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Imperialismo e Colonialismo.

Si tratta di un periodo che prende il nome dalla gara espansionistica coloniale a cui

corrisponde un periodo di pace in Europa dopo l’ultima guerra franco – prussiana del 1870, che

prevede una totale libertà di stampa e una grande partecipazione delle masse popolari alla politica.

È una fase rapida di mondializzazione degli scambi commerciali.

Specie. Gruppo di individui in grado di riprodursi.

Razza. Gruppo di individui biologicamente diversi da altri. Tuttavia qui si potrebbe sollevare

un’obiezione come fa Luigi Luca Cavalli nel suo libro ‘Generi popoli lingue’: nel cantone degli Uri

esistono differenze genetiche all’interno dello stesso villaggio, mentre si parla di un patrimonio

genetico uguale nel caso in cui si parli degli ebrei. Guido Bertolani dice quindi nel suo ‘l’invenzione

delle razze’ che alla fine risulta che siamo tutti diversi e tutti parenti. Ognuno infatti deriva da 2

genitori, 4 nonni, 8 bisnonni etc.; sapendo poi che una generazione è di media 25 anni, ognuno

avrebbe 1024 antenati, e facendo un paio di calcoli si raggiungerebbe un numero prossimo ai 16

miliardi di milioni di persone nel periodo a.C.: ciò risulta impossibile, non si sono mai registrati tali

dati in quel periodo. L’unica soluzione è che la gente, inconsapevolmente, si è accoppiata con i

propri parenti, magari anche alla lontana.

Etnia. Si tratta di una autonoma organizzazione di dominio, personale o pubblico, socio –

culturalmente distinta, improntata ad una salda concezione di solidarietà, che ha in comune un

mito simbolico di origine con una consapevolezza storica che la lega al territorio. Tale definizione

assume la definizione di stato nazionale come l’Italia o la Germania parlando di etnicizzazione

dello stato.

Colonialismo. Espansione europea nel mondo molto rapida. Determina alleanza fra stati e

influenza le varie scelte politiche.

Imperialismo. si tratta di un termine recente che volge ad indicare l’età della costituzione di

nuovi imperi.

Espansione coloniale. Si tratta di una diffusione di valori, cultura, interesse di un popolo

rispetto ad altri che si manifesta con il controllo di un popolo sovrano rispetto ad un altro.

Il XIX secolo si aprì con la tendenza delle potenze europee al colonialismo e imperialismo.

Le motivazioni sono varie ma per lo più commerciali (1) e ideologico – politiche(2):

1- Penetrazione commerciale, sfruttamento di materi prime a basso costo,

investimenti ad alto profitto nei territori interessati (Africa principalmente).

2- Nazionalismo, spirito missionario, razzismo, politica di potenza.

Le potenze conquistatrici fecero un uso indiscriminato di forza e violenza sulle popolazioni

indigene, sottoponendole allo sfruttamento, danneggiandone economia e cultura (tra queste si

difesero meglio quelle che erano legate a strutture politico sociali più organizzate, avendo alle

spalle una forte tradizione: se da n lato riuscirono a respingere l’imposizione di una nuova cultura

europea, dall’altra ne assorbirono una parte).

Ci furono essenzialmente due cicli di colonizzazione:

1) Dal 500 al 1770 (colonizzazione americana). Si verificò una perdita territoriale europea

molto rilevante che verrà rivinta durante la seconda fase del colonialismo andando a

riconquistare le terre perdute circa 1000 anni prima, con la differenza che verrà

assoggettata più del 20% della popolazione europea.

2) Dal 1880 al 1914. Assoggettamento del 40% del pianeta con oltre il 70% della

popolazione.

Il carattere dell’imperialismo è prettamente nazionale e ciò è indispensabile per capire il

fenomeno successivo ovvero la decolonizzazione di quei paesi che da domani nati diventano

indipendenti dopo aver assimilato la cultura loro dominante.

Gran Bretagna: India. 19 58

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La strategia inglese era il dominio dei mari, soprattutto proteggendo le rotte del sud

continente indiano dove verrà istituito l’impero britannico nel 1877 nelle mani della regina Vittoria. Il

tentativo di apporre una modernizzazione del paese comportò reazioni di stampo tradizionalistico –

religioso, tra cui, la più importante rivolta dei Sepoys del 1857 che indusse il governo inglese a

ridimensionare la sua presenza in territorio indiano: venne sciolta la Compagnia delle Indie

orientali nel 1857 e il paese passò nella sotto diretto controllo della corona inglese rappresentata

da un viceré (furono promossi funzionari indiani fedeli alla Corona affiancati, però, da autorità

inglesi e furono costruite ferrovie che resero possibile un incremento del commercio e controlli più

accurati sul territorio indiano. Ciò porto la Regina Vittoria ad esser incoronata Regina d’India).

I modelli di gestione delle colonie è molto complicato in quanto ci sono diverse forme di

autogoverno nei vari dominions, dove vivono prevalentemente britannici: così si poteva offrire un

modello culturale al quale potessero attingere gli indigeni e si potesse controllare direttamente sul

posto il territorio. Si parla dunque di Common Welth in quanto ogni stato ha avuto la possibilità di

darsi una organizzazione seguendo il modello inglese.

Diversa è la situazione in territori indigeni, difficili da controllare pertanto repressioni forti

erano all’ordine del giorno: in questi luoghi ci si basava su un governo indiretto della madre patria

al fine di sottomettere le popolazioni indigene (gli inglese adottarono dunque misure autoritarie e

paternalistiche).

Una prima testimonianza del nazionalismo indiano la abbiamo con la fondazione a Calcutta

dell’India Association che non odiava gli Inglesi ma criticava la loro amministrazione. Il

nazionalismo indiano compì un notevole passo con la fondazione del Partito del Congresso in cui,

da rivoluzionari, si passò a dei veri e propri terroristi.

Francia: Africa e Indocina

Perde molti territori dopo la sconfitta napoleonica, tra cui territori indiani e la Luisiana che

venne venduta a Washingotn essendo la Francia amica e alleata delle colonie americane che

volevano l’indipendenza. Pertanto la Francia entra a far parte della corsa imperialistica mossa

dalla linea della revanche, rivincita.

Nel 1869 venne aperto il canale di Suez che permetteva un altro sbocco verso l’Asia.

Tuttavia globalmente la Francia non fu in grado di realizzare delle colonie importanti come quelle

inglesi soprattutto perché le forme di dominio nelle varie colonie non avevano una presenza del

popolo francese sul territorio e quindi non si poteva avere un modello a cui ispirarsi per poter

governare: ci si basava infatti su un accentramento del potere di Parigi. Ciò comportò ovviamente

una scarsa penetrazione della cultura francese e, non tenendo conto i francesi delle profonde

diversità culturali e delle grandi rivalità culturali, farà si che le cose verranno complicate

ulteriormente.

Italia e Germania.

Anche queste due nazioni si muovono sulla linea imperialistica del colonialismo in modo tale

che non rimanessero escluse da questa corsa.

Per quanto riguarda la Germania, Bismark era riluttante ad adottare una forma di

colonialismo anche perché il suo scopo era quello di pacificare l’Europa e aiutare la Germania in

un proprio sviluppo. Tuttavia accetterà soprattutto per questioni nazionali e di prestigio. Penetrerà

dunque in Africa soprattutto centrale e investirà molto sull’impero ottomano ormai in disgregazione:

con una serie di trattati e convenzioni viene assoggettato questo impero che diventerà il principale

finanziatore di talune imprese (si parla di un colonialismo basato, dunque, su prestiti e

committente).

Anche l’Italia entra nella corsa alle colonie, tuttavia adotta una misura di ripiego andando ad

occupare gli unici territori rimasti liberi. Si parla dunque dell’Etiopia a partire da un pezzetto di

territorio etiope che l’Italia chiamerà Eritrea: gli italiani però registreranno la grande sconfitta di

Adua. L’altro territorio su cui l’Italia mira è la Libia essendo un ripiego tra le aree italiane e tunisine.

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Belgio.

Quello del Belgio non è una vera e propria corsa alle colonie in quanto re Leopoldo II compra

dalla Francia un pezzo di terra africana centrale, ovvero il Congo, soprattutto per andare ad

alimentare le sue personali scorte di avorio e caucciù.

La cosa andò avanti fino al 1908 ovvero fino a quando il parlamento belga mosso

dall’opinione pubblica nazionale, dalla presenza di missionari nelle colonie e dalla diffusione su

scala mondiale delle brutalità usate sui congolesi, decide di regolare il suo controllo sulla colonia

del Congo.

Spagna.

All’inizio dell’800 perde l’Indonesia e l’America Latina ma conserva Cuba, caratterizzata dal

forte movimento nazionalista. Si parla quindi dell’ultima guerra coloniale dell’America contro la

Spegna, che perderà. Cuba però leggerà questa sconfitta come un assoggettamento del potere

americano.

Russia.

Vive l’imperialismo in direzione orizzontale assoggettando lingue e culture molto diverse tra

loro. L’imperialismo russo si scontra con quello Giapponese.

Il Giappone ebbe uno sviluppo economico molto simile a quello europeo adottando una

politica liberale economica affiancato da un grande intervento dello Stato; adottò poi un modello

espansionistico simile a quello italiano, in quanto entrambi mossi dal prestigio: puntò quindi su

Cina, Siberia e Corea.

Durante tutto il periodo dell’imperialismo l’unico caso di conflitto fu quello nel 1904 – 1905 tra

Russia e Giappone seguito molto dai mass media di tutto il mondo: vinse il Giappone grazie alla

sua straordinaria superiorità soprattutto militare. Il Giappone verrà quindi considerato uno stato

liberatore più che colonizzatore e tale immagine verrà, ovviamente, sfruttata dai giapponesi.

Tale modello giapponese fa si che in Cina si sviluppi un grande movimento nazionalistico

che vedrà la Cina raggiungere l’indipendenza nel 1912 diventando repubblica.

La Cina.

La sua politica si concentrava su un potere centrale incarnato dall’imperatore rappresentato

in tutto il mondo dai suoi funzionari, i mandarini. Fino all’arrivo degli Occidentali, la Cina aveva

mantenuto un orgoglioso status di isolamento che mascherava, però, una grande debolezza:

aveva infatti perso il primato tecnologico conservato fino al ‘500 e il ceto burocratico ostacolava

qualsiasi tipo di miglioramento. La Cina entrò dunque in grave crisi con il primo scontro con

l’Occidente: la prima guerra dell’oppio contro la Gran Bretagna (1938 – 19842). La Cina

esportava illegalmente oppio dall’India (ne era un grande consumatore nonostante fosse illegale)

pertanto nacque una disputa con la Gran Bretagna che si riteneva responsabile e beneficiaria del

traffico. Quando un funzionario imperiale fece sequestrare il carico di tutte le navi straniere al porto

di Canton (l’unico porto cinese che poteva commerciare con l’estero) il governo inglese decise di

reagire militarmente. La guerra durò due anni con la vittoria della Gran Bretagna che con il trattato

di Nonchino del 1842 ottenne il controllo di Honk Kong. Questa disfatta della Cina portò su essa

stessa l’occhio delle mire espansionistiche delle grandi potenze, oltre che, ovviamente, aggravare

la già disastrosa crisi interna (culminante nella rivolta dei Taiping). Un nuovo scontro con la Gran

Bretagna era alle porte: venne chiamato impropriamente la seconda guerra dell’oppio 1856 –

1860, e vide una secondo vittoria inglese che riuscì ad imporre alla Cina il commercio fluviale e a

stabilire normali rapporti diplomatici con gli altri stati occidentali.

Negli anni fra il 1898 e il 1902 avviene la penetrazione da parte delle potenze europee e

giapponese dei porti riservati cinesi, contendendosi il controllo degli stessi di tutte quelle aree che

avevano sbocchi internazionali.

Ciò porta alla nascita di un nazionalismo cinese. Ne è un esempio la rivolta dei boxers dal

1898 al 1901 repressa in modo sanguinoso. La rivolta fu organizzata dalla segreta Associazione

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pugno di giustizia e fratellanza che vuole cacciare l’intera cultura occidentale. Si innestò pertanto

un sistema di polizia, il primo mai registrato, occidentale di flotte europee che distrussero i porti

cinesi con conseguenza di distruzione e dispersione di beni come l’incendio del palazzo millenario

imperiale e la distruzione del patrimonio millenario culturale.

