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Riassunto esame Storia delle Relazioni Internazionali, prof. indefinito, libro consigliato Storia delle Relazioni Internazionali, Di Nolfo Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia delle Relazioni Internazionali, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia delle Relazioni Internazionali, Di Nolfo. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: storia delle relazioni internazionali, nascita e morte precoce della nuova diplomazia, il fallimento della politica... Vedi di più

Esame di Storia delle relazioni internazionali docente Prof. P. Scienze Sociali

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Creava altresì profonda ostilità il modo in cui le libere elezioni venivano annullate dove i partiti

borghesi avessero la prevalenza e farle seguire da manipolazione del consenso attuate con la

sopraffazione e tali da portare a risultati troppo vistosi, quasi sempre oltre il 90 % dei voti

favorevoli ai partiti comunisti.

Su tutto dominava la questione tedesca, Stalin aveva sempre considerato come avversari da

combattere le forze borghesi autoritarie o democratiche o con i quali collaborare temporaneamente,

come era avvenuto con i tedeschi prima e gli alleati dopo, il crescente distacco portò a respingere un

ipotesi di compromesso sulla Germania attraverso un patto venticinquennale di garanzia contro la

rinascita del militarismo tedesco, tutto ciò dava la certezza che i sovietici non volevano la presenza

americana in Europa.

La crisi britannica mise in luce altri problemi, Londra rese nota la decisione di sospendere la

convertibilità della sterlina e di ritirare le proprie truppe dalla Grecia ove esse appoggiavano il

governo di Atene contro la guerriglia comunista, l’industria britannica come negli altri paesi aveva

bisogno di nuovi macchinari che si potevano comprare solo sul mercato americano, in questo modo

si creava una voragine nelle finanze con un deficit molto forte, gli stati Uniti furono costrette ad

intervenire aiutando la Gran Bretagna a condizione che la sterlina fosse resa pienamente

convertibile, i britannici furono costretti ad revocare tale decisione, gli Stati Uniti si trovavano di

fronte ad una difficile situazione politica e finanziaria, politica perchè la minaccia di abbandonare la

Grecia avrebbe favorito l’espansione sovietica, finanziaria poiché il blocco della convertibilità della

sterlina poneva un problema di fondo riguardante la liquidità della Gran Bretagna e degli altri paesi

di tutta l’Europa occidentale.

Il 12 marzo del 1947 l’amministrazione americana decisero di difendere la Grecia e la Turchia

concedendo loro un aiuto di 400 milioni di dollari e altri aiuti di genere di consumo per proteggere

questa zona dai rischi di sovietizzazione(dottrina Truman), tutto ciò portò ad una considerazione

politica importante che sebbene al momento non esisteva alcuna minaccia militare sovietica,

esisteva il rischio che la crisi economica-sociale generale in cui i regimi democratici versavano

potesse favorire le pressioni esterne delle forze comuniste, il tema generale della democrazia

occidentale si fondeva con quello particolare interesse americano ed europeo a chiudere una

voragine pericolosa per la finanza stessa degli Stati Uniti, anche se il tema della scelta fosse

economico, come abbiamo visto investiva interessi politici generali al nuovo modo di pensare ed al

ruolo globale degli Stati Uniti concepito durante l’amministrazione Truman, erano così poste le basi

per il grandioso programma di aiuti che il segretario di stato Marshall avrebbe reso pubblico il 5

giugno del 1947.

Dapprima i sovietici e gli stati satelliti parvero disposti ad accettarlo, poi Stalin ed i suoi

collaboratori percepirono il significato politico che esso avrebbe assunto, la definitiva divisione

avvenne sul piano delle adesioni, tutti i paesi occidentali anche quelli che erano stati neutrali in

guerra più le zone occidentali della Germania accetteranno il piano che portò alla costituzione della

prima organizzazione europea del dopoguerra l’Oece, organizzazione europea di cooperazione

economica.

La risposta sovietica fu aspra, nel settembre del 1947 si tenne una riunione dei rappresentanti dei

partiti comunisti dell’Europa orientale più quello italiano e francese, in questa occasione si

comprese per la prima volta che la rottura era definitiva nonostante i tentativi di mediazione dei

partiti comunisti occidentali che non facevano più parte dei rispettivi governi e spinti verso una

azione pararivoluzionaria, nel comunicato finale della conferenza si dava vita ad una nuova

internazionale comunista il Cominform con sede a Belgrado, venne così sancita la divisione del

mondo in due campi diversi e si concludeva in maniera formale ogni speranza di colloquio, la

guerra aveva portato alla creazione di due campi che si sarebbero contrapposti anche con durezza.

Dalla guerra fredda alla coesistenza competitiva.

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La nascita di due campi contrapposti provocò il cambiamento delle relazioni internazionali, fino al

1945-47 la prassi delle relazioni era stata scandita, anche con qualche adattamento, dalle norme e

dalla consuetudini del congresso di Vienna.

Dopo si verificarono mutamenti di grande portata, nel senso della semplificazione e dell’estensione,

la semplificazione era determinata dal fatto che da allora nella vita internazionale gli interlocutori

effettivi si ridussero a due gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, esisteva un sistema bipolare

nell’ambito del quale le decisioni fondamentali dovevano essere ricondotte alla volontà dei due

poteri antagonisti, essi guidavano due imperi di genere nuovo non più legati al vincolo economico o

militare ma da una potente affinità ideologica, l’estensione era dovuta dal fatto che le relazioni

internazionali non erano più il risultato delle complicate elaborazioni dettate da interesse regionali,

ma erano elaborazioni ispirate a una visione complessiva del panorama mondiale, nessun fatto in

nessuna parte del mondo avrebbe lasciato indifferenti le super potenze.

Per definire lo stato delle relazioni internazionali fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica che

vivevano una lotta combattuta con mezzi pacifici ma con una virulenza tale che fu coniato il

termine di guerra fredda.

Il concetto di guerra fredda è semplicistico ed ingannevole e non consente di percepire una serie di

mutamenti avvenuti nel sistema bipolare, né di comprendere sino in fondo la stessa natura delle

relazioni fra le due potenze.

Il governo degli Stati Uniti aveva scelto la strada del contenimento che non significava però stare

inerti ma organizzare quella parte del mondo che era legata agli Stati Uniti, in tal modo il ruolo

fondamentale sarebbe stato svolto dal piano Marshall l’attuazione del quale avrebbe permesso di

risanare economicamente e al tempo stesso la creazione di un circolo virtuoso fra l’economia

americana e quella europea, da parte sovietica non vi fu una politica di aiuto per la ricostruzione

poiché l’economia dell’Urss non era in grado di sopportare un tale peso, vi fu piuttosto una politica

di sfruttamento delle risorse dei paesi occupati ed in particolare della zona orientale della Germania,

la nascita del Cominform aveva delineato i termini del problema e cioè la distinzione fra

l’internazionalismo proletario e vie nazionali al socialismo, certamente il nazionalismo era vissuto

da Stalin come fumo negli occhi, pertanto le vie nazionali al socialismo vennero dichiarate una

eresia e chi la sosteneva venne eliminato politicamente, sottoposto a processo e in alcuni casi

condannato a morte.

L’espulsione della Jugoslavia per deviazionismo ideologico e il blocco di Berlino mettevano in

evidenza i problemi interni al blocco sovietico, l’introduzione del marco occidentale a

Berlino(conseguenze importanti sul reale potere d’acquisto delle singole monete) determinò una

violenta risposta dei sovietici che denunciarono la violazione degli accordi di Potsdam sull’unita

economica della Germania e alla fine del giugno del 1948 bloccarono le comunicazioni via terra fra

Berlino e le zone occidentali della Germania, la sfida venne raccolta e un ponte aereo venne istituito

fra le zone occidentali e l’ex capitale tedesca che determinò un invio massiccio di merci al giorno

molto di più del minimo vitale occorrente, così il blocco si trasformò in una misura

controproducente per Mosca, dimostrazione dell’incertezza che dominavano i sovietici sulla

questione tedesca, il blocco venne tolto nel maggio del 1949 un mese dopo la nascita del patto

atlantico e quando la nascita di due stati separati in Germania era sul punto di essere completata, da

allora Berlino divenne la città simbolo della fase acuta della guerra fredda e della divisione politica

ed economica dell’Europa.

Nell’Europa orientale il tentativo di costringere l’economia a collegarsi con quella sovietica si

scontrò con i modi di vita che avevano radici secolari e dopo lo scisma di Tito, ci furono gravi

ripercussioni e sollevazioni operaie che portarono a violente risposte dell’Urss in particolare nella

fase di destalinizzazione in Germania ed in Ungheria con il culmine della decisione di costruire il

famigerato muro di Berlino simbolo della frattura europea, anche successivamente nel 1968 la

Cecoslovacchia subì lo stesso destino dopo il tentativo di istaurare nel paese un socialismo dal volto

umano. 23

Come abbiamo visto l’Unione Sovietica conobbe il travaglio della destalinizzazione e l’Europa

occidentale incominciò ad avvertire in maniera sempre più pesante gli effetti della

decolonizzazione, fu un periodo in cui nessun continente venne risparmiato dalle tensioni esistenti,

verso la metà degli anni 50 venne risolto con le due conferenze di Ginevra uno dei temi di fondo

dello scontro ossia il reciproco riconoscimento di ruolo, tuttavia si incominciava a cambiare il

termine della contesa, in primo luogo la gara per la supremazia nucleare e quella della costruzione

di missili capaci di lanciare satelliti nello spazio, nell’autunno del 1957 l’Unione Sovietica tagliava

per prima il traguardo con lo sputnik il primo satellite lanciato in orbita nell’atmosfera un segno di

avanzamento tecnologico allarmante per gli Stati Uniti che da allora incomincio la sua rincorsa

culminata con lo sbarco sulla luna nel 1969, infine si prospettava il tema scottante dell’ampliamento

dell’ONU a seguito del processo di decolonizzazione che poteva determinare la sorte degli equilibri

in seno all’organizzazione, tutto questo determinò, come venne definita questa gara la coesistenza

competitiva il risultato anche della relativa stabilità dell’assetto Europeo e dalla consapevolezza

che l’influenza sugli stati di recente indipendenza fosse un pilastro della potenza mondiale.

Intanto la corsa alla competizione nucleare e missilistica portava nuove preoccupazioni sulla

insicurezza esistenziale, l’equilibro del terrore come qualcuno la definì determino la necessità di

avviare qualche forma di distensione che con alti e bassi dovuti sia alle ostilità delle alte gerarchie

sovietiche che alle continue crisi fra le due super potenze si arrivò alla stipulazione del trattato di

sospensione degli esperimenti nucleari nell’agosto del 1963, era il segno del reciproco impegno che

le due super potenze potessero governare assieme il più esplosivo dei conflitti avviando anche una

fase di negoziati per dare luogo a grandi speranze di distensione.

Fra il 1947 e il 1955 entrambi i blocchi dominati dalle super potenze vennero strutturati in maniera

organizzata molto precisa, in occasione della discussione del trattato di pace con la Germania le tre

potenze occidentali pervennero alla conclusione che il pericolo sovietico fosse di gran lunga più

grave di una ipotetica rinascita della Germania, gli americani a tal proposito si dichiaravano disposti

ad partecipare alla sicurezza europea purché questa non fosse dettata da interessi nazionali ma ad

una visione generale, un primo passo fu il trattato multilaterale diretto formalmente a tutelare i

cinque firmatari(Gran Bretagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e il Lussemburgo) dalla minaccia di

una ripresa aggressiva della Germania usata come allusione dietro il quale si poteva scorgere

l’estensione praticamente illimitata dell’alleanza, considerato i limiti geografici del patto di

Bruxelles era evidente che questo era solo il primo passo verso un processo più vasto, ciò che

accadde nella ex capitale tedesca(il blocco) non fece altro che consolidare la determinazione che

doveva portare al Patto Atlantico, in questo fu molto d’aiuto la risoluzione approvata dal senato

americano che permetteva al presidente degli Stati Uniti la podestà di stipulare mediante

procedimento costituzionale accordi regionali o collettivi concernente la sicurezza degli stati uniti.

