva, in verità, una profonda insicurezza data dal fatto che dal 48

pressochè ininterrottamente vi erano stati tentativi di rivolta. Per questo cresceva la premura di

promuovere l’avvio di un grande dialogo con l’Occidente per una conferenza sulla sicurezza

europea. Tale proposta, fatta sei mesi dopo i fatti di Praga, sfociò nell’avvio dei negoziati di

Helsinki del 72 che si sarebbero conclusi nel 75.

Inoltre, dall’invasione della Cecoslovacchia, i partiti comunisti dell’E occidentale, inseritesi nella

realtà pluralistica, presero istituzionalmente le distanze dal sistema del socialismo reale. Ebbe

origine allora il concetto di “eurocomunismo” contrapposto a quello sovietico. Altro aspetto che

accompagnò la crisi di Praga fu l’emergere del fenomeno del dissenso.

CAP XXII: LA GRANDE DISTENSIONE E I SUOI LIMITI

2. Il dialogo tra Stati Uniti e Unione Sovietica

Il trattato di non proliferazione nucleare

Tra il 1968 ed il 74 si assistette al trionfo della diplomazia come strumento per governare la vita

internazionale. Venne segnato l’inizio di un ventennio di dualismo nel quale gli USA riconobbero

l’Unione sovietica come un soggetto eguale, almeno dal PDV politico. Proprio l’impegno

all’uguaglianza imponeva, invece, ai sovietici, oneri che richiedevano sacrifici interni e mostravano

i limiti della loro solidità. L’ascesa di Breznev, dominatore unico della vita politica sovietica, fu un

elemento che indicò il ritorno ad un dogmatismo di ispirazione staliniana.

Il risultato più rilevante prima della fine della presidenza Johnson, fu la firma, nel luglio 68, del

Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari, un progetto partito dall’Assemblea ONU

dal 61: nel 64 si ebbe il primo esperimento nucleare cinese, mentre gli americani dovettero

affrontare i problemi interni alla NATO in relazione al fallimento della MLF, che veniva sostituita,

nel 67, dal progetto di Nuclear Planning Group, con il compito di formulare la strategia nucleare

NATO (urtando però con i desideri francesi). Questi due motivi non omogenei spinsero quindi le

due superpotenze a considerare la proposta delle Nazioni Unite. Inoltre, la limitazione della gara

missilistica sostituita alla fabbricazione di MIRV ed il discorso riguardante gli ABM, spinsero le

due potenze a stipulare il 1 luglio 68 il Trattato di non proliferazione.

Comportava l’impegno di non trasferire armi atomiche a chi non le possedeva e la rinuncia di questi

a possederne, sancendo l’egemonia delle potenze nucleari. Gli USA rinunciavano per sempre al

riarmo atomico della Germania in cambio della condanna sovietica al riarmo atomico cinese.

A loro volta, Mao e De Gaulle si sentirono incoraggiati a perseguire i loro progetti indipendenti che

portarono da una parte ad un totale distacco dalla NATO, e dall’altra agli scontri armati con i

sovietici sul fiume Ussuri nel 69.

Per gli USA di Nixon e Kissinger il primo mandato e l’inizio del secondo furono una fase

politicamente favorevole e ricca di risultati: gli anni dal 68 al 74 segnarono, per la diplomazia

americana, una vera svolta che impresse una spinta al dialogo bipolare. Questo parve assumere il

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carattere di una convergenza nel governo della politica mondiale, mentre invece celava la mutua

volontà di usare il peso politico ed economico dell’altro per risolvere i propri problemi. Gli accordi,

infatti, non erano altro che forme di stabilizzazione provvisoria grazie alle quali ciascuna delle parti

cercava anche di paralizzare i movimenti che l’altra avrebbe potuto attuare.

Proprio per far ricadere sull’URSS tutto il peso delle contraddizioni, Nixinger non esitarono ad

introdurre la Cina nelle Nazioni Unite occupando il seggio di Taiwan: aveva un arsenale

trascurabile, usciva dalla rivoluzione culturale, non era una superpotenza da temere, ma grazie alla

normalizzazione dei rapporti, riuscirono a trasformare la sconfitta nel Vietnam in un episodio

periferico. Il Vietnam restava, così, isolato e aveva come potenziale supporto solo quello indiano. I

nuovi rapporti instaurati con la Cina, inoltre, eliminava il velo d’imperialismo americano, poiché se

la Cina stessa collaborava con loro, gli altri avrebbero potuto seguirne l’esempio.

La distensione si risolveva in una lotta diplomatica, nella quale i sovietici volevano trarne la

soluzione definitiva per la loro influenza nel mondo, mentre gli americani la concepivano come una

ritorno alle posizioni.

Un piano della distensione riguarda il rapporto bipolare sulla materia nucleare: nel gennaio 67

Johnson aveva lanciato la proposta di un negoziato per la limitazione degli armamenti strategici

(SALT). Le esitazioni sovietiche furono molteplici, soprattutto dagli ambienti militari. La soluzione

però apparve nella primavera 68 quando il presidente rinunciò alla candidatura e fermò i

bombardamenti in Vietnam. Alla firma del 1 luglio 68 del TNP i sovietici si dissero pronti ai salt.

L’ottimismo però fu demolito dalla crisi cecoslovacca: Nixon lasciò i sovietici nell’incertezza fino

al giugno 69 quando accettò di iniziare i lavori ad Helsinki nel novembre. Il vero fulcro delle

discussioni fu la definizione delle armi strategiche: il dibattito si dilungò e solo alla metà del 71

convennero di estendere il trattato anche gli armamenti difensivi (ABM).

Nonostante la ripresa dei bombardamenti in Vietnam nel 72 e l’installazione di mine nelle acque

vietnamite non impedì di continuare il dialogo con i sovietici. La sfida dimostrava come ormai il

Vietnam fosse un fatto marginale rispetto alle relazioni bipolari: Nixon il 22 si recò a Mosca ed il

26 sottoscrissero gli accordi SALT 1: disponevano circa i livelli entro i quali ciascuno si sarebbe

dovuto mantenere nei futuri 5 anni. Nella seconda parte degli accordi si parlava dei sistemi

antimissile e si concluse che ciascuno avrebbe potuto costruire due sistemi ABM.

Nixon e Breznev firmarono una serie di protocolli per dimostrare come la distensione potesse

portare a forme più strette di collaborazione. Affermavano, infatti, che nell’età nucleare i rapporti

potevano avvenire solo all’interno di una “coesistenza pacifica” e che a tal fine le parti si

impegnavano a consultarsi per prevenire conflitti militari.

Quando ebbero luogo i vertici a Mosca ed in Crimea nell’estate 74, Nixon era già compromesso dal

Watergate e Breznev non volle spingersi troppo avanti nel negoziato con un presidente che di lì a

poco sarebbe stato rimosso. L’ultimo vertice degli anni della distensione avvenne con Ford a

Vladivostok nel novembre 74 nel quale venne affermato il principio della parità e venne fissato il

limite di 2400 con un massimo di 1320 MIRV.

3. La fine della crisi vietnamita

Le alternative di Nixon e i negoziati di Parigi

Nixon ereditò la guerra in Vietnam da Johnoson che aveva già avviato i negoziati a Parigi e la

vietnamizzazione del conflitto. Tutto ciò, però, non significava la fine della guerra, anzi.

Kissinger prevedeva due ipotesi di soluzione: la prima, militare, esigeva che l’esercito sud-

vietnamita fosse rafforzato in maniera tale da consentire il ritiro statunitense; la seconda

presupponeva la disponibilità di Saigon ad allargare la base di consenso su cui poggiava. Voleva in

pratica persuadere il Nord ad accettare il ritiro americano in cambio del ritiro del FNL dal sud.

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Queste proposte, però, non si adattavano né ai sud-vietnamiti che negavano a Parigi il diritto di

decidere il destino del loro paese, né al governo del nord che prospettava un ritiro di truppe solo

dopo un accordo politico generale.

Nella fase critica del negoziato (febbraio 1969) le forze comuniste attaccarono oltre 100 obiettivi

americani, mentre Nixon rispose allargando il raggio d’azione dei bombardamenti al Laos ed alla

Cambogia: il negoziato diventava un’area di parcheggio in attesa della vittoria militare.

La “vietnamizzazione” del conflitto

Per vedere l’effettività delle sue scelte, Kissinger, nel marzo 69, inviò il ministro della Difesa Laird:

questi ribadì che se si voleva attuare la vietnamizzazione dovevano creare un vero esercito fromato

da sud-vietnamiti, così da rendere più accettabile il ritiro americano. Kissinger, d’altra parte, in

aprile aveva cominciato a tessere rapporti segreti con il rappresentante vietnamita a Parigi Le Duc

Tho.

Restava il problema di dimostrare ai loro alleati che essi non venivano abbandonati: l’8 giugno

nell’incontro alle Midway, fu Thieu stesso a proporre il ritiro americano e Nixon rispose

premendolo per cercare un dialogo con il nord, cosa impossibile. Nixon lo prese com un via libera

per lo sganciamento, così il 25 luglio 69 pronunciò a Guam l’apologia dei nuovi indirizzi di politica

estera: necessità di non sovresporre gli USA che si attuava con una politica di low profile; gli USA

non potevano fare i poliziotti mondiali e quindi la responsabilità doveva essere assunta dalle singole

nazioni asiatiche: la vietnamizzazione trovava la sua ragion d’essere.

Per porre fine alla guerra, disse il Presidente, c’erano due possibilità: un ritiro precipitoso o la

ricerca di una pace giusta mediante un negoziato accompagnato dal programma di

vietnamizzazione. Acquistava, così, tempo per tener testa all’OP e lasciare una via d’uscita a Parigi.

