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credo niceno.

Nel 326 Constantino aveva fatto uccidere il figlio maggiore, Crispo, e la moglie, Fausta. Prima di

morire destinò il governo dell'impero ai suoi tre figli restanti ed al fratellastro Dalmazio. Ma alcuni

mesi dopo la sua morte, nel 337, le truppe si sollevarono e uccisero Dalmazio e Giulio Costanzo,

suoi fratellastri e proclamarono Costantino II, Constanzo II e Costante legittimi augusti.

Constantino II, regnò solo pochi anni, ucciso mentre tentava di impadronirsi delle terre di Costante.

Costante regnò fino al 350 quando venne ucciso durante un tumulto in Gallia. Costanzo II fu così

l'unico signore dell'impero per otto anni.

I tre figli di Costantino si trovarono coinvolti nella controversia dell'arianesimo e nello scontro tra

Ortodossia romano-nicena e arianesimo orientale, nel quale si esprimeva il contrasto culturale tra

Oriente ed Occidente.

Costanzo si preoccupò più dei contrasti tra le chiese cristiani che delle persistenze del paganesimo.

Tuttavia l'ostilità dei figli di Costantino nei confronti di questa è attestata dagli storici del tempo e si

è avviato il passaggio dall'intolleranza alla religione di stato.

Nel frattempo si fece maggiore pressione sulla chiesa da parte del potere politico.

Costanzo tentò di stabilire un cesaropapismo cristiano. Da un canto egli accordò al clero nuovi

privilegi, da un altro canto impose le sue tesi filoariane.

Tra le leggi emanate da Costante e Costanzo non sono molte quelle che condannano la vecchia

religione, ma quelle che vi sono, sono molto dure.

Nonostante il rigore di tali leggi, le pratiche pagane non sparirono del tutto.

Il processo di cristianizzazione della società imperiale fu lento. Tentò di arrestarlo Giuliano ma la

«rivoluzione» costantiniana gli sopravvisse.

Negli anni di Costantino il cristianesimo ha avuto un rapido impatto sulla vita civica e si è radicato

nelle strutture dell'impero.

Qualche anno dopo la morte di Costantino, Firmico Materno, un retore siciliano, si augurava che gli

imperatori agissero contro i culti pagani.

Con il rovesciamento delle antiche posizioni, saranno i cristiani a muovere contro i persecutori di un

tempo: i pagani.

Dal massacro voluto da Costanzo nel 337 si era salvato Giuliano figlio del fratellastro

dell'imperatore, Giulio Costanzo.

Governatore dellle Gallie, Giuliano aveva conquistato il favore delle truppe e della popolazione,

così quando Costanzo ordinò ai soldati Gallici di recarsi in Oriente, questi si ribellarono,

acclamando Giuliano imperatore. Costanzo provò a sopprimere la rivolta, ma morì

improvvisamente in Pannonia. Giuliano entrò trionfalmente a Costantinopoli nel 361.

Nato nel 331 a Costantinopoli, Giuliano era cresciuto in prigionia presso una sperduta località

vicino Cesarea ed era stato educato in fede cristiana, ma quando venne liberato frequentò le

università di Costantinopoli ed Atene, convertendosi al paganesimo.

Gli atti del suo breve regno sembrano scritti in opposizione a Costantino, poichè egli mirava alla

restaurazione del culto pagano.

Tale opposizione ai cristiano si inasprì quando Giuliano constatò la resistenza del popolo ai suoi

problemi. Egli voleva dare al paganesimo nuova linfa sia immettendo un nuovo bagaglio di dottrine

neoplatoniche sia creando nuove strutture organizzative. L'imperatore invidiava la struttura

gerarchica del cristianesimo. Perciò fece in modo che ogni provincia avesse un clero pagano con al

vertice un sacerdote che fosse scelto e colto.

Le prime misure miravano a restituire ai pagani ciò che gli era stato tolto: l'imperatore promulgò

una legge che accordava tolleranza a tutti i culti e decretava la restituzione dei beni espropriati ai

templi pagani. Inoltre sostituì il labaro costantiniano con le vecchie insegne militari e applicò le

antiche divinità sulle monete.