La più importante delle questioni riguardava la natura dell’impegno che i contraenti, in particolare

gli Stati Uniti avrebbero assunto mediante l’alleanza, il cuore politico dell’alleanza era

rappresentato da una garanzia difensiva contro l’attacco di terzi, l’affermazione che l’aggressione a

uno sarebbe stata considerata un’aggressione a tutti era una petizione di principio priva di efficace

se le contromisure non sono indicate con precisione, il punto critico era proprio la mancata

precisione con la quale le contromisure venivano indicate, infatti la natura dell’azione veniva

lasciata ai singoli membri dell’Alleanza, veniva così posta in essere una duplice distinzione, la

reazione non sarebbe stata di necessità militare e la natura di esso veniva rimessa al giudizio delle

parti interessate, si trattava dunque di una garanzia indiretta e di non facile attuazione, l’articolo in

questione del patto atlantico creava una situazione che sarebbe durata per tutto il periodo della

guerra fredda ponendo la questione della credibilità della garanzia americana.

L’altro aspetto cruciale del negoziato fu la definizione dei limiti geografici ai quali esso sarebbe

stato esteso, la questione si poneva non già per i paesi tradizionalmente neutrali come la Svizzera e

la Svezia, ma per i paesi come la Spagna e l’Italia, contro l’estensione della Spagna esisteva una

risoluzione delle Nazioni uniti che aveva imposto l’ostracismo diplomatico alla dittatura di Franco,

per l’Italia esisteva il problema politico alquanto rischioso, in quanto paese ex nemico e la sua

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ammissione avrebbe posto altri problemi altrettanti scottanti come quella della Grecia e della

Turchia, se l’Italia venne invitata a sottoscrivere il trattato come membro originario dell’alleanza fu

dovuto soprattutto alle insistenze francesi, i quali avvertirono il pericolo di un proprio isolamento

geografico, politico e religioso nell’alleanza.

Tuttavia la portata dell’alleanza andava al di là della solo prevenzione del pericolo sovietico

altrimenti non sarebbe sopravvissuta al 1989, quando il pericolo sovietico scomparve.

Molto spesso il patto Atlantico viene considerato come sinonimo di Nato, in effetti i due concetti

tendono a sovrapporsi ma non coincidono, è possibile infatti essere membri del Patto ma non della

Nato come la Francia, essa ha una propria radica storica, nel 1950 truppe della Corea del nord

invasero la Corea del sud, le due coree avevano due regimi separati diametralmente opposti, l’uno

stalinista l’altro filoamericano, l’aggressione ebbe un’eco vastissima in Asia e si ripercosse anche in

Europa dove esisteva una situazione non dissimile a quella asiatica con la repubblica federale

tedesca fondata nel 1949 comprendente le zone d’occupazione occidentali, parallelamente la zona

d’occupazione sovietica era stata trasformata in repubblica democratica tedesca.

A ciò si deve aggiungere che gli americani avevano avviato una profonda revisione della loro

strategia globale, anche in seguito alla scoperta che i sovietici avevano spezzato il monopolio

atomico e si stavano preparando alla produzione di una bomba all’idrogeno, tutto ciò aveva portato

ad una risoluzione del consiglio per la sicurezza nazionale ad una nuova ipotesi di strategia nota

come risoluzione Ncs-68 che aggiornava le teorie prettamente difensive della politica del

contenimento, con un accrescimento anche dell’impegno finanziario per le spese militari, la guerra

di Corea diede una mano a questa proposta poiché fu considerata fondata l’analisi formulato dalla

Ncs-68.

In Europa, la Francia aveva accettato la nascita della Repubblica Federale solo dopo la firma del

Patto Atlantico, e si poneva il problema del riarmo del nuovo stato come forza di persuasione contro

la Germania dell’est, qualsiasi mutamento dello status giuridico e militare avrebbe dovuto fare i

conti con l’opposizione francese, l’iniziativa si sviluppò quasi contemporaneamente sul piano

economico e su quello militare, sul piano economico si arrivò alla determinazione, forti anche della

robusta iniziativa europeistica lanciata alla conferenza dell’Aja, di mettere in comune le risorse

carbo-siderurgiche della Francia e della Germania, il rovesciamento della tradizione segnò un

mutamento epocale nella storia europea poiché sostituì a un conflitto di lunga durata la possibilità di

un accordo di lunga durata, la formula soprannazionale fu affidata alla Ceca entrato in vigore nel

1952 nella quale confluirono anche paesi come l’Italia e i tre Stati del Benelux

Sul piano militare iniziò la discussione rivolta in due direzioni, la prima che discendeva

dall’accettazione in via di principio al riarmo della Germania, fu la creazione con sede a Parigi

dell’esercito atlantico, appoggiata su una solida struttura organizzativa che in pratica divenne la

Nato, la seconda fu un lungo negoziato per dare vita all’esercito europeo integrato, il Ced avrebbe

dovuto essere la struttura istituzionale di tale esercito, il processo di ratifica di tale organismo

incontrò qualche difficoltà soprattutto in Francia dove nel 1954 l’Assemblea nazionale bocciò il

trattato, era una sconfitta cocente per gli europeisti, ma non era una sconfitta per coloro che

favorivano il riarmo tedesco, infatti tolta di mezzo la rigidità istituzionale nel 1954 fu messo a punto

un nuovo trattato(Ueo), da allora l’Ueo sarebbe vissuto come un esercito fantasma dal destino

politico incerto e dalle potenzialità che sarebbero state riscoperte all’inizio degli anni 90.

Con gli accordi di Parigi il campo occidentale aveva completato la sua organizzazione politico e

militare, il riarmo della Germania fu accompagnato dalla piena restituzione della sovranità alla

Repubblica federale tedesca e ciò rendeva possibile la sua partecipazione al Patto atlantico.

Ciò che accadde nell’Europa occidentale, specularmene accadde anche nel campo sovietico, ma con

maggior facilità che il componimento della stalinizzazione rendeva possibile, dopo l’assimilazione

della Cecoslovacchia e l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform, i governi dell’Europa orientale

erano allineati all’idea di internazionalismo proletario, non era stato stipulato nessuno accordo

difensivo generale poiché Stalin preferiva governare le relazioni con ciascuno di essi mediante

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accordi bilaterali, l’unico accordo generale esistente era il Comecon di assistenza economica che

rispecchiava l’Oece.

In risposta agli accodi di Parigi il governo sovietico denunciava i trattati difensivi stipulati con la

Gran Bretagna e con la Francia e ratificarono assieme ai rappresentanti di otto paesi dell’area

orientale quello che fu denominato patto di Varsavia, poiché la sede venne posta nella capitale

polacca, in particolare tale accordo all’art. 4 prevedeva una formulazione più netta dell’impegno

militare e non condizionata come quello del patto atlantico, il trattato prevedeva inoltre una

costituzione immediata di un alto comando militare unificato posto sotto la guida di un generale

sovietico, così nel maggio del 1955 entravano in vigore due trattati che formalizzavano anche dal

punto di vista militare la divisione dell’Europa, in tal senso si può affermare che da quell’anno la

fase europea della guerra fredda fosse terminata, dopo di allora il conflitto si presentò in altre forme

e in altri scacchieri mondiali.

Negli Stati Uniti la scontata vittoria di Eisenhower, dopo la rinuncia di Truman, portò al potere un

gruppo dirigente nuovo nel quale spiccava la figura di Dulles grande esperto di problemi

internazionali nominato segretario di stato, pochi giorni dopo l’insediamento del presidente degli

Stati uniti moriva Stalin.

La politica estera degli Stati Uniti subì un profondo cambiamento la nuova concezione era basata

sulla dottrina della rappresaglia massiccia e cioè che il modo migliore per prevenire l’aggressione

era quella di una capacità di risposta immediata e massiccia, in realtà il New Look era un messaggio

lanciato contemporaneamente ai sovietici ed agli europei, agli europei esso diceva che la loro

sicurezza sarebbe stata garantita dall’ombrello nucleare americano e che dunque essi dovevano

seguire senza reticenze le scelte americane fuori dal continente, ai sovietici essa esprimeva una

certa disponibilità a passar sopra ai timori europei per stabilire un contatto diretto in vista dei

cambiamenti che si stavano verificando nel mondo.

Emergeva il problema della possibilità di infliggere un primo colpo, ma in modo tale da rendere

impossibile una risposta, tuttavia la prima capacità di colpire, man mano che la gara nucleare si

faceva più serrata perdeva consistenza.

In quegli anni l’Europa divenne in un certo senso un partner secondario degli Stati Uniti, esso in

realtà sanzionava la retrocessione dell’Europa da soggetto delle relazioni internazionali a oggetto

della politica delle super potenze.

Tutto questo portò alla consapevolezza che i paesi europei trovassero nuove forme di intesa

adeguata ai tempi, nel 1957 dopo la sconfitta subita dagli anglo-francesi per il canale di Suez, si

avvertì ancora di più la necessità di arrivare a nuove forme di unioni politiche ed economiche, così

nacque il Mercato Comune Europeo ed l’Euratom fra i Benelux, l’Italia, la Francia, e la Repubblica

Federale tedesca, all’inizio questi trattati suscitarono forti perplessità in special modo in quei paesi

che non accettarono vincoli e scadenze vincolanti come la Gran Bretagna, me negli anni successivi

al contrario il mercato sarebbe divenuto la via attraverso il quale l’Europa occidentale riuscì a

recuperare un peso economico e politico tale da renderla ancora come uno dei grandi soggetti

dell’ordine internazionale.

La nuova politica di Dulles fu condizionata dai fatti dal senso di opportunità, dal 1963 gli Stati Uniti

ripresero le relazioni diplomatiche con la Spagna, in cambio di alcune basi militari americani,

successivamente operarono un riavvicinamento della Jugoslavia con la Grecia e la Turchia con un

trattato di alleanza che determino la scelta dell’Italia di arrivare ad un accordo per la questione di

Trieste e cioè la città ritornava all’amministrazione italiana il previsto territorio libero restava alla

Jugoslavia, dopodichè l’offensiva diplomatica passò in medio oriente con la fine della crisi anglo-

iraniano, era l’inizio della grandi controversie petrolifere, oltre del medio oriente si occupò anche

del sud-est asiatico con un trattato di mutua difesa analogo al patto atlantico e sottoscritto

dall’Australia, Nuova Zelanda, Filippine, Thailandia, e dal Pakistan, oltre naturalmente alle tre

potenze occidentali.

Intanto in unione sovietica la successione di Stalin fu lunga e tormentata, Stalin lasciava dietro di sé

un eredità imponente, ma anche un clima di persecuzioni diffidenze e sospetti, un paio di settimane

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dopo la morte si costituì una sorta di direzione collegiale con Malenkov primo ministro, mentre

Chruscev assunse la guida del partito, quest’ultimo era il ruolo preminente in unione Sovietica.

L’unanimità fittizia nascondeva uno scontro asperrimo che portò la sconfitta di Malenkov e il

successo di Chruscev, ma la vera vittima dello scontro fu Berija che venne condannato a morte

come agente al servizio del capitale straniero, in realtà le ragioni della condanna vanno ricercate dal

tentativo di Berija di inaugurare una nuova politica estera più morbida nei confronti dei paesi

satelliti.

Così come Dulles perseguiva contemporaneamente una politica di rafforzamento del sistema

occidentale e di miglioramento delle relazioni con l’Unione Sovietica, Malenkov il suo successore

Chruscev considerarono il dialogo con l’occidente uno dei capisaldi della loro politica

internazionale, anche per i sovietici la situazione europea era stabilizzata, mentre l’avvio della

decolonizzazione e il movimento dei paesi non allineati creavano opportunità del tutto nuove.

Il primo segnale fu il nuovo impulso dato ai negoziati per l’armistizio in Corea, con la quale si

definì una situazione provvisoria di divisione vicino al 38° parallelo dove la guerra era

incominciata, che perdura a tutt’oggi.

La seconda occasione di convergenza fu data dalla conferenza di Ginevra ove venne raggiunto un

accordo sul Vietnam, Laos e Cambogia, si colloca nella medesima direzione la seconda conferenza

di Ginevra, dove il rafforzamento di Chruscev e gli accordi stipulati un anno prima portarono a

rafforzare la ripresa del dialogo, a favorire questa tendenza ci fu l’esito positivo del negoziato per il

trattato di pace con l’Austria, i sovietici lasciarono cadere la pregiudiziale della risoluzione del

problema tedesco e nel maggio 1955 fu firmati il trattato di stato, con una sola restrizione l’obbligo

di inserire nella costituzione una clausola di permanente neutralità.

Successivamente i quattro grandi si riunirono per discutere della riunificazione della Germania, la

sicurezza europea, il disarmo e lo sviluppo delle relazioni Est-Ovest.

La conclusione del vertice fu deludente, anche se il fatto stesso che l’incontro avesse luogo era un

altro segnale, le relazioni internazionali si nutrono, sul piano politico di segnali, iniziava la fine di

tutta la guerra fredda.