La fase finale della guerra e la vittoria nord-vietnamita

In quel momento era in atto la crisi sino-sovietica (marzo 69): mentre i rapporti fra Vietnam e

URSS erano diventati strettissimi, quelli con la Cina si erano deteriorati. Il Vietnam non poteva

essere sconfitto militarmente, ma poteva essere isolato sul piano diplomatico, facendo cessare del

tutto l’aiuto cinese.

Questa visione aveva portato all’allargamento dell’azione in Cambogia: Nixon, nel 70, appoggiò un

colpo di Stato che destituì Sihanouk a favore di Lon Nol che, chieste le armi, si vide entrare nel

territorio forze americane e sud-vietnamite. La decisione fu presa partendo dal presupposto che il

successo della vietnamizzazione esigeva che le basi dell’avversario nascoste, fossero colpite. Dalle

reazioni che si manifestarono, si capì che nessuno fu interessato a sostenere l’esiliato Sihanouk.

Nel frattempo l’offensiva in Cambogia aveva riacceso gli animi dell’opposizione interna. I

negoziato segreti con Le Duc Tho continuavano, mentre sul piano pubblico continuava il

disimpegno militare.

Nel marzo 72 il FNL tentarono una massiccia offensiva in cui si fece uso anche di armi pesanti

provenienti dall’URSS, il che rese possibile all’USA di dimostrare come il loro ritiro non

significava la sconfitta. Come l’offensiva del Tet, quella del marzo 72 fece numerose vittime in

campo comunista e questo fatto accompagnato dalla pressione di URSS e Cina verso la

moderazione, ammorbidirono le posizioni nord-vietnamite.

Quando il gennaio 73 gli Americani ripresero la massiccia offensiva aerea, Hanoi finì per accettare

il cessate il fuoco firmato a Parigi il 27 gennaio 73: era la fine dell’impegno USA. L’accordo

prevedeva la restituzione dei prigionieri, il 17° come linea di demarcazione; i vietnamiti si

impegnavano a non utilizzare la Cambogia ed il Laos per compiere offensive. Dunque la condizione

politica proposta dai nordisti sin dall’inizio, venne accolta. Era tuttavia un accordo debole e privo di

garanzie. A Parigi, il 2 marzo 73, la conferenza dei 12 interessati, approvò gli accordi.

Durante tutto il 73/4, invece del cessate il fuoco, era continuata la guerra senza gli americani: la

determinazione dei nord-vietnamiti e dei vietcong permisero l’entrata a Saigon il 30 aprile 75.

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L’Indocina dopo la guerra

La potenza che più di tutti aveva gradito la frammentazione della penisola fu la Cina che pensò di

poter esercitare un’influenza più diretta nella regione. La persistenza della politica di conquista di

tutto il Vietnam, raffreddarono i rapporti con i cinesi.

Nonostante tutto il regime di Lon Nol non era riuscito a consolidarsi: il paese era diviso fra i Khmer

Issarak, filovietnamiti e i Khmer rossi, guidati da Pol Pot, che rivendicavano la propria originalità di

programma. Questi avevano allacciato rapporti con Sihanouk, vale a dire con la Cina. I cinesi,

infatti, individuarono nella Cambogia il mezzo per tenere in scacco il Vietnam rafforzato sotto l’ala

sovietica. D’altra parte questi consideravano il controllo degli altri due stati come una

precondizione per la loro sicurezza. I governanti cinesi offrirono un enorme appoggio per rendere

una rapida azione in concomitanza con l’entrata vietnamita a Saigon: così lo stesso giorno

abbatterono il regime di Lon Nol, mentre in aprile veniva abbattuto il neutralista Souvanna Phouma

dal Pathet Lao filovietnamita.

In apparenza, nel 75, l’Indocina era tutta in mano comunista, ma in realtà era assai frammentata. In

Cambogia i Khmer rossi avviarono la repressione verso tutti gli avversari. Parallelamente si erano

stretti i rapporti sovietico-vietnamiti: installarono basi aeree nella regione e stipularono un trattato

di amicizia e cooperazione che avrebbe garantito la difesa del Vietnam da qualsiasi aggressione.

Alla fine del 77 ci fu la rottura dei rapporti fra Vietnam e Cambogia e primi la invasero come

necessità di porre fine al genocidio perpetrato dai Khmer rossi. L’attacco era illegittimo e

comunque il regime di Pol Pot quello internazionalmente riconosciuto. I cinesi come risposta

entrarono per 30 km in territorio vietnamita, per dimostrare la loro determinazione e per mettere in

luce i limiti dell’alleanza sovietico-vietnamita del 78, in quanto i sovietici si limitarono alla

condanna verbale. L’andamento dei rapporti delle potenze isolava il Vietnam che usciva da 30 anni

di guerra e la Cambogia in un limbo politico-giuridico che costrinse l’intervento delle NU.

4. La “diplomazia triangolare” di Kissinger

La ripresa delle relazioni diplomatiche fra USA e Cina

Il Giappone costituiva la roccaforte americana nel Pacifico e non aveva mai avuto rapporti

antagonistici con la Cina popolare. In questo clima maturò la “rivoluzione diplomatica” americana:

rinunciarono ad una politica di contrapposizione ideologica per sostituirla con una di collaborazione

suggerita dai mutamenti geopolitica in Asia. Il mutamento di clima rispetto all’URSS, la fine della

corsa agli armamenti, la firma del SALT 1, consolidavano una situazione stabile; invece i nuovi

equilibri diplomatici in Asia creavano un sistema di “conteminemto” che limitava l’espansionismo

sovietico, costringendolo a sfociare in Africa.

I cinesi dovettero riconoscere il fallimento di minare l’autorità sovietica all’interno del blocco, visto

il riappacificarsi con gli jugoslavi ed i rumeni. Inoltre, gli anni della rivoluzione culturale, avevano

inferto un duro colpo riguardo la credibilità cinese sul piano internazionale. D’altra parte la

sconfitta americana in Vietnam e la crisi del dollaro fecero sì che l’avversario non fosse aggressivo

come un tempo. Preso fra la constatazione del collasso americano e il riarmo sovietico diretto

contro la Cina, il gruppo dirigente cinese si pose il problema di uscire dall’isolamento.

Mao e Zhou Enali furono i protagonisti della svolta: avvertirono gli americani che l’appoggio cinese

avrebbe frenato il dinamismo sovietico; il mutamento di rapporti diplomatici non avrebbe rimesso

in discussione il carattere della rivoluzione cinese; la Cina avrebbe normalizzato i rapporti

economici con USA e Giappone ottenendo delle ottime ricadute tecnologiche; avrebbero recuperato

uno spazio di manovra diplomatica internazionale.

Una delle ragioni americane era, invece, la volontà di ridar vita ad una tradizionale amicizia con una

realtà che era impossibile fingere di non vedere. Le motivazioni generali di Nixon risalivano al

proposito di creare una circolazione di flussi diplomatici più ricca, tale da costruire un sistema

triangolare. 41

L’attuazione ebbe luogo rapidamente: nell’estate 69 gli USA abolirono alcune restrizioni

economiche; nonostante il colpo di Stato in Cambogia durante il 70 i segni della distensione con

l’occidente si moltiplicavano (venne riconosciuta da Italia e Canada).

Gli americani propendevano per la teoria delle “due cine” in Assemblea Generale. Questa però

sanzionò il 25 ottobre 71, il restauro dei diritti legittimi della Cina popolare, decretando l’espulsione

dei rappresentanti di Taiwan che occupavano il seggio illegalmente.

Il momento di svolta fu la visita segreta di Kissinger il 9/10 luglio 71 che pose le basi per il disgelo

e programmò la visita di Nixon. Nel mentre un nuovo tratto fra India e US venne interpretata come

il presagio di un’offensiva indiana alla Cina con appoggio sovietico. La visita del 21/8 febbraio 72

di Nixon, fu un vero trionfo diplomatico: il clima d’amicizia fu superiore alla realtà dei fatti. Gli

americani abbandonavano la teoria delle due cine (ma non sul piano economico). I cinesi in cambio

riconobbero la supremazia americana nel Pacifico ed entrambi dichiararono di opporsi a qualunque

tentativo terzo di affermare la propria egemonia nell’area: un avvertimento a Mosca.

5. L’Europa negli anni della distensione

L’Europa e la politica finanziaria di Nixon

La CEE dimostrava una vitalità inaspettata portando alla vigorosa crescita economica di Francia,

Italia e Germania dall’inizio degli anni 60. Sino al 58 la vita economica del continente era stata

legata all’UEP e i 14 stati membri avevano raggiunto un accordo che stabiliva la convertibilità

generala basata sul gold-dollar standard. Si promuoveva la creazione di un mercato stabile dominato

dall’economia del dollaro, diventando il pilastro della convertibilità generale. Si imponevano di

fatto i prezzi americani sul resto del mondo: prezzi stabili per la stabilizzazione dei prezzi generale.

Tuttavia, il cambiamento avvenuto con la rinascita europea, giapponese e di quella dei paesi neo-

indipendenti, determinarono una redistribuzione del potere economico che mise in difficoltà gli

USA: intrappolato dalla regola della parità fissa, il dollaro venne sempre più sopravvalutato con la

conseguenza che gli investitori si rivolgevano all’esterno dove i costi erano minori.

In altri termini, dovevano fronteggiare la conseguenza che spostava i dollari-oro fuori gli USA.

Ogni crescita del commercio mondiale e, di conseguenza, della liquidità mondiale minacciava di

trasformarsi in ragione di crisi per il sistema monetario americano. Il dollaro veniva ingabbiato e

non si poteva applicare la svalutazione per correggere il disavanzo.