Ebbe come consigliere per il culto occidentale il senatore romano Vettio Agorio Pretestato mentre

per quello orientale scelse Massimo di Efeso, filosofo neoplatonico.

Giuliano favorì ai vertici della burocrazia i pagani, discriminando i cristiani.

Quando a Cesarea furono devastati i templi degli dei egli ridusse i cittadini al rango di contadini , li

sottomise alla capitatio (tassa sulle persone fisiche) , arruolò il clero nell'esercito ed inflisse alla

città una multa pari a trecento libbre d'oro. In altre città permise atti di violenza.

La legge più nota e più clamorosa come misura anticristiana fu la de doctoribus et magistris,

promulgata da Giuliano nel 362. Essa stabiliva che i maestri venissero scelti dalle curie municipali

tra i migliori per costumi e dottrina, che fossero approvati dai competenti e che il decreto curiale

venisse confermato dall'imperatore. Tale sistema poteva rappresentare uno strumento di

discriminazione verso i maestri cristiani, in quanto tra i costumi era compresa la professione

religiosa.

Occorre però ricordare che la richiesta dei requisiti professionali e morali per medici, maestri ed

altre categorie faceva parte della tradizione. Pertanto non per forza tale legge era stata concepita

come misura anticristiana.

I 2 imperatori, Valentiniano e Valente, erano cristiani. Valentiniano, nonostante fece in modo che “lo

stato si impegnasse a salvaguardare i valori cristiani”, dichiarò la sua neutralità religiosa (tutelando

il credo niceno, senza una reale opposizione alle minoranze ariane). Valente invece sostenne

apertamente la confessione ariana. Nel 365 Procopio, un generale di Giuliano sostenuto dai suoi

nostalgici, si ribella e tenta di prendere il trono. Valente contrastò la rivolta e uccise Procopio. Da

quel momento Valente, ossessionato dalle cospirazioni, mette a morte con inaudita violenza tutti gli

oppositori.

Valentiniano muore nel 375. Nel 378 nella battaglia presso Adrianopoli muore invece Valente.

Succedono all'impero i figli di Valentiniano, Graziano e Valentiniano II, che ha solo 4 anni. Al posto

di Valente, Graziano nomina Teodosio, un generale spagnolo. Graziano e Teodosio condussero con

buon esito varie campagne contro i barbari e portarono alla soluzione 2 importanti problemi

religiosi: completare la cristianizzazione delle strutture dello stato e nelle leggi, indebolendo il

paganesimo; e ricondurre all'unità l'episcopato cristiano, diviso tra le confessioni nicena e ariana.

Dopo l'incontro con il vescovo di Milano Ambrogio, si rafforza il suo interesse per le questioni

religiose, attraverso altre iniziative (come nel 382 quando fa rimuovere l'”Ara della Vittoria” dal

senato).

Ambrogio sarà una grande figura. Alla sua azione energica ed instancabile la chiesa occidentale

deve un notevole estendersi e rafforzarsi delle sue istituzioni e del suo prestigio, il definitivo

successo contro gli ariani e una nuova definizione dei rapporti con lo stato. Morto nel 374 il

vescovo di Milano Aussenzio, ariano, il popolo milanese lo aveva voluto vescovo. Da allora fino al

397 domina la scena ecclesiastica occidentale. Nel 381 domina il concilio di Aquileia dove ottiene

la condanna di 2 vescovi ariani, nel 386 supera il sussulto ariano di Giustina, che aveva chiesto una

basilica per gli ariani a Milano. Intanto a Oriente l'arianesimo giunge alla fine con Teodosio, fautore

convinto del niceno.

In questi anni 3 vescovi (Basilio,Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) chiariscono il grande

tema trinitario, definendo uguali nella divinità tutte e tre le persone, compreso lo Spirito Santo.