In questo nuovo clima trovarono spazio due avvenimenti impensabili sino a quella data, nel 1955 su

invito sovietico, il cancelliere Adenauer visitò Mosca, la seconda novità fu il superamento della

paralisi delle Nazioni Unite, dopo il 1946 l’ammissione di nuovi membri fu resa impossibile dai i

veti incrociati, in teoria tutti i paesi che avevano sottoscritto il trattato di pace sarebbero dovuti

entrare nell’Onu, gli Stati Uniti guardavano con diffidenza alla possibilità che gli equilibri numerici

in seno all’Assemblea potessero portare ad un blocco antiamericano numericamente superiore,

tuttavia si raggiunse un accordo per l’ammissione di nuovi 16 membri e l’organizzazione saliva da

58 a 74 paesi, anche in seno all’Onu iniziava una fase di cambiamento.

Come per gli Stati Uniti anche l’Unione Sovietica spostò l’interesse oltre i confini tradizionali di

propria influenza, inaugurando una serie di viaggi fuori l’Urss, completamente inusuale con la

precedente nomenclatura, un vero successo Chruscev lo ebbe in Jugoslavia, riappacificandosi con

Tito la sua visita frantumava l’Alleanza Balcanica e spingeva Tito lontano dall’integrazione

atlantica e verso il neutralismo, e in India, poiché esso rafforzò le propensioni neutralistiche del

governo indiano e mise le basi per una collaborazione economica, nefasta per l’economia indiana

ma che durò fino alla crisi dell’Unione.

La vera e profonda innovazione, rispetto al passato, in cui le transizioni alla guida dell’Unione

sovietica ebbero sempre un carattere traumatico, ebbe luogo con l’estromissione dal potere di

Malenkov che non venne ucciso ma destinato a cariche minori e l’ascesa al potere di Nikita

Chruscev che pochi conoscevano in occidente, il momento culminante dell’ascesa fu l’enunciazione

del programma che egli volle far conoscere ai propri concittadini e al mondo e in modo più

circoscritto ai dirigenti del Pcus, nel XX congresso del Partito tenuto a Mosca nel febbraio del 1956,

il leader sovietico tenne due discorsi uno pubblico dedicato alle questioni internazionali e l’altro a

porte chiuse, nel discorso pubblico egli enunciò i temi della coesistenza pacifica e le differenti vie

di transizione verso il socialismo, in pratica la sconfessione dell’internazionalismo proletario

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stalinista, esso conteneva enunciazioni importanti ma non esplosive, queste furono affidate al

discorso segreto e quasi interamente dedicato a una critica aspra, serrata e caricaturale

dell’immagine di Stalin e soprattutto delle atrocità che aveva commesso e del terrore che aveva

disseminato nel proprio paese, il discorso doveva restare segreto, ma venne lasciato trapelare, in

giugno e consegnato alla stampa americana che lo rese pubblico senza che vi fossero smentite, l’eco

della condanna determino un momento di crisi del comunismo internazionale, con conseguenze

soprattutto nell’Europa orientale, specialmente dopo che venne soppresso il cominform, espressione

del fatto che il Pcus si avviava verso nuovi rapporti con i partiti fratelli dell’Europa orientale.

La destalinizzazione ebbe effetti devastanti in Polonia ed in Ungheria, in Polonia la crisi, esplosa

con scioperi e manifestazioni di ostilità contro il governo, assunse una reazione prevalentemente

antisovietica, pur tuttavia si trovò una soluzione all’interno del partito operaio unificato polacco con

la nomina di Gomulka esponente del gruppo riformista antistalinista e quindi perfettamente

funzionale al nuovo corso sovietico, in Ungheria invece la crisi ebbe ripercussioni drammatiche, il

partito era spaccato in tre fazioni, gli staliniani di Rakosi, i moderati di Kadar e i simpatizzanti di

Nagy espulso dal partito alla fine del 1955 e mai riammesso per il rifiuto di pronunciare un discorso

d’autocritica, le manifestazioni assunsero aspetti da vera guerra civile, per placare tutto ciò il

comitato centrale decise di nominare capo del governo Nagy, il quale riuscì ad ottenere anche la

nomina di Kadar a capo del partito, in questa grave situazione Nagy fece un passo troppo arrischiato

e cioè la richiesta di ritiro dal Patto di Varsavia, a questo punto gli eventi precipitarono e l’attacco

militare sovietico fu risolutivo, Nagy fu catturato e condannato a morte, da quel momento possiamo

affermare che iniziò una lunga e lenta crisi che avrebbe minato la credibilità del comunismo

mondiale.

Altro dato politico importante era che il conflitto bipolare si era davvero spostato su un piano

diverso e cioè quello della coesistenza competitiva, ne gli americani ne i sovietici avevano interesse

a modificare quella situazione, perciò considerare l’episodio Ungherese appartenente alla guerra

fredda esprime un giudizio profondamente errato.

Inserita in un processo di lungo periodo la decolonizzazione fu in parallelo con la nascita delle

super potenze, uno degli elementi caratterizzanti le relazioni internazionali del XX secolo, esso

prese avvio subito dopo la seconda guerra mondiale, per concludersi intorno al 1960 con la sua

condanna di illegittimità dal punto di vista del diritto internazionale.

Appare chiaro che questo stato di cose derivava direttamente, in piccola parte dalla tradizione

storica legata alle esplorazione geografiche iniziate alla fine del secolo XV, ed in gran parte esso era

collegato alla crescita dell’industrializzazione in Europa, le colonie erano perciò uno dei fondamenti

della ricchezza degli Stati Europei e lo strumento per il loro predominio mondiale.

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, l’imperialismo contemporaneo fu l’espressione di

una assoluta indifferenza rispetto alla volontà delle popolazioni interessate, il sistema degli imperi

tradizionali aveva travolto culture ancestrali e provocato violente trasformazioni, piegando etnie e

modi di produzione a esigenze che appartenevano all’interesse della potenza imperiale, il risultato

fu che le forze indigene e le sottili elite culturali che avevano assimilato dagli europei le critiche

contro il sistema capitalistico e la sua espressione imperiale si allearono contro gli europei.

Gradualmente si comprese che il sistema imperiale favoriva pochi senza recare beneficio alla

collettività e negli anni del movimento socialista l’adesione al movimento significava opposizione

al colonialismo.

Inizialmente furono le azioni di Wilson e Lenin a dare attualità al problema coloniale, tuttavia i

mandati di tipo B e C delle società delle nazioni non furono che colonie larvate, solo nei mandati di

tipo A le forze politiche locali ottennero l’indipendenza come l’Iraq e la promessa di indipendenza

del Libano e della Siria da parte della Francia.

La graduale evoluzione dell’impero britannico con la creazione dei dominions pressoché

indipendenti, la reazione dell’Etiopia all’attacco italiano, la partecipazione di consistenti reparti di

truppe coloniali alla seconda guerra mondiale in nome della libertà e della autodeterminazione dei

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popoli e il fatto che i giapponesi avessero occupato molte colonie europee nell’Asia orientale e nel

pacifico diedero dei colpi mortali al sistema.

Le crisi più importanti della prima fase di decolonizzazione furono vissute dalla Francia in

Indocina, soprattutto per il fronte per l’indipendenza del Vietnam dominato dal partito comunista e

guidato dal prestigioso Ho Chi Minh, tutto ciò portò alla indipendenza del Laos e della Cambogia e

rispetto al Vietnam venne stabilito che il paese sarebbe stato diviso in due zone di occupazione a

nord del 17 parallelo dai i Viet Minh e al sud dai francesi, successivamente fu proclamata

l’indipendenza del Vietnam meridionale come unico stato vietnamita appoggiandosi alla crescente

influenza americana.

Nel medio oriente e nel nord Africa la crescente influenza del nazionalismo arabo portò al potere in

Egitto il colonnello Nasser e l’esempio di indipendenza concesso alla Libia fu contagiosa per tutta

l’area, i movimenti indipendentisti avevano profonde radici politiche, culturali e religiose, in questo

clima la Francia riconobbe la piena indipendenza della Tunisia e dal Marocco anche se per

quest’ultima i francesi avevano cercato di seguire una linea più ferma.

Molto più difficile fu la situazione algerina che la costituzione francese definiva parte integrante

della Repubblica e dove vivevano circa un milione di coloni francesi e rappresentavano il ceto

dominante della vita economica.

Per quasi dieci anni la crisi algerina venne combattuta come una vera e propria guerra e gli eventi

algerini influirono pesantemente nella vita interna francese, la situazione si fece così grave che le

forze politiche convennero in maggioranza che solo un personaggio dalla statura politica e dal

prestigio del generale de Gaulle potesse ricondurre la situazione sotto controllo, il generale riuscì,

non senza difficoltà, ad avviare negoziati con il fronte di liberazione e alla fine con gli accordi di

Evian nel 1962 fu data l’indipendenza alla repubblica algerina con alcuni privilegi per la Francia.

Dopo il 1956 e la crisi di Suez, il processo di decolonizzazione acquisto un ritmo vertiginoso, la

conferenza di Bandung dei paesi non allineati aveva mostrato l’intreccio fra decolonizzazione e

schieramenti bipolari, allorché aveva indicato a tutti i paesi partecipanti i principi di neutralismo e la

condanna del colonialismo.

Un banco di prova della capacità delle nazioni unite fu il caso del Congo, con la proclamazione di

secessione del Katanga dopo l’indipendenza congolese, un compito che le forze dell’ONU

riuscirono a portare a compimento solo entro il 1964 garantendo l’integrità territoriale del Congo, la

questione coloniale a questo punto diventò il centro del dibattito all’interno del consiglio generale

delle nazioni unite ove fu approvata una risoluzione nella quale si diceva, fra l’altro, che il

colonialismo era contrario alla carta dell’ONU e sanzionava quindi l’illiceità del colonialismo come

principio giuridico universale.

La fine del colonialismo portò le super potenze ad esercitare una influenza sempre più marcata,

rispetto alla quale le posizioni internazionali dei nuovi stati portarono ad una etichetta di

neutralismo molto elastico così il terzo mondo invece di essere davvero neutrale ed esercitare una

funzione positiva nel confronto bipolare, divenne il campo d’azione per la coesistenza competitiva,

in particolare la politica degli aiuti diventava così il campo della competizione.

In questo clima le condizioni del commercio internazionale erano determinate dalla politica degli

stati industrializzati che provocava la diminuzione dei prezzi delle materie prime, delle quali i Pvs

erano esportatori, rispetto alla crescita dei prezzi dei prodotti finiti provenienti dai paesi sviluppati,

nonostante l’intervento dell’ONU, non si riuscì ad affermare un progetto di dare nuovo ordine

economico internazionale poiché né i Psv agirono compattamente né la minaccia di estendere ad

altre materie prime il monopolio che i produttori di petrolio erano riusciti a costituire prese forma

efficace, il problema rimase aperto.

Nella competizione le motivazioni ideologiche perdevano senso, americani e sovietici appoggiarono

chi era disposto a collaborare con loro, indipendentemente dalla natura dei governi interni, per sua

natura, la coesistenza dava un’evidente centralità ai temi economici, l’Unione Sovietica e gli stati

Uniti dovevano dimostrare di essere in grado di mantenere un ritmo di crescita economica interna

adeguato alle attese dei rispettivi sistemi sociali e al tempo stesso mostrarsi capaci di un progresso

29

tecnologico che liberando risorse, rendesse possibili interventi attivi e produttivi nei paesi di recente

indipendenza.

La questione di Suez mise in luce questi aspetti, le radici di tale vicenda risalivano all’ascesa al

potere del colonnello Nasser ed all’annuncio della nazionalizzazione del canale, la crisi divenne

esplosiva quando i britannici e i francesi colsero l’occasione per liquidare un personaggio che

minava le loro posizioni in Algeria e in Medio Oriente, un accordo segreto, retaggio delle vecchie

relazioni internazionali, sulla base della quale Israele avrebbe attaccato l’ Egitto occupando tutto il

Sinai permetteva ai britannici ed ai francesi di intimare il ritiro immediato delle truppe dal canale in

nome della libera navigazione, al rifiuto ovvio egiziano ci fu l’attacco congiunto anglo-francese.

L’attacco aveva molti limiti poiché malamente preparato e rispetto agli israeliani tecnologicamente

arretrato, in più le due super potenze, i sovietici nella speranza di conquistare influenza nel medio

oriente e gli americani nel timore di perderlo si ritrovarono assieme verso il medesimo obiettivo,

tutto ciò poro ad una risoluzione dell’ONU che chiedeva l’immediato cessate il fuoco, il ritiro dei

belligeranti oltre le linee di armistizio e il blocco di tutte le operazioni militari, la crisi metteva in

evidenza che le speranze francesi di tenere sotto controllo l’area nord Africana non erano fondate e

che gli inglesi dovevano ridimensionare la loro presenza nell’area a favore degli Stati Uniti.