Inoltre, gli USA, si facevano carico del sistema difensivo alleato, facendo diventare europei e

giapponesi dei profittatori. Vi era un sistema imperiale all’interno della quale la potenza egemone

vedeva diminuire i vantaggi della propria superiorità.

Vi furono progetti di riforma come quello del belga Triffin: stipulare una serie di accordi bilaterali

per minimizzare la conversione dei dollari in oro, dimostrando però la debolezza del gold-dollar

standard. Oppure quello del francese Reuff: ritorno al gold-standard con una politica di svalutazione

simultanea di tutte le valute rispetto all’oro stesso per eliminare la supremazia USA immotivata.

Nixon cercò di porre rimedio attraverso una politica monetaria deflazionistica che non riuscì a

bloccare la disoccupazione e l’inflazione, generando timore negli investitori. Il 15 agosto Nixon

illustrò la new economy policy, il cui cardine era la temporanea sospensione della convertibilità del

dollaro. La svalutazione colpì gli europei e i giapponesi, creando sentimenti di diffidenza.

Solo alla fine del 71 con gli Smithsonian Agreements vennero fissate nuove parità del dollaro e

venne introdotto il principio che le monete potessero oscillare del 2,25% sopra o sotto dei tassi

ufficiali. Il prezzo dell’oro passò a 38$ l’oncia e al sistema precedente si sostituì il dollar-standard.

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La politica di distensione e l’Europa. Brandt e l’Ostpolitik

La partecipazione europea al processo di distensione riguardò gli sviluppi della politica di De

Gaulle, l’ostpolitik tedesca ed i negoziati di Helsinki.

La posizione francese si era avviata verso una distensione unilaterale, segnato non tanto dal ritiro

dalla NATO, quanto al tentativo del generale di avviare un “dialogo” europeo col suo viaggio a

Mosca nel 66, nel quale affermò che la GF era già conclusa. Aspirava, infatti, ad allargare il respiro

della politica francese ed a smuovere gli altri partner europei, al fine di non dover subire

passivamente l’iniziativa americana. Intrecciò il suo nazionalismo con l’affermazione del sistema

europeo come potenziale soggetto autonomo. Con le dimissioni di Adenauer si tròvo, però privo di

un valido alleato.

Erhard e Schroder erano, infatti, atlantismi convinti. Il 1966 fu lo spartiacque che vide al governo

una coalizione con Kiesinger cancelliere e Brandt agli esteri. Questo era stato uno dei maggiori

sostenitori per un mutamento della dottrina Hallstein e nella politica con l’E orientale: sosteneva

che contatti più stretti avrebbero accresciuto la sua limitata indipendenza. Nel 67 la RFT stabiliva

relazioni diplomatiche normali con la Romania e 68 con la Jugoslavia. La crisi cecoslovacca

persuase la fondatezza dei progetti di Brandt, poiché l’unica alternativa sarebbe stato assistere

passivamente alla dottrina Breznev. Per evitare che a causa della risposta flessibile la Germania

restasse scoperta militarmente, era necessario che i rapporti, in particolare con RDT e l’URSS,

cambiassero radicalmente. Doveva sviluppare un’azione politica meno vincolata dalle potenze.

L’essenza dell’Ostpolitik, dunque, consisteva nel vivere diversamente la situazione cristallizzata.

Considerare la divisione della Germania significava poter porre le basi per migliorare la situazione.

Si aspettava una maggiore sicurezza attuando un alleggerimento della situazione a Berlino:

maggiori contatti per ammorbidire gli aspetti umanitari.

Nel 69 Brandt prese l’iniziativa: progettò un trattato con l’URSS per la non interferenza e la

rinuncia all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie; riconobbe il confine polacco

lungo la linea dell’Oder-Neisse; offrì alla Cecoslovacchia un trattato di commercio e di pagamento

dei danni compiuti dai nazisti; firmò il trattato di non proliferazione. Così a pochi mesi dalla crisi

cecoslovacca, la mossa di Brandt, creò uno spiraglio per incrinare dottrina Breznev. Con i sovietici

la normalizzazione avvenne durante il suo viaggio a Mosca nell’agosto 70. il 7 dicembre 70 visitò il

ghetto di Varsavia.

Le relazioni con la Germania erano condizionate da vincoli giuridici: la RFT si riconosceva come

l’unica G, mentre i paesi comunisti avevano deciso che l’unificazione sarebbe dovuta passare prima

col riconoscimento della RDT. Brandt e il premier orientale Erfurt s’incontrarono due volte: non

portarono a risultati concreti ma capirono che per ulteriori movimenti bisognava defenestrare

Ulbricht. Questo sotto pressioni sovietiche dovette dimettersi nel maggio 71 e fu sostituito da

Honecker: ciò dimostrava che per Mosca era più importante la relazione economica con la RFT che

non le esigenze del proprio partner.

Dopo di allora il ritmo delle discussioni fu accelerato: il 3 settembre 71 i rappresentanti delle 4

potenze sottoscrissero un accordo che confermava lo status di Berlino. Il 21 dicembre 72 un trattato

prevedeva rapporti di buon vicinato sulla base dell’uguaglianza dei diritti, con un incremento delle

relazioni commerciali.

Da parte dei democristiani l’ostpolitik venne criticata come dimostrazione della debolezza tedesca.

D’altra parte se considerare questa politica per il lungo termine è un presupposto errato. Tuttavia si

presentò come tatticamente corretta: risucchiando l’est nel dialogo, creava le condizioni perché tali

paesi si sentissero più vincolati all’occidente. 43

La Conferenza di Helsinki

Con il clima creato dalla politica di Brandt, si poté avviare il progetto che i sovietici prospettavano

da anni: il tema della sicurezza europea, poiché la neutralizzazione della Germania non aveva più

senso dopo il trattato di non proliferazione. Dopo gli appelli del 69, solamente nel 71 maturò la

disponibilità dei paesi alleati a partecipare ad una conferenza parallela per il Mutual Balanced Force

Reduction e il problema della sicurezza e della cooperazione in Europa.

La prima sessione si tenne il 22-11-72 ad Helsinki e i lavori furono lenti e complessi. Si arrivò al 1

agosto 75 con l’adozione dell’Atto Finale: una dichiarazione di principi ai quali le parti si

impegnavano ad attenersi, firmata dai 33 paesi europei (esclusa l’Albania), l’USA e il Canada.

Suddiviso in quattro parti:

1- enunciazione dei principi politici della sicurezza europea: riconoscere l’inviolabilità dei

confini, salvo variazioni concordate pacificamente; non interferire negli affari interni degli

altri paesi e riconoscere il diritto di appartenenza ad organizzazioni internazionali, alleanze

comprese; rispettare i diritti delle minoranze.

2- Cooperazione in campo economico, scientifico, tecnico ed ambientale.

3- Accettato dai sovietici solo dopo molte pressioni, riguardava la cooperazione nel campo

culturale ed umanitari e rispettare i diritti umani (che contrastavano la reale situazione).

4- L’impegno a riunirsi nel 77 a Belgrado per fare il punto della situazione.

Molti vi lessero la vittoria delle testi sovietiche con la conferma dello status-quo. A lungo termine,

però, il 3° paniere si rivelo tutt’altro che un mero esercizio di retorica: il peso dell’OP era divenuto

tale che poté svolgere un’azione politica che fece dell’Atto finale l’inizio della svolta.

CAP XIII: DALLA CRISI DELLA DISTENSIONE ALLA CRISI SOVIETICA. SVOLTA 1973

1. La guerra dello Yom Kippur e la crisi energetica

La guerra Yom Kippur

Dopo la morte di Nasser, il nasserismo si era diffuso e aveva come obiettivo principale la lotta allo

Stato d’Israele. Con Gheddafi in Libia, il partito baath in Iraq si era modificato in senso anti-

israeliano la geografia dell’area. I sovietici erano a conoscenza di un progetto di vendetta egiziano

per la cocente sconfitta del 67.

Sadat, d’altra parte, non era pro-sovietico e lo dimostrò quando chiese il ritiro di tutti i consiglieri

russi dopo il rifiuto di accrescere la fornitura d’armamenti egiziani. Un avviso che poteva far capire

un eventuale cambio di campo. All’inizio di ottobre Sadat informò Mosca delle sue intenzioni, e

questa si guardò dall’applicare le intese Breznev-Nixon del 72 che avevano come obiettivo di fare

tutto il possibile per evitare che i conflitti facessero crescere la tensione internazionale.

Il 6 ottobre Sadat lanciò le sue truppe sulla sponda orientale del canale di Suez, mentre i Siriani

attaccavano le alture del Golan. Riuscirono, all’inizio, a mettere in seria difficoltà gli israeliani che

furono colti di sorpresa durante il festeggiamento della Yom Kippur. I sovietici si precipitarono a

suggerire un cessate il fuoco, in modo tale da non dover dare ulteriori aiuti egiziani e sfidare le

reazioni americane. Sadat non accettò e i sovietici furono costretti ad inviare aiuti.

Intanto, gli israeliani, riorganizzatisi, una settimana dopo riuscirono a fermare l’avanzata ed a

circondare le truppe di Sadat, mentre gli USA attivarono un ponte aereo di aiuti. Gli egiziani

correvano il rischio di essere battuti. La crisi coinvolgeva le superpotenze. Gli americani giunsero il

25 ottobre a decretare lo stato d’allerta generale.