Nel 380 Teodosio con un editto impone a tutti i popoli la formula nicena e dichiara di condannare “i

folli che accettano l'infamia dell'arianesimo”. Entrato a Costantinopoli, nel 381 convoca il 2°

concilio ecumenico a cui partecipano circa 150 vescovi, tutti provenienti dalla parte orientale

dell'impero. Vi rimane assente l'Occidente con Roma. Il concilio interviene con 4 canoni su

questioni religiose e disciplinare: il primo elenca tutte le dottrine da condannare, il secondo e il

quarto riguardano il divieto ai vescovi di una diocesi di intervenire sulle questioni di altre diocesi, il

terzo attribuisce un “primato d'onore”, subito dopo il vescovo di Roma, a quello di Costantinopoli.

Nel frattempo la questione trinitaria lascia spazio ad altre controversie, emerge nell'Europa

occidentale il “priscillianismo”. Esso nasce nel 370 ad opera di un aristocratico spagnolo,

Priscilliano, che comincia a predicare nella Spagna meridionale: la sua predicazione ottenne un

grande successo, tanto che, quando Priscilliano attrasse anche dei vescovi, il suo successo

preoccupò le gerarchie ecclesiastiche e nel 380 un sinodo (istituzione) a Saragozza condanna il

movimento e Priscilliano. Gli avversari più agguerriti del movimento erano i vescovi Idazio e

Itacio, che si rivolsero all'imperatore Graziano. Priscilliano così decide di venire in Italia per

ottenere l'appoggio del papa Damaso e del vescovo Ambrogio e, pur senza ottenerlo, riesce ad

annullare il decreto di Graziano e ad arrestare Itacio. Morto Graziano, però, Itacio accusò

Priscilliano presso l'usurpatore Massimo e lo convinse a convocare un nuovo concilio, a Bordeaux

nel 384. Nuovamente condannato, qui le accuse di eresia vennero tramutate in quelle di magia e

Massimo lo fece condannare a morte. E' la prima volta che un eretico viene messo a morte per le

sue dottrine, l'anticipo di ciò che avverrà nel Medioevo.

Nel frattempo, in Oriente, Teodosio, stabilita la pace con i barbari al confine danubiano, si dedica

alla riorganizzazione politica e religiosa dell'impero, dedicandosi a 2 obiettivi: ricostituire l'unità

dell'episcopato cristiano imponendo un'unica formula di fede, e concludere il processo di

cristianizzazione dell'impero mettendo fuori legge il paganesimo: il primo fu annunziato attraverso

l'editto di Tessalonica del 380, che imponeva la formula nicena e condannava il culto di tutte le altre

dottrine, attraverso pene quali divieto di riunirsi, ammende, perdita dei diritti civili e pena di morte;

per il paganesimo invece vennero vietati tutti i sacrifici nei templi (nel 385 venne stabilita la pena

per chi avesse sacrificato, ossia il supplizio della croce). Contro il paganesimo vi fu anche lotta

armata: nel 383 Massimo (l'usurpatore) viene acclamato imperatore dalle guarnigioni della

Britannia, ma nel 387 Teodosio muove contro Massimo, sconfiggendolo più volte, catturandolo ad

Acquileia e giustiziandolo.

Nel 392 poi muore Valentiniano, si presume per ordine di Abrogaste, la persona che Teodosio aveva

affiancato al giovane imperatore per aiutarlo nelle necessità militari. Le truppe di Abrogaste, che

non osa assumere il trono imperiale, acclamano imperatore Eugenio, un romano che, ricevuto

appoggio dall'intero fronte anticattolico, va a Roma proclamandosi “campione della tradizione

romana” e attuando la restaurazione pagana.

Teodosio muove contro Eugenio nel 394 e lo vince. Esso viene fatto prigioniero e ucciso.

L'usurpazione di Eugenio è considerata l'ultimo atto del paganesimo morente.

Teodosio così chiude un'epoca e ne apre un altra: l'era dell'imperatore che governa non al di fuori

della chiesa, ma dentro di essa, con pietas, humanitas e fides, a sostegno della chiesa.

