Appunti di storia delle relazioni internazionali
Introduzione
Alla fine del XIX secolo, il sistema degli imperi tradizionali costruiti sulla base di rapporti di forza prevalentemente militari o economici raggiunse la sua maturità, ma al tempo stesso gli Stati Uniti si presentarono come una grande potenza economica che avrebbe sfidato l’egemonia europea anche attraverso l’esportazione a livello internazionale di nuovi valori. Così il XX secolo, che si apriva sotto il dominio europeo, si chiudeva con la fine della potenza militare europea e con l’egemonia di un solo centro decisionale, gli Stati Uniti d’America. Dagli imperi militari si passava agli imperi tecnologici, in sintesi dall’eurocentrismo all’egemonia degli Stati Uniti.
Nascita e morte precoce della nuova diplomazia
Gli aspetti più appariscenti della situazione internazionale all’inizio del XX secolo erano due: il predominio della Gran Bretagna e lo slancio dinamico che Guglielmo II, imperatore di Germania, aveva impresso alla politica internazionale del suo paese, capace di contrastare la potenza britannica. L’espansionismo germanico sfidava l’egemonia marittima britannica attraverso la creazione di una grande flotta militare tedesca e la creazione della linea ferroviaria Berlino-Baghdad.
Le alleanze tradizionali in Europa erano la triplice (Austro-Tedesca allargata all’Italia), quella franco-russa nata sulle rovine della politica di pace di Bismarck. L’abbandono dell’isolazionismo britannico diede l’avvio a un mutato quadro di alleanze per contrastare l’intraprendenza germanica e si arrivò alla costituzione dell’intesa da parte di Francia-Russia-Gran Bretagna. L’Europa era dunque divisa in due coalizioni contrapposte in cui l’unica posizione non del tutto definita era l’Italia.
Due elementi aggravavano il quadro diplomatico e i rapporti tra gli Stati: il diffondersi del movimento socialista e l’emergere degli Stati Uniti come principale forza economica. Gli americani non si occupavano molto di politica internazionale salvo per ciò che riguardava il suo continente, con il presidente Wilson ed alla vigilia della I guerra mondiale gli Stati Uniti si ergevano a paladini della pace e delle soluzioni arbitrali per ogni conflitto.
La prima guerra mondiale
La I guerra mondiale apparve come il tentativo asburgico di sconfiggere definitivamente con l’appoggio della Germania il nazionalismo serbo. Per gli Stati Uniti la guerra offrì prospettive nuove dal punto di vista commerciale e finanziario, prima che da quello politico. Alla fine della guerra, gli Stati Uniti risultarono i principali finanziatori dello sforzo bellico.
Nel gennaio del 1917, Wilson espose al senato Americano i suoi principi di una pace senza vincitori e di una nuova diplomazia e la costituzione di una lega di tutte le nazioni pacifiche forte da imporsi a tutte le tentazioni bellicistiche. L’entrata in guerra degli Stati Uniti a favore delle potenze occidentali ebbe luogo in un contesto internazionale mutato. In Europa, oltre al pericolo tedesco, vi era quello della rivoluzione dei soviet, gli Stati Uniti si scontravano contro due nemici diversi: l’avversario da battere sul campo di battaglia e su quello ideologico.
I quattordici punti di Wilson
La Germania e l’impero Austro-Ungarico furono sconfitti più che sul terreno bellico su quello delle risorse economiche e su quello delle ripercussioni che le idee di Wilson provocavano in tutti gli imperi tradizionali. I quattordici punti nei quali Wilson condensò gli obiettivi di guerra americani erano la risposta al famoso decreto per la pace emanato nella fase cruciale della rivoluzione di ottobre. Per la prima volta, a differenza dell’iniziativa di Wilson, l’appello per una pace giusta e duratura senza vincitori militari era rivolto direttamente ai popoli anziché ai governi come premessa della rivoluzione proletaria.
I quattordici punti contenevano affermazioni generali e clausole specifiche: si proclamava la fine della diplomazia segreta, la libertà di navigazione, la soppressione delle barriere al libero commercio, la limitazione degli armamenti, e la definizione di un nuovo equilibrio in Europa, con la creazione di nuovi stati indipendenti e nuovi confini secondo linee di nazionalità chiaramente riconosciute. Infine, sarebbe stata formata una società delle nazioni per assicurare la pace e l’indipendenza a tutte le potenze grandi e piccole.