La crisi di Suez può essere assunta come paradigma della confluenza di elementi nuovi

nell’evolvere delle relazioni internazionali del XX secolo, dopo di allora il fulcro della vita

internazionale si sarebbe prodotto nella definizione dei rapporti strategici fra le super potenze e

nell’affiorare del tema della supremazia tecnologica, in tal senso la competizione spaziale e

nucleare furono due terreni sui quali la competizione si manifestò con asprezza nelle relazioni

bipolari.

Ciascuna delle super potenze avvertiva il rischio di essere annientata da un colpo a sorpresa da parte

dell’avversario, entrambe percepivano il fatto che tale pericolo era assoluto sul piano teorico ma

relativo sul piano pratico, poiché il calcolo del rapporto costi/benefici conteneva una variabile

indipendente, indicata dall’impossibilità di prevedere gli effetti di un attacco a sorpresa sulla

capacità di risposta dell’antagonista.

Gli arsenali di entrambe le potenze erano così ricchi di assicurare in caso di guerra l’estinzione della

vita civile nel mondo industrializzato, per trasportare questi ordigni gli americani si basarono

essenzialmente sulla loro superiorità nel numero dei bombardieri e nella costruzione di sottomarini

a propulsione nucleare che avrebbero potuto effettuare lanci senza affiorare in superficie, mentre i

sovietici si basarono sulla loro superiorità missilistica.

La combinazione nucleare fra armamenti e vettori destinati a loro lancio pose il problema della

partecipazione europea non solo alla dislocazione di missili a gittata intermedia, situati a poca

distanza dall’Unione Sovietica come quelli in Turchia e in Italia, ma anche alla partecipazione di

paesi europei al possesso di ordigni nucleari, l’onere della cosiddetta risposta sarebbe dovuta cadere

sugli europei stessi, tedeschi in primo luogo, oppure sugli americani che avrebbero dovuto

predisporre gli strumenti a tal fine.

Il vero anno di svolta fu il 1957, i sovietici clamorosamente riuscirono a mandare nello spazio un

primo satellite artificiale, seguito anche del lancio del primo uomo nello spazio, la sfida sovietica

provocò un senso di panico e dimostrava i progressi tecnologici compiuti dai sovietici, gli americani

da quel momento lanciarono una poderosa rincorso grazie alla quale furono in grado di raggiungere

grossi risultati culminati dallo sbarco dell’uomo sulla Luna.

Il problema della proliferazione nucleare metteva in luce rischi per tutta l’umanità, l’iniziativa di

intraprendere negoziati fu intrapresa dal delegato all’ONU statunitense Lodge, il primo ostacolo da

superare era rappresentato dal timore sovietico verso il riarmo nucleare tedesco, il secondo era

rappresentato dalle difficoltà interne al sistema sovietico in relazione allo stesso tema e, più in

particolare alla situazione di Berlino, il terzo era rappresentato dal fatto che i sovietici

consideravano come un rischio per la loro sicurezza la prossimità al loro territorio le basi

missilistiche americane. 30

Il primo momento critico fu rappresentato dalla crisi di Berlino aperta dal quasi ultimatum sovietico

del 27 novembre del 1958 e chiusa in pratica con la costruzione del muro nel 1961, la minaccia

consisteva nel stipulare una pace separata con la Germania orientale trasferendo la capitale a

Berlino e l’assunzione di tutti i poteri sovrani alla repubblica democratica tedesca, l’iniziativa

sovietica viene spesso identificata come il segno del perdurare della guerra fredda in Europa,

viceversa essa aveva origini più ampie e complesse come il problema del riassetto postbellico e le

spinte che provenivano sia dalle iniziative occidentali(come la cosiddetta dottrina Hallstein) che dai

dissensi interni al mondo sovietico in particolare con la Germania orientale e la repubblica popolare

cinese, la visita di Chruscev in Cina in cui dichiarò di appoggiare l’azione militare cinese contro le

isole Quemoy e Matsu, avendo cura di precisare che essa non doveva estendersi a Taiwan, fu la

prima occasione di confronto tra la linea del revisionismo chruscioviano e l’ostilità cinese verso la

politica di coesistenza.

Così come esistevano due Cine esistevano due Germania e dalla Germania orientale Ulbricht

allarmato dell’ipotesi di un riarmo nucleare della Germania occidentale, premeva su il leader

sovietico perché prendesse una posizione energica rispetto al pericolo emergente, due situazione

così lontane diventavano parallele ed il revisionismo di Chruscev era osteggiato in Asia dai cinesi

ed in Europa dai tedeschi orientali.

Fu una prima visita del ministro degli esteri britannico nella capitale sovietica a superare l’impasse,

in quella occasione si decise che la questione tedesca sarebbe stata discussa in un vertice a Ginevra,

successivamente l’invito a Chruscev a visitare gli Stati Uniti e il cordiale incontro a Camp David

mostrarono a tutti che il dialogo fosse mantenuto aperto.

Il negoziato aveva un prezzo, la rinuncia alla nuclearizzazione della Germania, gli americani lo

accettarono, con tutti i dubbi derivanti dalla determinazione americana a difendere l’Europa

secondo la dottrina della rappresaglia massiccia di Dulles.

Il dubbio crebbe con la Presidenza Kennedy dove gli americani ripiegarono sulla teoria strategica

della rappresaglia flessibile e cioè dalla risposta nucleare commisurata al rischio, Chruscev poteva

registrare così un primo successo della sua politica così come un altro successo egli ottenne con il

mancato vertice di Parigi, convocato per maggio del 1960, infatti pochi giorni prima fu intercettato

e abbattuto dai sovietici un aereo spia americano sul proprio territorio, il leader sovietico inscenò

una grande messa in scena mediatica imbarazzando non poco gli americani, ma soprattutto riuscì a

recuperare consenso dinanzi al Politburo senza essere costretto a discutere nel merito i problemi

concreti e in particolare Berlino, questo problema fu affrontato in una riunione del patto di Varsavia

nel 1961, il dibattito si oriento verso un compromesso concretatosi nella decisione di costruire il

muro di Berlino non come atto di provocazione verso gli occidentali ma come misura necessaria a

far cessare lo stillicidio delle emigrazioni clandestine, il muro venne considerato un altro episodio

della guerra fredda, in verità esso era un simbolo di infamia e di debolezza e sanciva il fatto che la

situazione di Berlino non poteva essere modificata e l’unico risultato ottenuto era quello di ribadire

la divisione della Germania, la rinuncia alla nuclearizzazione della Repubblica federale e l’impegno

statunitense a difendere l’Europa a tempo indeterminato.

Un'altra questione politica di fondo riguardava le basi americani prossime al territorio sovietico, era

un timore giustificato.

Con poche eccezioni l’America latina era rimasta fuori dalla guerra fredda e dal confronto bipolare,

condizionata soprattutto dall’egemonia americana, la situazione si modificò sostanzialmente con

l’avvento al potere di Fidel Castro a Cuba, che insieme a un medico argentino Ernesto Che Guevaro

riuscirono, con la creazione di una alleanza sociale della piccola borghesia con il mondo proletario e

contadino, a rovesciare il dittatore Batista, al suo primo apparire Castro non guidava una coalizione

filo comunista e il suo governo venne subito riconosciuto da quello degli Stati Uniti e appoggiato

dai liberal americani, la situazione si capovolse repentinamente quando Castro incominciò ad

intessere rapporti commerciali con Mosca, anche con cospicui prestiti verso il governo cubano,

ormai era evidente che Cuba aveva scelto di essere un avamposto sovietico nei carabi, e quando

castro chiese che il personale dell’ambasciata americana fosse sensibilmente ridotto gli Stati Uniti

31

interruppero le relazioni diplomatiche, la situazione si fece più complessa nella tentata spedizione di

esuli cubani nella Baia dei Porci nella fiducia che lo sbarco potesse creare una insurrezione

anticastrista, la spedizione era finanziata da i servizi segreti americani, in due giorni gli esuli furono

tutti catturati, ed il 1 maggio del 1961 Castro dichiaro che Cuba era una repubblica socialista.

Cuba era diventata il potenziale terreno per mettere alla prova la resistenza americana rispetto al

sorgere presso il territorio degli Stati Uniti di un rischio analogo a quello dell’Unione Sovietica

vedeva nell’esistenza in Turchia e in Italia di basi missilistiche.

L’occasione fu data proprio dalla decisione accolta con favore dai cubani di istallare nell’isola basi

missilistiche capaci di colpire gli Stati Uniti, i lavori di istallazione ebbero inizio alla fine di agosto

del 1962 e gli americani ne ebbero subito notizia, e decisero di conseguenza una linea di quarantena

oltre la quale non avrebbero accettato il passaggio di navi sovietiche dirette a Cuba.

Il primo passo venne compiuto da Chruscev che ordinò alle navi sovietiche di non forzare il blocco,

e poi scrisse una lettera privata a Kennedy nella quale dichiarava di smantellare le basi qualora il

governo degli stati Uniti avesse dichiarato pubblicamente di non invadere Cuba ne appoggiare altri

tentativi di invasione, subito dopo questa lettera il leader sovietico ne scisse una altra pubblica nella

quale il ritiro dei missili da Cuba era condizionato allo smantellamento delle basi missilistiche in

Turchia, le due lettere avevano una portata diversa, al prima conciliante, le seconda che svelava il

vero senso dell’operazione e cioè una operazione di compromesso in cui ciascuno cedeva qualcosa.

Per uscire dall’impasse Kennedy scelse una via molto abile, rispose in due modi diversi alle due

lettere quasi che fossero prive di collegamento, pubblicamente rispose con calore retorico che gli

Stati Uniti non avevano nessuna intenzione aggressiva contro Cuba e quindi pronto ad accogliere la

formula di compromesso, l’effetto di tale accordo sarebbe stato quello di allentare le tensioni

mondiali mettendoci in grado di lavorare verso un accordo più generale riguardante altri armamenti

come proposta nella seconda lettera resa pubblica, era una risposta indiretta alla richiesta di un quid

pro quo lo scambio venne completato durante un incontro fra Robert Kennedy e il nuovo

ambasciatore sovietico nel quale venne raggiunto il compromesso che prevedeva lo smantellamento

delle basi in Turchia e in Italia in cambio della rinuncia all’istallazione di missili a Cuba.

Sul piano generale la chiusura della crisi di cuba diede nuova linfa al dialogo bipolare che portò al

lungamente atteso trattato di sospensione degli esperimenti nucleari nell’atmosfera sottoscritto dalle

due potenze e dalla Gran Bretagna, fu il primo di una lunga serie di accordi concepiti per

circoscrivere i rischi di un conflitto nucleare.

La scelta strategica di Chruscev era anche dominata da considerazioni interne il leader sovietico

coltivava l’ambizione che l’Urss raggiungesse entro il 1970 il livello di produzione e la qualità della

vita esistenti negli Stati Uniti e quindi come suggeriva un rapporto della Cia il nuovo corso della

politica estera era dettato dal desiderio di diminuire il peso delle spese militari sul sistema

economico in modo da destinare maggiore risorse a urgenti programmi di carattere civile.

L’incapacità di reggere il confronto nell’ambito della coesistenza competitiva e la fretta di chiudere

la diatriba nucleare mettevano in luce elementi endogeni presenti da tempo nella lunga crisi

sovietica, l’aver dato voce a questi problemi sul piano interno e l’aver tratto conseguenze su quello

internazionale indebolì a tal punto la posizione di Chruscev da rendere possibile nell’ottobre del

1964 che il comitato centrale votasse la sua destituzione.