Stati Uniti.

Mirano a consolidare la diplomazia del denaro penetrando nelle grandi compagnie

commerciali. Gli scopi americani erano: la liberazione di Cuba con lo sfruttamento della base

militare di Guantanamo e sfruttamento del paese stesso per le sue produzione; occupazione delle

Filippine per la penetrazione in Cina con interessi nella stessa Cina definiti nel rispetto degli

accordi con imperatore cinese.

Le interpretazioni dell’imperialismo.

Dell’imperialismo a inizio 900 sono però due i grandi ambiti interpretativi del fenomeno

imperialistico, ovviamente intersecando argomentazioni diverse:

1) Natura economica: i paesi più sviluppati hanno economie industriali aggressive e

pertanto cercano luoghi per risorse di materie prime e per piazzare capitali.

Hobson, 1902 l’opera "Imperialism, A Study". In primsi distingue il tradizionale colonialismo

e il moderno imperialismo: il primo si era infatti prevalentemente manifestato nella forma delle

colonie di popolamento (occupazione di terre pressoché disabitate allo scopo di trasferirvi nuclei di

coloni), il secondo prevede l’insediamento di un ristretto nucleo di popolazione bianca allo scopo di

esercitare il dominio politico e lo sfruttamento economico sulla popolazione indigena considerata

inferiore ed incapace di godere di libertà politica ed economica.

In secondo luogo egli rileva la natura violentemente aggressiva dell’imperialismo che

innescava tensione che poteva trasformarsi in guerra di tutti contro tutti.

In terzo luogo sottolinea le radici culturali ed ideologiche dell’imperialismo che poggia sul

darwinismo sociale secondo cui la forza e la potenza sono la base su cui è possibile trionfare nella

struggle of life (lotta per la vita): è infatti attraverso la lotta per la sopravvivenza che avviene la

selezione dei migliori ed in tale lotta a prevalere è il più forte. Si parla dunque del diritto del più

forte. Per Hobson però i fattori decisivi son di natura economica: si parla degli interessi di quei

gruppi economici che si arricchiscono grazie alle spese necessarie per portare avanti una politica

imperialistica e di quei gruppi che vedono aumentare il proprio peso grazie all’imperialismo come

la casta militare e burocratica, senza dimenticare la supremazia del potere finanziario interessato

ad investire i propri capitali in arre più redditizie.

Lenin, "Imperialismo: fase estrema del capitalismo" del 1917. Il capitalismo per evitare la

caduta del profitto era costretto a sfruttare il mercato mondiale; quindi aumenterà il peso dei gruppi

industriali e finanziari all’interno di ogni stato fino al punto in cui questi gruppi riusciranno a piegare

lo stato ai priori interessi: la politica degli stati sarà quindi determinata dall’influenza dei grandi

potentati economici. Per aggirare la caduta tendenziale del profitto il capitale finanziario, tenderà a

controllare le materie prime e i mercati a livello mondiale: il mondo viene quindi diviso in aree di

influenza tra i diversi stati che agiscono sotto il controllo dei rispettivi monopoli economici nazionali.

Ne consegue che la concorrenza economica e politica non troverà più sbocco nella conquista di

nuovi mercati e si trasformerà in conflitto militare tra i gruppi economici rivali innescando un

conflitto mondiale che condurrà alla crisi finale del capitalismo e renderà possibile la rivoluzione

socialista.

Tuttavia le interpretazioni liberali e socialiste dell’imperialismo sono troppo rigide in quanto

non tengono il reale funzionamento del mercato dei capitali: la maggior parte degli investimenti non

era verso le colonie ma verso gli altri paesi industrializzati, partecipando ad esempio alla

costruzione delle ferrovie negli Stati Uniti. Se si investe in colonie, si investe anche in ex colonie

come nel caso dell’America Latina, dove i capitali europei investiti contribuiscono a creare

economie squilibrate in quanto sono economie dipendenti da esportazioni di una o poche risorse

(tipo tabacco e cacao) rendendole estremamente vulnerabili nei confronti dei mutamenti delle

economie. 22 58

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2) Natura politica e culturale: l'affermarsi di atteggiamenti nazionalistici (diversi da quelli del

1800) caratterizzati da tensioni indipendentistiche. Si parla poi di questioni di prestigio e di

una radicata convinzione di una superiorità biologica della propria razza rispetto alle

popolazioni di quei paesi che non riuscivano a dare lo slancio alle loro economie, e in

particolare ci riferiamo ai popoli africani.

Shumpeter, 1919 "La sociologia dell’imperialismo". Afferma che l’imperialismo è il risultato di

condizioni politiche, sociali e culturali che risalgono al mondo precapitalistico e che continuano a

sopravvivere in esso. Secondo Schumpeter il capitalismo tende naturalmente all’equilibrio fondato

sulla libera concorrenza ed il libero scambio. Essendo dunque naturalmente pacifico si

contrappone quindi ad ogni tendenza aggressiva ed irrazionale come è appunto l’imperialismo

basato sull’esaltazione della forza e sulle ideologie nazionalistiche e patriottiche: solo un mondo

pacificato in cui i conflitti vengono risolti razionalmente consente infatti uno sviluppo ottimale al

capitalismo. Sarebbe quindi a causa delle mentalità imperialistica e militarista delle caste militari-

feudali e burocratiche che tendono ad imporre alla politica degli stati la loro mentalità imperialistica

non per interessi economici ma perché vedono nella politica di espansione e guerra l’unico modo

per mantenere e rafforzare gli apparati militari e burocratici che sono la base del loro potere

politico, dei loro privilegi e della loro influenza sociale. Schumpeter definisce l’imperialismo come

una forma di atavismo che può essere sconfitto solo attraverso un pieno sviluppo del capitalismo e

non, come ritenevano i socialisti, attraverso una riforma o addirittura una soppressione del

capitalismo.

L’imperialismo del resto è essenzialmente una rivalità tra potenze su un terreno neutro: se in

Europa non c’è guerra, c’è decisamente un confronto. È anche strumento per influenzare la

conflittualità politica interna su altri obiettivi.

Fieldhouse, 1970, “L’età dell’imperialismo”. Sposta tutto l’accento della valutazione non

sulla potenza imperialistica, ma su quello che avviene nelle periferia: si tratta di un test continuo

che le potenze fanno l’un l’altra per verificare prontezza / risposta / alleanza per un confronto che

prima o poi dovrà avvenire. Si tratta di un confronto tra volontà di potenze. Non vi sarebbero

necessità, dunque, di conquiste in termini economici, ma semmai in termini di prestigio.

Perché l’imperialismo è così seduttivo? Perché evidentemente va a pescare all’interno di

sedimentazioni culturali diffusi la capacità che alcuni argomenti di convincere alcuni popoli della

loro superiorità rispetto ad altri. Quindi senza la professione della cultura si finisce per perdere la

cultura dell’imperialismo. Tra i più significativi presupposti ideologici della supremazia dell’uomo

bianco europeo, ci sono argomentazioni di Gobineau circa la "razza bianca pura": afferma infatti la

superiorità dell'aristocrazia ariana rispetto al popolo, frutto della mescolanza degli Ariani con razze

inferiori.

A fine 900 questa concezione di superiorità, usata non per schiacciare ma per aiutare l’altro,

interessa tutto l’arco politico.

Le ideologie hanno esercitato spesso per sincretismo una profonda influenza anche sui ceti

dominanti.

Dalla guerra alla pace armata (1917 – 1956)

Prima guerra mondiale.

o

Le cause.

CAUSA OCCASIONALE: fu l’uccisione a Sarajevo da parte di uno studente serbo, Gavrilio

Princip, dell’arciduca Francesco Ferdinando erede al trono austriaco il 28 giugno 1914. L’Austria

manda un ultimatum alla Serbia che prevedeva la partecipazione di funzionare austriaci durante il

processo di Princip. L’ultimatum non viene rispettato pertanto l’Austria dichiarerà guerra alla

Serbia. Al contempo la Russia sposta le truppe sul confine austriaco appoggiando la Serbia.

CAUSE POLITICHE: 23 58

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- Tensione, irrisolta, tra Francia e Germania circa Alsazia e Lorena;

- Questione balcanica, in cui Austria e Russia avevano opposti interessi;

- Rivalità fra Germania ed Inghilterra sulle colonie: la corsa agli armamenti della Germania

e la costituzione di una potente flotta, minò la supremazia inglese sui mari;

- I fermenti nazionalistici nell’impero austro-ungarico che cercavano l’indipendenza o il

distacco dall’Impero austriaco;

- L’aggressiva politica della Russia nei Balcani, che si opponeva al tentativo dell’Austria di

rafforzare la propria influenza in quella zona;

- Il sistema delle alleanze si usura.

CAUSE ECONOMICHE:

- la perdita del ruolo di prima potenza dell'Inghilterra;

- la spietata concorrenza nei Paesi europei per difendere le proprie economie;

- la fine della conquista coloniale;

- la corsa agli armamenti divenuta un grande affare economico che saldava gli interessi

dell'industria pesante con il militarismo ed il nazionalismo.

CAUSE CULTURALI:

- All'idea di patria si andava associando un insieme di elementi reazionari, di razzismo, di

aggressività imperialistica, di istinto di potenza.

- La nascita di nazionalismi.

I fronti.

Orientale: in Galizia dove si registrò una guerra di posizione e un non avanzamento delle

truppe austro-tedesche.

Occidentale: aggiramento tedesco con occupazione del Belgio per avere una invasione della

Francia: si avrà una guerra di posizione che si protrarrà per tre anni.

Meridionale – ottomano (Dardanelli): si aprì nel 1915 per un attacco inglese nei confronti

della Turchia.

Italiano: avviene tutto sul fiume Isonzo in quanto l’obiettivo erano le terre irridenti.

Marino: Inghilterra e Germania combattevano, per garantirsi possibilità di rifornimento di

armamenti e di generi di consumo (la Germania adoperò i sottomarini). I tedeschi affondano il

transatlantico Lusitania: guerra totale.

Le crisi marocchine e

le guerre balcaniche.

Le due crisi marocchine si verificano nel 1905 e 1911 a causa dell’occupazione da parte

della Francia di alcune zone del Marocco. Ambedue le crisi finirono con il risolversi con la con la

conferenza internazionale di Algerias del 1906. Ma se la Francia ha il protettorato sul Marocco la

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Germania ottiene solo la protezione del Congo Francese. Della seconda crisi marocchina del 1911

approfitta L’Italia per strappare alla Turchia la Libia.

Nel 1908 però comincia anche una crisi balcanica: l’Austria trasforma in annessione

l’armistizio della Bosnia Erzegovina. L’occasione avvenne dall’ulteriore indebolimento dell’impero

turco. L’Azione dell’Austria appoggiata dalla Germania ebbe come contro colpo l’indebolimento

della Triplice e un aumento di tensione nei rapporti con la Serbia in quanto aspirava ad annettersi

alla Bosnia Erzegovina poiché voleva fare un grande stato degli stati del sud. Un aumento di

tensione avvenne non solo con la Serbia ma anche con la Russia, nonché protettrice della Serbia

che preparava una lega dello stato balcanico. Quindi abbiamo Austria – Germania, Serbia –

Russia e l’Italia era in mezzo. A queste crisi seguirono due guerre la prima del 1912 e la seconda

del 1913.

1912: la Turchia venne sconfitta dall’Italia per la Libia e successivamente la Grecia la

Bulgaria la Serbia e Montenegro si coalizzarono contro l’impero turco che sconfitto, dovette

rinunciare a tutti i territori europei. Quindi abbiamo tutti i popoli slavi contro la Turchia.

Sull’adriatico nasce il nuovo principato di Albania per volere dell’Austria e della Germania per

impedire alla Serbia lo sbocco sul mare. Vincono sulla Turchia ma come si dividono le terre?

1913: provocò la guerra tra le vincitrici della Turchia. La Bulgaria attacca la Grecia e la

Serbia ma viene accerchiata dai suoi ex alleati e dalle Romania e viene soprafatta. I vantaggi

ottenuti vengono tolti alla Bulgaria con il Trattato di Bucarest. Quindi alla Turchia vengono restituite

alcune terre. I vantaggi andarono alla Serbia che vene annessa la Montenegro.

Il problema della Germania.