Il fallimento della nuova diplomazia
La cosiddetta diplomazia aperta era un’illusione che lo stesso Wilson abbandonò non appena si costituì il consiglio dei quattro che nel segreto più assoluto decisero le clausole dei trattati di pace. Al suo interno, il principio di nazionalità riconosciuta costituiva la più grande contraddizione (vedi la Cecoslovacchia e la Jugoslavia). Altri punti di contrasto si ebbero con l’Italia e la Francia: rispettivamente, al primo non riconoscendo il patto di Londra (vittoria mutilata) e al secondo non assecondandolo di attuare la separazione della Renania dal territorio germanico (trattato di garanzia alla Francia). Infine, Wilson impose l’inserimento delle società delle nazioni nel trattato di Versailles.
Il trattato di Versailles e le sue conseguenze
Questo nuovo modo di pensare alla nuova diplomazia poteva avere successo, a condizione che gli Stati Uniti partecipassero attivamente alla nuova diplomazia internazionale. Invece, vuoi le precarie condizioni di salute di Wilson che l’opposizione repubblicana costrinse prima a modificare il testo del Covenant e poi successivamente ci fu la bocciatura definitiva della politica di Wilson e di conseguenza della nuova diplomazia. In sintesi, il primo massiccio intervento degli Stati Uniti in Europa non riuscì a dar vita a quella nuova diplomazia e contribuì fortemente invece, a disseminare il nuovo equilibrio appena costituitosi di incertezza ed insicurezza che gettavano una luce sinistra per il futuro.
La situazione geopolitica post-guerra
Nel 1914, l’impero britannico occupava circa un terzo della superficie terrestre, con possedimenti in tutti i cinque continenti, controllava i principali accessi alle comunicazioni marittime (Gibilterra, Malta, Cipro, il canale di Suez). La Germania invece, finché rimase cancelliere Bismarck, fu caratterizzata dalla volontà di rendere la Germania sicura rispetto allo spirito di rivalsa francese. Le sue alleanze erano fondate sulla triplice e sul trattato di controassicurazione con la Russia. Con il nuovo corso voluto dall’imperatore, questa alleanza strategica voluta fortemente da Bismarck per impedire un’alleanza della Russia con la Francia fu lasciata cadere, favorendo di fatto una nuova alleanza della Russia con la Francia e cioè quello che Bismarck aveva sempre temuto. Eppure la Germania diventava la più forte potenza industriale e dinamica di tutta Europa.
Questi cambiamenti portarono a un nuovo impegno coloniale dell’impero germanico e i programmi di una grande flotta militare. I mutamenti dei rapporti di forza e la nascita dell’alleanza franco-russa accelerarono il processo decisionale britannico di uscire dall’isolazionismo, proponendo una vera e propria alleanza con la Germania. Le proposte di Chamberlain non furono accolte dalla Germania, sottovalutando la reale forza britannica, era una presunzione di impotenza della Gran Bretagna superficiale e fuorviante (identico errore fu fatto una quarantina d’anni dopo).
L’insistenza Inglese venne presa come un segno di debolezza. Bulow, ministro degli esteri tedesco, replicò proponendo a sua volta un accordo con la triplice. Si trattava di un prezzo molto alto da pagare, che presupponeva la disponibilità britannica a fare propria la causa dell’impero austro-ungarico.
Tutto ciò favorì la nascita della triplice intesa con Russia e Francia, contrapposta ad una fragile triplice alleanza, soprattutto dopo l’annessione unilaterale da parte dell’impero austro-ungarico della Bosnia-Erzegovina.
La politica colonialista italiana
In Italia riprese con vigore la politica colonialista, in particolare per non rimanere fuori dal controllo del Mediterraneo dominato in gran parte dalla Gran Bretagna. In questo clima, l’Italia iniziò l’azione militare in Tripolitania e Pirenaica dichiarando formalmente guerra all’Impero Ottomano. Praticamente isolato e in grave crisi, l’impero ottomano dovette cedere la Libia e la permanenza nelle isole del Dodecaneso. L’erosione dell’impero ottomano continuava in maniera devastante soprattutto dal punto di vista politico, favorendo indirettamente la guerra generale sotto la spinta dei nazionalismi locali.
L'inizio del conflitto mondiale
L’assassinio dell’arciduca ereditario austro-ungarico Francesco Ferdinando avvenuta a Sarajevo il 28 giugno 1914 per mano di un estremista serbo di cittadinanza austro-ungarica fu la scintilla che provocò l’incendio. La reazione austro-ungarica al nazionalismo serbo si estese per ragioni radicate nella storia dei decenni precedenti e così strettamente intrecciate da rendere impossibile una chiara indicazione di responsabilità.