L’egemonia di due imperi e i suoi limiti

Dopo la fine del colonialismo tradizionale sopravvissero altre forme di dipendenza con i paesi

appartenenti ai blocchi di alleanze da essi guidati, nel caso degli Stati Uniti la dipendenza era

collegata al tema della difesa comune, a quella della cooperazione economica, a quello disuguale

sul piano tecnologico e in alcuni casi di dipendenza delle scelte di politica interna, si può parlare di

impero in un senso nuovo legati alla potenza egemone da un rapporto di collaborazione politica e di

dipendenza militare. 32

Per l’impero sovietico è necessario, invece, una tripartizione dei rapporti, le repubbliche che

costituivano l’Unione Sovietica erano nel loro insieme fortemente simili ai vecchi sistemi coloniali,

in questi paesi il governo operava una politica di russificazione non indifferente alle specificità

nazionali, questo però non portava a mutare riti e costumi ma investiva solo il sistema economico e

di difesa, questi aspetti creavano un rapporto imperiale di vecchio stile, poi vi erano i paesi del patto

di Varsavia, ciascuno di essi aveva mantenuto la propria sovranità, sebbene Brezniev avesse

dichiarato che si trattava di una sovranità limitata, la cosiddetta “dottrina Brezniev, che anteponeva

gli interessi del Blocco alla sovranità di ciascun paese membro, il rapporto di dipendenza imperiale

era dunque più accentuato a quello che, prima del 1932 aveva legato i dominions alla Gran

Bretagna, il terzo aspetto era rappresentato dagli stati che dopo aver acquistato l’indipendenza erano

economicamente legati all’Urss, in questo è impossibile parlare di impero ma solo di espressione di

una politica di potenza analoga a quella degli Stati Uniti.

I due imperi esistevano, ma dovevano definire le regole della loro convivenza.

Dal 1963 al 1974 quasi senza pausa, si definirono le regole del trattato di non proliferazione del

1968, poi con gli accordi salt 1 e salt 2 la loro limitazione e con la conferenza di Helsinki sulla

cooperazione e la sicurezza in Europa nel 1975 il linea di principio si avviava la definitiva

pacificazione di un continente che nel corso dei secoli era stato teatro di guerre quasi senza

soluzione di continuità.

All’ interno del blocco occidentale la disinvoltura con la quale il governo americano aveva eluso

ogni seria consultazione con gli Europei, salva l’eccezione della speciale relazione con la Gran

Bretagna non era passata senza lasciare tracce, i simboli più evidenti furono l’accordo de Gaulle

Adenauer, la decisione della Francia di uscire dalla Nato ma non dal patto, e la netta presa di

posizione di molti governi europei rispetto alla guerra del Vietnam, tutto questo con la decisione del

15 agosto del 1975 di sospendere la convertibilità del dollaro, per evitare che i costi della crisi

Vietnamita ricadessero solo su gli Stati Uniti per esportarlo in Europa l’inflazione diede energia al

disegno europeistico.

Altro problema era la questione orientale, dopo la firma della pace gli Stati Uniti avevano

mantenuto sul territorio giapponese importanti basi e solo nel 1957 avevano accettato di avviare un

negoziato nel quale formalmente si riconosceva la fine di ogni limitazione di sovranità.

Non minori erano i problemi all’interno del blocco sovietico, la sostituzione di Chruscev non portò

a sostanziali mutamenti, sul piano interno la crisi economica si delineò in maniera più accentuata,

su quello internazionale il miglioramento delle reziari con gli Stati Uniti fu pesantemente

condizionata dalla crisi Cecoslovacca e ancora di più dalla crisi con la Cina comunista, e il successo

sovietico nella questione vietnamita fu circoscritto entro un ambito compatibile con la distensione.

Una volta raggiunta la percezione della parità e della mutua capacità di completa distruzione,

l’alternativa era solo la limitazione degli armamenti

Nel 1963 il pessimo raccolto costrinse il governo di mosca a ripristinare il razionamento e la

carestia fu evitata grazie a consistenti acquisti di grano all’estero pagati in oro, ormai le previsioni

del crollo sovietico incominciarono a circolare nella letteratura politica.

Dal 1964 al 1975 le superpotenze riuscirono a prevalere sulle spinte interne ai loro blocchi, e a

proseguire nella politica di intese nucleari, accanto alla crisi energetica, i temi critici della fase

discendente furono rappresentati dalla questione della sicurezza europea in relazione anche al

dispiegamento degli euromissili sul territorio del patto di Varsavia diretti contro l’Europa, la spinta

sovietica verso l’Africa, la crisi politica americana dovuta alle dimissioni di Nixon ed alla rischiosa

decisione sovietica di invadere l’Afghanistan.

Il modo di risolvere la crisi di Cuba da parte di Kennedy, in Europa fu oggetto di serrate critiche, i

gollisti, ad esempio ritenevano che gli Stati Uniti avessero barattato la loro sicurezza a discapito

dell’Europa, la risposta a questo atteggiamento fu l’accordo con Adenauer, e praticamente

l’affossamento di quella forza multilaterale proposta dagli americani, ottenevano invece risultati

visibili la Cee non necessariamente sempre coincidente con gli interessi americani.

33

Infatti l’azione di de Gaulle plasmò non solo i rapporti militari all’interno del patto atlantico, ma

anche gli sviluppi della Comunità Europea, attraverso la nascita di una unione non solo economica

ma anche politica, ponendo seri problema di rappresentatività del parlamento europeo non eletto ma

designato dai singoli Stati, la tesi francesi venne accettata e quindi il trasferimento del ruolo di

governo fu affidato al consiglio dei Ministri, da allora la Cee sopravvisse alle crisi periodiche e alle

spinte degli europeisti più determinati, nel 1972 aderirono la Gran Bretagna, la Danimarca e

l’Irlanda, successivamente la grande prova sostenuta durante la decisione americana di bloccare la

convertibilità del dollaro e la crisi energetica furono all’origine di importanti passi avanti, come

rafforzare i compiti del Consiglio per attuare una politica concertata in tutti i settori che

riguardavano la vita internazione e che toccassero gli interessi della comunità, ed infine la decisione

di eleggere il parlamento europeo a suffragio universale.

La Cee in altri termini diventava un soggetto economico ed indirettamente politico del sistema

internazionale, non antagonista agli americani da cui dipendevano per la difesa, ma imponendo

sempre di più sfide alla politica americana la cui consistenza sarebbe cresciuta con lo sviluppo

dell’economia europea.

Altro mutamento che sfuggiva al sistema bipolare fu l’avvio della Ostpolitik, strategia diplomatica

di normalizzazione dei rapporti politici ed economici tra la Repubblica federale tedesca e i paesi

socialisti, in particolare la Repubblica democratica tedesca. La Ostpolitik (in tedesco "politica

orientale") fu iniziata nel 1969 dal cancelliere Willy Brandt e continuata dai suoi successori durante

il ventennio successivo.

In conformità con la dottrina Hallstein, enunciata nel 1955, la Repubblica federale tedesca rifiutò

sino alla fine degli anni Sessanta di stringere relazioni diplomatiche con qualsiasi stato, salvo

l'Unione Sovietica, che avesse riconosciuto il regime comunista della Repubblica democratica

tedesca. nel 1969 il neoeletto cancelliere federale socialdemocratico Willy Brandt non solo

abbandonò tale pregiudiziale, ma inaugurò una politica di dialogo con la Germania Orientale e gli

altri paesi dell’Europa dell’Est intesa a normalizzare i rapporti di Bonn con il Blocco Orientale, era

presente anche nel cancelliere tedesco la preoccupazione della cosiddetta risposta flessibile

americana che spingesse la Germania occidentale in prima linea. Nell'agosto del 1970 la Germania

Occidentale firmò un trattato con l'Unione Sovietica riconoscendo gli assetti politici esistenti in

Europa e nel dicembre successivo concluse un trattato anche con la Polonia, rinunciando a ogni

pretesa sugli ex territori tedeschi annessi da questo paese nel 1945. Ancor più importante fu il

"trattato fondamentale", firmato nel dicembre del 1972, in base al quale i due stati tedeschi

riconobbero la reciproca indipendenza e accettarono di intrattenere rapporti politici e commerciali,

dopo pochi mesi entrambi gli stati tedeschi furono ammessi alle Nazioni Unite, documenti

pubblicati dopo il 1989, chiariscono che un peso risolutivo nel riavvicinamento delle due germanie

fu quello dell’Unione Sovietica animata da un crescente interesse alle relazioni commerciali con la

Germania occidentale al punto di mettere in subordine gli interessi dei governanti della Germania

orientale.

Gli Stati Uniti nel frattempo vivevano uno dei periodi più difficili della loro esistenza, gli anni che

vanno dal 1964 al 1979 furono segnati dall’eredità, così carica di incognite, dell’assassinio di

Kennedy, dalla contraddittoria politica di Johnson, dal fulmineo successo e poi dal crollo altrettanto

fulmineo di Nixon, dall’evanescente presenza di Ford e dall’elezione di Carter oscillante fra

l’impegno ideologico e il pragmatismo alla Truman.

Questa lunga fase della politica estera degli Stati Uniti, fu contrassegnata dalla guerra in Vietnam e

delle reazioni che questa provocò sul piano interno e su quello internazionale, nel Vietnam il

presidente Johnson perse il credito che l’impegno della sua politica sociale e la sua azione verso la

discriminazione razziale negli Stati Uniti gli avevano fatto acquistare, anche se Johnson ereditò la

situazione del Vietnam dal suo predecessore Kennedy che promosse l’invio dei primi gruppi di

consiglieri militari e diede il via libera al colpo di Stato nel Vietnam del Sud nella speranza di

costituire un governo più forte. 34

In pochi mesi la guerra civile vietnamita divenne un conflitto fra gli Stati Uniti e il Vietnam del

Nord, nelle elezioni del 1964, Johnson venne confermato in modo trionfale anche sulla base di

dell’impegno di non mandare giovani americani a fare quello che i giovani asiatici avrebbero

dovuto fare da soli, ma nei giorni delle elezioni i vietcong divennero più aggressivi, così da

autorizzare il bombardamento di località del Vietnam del nord, l’impegno americano crebbe nella

portata e nei numeri, al culmine del suo impegno il contingente americano era forte di 500.000.

Sebbene possa apparire paradossale la sconfitta americana derivò non già dall’eccesso di impegno

militare ma dall’assenza di un impegno militare legato a un progetto politico.

I negoziati ebbero inizio nel 1968 a Parigi, mentre la guerra continuava ma anche le elezioni

stavano per cambiare presidente, Nixon e il suo consigliere Kissinger cambiarono strategia e cioè

quello del progressivo sganciamento dalla guerra, sebbene la guerra continuasse fino a quando i

vietcong e l’esercito nordvietnamita occuparono Saigon, la guerra limitata doveva essere chiusa in

quanto i temi del dialogo bipolare la sovrastavano.

Il campo comunista presentava contraddizioni interne ed internazionali ancora più profonde e più

devastanti di quelle presente nel campo americano, la principale di questa contraddizione era il

mutamento del rapporto con la Cina, dovuto alle insoddisfazioni cinese di fronte alla politica estera

di Chruscev culminata dalla firma del trattato di interdizioni di esperimenti nucleari nell’atmosfera

che fu considerato un attentato alla potenziale crescita cinese, anche i successori Breznev e Kosygin

continuarono nella politica di isolamento della Cina dal mondo comunista con due con il Vietnam e

la Corea del nord.

Isolamento, crisi economica e crisi politica spinsero Mao a promuovere nel 1966 la cosiddetta

rivoluzione culturale, per un anno la Cina fu spazzata da un continuo ribollire sociale, dalla paralisi

della scuole alle persecuzioni contro tutti coloro che erano sospettati di aver tentato una

controrivoluzione, in effetti esso fu un periodo che fece perdere alla Cina gran parte delle conquiste

compiute negli anni precedenti, nel 1967 Mao considerò chiuso l’esperimento e per arginare il caos

fece intervenire il generale Lin Piao con il compito di ristabilire l’ordine, fu solo dopo la morte del

generale in un oscuro incidente aereo Mao lasciò il potere nelle mani civili primo fra tutti Deng

Xiaoping che dopo la morte di Mao assunse la guida della Cina e fu l’artefice della trasformazione

della Cina contemporanea.

Frattanto i problemi interni avevano ulteriormente fatte peggiorare i rapporti con i sovietici, a

Pechino si pensava che i sovietici volessero estendere a tutto il mondo comunista la dottrina

Breznev, in questo ambito si colloca l’attacco che il 2 marzo 1969 reparti cinesi portarono contro

postazioni di confine sovietico lungo il fiume Ussuri proclamando la necessità che i trattati

diseguali firmati fra i due paesi andavano rivisti, per fortuna gli scontri non si allargarono e le parti

decisero di ricorrere a un negoziato diplomatico, il governo di Pechino si distaccava sempre di più

dall’antico alleato per diventare uno degli attori della politica estera di Nixon.