In Ambrogio Teodosio trovò un grande interprete della sua azione religiosa, ma anche un

“oppositore”, come dimostra l'episodio di Callinico del 388, quando i cristiani avevano distrutto la

sinagoga ebraica e l'imperatore impose che gli edifici distrutti venissero ricostruiti a spese del

vescovo: Ambrogio intervenne e durante una funzione religiosa richiese che quest'ordine fosse

immediatamente ritirato dichiarando che la funzione non sarebbe proseguita. Teodosio ritirò

l'ordine. Altro episodio avvene a Tessalonica nel 390 quando la plebe, inferocita per l'arresto di un

“cocchiere” amatissimo, era insorta contro Buterico, il comandante militare, e lo aveva ucciso.

Teodosio aveva allora ordinato una repressione spietata e fece uccidere migliaia di cittadini.

Ambrogio insorse contro questo massacro: abbandonò Milano annunciando che non ci sarebbe

ritornato fino a quando l'imperatore non avesse fatto pubblica penitenza per il crimine commesso.

Anche questa volta Teodosio cedette.

Aveva inizio una storia nuova, indicata dalla sottomissione dell'imperatore al suo vescovo come

fondamento della nuova teologia del “principe cristiano”.

Teodosio muore a Milano nel 395, ma aveva già deciso cosa fare dell'impero. Nel 393 designa come

imperatore d'Occidente il figlio minore, Onorio; mentre dieci anni prima ad Oriente il figlio

maggiore, Arcadio. Da questo momento, le 2 metà dell'impero rimarranno definitivamente separate.

Onorio muore nel 423. Gli succede un bambino di 4 anni, Valentiniano III, sotto la reggenza della

madre. Si consuma in questo mezzo secolo il dramma dell'impero d'Occidente, smembrato dai

barbari.

Le norme fatte da Onorio accrebbero i poteri e i privilegi dei vescovi e delle chiese. Un editto del

411 stabili che i chierici potevano essere accusati solo dai vescovi e non dai magistrati pubblici, fu

concesso ai vescovi di servirsi di personale per proibire le pratiche pagane, furono accresciute le

esenzioni, l'eresia venne definita “crimen publicum”. Sulla stessa linea proseguì Valentiniano III, la

cui politica religiosa fu segnata dall'influenza del papa Leone Magno.

In questo periodo presero piede 2 gravi conflitti dottrinali: il primo riguarda l'opera di Origene, il

secondo il pelagianesimo.

L'opera di Origene continuava a suscitare approvazioni e condanne. Tra gli ammiratori vi erano

Atanasio, Eusebio di Cesarea e Gregorio di Nazianzo. Durante la controversia trinitaria, gli ariani si

erano più volte appellati alle dottrine origeniane per trovare conferma delle proprie.

Negli ultimi anni del IV secolo, l'antiorigenismo si fa sempre più forte. Si rimproverano in

particolare al teologo alessandrino talune asserzioni sull'inferiorità del Figlio rispetto al Padre, sulla

preesistenza delle anime rispetto ai corpi. La controversia iniziò in Oriente, ad opera di Epifanio di

Salamina, che predicò contro Origene a Gerusalemme dando inizio ad un violento dissidio con il

vescovo della città, Giovanni. In Palestina si trovavano invece Girolamo e Rufino. Amici dalla

giovinezza e compagni di esperienze, i due si schierarono poi diversamente e divennero

inconciliabili. Girolamo era stato a lungo ammiratore di Origene. Poi, con una scelta che appare un

inspiegabile capovolgimento di idee, si schierò contro Origene e con la fazione antiorigenista.

La polemica arriva anche in Occidente quando Girolamo e Rufino decidono di portarla sino al

vescovo di Roma. E li la contesa dilagò. Nel frattempo Rufino in difesa di Origene scriveva delle

opere, tra le quali i 4 libri del “Trattato dei princìpi”. Girolamo reagì scrivendo varie lettere di

polemica dottrinale e un “Trattato sui princìpi” da contrapporre a quello di Rufino.