L’iniziativa diplomatica, però, bloccò la crisi: il 22 l’ONU ordinò di cessare le ostilità. Kissinger si

recò a Mosca: Israele non aveva accettato di sospendere le operazioni; i sovietici minacciavano un

intervento militare; Kissinger si faceva forza con l’allerta delle forze. Le due pressioni si

compensarono: l’intervento americano ammorbidì le tiepide intenzioni sovietiche e la minaccia di

questi suggerì più miti consigli agli israeliani. 44

Gli egiziani si trovarono isolati e non vennero aiutati dai sovietici, portando alla rottura. Kissinger

portò a termina una grande azione diplomatica, avvantaggiato dalle relazioni aperte con entrambe le

parti e non essendo direttamente toccato dal blocco petrolifero. Incontrò ripetutamente i

rappresentanti militari delle due fazioni e riuscì ad ottenere un cessate il fuoco provvisorio. Poi un

accordo del 18 gennaio 74 portò al disimpegno militare al chilometro 101 interposto dalla forze NU

e si programmò una conferenza più generale a Ginevra per il 31 maggio 74.

La crisi, generò nei sovietici l’idea che la distensione nel continente africano e in MO potesse

assumere una sfumatura differente ed un’applicazione più elastica: una percezione errata.

L’arma del petrolio

Nel 72, il petrolio, rappresentava i 2/3 della materia prima impiegata per la produzione di energia. Il

regime di estrazione, commercializzazione e lavorazione, divenne quindi una questione primaria per

il mondo occidentale. La scoperta di nuovi giacimenti in Indonesia, Venezuela, Nigerie e altri paesi

arabi, portò alla costituzione, nel 60, dell’Organization of Petrolrum Exporting Countries, con

l’obiettivo di coordinare le iniziative politiche dei suoi membri. Miravano a modificare il regime di

proprietà degli impianti, della distribuzione dei proventi, con una chiara tendenza a circoscrivere

l’autonomia delle multinazionali mediante la nazionalizzazione dei campi petroliferi.

A causa della sua composizione, l’OPEC, era particolarmente sensibile ai problemi arabi: tale arma

venne sapientemente usata nel 73 durante la crisi dello Yom Kippur. Il mondo arabo, infatti, in

modo unanime, si era espresso contro Israele. L’arma venne usata per attuare l’embargo verso quei

paesi che non si dimostravano sensibili alla causa Palestinese e mediante la concentrazione sulle

quote di produzione globale da raggiungere al fine di evitare che un eccesso di produzione potesse

provocare una caduta dei prezzi.

Dal PDV politico, tutti i paesi dipendenti dalle forniture arabe furono condizionati dalla necessità di

non deteriorare i rapporti. L’ipotesi di elaborare una risposta comune all’OPEC non ebbe successo e

furono costretti a ripiegare su soluzioni bilaterali. La causa israeliana venne sempre meno tutelata,

mentre quella palestinese trovò una comprensione crescente.

Dal PDV economico, le ripercussioni fecero aggravare la recessione che colpì l’economia mondiale

il 74/6, costringendo i paesi industrializzati a ridurre la produzione. Nel 73/4 i redditi petroliferi dei

paesi dell’OPEC salirono vertiginosamente, senza che tale incremento fosse compensato da un

incremento nella politica commerciale dei paesi produttori. Più grave la situazione per i paesi del

Terzo Mondo che dovettero comprare il petrolio a prezzi proibitivi, rallentando oltremodo il

processo di sviluppo.

La sospensione del gold-dollar standard creò un circolo virtuoso per effetto del quale i deficit della

bilancia dei pagamenti erano finanziati in gran parte dal trasferimento di saldi in dollari in MO e

grazie a crediti concessi dai paesi OPEC a quelli industrializzati, la maggior parte dei petroldollari

tornò in occidente attraverso depositi OPEC sul mercato delle eurodivise.

Rilevanti furono le ripercussioni sull’economia sovietica: il governo sovietico concentrò risorse

nello sfruttamento di riserve per allora marginali. Ciò dava un’enorme capacità di controllo a

Mosca, ma dirotto le risorse dagli investimenti più vantaggiosi verso quelli a breve termine e

costosi. Il prezzo economico e politico di questa scelta fu rovinoso.

La concentrazione, da parte occidentale, di misure tendenti a ridurre l’uso del petrolio e i dissensi

fra i membri OPEC si ripercossero in un indebolimento del cartello che ritornò i prezzi di mercato.

Verso il dialogo fra Egitto e Israele

La posizione dell’Egitto divenne assai delicata: dipendente dai paesi arabi per lo sviluppo, ma

legato alla politica americana per quanto riguarda la sicurezza da Israele, rovinati i rapporti con

l’Unione sovietica.

Eletto alla presidenza Carter, il processo politico relativo ai rapporti israelo-egiziani accelerarono:

nel 77 in Israele era al potere l’ultranazionalita Begin. Dopo brevi scandagli Sadat decise di recarsi

a Gerusalemme per discutere direttamente la possibilità di un accordo di pace che avrebbe dato

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all’Egitto la sicurezza necessaria per affrontare i problemi della crescita economica. L’ala protettiva

USA, avrebbe poi facilitato il compito dal PDV economico. Circondata da nemici, Israele doveva

alleggerire la pressione: Begin era aperto ad un negoziato che prevedesse un trattato di pace in

cambio della restituzione dei territori occupati nel 67, meno la striscia di Gaza in cui erano

ammassati i palestinesi. Sadat, sapeva di poter fare la sua mossa solo a condizione che gli israeliani

concedessero qualcosa al popolo palestinese.

Il momento culminante furono gli incontri a Camp David nel settembre 78, mediati dallo stesso

Carter, che portarono al trattato firmato a Washington nel marzo 79: Begin si impegnava ad

intraprendere negoziati con i palestinesi per la concessine di uno statuto di autonomia all’interno di

Israele, rifiutando però di riconoscere nell’OLP un rappresentante. La questione della Cisgiordania

e dell’indipendenza palestinese furono solo sfiorate. Proprio queste mancanze portarono

all’espulsione egiziana dalla lega araba e Sadat fu condannato di tradimento: pagò il suo gesto con

l’assassinio dell’81. Il successore, Mubarak, seppe gradualmente far uscire il suo paese

dall’isolamento e trasformare l’esempio egiziano in modello per una soluzione di compromesso.

2. La ripresa della politica di espansione sovietica

L’intervento sovietico e cubano in Africa

Negli anni della distensione, entrambe la parti, continuarono a condurre la loro politica

internazionale secondo la propria concezione dei rispettivi interessi e con diverso risultato, ma ciò

che venne considerato normale per gli USA venne invece considerato come una manifestazione

trasgressiva, rispetto alle regole, se compiuto dai sovietici. Questi, tagliati fuori dal Pacifico con gli

accordi sino-americani, dal MO con l’abbandono dell’Egitto e il rafforzamento americano dopo lo

Yom Kippur, dall’America Latina dopo il colpo di Stato in Cile nel 73 e non potendo varcare la

cortina di ferro in Europa, dovettero espandere le proprie mire verso l’Africa.

Nell’aprile 74 il regime portoghese di Caetano, fu abbattuto da Antonio de Spinola. Dopo mesi di

serrata lotta interna, andò al potere il socialista Soana che avviò immediatamente il processo di

decolonizzazione: Mozambico e Angola furono liberati nel 75.

In Mozambico, si consolidò il FRELIMO (fronte per la liberazione del Mozambico) guidato dal

comunista Machel, che incontrò l’opposizione del RENAMO (resistenza nazionale del Mozambico)

sostenuto dal Sudafrica.

Anche in Angola la sinistra andò al potere con la MPLA (movimento popolare per la liberazione

dell’Angola) guidata da Neto e dos Santos che si dovettero fronteggiare con la FNLA (fr nazionale

per la liberazione dell’Angola) legata da vincoli tribali con lo Zaire, e l’UNITA (unione nazionale

per l’indipendenza totale dell’Angola) sostenuta dai sudafricani e americani. Nel settembre 75,

dinanzi alla guerra civile, il governo sovietico dovette prima subire l’irruenza di Castro, temendo

per il clima di distensione, ma poi riconsiderò la situazione ed inviò aiuti militari.

Altri eventi accaduti avevano evidenziato l’instabilità del continente: nel 74 l’imperatore etiope

venne detronizzato e nel 77 si consolidò il potere filo-sovietico di Menghistu. Ad aggravare la

situazione, c’era l’Eritrea che l’imperatore, nel 61, volendola annettere, ne fece un teatro di guerra

dove si scontravano il FLE insieme al FPLE, d’ispirazione marxista.

Dall’immediato dopoguerra fino alla detronizzazione, l’Etiopia era sempre stata schierata a fianco

degli USA. Ciò spiega l’azione intrapresa da Siad Barre, dittatore alleato all’URSS in funzione

antietiope, che decise di intraprendere una lotta di liberazione dell’Ogaden (territorio etiope ma di

etnia somala). Dopo il rovesciamento della situazione etiopica, però, ve ne fu un altro in sede

diplomatica: Sied Barre fu abbandonato dall’alleato (e cambiò fazione) che appoggiò il governo

etiope contro l’aggressione somala. Nell’agosto 77 si decise di inviare migliaia di soldati sovietici e

cubani a sostegno di Menghistu: l’invasione somala fu respinta, ma ciò che colpisce è la dimensione

dell’impegno dinanzi ad una minaccia limitata. 46

Ciò dimostra che i sovietici, insieme ai cubani, mantennero sempre stretti contatti con i paesi di

recente indipendenza in Africa. Un esempio della potenziale destabilizzazione della presenza

cubana, è il tentativo avvenuto nel marzo 77 di invasione della provincia zairese di Shaba che

colpiva direttamente gli interessi minerari occidentali.

3. La presidenza di Jimmy Carter: un riesame

Carter e i “diritti umani”

Carter fu un idealista tenace e poco incline agli accomodamenti sulle questioni di principio.