La frattura sino-sovietica era solo il più vistoso dei motivi di crisi interna del sistema imperiale

sovietico, ma anche in Polonia e poi in Cecoslovacchia si verificarono gli episodi più gravi, in

Polonia la crisi dei continui scioperi del 1970 e 71 furono risolti con la destituzione di Gomulka con

Gierek un comunista dalla tradizione operaia che seppe fronteggiare con successo la situazione, non

così fu per la Cecoslovacchia

Le cause della comparsa di un movimento riformatore in Cecoslovacchia sono da ricercarsi sia nella

grave crisi economica che aveva colpito il paese agli inizi degli anni Sessanta, sia nell’autoritaria

gestione del potere da parte del Partito comunista cecoslovacco; a dieci anni dal XX congresso del

Partito comunista sovietico e dall’avvio del processo di destalinizzazione che ne era derivato, il

gruppo dirigente cecoslovacco aveva infatti conservato una rigida osservanza staliniana. Negli anni

seguenti – rivelatisi vani i tentativi di rimediare alle gravi carenze dell’apparato produttivo condotti

dal PCC, guidato dal 1953 da Antonín Novotný – un folto gruppo di intellettuali e di membri dello

stesso partito, raccolti intorno ad Alexander Dubček, elaborò un piano di radicali riforme

economiche e politiche. Il 5 gennaio del 1968, di fronte alla disastrosa situazione economica e al

35

malcontento popolare, Novotný fu costretto a rassegnare le dimissioni dalla carica di segretario del

PCC; al suo posto, i riformatori riuscirono a eleggere Dubček.

Nei primi mesi dell’anno l’ala ortodossa del partito conservò il controllo sul governo del paese,

mentre intorno a Dubček cresceva il consenso popolare; persino il “Rude Pravo”, l’organo ufficiale

del PCC, si schierò al fianco del nuovo segretario, criticando la gestione di Novotný e ospitando

interventi degli intellettuali riformisti. Gli avvenimenti praghesi erano tuttavia destinati a suscitare

ben presto le preoccupazioni dei dirigenti dell’Unione Sovietica e dei paesi alleati, in un clima di

forte tensione, la svolta riformista subì un’improvvisa accelerazione. Il 21 marzo Novotný fu

costretto a lasciare anche la presidenza della repubblica e venne sostituito da Ludvik Svoboda, un

generale a riposo, vittima negli anni Cinquanta delle purghe staliniane. Pochi giorni dopo, in un

incontro svoltosi a Dresda tra i membri del Patto di Varsavia Dubček venne severamente ammonito,

nonostante avesse ribadito la completa fedeltà della Cecoslovacchia al sistema comunista.

Dubček non era tuttavia disposto a fermare le riforme. Incoraggiato dalle adesioni raccolte in patria

e fuori (non solo in Occidente, dove anche alcuni partiti comunisti, tra cui il PCI, si schierarono in

un primo momento a favore dei riformisti praghesi, ma anche tra l’opinione pubblica dei paesi

dell’Est) e spinto dalle componenti più radicali del suo schieramento, al suo ritorno a Praga Dubček

approvò un “programma d’azione” decisamente avanzato: i primi provvedimenti compresero il

riconoscimento del diritto di sciopero e la riabilitazione delle vittime delle purghe staliniane.

Da maggio iniziò una frenetica consultazione tra i leader dei paesi membri del Patto di Varsavia;

Dubček stesso venne convocato più volte a Mosca. Alla fine di maggio il Patto di Varsavia

annunciò lo svolgimento di un’esercitazione militare in territorio cecoslovacco; a giugno, al termine

delle manovre, le truppe non lasciarono però la Cecoslovacchia. Agli inizi di agosto ripresero

tuttavia le trattative, mentre a Praga giungevano a testimoniare il loro sostegno a Dubcek importanti

leader del mondo comunista, tra cui Tito e Nicolae Ceauşescu(ma poi traditi da entrambi)

La sorte della primavera di Praga era però segnata. Il 20 agosto le truppe del patto di Varsavia

occuparono la Cecoslovacchia, impedendo ai riformisti qualsiasi tentativo di reazione; Dubček e

altri leader del governo vennero condotti a Mosca, dove il 24 agosto furono costretti ad accettare la

presenza delle truppe straniere e a bloccare il programma di riforme. Nei mesi successivi venne

avviata la “normalizzazione”. Tutti i protagonisti della primavera di Praga furono epurati e fu

ripristinata la vecchia nomenklatura; dal PCC furono espulsi centinaia di migliaia di iscritti;

centinaia di migliaia di persone persero il lavoro; migliaia furono le condanne a pesanti pene.

Dal punto di vista internazionale questa grave crisi fu giustificata da Breznev sulla base della sua

dottrina si trattava in sostanza di una versione edulcorata del regime di protettorato, cioè di una

delega che i paesi del patto di Varsavia concedevano all’Unione Sovietica del compito di mantenere

l’ordine in tutti i paesi comunisti esso affermava in breve sostanza il rapporto semicoloniale

all’interno del secondo cerchio dell’impero sovietico.

La maggiore capacità distruttiva caricava paradossalmente sulle spalle dei governi di Mosca e

Washington il compito di dire al resto del mondo che i poderosi arsenali erano un segno della

potenza internazionale, ma che non avrebbe avuto altro valore che quello simbolico a sanzionare un

preciso ruolo internazionale.

Il presupposto dell’eguaglianza fra i due paesi era infondato dal punto di vista economico

finanziario, esso esisteva in quello degli armamenti e realisticamente gli americani fecero prevalere

l’aspetto che più presentava rischi per la pace e la sopravvivenza del mondo.

Le super potenze avevano la gloria del predominio ma anche l’onere di dimostrare che nessuna di

esse avrebbe esercitato tale predominio per prevalere da sola sull’altro impero, ciò rendeva possibile

la pace nel mondo, era un segno del trionfo della diplomazia come strumento per governare il

mondo.

Il trattato di non proliferazione nucleare venne firmato il 1 luglio del 1968 sotto l’egida delle

Nazioni Unite, la precondizione era naturalmente il trattato per la sospensione degli esperimenti

nucleari nell’atmosfera 36

Gli Stati Uniti possedevano la capacità di superare il problema della moltiplicazione dei vettori

mediante la costruzione di missili a testata multipla e bersaglio indipendente cioè i Mirv, un solo

missili avrebbe potuto lanciare dieci testate nucleari verso obiettivi diversi, inoltre si avviava a

costruire un sofisticato sistema di missile antimissile, si trattava di una innovazione tecnologica

costosissima e teoricamente destabilizzante, il trattato in breve prevedeva anche che gli stati in

possesso di armi nucleari si impegnassero a non trasferire armi atomiche a chi non ne possedeva e

prevedeva la rinuncia a non possedere armi nucleari da parte di quegli stati che avrebbero aderito al

trattato, l’accordo sanciva ovviamente una situazione di disuguaglianza e stabiliva l’egemonia

permeante delle super potenze, gli americani rinunciarono per sempre a progetti di forza

multilaterale e al riarmo atomico della Germania occidentale, in cambio della condanna sovietica

del riarmo atomico cinese, il trattato venne firmato da un numero crescente di paesi saliti nel 2001 a

150 compreso la Cina.

La diffusa consapevolezza della necessità del dialogo(quali che fossero i sottintesi, i sovietici

ritenevano che gli Stati Uniti attraversassero una fase di crisi, in realtà la politica di distensione per

gli americano serviva per contenere i costi della gara spaziale e nucleare) aveva avuto sino al 1968

una portata negativa o proibitiva, non aveva ancora affrontato il problema generale e cruciale della

limitazione degli armamenti, Johnson aveva lanciato la proposta di un negoziato in materia si

trattava del progetto Salt, la questione venne ripresa con lentezza superato il trauma della crisi ceca

con Nixon nuovo presidente.

Il nuovo negoziato doveva risolvere due domande: era possibile una limitazione senza alterare gli

equilibri e quali erano gli armamenti strategici, gli esperti convennero che gli armamenti strategici

erano i missili intercontinentali a lunga gittata e i missili antimissili, il SALT I si concluse nel 1972

con la firma di due accordi: il primo sui missili antimissile (ABM, Anti Ballistic Missile), a tal

proposito si convenne di costruire due sistemi a protezione delle rispettive capitali l’altro da situare

a protezione della base giudicata più importante, il problema delle basi divenne di attualità solo con

l’amministrazione Regan, il secondo fissava il numero di vettori consentiti, sia installati in basi a

terra, sia su navi e sottomarini, in quello esistente al momento della firma.

Per giustificare la definizione di grande distensione Breznev e Nixon firmarono una serie di

protocolli dai quali si doveva desumere che le relazioni fra i due paesi non solo erano normalizzate

ma si avviavano ad un radioso avvenire, ad esempio una dichiarazione solenne riguardava i principi

fondamentali delle relazioni e affermava la norma suprema della coesistenza pacifica, la

conseguente visita di Nixon a Mosca suggellò il disgelo delle relazioni.

Successivamente fu affrontato il superamento del Salt I con un nuovo accordo e cioè il SALT II che

però venne firmato da Ford poiché Nixon fu travolto dallo scandalo Wategate, esso limitò il numero

dei vettori che le due nazioni potevano schierare affermando il principio di parità era una formula

che favoriva numericamente i sovietici poiché non li esponevano a una competizione sul numero

dei vettori a testata multipla, ma che non modificava la superiorità americana in relazione al numero

delle testate disponibili. Con questo accordo (1979) vennero elencati con precisione il numero e il

tipo di vettori permessi e fu decisa la distruzione di quelli in eccedenza. L'applicazione del trattato

incontrò grandi resistenze da ambedue le parti e non venne ratificato dal Senato degli Stati Uniti

come misura di ritorsione nei confronti dell'intervento sovietico in Afghanistan; le due potenze si

mantennero comunque all'interno dei limiti degli accordi.

La distensione per i sovietici era divenuta anche una necessità economica, e serviva anche a render

una immagine diversa di fronte ai paesi dell’Europa occidentale, inoltre la questione cinese era

divenuta pericolosa e quindi spingeva ulteriormente ad un miglioramento delle relazioni con gli

Stati Uniti.

Nel campo americano Nixon e Kissinger avevano perseguito il disimpegno dalla guerra in Vietnam,

arrivando al definitivo accordo, e dichiarando che la politica statunitense in Asia non poteva essere

più quella di fare i poliziotti del mondo ma dovevano seguire una politica di basso profilo, in netta

controtendenza fu la politica di Nixon nei confronti del Giappone la quale era entrata in periodo di

grande crescita economica ed era diventata anche grazie alle misure protezionistiche degli anni 50 il

37

gigante commerciale dell’estremo oriente. Tutto ciò portava a chieder da parte degli Stati Uniti una

politica economica meno protezionistica, i giapponesi si dichiararono pronti a discutere in cambio

della restituzione di alcuni territori, fu raggiunto su queste premesse un accordo nel 1971.

Il governo cinese intanto avvertiva il peso dell’isolamento, l’unico modo era quello di affacciarsi

verso il pacifico e cioè verso il Giappone ma soprattutto verso l’america, così fra Cina e Stati Uniti

si allacciava un rapporto politico che fra l’Unione Sovietica e Cina si era spezzato.

Dopo alcune schermaglie e dopo il superamento dell’ostacolo posto dalla questione della

rappresentanza cinese all’Onu, la svolta si concretizzò con una visita segreta di Kissinger a Pechino

dove furono poste le basi politiche del disgelo e venne dato l’annuncio della visita di Nixon in Cina,

ed ebbe un grande successo diplomatico.

L’intesa sino-americana rafforzava la posizione di Nixon nei confronti di Breznev ma non

modificava il problema che stava al centro della tematica della distensione e cioè il controllo degli

armamenti nucleari, semmai al contrario si potrebbe dire che l’intesa con gli Stati Uniti che avevano

nettamente sconsigliato l’attacco nucleare contro la Cina, contribuiva a delimitare anche la possibile

aggressività nucleare cinese verso l’Unione Sovietica, perciò il legame della Cina con gli americani

finiva di apparire come un deterrente rispetto ai colpi di testa cinesi, in altri termine una garanzia

che anche la Cina si sarebbe avviato verso una politica di distensione.

L’ottimismo che regnava a livello internazionale fu spezzato nel 1973 dalla guerra del kippur, la

guerra riapriva non per iniziativa israeliana, la più grave questione rimasta aperta nel mediterraneo e

forse in tutto il mondo. L’affrontare la questione significa esaminare tre aspetti, la crisi come fase

del conflitto arabo-israeliano, la crisi come occasione per il manifestarsi del modo americano di

considerare i problemi del Medio Oriente e meno direttamente dell’Europa, la crisi come problema

delle risorse energetiche.