Con la mobilitazione russa a difesa dei suoi territori, la situazione precipitò, con la Germania che pose un ultimatum alla Russia prontamente rifiutato e la dichiarazione di guerra contro la Russia e successivamente contro la Francia. La conseguente entrata in guerra della Gran Bretagna a difesa dell’aggressione tedesca alla Francia e al Belgio. L’Italia dichiara la sua neutralità, solo nel 1915 con il patto di Londra l’Italia fece la sua scelta a favore dell’intesa. La Bulgaria con l’impero ottomano entrò in guerra a fianco dell’impero austro-ungarico, in estremo oriente il Giappone si schierò con l’intesa.
Gli Stati Uniti e il cambiamento delle alleanze
Nel 1917, la situazione di sostanziale stallo venne sbloccata dall’entrata in guerra degli Stati Uniti, dopo la decisione imposta dagli stati maggiori dell’esercito tedesco a riprendere la guerra sottomarina illimitata e da numerosi stati sudamericani. In questo modo, l’equilibrio delle forze in campo mutarono. Del resto anche la Grecia e la Cina si affiancavano all’intesa. Al principio questi cambiamenti a favore delle potenze dell’intesa furono bilanciati dalla rivoluzione Russa che diede un colpo mortale all’esercito e costrinsero il nuovo governo russo guidato da Lenin e Trotzkij ad accettare durissime clausole (Finlandia, tutti i paesi baltici, la Polonia e l’Ucraina).
L’intervento americano e i suoi copiosi aiuti portarono in breve a capovolgimenti che portarono prima l’impero ottomano e successivamente l’impero austro-ungarico e la Germania a rinunciare alla lotta.
Conclusione
Dall’insieme degli accordi di guerra (con la Russia e con l’Italia), viene fuori l’occasione per trasformarsi da semplice risposta all’attacco contro la Serbia in momento di redistribuzione del potere in Europa. Tutto ciò venne messo in discussione dai progetti Wilsoniani. Il sistema della nuova diplomazia si impose in linea di principio, costringendo la Gran Bretagna a dichiararsi svincolato da tutti i precedenti accordi. L’uscita di scena di Wilson nel 1920 e precedentemente la bocciatura politica del suo paese ad opera del senato americano portarono a far abortire questa nuova diplomazia, lasciando però un segno molto incisivo del suo passaggio.
La conferenza di Parigi aveva il compito di far conciliare le intese fra i vincitori con il programma di Wilson e con la frammentazione degli imperi. In primo luogo, Wilson impose che si discutesse il Covenant, cioè il patto istitutivo della società delle nazioni che sarebbe stato posto come premessa agli accordi di pace. Il comportamento di Wilson non fu sempre coerente, anzi in primo luogo inglesi e statunitensi si accordarono prima della conferenza per dare soddisfazione alle attese britanniche e sottrarle alle asprezze del negoziato. Tutto ciò fece capire che in definitiva contavano i rapporti di forza come prima e forse più di prima e che una pace senza vincitori né vinti formulata da Wilson era una pia illusione.
Il trattato di Versailles prevedeva per la Germania la restituzione alla Francia dell’Alsazia e la Lorena, il distacco della Saar posto sotto il controllo internazionale ma con la cessione alla Francia della proprietà delle miniere per i danni di guerra. Ad est, la Slesia settentrionale fu assegnata alla Polonia e per far sì che la Polonia avesse uno sbocco a mare, Danzica etnicamente germanica fu assegnata ad un’autorità nominata dalla società delle nazioni e come porto destinato alla Polonia. In palese contraddizione con gli impegni Wilsoniani fu deliberato l’ammontare dei danni provocati dalla Guerra in 132 miliardi di marchi d’oro che furono alla base di una interminabile disputa durata fino all’inizio degli anni trenta.
Implicazioni del trattato e situazione post-bellica
Il primo parto della conferenza di Parigi era dunque tale da scontentare sia i vincitori che i vinti (l’Italia della vittoria mutilata e la Francia per la questione della Renania e soprattutto il mancato patto di assicurazione anglo-americano). Solo la Gran Bretagna poteva ritenersi soddisfatta (il controllo della flotta tedesca e di fatto l’amministrazione delle ex colonie tedesche e parte dell’impero ottomano attraverso la formula del mandato).
La pace con l’Austria, dopo le dichiarazioni di indipendenza delle nazionalità non austriache, rimase circoscritta al suo territorio abitato da popolazione di lingua tedesca. Il suo territorio fu completamente smembrato con l’Ungheria che a sua volta divenuta indipendente e con la creazione della Cecoslovacchia e la Jugoslavia.
