La Grande Guerra e i suoi effetti
Il primo evento importante tale da produrre sconvolgimenti planetari nel Novecento è stato sicuramente la Prima Guerra Mondiale, definita anche "la Grande Guerra". Esso ebbe proporzioni ed effetti senza precedenti, con 10 milioni di morti e un potenziale distruttivo accresciuto dall'emergere di nuove tecnologie. Su scala mondiale gli effetti di questa guerra furono la scomparsa di 4 grandi imperi e l'emergere della società di massa e di diversi movimenti nazionalisti. Gli imperi crollati furono:
- Quello asburgico-austriaco, su cui sorsero nuovi stati nazionali
- Quello tedesco (repubblica democratica)
- Quello russo (rivoluzione del 1917)
- Quello turco
Il fatto che scatenò il conflitto fu l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria, rimasto vittima di un attentato mentre si trovava in visita a Sarajevo, il 28 Giugno 1914, ad opera dello studente bosniaco Gavrilo Princip. Il sistema di alleanze delle nazioni europee provocò l'apertura del conflitto: la prima a muoversi fu l'Austria, che diede per certa la corresponsabilità dell'attentato alla Serbia (peraltro mai dimostrata) nonostante l'attacco fosse rivendicato da un gruppo irredentista slavo. Ottenuto l'appoggio del potente alleato tedesco, e preoccupata per le sorti delle guerre del 1912-1913 in cui proprio la Serbia ottenne importanti conquiste territoriali a scapito dell'Austria, inviò un durissimo ultimatum alla Serbia il 23 Luglio. La risposta sarebbe dovuta arrivare entro 48 ore, ma fu negativa (a causa di una richiesta di una serie di misure che avrebbero di fatto negato la sovranità alla Serbia nonché la rinuncia di ogni attività anti-austriaca). Il 28 Luglio l'Austria dichiarò guerra alla Serbia.
A questo punto entrarono in gioco le varie alleanze presenti all'interno del continente europeo: la Russia, che sosteneva la Serbia in nome della comune religione ortodossa e della propria strategia di controllo della penisola balcanica e del Mediterraneo Orientale, reagì immediatamente dichiarando guerra all'Austria. La Germania, già alleata dell'Austria, reagì quasi immediatamente dichiarando guerra alla Russia il 1 Agosto e il 3 alla Francia (colpevole di non aver accettato la neutralità imposta dai tedeschi). Il 4 Agosto invase addirittura il Belgio, che non intendeva lasciar attraversare il proprio territorio ai tedeschi.
A questo punto a fianco di Belgio e Francia entrò l'Inghilterra, mentre la Germania dovette fare i conti con il Giappone e la Turchia che volevano scalzare la sua posizione in Estremo Oriente e sul fronte opposto. Negli anni seguenti sarebbero poi intervenuti Italia, Grecia, Romania, Bulgaria e gli Stati Uniti. Il contesto teorico della guerra scatenata si basava su due fattori essenziali: il primo era la sicurezza, meccanismo che preoccupava i vari Stati dalla possibile ascesa di singole nazioni (in particolare la Germania vera potenza economica del periodo); l'altro riguardava la trama dei rapporti internazionali diplomatici, che favorì l'accrescere di tensioni, in particolare nei paesi confinanti.
Le conseguenze della guerra
Lo schema che si creò fu un bipolarismo fondato su due grandi gruppi principali:
- Triplice Intesa (Francia, Russia, Inghilterra)
- Triplice Alleanza (Austria, Germania, Italia)
La Grande Guerra mostrò diversi effetti nuovi all'interno del continente europeo: innanzitutto la disfatta di una concezione come quella della guerra-lampo, (basata sul piano tedesco Schlieffen, che prevedeva una campagna veloce e risolutiva contro Francia e Belgio) che divenne ben presto guerra di logoramento (a causa dei numeri e delle tecnologie in gioco). Quasi tutte le battaglie ebbero questo risultato, tra le quali:
- L'offensiva tedesca bloccata sul fiume Marna dagli anglo-francesi (settembre 1914)
- Gli 11 mesi di battaglie nell'Isonzo tra Italia (a fianco dell'Intesa) e Austriaci (1915-1917)
- I 5 mesi di assalti dei tedeschi alla fortezza di Verdun (febbraio 1916)
Il secondo effetto importante della guerra fu l'enorme ruolo da protagonista che ebbe l'industria, in particolare quella bellica, sottoposta ad una fortissima sollecitazione nella produzione di armi e munizioni, richieste non dai cittadini ma dallo Stato. Ciò provocò un rigido controllo statale sull'economia dei vari paesi.