Come fase del conflitto la guerra era la rivalsa egiziana rispetto alla pesante sconfitta del 1967, dove

il sogno di costruire un grande stato di Israele era diventato realtà, a seguito delle vittorie contro

l’Egitto, la Siria e la Giordania, il precipitarsi della situazione fu quando Nasser chiese alle nazioni

unite il ritiro dei contingenti dell’Unef che presidiavano Sharm el Sheikh per assicurare la libera

navigazione attraverso lo stretto di Tiran, verso il porto israeliano di Elat, una richiesta che l’Onu

dovette accettare poiché essa riguardava un territorio giuridicamente appartenente allo stato

egiziano, subito dopo il governo egiziano bloccò la navigazione alle navi israeliane nello stretto di

Tiran.

Il 28 giugno del 1967 Israele deliberò l’unificazione di Gerusalemme ebraica a quella araba in una

sola entità.

Nel novembre del 1967 il Consigli di sicurezza dell’Onu votò all’unanimità la risoluzione 242,

pilastro di ogni successivo dibattito sulla questione palestinese, essa infatti formulava un piano di

pace nel quale si prevedeva la fine dello stato di guerra fra tutti i paesi dell’area, il che

presupponeva il riconoscimento di Israele, ma chiedeva a Israele di ritirare le sue truppe from

territories occupied in the recent conflict era un tipico compromesso diplomatico che negava ciò

che al tempo stesso, pareva concedere.

La geografia politica nel medio oriente cambiò in senso ulteriormente anti israeliano con l’ascesa al

potere di Gheddafi in Libia, Saddam Hussein in Iraq e Assad in Siria, il protagonista della riscossa

araba fu l’egiziano Sadat che appunto nel giorno del Kippur lanciò un attacco cogliendo gli

israeliani di sorpresa, per alcuni giorni l’effetto sorpresa risulto efficace poi le forze israeliani si

riorganizzarono e guidate dea Sharon riuscirono non solo a fermare l’avanzata nemica ma

riuscirono a penetrare sul territorio egiziano, la guerra era giunta ad un punto critico, le potenze

avevano accelerato gli aiuti, gli americani a Israele e i russi agli egiziani.

L’iniziativa diplomatica blocco gli sviluppi militari, il consiglio di sicurezza ordinò che le parti in

lotta cessassero i combattimenti, l’iniziativa americana era obbiettivamente avvantaggiato rispetto

alle parti in causa dalla possibilità di negoziare direttamente sia con gli israeliani, che con gli

egiziani e dal fatto che gli Stati Uniti erano immuni dal blocco petrolifero adottato da gli Stati

Arabi, finché si giunse ad un accordo di disimpegno garantito dalle forze dell’ONU e dalla

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decisione di tenere una conferenza a Ginevra sotto la presidenza di americani e sovietici, terminata

nel 1974 con il disimpegno militare generalizzato.

Nonostante il periodo di distensione sia gli americani che i sovietici seguirono comportamenti

autonomi e solo nella fase pericolosa della crisi si concertarono per raggiungere decisioni comuni,

gli effetti sull’Egitto, invece furono positivi per gli americano che riallacciarono relazioni

diplomatiche regolari, negativi per i sovietici in quanto delusi dai limiti dei loro aiuti, gli egiziani

chiesero ai sovietici il ritiro di 20000 consiglieri militari e stabilì un rapporto più forte con gli

americani, fino al punto di accettare per la prima volta la soluzione dei problemi con Israele in

modo pacifico, grazie anche agli aiuti americani.

Nel novembre del 1977 Sadat visitò Gerusalemme e Begin restituì la visita al Cairo, il 26 marzo del

1979 a Camp David in america fu firmato il trattato di pace alla presenza del presidente Carter, in

virtù del quale le terre egiziane occupate sarebbero state gradualmente restituite e la collaborazione

fra i due paesi si sarebbe presentata come un modello possibile di convivenza fra mondo arabo e

Israele.

La crisi mediorientale mise in luce il divario fra gli interessi americani ed Europei, questo divario

era rappresentato dalla questione energetica.

Sino alla guerra in Vietnam l’Europa aveva goduto dell’esistenza di sistema monetario

internazionale stabile(conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite che si svolse dal 1° al

22 luglio 1944 nella cittadina americana di Bretton Woods) ed al raggiungimento di un accordo

generale che stabiliva la convertibilità delle monete in base alla convertibilità al valore fisso

stabilito fra dollaro e oro e rendeva la moneta americana riserva della finanza globale e fulcro della

convertibilità generale, tutto ciò richiedeva che le grandezze economiche e i sistemi dei prezzi

restassero immutati, invece la crescita della comunità europea e quella del Giappone combinate alla

tendenza dell’aumento delle materie prime mutarono i termini della situazione.

Il dollaro intrappolato dalla regola della parità fissa, prima sottovalutato e perciò fonte di benessere

per i suoi possessori, lasciò il posto ad un dollaro sopravalutato imponendo così costi elevati

all’economia americana, quanto più cresceva l’accumulazione di dollari al di fuori degli stati Uniti

tanto più si rifletteva in tensioni monetarie interne, poiché gli Stati Uniti erano costretti a stampare

moneta sulla base delle proprie riserve auree, nel sistema imperiale americano la potenza egemone

vedeva diminuire i vantaggi della propria superiorità, su queste premesse Nixon annunciò

personalmente agli americani la sua nuova politica economica, la temporanea sospensione della

libera convertibilità del dollaro, prevedeva un’imposta del 10% sulle importazioni e all’interno

stabiliva tagli alla spesa pubblica e la creazione di una autorità per il controllo dei salari,

l’impressione fu quella che gli americani volessero scaricare sugli alleati ricchi di dollari non più

convertibili le difficoltà americane, solo alla fine del 1977 vennero fissate nuove parità fra dollaro e

le principali monete, la nuova parità con l’oro fu stabilita in 38 dollari per oncia(35), in altri termini

il dollaro manteneva il proprio ruolo fondamentale sottraendolo alla pressione inflazionistica del

cambio fisso.

Il terzo aspetto della crisi era rappresentato dalla crisi petrolifera, che a sua volta aveva creato la

crisi politica economica e quella finanziaria monetaria, prima del 1972 il petrolio era stato

abbondante e poco caro, dopodichè l’importanza non solo economica ma anche politica delle

ricchezze del sottosuolo avevano portato i paesi produttori a costituire l’Opec, la prevalenza del

mondo arabo fra i paesi produttori trasformò il petrolio come un’arma a favore della causa

palestinese, l’aumento del prezzo del petrolio ebbe una portata incalcolabile dal punto di vista

economico e politico, esso fece capire che il controllo delle materie prime passato nelle mani dei

paesi indipendenti creava problemi non tanto alle due superpotenze sufficientemente ricche di

risorse interne, quanto per l’Europa e il Giappone.

Tra il 1974 e 1979 la recessione e l’inflazione colpirono il mondo industrializzato, i dollari ricavati

dall’incremento dei prezzi i paesi produttori, vennero riciclati in prestiti ai paesi industrializzati

diventando così debitori permanenti dei produttori, tutto questo problema del riciclaggio dei

petrodollari e della crisi portarono i rappresentanti dei sei paesi più industrializzati al mondo a

39

discutere la nuova situazione finanziaria, era l’inizio della prassi di riunioni informali nel corso

delle quali delineare linee politiche che sarebbero poi state attuate dagli organi appropriati, nel

gennaio del 1976 tutto ciò si tradusse in un emendamento del Fondo internazionale monetario

grazie al quale si metteva fine al ruolo dell’oro come riferimento per il valore delle monete e

venivano consolidati i cosiddetti diritti speciali di prelievo.

La scoperta della dipendenza da una fonte energetica non controllabile mise in chiaro la necessità di

trovare fonti alternative.

La nuova situazione creata in Europa dalla politica estera di Brandt e la diffusa ostilità verso i

sovietici a causa degli avvenimenti di Praga, in questo clima divenne attuale riprendere in

considerazione le proposte formulate dal patto di Varsavia per una conferenza sulla sicurezza e la

cooperazione in Europa. Alla Conferenza presero parte 35 nazioni: gli Stati Uniti, l'Unione

Sovietica, il Canada e tutti gli stati europei a esclusione dell'Albania. All'ordine del giorno furono

poste tre questioni principali: la sicurezza in Europa, la collaborazione nei settori economico,

scientifico, tecnologico e ambientale, e la cooperazione in campo umanitario.

La prima serie di incontri ebbe inizio il 1° agosto 1975, in epoca di distensione. L'Atto finale era

diviso in quattro parti o cesti come vennero definiti all’interno della conferenza, il primo sanzionava

il riconoscimento di tutti gli Stati Europei e l’impegno a non modificarne l’asseto con la forza, il

secondo riguardava la cooperazione economica, il terzo cesto apparentemente il meno impegnativo

poiché riguardava la cooperazione nel campo culturale e umanitario e toccava il tema dei diritti

umani con una serie di affermazioni tipiche della concezione occidentale, vale a dire una serie di

affermazioni che contrastavano con le effettive condizioni dei paesi del socialismo reale, il quarto

conteneva l’impegno ad una nuova conferenza a Belgrado che facesse il punto della situazione sugli

accordi.

Le clausole dell'Atto finale fornirono la giustificazione politico-giuridica per contrastare la politica

repressiva dei governi dell'Europa orientale: i gruppi dissidenti (tra i quali quello di Charta 77) si

basarono sul contenuto dell'Atto finale per rivendicare presso i propri governanti il rispetto degli

accordi di Helsinki. Il documento contribuì a esercitare una forte pressione diplomatica sui paesi

dell'Europa orientale, in particolare sull'URSS, e fu in parte responsabile delle rivoluzioni

democratiche che sconvolsero il blocco dell'Est dal 1989 in poi, fino al collasso del Partito

comunista sovietico nell'agosto 1991 e alla scomparsa della stessa Unione Sovietica.

La sicurezza in Europa aprì nuovi scenari nel mondo, per molti aspetti il 1975 segnò il momento più

alto della parabola dei buoni rapporti bipolari dopo del quale ebbe inizio un rapido riaccendersi

delle ragioni di conflitto fino a far parlare del 1979 come la seconda fase della guerra fredda, i

terreni dello scontro furono l’Africa e in modo del tutto inatteso l’Europa.

L’occasione del conflitto venne offerta dalla fine del regime salazariano in Portogallo, il quale

aveva conservato immensi territori coloniali in particolare in Angola e Monzabico, nel 1975 fu

eletto regolarmente in elezioni democratiche un governo retto dal socialista Soares, dopo un non

violento colpo di stato che destituì Caetano che aveva sostituito a sua volta Salazar.

Il nuovo governo concesse l’indipendenza ai due paesi, in entrambi i paesi subito dopo esplose

immediatamente la guerra civile, oltre ciò nel corno d’Africa in Etiopia dopo aver detronizzato

Hailè Selassiè prese il potere Menghistu un ufficiale di orientamento nettamente filosovietico, in

tutte le tre situazione i sovietici intervennero inviando uomini e armamenti in sostegno dei

movimenti o dei governi amici e spinsero anche il governo di Cuba a inviare migliaia di uomini a

sostegno dei nuovi regimi.

In termini generali si deve tener presente che i sovietici avevano perso influenza nel pacifico e nel

mediterraneo orientale e nel 1973 con il colpo di stato il generale Pinochet con l’aiuto della Cia

aveva eliminato il governo di Allende fautore di una politica di ispirazione marxista legata

all’esperimento cubano, era ben chiaro che gli americani non intendevano subire mutamenti

favorevoli ai sovietici, dinanzi a queste chiusure i sovietici avevano colto l’occasione per cercare

una rivalsa dove questa risultasse possibile, a questa si aggiunsero motivi di recriminazione contro

il Senato degli Stati Uniti per la mancata attuazione di uno dei protocolli che prevedeva la

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concessione ai sovietici da parte degli stati Uniti della clausola della nazione più favorita, e portò

all’approvazione di un emendamento che condizionava la ratifica all’abolizione delle restrizioni

verso l’emigrazione in particolare ai cittadini sovietici verso Israele, profondamente irritato il

governo di Mosca rinunciò al trattato di commercio.

L’intervento in africa mirava a creare paesi satelliti, soprattutto in Etiopia per rafforzare l’esigenza

di controllare indirettamente le aree limitrofe del medio oriente, tutto questo era motivo di allarme

per gli americani.

Il confronto si fece più aspro in occasione della disputa sui cosiddetti euromissili forze nucleari

intermedie; si trattava di missili statunitensi Pershing II (1800 km di gittata) e i cosiddetti cruise

(missili da crociera precisissimi lanciati da terra, 2500 km di gittata) e di missili russi SS-20 (4500

km di gittata), per i quali gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica si erano impegnati in nuovi negoziati

sul disarmo (SALT 2).

