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Il concetto di "zona grigia" nel dibattito storiografico

“Zona grigia” è ormai un termine inflazionato nel dibattito storiografico odierno. È la parte (maggioranza) di italiani che nella guerra civile del '43-'45, di fronte allo scontro tra partigiani e fascisti, scelsero di non scegliere. Pavese scrisse nel 1944 quando si era imboscato nel Monferrato: “brutta cosa essere nelle grinfie della storia”. I partigiani e i fascisti si contendevano il territorio, ma lui aveva preferito scegliere di non scegliere.

Cesare Pavese e la sua visione antistoricista

Il Pavese antistoricista è stato a lungo rimosso. Si è preferito coltivare l’immagine di un uomo fragile e schivo ma comunque allineato all’aura progressista di casa Einaudi. Oggi Pavese appare come la voce più cristallina dalla zona grigia di quel mondo per lo più contadino che subì le guerre, il fascismo e l’antifascismo senza aderirvi.

I personaggi usciti dalla penna di Pavese tendono sempre a evitare ogni complicazione ideologica. La Collina non è un luogo fra gli altri, ma un modo di vivere. Perché solo se restiamo in disparte possiamo osservare le cose lontane come se fossero vicine, percepirne l'essenza metafisica.

La luna e i falò: un'anticipazione del dibattito moderno

Il suo ultimo romanzo La luna e i falò (1950) anticipa l’odierno dibattito sul sangue dei vinti. Di questo romanzo ne fu lettore entusiasta Calamandrei (altro “grigio”) che ne colse il carattere impolitico eppure universale: “di fronte a pagine come queste, dove il dolore della vita è filtrato attraverso la serena contemplazione del ricordo, le polemiche sui fini dell’arte e sulle relazioni fra arte e cultura non hanno più senso. Gli artisti veri senza proporselo toccano sempre le ferite della loro società.”

Gli intellettuali e l'impegno politico

Pavese non si era mai sacrificato all’urgenza di un impegno totalizzante nella vana attesa di una frattura rivoluzionaria. L’esatto contrario del cinismo di Gobetti e di Pintor, che avevano attribuito alla coerenza dell’azione la verifica di ogni impulso personale. Il concetto di azione era tornato alla ribalta sin dall’inizio del secondo dopoguerra, in un’Italia che aveva fame di politica. Ora gli uomini di cultura dovevano fare corna alla vita contemplativa.

  • Gaime Pintor (1943): “è arrivato il momento per musicisti, letterati ed artisti di tagliare i propri privilegi.”
  • Salvatore Quasimodo: il suo slogan “rifare l’uomo.” “Il tempo delle speculazioni è finito.”
  • Ottiero Ottieri: “la narrativa di oggi non può ignorare lo stato civile, il mestiere, la classe.”

Gli intellettuali del disimpegno

Gli intellettuali del disimpegno (soprattutto di destra) erano rappresentati da:

  • Curzio Malaparte
  • Leo Longanesi
  • Montanelli
  • Guareschi

Anche da sponde democratiche si levò qualche sparuta voce contro la retorica dell’impegno:

  • Carlo Levi in L’orologio (1950): offriva un’immagine realistica e desolante dell’Italia. Ricevette critiche da Muscetta e Alicata che lo accusò di essere qualunquista, e da De Benedetti che si applicò affinché Levi non ricevesse il premio Viareggio.
  • Vitaliano Brancati: “dopo le tante adunate del ventennio, sarebbe meglio che noi italiani non ci incontrassimo in piazza per almeno dieci anni.”
  • Ennio Flaiano: “Gli intellettuali sulle barricate: si battono per l’idea non avendone.” L’unica via di uscita da una società degradata è rifiutarsi. Non preferire niente. Non adunarsi con quelli che la pensano come te, migliaia di noi isolati sono più efficaci di migliaia di noi in un gruppo.

La guerra e il ruolo degli intellettuali

Durante il regime vigeva l’idea che fuori dalla storia l’uomo è nulla. Vi furono tentativi di distruggere il concetto crociano dell’autonomia intellettuale. Durante il Regime il sostantivo “intellettuale” cominciò ad assumere un significato spregiativo. Divenne sinonimo di imboscato, privilegiato, slegato dalla realtà.

Per la guerra di Mussolini non esisteva una letteratura dell’intervento simile a quella della prima guerra mondiale. Dopo il 1926 la libertà di stampa non esisteva più.

  • Gennaio ’36 su L’Italia letteraria: nuova fase della rivista. Se le pagine culturali erano state la salutare galera del letterato italiano, ora la letteratura è soprattutto riflessione intelligente attorno alle cose che accadono.
  • “Gerarchia”: con la guerra d'Africa non si poteva più accettare una cultura pavida e inerte.
  • Giugno ’39, Meridiano di Roma: non era più aria per quella specie di sanatori dotati di orti conclusi.

Il regime non si accontentò di mobilitare a parole gli intellettuali, auspicò anche la nascita di una cultura di chiara impronta fascista. Paradossalmente, il libro più incisivo sull’Abissinia uscirà solo nel dopoguerra. Fu solo dopo la fine della guerra e fuori dalle schiere di propaganda che emergerà una letteratura all’altezza dell’argomento.

Il duce e gli intellettuali

Più che affrontare il problema, il duce cercava di rimuoverlo. Non bisogna preoccuparsi troppo dei cerebrali, disse nel 1942. “Tutti questi cerebrali in fondo non hanno alcuna relazione con la vita vissuta degli italiani.”

  • Soffici: collocava in blocco gli intellettuali tra i peggiori disfattisti i quali procedono unicamente per meschino egoismo e vigliaccheria.
  • Bottai: ammetteva che la cultura era giunta a questa guerra senza alcuna capacità di parteciparvi.

All’inizio del 1945 su La nuova antologia (una delle testate più fascistizzate) esortava a snidare dall’ingeneroso e disutile torre d'avorio nella quale si assediavano quegli intellettuali rimasti ciechi e sordi alle sventure della patria.

Il ripiegamento nella letteratura

La propensione a ritirarsi dalla guerra non fu un fulmine a ciel sereno. Già i secondi anni trenta erano stati un periodo di ripiegamento nella letteratura.

  • 1937: “Letteratura” by Bonasanti. Qui i temi politici e sociali poco importano.
  • 1938: Pratolini + Gatto: “Campo di Marte” che si accosta all’ermetismo.
  • 1939: Calamandrei scrive un testo letterario “Inventario della casa di campagna” quasi a esorcizzare il fragore della guerra immergendosi nel silenzio bucolico.
  • 1942: Pavese capiva quanto fossero necessari i miti universali fantastici per esprimere la sua esperienza sul mondo.

Intanto “Primato” predicava che gli intellettuali “si sono tirati in disparte rischiando di smarrire il concetto della loro funzione e anzi della loro missione nella società nazionale.” L’Italia fascista si augurava di fabbricare il suo Kipling. Uno scrittore apertamente militante.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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