Il caso più lungo e complesso fu quello dell’Impero Ottomano, esso doveva rinunciare a tutti i territori esterni alla penisola anatolica e le finanze imperiali erano poste sotto il controllo della Francia, della Gran Bretagna e dall’Italia. Il trattato di Sevres fu il più duro di tutti, ma anche il primo ad essere revisionato. I militari non accetteranno una sconfitta che non avevano subito ed iniziarono una duplice guerra contro il sultano e contro le forze occidentali che avevano messo piede in Anatolia, con il risultato che le forze occidentali si ritirarono dalla penisola ed ad Ankara fu proclamata la repubblica Turca.
La prima guerra mondiale fu una guerra di massa che lasciava dietro di sé sentimenti esasperati che avrebbero favorito il diffondersi di un clima rivoluzionario e quindi il timore delle classi più agiate propensi a scelte conservatrici o addirittura autoritarie. Anche la questione del rapporto fra la madrepatria e le colonie veniva esaltata non solo per la valenza economica generale ma anche per il peso strategico e militare che il controllo delle materie prime aveva acquistato durante la guerra (vedi la questione mediorientale per il controllo del petrolio).
Paradossalmente, al di là della semplice scansione cronologica e della comunità di idee si stagliava l’interesse americano a favorire la coalizione di fatto più debole poiché dalla vittoria di questa sarebbe nato un assetto internazionale assai più esposto a condizionamenti esterni.
Il fallimento della politica di sicurezza
L’Europa usciva dalla prima guerra mondiale completamente trasformata: erano nati nuovi stati, la Finlandia e gli stati baltici dovevano l’indipendenza alla volontà di creare un cordone sanitario antisovietico e nello stesso senso si poteva interpretare la nascita della Cecoslovacchia e l’abnorme crescita della Romania. In definitiva, il quadro offerto dall’Europa centrale e balcanica era ricco di novità, ma carico di contraddizioni. Questa parte di Europa usciva da egemonie imperiali per entrare in un ventennio di turbolenze nazionalistiche.
L’Italia dovette affrontare il problema della sua sicurezza ad est, con la scomparsa dell’impero austro-ungarico ove la sua alleanza garantiva le sue frontiere. Dopo la guerra, quel fronte aveva un assetto potenzialmente esplosivo e la cosiddetta vittoria mutilata (non fondata dopo che anche Fiume fu acquisita alla sovranità italiana) favoriva un clima nazionalista in cui avrebbe attecchito il fascismo.
La Francia aveva ottenuto risultati ancora più clamorosi dell’Italia, pur tuttavia la mancata separazione della Renania e soprattutto la decadenza del trattato di garanzia anglo-americano provocavano insicurezza. La Gran Bretagna ritornava al suo isolamento e guardava con ostilità al nuovo assetto di Versailles, soprattutto per quanto riguarda la Francia, non percependo che in realtà la Germania conservava la capacità di ridiventare la dinamo della rinascita europea. Ma la sconfitta e i dibattiti sulle responsabilità di guerra aprirono gli inevitabili varchi entro i quali potenze non europee sarebbero penetrati, vedi la Russia che contribuì alla ricostruzione delle forze armate tedesche e agli americani per la ricostruzione economica.
Così, l’elenco dei vincitori si assottigliava sempre di più, i veri vincitori in definitiva furono la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Giappone. All’inizio degli anni venti, la Gran Bretagna era padrona del mondo e godeva di una sicurezza incondizionata. La conferenza di Washington sul disarmo navale sancì per il Giappone un forte riconoscimento internazionale ed ottenne il diritto a possedere una flotta superiore a quella francese ed italiana.
In definitiva, la constatazione che l’eccidio della prima guerra mondiale era stato inutile affiorava in modo sempre più evidente: la contrapposizione fra Germania e Francia non era cessata, le ambizioni italiane non soddisfatte, la pressione della Russia verso occidente non era cessata anzi con l’influenza rivoluzionaria era anche accresciuta. Anche la Gran Bretagna aveva i suoi dilemmi, guardando ai rischi che poteva correre con un ritorno dell’egemonia francese oppure avrebbe dovuto assistere al ritorno della Germania. Intanto, a causa della guerra, l’Europa era il maggior debitore degli Stati Uniti, in particolare l’Italia, la Gran Bretagna e la Francia. Tutto ciò si intrecciava con i danni di guerra che i tedeschi dovevano agli Stati vincitori, era una situazione molto confusa che portò alla formulazione del piano Dawes.
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