Il momento di maggior tensione dovuto alla presenza sul suolo europeo degli euromissili si ebbe fra

il 1977 e il 1987, quando scoppiò la "crisi degli euromissili".

La crisi era nata dalla decisione presa dalla NATO nel dicembre del 1979 essa assumeva come

principio la disponibilità a discutere la riduzione reciproca dei missili di teatro sovietici in cambio

della rinuncia a dispiegare quelli che gli americani erano disposti a fornire sui territori dei paesi

della nato, e cioè i missili Pershing II e i missili da crociera. Il provvedimento costituiva la risposta

all'installazione da parte sovietica, a partire dal 1976, degli SS-20. Solo gli accordi siglati a

Washington l'8 dicembre 1987, e denominati Accordi INF, che confermavano l'intesa tra le due

superpotenze, permisero la soluzione della crisi, sancendo l'inizio del processo di "smantellamento

degli euromissili".

In Occidente l'installazione degli euromissili aveva innescato la protesta del movimento pacifista e

antinucleare, in particolare nella Germania federale. Facendo leva sui dubbi ammessi

pubblicamente da alcuni paesi membri della NATO circa l'opportunità dell'installazione dei missili

sul suolo europeo, i pacifisti tedeschi si opposero alla politica filostatunitense del cancelliere

Helmut Kohl e i Grünen (Verdi) ottennero un'importante crescita elettorale. I nuovi missili Pershing

furono accettati con una maggioranza minima, grazie, tra gli altri, all'intervento di François

Mitterrand al Bundestag (il Parlamento tedesco) nel 1983, che dichiarò polemicamente:"Gli

euromissili sono a est e i pacifisti a ovest".

La presenza in Italia degli euromissili fu esigua; dislocati a Comiso e a Sigonella, in Sicilia, furono

smantellati alla fine degli anni Ottanta.

Nel 1979-80 alla crisi degli euromissili si affiancò la crisi afgana, esaminato con maggior distacco

l’intervento sovietico appare comprensibile come misura di autodifesa rispetto alla solidità del

controllo sovietico sulle repubbliche dell’Asia centrale, l’intervento fu giustificato dallo scontro che

oppose Taraki appoggiato dai sovietici e Amin sospettato di antisovietismo, portati al potere da un

colpo di stato ispirato dal partito democratico del popolo di orientamento marxista.

Amin ebbe la meglio eliminando fisicamente l’avversario, i sovietici rispondendo ad un fantomatico

appello di un governo afgano costituito da Karmal, uomo di fiducia sovietico invasero il paese.

Le reazioni furono dure e carter propose al senato americano di posporre indefinitamente la ratifica

del trattato Salt II e una serie di misure restrittive fra cui la sospensione delle previste vendita di

grano.

I sovietici non tardarono a rendersi conto di aver compiuto un errore quanto meno grave, Andropov

allora capo dei servizi segreti dopo una visita a Kabul trasse la persuasione che le forze sovietiche

sarebbero restate per un periodo di tempo indefinito, era una previsione esatta poiché solo dopo la

crisi del 1989 avrebbe posto termine a un intervento che avrebbe lasciato dietro una scia di rovine e

un paese alla deriva.

Le vere ragioni del mutamento stavano però altrove e cioè l’allargarsi del divario economico e

tecnologico fra i due paesi.

L’impero tecnologico e i suoi nemici 41

All’inizio degli anni 80 gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica vissero cambiamenti importanti di segno

opposto, gli Stati Uniti negli anni 80 furono dominati dalla presidenza Reagan, quando all’Unione

Sovietica essi furono caratterizzati dall’emergere dell’obsolescenza del sistema politico, delle

difficoltà di pervenire ad un cambiamento nei metodi della transizione e infine nel vano tentativo

compiuto dall’ultimo segretario generale del Pcus Gorbacev per salvare un sistema economico-

politico corroso da contraddizioni insuperabili.

Alla fine degli anni 80 era ormai chiaro che il bipolarismo si avviava verso il declino, e che un

periodo completamente nuovo stava per iniziare.

Reagan venne eletto sulla base di due proposte di fondo, nella politica interna come portavoce del

neoconservatorismo liberista, mirante ad imprimere una forte spinta verso l’innovazione

tecnologica e la crescita economica, sul piano internazionale egli esprimeva le opinioni degli

avversari della distensione e della sovraestensione dell’impegno americano nel mondo.

Quando Breznev morì nel 1892 fu scelto come suo successore Andropov, considerato capace di

garantire la continuità ma anche l’innovazione, anche Andropov cadde gravemente malato e morì

nel 1984, e fu sostituito da Cernendo della generazione di Breznev e in condizioni di salute penose

da non poter apparire in pubblico, egli morì nel 1985 solo in quella occasione il Politburo riuscì a

scegliere un uomo della nuova generazione, Gorbacev che allora aveva 54 anni.

Dal primo momento Gorbacev parlò della necessità della perestrika e della glanost cioè delle

riforme e della trasparenza come regole e obiettivi del Partito.

Reagan e i successori di Breznev ereditarono le rovine della distensione dopo la disputa sugli

euromissili e l’invasione dell’Afganistan, tuttavia i negoziati ripresero e pur fra mille difficoltà

aprirono qualche spiraglio, nel 1982 Reagan lanciò l’idea di riprendere anche i negoziati del trattato

Salt II secondo una nuova formula e cioè negoziati per la riduzione degli armamenti strategici,

l’acronimo era Start, era la prima volta che si parlava di riduzione, i negoziati incominciarono in

parallelo con i lavori della conferenza sugli euromissili.

Poco prima dei negoziati Reagan lanciò la proposta dell’opzione zero cioè la rinuncia americana in

cambio dello smantellamento dei missili sovietici che avevano fatto sorgere la disputa, l’opzione

zero revocava nei fatti a tener conto del punto di vista degli Europei, si ritornava alla risposta

flessibile, intanto nelle more delle discussioni ginevrine, iniziarono il dispiegamento degli

euromissili nelle basi europei, i sovietici per protesta lasciarono i negoziati, che ripresero solo dopo

l’avvento di Gorbacev.

In questo periodo di inerzia venne lanciato il progetto di costruire un sistema di difesa

antimissilistico capace di proteggere tutto il territorio americano da attacchi a sorpresa, si trattava di

un progetto ambizioso e dubbia legittimità dato che il trattato Abm del 1972 prevedeva due soli

sistemi antimissili, il progetto presumeva la supremazia tecnologica americana, il senso della sfida

era più che altro politico, lanciando ai sovietici il peso della rincorso tecnologica e quindi scegliere

fra recessione economica e potenza militare.

Sin dalla proposta dell’opzione zero ed al progetto del cosiddetto scudo spaziale la politica

periferica degli Stati Uniti si avviava verso direzioni che in Europa non apparivano congrue, in

questo clima di relativo distacco non impedì che gli Stati Uniti appoggiassero la Gran Bretagna

durante la crisi delle Falkland.

Nel 1978 venne creato il Sistema monetario europeo, grazie al quale doveva essere assicurata una

certa stabilità per le monete europee, inoltre venne creato un fondo comune come prima riserva per

creare una unità monetaria europea in previsione della nascita di una moneta unica, negli anni della

presidenza Delors, la commissione divenne propulsore per l’evoluzione istituzionale della Cee,

favorita dalla circostanza di un pieno appoggio di Mitterand, Craxi e di Kohl.

Tutto ciò porto nel dicembre del 1989 il consiglio dei ministri a completare il lavoro preparatorio di

due conferenze una sull’unione politica e l’altra su l’unione monetaria, l’accordo conclusivo venne

raggiunto a Maastricht in Olanda, due mesi dopo i rappresentanti dei paesi Cee firmarono il testo

del trattato grazie al quale la Comunità si avviava a diventare Unione Europea, nel 1994 completato

42

l’iter delle ratifiche il trattato dell’Unione Europea entrava in vigore, nel 1999 con l’eccezione della

Gran Bretagna, della Danimarca e dalla Svezia l’unione dava vita alla banca centrale Europea e dal

1 gennaio 2002 incominciò l’era dell’Euro la moneta unica europea.

Le situazioni che acquistarono maggior rilievo furono quella del medio oriente e quella del

subcontinente indiano, in medio oriente dopo la firma del 1978 degli accordi di Camp David il

conflitto si spostò nel Libano divenuto un vero e proprio campo di battaglia tra le forze dell’Olp

appoggiate dalla Siria, gli americani mostravano di non posseder alcuna formula per superare il

conflitto posto dalla questione palestinese, fu solo dopo l’esplosione dell’intifada che gli israeliani

ripresero i tentativi di dar seguito agli accordi di Camp David, e dopo un lungo negoziato svolto a

Oslo fra Peres e Abbas fu firmato a Washington un accordo tra il primo ministro Rabin e il

presidente dell’Olp Arafat, sul piano internazionale l’accordo segnava un paso avanti poiché

impegnava i palestinesi a riconoscere lo Stato di Israele in cambio di dare vita ad un uguale stato

palestinese.

Altro focolaio di tensione fu provocato dalla politica di potenza esercitata dal presidente iracheno

Saddam Hussein e dalle reazioni da essa provocate, nel settembre del 1980 approfittando delle

difficoltà interne all’Iran dovuta alla rivoluzione khomeneista, truppe irachene attraversarono il

confine iraniano, il calcolo di Saddam era sbagliato poiché l’esercito iraniano era rimasto compatto

e fedele al nuovo regime e le forze irachene furono respinte e la guerra si trasformo in uno stillicidio

di scontri di frontiera.

La questione venne affrontata su richiesta di Saddam dal consiglio di sicurezza dell’ONU che

pervenne praticamente ad una proposta di pace che sancivano il ritorno allo status quo, l’Iraq uscì

dalla guerra senza aver raggiunto gli obiettivi prefissati ma forte del successo ad aver costretto gli

iraniani ad una pace che essi non desideravano se non per ragioni economiche.

L’esito della guerra rafforzò in Saddam la persuasione di essere l’uomo forte nella regione e lo

spinse a proseguire nella politica di potenza con una scelta dei tempi piuttosto sbagliata, nel 1990 le

forze irachene occupavano il Kuwait e ne decretavano l’annessione come provincia della stato

dell’Iraq, il momento era scelto male poiché l’attacco avveniva nella fase culminante della crisi

interna sovietica e l’ipotesi che i sovietici avrebbero tutelato l’iniziativa irachena si dimostrò errata.

Il governo del Kuwait fece ricorso all’ONU che deliberò intimando all’Iraq di abbandonare il

territorio occupato per evitare rappresaglie militari, visto il rifiuto nel gennaio del 1991 le forze

della coalizione che operavano sotto l’egida dell’ONU iniziarono la guerra del golfo, dopo poche

settimane Saddam dovette accettare il cessate il fuoco sulla base di clausole severissime, tra le quali

quelli che riducevano la podestà del governo di Saddam a una parte soltanto del suo territorio, dal

punto di vista delle relazioni internazionali l’episodio iracheno metteva in evidenza la paralisi

internazionale dell’Urss.

L’altra area dove la ricaduta del bipolarismo aveva un peso rilevante era il subcontinente indiano, il

Pakistan era diventato il rifugio dei profughi afgani e la base di partenza degli aiuti americani alle

forze antisovietiche, lo scontro in atto nel paese tra il governo civile e le forze armate era anche il

frutto dei pesanti condizionamenti internazionali, anche l’India dal punto di vista internazionale

vista l’alleanza fra Pakistan e Stati Uniti imponeva una nuova strada verso nuove scelte in polita

estera e in politica interna visto il declino dell’Urss, cautamente e silenziosamente l’India si avviava

a diventare uno dei giganti della politica mondiale grazie ad una rivoluzione produttiva che aveva

fatto avanzare non poco lo stato indiano.

Resta infine da considerare il caso della Cina, nel 1980 Deng Xiaoping già segretario generale del

partito comunista cinese aveva estromesso dal potere Hua Guofeng designato da Mao quale suo

successore e con la collaborazione del nuovo segretario del partito Hu Yaobang, aveva avviato un

azione riformista interna che può essere riassunta in due principi fondamentali, sul piano politico

ferreo controllo del partito rispetto a qualsiasi oscillazione democratizzante, sul piano economico

sperimentazione dei principi dell’economia di mercato, sul piano industriale e commerciale, le

riforme diedero il via a una crescita impetuosa carica di attese, reso tale anche dal fatto che il

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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia delle Relazioni Internazionali, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia delle Relazioni Internazionali, Di Nolfo. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: storia delle relazioni internazionali, nascita e morte precoce della nuova diplomazia, il fallimento della politica di sicurezza.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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