La Germania costituiva un bel problema: aveva due fronti scoperti, era alleata di Austria e

Italia e nemica della Russia. Pertanto venne proposto il Piano Schiliffen: si prevedeva una rapida

mobilitazione dell'esercito tedesco in direzione francese e al contempo avrebbe mantenuto un

atteggiamento difensivo allo scopo di attirare all'attacco l'esercito francese; dopo aver ottenuto la

rapida sconfitta della Francia si prevedeva di spostare velocemente le truppe fidando sui lunghi

tempi di mobilitazione dell'arretrato esercito russo. Obiettivo ultimo del piano era un ripetersi degli

avvenimenti che avevano portato alla sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana del

1870. La strategia tedesca, che avrebbe voluto una «guerra lampo», si scontrò con la capacità di

resistenza degli eserciti dell'Intesa: la guerra divenne così «di posizione» nelle trincee, sul fronte

occidentale e su quello orientale. Le trincee permettono di avere una unità nazionale di fronte al

nemico, superando quindi molte fra le grandi rivalità storiche.

La situazione italiana.

Essa era divisa fra interventisti e neutralisti. Interventisti: i nazionalisti che rivendicavano

terre italiane (Trento e Trieste) o parzialmente italiane (Istria e Dalmazia), gli irredentisti che

rivendicavano solo Trento e Trieste in nome degli ideali risorgimentali, i socialisti riformisti ed i

radicali. Neutralisti: la maggioranza degli italiani. Nonostante il numero vinsero gli interventisti, tra

cui nazionalisti e irredentisti che volevano la liberazione di tutto il territorio italiano, grazie ad una

grande propaganda tramite mass media di cui si fecero promotori Gabriele D’Annunzio e Mussolini

che, cacciato da PSI, fondò il giornale Popolo d’Italia, strumento di propaganda bellicista.

L'Italia abbandonò il sistema di alleanze in cui era inserita ed il 26 aprile 1915 aderì

all'Intesa: il 24 maggio 1915, l'Italia entrò in guerra, aprendo un altro fronte: lungo i confini con

l'Austria dal Carso al Trentino.

1917: l’anno della strage e della svolta.

Due furono i punti di snodo: l'ingresso degli USA in guerra e l'uscita della Russia, in piena

rivoluzione comunista.

A ciò si aggiunse il rifiuto della guerra da parte dei soldati, cosa che divenne un fenomeno di

massa: il disfattismo dei soldati andava di pari passo con quello delle popolazioni, travagliate dalla

miseria, dalla carestia crescente, dall'inflazione e dalle condizioni di lavoro spesso insopportabili.

Questa situazione determinò un ulteriore autoritarismo da parte dei governi che vide la 25 58

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delegittimazione del Parlamento. In questo periodo prese avvio la decisiva offensiva austro-

tedesca per risolvere il conflitto prima dell'ingresso in guerra degli USA. A farne per primo le spese

fu l'esercito italiano, sconfitto a Caporetto con gravissime perdite umane e materiali; ma l'offensiva

tedesca si arenò sul fronte occidentale, dove gli eserciti franco-inglesi resistettero strenuamente.

Con l'arrivo delle forze americane, le armate dell'Intesa passarono alla controffensiva e nel

giro di 3 mesi, da agosto ad ottobre 1918, ebbero la meglio sugli austro-tedeschi. L’Austria firmò

l’armistizio il 4 Novembre 1918 e la Germania l’11. La grande guerra era finita ma si lasciava alle

spalle una pesante eredità di distruzioni economiche, di conflitti sociali e di tensioni politiche.

Inoltre Inglesi e Americani avevano dichiarato sempre nel 1917, nel tentativo di attirare

simpatie e poteri, che avrebbero ritagliato in Palestina uno spazio nazionale ebraico agli Arabi: ciò

non avvenne e creò non poche tensioni con come causa forti migrazioni.

I trattati di pace.

Si aprì così, a Versailles, la conferenza di pace. Al tavolo delle trattative si scontrarono due

diverse strategie: quella francese a cui si adeguò il resto dell'Europa animato dal desiderio di

annientare la Germania, e quella americana, propugnata dal presidente Wilson, volta a

promuovere la riorganizzazione politica e territoriale dell'Europa sulla base del principio

dell'autodeterminazione dei popoli ma come poteva esser instaurata una pace in Europa Orintale

se i popoli erano tutti misti e con poche risorse?). Purtroppo prevalse la prima tendenza, pertanto

le legittime aspirazioni nazionali di diversi popoli furono subordinate al desiderio di imporre

durissime condizioni ai vinti.

Conferenza di Parigi 1919 – 1920: si stabiliscono i criteri fondamentali dei trattati.

o Trattato di Versailles, 29 giugno 1919 con la Germania: Alsazia e Lorena vengono

o cedute alla Francia; altre concessioni in favore di Belgio Polonia e Danimarca;

occupazione del bacino carbonifero tedesco della Rhur; onerose riparazioni di guerra.

Trattato si Saint Germain – an –Layne, 10 settembre 1919 con l’Austria: definitivo

o smembramento dell’impero asburgico.

Trattato del Trianon , 6 aprile 1920 con Ungheria: cessioni territoriali a favore di Romani

o Cecoslovacchia e Iugoslavia.

Trattato di Neully , 20 novembre 1919 con Bulgaria: concessioni territoriali a favore di

o Iugoslavia e Grecia.

Trattato di Sevres , 10 agosto 1920 con la Turchia: si ebbe un definitivo smembramento

o dell’impero ottomano e la internazionalizzazione degli stretti.

Trattato di Versailles : vieta il pregio di autodeterminazione a Germania e Austria e quindi

o di unificarsi.

Libia e Siria con un mandato vengono affidate alla Francia e con le medesime modalità

o Iraq Palestina e Arabia vengono affida all’Inghilterra.

Tali trattati avevano lo scopo di ridare un equilibrio all’Europa.

Si trattò fondamentalmente di una serie di trattati punitivi nei confronti della Germania che si

ritrovò a dover ripagare tutti i suoi debiti di guerra. Tuttavia, questo fattore messo insieme alla

ingente nascita di nazionalismi, costituiscono un elemento in sospeso che renderanno inevitabile il

secondo scontro mondiale.

Si trattò però di una pace imposta senza condizioni: la Germani infatti perde molti dei suoi

bacini e vide il disarmo delle proprie truppe proprio per pagare i debiti di guerra (la flotta rimase

però intatta).

Al fine di promuovere tutte le iniziative proposte durante la conferenza di Versailles nasce la

Società delle Nazione, tuttavia in modo diverso rispetto a come Wilson la desiderava in quanto egli

aveva una concezione perenne di tutti gli stati del mondo: mancavano infatti Germania e Russia e

poi anche Stati Uniti, a seguito nel 1921 della perdita di Wilson a favore del repubblicano Hardin

che promosse una politica di isolamento etero. Pertanto la Società delle Nazioni che verrà affidata

a Francia e Inghilterra, conterà ben poco. 26 58

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1920 – 21, Turchia. Ataturk fece cacciare il sovrano costituzionale precedente creando uno

stato tipicamente europeo con tutti gli aspetti politi più esasperati in quanto cominceranno a

sterminare le minoranze presenti.

Conseguenze socio – economico – culturali della guerra.

- Molti morti e feriti.

- Le privazioni di anni di guerra indeboliscono gli organismi e favoriscono la diffusione di

malattie come ad esempio la Spagnola.

- Difficoltà di reinserimento nella vita sociale civile ed economica.

- Difficoltà di riconversione dell’industria: se prima c’erano gli stati che erano clienti

straordinari durante gli anni di guerra, alla fine di questa si registrò una profonda crisi

dell’industria essendo stata precendetemente tutta bellica. Infatti, controllando il bilancio

si notano le ingenti spese che comportarono un forte debito pubblico.

- Il complesso di tragedie sociali innesta un ribellismo sociale che coinvolge tutta l’Europa

in particolare la Russia.

- Periodi di tensioni tra il 1918 e l’inizio della seconda guerra mondiale.

Conseguenze geopolitiche.

- Conflitti tra nazionalità e revanchismo.

- Revisionismo dei trattati di pace.

- Nuove gerarchie economiche geopolitiche: si parla di isolamento del’ URSS, del declino

dell’Inghilterra in quanto ora gli scambi si effettuano con il dollaro e non con la sterlina,

dell’emersione del Giappone (si tratta di un impero con una struttura parlamentare

europea che ha un controllo molto rigido sui propri cittadini: si tratta di un nazionalismo

esasperato e compatto ma semplice in quando il Giappone è un’area geograficamente

piccola essendo un arcipelago) e dell’emergere degli Stati Uniti che si qualificano come

stato emergente e nuova potenza mondiale che però adottano una politica estera di

isolamento.

La rivoluzione russa.

o

Premesse.

Il principale problema della Russia era la questione contadina: sulle campagne si caricava il

peso fiscale necessario a finanziare il processo di industrializzazione, difficile da attuare in un

paese dal mercato interno debole. Qui la classe operaia era numericamente ristretta e concentrata

nelle città, uniche zone industrializzate.

Il conflitto sociale in corso stava diventando impossibile da governare per il regime autoritario

zarista. Nel 1917 la società russa si stava disgregando sotto i colpi delle sconfitte militari e della

crisi economica (era diminuita la produzione agricola perché i contadini erano stati mandati a

combattere), negli eserciti vi erano frequenti scioperi e ribellioni.

La rivoluzione di febbraio (1917).

In questo clima si inserì facilmente lo sciopero popolare a Pietrogrado (San Pietroburgo), che

in pochi giorni divenne generale e paralizzò la città. Lo zar ordinò di interrompere le manifestazioni

operaie, me le truppe fraternizzarono con gli scioperanti. Intanto la rivolta si espanse anche a

Mosca e lo zar Nicola II si rese conto di non essere più in grado di governare il paese: abdicò in

favore del fratello, che anch’egli abdicò immediatamente. Il regime zarista dei Romanov era finito.

Conseguenze.

In seguito fu necessario stabilire chi dovesse detenere il potere e come, quali decisioni prendere in

merito alla guerra e ad una riforma agraria.

Si delinearono due centri i potere: il governo provvisorio e i soviet. Questa situazione di

doppio potere durò fino ad ottobre e rese difficile la gestione della rivoluzione, in quanto i due

centri esprimevano interessi e programmi contrastanti. I soviet ritenevano che si dovesse arrivare

ad una pace “senza indennità e senza annessioni”, ovvero senza pretesa di ottenere territori o

somme di denaro per indennizzo per i danni subiti. 27 58

Pagina di

Nell’aprile 1917 Lenin rientrò in Russia dall’esilio in Svizzera grazie alle spie tedesche:

appoggiava la rivoluzione socialista, convinzione in contrasto con tutti i gruppi rivoluzionari

esistenti, miranti a sviluppare il capitalismo. Pertanto emanò le “tesi di aprile” con le quali

sosteneva che la guerra scoppiata nel 1914 fra le grandi potenze derivasse proprio da una crisi del

sistema capitalistico. Propose quindi di uscire subito dalla guerra e di trasformare la guerra esterna

in una rivoluzione interna con lo scopo di creare una società socialista. Lenin riesce nel suo

intento, infatti ad ottobre scoppia una nuova rivoluzione.

La rivoluzione di ottobre (1917)

I bolscevichi, di fronte ad un’opprimente crisi economico-militare, decisero l’insurrezione

armata, che si concretizzò nella notte tra il 24 e il 25 ottobre, con l’occupazione dei punti strategici

della capitale e il Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio.Il potere fu affidato ad un

governo bolscevico, guidato da Lenin, che iniziò le trattative di pace e avviò una serie di riforme

(decreto sulla terra: le proprietà della Corona furono distribuite fra i contadini poveri).

Le elezioni per l’assemblea costituente

Si tennero nel novembre 1917, a suffragio universale a scrutinio segreto. I bolscevichi

ottennero solo il 25% dei voti, ma Lenin, sciolse l’assemblea e instaurò una dittatura del

proletariato, sospendendo le elezioni, la libertà di stampa e di associazione, ecc. Egli lo

considerava un passo necessario per non cedere sotto le ostilità della maggioranza parlamentare

estromessa.

Nel 1918 dilagò una terribile guerra civile, i bolscevichi costituirono l’Armata rossa, che attuò

drastiche misure di ordine militare, economico e politico, appoggiando le masse contadine.

I bolscevichi nazionalizzarono le imprese, statalizzarono il commercio interno, requisirono il grano

eccedente le principali necessità di sussistenza e semina, dichiarò fuorilegge le organizzazioni

politiche e reintrodusse la pena di morte.