L’insistenza che egli pose nell’esigere che il terzo paniere fosse veramente attuato, rinfocolò il

dissenso all’interno del blocco sovietico. L’offensiva ideologica era più che mai risoluta. Lui e il

suo consigliere Brzezinski, nutrivano l’idea che la distensione con l’lURSS non significasse né la

rinuncia alla tutela degli interessi americani né la rinuncia di mettere in luce le contraddizioni che

minavano il sistema socialista. Inoltre, l’evidenza resa all’inadeguatezza della tutela dei diritti

umani sarebbe servita a spingere Mosca sulla difensiva, impedendogli di usare gran parte delle

argomentazioni che esso aveva utilizzato contro l’Occidente e ritorcendolo, piuttosto, sulla realtà

delle condizioni di vita dei paesi socialisti. La sua mossa fu sottile poiché l’intento era gettare

discredito verso i leader sovietici ed attizzare il dissenso anche nei partiti comunisti d’occidente.

L’idea di distensione fu comunque mantenuta, poiché il ritorno allo scontro sarebbe stato troppo

oneroso. Ciò fu confermato con la firma dei SALT II nel giugno 79, anche se in verità l’intesa era

una situazione ormai superata nei fatti.

L’occupazione sovietica dell’Afghanistan

Nella crisi emersa nel dicembre 79, più che di GF, si poteva parlare di due ordini di avvenimenti la

quale risonanza fu ingrandita dai mass media. Tali avvenimenti furono la questione degli

euromissili e l’invasione sovietica in Afghanistan.

L’Afghanistan aveva goduto di stabilità fino al 73, quando Mohamed Daoud detonò il cugino Shah,

applicando una politica neutrale. Nel 78 lo stesso Daoud venne rovesciato dalle fazioni comuniste,

divise nel Khalaq, più intransigente e guidato da Taraki e Amin, e il Parcham, più moderato,

guidato da Karmal. Quest’ultimo, non riuscì a reggere l’alleanza e si rifugiò in Cecoslovacchia.

Taraki attuò un cambiamento radicale che investì l’intero sistema sociale ed innescando proteste,

rese più pericolose poiché in Iran si stava attuando la rivoluzione sciita. Oltre a ciò cominciò ad

affiorare la rivalità tra Taraki ed Amin che aveva contatti sempre più frequenti con gli USA. Il

primo, dopo un viaggio a Mosca nel settembre 79, cercò di liberarsi di Amin, che però capì in

anticipo la mossa e riuscì a prendere il potere.

Questo quadro deve essere anche correlato con la situazione esterna: l’URSS si stava insinuando in

Africa e aveva promosso l’unificazione dello Yemen; seguiva l’andamento militare vietnamita in

Cambogia; un rafforzamento dei alleanze che corrispondeva ad un indebolimento sul piano

diplomatico: assenza nella mediazione israelo-egiziana; miglioramento delle relazioni fra Cina,

USA, e Giappone che costrinse un rafforzamento sovietico nelle Kurili e lungo il confine con la

Cina, installando missili a gittata intermedia.

A Mosca, la rivoluzione iraniana era vista in modo ambivalente. Lì, infatti, erano situate importanti

stazioni di sorveglianza elettronica americana e il potenziale pericolo era uno spostamento di tali

apparecchiature nell’Aghanistan di Amin che mostrava sempre più affinità con gli Stati Uniti. La

svolta avvenne con l’uccisione di Taraki nel novembre: la soluzione militare ebbe il sopravvento.

Era l’applicazione della dottrina Breznev in Asia: un legittimo intervento all’interno dell’area sotto

controllo per prevenire ogni ulteriore forma di destabilizzazione. Una decisione deliberata due

giorni dopo l’adozione del dispiegamento degli euromissili NATO.

L’invasione della vigilia di Natale, fu presentata al pubblico internazionale, come un appelli di

soccorso da parte dell’inesistente governo di Karmal che entrò accompagnato da 75.000 soldati

sovietici. La reazione americana fu dura: Carter chiese al Congresso di posporre indefinitivamente

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la ratifica dei SALT II, ridusse le esportazioni di grano, bloccate le consegne di merci tecnologiche

e la mancata partecipazione americana alle olimpiadi di Mosca. Dinanzi l’Assemblea generale,

l’azione fu criticata aspramente, tanto da attutire la portata della questione degli euromissli.

L’invasione fu vittima di un errore di calcolo: invece che pacificare la situazione, si innescò una

controrivoluzione di matrice islamica e fece scappare la popolazione in Iran e Pakistan. L’invasione

generò anche il sospetto che i sovietici, approfittando dei disordini iraniani, volessero arrivare al

golfo persico.

Morto Breznev, Andropov cercò la mediazione con l’ONU, mentre Gorbachev nel 85 attuò una

politica similare a quella adottata da Nixon in Vietnam cercando di consolidare un governo più

stabile con Najibullah, finché nel 89 non accettarono di ritirare le loro truppe.

La questione degli “euromissili”

L’altro motivo di frattura riguardava la questione degli INF e il loro dispiegamento in Europa che

nel 79/80 riaprì le diatribe all’interno della NATO.

Dopo la firma dei SALT I nel 72, gli ambienti militari sovietici premettero per un miglioramento

degli armamenti, ottenendo così la serie SS20, dalla gittata di 3000 miglia, con testate multiple e a

combustibile solido: più accurati e più facili da nascondere. Furono installati a partire dal 76 e

puntati verso l’Europa. Tutto ciò non andava contro gli accordi del 72, poiché non vi era nessun

divieto nel rinnovamento degli armamenti. Dal PDV sovietico, le nuove armi avevano

semplicemente carattere difensivo e dissuasivo o comunque miglioravano le posizioni sovietiche in

vista degli accordi SALT II. Inoltre, i sovietici, consideravano gli SS20 come armi strategiche e non

di teatro: una visione non condivisa dagli europei che li vedevano come una minaccia diretta.

Anche gli americani avevano avviato una revisione del loro arsenale nucleare: la sostituzione dei

missili americani in Europa con i più precisi Lance, la progettazione dei Pershing 2, con un margine

d’errore ridotto ed in grado di volare a bassa quota per non essere individuati dai radar. Venne

accelerato anche lo studio degli ERW, che limitavano i danni ma non le radiazioni. Un programma

di revisione avviato da Schlesinger e poi continuato da Rumsfeld.

Dinanzi alla scoperta dell’arsenale sovietico, nel 77, si mise in moto il mutamento di rotta che portò

Washington a porre in sede atlantica il problema della modernizzazione delle difese di teatro. Il

primo argomento affrontato fu quello dell’ERW: dopo una discussione etica, Carter non autorizzò la

fabbricazione di tali armamenti.

L’ampia gamma di scelte presentate agli europei, fece apparire Carter come indeciso. Questo,

invece, si ricollegava alle concezioni di Truman e Eisenhower sulla necessità che la NATO fosse

anche una realtà operativa. L’impegno di Carter risentiva della pressione europea: Schmidt affrontò

il problema della parità degli armamenti strategici dei due blocchi affermando che il primo terreno

di scontro sarebbe stata proprio la Germania. Gli accordi bipolari, codificavano, a suo parere,

solamente le capacità strategiche nucleari mettendo in pericolo l’Europa che non veniva assicurata.

Per gli europei, infatti, ogni missile intermedio era strategico. Il discorso ottenne l’effetto

desiderato: Carter si mostrò disponibile a dotare gli europei degli ERW con il loro consenso e nel

78 ad ammodernare i sistemi d’arma in Europa.

Si sviluppò un’intensa consultazione che portò il Consiglio dei ministri Esteri e Difesa NATO ad

approvare all’unanimità il 14 dicembre 79 ad una doppia decisione che riconosceva la necessità di

schierare nuove forze di teatro e riprendere negoziati per la loro riduzione. La via verso il voto di

dicembre 79, infatti, venne aperta da un vertice anglo-francese-tedesco-americano a Guadalupa

dove si invitarono i sovietici ad avviare un negoziato a Ginevra per la riduzione dei missili di teatro.

La decisione del Consiglio atlantico costituiva una seria sconfitta per i sovietici e restituiva

equilibrio nei rapporti interni alla NATO. 48

4. Reagan e Gorbachev al potere

I primi anni della presidenza Reagan

La sensazione che la maggior parte dell’elettorato condivise, fu il calo del prestigio americano

causato dalla presidenza Carter: gli ostaggi all’ambasciata in Iran, una distensione a favore

sovietica. Tutto ciò contribuì alla vittoria di Ronald Reagan: dotato di eccezionali capacità

comunicative, seppe compiere scelte politiche importanti e scegliere persone altrettanto adeguate,

riuscì a farsi eleggere per due mandati. Il primo caratterizzato dalla controffensiva antisovietica di

propaganda mentre il secondo dominato dal dialogo, che con l’ascesa di Gorbachev, cambiò la

natura delle relazioni fra le superpotenze.

Il suo Kissinger fu Brzezinski, radicale antisovietico: Reagan, sin dalla campagna elettorale, non

aveva nascosto i temi forti della sua ideologia secondo la quale l’URSS era l’avversario pericoloso

da ridurre entro i giusti limiti. Circondato da uomini che condividevano la sua visione radicale come

il segretario della Difesa e il suo vice Weindenberg e Perle e da altri che ritenevano essenziale il

tema del linkage che collegava le risposte americane ad azioni compiute dai sovietici. Fra questi i

segretari di Stato Haig e Shultz. Era, infatti, necessario costruire una poderosa forza americana in

grado di far decidere i dirigenti sovietici se continuare nell’impegno globale politico e militare

oppure rimediare alle disfunzioni interne ormai palesi.

Nel giugno 81 Haig persuase Reagan a sospendere l’embargo del grano e riuscì ad avviare per il 30

novembre 1981 a Ginevra il negoziato per la doppia decisione NATO del dicembre 79 dalla quale

dipendeva la sorte degli euromissili. Tuttavia le sue aperture lo lasciarono isolato fin quando non

diede le dimissioni. La sua carica fu assunta da Shultz che non cambiò di molto le linee guida

confermando l’interesse del Dipartimento di Stato nella ricerca del dialogo con i sovietici.