Il terzo effetto si verificò nel campo della finanza: a causa del continuo bisogno di finanziare i costi della guerra, vi era una continua ricerca per poter pagare i costi della guerra: dei tre modi possibili di pagamento (imporre tasse, stampare moneta o contrarre debiti) si scelse largamente la terza ipotesi. Questo provocò un complesso sistema di debiti internazionali tra i vari paesi, in particolare per quelli più deboli, a vantaggio dei più forti e in particolare degli Stati Uniti.
Il quarto effetto riguardò la reazione dell'opinione pubblica: infatti, la tensione accumulata nei vari contrasti internazionali antecedenti la guerra e il fatto che i popoli europei fossero ignari delle conseguenze di una guerra di tale portata fecero sì che essa fosse avvertita come un fatto liberatorio (pensatori come Marinetti e Nietzsche parlavano di "eroica impresa rigeneratrice" e del "trionfo del superuomo"), a vantaggio dei movimenti nazionalisti.
L'Italia e la guerra
L'Italia entrò in guerra in una fase delicata. Benché infatti essa fosse schierata nella Triplice Alleanza, dichiarò la sua neutralità a conflitto già iniziato. Tuttavia sulla politica estera esisteva una profonda divisione tra Giolitti (secondo il quale si poteva ottenere molto restando neutrali) e il primo ministro Salandra affiancato da quello degli esteri Sonnino (favorevoli all'intervento). La svolta avvenne il 24 Maggio 1915, quando, con un vero e proprio "colpo di stato" e contro la maggioranza del parlamento e del paese, l'Italia entrò in guerra a seguito della decisione di Salandra.
Nel frattempo, segretamente, era stato firmato ad Aprile il Trattato di Londra (con il quale segretamente l'Italia era impegnata ad entrare in guerra a fianco dell'Intesa). La reazione austriaca non si fece attendere, e nel 1916 con la Straexpedition e nell'Ottobre 1917 le durissime sconfitte italiane mostrarono l'impreparazione bellica italiana. Nel frattempo Salandra cadde dal governo e venne formato un governo di unità nazionale con a capo Boselli, durato pochi mesi, e un altro con a capo Vittorio Emanuele Orlando. Qui si ebbe la svolta: il generale italiano Luigi Cadorna (dopo la disfatta di Caporetto in cui tutto il Friuli finì in mano austriaca) venne sostituito da Armando Diaz, la cui accorta guida si rivelò fondamentale per la vittoria finale il 24 Ottobre 1918 a Vittorio Veneto.
La rivoluzione russa e l'intervento americano
In Russia la partecipazione alla prima guerra mondiale fece crescere quel risentimento che poi portò alla rivoluzione del 1917. Le gravi sconfitte subite (Tannenberg e Laghi Masuri) avevano mostrato la completa arretratezza e impreparazione dell'esercito russo, con armi antiquate ed equipaggiamento obsoleto che portò ad un numero altissimo di morti. Nel frattempo lo zar Nicola II, sordo alle richieste del popolo e dei partiti liberali, continuava con il suo regime di terrore. Il punto di rottura si ebbe nel Marzo 1917, quando un'ondata di scioperi e rivolte sconvolse Pietrogrado.
Si ribellarono gli stessi reparti a difesa dello zar che dovette abdicare, mentre nella capitale si formava un soviet (consiglio di soldati e operai) che portò alla formazione di un governo provvisorio con a capo il liberale L'Vov. Ma l'ondata rivoluzionaria non si fermò. A capo vi erano tre grandi gruppi: esercito, contadini, operai che rivendicavano migliori condizioni di vita. In pochi mesi i vari partiti socialrivoluzionari e liberali si divisero, a vantaggio di un nuovo partito: quello dei bolscevichi. Ad imprimere una svolta al ruolo di questo partito fu Vladimir Ul'janov detto Lenin, il quale nelle sue "Tesi di Aprile" rivendicò la necessità per il paese di sfuggire alla guerra e di nazionalizzare le terre, dando risalto ai ruoli dei contadini e degli operai.
A Luglio, tuttavia, una spontanea sollevazione popolare guidata dai bolscevichi venne repressa dal ministro della guerra Kerenskij, che poi salirà al governo. Ma ciò non bastò perché il paese continuava ad essere in preda al caos: i soldati sempre più spesso si rifiutavano di obbedire agli ordini, i contadini occuparono e divisero le terre dei grandi proprietari terrieri, gli operai rivendicavano migliori condizioni salariali e una diminuzione degli orari di lavoro. Dopo che un tentativo di colpo stato effettuato dal capo dell'esercito Kornilov fallì grazie anche all'appoggio bolscevico, Lenin capì che era giunto il momento per la conquista violenta del potere. Il 25 Ottobre (tornato dalla Finlandia in clandestinità) si ebbe la sollevazione di Pietrogrado e la sera stesso il consiglio dei soviet proclamò la nascita della repubblica sovietica.