Nel dicembre 1922 nacque l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS) .

La NEP.

In campo economico Lenin utilizzò una nuova linea di politica economica (Nep), che

consisteva nel reintrodurre il profitto individuale e la libertà economica. Nelle campagne cessarono

le requisizioni e venne liberalizzato il commercio interno, favorendo lo sviluppo delle piccole

imprese private. La Nep diede risultati sostanzialmente positivi: la produzione e il reddito nazionale

aumentarono.

Ma da punto di vista sociale, gli anni della Nep videro l’accrescersi della differenza sociale

nelle campagne e la ripresa del ceto dei contadini agiati (kulaki). Quindi la Nep presentava anche

elementi problematici: era difficile manovrare un’economia costituita in parte da aziende privata e

in parte da imprese pubbliche. Inoltre i prodotti industriali erano molto più alti di quelli agricoli,

quindi nelle campagne non si riusciva a realizzare il surplus necessario per la ripresa industriale.

Negli anni Venti si aprì un dibattito tra i sostenitori della Nep: come industrializzare la

Russia? La proposta era una trasformazione lenta e graduale del sistema economico. Gli

oppositori invece, ritenevano fosse necessario accelerare i tempi, diminuendo i costi di produzione

e aumentando la produttività delle industrie.

A questo problema si aggiunse la morte di Lenin nel ’24 e la necessità di ristabilire il potere

nel Partito comunista: finisce l’era Lenin, inizia l’era Stalin.

Stalin.

La politica della NEP che ha dato buoni risultati viene ribaltata perché Lenin alla fine della

sua carriera non è più in grado di mantenere la sua leadership di capo di partito e verrà dunque

sostituito da Stalin che rinnega la NEP e si immagina l’unione sovietica come grande potenza

industriale e quindi per realizzarla si immagina una economica pianificata, anche perché non c’è

dialettica politica ma solo il partito bolscevico e quindi l’esigenza di programmazione viene

esasperata dai famigerati piani quinquennali che di fatto accentrava nell’ufficio di Mosca tutta

l’economia di quell’enorme paese che è la Russia.

Viene quindi liquidata quell’apertura all’iniziativa privata che Lenin aveva permesso. Servono

denari, quindi forte pressione fiscale. Alle resistenze del mondo rurale Stalin, partito bolscevico e

partito sovietico rispondono con la collettivizzazione forzata dell’agricoltura: non è solo esportare

terra ma anche lavoro, quindi ogni iniziativa produttiva deve rientrare nei modelli di fattorie

cooperative oppure in aziende statali. Non c’è assolutamente spazio per una economia privata:

laddove questo progetto, forzoso che si accompagna anche a uno sforzo propagandistico 28 58

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ideologico notevole e importante, nei due sistemi ci sono contadini utopisticamente

entusiasticamente e scioccamente convinti che quella sia una via per costruire una potenza

industriale per proteggersi e proteggere l’Unione Sovietica da attacchi esterni. Coloro che erano

fortemente ostili alla collettivizzazione della terra, ovvero i culachi che con la propria prorità

mantenevano sé stessi e qualche bracciante, venivano deportati in altre regioni quindi sradicati da

proprietà azienda e contatti e quindi dalla capacità di influenzare negativamente i contadini della

zona. Questo intervento staliniano fu dal punto di vista della storia economica un grande successo.

Uno straordinario sforzo produttivo che nonostante si aggravò diventò anche più efficiente e

divenne nel giro di 40 anni una fortissima potenza industriale e, nel caso della seconda guerra,

anche militare.

Nascita e avvento del fascismo.

o

L’esperienza fascista fece dell’Italia un esperimento politico che vene talvolta imitato talvolta

guardato con curiosità.

L’abbandono della conferenza di pace dell’Italia incapace di sottrarre vantaggi territoriali

proporzionali allo sforzo bellico (vittoria mutilata), le continue successioni di diversi personaggi al

potere (Orlando, Nitti, Giolitti, Bonomi, Facta) e la contemporanea occupazione di fiume da parte di

d’Annunzio, erano tutti segnali di delusione dei gruppi nazionalisti e delle difficoltà in cui versava la

classe dirigente: si testimoniava dunque la necessità di rinnovare le istituzioni statali. la crisi

vedeva una grande frattura all’interno delle istituzioni: l’esaltazione nazionalista della vittoria

mutilata e l’appropriazione popolare della grande rivoluzione bolscevica diedero origine ad una

frattura che venne ulteriormente aggravata dal fenomeno del biennio rosso e dalle occupazioni

delle fabbriche. Le elezioni del 1919 misero in evidenza un governo che rispecchiava queste

fratture sociali.

Fu in questo quadro che Benito Mussolini istituì i Fasci di combattimento nel 1919.

Con il trattato di Rapallo del 1920 Giolitti concluse l’accordo italo-jugoslavo attribuendo a

Fiume lo stato di città libera interrompendo con la forza l’occupazione dannunziana. Nello stesso

anno il fascismo intensificò le azioni squadriste antisocialiste e antisindacali dando spazio alle

componenti nazionaliste più aggressive.

Il fascismo si accreditò la nomina come forza di rinnovamento politico e culturale e la sua

fortuna va ricercata in due fattori:

- L’attività dello squadrismo, ovvero gruppi armati, di distruzione e devastazione delle

organizzazioni del mondo del lavoro.

- La capacità di toccare la difesa della nazione e dell’italianità (provocando dunque il

disagio dei ceti medi perché all’interno di una società sempre più di massa).

Con la partecipazione ai Blocchi nazionali organizzati da Giolitti, il fascismo entra in

parlamento e a questo punto cerca di consolidare la posizione del fascismo diventando un partito

stabile. A ciò vi si opponevano la natura policentrica del fascismo costituito da vari gruppi locali

assai scarsi nel Mezzogiorno. Nonostante la crisi interna nel 1921 Mussolini fonda il PNF, Partito

Nazionale Fascista nel quale Mussolini assume il ruolo di duce senza una precisa carica; lo

squadrismo venne istituzionalizzato diventando la milizia volontaria per la sicurezza nazionale.

Il fascismo era volto a costruire un nuovo ordine e una nuova civiltà.

Il tentativo di sciopero del 1922 da parte dell’Alleanza del lavoro fu un fallimento e la

situazione precipitò: i fascisti mossi da intenti liberai organizzarono manifestazioni contro il governo

che portarono alla marcia su Roma del 27-28 ottobre 1922. Nominato dal sovrano, Mussolini

assunse la carica di istituire un nuovo governo.

Fin dall’inizio le sue intenzioni erano ben chiare: fagocitare i partiti disponibili alla

collaborazione. In questo quadro le violenze dello squadrismo ormai milizia volontaria di certo non

si fermarono. Vennero poi creati organi a metà tra l’esser partito e l’esser istituzione pubblica come

il Gran consiglio del fascismo.

La legge Acerbo del 1923 assicurava a Mussolini parlamenti più docili poiché assegnava i

2/3 dei seggi al partito di maggioranza.

La crisi del 1929.

o

Il crollo della borsa di Wall street. 29 58

Pagina di

Il crollo avvenne il 24 ottobre 1929: la crisi delle banche fu subito seguita da consumi che

calavano velocemente, contrazione della produzione, aumento dei disoccupati.

Se la crisi del 1921 fu abilmente superata con l’adozione di una politica economica adeguata

e con l’intervento statale, la stessa cosa non poteva avvenire per questa crisi: il presidente

americano Hoover sosteneva che l’intervento statale avrebbe aggravato la crisi e bisognava

pertanto sollecitare una collaborazione tra imprenditori e amministratori locali rifiutando qualunque

intervento federale per l’assistenza dei disoccupati. Ogni intervento risultò dannoso o inutile e

disastroso fu il tentativo di mantenere elevati i prezzi dei prodotti attraverso l’impostazione di dazi

ancora più alti. La crisi provocò una crescita del conflitto sociale che si espresse in continue azioni

di protesta in particolare tra i farmers, rovinati dalla riduzione dei prezzi schiacciati dai debiti e dalle

ipoteche sulla proprietà.

La nazione europea maggiormente colpita dalla crisi fu la Germania dove la crisi si

intrecciava con le tensioni procurate dall’instabilità politica. L’aggravamento della crisi fu causato

dal rigore fiscale e dalla difesa del marco che provocarono lo scontro sociale e l’indebolimento

delle istituzioni liberali. tali incertezze politiche ebbero riscontri devastanti sul piano economico con

la fuga dei capitali che depresse ulteriormente il sistema produttivo e aumentò il numero di

disoccupati. Si andava poi rafforzando la convinzione della possibilità della Germania all’interno di

un vasto spazio economico nell’Europa centrale e orientale, spazi e ruolo dominante che

andavano difesi dall’esterno con truppe armate e dall’interno con strumenti politici che impedissero

alle forze di sinistra di ostacolare il progetto.

Il tutto contribuì come si è già detto a creare forti tensioni politiche portando anche definire

una guerra tra i gruppi paramilitari e le forze politiche coinvolte. Con un decreto di emergenza

venne dichiarata la fine del governo di Prussia e delle sue forze di polizia. Le doppie elezioni del

1932 attribuirono al partito nazionalsocialista tedesco degli operai, NSDAP, di Hitler la posizione di

maggior partito del Reichstag.

La Gran Bretagna del laburista Ramsey MacDonald dovette confrontarsi ancor prima del

crollo della borsa con una situazione economica che voleva alto deficit finanziario, un tasso di

sconto per sostenere la sterlina e un gold standard ridotto. Anche qui si registrarono difficoltà

dell’industria, disoccupazione che non venne attenuata nemmeno con l’aumento del lavori pubblici

e aumento delle tensioni sociali. La previsione di una svalutazione della sterlina mise in fuga verso

l’estero ingenti somme di capitali. La debolezza di un governo privo di maggioranza non

permetteva al premier di effettuare un vero progetto di politica economica. Il tema del

protezionismo rimodulò le straregie economiche e creò fratture tra i vari partiti.

Ma di fatto la svolta protezionista divenne inevitabile in quanto diversi paesi premevano sulla

Gran Bretagna per la creazione di un sistema daziario che favorisse l’interscambio tra i paesi

dell’impero al riparo dalle esportazioni altrui. Ma la necessità a diminuire il disavanzo di bilancio

spinse a misure impopolari come la riduzione dei sussidi di disoccupazione, misure che non

trovarono il sostegno dei sindacati e parte del Labour Party pertanto MacDonald fu costretto alle

dimissioni. Il governo operò pertanto quelle misure che fino ad allora aveva voluto operare: venne

abolita la convertibilità della sterlina in oro dichiarando la fine del gold standard (causando effetti

dirompenti anche sulla Francia), vennero poi istituiti dazi su prodotti stranieri eccetto quelli

provenienti dai dominions o dall’India. Il tutto contribuì a diminuire la disoccupazione e allentare le

tensioni sociali.

In Francia la crisi fu meno severa grazie alla prevalenza della piccola e media impresa; ma,

la grande instabilità politica e il rifiuto di abbandonare il tallone aureo per motivi di prestigio,

portarono la Francia ad adottare una politica di contenimento della spesa statale basata sulla

riduzione di salari e su una serie di misure deflazionistiche creando inevitabilmente agitazioni

sociali.

In Italia i danni della crisi iniziarono a farsi sentire dal 1931 ma con effetti molto meno gravi

rispetto agli altri paesi essendo l’Italia volta all’isolamento commerciale grazie a misure

protezionistiche e inflazionistiche. Era poi fortemente ancorata alla politica di sostegno della lira

pertanto servì prendere misure quali la riduzione di salari e contenimento dei prezzi, e la

disoccupazione fu in parte nascosta dalla riduzione delle ore di lavoro. Venne poi accentuata la

statalizzazione dell’economia grazie all’introduzione dell’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale)

e dell’IMI (Istituto mobiliare italiano). 30 58

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La crisi raggiunse anche l’Europa Orientale dove vennero colpite l’agricoltura e quei pochi

settori industriali in sintonia con il commercio internazionale. La crisi però raggiunse anche

Giappone e Cina con una caduta delle esportazioni e riduzione dei prezzi agricoli che ebbero

ripercussioni profonde sulle condizioni di vita nelle aree rurali. Il governo non venne però persuaso

da una politica deflazionistica: oltre all’aumento della disoccupazione, si produsse un anacronistico

spostamento della manodopera dall’industria alla campagna che aggravò ulteriormente le

condizioni di vita dei lavoratori.