Nel maggio 82 il presidente lanciò l’idea di avviare un negoziato, poi definiti START che Breznev

accettò: iniziarono il 29 giugno 1982 in parallelo con i negoziati per gli euromissili. Frattanto, il

Dipartimento della Difesa diffondendo il rapporto Soviet Military Power, in cui si affermava la

superiorità degli armamenti sovietici, condizionò i lavori fino a portarli alla sospensione quando gli

euromissli furono effettivamente installati. Da non dimenticare, però, il fatto che Reagan alla vigilia

degli START propose l’opzione zero che mirava alla rinuncia americana di dispiegare gli

euromissili in cambio dello smantellamento degli SS20/4/5.

D’altra parte il dialogo con Breznev dovette essere abbandonato quando le sue condizioni fisiche

divennero precarie. Quando morì nel novembre 82, fu sostituito da Andropov: un intervallo

distensivo che fu interrotto con l’asprezza dello scontro per la doppia decisione e la malattia di

questo. Morto nel febbraio 84, fu succeduto da Cernendo, altro anziano, che non dimostrava altro

che le difficoltà interne al partito per trovare un degno leader. Proprio questo periodo d’inerzia

impedì al primo mandato Reagan di svolgere una vera ripresa del dialogo.

In questa congiuntura si manifestò il nuovo volto dell’America rinforzata: incremento delle spese

militari convenzionali affinché gli USA potessero essere presenti in ogni parte del mondo; ripresa

degli studi per la bomba al neutrone; la Strategic Denefence Initiative per un sistema di difesa

antimissilistico in grado di proteggere tutto il territorio americano. Lanciò il progetto il 23 marzo

83, accompagnandolo all’incitamento per la ricerca di un laser per una difesa nello spazio. Erano

progetti ambiziosi e non propriamente legittimi, visti gli accordi sugli ABM. Il senso della sfida

però era politico: mettere pressione i sovietici perché decidessero se concentrare le loro risorse ad

un confronto aspro o per migliorare la società sovietica che stava ginocchio.

49

5. Crisi del bipolarismo? I primi sintomi

Un nuovo ruolo per la NATO?

La divaricazione fra gli interessi americani e quelli europei (diversa definizione di distensione,

campagna pacifista per gli euromissili, allargamento CEE) modificarono le relazioni interne

all’Alleanza atlantica. Negli anni 80 NATO & CEE erano istituzioni diverse da quelle iniziali. La

divaricazione delle relazioni avvenne anche quando Carter dopo aver accettato l’impegno degli

euromissli, si ritrovò il rifiuto per l’appoggio nella questione afgana, in quanto una crisi fuori dalla

portata della sicurezza europea, o per l’annullamento della partecipazione olimpionica. Cercarono

di far capire all’Unione Sovietica, come fece d’Estaing, che gli europei avevano idee diverse da

quelle americane sulla situazione mondiale.

Tutto ciò creò disappunto negli americani stessi: questa divergenza esprimeva la volontà degli

europei di non voler essere trascinati in crisi internazionali rispetto ai quali non nutrivano alcun

interesse, mentre la partecipazione avrebbe dato risultati dubbi a costi elevati. La prima fase della

politica Reagan non fece che accrescere questa tensione: per la maggioranza dei dirigenti del

continente, l’elezione del presidente fu più una vittoria dei mezzi di comunicazione che non della

bravura politica. Questi, infatti, non riuscirono a comprendere la portata globale della sua politica:

non si trattava più di contenere, bensì di vedere il risultato finale della lunga attesa prospettata da

Kennan. Si prevedevano misure economiche restrittive verso i sovietici proprio negli anni in cui gli

europei si accingevano a compiere investimenti comuni. A cavallo tra Carter e Reagan, le più

fosche previsioni parvero avverarsi: gli USA aumentavano gli aiuti al Pakistan, appoggiavano

l’UNITA in Angola, i contras in Nicaragua.

Questo clima di tensione fu però attutito fra l’82/3 da una serie di mutamenti od eventi che riportò

le relazioni interne alla NATO verso un clima di stretta collaborazione, come dimostrato dalla

relativa facilità con la quale nell’80/3 vennero ratificati gli accordi per gli euromissili. L’elezione

del socialista Mitterand nell’81 non fu accompagnato dal rifiuto degli euromissili: la questione di

Solidarnosc in Polonia, fu supportata dall’opinione pubblica francese che portò anche all’appoggio

per l’elezione del democristiano Helmut Kohl in Germania, affinché superasse le opposizioni.

Anche se contemporaneamente la Conferenza di Ginevra avrebbe potuto risolvere le questioni sul

piano teorico, molti non lo ritenevano possibile.

Il rafforzamento della NATO venne completato da due eventi: il ritorno della Grecia dalla sua

quarantena: in seguito alla fallita annessione di Cipro da parte della dittatura militare del 74,

Karamanlis protestò per il mancato intervento NATO e replicò l’azione di de Gaulle.

Paradossalmente il governo socialista dell’80 adottò un’azione più atlantista. Il secondo evento fu

l’adesione di Spagna e Portogallo al Patto atlantico e l’integrazione delle forze armate.

Due crisi esterne misero alla prova il grado di recupero della coesione atlantica: la crisi delle

Falkland/Malvinas che videro l’esercito argentino nel giugno 82 invadere l’isola, innescò una

risposta immediata della signora Tatcher che inviò 11.000 uomini. Si aprì un duro scontro che però

volse a favore britannica. L’azione istantanea impedì che affiorassero dissensi e dubbi all’interno

dell’alleanza, che alla fine deplorarono l’azione argentina.

Impegno ancora più importante quello in Libano nell’82 che vide l’azione comune di alcuni paesi

dell’alleanza: dopo il settembre nero del 70 dovuto a Camp David, in Libano si creò uno Stato nello

Stato dove l’OLP collideva col governo libanese. Nel giugno 82 il governo israeliano tentò di

recidere questa anomalia che rendeva possibili continui attacchi, avviando un massiccio intervento

dall’inaudita crudezza. Per evitare ulteriori disordini, l’America propose agli israeliani di togliere

l’assedio e sarebbero stati sostituiti da reparti americani, francesi ed italiani. Reagan propose anche

una soluzione non dissimile da Camp David che prevedeva una confederazione della Palestina con

la Giordania. Gli israeliani respinsero la proposta, e l’uccisione del presidente libanese vide riaprire

la crisi con i massacri compiuti nei campi profughi da parte della falange cristiana. Il nuovo attacco

impose il ritorno della forza multilaterale accompagnato dal ritiro israeliano: queste dovettero subire

pesanti sconfitte, ma si dimostrò che l’alleanza era in grado di mobilitarsi senza dissensi.

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Grazie a questa coesione fu possibile velare le divergenze che accompagnarono gli anni precedenti

l’85 e riguardarono sia il diverso approccio ai problemi del commercio con l’E orientale che la

compatibilità fra i mutamenti in corso in E, la nuova forza economico-politica della CEE e la

permanenza nel continente di 350.000 soldati americani.

6. La crisi del sistema sovietico

Solidarnosc e la crisi del regime comunista in Polonia

Lo slancio della ripresa americana e i progressi dell’Europa comunitaria, fecero risaltare la crisi nel

sistema comunista: il divario stava fra un’enorme forza militare contrapposta all’arretratezza

dell’Unione sovietica, la qual cosa metteva in crisi l’egemonia del PCUS.

Gli eventi che più influirono furono quelli polacchi che iniziarono nell’80. La Polonia fu da sempre

considerata il gioiello dell’Unione Sovietica: era il fulcro della politica di sicurezza sovietica. Ciò

significa che riguardo ai mutamenti polacchi i sovietici dovevano essere pronti all’intervento armato

ma anche attenti ad evitare passi falsi. In Polonia il rapporto fra mondo operaio e partito comunista

non fu mai del tutto integrato per via della forza che la Chiesa cattolica esercitava sul proletariato.

Perciò con l’elezione di Giovanni Paolo II fu chiaro che la scelta ecclesiastica avrebbe portato a

delle conseguenze.

La decisione governativa di accrescere del 10% il prezzo della carne fu la scintilla: nell’agosto

dell’80 iniziarono degli scioperi nelle città polacche. Il 14 agosto entrarono in campo gli operai del

cantiere navale di Danzica, i quali formularono una serie di rivendicazioni (21 domande) che

divennero la base programmatica del movimento Solidarnosc. Sotto la guida di Walesa chiedevano

la libertà di associazione per sindacati indipendenti, il diritto di sciopero. Il 28 agosto fu annunciato

lo sciopero generale. Il governo dovette cedere riconoscendo la libertà di organizzazione sindacale.

Gierek su sostituito da Kania, più disposto al compromesso.

Il successo di Solidarnosc fu favorito da alcune circostanze: il partito comunista, scoraggiato

dall’evidente sconfitta e disorientato dalla scelta dei dirigenti, non ebbe neanche l’appoggio delle

forze armate. Ciò non lasciava alternative fra la ricerca del compromesso o un intervento

dell’Armata rossa: soluzione non accettabile che avrebbe fatto precipitare le cose. Altro elemento

importante per il successo della nuova organizzazione, fu la ritrovata sintonia fra il mondo operaio e

quello intellettuale dominato dai cattolici. Si sviluppò, quindi, il movimento del partito comunista

alla ricerca del controllo sociale e quello dell’opposizione che doveva saldare l’alleanza.