Ottenuto l'appoggio anche dai socialrivoluzionari, Lenin cominciò a prendere le prime misure, tra le quali dei decreti sulla terra, il controllo operaio sulle fabriche e la nazionalizzazione di ferrovie e industrie. Nel frattempo nel marzo 1918 venne firmata la pace a Brest-Litovsk con la Germania, nonostante le condizioni poste furono durissime (cessione di Finlandia, Polonia, province baltiche, Ucraina).
Ad imprimere alla guerra una svolta decisiva fu l'intervento degli Stati Uniti. Il presidente Woodrow Wilson si era dichiarato neutrale, ma l'atteggiamento indiscriminato tedesco durante la guerra sottomarina (violazioni nel diritto internazionale con i tedeschi che colpivano i convogli americani) lo costrinsero a cambiare atteggiamento. La scelta bellica si fondò anche su una politica di idealismo e di tornaconto, la crescita dei commerci con i paesi dell'Intesa aveva arricchito molto gli Stati Uniti e una loro sconfitta avrebbe avuto effetti devastanti. L'intervento si rivelò risolutivo sul piano economico e su quello militare. Nel gennaio 1918 Wilson espresse in 14 punti il suo programma per la pace e per un nuovo ordine mondiale (libertà di commercio, autodeterminazione popoli, riduzione armamenti ecc...).
Nel frattempo la guerra per mare si rivelò disastrosa per la Germania, in quanto oltre agli Stati Uniti dovette fare i conti con l'Inghilterra, nettamente superiore e che con diversi blocchi navali impedì ai tedeschi diversi rifornimenti. Nell'agosto 1918 dopo la battaglia di Amiens la guerra poteva dirsi conclusa.
Trattati post-guerra e nuovi equilibri
Alla fine della guerra diversi trattati sancirono la spartizione dell'Europa a discapito dei paesi sconfitti. Il più importante è quello di Versailles del giugno 1919 basato su alcuni punti:
- Germania = cessione di Alsazia e Lorena alla Francia più regione della Saar; Posnania e Alta Slesia alla Polonia; cessione delle colonie a Francia e Inghilterra; riduzione esercito a 100.000 uomini e pagamento di una multa di 132 miliardi di marchi di "riparazione guerra"
- Austria = cessione di Trentino, Sud Tirolo, Trieste ed Istria all'Italia, riconosciuta indipendenza dell'Ungheria e parte dell'Austria tedesca
- Formazione della Jugoslavia (unione tra Serbia, Bosnia, Montenegro, Slovacchia e Slovenia)
- Turchia = cessione di Smirne e isole Egeo (Grecia), Rodi (Italia) e Cipro (Inghilterra)
- Medio Oriente = Libano e Siria furono dati alla Francia, mentre Palestina e Iraq all'Inghilterra
Il nuovo assetto europeo favorì grandemente gli interessi di Inghilterra e Francia. In particolare quest'ultima minava a indebolire in grandissima parte la Germania, per sostituirla ed ottenere l'egemonia in Europa. La società delle nazioni voluta da Wilson, inoltre, rimase di fatto asservita alle due potenze europee (il Senato americano non raggiunse la maggioranza per ratificare il trattato). La pace imposta alla Germania si rivelò umiliante e punitiva nonché disastrosa da un punto di vista economico-militare, e contribuì in larga parte all'emergere di movimenti della destra anti-repubblicana. Nel 1923 la Francia, a causa del ritardato pagamento di guerra, occupò la regione tedesca più industrializzata, la Ruhr, alimentando nuove tensioni internazionali.
In Russia dal 1918 al 1920 vi fu una spaventosa guerra civile, con ribellione e dittature militari in diverse zone del paese. Il momento fu superato dai bolscevichi con Trockij, ministro della guerra, che ristabilì la disciplina e mise fuori legge le opposizioni. Nell'aprile 1918 nacque così il partito comunista. La vita economica finì quasi interamente nelle mani dello stato, dato che fu abolito il libero commercio interno e la moneta, e venne inserito il lavoro obbligatorio (comunismo di guerra). Le misure si rivelarono un completo fallimento, dati i blocchi economici imposti all'estero e l'arretratezza del paese.
Il 1919-1920 venne definito come il "biennio rosso", dato l'emergere di correnti di pensiero e partiti di sinistra, in particolar modo in Germania (rivolta dei comunisti della Lega Spartaco brutalmente repressa) e in Ungheria (governo di coalizione travolto dal comunista Bela Kun, a sua volta deposto a causa dell'attacco di rumeni e cechi). Nel marzo 1919 inoltre in Russia si formò una nuova organizzazione internazionale, l'Internazionale Comunista (Comintern), contro i partiti socialdemocratici. Essi puntarono sulla creazione di forti ed egemoni partiti comunisti in tutta Europa, e nell'estate 1920 si separarono dai socialisti.