Le politiche contro la crisi e il crollo dei sistemi liberali.

La ricetta più nota per uscire dalla crisi consiste nella riduzione della disoccupazione

rilanciando la produzione e i consumi. La soluzione migliore venne operata dall’America con il

presidente Roosevelt che promosse la new deal, ovvero la nuova manovra economica: si trattava

di una manovra volta a scatenare il circuito virtuoso tra produzione e occupazione. In questo però

non vi era un piano chiaro né una teoria economica precisa: si trattava di una serie di misure

dettate da un pragmatismo confuso fatto di interventi estemporanei e non di rado contraddittori. Vi

era però la chiara idea di salvaguardare il capitalismo americano attraverso una politica economica

pianificata e un forte aumento della spesa pubblica. Roosevelt voleva ripristinare la fiducia nella

popolazione (attraverso opere di finanziamento pubblico per costruzione di stradi/scuole/parchi

giochi etc. e il finanziamento per attività musicali/ricreative/teatrali).

Esempi delle riforme di Roosevelt furono:

- L’adozione dell’Emergency Banking Relief Bill che sottoponeva tutto il sistema bancario

al controllo federale e consentiva la riapertura degli sportelli ai soli istituti che dessero

garanzie di solvibilità.

- Il Works project administration, volta a prendere una serie di provvedimenti per creare

occupazione mentre l’assistenza fu trasferita alle autorità locali.

- Il Wagner Act, che riconobbe il pieno diritto dei lavoratori ad esser rappresentato dalle

organizzazioni sindacali.

- Il Social Security Act sulle previdenze dei lavoratori: metteva in piedi un sistema

pensionistico nazionale obbligatorio e uno di previdenza a favore dei disoccupati.

Con il secondo mandato presidenziale di Roosevelt, gli interventi persero lo slancio

precedente per via del ritorno di un conflitto sociale tra:

- Congress of industrial organization (CIO) che mirava ad un sindacalismo industriale e si

rivolgeva a tutti i lavoratori del medesimo settore senza pregiudizi per le donne e le

persone di colore.

- Amercian federation of Labour (AFL) che divideva i propri iscritti sulla base delle

qualifiche lavorative.

Questa radicalizzazione del contrasto sociale ebbe il suo momento più drammatico il 30

maggio 1937 quando la polizia di Chicago sparò su un gruppo di 500 operai che picchettavano

degli impianti siderurgici (il massacro del Memorial Day).

Le cause della caduta del new deal furono essenzialmente due: il fatto che non avesse un

programma preciso ovvero che non si trattasse di una politica economica ma che fossero solo una

serie di provvedimenti e la recessione economica dell’autunno del 1937 che seguì a un

quadriennio di leggera ripresa.

Fascismo, Nazismo, Comunismo.

o

Il concetto di totalitarismo.

Queste tre forme di governo condivisero molte forme di dominio autoritarie e un uso

sistematico della violenza per rafforzare il monopolio della politica. non è però possibile

considerarli un fenomeno autoritario in primo luogo poiché vi è un problema di cronologie diverse,

in secondo luogo fascismo e nazismo si formarono in un contesto completamente diverso dalla

Russia zarista e si presentarono per molti versi come risposte ad aspirazioni e domande collettive.

Tutti e tre i sistemi però si fondavano un leader riconosciuto di cui si celebra la figura con un vero e

proprio culto della persona.

Vengono pertanto definiti come regimi del totalitarismo per la presenza di un partito unico, un

leader oggetto di culto, l’uso della violenza, un atteggiamento ideologico integralista, la 31 58

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politicizzazione di massa e l’ambizione ad un controllo totale della realtà con la volontà di creare

uomini nuovi.

Il regime fascista, però, a differenza degli altri, viene considerato un totalitarismo imperfetto

perché non riuscì mai ad esercitare un totale controllo sulle masse e sulla società italiana, poiché il

suo potere era fortemente limitato da due forti istituzioni:

- La corona. Il re non era un problema visto che non intervenne mai contro Mussolini, ma

era pur sempre il capo di un esercito che aveva giurato fedeltà a lui e non al duce.

- La Chiesa. Essendo una presenza molto forte all’interno dell’Italia e vista la vastità del

Vaticano e della forte presenza di cattolici nel Paese, Mussolini cercò di prendere subito

accordi col Papa stringendo i Patti Lateranensi che misero finalmente fine alla questione

romana.

Il Fascismo.

Cominciò a costruire gli strumenti per il monopolio del potere attraverso una serie di leggi

ispirate al giurista Alfredo Rocco che ampliavano il carattere autoritario dello Statuto Albertino.

Grazie alla legge Acerbo che assicurava vantaggio al fascismo, per accreditarsi come forza

affidabile il fascismo inserì nelle proprie liste componenti della destra liberale come Salandra.

Dopo la vittoria del PNF alle elezioni del 1924, Matteotti ne denunciò i brogli, pertanto venne

rapito e ucciso. Il tutto ovviamente creò non poco scompiglio e nel 1925 in un discorso alla Camera

Mussolini si assunse il carico dell’uccisione di Matteotti.

Da qui in poi il fascismo impone una liquidazione dello stato liberale attraverso una serie di

riforme. Venne promulgata una legge per disciplinare ogni forma di associazione in modo che se

ne potesse avere il controllo, abolita la libertà di stampa, venne allargato l’esecutivo del governo

istituendo la figura del capo di governo, vennero abolite le cariche elettive e bandita ogni forma di

dissenso e venne ampliato il potere del Gran Consiglio del fascismo. Mussolini riteneva poi la più

fascista di tutte la riforma Gentiloni sulla scuola con l’introduzione del testo unico per le scuole

primarie, l’accentuata fascistizzazione dei manuali della scuola secondaria e il controllo esercitato

dai partiti sui docenti: la scuola si configurava come il primo strumento di dissuasione dell’ideologia

fascista e quindi di nazionalizzazione.

La politica del lavoro.

Il fascismo si impegnò nella demolizione sistematica dei sindacati e ad ogni cosa legata ad

essi. Nel 1925 con il patto di palazzo Vidoni (la Confindustria riconosceva nei sindacati fascisti gli

unici legittimi del mondo del lavoro veniva disciplinato il sindacato al PNF e veniva impedita

qualsiasi attività della confederazione generale del lavoro.

Per evitare scontri tra gruppi diversi, il fascismo creò degli organismi di coordinamento tra le

organizzazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro, le corporazioni che dovevano imporre la

subordinazione degli stessi interessi dei singoli gruppi al superiore vantaggio della nazione. Negli

stessi anni venne redatta la carta del lavoro che definiva i punti fondamentali della legislazione

sociale del regime.

Mussolini riuscì ad adoperare la normalizzazione del paese e del partito: Farinacci venne

dimesso dalla sua carica di segretario generale del PNF per esser sostituito da Turati che riuscì

nell’opera di subordinare il partito al fascismo (subordinando anche al prefetto le figure locali).

Il ridimensionamento dei rapporti con la Chiesa.

Con Mussolini si mette finalmente fine al capitolo della questione romana. Firmati dal

cardinale Gasparri per la Santa sede e da B. Mussolini. Erano costituiti da tre atti distinti:

- Un trattato . Garantiva alla Santa sede un'assoluta indipendenza, riaffermando che la

religione cattolica è la sola religione di stato e riconosceva la Santa sede come soggetto del diritto

internazionale in quanto stato della Città del Vaticano. La Santa sede riconosceva il Regno d'Italia

con la capitale a Roma.

- Una convenzione finanziaria . Impegna l'Italia a riparare i danni inferti alla Santa sede con

l'occupazione di Roma nel 1870 dietro versamento di 750 milioni di lire in contanti e di un miliardo

in titoli di stato al cinque per cento.

- Un concordato . Imponeva ai vescovi di giurare fedeltà allo stato italiano, ma soprattutto

stabiliva alcuni sostanziosi privilegi per la Chiesa cattolica: al matrimonio religioso venivano

riconosciuti effetti civili e le cause di nullità ricadevano sotto i tribunali ecclesiastici; l'insegnamento

della dottrina cattolica, definita fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica, diventava

32 58

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obbligatorio nelle scuole elementari e medie; i preti spretati o colpiti da censura ecclesiastica non

potevano ottenere o conservare nessun impiego pubblico nello stato italiano.

Questioni economiche.

Fino al 1925 la politica finanziaria era rimasta nelle mani di De Stefani che da buon liberista

aveva puntato ad una politica di riduzione della spesa e dell’aumento del prelievo fiscale per

favorire l’iniziativa privata. Inoltre, la politica deflazionistica degli altri paesi europei aveva fatto

salire i prezzi dei prodotti di importazione e il costo della vita, accrescendo il dissenso sociale.

Con la sostituzione di De Stefani con Volpi coincise con la fine delle politiche liberiste;

l’innalzamento delle tariffe doganali sui cereali diede origine alla battaglia del grano, un tema

propagandistico che avrebbe dovuto sostenere la politica di autosufficienza nella produzione delle

derrate alimentari per limitare il disavanzo pubblico.

La stabilizzazione economica e il pareggio del bilancio del 1925 furono compromessi dalla

caduta della lira sui mercati finanziari nel 1926, per la cui rivoluziona occorreva una politica

deflazionistica: il tasso di scambio tra lira e sterlina venne portato a 90.

Il razzismo.

Il fascismo conobbe una decisiva accelerazione totalitaria nel 1938 quando venne

promulgata la legge per la difesa della razza italiana (non bisogna però pensare che fino ad allora

il razzismo non fu una componente importante del fascismo). Si trattò di un tema propagandistico

particolarmente caro al fascismo sostenuto anche da diverse leggi come la tassa sul celibato, il

sostegno alle famiglie numerose o assegni familiari o premi di nuzialità.

Nelle colonie la pratica segregazionista aveva prodotto un vero e proprio sistema di

apartheid. All’avvio delle operazioni militari in Etiopia, Francia e Germania avevano chiesto alla

Società delle Nazioni delle sanzioni contro l’Italia in virtù delle quali i paesi aderenti si impegnarono

a non esportare in Italia merci di uso bellico. Le restrizioni non intimidirono l’Italia che iniziava a

spingersi sempre più vero la Germania e accusò Francia e Gran Bretagna di voler impedire che

l’Italia si ritagliasse il proprio posto al sole.

Come si può ben notare il razzismo divenne una vera componente dell’ideologia fascista.

Il nazismo.

Fu un sistema autoritario caratterizzato da un violento anticomunismo, Da una cultura

antidemocratica e una forte ideologia razzista. In esso le pretese espansionistiche della nazione

tedesca si coniugarono con un progetto di germanizzazione delle aree conquistate con

l’allontanamento degli slavi e ebrei agli estremi dell’Europa. Il carattere nazionalista avviene grazie

all’opposizione del trattato di Versailles e ai risarcimenti di guerra e alla convinzione della

superiorità razziale del popolo tedesco e l’ambizione di restituire la Germania al suo ruolo di guida

mondiale.

Hitler in tutto questo ebbe decisamente un ruolo dominante mosso da antisemitismo

(secondo Hitler lo sviluppo storico era determinato da una lotta tra nazioni definite etnicamente e

biologicamente, cioè da razze) e antibolscevismo. Fu inizialmente sostenuto dalle autorita politiche

e militari ma solo dal 1933 fu affiancato anche dalla ricca borghesia; questa infatti vedeva

attraverso Hitler quello che gli esponenti della destra non erano riusciti a dargli ovvero il consenso

di massa a una definitiva demolizione delle basi della democrazie weimeriana.

La politica del consenso.

L’adesione che Hitler riuscì ad ottenere non era nei confronti del suo programma ma nella

volontà di riscatto della nazione tedesca.

Dal 1933 Hitler cominciò ad esercitare il potere in modo dispotico operando una violenza

razzista selettiva nei confronti di avversari politici, operai legati ai partiti di sinistra e gruppi

impopolari della città, ovvero zingari, ebrei, omosessuali, mendicanti per i quali furono aperti campi

di concentramento, il primo quello di Dachau. Il razzismo e la discriminazione accrebbero con le

leggi di Norimberga del 1935 venne poi definito che gli ebrei non appartenevano al sangue

germanico e quindi non erano cittadini del Reich. La società di adeguò alla forma di governo di

Hitler vista la violenza selettiva.