Con Rufino si schierarono personalità ecclesiastiche di rilievo come Gaudenzio, Cromazio e il

nuovo papa, Anastasio (399-402). Girolamo, poi, nel 401, scrive la più nota e la più violenta delle

opere polemiche, l'”Apologia contra Rufinum” e, negli anni seguenti, continuò nell'intransigente

condanna di Rufino attraverso delle critiche violentissime, anche se questi poi tacque e mostrò di

volere rinunciare alla polemica, attaccandolo persino dopo la morte e definendolo

“serpente,idra,asino,cane”.

La controversia però più dura dell'Occidente, a differenza dell'antiorigenismo (che si sviluppò in

Oriente) fu quella sul libero arbitrio e la grazia. Ne furono protagonisti da una parte Pelagio,

monaco di origine britannica, dall'altra Agostino, il vescovo di Ippona. Nel 385 Pelagio arriva a

Roma, dove scrive il commento alle lettere di Paolo e l'”Epistula ad Demetriadem”, scritta per una

fanciulla votatasi alla verginità. Questa è la sua opera di maggior rilievo. Nel 410 poi lascia Roma,

minacciata da Alarico, il re dei visigoti, e si rifugia in Africa. Qui le sue tesi incontrano

l'opposizione di Agostino e suscitano la 1° condanna ufficiale. Nel 411 va in Palestina, viene

attaccato da Girolamo ma trova appoggio in Giovanni di Gerusalemme, e nel 415 un sinodo lo

riabilita. Poi viene nuovamente condannato, nel 417, dal papa Innocendo, decretando che sarebbe

stato scomunicato se sarebbe persistito. L'anno successivo però, nel 418, il nuovo papa, Zosimo,

giustifica la sua tesi. A questo punto interviene direttamente l'imperatore Onorio, che con un editto

bandisce da Roma Pelagio e condanna la sua dottrina come “superstitio”. Anche Zosimo, dopo la

condanna dell'imperatore, cambia idea su Pelagio e in una lunga enciclica, la “Epistula Tractoria”,

formula la condanna definitiva del pelagianesimo. Tuttavia l'enciclica non venne firmata da 18

vescovi italiani, i quali furono prontamente esiliati da Onorio. Essi si rifugiarono allora in Oriente,

ma nel 430 un decreto di Teodosio II li cacciò da Costantinopoli. Pelagio poi morì (forse in un

monastero egiziano).

Il pelagianesimo invitava l'uomo a impegnarsi nella ricerca continua della perfezione, la

rivalutazione della responsabilità dell'uomo si scontrava con i temi del peccato originale, che si

negava fosse stato trasmesso da Adamo. Ciò conduceva a ritenere che la morte di un bambino non

battezzato (il battesimo serve per liberarsi dal peccato originale) non comporti la perdita della vita

eterna e a sostenere che anche prima di Cristo vi fossero uomini senza peccati, ciò sminuisce l'alta

importanza che il cristianesimo da al Cristo.

E così contro questa dottrina insorse Agostino, che era profondamente convinto dell'indegnità

dell'uomo in seguito al peccato originale, sostenendo che gli uomini hanno come unica libertà

quella di sottomettersi a Dio, che sono “massa damnationis” e che solo pochi eletti si salveranno.

Egli scrisse varie opere (De Natura et Gratia; Contra Iulianum), alcune indirizzate agli ambienti

monastici (De gratia et libero arbitrio; De dono perseverantie) come quelli di Adrumeto e della

Provenza, che praticavano delle correnti definite “semipelagiane”.

Quando muore Teodosio I nel 395, l'Oriente cristiano si avvia ad una storia religiosa sempre più

complessa, fatta di divisioni e lacerazioni. Due concili, quello di Efeso del 431 e quello di

Calcedonia del 451, generano la nuova mappa confessionale.

Le chiese maggiori sono quelle di Alessandria, Antiochia e Costantinopoli.

Alessandria era la metropoli ecclesiastica e un grande centro di cultura greca in Egitto. Qui, in un

paese dove le autorità civili erano odiate come rappresentanti del tremendo fiscalismo romano, il

vescovo aveva un prestigio e un' autorità enormi.