In Italia nel frattempo la grande crescita dei sindacati e l'emergere di diverse ribellioni operaie e dei contadini portò alla formazione di governi di coalizione tra PSI e PPI, i maggiori partiti, presieduti da Nitti e da Giolitti, che provarono a migliorare le condizioni di vita ma senza riuscirvi pienamente, anche a causa dell'intransigenza di alcuni imprenditori decisi a "ridimensionare" i movimenti operai. Le elezioni del novembre 1920 portarono ad un nuovo stallo e a questo punto emerse una nuova forza politica, fondata nel marzo 1919 dall'ex socialista Benito Mussolini: il fascismo. Durante l'estate 1920 il movimento si diede un carattere nazionalistico (mito della vittoria mutilata, occupazione di Fiume) con richiesta di alcune riforme fondamentali, come quella sull'assemblea costituente e la partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese; ma soprattutto assunse un carattere squadrista, con la formazione dei cosiddetti "Fasci di Combattimento".
Fondamentale si rivelò anche l'appoggio dei grandi proprietari terrieri di Emilia e Toscana (indeboliti dall'emergere dei partiti socialisti). Alle elezioni del 1921 una trentina di deputati entrarono in parlamento inclusi nel blocco nazionale, mentre il blocco liberale (in agonia) e socialista del paese (divisione dell'estrema sinistra) si sfaldavano. Nel novembre 1921 si costituì il Partito Nazionale Fascista, che contava ben 300.000 iscritti in grande parte provenienti da una delusa classe media. Infine, nell'ottobre 1922, Mussolini decise di agire proclamando la marcia su Roma attraverso decine di migliaia di camicie nere fasciste. La ribellione sarebbe potuta essere facilmente disperse dalle truppe del re Vittorio Emanuele III, ma egli sancì il successo dell'azione di Mussolini che ebbe dal re l'incarico di formare il nuovo governo. Il "colpo di stato" reazionario tuttavia non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato l'appoggio di alcuni poteri forti quali la Corona, la Chiesa Cattolica e le alte gerarchie militari.
La società di massa e la crisi del 1929
La fine della Grande Guerra porta un tratto distintivo fino ai giorni nostri: la nascita della società di massa. Essa presenta, quali tratti distintivi, lo sviluppo dell'industria, la contrazione dell'agricoltura e una spettacolare crescita del settore terziario, unita ad una rivalutazione della classe operaia e dei ceti medi che diventano protagonisti della società. Gli USA, forti della loro posizione di leader mondiale, si offrirono come modello alle società occidentali, e nacquero nuove professioni sempre più importanti, come ingegneri, idraulici, scienziati sociali e ordini professionali. La produzione in serie portò ad una nuova organizzazione nel lavoro industriale: le merci avevano prezzi più bassi e l'occupazione saliva. Nel 1913 negli USA Henry Ford produsse la Ford T, un'auto destinata al consumo privato. Il carbone venne sostituito da elettricità e petrolio che acquisirono sempre più importanza.
Anche nel mondo della finanza si ebbero cambiamenti, come l'intreccio sempre più stretto tra le banche e le industrie con le holdings, che portarono a processi di concentrazione economica e finanziaria nelle mani delle imprese più forti, a svantaggio delle piccole. L'economia degli USA continuò a crescere in maniera esponenziale, tanto che i paesi europei ne erano ormai dipendenti ed una crisi avrebbe avuto effetti devastanti in Europa. È quello che avvenne nel 1929.
Il 24 Ottobre 1929 l'indice della borsa di New York crollò del 50% a causa di una enorme bolla speculativa. Il meccanismo degli scambi azionari, infatti, era cresciuto in maniera tale da rappresentare non più valori reali, bensì virtuali. Alcuni valori si gonfiavano artificiosamente senza riscontri nella realtà e gli investitori acquistavano azioni con l'obiettivo di rivenderle immediatamente, al fine di ottenere facili guadagni. Inoltre, nella speranza di limitare le perdite, una colossale quantità di azioni venne venduta dai loro compratori.
In breve tempo, il contagio si estese alle banche, e in preda al panico, i risparmiatori corsero a ritirare i loro depositi, provocando il fallimento di migliaia di istituti di credito e il blocco degli investimenti. Soltanto un massiccio intervento di denaro, a questo punto, avrebbe potuto limitare gli effetti della crisi ma le autorità di controllo intervennero in maniera superficiale. La crisi dalle banche si propagò alle industrie, e dalle industrie all'agricoltura, generando un circolo vizioso e un calo di prodotti, consumi e salari nonché un deciso aumento della disoccupazione sia negli USA che in Europa.
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