La politica moderata di Kania, fu contrastata tanto da esautorarlo e portare al potere il generale

Jaruzelski che continuò a negoziare Mosca per decidere modi e tempi per imporre la legge marziale.

L’autunno 81 fu il momento più caldo: appoggiare una reazione armata avrebbe richiesto 30

divisioni dell’Armata rossa che però era impegnata in Afghanistan, mettendo in luce i limiti del

governo di Mosca. Nonostante la spinta diplomatica di Brzezinski e Kania rivolti a Mosca,

Jaruzelski accelerò i preparativi sperando nell’appoggio sovietico. Questo non venne, poiché si

riteneva che un’azione del genere non sarebbe stata tollerata dall’OP internazionale.

Il 13 dicembre 81 la Polonia veniva dichiarata in Stato di guerra: Solidarnosc venne dichiarata

illegale e i suoi esponenti arrestati. Il colpo di stato per un certo tempo riportò l’ordine e la

condizione di semi-legalità del sindacato. Gradatamente la situazione si placò e alla fine dell’82 lo

stato di guerra venne modificato, Walesa liberato, e il Papa compì il suo secondo viaggio in Polonia

nel giugno 83. el dicembre 85 si tennero l’elezioni ed il generale venne eletto alla presidenza, ma

quando la politica di Gorbachev investì la Polonia, fu chiaro che Jaruzelski non aveva ottenuto i

consensi desiderati. Nell’89 venne legittimato il sindacato e per la prima volta il premier non fu

comunista.

Anche gli altri paesi maturarono, ma più lentamente. In Romania si vedeva il culto della persona di

Nicolae Ceausescu. In Ungheria, Kadar, affidando il governo a tecnici riformisti, riuscì ad aprire

poco per volta l’economia ungherese con l’economia di mercato. La figura di Nagy venne

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riabilitata. Nel settembre 87 venne riconosciuto il “Forum democratico” come nucleo

d’opposizione. Gli eventi si susseguirono: privo dell’appoggio di Gorbachev, Kadar dovette

rinunciare a guidare il partito comunista. Il 18 settembre 89 il partito fu costretto ad accettare un

referendum che aprì il ritorno al regime democratico.

I cecoslovacchi, per via dei troppo recenti avvenimenti del 68, si mossero con cautela: il dissenso

serpeggiava senza erompere. L’iniziativa, infatti, venne dall’esterno: Gorbachev annunciò la

necessità di riformare i metodi di governo dello Stato socialista. Da lì l’OP cominciò a mobilitarsi

con centinaia di manifestazioni. Il movimento Carta 77 riprese a propagandare le sue opinioni ed

alla fine dell’89 il partito comunista si rese conto di non esser più in grado di controllare la

situazione: attorno a Havel si creò un governo di coalizione senza la partecipazione comunista. Era

la rivoluzione di velluto. Con le elezioni del 90 si ebbe Havel alla presidenza e Dubcek alla

presidenza del Parlamento. Durante una riunione del Patto, i 5 paesi che intervennero nel 68

dichiararono le loro colpe e affermavano l’azione come illegale.

Le conseguenze più serie si ebbero in Germania: dopo l’iniziale timore di Honecker per il

propagarsi dell’effetto polacco, una volta dichiarato il colpo di Stato, di sentì abbastanza tranquillo

per poter riprendere contatto con la controparte occidentale. La Germania est divenne un grande

partner commerciale. Solo con Gorbachev al governo, nel 87, fu possibile per Honecker visitare

l’altra parte. I tedeschi dell’est si rendevano conto che pur essendo i maggiori produttori di

ricchezze all’interno del Patto, erano un paese in via di sviluppo in confronto alla loro controparte:

una constatazione che alla fine dell’89 provocò la caduta del partito comunista.

7. Le trasformazioni extrasistemiche: la guerra Iran-Iraq

Lo scià Mohamed Reza regnava in Iran dal 41. In seguito alla crisi di Mossadegh del 53 fu costretto

ad appoggiarsi agli USA. Le rendite petrolifere gli permisero di mettere in piedi il più forte esercito

della regione ed avviare una modernizzazione amministrativa che suscitò profondo scontento fra

studenti e ceto borghese. Quando nel 71 celebrò il 30esmi anno dall’incoronamento, il gesto fu mal

visto dagli islamici che lo ritennero un atto di ribellione verso Dio. Le conseguenze non furono,

però, subito evidenti. L’aiuto americano venne rinnovato con la presidenza Nixon che poteva

armare un alleato in MO senza neanche dover pagare, poiché gli armamenti sarebbero stati pagati

con le rendite petrolifere. L’ottimismo fu però smantellato dall’affiorare della crisi: l’imperatore

doveva far fronte ad un malcontento sempre più vasto e lo faceva con i mezzi militari ed

allontanando il clero con l’esilio.

L’ayatollah Khomeini, esiliato a Parigi, con l’aiuto della tecnologia, riuscì ad infiammare gli animi

dei fedeli con le sue registrazioni su videocassetta. All’inizio del 79 gran parte del clero fu schierato

dalla sua parte nella lotta contro Reza Pahlevi. Le manifestazioni iniziarono nel febbraio 78 nella

città santa di Qom, dilagando in tutto il paese senza che la repressione potesse rimediare. Un anno

dopo Khomeini ritornò trionfalmente in patria: iniziò un periodo di transizione che portò al governo

un moderato sostenitore dell’ulema, Bazargan, che nel novembre 79 proclamò la repubblica

islamica. Pahelvi, infatti, non aveva ufficialmente abdicato e si temeva una replica del 53.

Alla morte di Khomeini nel 3 giugno 89 in Iran si contrapposero i più ortodossi con i più

pragmatici, ma alla fine gli succedette Rafsanjani. Gli oppositori interni furono perseguitati. La

perdita dell’alleato statunitense fu uno scacco che si allargò quando nel novembre 79 gli studenti

iraniani assediarono l’ambasciata americana senza che Carter riuscisse a trovare una soluzione

efficace. La variabile iraniana si sottraeva da ogni schema di bipolarismo.

L’Iraq, che aveva subito decenni di prevalenza politica iraniana, approfittò delle difficoltà provocate

dalla rivoluzione ed il primo ministro Saddam Hussein cercò di rovesciare la situazione e contenere

la rivoluzione sciita, risolvendo a favore iracheno le questioni di confine: nel settembre l’Iraq prese

l’iniziativa invadendo l’Iran lungo tutta la frontiera di confine. La lentezza dei movimenti e

l’inefficienza dell’esercito iracheno si dovettero scontrare con un gravissimo errore di calcolo:

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l’esercito iraniano non si era dissolto e in più fu affiancato dalla guardia rivoluzionaria. Due anni

dopo una controffensiva iraniana riportò più o meno il tutto alla situazione iniziale. Gli israeliani

non potevano che giovare di uno scontro inter-islamico, mentre gli altri paesi si schieravano in

maniera differente. Visto l’aumento della tensione, gli Emirati, il 26 maggio 81 proposero la

creazione del Consiglio di cooperazione del Golfo. Il Kuwait per paura di veder coinvolti i

giacimenti petroliferi, chiese aiuto americano.

I due contendenti divennero grandi acquirenti delle armi più moderne per gli USA e URSS. Quando

la situazione militare fu a favore iraniana, Hussein propose nell’87 un cessate il fuoco in seno alle

Nazioni Unite. Dopo le perdite provocate dall’offensiva irachena, Khomeini si rese conto

dell’inutilità di una guerra che non faceva che esaurire le risorse a sfavore del programma del

regime islamico. Così il 18 luglio 88 accettò le proposte di pace delle NU. L’Iraq usciva senza aver

raggiunto i suoi obiettivi ma comunque in una posizione di forza.

10. L’ascesa al potere di Gorbaschev nell’Unione Sovietica

I caratteri strutturale della crisi economica sovietica

Durante il primo mandato Reagan, l’America fu in grado di sostenere una fase di crescita imponente

sostenendo anche una poderosa politica di riarmo. Tutto ciò forzò le regole tacite del sistema di

coesistenza bipolare.

Da anni il declino della società sovietica era noto: le riforme avviate da Malenkov in poi non ebbero

successo e il decremento era drammatico nel settore dei beni di consumo e dei generi alimentari. Il

26% della forza lavoro era dedicata ad un’agricoltura incapace di superare il livello d’arretratezza,

improduttiva e dipendente da aiuti esterni. Un sistema tecnologico indegno per una superpotenza,

rivelava come l’URSS fosse riuscita a saldare la sua forza nucleare ma senza aver saputo risolvere il

problema del 1917: una ricchezza equamente distribuita, l’eguaglianza nel benessere, la libertà

conquistata con la giustizia.

La crisi aveva le radici nella scelta di Stalin di costruire un apparato economico fortemente

centralizzato, sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione, partendo dal presupposto di risorse

abbondanti, lavoro a basso costo con una tecnologia grossolana. Dagli anni 60 era chiaro che

l’economia sovietica non poteva più contare sulle risorse.

Un problema reso più acuto dal fatto che qualunque scelta compiuta avrebbe riguardato il rapporto

fra investimenti militari e beni di consumo, destinati ad un pubblico reso più esigente dal confronto

con la produzione occidentale. Non scegliere significava avviarsi verso una crisi ancor più grave.

Tutto ciò portava all’unica conclusione: una riduzione degli investimenti militari significava creare

un clima politico internazionale di pace duratura. Il legame di politica estera ed interna si affacciava

in tutta la sua portata, dimostrando come le scelte internazionali dipendessero da quelle interne.

L’ascesa al potere di Gorbachev. I primi accordi con Reagan.

La designazione dell’11 marzo 85 di primo segretario del PCUS di Gorbachev, fu l’esito di un

processo decisionale combattuto. Le scelte di Andropov e Cernendo erano chiaramente state di

transizione.