L’economia.

Il consenso di Hitler avvenne grazie anche alla sua politica economica. Il mercato del lavoro

fu ridefinito grazie a due diversi interventi che arrestarono l’esodo dalle campagne e

riconsegnarono le donne al ruolo principale di madre: il primo obiettivo fu raggiunto con misure che

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limitavano la alienabilità e divisibilità dei fondi rustici; il secondo fu ottenuto attraverso la esclusione

delle donne da tutta la pubblica amministrazione e la propaganda sulla preservazione dei caratteri

originari della stirpe tedesca.

L’espansione industriale era però frenata dalla dipendenza del mercato estero per le materie

prime e dalla esiguità delle risorse auree: sono elementi che rendevano fragile l’economia.

Pur creando malessere e tensione nella popolazione, la penuria alimentare non modificò la

l’agenda politica di Hitler che assegnava una priorità assoluta alle spese per il riarmo.

Nel 1936 venne varato un quadro quadriennale per elevare la produzione e favorire

l’industria bellica. In questo quadro vennero realizzati interessanti esperimenti di politica fodista

con l’aumento dei salari e l’attuazione di ritmi di lavoro elevati e meccanizzati. La disoccupazione

tendeva a scomparire e anche la presenza femminile nel mondo del lavoro registrò notevoli

successi nonostante i vari pregiudizi del gruppo dirigente: la popolazione aveva i tassi di crescita

più alti d’Europa.

Politica estera.

Sul piano internazionale i tempi sembravano maturi per intraprendere una politica di

espansione territoriale. L’invasione italiana dell’Etiopia spinse Hitler ad approfittare dello stato

confusionale della Società delle Nazioni per ottenere qualche atro successo internazionale:

rioccupò la Renania violando gli accordi di Locarno del 1925 e concluse con Mussolini l’asse

Roma-Berlino.

Il comunismo.

Lo strumento usato da Stalin fu la pianificazione integrale dell’economia: lo stato governava

in modo rigido tutti i meccanismi dell’economia, stabilendo cosa produrre, quanto, in quanto tempo

e a quale prezzo. Ciò escludeva l’iniziativa privata e presupponeva la proprietà pubblica di tutti i

mezzi di produzione. Fu uno sforzo enorme, che trasformò l’Unione Sovietica in una grande

potenza industriale, seconda solo a USA e Germania.

I costi furono altissimi e, non potendo ottenere finanziamenti dall’estero, si seguirono due

strade: il basso livello dei salari e quindi dei consumi, ottenuto con la militarizzazione del lavoro

operaio; e il trasferimento forzato di ricchezza dall’agricoltura all’industria, tramite collettivizzazione

imposta delle terre.

Stalin era consapevole che ciò avrebbe provocato uno scontro sociale nelle campagne,

infatti i contadini si opposero con ogni mezzo alla collettivizzazione forzata. Verso di loro si agì con

la forza, attraverso massacri e deportazioni nei campi di lavoro.

Ovviamente la produzione agricola diminuì, e il prelievo forzato di gran parte del raccolto

rendeva inesistente il margine per l’autoconsumo, quindi una spaventosa carestia devastò alcune

regioni. Nel ’33 Stalin reintrodusse il diritto dei contadini di coltivare piccoli appezzamenti per le

proprie necessità. Il PNL in quel periodo aumentò, ma ciò non si tradusse in aumento dei consumi

delle famiglie, in quanto venne utilizzato per nuovi investimenti e per la difesa.

Politica

In campo politico Stalin instaurò una dittatura basata sul partito, che si identificò nello stato,

in quanto unico detentore del potere. Ogni dissenso fu impedito e si passo ad una fase di terrore, o

“delle grandi purghe”, in cui furono giustiziati o deportati molti cittadini, dai ceti più alti a quelli più

bassi. Inoltre veniva fatta molta propaganda ideologica che tendeva a criminalizzare ogni dissenso.

Dai fronti popolari al secondo conflitto mondiale.

o

I fronti popolari.

Per fronte popolare si intende normalmente l'unione elettorale dei partiti della sinistra che

fanno fronte comune contro le forze reazionarie o centriste. Nella terza internazionale (1933/1935),

venne rimarcato il carattere violento e incivile del fascismo, da lì, la decisione di batterlo con ogni

mezzo, partendo da un'alleanza vasta di opposizione: il "fronte popolare".

Francia.

Alle elezioni del 1936 la SFIO, il partito comunista e i radicali si uniscono e vincono le

elezioni. Il leader del nuovo governo è il socialista Blum. Il governo riesce a portare avanti una

serie di riforme del lavoro con gli accordi di Matignon; la politica antideflazionistica (aumento di

salari e riduzione delle giornate lavorative) raggiunse l’obiettivo di rilanciare la produzione e

parzialmente i consumi. Ma al contempo non si riuscì a raggiungere la svalutazione del franco utile

34 58

Pagina di

per ristabilire la coerenza dei prezzi tra quelli interni e quelli internazionali: quando venne raggiunta

gli unici a trarne vantaggio furono gli speculatori, a causa delle pressioni speculative contro la

moneta francese.

La guerra di Spagna.

Avvenne tra il 1936 e il 1939 per via delle tensioni irrisolte all’interno della società. Si tratta

di una guerra diversa da quelle precedenti per via dell’attenzione dell’opinione pubblica

internazionale e per gli appoggi forniti. Ci sono due interpretazioni:

- Macrofenomeno della storia del paese.

- Primo scontro tra fascisti e antifascisti.

Dopo la morte di Primo de Rivera nel 1930 nasceva la seconda repubblica di Zamora: il

programma previsto era quella di una modernizzazione del paese su modello dei paesi europei.

Questo governo trovò però l’ostilità di forze armate per la riforma militare (per la richiesta di

autonomia di Catalogna e province Basche) e degli anarchici e sindacato.

Nel 1933 le elezioni furono vinte dalle forze conservatrici che diedero vita al bienio negro tra

il 1933e il 1934 per una politica sempre più reazionaria e autoritaria, provocando non poche

agitazioni sociali.

Alle forze conservatrici si oppone dunque il fronte popolare spagnolo affiancato dalla Terza

Internazionale: vincono le elezioni del 1936 di stretta misura. Furono le forze conservatrici militari

guidate da Franco a respingere l’esito delle elezioni e a ribellarsi al governo: le truppe di stanza in

Marocco arrivarono in spagna grazie ai mezzi sostenuti da Germania e Italia. Subito l’URSS dalla

parte dei repubblicani, Francia e Gran Bretagna ricercavano una pace anche a prezzo di

concessioni mentre dubbia era la posizione degli USA che da un parte posero l’embargo per le

esportazioni del materiale bellico in Spagna, dall’altro vedettero i mezzi che portarono alla vittoria

dei nazionalisti favoriti soprattutto dalle tensioni che correvano nel fronte repubblicano.

La capitolazione delle città spagnole agli attacchi nazionalisti culminò con la disfatta di

Madrid che portò alla vittoria di Franco che instaurò la falange spagnola tradizionalista, un regime

autoritario a partito unico.

Per ben comprendere le atrocità della guerra che misero in fuga parecchie persone dal

paese, è sufficiente osservare la Guernica di Picasso.

Verso la guerra.

Le premesse del secondo conflitto mondiale non vengono solo dalla guerra civile spagnola,

ma anche da Giappone, Italia e Germania.

Per quanto riguarda il Giappone le premesse vanno ricercato nell’occupazione e invasione

della Maciuria (per evitare una modernizzazione della Cina sotto l’ala americana), nel patto anti-

Comitern con Germania e Italia definendo dunque la posizione nipponica nel sistema

internazionale delle alleanze, e con l’abbandono della Società delle Nazioni.

In Italia vi è il motivo dell’invasione dell’Etiopia.

In Germania il tutto va ricercato nella volontà di espansione visti i vari territori persi dopo la

sconfitta della prima guerra mondiale.

La seconda guerra mondiale.

Le cause.

La teoria delle colpe cade sulla Germania, in particolare su Hitler e nazisti non tutta.

CAUSE POLITICHE:

- Volontà di espansione della Germania in Europa dopo la sconfitta della 1GM;

- Volontà di espansione del Giappone nel Pacifico (in rivalità con USA e Cina);

- Velleità espansionistiche dell'Italia in Africa (in rivalità con la Gran Bretagna) e

rivendicazione di Corsica, Nizza e Savoia (in rivalità con la Francia);

- Isolamento dell'URSS da parte della Francia e dell'Inghilterra e conseguente patto di non

aggressione con la Germania a tutela da possibili invasioni.

CAUSE ECONOMICHE:

- Volontà del Giappone di estendere i propri mercati in estremo Oriente in rivalità con gli

USA;

- Volontà dell'Inghilterra di salvaguardare il proprio impero coloniale.

CAUSE CULTURALI: 35 58

Pagina di

- Nazionalismi e irredentismi originati dai confini stabiliti dopo la prima guerra mondiale;

- Mito della razza ariana e volontà tedesca di predominio

Prima fase.

1 settembre 1939: inizia l’invasione tedesca in Polonia

1914 – 42: massima espansione europea di Germania e alleati.

Ottobre 1942: invasione di tendenza fronte russo e offensiva alleata in NordAfrica e sconfitta

dell’Italia tedesca a El Alamain in Egitto

31 gennaio del 1943: resa tedesca a Stalingrado

Maggio del 1943: capitolazione delle forze dell’asse in NordAfrica

9 ottobre 1943: sbarco angolo – americano in Sicilia

25 luglio 1943: caduta del regime fascista (il Gran Consiglio del fascismo aveva infatti deciso

di far cadere il re)

Settembre 43: armistizio dell’8 dell’Italia (giorno in cui fu reso pubblico) e occupazione

tedesca del centro nord

27 novembre – 1 dicembre 1943: conferenza di Theran tra Inghilterra Francia USA e URSS

(venne inoltre liberata la Francia)

6 giungo 1944: sbarco in Normandia degli alleati

Fine 1944: ridimensionamento dei confini della Germania a quelli risalenti al 1938

Febbraio 1945: conferenza di Jalta e primi accordi per definire le sfere d’influenza. L’obiettivo

di questa conferenza non era tanto quello di spartirsi l’Europa, ma bensì decidere le strategie per

dare il colpo di grazia alla Germania e autolimitarsi e allearsi per non entrare in conflitto dopo la

vittoria

Primavera 1945: offensiva contro Germania, liberazione dell’Italia e resa della Germania

Il Fronte del Pacifico.

La guerra però non è finita in quanto esiste un altro fronte su cui verrà usata la bomba

atomica americana, essendo ormai l’America in grande carenza economica: si tratta del Fronte del

Pacifico.

7 dicembre 1941: bombardamento giapponese della base di Pearl Harbour, vennero

effettuati poi anche attacchi kamikaze giapponesi sulla difensiva

1944 – 1945: bombardanti aerei sul Giappone, su Hiroshima e Nagasaki rispettivamente il 6

e 9 agosto 1945

8 agosto 1945: URSS occupa la Manciuria (Cina) già sotto il controllo del Giappone,

nonostante l’URSS non fosse formalmente un nemico del Giappone

2 settembre 1945: capitolazione giapponese

Dal 1942 il fallimento della guerra lampo tedesca porta al problema delle risorse: si registrò

pertanto lo sfruttamento in loco della forza lavoro, eventi da leggere nell’ottica dell’ideologia nazista

che assume comportamenti diversi a seconda del paese in questione. Infatti, ad esempio, i paesi

occidentali e settentrionali erano più vicini alla razza tedesca, a differenza degli Slavi che vengono

considerati come una sottopopolazione. Alcune popolazioni furono poi soggette alla deportazione

affinchè i tedeschi potessero occupare le loro terre migliori: in totale furono mobilitati 13 milioni di

persone, ovvero altrettanti operai in meno, a cui si aggiungono anche prigionieri politici e di guerra.

La maggior crudeltà la si raggiunse con lo sterminio degli ebrei.

Le resistenze.

Non bisogna, però, non tener conto che si registrarono anche importanti forme di resistenza,

anche semplicemente passive in Danimarca: lì infatti erano presenti istituzioni esuli con sovrani

legittimi che si rifugiarono a Londra costituendo o truppe di guastatori della logistica tedesca o

furono assorbiti dall’esercito inglese. Altre forme di resistenza si registrarono in

- Iugoslavia: resistenza civile tutta sul territorio senza alcun referente all’estero. La stessa

resistenza libererà il paese; riceveranno poi il maggior aiuto logistico dagli americani in

via aerea, nonché l’unica via. 36 58

Pagina di

- Francia: qui abbiamo il maggior esempio di resistenza. Parigi viene liberata dagli

americani, i quali non entreranno però con le loro truppe all’interno della città per

permettere ciò alle truppe francesi.