Antiochia aveva controllo su un grande territorio, che arrivava fino alla Cappadocia e alla

Mesopotamia. Era stata anche residenza fissa dell'imperatore.

Queste 2 città rappresentavano scuole di pensiero diverse: aristotelica la prima, platonica la seconda

e avevano assunto posizioni contrastanti in passato (come nel caso dell'arianesimo).

Poi c'era Costantinopoli. Teodosio ne aveva fatto la capitale dell'impero, vi aveva celebrato il 2°

concilio ecumenico nel quale incluse il “canone 3” che attribuiva alla chiesa di Costantinopoli

dignità superiore “per il fatto di essere la nuova Roma” e una posizione di preminenza attribuita al

suo vescovo in interventi su altre province e in una intensa attività legislativa e dottrinale.

Queste 3 chiese furono coinvolte ripetutamente nelle controversie del V secolo. A Costantinopoli

Teodosio fu vescovo per 16 anni, seguirono Gregorio di Nazianzo e Nettario (381-397) che

amministrò la diocesi da onesto funzionario. Alla sua morte scoppiò il primo contrasto. Teofilo

(385-412), il vescovo di Alessandria, cercò di imporre un suo candidato per la successione di

Nettario, per controllare e limitare le aspirazioni della capitale dell'impero. Teofilo coniugava

l'autorità e il prestigio ecclesiastico con l'esercizio di un vero e proprio potere temporale: fu

attivissimo nella lotta contro i pagani, sollecitò la distruzione dei loro santuari. Un campione di

intolleranza cristiana.

In sostanza la situazione ecclesiastica delle province orientali si basava sui buoni rapporti tra le 3

chiese. Quando l'armonia tra esse si incrinava, bisognava ricorrere ad un concilio.

Da Costantino in poi, l'imperatore rivendicava anche la protezione della fede: garantendo e

proteggendo l'autorità episcopale, custodendo e tutelando i beni ecclesiastici, regolando le funzioni

liturgiche e i costumi del clero; inoltre poteva legiferare in materia religiosa, costituire episcopati

nuovi, punire il clero colpevole in varie maniere. Una prassi passata alla storia con il nome di

“cesaropapismo”.

Il conflitto tra Alessandria e Costantinopoli si riaccese quando divenne vescovo della capitale

Nestorio (428-431). Sin dalle origini la chiesa si interroga sulla persona e sulla natura di Cristo, in

particolare sul rapporto in Cristo di 2 nature, la divina e l'umana. Si temeva che la tesi delle 2 nature

portasse ad una vera e propria dualità, inoltre attribuire solo una delle 2 nature significa

“compromettere l'azione di Cristo” perchè, se fosse pienamente un uomo, non potrebbe redimerci

dai peccati, e se fosse pienamente divino, sarebbe senza natura o anima umana, e suonava come un

negare la fede nel Dio che si è fatto uomo.

Il dibattito su ciò divenne controversia aperta nel 428, con l'elezione di Nestorio a vescovo di

Costantinopoli. Egli cominciò a predicare contro un termine, “theotokos”, cioè “madre di Dio”,

attribuito alla vergine Maria, nel quale faceva vedere il rischio di attribuire alla natura divina nascita

e morte.

Il vescovo di Alessandria era Cirillo (412-444), che era nipote di Teofilo e prosecutore della sua

azione. A Nestorio Cirillo obiettò che se Cristo è Dio, la Vergine che l'ha partorito non può essere

che la madre di Dio. Cirillo espose queste tesi a Nestorio in varie lettere oltre che al vescovo di

Roma (il papa). Convocato un sinodo a Roma, il papa condannò le tesi di Nestorio.

La tesi di Cirillo era “monofisita” (una sola natura in Cristo), mentre quella di Nestorio “difisita”

(due nature in Cristo).

Data la situazione venne fatto un nuovo concilio, ad Efeso, il 3° concilio ecumenico dopo Nicea e

Costantinopoli. In esso vennero invitati i vescovi dell'Oriente e alcuni dell'Occidente. Ma alla data


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Ahmed89

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ahmed89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del cristianesimo antico e medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Sardella Teresa.

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