Il progetto del nuovo leader era rendere il partito più efficace, moderno ed onesto. Ebbe come punti

cardine la perestrojka, riforma e la glasnost, la trasparenza. Volle mobilitare ogni energia in un

grande sforzo di risveglio internazionale. Dedizione e disciplina socialista erano il perno per andare

avanti. Alle idee vecchie, dunque, ci aggiungeva coraggio, determinazione ed acutezza. Le riforme

furono sempre concepite come aggiustamenti che correggessero lo stato delle cose, senza

modificarne la struttura: non si superava mai la soglia oltre il quale il cambiamento diventava

irreversibile.I punti cruciali riguardavano i diritti umani e la riforma del regime di proprietà in

agricoltura. Gorbachev affrontò questi problemi con l’intenzione di migliorare per conservare e

proprio quest’illusione lo portò alla sconfitta politica.

53

Con la perestrojka come precondizione, l’azione internazionale di Gorbachev acquista una profonda

coerenza: all’indomani della rielezione Reagan, Shultz e Gromyko raggiunsero un accordo di

massima per la ripresa dei negoziati di Ginevra: ripartiti il 12 giugno urtarono subito il problema

dell’SDI che poneva un grave dilemma ai sovietici: celare la loro arretratezza o rivelare subito la

loro debolezza e sperare nel condono americano.

Il 20 novembre 1985i due leader si incontrarono a Ginevra: dagli incontri cordiali, Shultz vide nel

sovietico un interlocutore affidabile e caldeggiò per un compromesso nel cui ambito anche la SDI

fosse sacrificata. Reagan però era più propenso alle posizioni di Weinberger che sosteneva un

negoziato che presupponeva la resa dell’interlocutore. Non si ottenne niente di rilevante se non la

promessa di un altro incontro per ridurre del 50% gli armamenti nucleari senza che ne fosse

specificata la natura.

La seconda fase fu ancora più nettamente condizionata dal SDI: nell’86 la questione costituì la

precondizione di tutte le proposte di compromesso avanzate dai sovietici. A mostrare la debolezza

sovvenne, però, l’episodio di Chernobyl che rivelava come anche il settore più avanzato della

tecnologia sovietica fosse arretrato, costringendo Gorbachev sulla difensiva, specialmente dopo che

gli USA dichiararono di non sentirsi più vincolati agli START II mai ratificati. Anche il secondo

incontro nell’ottobre 86 a Reykjavik, quindi, si svolse in un clima costruttivo che però si bloccò sul

tema dell’SDI. Fu il momento cruciale per il leader sovietico che doveva mostrare se pur di

giungere ad una conclusione fosse disposto ad accettare che gli USA continuassero in una

sperimentazione che non era in grado di permettersi

Tutto l’87 fu caratterizzato dalla ricerca di una via d’uscita dallo stallo dell’incontro islandese: il

lavoro diplomatico venne svolto dai ministri esteri Shultz e Sevarnadze. Il passo più facile da

compiere per Reagan fu quello di rinunciare al dispiegamento ed al ritiro degli euromissli in

posizione: non aveva più senso la questione della credibilità americana con i mutamenti in corso:

Khol si disse pronto a rinunciare ai nuovi missili se le due parti avessero distrutto tutti i missili a

medio e corto raggio esistenti in Europa. Nel dicembre 87, infatti, a Washington, si stabilì che entro

3 anni tutti missili di teatro (non ancora quelli tattici) fossero distrutti. L’accordo venne siglato in un

clima di tale armonia che si previde anche un meccanismo d’ispezione reciproca. Il limite era

appunto che la minaccia rimaneva per la Germania.

Il quarto ed ultimo incontro a Mosca nel giugno 88 fu in pratica una cerimonia d’addio, con

discussioni generali e manifestazioni d’amicizia reciproca. Gorbachev, infatti preparava il terreno

d’intesa con George Bush.

Gorbachev, Bush e gli accordi START

Con Bush ebbe inizio la fase conclusiva dello smantellamento delle strutture della GF. Già nel

dicembre 88 Gorbachev annunciò unilateralmente il proposito di richiamare i soldati sovietici dai

paesi del Patto. Il primo incontro dei due avvenne a Malta nel dicembre 89, dopo la caduta del

Muro: G non esitò a parlare delle difficoltà interne e sebbene continuasse ad affermare la

supremazia sovietica in Europa, affermò l’importanza della permanenza americana nel continente.

Ottenuti i consensi delle due alleanze, il 13 febbraio ad Ottawa, i rappresentanti delle due fazioni si

accordarono per un massimo di 195.000 uomini di entrambe le parti in Europa.

A Camp David e Washington nel giugno 90, misero a punto i termini del trattato START,

confermando la distruzione del 50% dell’arsenale nucleare, impegnandosi nella distruzione delle

armi chimiche e siglarono nuovi accordi commerciali.

Durante la riunione della CSCE a Parigi nel novembre 90, i membri delle due alleanza firmarono un

trattato riguardante le forze convenzionali e ribadirono gli impegni di Helsinki. Il secondo

documento, definiva i principi della Carta di Parigi per una nuova Europa.

L’iter del negoziato si concluse il 31 luglio 91 con la firma degli START a Mosca, completati nel

92 dagli START 2 (con Eltsin) che dimezzava ulteriormente il numero stabilito dal primo. Gli

accordi del 91 segnarono l’apice dell’attività di statista di Gorbachev.

54

Il colpo di Stato dell’agosto 1991 e l’ascesa di Eltsin

Il successo in politica estera di Gorbachev, corrispondeva a complicazioni interne: nell’88 promosse

l’elezione di un Congresso del popolo con membri votati e nominati. Un’innovazione notevole in

cui i candidati comunisti a Mosca e Leningrado furono sonoramente battuti. Nel febbraio 90 dopo

molte discussioni fu abolita la funzione dirigente del partito comunista. Gorbachev fu eletto

presidente dell’URSS, conservando la testa del partito. Mentre nel marzo fu eletto Eltsin alla

presidenza della Repubblica federativa russa. In realtà il potere era conteso da 3 fazioni: il

riformismo avanzato di Eltsin, l’ala conservatrice si Ligacev ed il centrismo riformista di

Gorbachev.

Intanto la perestojka mostrava sempre più i limiti del sistema sovietico: le riforme si scontrarono

con l’apparato burocratico; tasse elevatissime alla produzione privata. Si faceva strada la proposta

di abbandonare il metodo della pianificazione a favore di un’economia di mercato: un progetto

totalmente opposto a quello voluto da Gorbachev.

Si erano anche aperte le questioni della nazionalità, rivendicata dagli stati baltici, dalla Bielorussia e

dall’Ucraina. Tutto ciò spinse il leader a cercare posizioni cautelative avvicinandosi all’ala

conservatrice. Sul piano internazionale la sua ultima mossa fu quella di chiedere a Londra

l’ammissione alla Banca mondiale ed al Fondo monetario internazionale, ma gli venne concessa

l’ammissione solamente con lo status di associato. Mentre si preparava, in patria, a sottoscrivere il

testo che avrebbe trasformato l’Unione in senso confederativo, fu tradito dal colpo di Stato.

Solo con l’energia con cui Eltsin riuscì a mobilitare l’OP, riuscì a tornare al potere per qualche

tempo, anche se sotto le redini del presidente russo. Eltsin divenne il fautore di una radicale

trasformazione della federazione, basata sull’abbandono del sistema comunista e sull’abolizione del

partito in vista della creazione di un economia di mercato.

La prima fase del governo di Borsi Eltsin

Il presidente russo incontrò tutti i problemi derivati da un passaggio di transizione brusco. Nel

dicembre 91 avviò una serie di accordi con Bielorussia ed Ucraina per creare un’Unione delle 3

repubbliche slave. Si percepì però il tentativo egemonico di Eltsin e fu così che per controbilanciare

si aggiunsero le altre repubbliche ex-sovietiche (meno gli stati baltici e la Georgia) il 21 dicembre

91 per dar vita alla Comunità degli Stati Indipendenti: una formazione che doveva ancora ricevere

contenuti economico-politici e giuridici.

Su alcuni problemi l’accordo si arenò: la distribuzione del patrimonio e del debito pubblico

dell’URSS, il destino della Banca di Stato, se mantenere o meno il Rublo come moneta di scambio.

La Russia operò in modo da esser riconosciuta come primus inter pares: subentrò all’URSS nelle

Nazioni Unite e si accollò gran parte del debito pubblico e le spese di mantenimento dell’esercito.

Nel maggio 92 a Tashkent venne stipulato un trattato di sicurezza collettiva senza che fosse, però,

possibile darne un contenuto: dovevano risolvere la mancanza degli stati baltici, della guerra

endemica fra l’Armenia e l’Azerbajdzan e le tensioni create dalle comunità musulmane.

Dopo il ritiro dall’Afghanistan, vennero normalizzati i rapporti con la Cina, confermati quelli con

l’India e impossibile riconciliarsi col Giappone per via delle Kurili. Cadeva la competizione con gli

USA per la mancanza dei mezzi: tutti gli alleati si dovettero adeguare al cambiamento di rotta.

Solamente Castro non volle abbandonare la bandiera del socialismo. L’azione sovietica, quindi, a

partire dall’85 e più ancora nel 91 diventò convergente con quella americana.

11. La rivoluzione democratica nell’Europa orientale

L’estendersi della democratizzazione nell’Europa orientale

Il processo avviato negli anni 80 in Polonia, Ungheria e poi Cecoslovacchia, che portò

l’allontanamento dei partiti comunisti, diventò la regola. Anche in Germania, infatti, Honeckerfu

costretto ad uscire di scena. 55


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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze politiche e delle relazioni Internazionali
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Nuti Leopoldo.

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