- Italia: qui si registrerà la resistenza solo dopo l’8 settembre quando abbandonerà

l’alleanza tedesca e diventerà cobelligerante degli americani. Si istituisce dunque il CLN,

comitato di liberazione nazionale che nel Sud Italia costituisce un vero e proprio luogo di

ritrovo dei partiti democratici antifascisti (che furono messi fuori legge nel 1926 da

Mussolini) dove effettivamente regna Vittorio Emanuele, nel Nord Italia costituisce invece

il comando militare anti nazifascista.

Questo tentativo di resistenza deve esser inteso sia come tentativo di liberazione sia come

guerra sociale, visto che molto di queste nazioni che oppongono resistenza avevano come

progetto una trasformazione politica e sociale.

La resistenza interessa anche l’estremo oriente. Le aree interessate alla sottomissione del

Giappone conobbero la diffusione della cultura europea: la presenza giapponese in quelle aree è

puramente coloniale pertanto la reazione di classi colte e di giovani coraggiosi si costruisce sulla

base europea quindi sul modello nazionalistico. Alla fine questi stati si costituiranno come nazioni il

cui modello politico viene ispirato dallo stesso modello europeo.

Trattati di pace

1945 – 46: tribunale di Norimberga per giudicare i crimini nazisti

Febbraio 1947: trattati di Parigi tra Alleati e Bulgaria, Finlandia, Italia e Ungheria.

Occupazione alleata della Germania, unificazione della Germania occidentale e creazione della

Repubblica democratica tedesca sovietica

1945 – 50: occupazione americana del Giappone

1951: trattato di pace di San Francisco con il Giappone a cui non aderiscono l’URSS e i suoi

alleati.

1955: trattati di pace degli Alleati con l’Austria

Russia e Giappone non hanno tutt’ora un trattato di pace.

Questi trattati assegnano alle Unioni sovietiche possedimenti territoriali, soprattutto alla

Russia che tanto aveva perso dopo la prima guerra: i paesi baltici tornano all’impero sovietico.

L’Italia poi rinuncia alle colonie africane e balcaniche (nel 1938 aveva istituito un protettorato in

Albania solo per impedire l’estensione austroungarica), all’Istria e parte dei confini francesi.

Problematica è la questione di Triste che viene rivendicata sia dall’Italia sia dalla Iugoslavia.

Nel 1946 venne creato il territorio libero di Triste, la quale viene essenzialmente divisa in due zone:

zona A occupata dagli angloamericani e uno zona B occupata dalla Iugoslavia. Ciò crea

inevitabilmente una situazione di tensione e di spostamento della popolazione, ma la questione

viene risolta nel 1954 quando gli angloamericani cedono la propria porzione di terra all’Italia; solo

nel 1975 questa questione verrà definitivamente risolta con il trattato di Oslo.

Questo tipo di questione ha massima amplificazione in Germania, divisa in aree di

occupazione. Nel 1949 nasce infatti la Repubblica federale tedesca e la Repubblica democratica

tedesca.

La conferenza di Yalta.

Esso fu il secondo ed il più importante di una serie di tre incontri fra i massimi rappresentanti

delle grandi potenze alleate, iniziati con la Conferenza di Teheran e Conferenza di Potsdam.

La conferenza di Jalta è il nome di un vertice nel quale Roosevelt, Chuchill e Stalin, capi

politici dei tre principali paesi alleati (non venne chiamato De Gaulle a rappresentare la Francia)

presero alcune decisioni importanti sul proseguimento del conflitto, sull'assetto futuro della

Polonia, e sull'istituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Si decretò che:

L'Europa era libera.

- Lo smembramento, il disarmo e la smilitarizzazione della Germania, visti come

-

"prerequisiti per la pace futura"; (lo smembramento portò alla divisione della Germania in

est ed Ovest che finì solo nel 1989, con la caduta del muro di Berlino).

furono fissate delle riparazioni dovute dalla Germania agli Alleati.

- Polonia : governo democratico provvisorio.

- 37 58

Pagina di

Jugoslavia , fu approvato l'accordo fra Tito e Šubašić (capo del governo monarchico

-

in esilio), che prevedeva la fusione fra il governo comunista e quello in esilio.

i sovietici avrebbero dichiarato guerra al Giappone entro tre mesi dalla sconfitta

-

della Germania

La soluzione finale.

Olocausto è una parola derivante dal greco olokaustos, "bruciato interamente": definisce una

[1]

tipologia di sacrificio, specificatamente della religione greca, ebraica e dei culti dei Cananei , nel

quale ciò che si sacrifica viene completamente arso. Per estensione, si riferisce anche all'oggetto

del sacrificio.

Dalla seconda metà del XX secolo il termine è divenuto per antonomasia il termine con il

quale ci si riferisce al genocidio compiuto dal Terzo Reich e dai suoi alleati a danno degli ebrei

(circa sei milioni di vittime).

L’olocausto è un evento storico unico. Tale unicità non dipende dal numero dei morti né

dall’efferatezza con cui tali uomini furono uccisi, ma dipende dall’impegno assoluto di sopprimere

l’intero popolo ebraico con modalità da enorme rito sacrificale.

A mutare fu la natura dell’antisemitismo: da uno di ispirazione cristiana che considera gli

ebrei consapevoli della loro diversità religiosa, si è passati ad un antisemitismo razzista

anticristiano.

Possiamo distinguere due linee interpretativi dell’olocausto:

- Storici intenzionalisti . Considerano l’olocausto come l’esito di un progetto in cui ha avuto

un ruolo decisivo.

- Storici funzionalisti . Considerano Hitler come un capo disadatto a definire un piano e

incapace di seguirne la realizzazione, pertanto sostengono che l’olocausto non sarebbe

stato pianificato.

Tutti però concordano sul fatto che Hitler avesse tenuto sempre nelle proprie mani la

questione ebraica.

Il 1º aprile 1933 venne organizzata una giornata di boicottaggio di tutte le attività economiche

tedesche gestite da ebrei. politica che servì a introdurre una serie di progressivi atti antisemiti che

sarebbero poi culminati nella Shoah: vennero infatti adottate le leggi di Norimberga nel 1935 che

[

esclusero i cittadini di origine ebraica da ogni aspetto della vita sociale tedesca.

L'emigrazione «forzata» dai territori del Reich raggiunse il suo apice nel 1938 nella «Notte

dei cristalli», quando circa 30.000 ebrei vennero deportati presso i campi di concentramento e

obbligati ad abbandonare, spogliati di ogni bene, la Germania e l'Austria per poter riottenere la

libertà.

Allo scoppio del secondo conflitto mondiale la politica di emigrazione forzata non poté più

essere praticata con successo a causa delle difficoltà imposte dalla guerra stessa. Per questo i

nazisti formalizzarono i confini di queste aree e imposero una limitazione degli spostamenti agli

ebrei che vi erano confinati, creando i ghetti moderni, a tutti gli effetti, prigioni nelle quali molti ebrei

morirono di fame e malattie; altri furono uccisi dai nazisti e dai loro collaboratori dopo essere stati

sfruttati nell'impiego a favore dell'industria bellica tedesca.

Nel dicembre del 1941 Hitler decise di sterminare gli ebrei d'Europa, durante la Conferenza

di Wannsee (20 gennaio 1942): la "soluzione finale della questione ebraica". Vennero pertanto

[

costruiti campi di sterminio attraverso l'utilizzo di camere a gas fisse e mobili che sfruttavano il

monossido di carbonio per le uccisioni. Ad Auschwitz, per lo sterminio degli ebrei, vennero studiate

nuove «soluzioni» che permettessero di eliminare il maggior numero di soggetti nel modo più

rapido ed efficiente. Mirando al risparmio delle munizioni che divenivano preziosissime per

l'avanzata sul fronte orientale. Vennero dunque utilizzate le camere a gas, nelle quali il veleno

Zyklon B (acido cianidrico) veniva immesso attraverso aperture nel soffitto, nascoste tra le finte

docce: le vittime morivano per asfissia nell'arco di 10-15 minuti.

La furia omicida dopo il 1942 si estese a tutti i territori controllati dal Terzo Reich.

Il dopoguerra.

o

Ricostruzione in Europa occidentale.

dopo la fine del conflitto non si trattava solo di ricostruire infrastrutture, industrie o abitazione:

il problema principale era la ricostruzione del sistema politico. 38 58

Pagina di

Sin in Francia sia in Italia si adottarono misure di continuità delle alleanze antifasciste

rompendo la collaborazione di governo con le forze di sinistra comunista e socialista, forze che

avevano partecipato al governo del paese fino alla liberazione.

In Francia abbiamo il governo De Gaulle, mentre in Italia abbiamo la vittoria della DC.

Diversi erano i casi di Grecia e Germania. Alla fine del conflitto la monarchia greca risultò

molto debole , impoverita e socialmente spaccata: venne bandito il partito comunista e una certa

continuità di orientamento politico venne assicurata da governi di ultra conservatori.

La situazione della Germania era più delicata: sotto lo strettissimo controllo e subordinazione

degli USA, questi non potevano concedere libertà alla Germania essendo troppo vicina al confine

comunista. Sistema federale, la Germania rimaneva uno stato a sovranità limitata, priva di esercito

e ancora militarmente occupata, era esclusa dalle relazioni diplomatiche internazionali.

L’epurazione.

In un quadro di ricostruzione di sistemi politici, il passaggio dalla guerra alla pace esigeva

che si facessero i conti con i passati regimi: si parla di epurazione, ovvero purificazione.

Germania. Qui ovviamente tutto era maggiormente sentito: si voleva purificare la Germania

dai crimini del nazismo, dei sui dirigenti e degli strumenti organizzativi. Ad aumentare il senso

simbolico di questo processo, fu che i processi contro i crimini nazisti furono tenuti a Norimberga.

Italia: avvenne la rimozione di tutti i funzionari compromessi con il fascismo.

Francia: avvenne contro gli esponenti del governo Vichy, ovvero piccoli gerarchi locali,

membri della polizia del regime e informatori.

Conseguenze: il bipolarismo e guerra fredda.

o

Il nuovo ordine mondiale.

60 milioni di morti civili e militari.

Nella seconda GM vennero, come si è visto, a definirsi due superpotenze, USA e URSS,

dalle dimensioni semicontinentali, con grandi serbatoi demografici e grande potenzialità di sviluppo

economico e tecnologico; avevano, poi, entrambe la capacità di esercitare una egemonia in

diverse regioni su scala sempre più mondiale.

Si crea dunque la bipolarizzazione, nonché fattore principale di condizionamento anche nel

determinare le politiche interne degli stati.

Il bipolarismo era anche il confronto di due concezioni del mondo e di organizzazioni sociali.

Taylor propose la logica di contenimento post guerra, svolta significativa delle politica estera

americana perché da questo punto non vale più l’astensionismo americano dalle vicende

dell’Europa. C’erano ovviamente interessi soprattutto economici in ballo all’interno di questo

cambiamento si strategia, in particolare il mercato europeo per i prodotti americani: questo doveva

esser tutelato, quindi lasciato aperto al mercato statunitense. L’obiettivo era dunque accelerare la

ripresa economica europea che avrebbe, secondo Truman, rafforzato il consenso degli europei di

fronte a queste novità economiche.

L’URSS dall’Europa voleva, invece, più risorse possibili per ricostruirsi (ovviamente in primis

c’erano i bacini tedeschi), senza mire espansionistiche.

Nel corso del 1947 c’è questo diverso orientamento della politica americana con irrigidimento

dell’URSS che aveva una profonda influenza politica sui partiti social-comunisti europei e d’Italia,

suggerendo, dunque l’URSS, un rinforzamento.

Nel periodo precedente allo scoppio della guerra fredda vi furono alcune realizzazioni di

lungo periodo che nella collaborazione di URSS e Usa avevano prodotto e furono in grado di

mantenere equilibri evitando che la guerra fredda diventasse guerra a tutti gli effetti. Si sta

parlando dell’assemblea di San Francisco del giugno del ’45 che da vita all’ONU, alla salvaguardia

di diritti umani, sanità, cultura, etc. all’insegna di una vera pacificazione reale tra i vari paesi del

mondo.

Quel relativo periodo di concordia tra il 47 e il 48 era caratterizzato poi anche dai trattati di

pace, e i relativi punti non risolti: il problema ad esempio della Germania occupata dagli alleati non

viene risolta come la questione italiana di Trieste. Stalin era infatti preoccupato per la Germania

poiché si temeva che questa potesse sorgere dalla ceneri più forte che mai.

I primi segnali di tensione si fecero sentire nella conferenza di Potsdam del 1945 tra Truman,

Stalin, Churchill, circa gli equilibri da mantenere: 39 58

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- La Germania venne divisa in quattro parti che

vennero spartite tra USA URSS Francia e Gran

Bretagna, con le conseguenti espulsioni delle

minoranze tedesche da Polonia, Cecoslovacchia e

Ungheria. (ma la riduzione del Terzo Reich alla

piccola Germania produsse un esodo di tedeschi

nelle zone interne dei nuovi confini).

- Vennero definiti i termini di risarcimento di guerra.

- Venne riconosciuta l’URSS come potenza di

influenza sull’Europa Orientale.

Gli Inglesi e Americani ovviamente non tardarono a

manifestare il loro dissenso per questa chiusura

commerciale dell’Europa Orientale, per il nuovo disegno

delle forze comuniste e per il regime autoritario che sia andava definendo.

I rapporti tra Occidente e Oriente, quindi tra USA e Giappone, conobbero un notevole

aggravamento a seguito dello sgancio della bomba atomica da parte dei Giapponesi: è vero che la

bomba serviva sia per concludere in fretta il conflitto e forse sembrava anche una minaccia

indiretta all’URSS, ma al contempo fu esibita come segno di superiorità scientifica e tecnologica

del Giappone sugli USA.

Gli alleati Occidentali vedevano una preoccupazione nell’occupazione prolungata della

Germania da parte sovietica: la paura che da questa condizione potesse risorgere una Germania

sotto l’ala protettrice russa spinse gli alleati occidentali a lasciar cadere qualunque ipotesi di

amministrazione comune per puntare su una separazione dall’URSS e sulla ricostituzione delle

strutture produttive tedesche.

Le basi per la guerra fredda c’erano tutte.

I due blocchi.

La guerra fredda parte dal ’47, per i grandi interessi Americani in Europa.

La principale preoccupazione degli Americani era la realizzazione di un contesto di paesi

liberi ed economicamente solidi con cui creare un interscambio commerciale privo di vincoli,

indispensabile alla crescita commerciale della maggior parte dei paesi europei. A rendere questo

piano urgente, fu la crisi economica tra il 1946 e il 1947 legata alla mancanza, in tutti i paesi

coinvolti dalla guerra, di risorse finanziarie per acquisire materie prime e beni di ogni tipo, in primis

quelli di consumo.

Vi fu infatti il varo ERP (Programma per la ricostruzione europea) o piano Marshall che

prevedeva un piano d’aiuti per risollevare l’Europa (furono mossi infatti circa 13 milioni di dollari).

Gli americani si promossero ad aiutare tutti i paesi dell’Europa, ma non significa che tutti

accettarono. Infatti ad esempio, aderire al prestito aveva implicazioni politiche significative tra cui la

liberalizzazione totale del commercio, abolendo dunque il protezionismo. Nell’autunno del ’47

questa struttura di accordi bilaterali era sostanzialmente completata all’interno dell’organismo

GATT (accordo generale sulle tariffe di commercio internazionale) che aveva radunato paesi

europei e non; assenti erano gli stati europei orientali, ovvero coloro che furono liberati dall’armata

rossa e l’URSS, poiché Stalin aveva denunciato la politica economica americana e il piano

Marshall come un tentativo di asservimento al capitale americano: gli USA volevano infatti

avvalersi del sostenimento economico per attuare il contenimento.

L’adesione al piano Marshall divenne oggetto di dibattito politico all’interno dei singoli paesi.

Vinsero i punti di vista che intendevano aderire al progetto politico /culturale americano, ovvero

quelle non comuniste; vinse la critica di Stalin nella parte orientale europea: i dati economici

diedero ragione alla parte occidentale europea.

La Germania non essendo un paese poiché soggetto al controllo di tutte le potenze assieme,

costituiva un nodo centrale, comportando una inevitabile divisione

I sovietici a Berlino decisero di bloccare gli accessi alla capitale, essendo Berlino in mezzo

all’URSS: questa, era un’ operazione simbolica di quella guerra fredda, perché l’URSS non era in

grado di vincere uno scontro armato contro le arte potenze. Gli americani risposero con la

creazione di un aeroporto e una quantità straordinaria di voli che portavano Berlino beni di ogni

genere favorendo lo spostamento dei berlinesi vanificando questo singolare blocco dei sovietici.

40 58

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Fu questo passo ad accelerare l’unificazione delle parti territoriali di Francia e America

dando vita alla Repubblica Federale, a cui i sovietici risposero con la creazione del Repubblica

democratica tedesca.

La strategia americana di contenimento metteva la nascita della OECE (organizzazione per

la cooperazione economica europea) del 1948 che

comprende i principali paesi europei più Canada e

America, in cui si attua la prima cooperazione

economica dopo che l’ERP si divise i soldi che gli

Americani avevano messo a disposizione.

Avvenne poi nel 1949 la firma del Patto Atlantico

che nel 1950 da luogo alla Nato (sicurezza per

l’organizzazione militare del Nord Atlantico) che

comprende i paesi principali dell’Europa occidentale più

gli Stati Uniti e Canada.

La risposta sovietica a queste nuove

organizzazioni, oltre alla trasformazione in senso più

comunista e quindi non solo per l’espulsione di altre forze politiche dei governi, si ebbe il

riorientamento di quei paesi in senso socialista, adoperando misure come ad esempio la

collettivizzazione delle terre. Il patto di Varsavia venne firmato nel 1955, in risposta al patto NATO:

aveva il tentativo di creare un terzo polo, autonomo dagli altri due.

Le relazioni internazionali durante la guerra fredda, erano e sono esclusivamente concepite

per governare /evitare il conflitto e migliorare /incrementare i rapporti tra gli Stati. Si concepiscono

identità che si schierano, come nel caso della Germania e della Corea.

Alle soglie degli anni 50 l’Europa era divisa in due aree separate e ostili. Guerra fredda come

ostilità tra mondi: si registrava la totale delegittimazione dell’altro. Anche in Italia ciò era fortemente

radicato.

Tuttavia questa divisione aveva una sua intrinseca stabilità, il che non vuol dire che ogni

tanto la bilancia non pendesse da una parte o dall’altra necessitando dunque una ricostruzione

dell’equilibrio. Un esempio avvenne nell’estate del 1949 quando fu chiaro che anche i sovietici

avevano la bomba atomica: quel gap economico da quello americano era stato colmato.

Valutazione del peso specifico tra i blocchi.

Il terzo blocco (grigio) è di assoluta neutralità.

L’ URSS è effettivamente un impero idem gli USA anche se formulato in modo diverso.

Alleanze militari fortissime non alla pari ma in grado di far grandi danni. L’area grigia comprende i

paesi che ritengono che dalla loro vicinanza alle

grandi potenze e dallo schierarsi in alcune questioni

internazionali può derivare un contenimento della

tendenza del bipolarismo di bipolarizzare tutto il

mondo e una maggior rilevanza del peso specifico.

Tra questi paesi dell’area grigia ci sono Cina

comunista, Indonesia (preda fino agli anni ’70 di un

pericolo equilibrio per la compresenza di tre settori

nella società politica, ovvero il movimento islamista

politico – esercito nazionalista, in senso europeo –

partito comunista; si avrò la guerra civile di Sucarno

con la vittoria dei comunisti), India (la cui

indipendenza aveva dato origine a India e Pakistan,

che si allinea con i paesi filooccidentali, tutt’ora quindi

alleato della NATO). All’interno stesso dei paesi non allineati non si possono creare veri blocchi

essendo parecchie le rivalità.

I paesi non allineati non ottengono molto, non hanno nemmeno un progetto di intervento per

intervenire su quello che anche geograficamente si nota esser il divario tra Nord, comunisti e

capitalisti, e Sud del mondo, assai diversificati al loro interno. Certo è che a partire dagli anni in cui

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si crea il movimento dei non allineati si chiama questo polo come terzo mondo, designando quelle

aree del pianeta che ora noi chiamiamo Sud del mondo, aree che non hanno ricevuto uno sviluppo

industriale e politico.

La decolonizzazione.

o

Fu durante la seconda GM che avvenne l’implosione dei contesti coloniali perché vennero a

crearsi le basi economico/sociali/culturali di tale implosione.

Il disastro europeo e la perdita di un ruolo egemone nel contesto mondiale costituivano

elementi di delegittimazione degli imperi coloniali. Cambia soprattutto il contesto di colonie

africane, ma in particolare quelle asiatiche: il contributo che questa avevano dato alla guerra per

un nuovo ordine mondiale le spinse a chiedere e pretendere l’indipendenza.

Le principali potenze europee, sebbene la decolonizzazione fosse arrivata quasi al termine,

ancora non volevano riconoscerla. Ad esempio la Gran Bretagna era consapevole che la crescita

del nazionalismo e delle aspirazioni indipendentiste avrebbe reso insostenibili i costi dell’impero,

ma ancora non si sentiva pronta a rinunciare alla sua presenza nell’area del Mediterraneo

orientale, necessaria per la difesa degli interessi petroliferi e delle comunicazioni marittime.

India.

Il caso indiano è un grande esempio della decolonizzazione. Nello scontro tra le due guerra

l’India vide la compresenza sul suo territorio di tre forma di nazionalismo: gli hindu di Gandhi, il

Partito del Congresso e la Lega Musulmana.

La Gran Bretagna aveva coinvolta l’India nella collaborazione dello sforzo bellico senza

prima consultare le autorità locali: se il Partito del congresso si rifiutò, accettò la Lega Musulmana.

Il tutto portò all’indipendenza dell’India e alla separazione dai musulmani nel neonato Pakistan.

L’India divenne pertanto luogo di scontri religiosi: iniziò sin da subito un enorme esodo della

popolazione in un senso o nell’altro secondo le confessioni religiose. La vittima più importante fu

Gandhi, ucciso da un estremista hindu che lo riteneva responsabile di una separazione che aveva

sempre cercato di scongiurare.

Indocina.

La dittatura burocratica francese in Indocina vide insorgere parecchi nazionalismi, ma in

particolare furono i comunisti a riunire le fila della lotta anticoloniale per raggiungere

l’indipendenza: nacque nel 1941 il Fronte per l’indipendenza del Vietnam.

Cina.

Altro esempio riguardava l’estremo oriente cinese quando i comunisti cinesi di Mao vinsero

la guerra civile nel 1949. Il governo di allora della guerra contro i giapponesi era di pacificazione. I

comunisti erano tuttavia tollerati nel senso che partecipavano al conflitto contro il Giappone. La

presa di potere del partito comunista modificava gli equilibri che si riteneva di aver raggiunto; era

anche vero che i rapporti tra Mao e Stalin erano pessimi seppure fossero uniti da alcuni trattatiti

non di natura militare. Gli americani nella logica del contenimento persero quindi una grande punto

di appoggio in estremo oriente.

Nel 1971 si registrò un riavvicinamento americano – cinese. La nuova entità comunista

contribuisce a destabilizzare gli equilibri anche da un punto di vista militare. Nel giungo del 1950, i

cinesi appoggiano i comunisti della Corea del Nord che attacca il regime filo americano della

Corea del Sud. Potrebbe esser un evento non così importante, ma si trattò della prima volta che gli

americani intervennero in guerra anche se dall’altra parte non ci sono i sovietici: anche laddove le

grandi potenze fanno guerra nel periodo della guerra fredda, dall’altra parte non c’è mai

l’avversario diverso poiché significherebbe metter sul piatto un potenziale bellico eccessivo.

Medio Oriente.

Un’altra area in cui gli equilibri si modificarono senza dar luogo ad un conflitto ma con

interessi importanti per le due parti, fu in Medio Oriente (dal Marocco all’Iran): conflitto di tipo

nazionalistico. Il problema è che il nazionalismo in queste aree nulla a che vedere con la cultura

europea che ha dato origine al concetto di nazionalismo. Si tratta di nazionalismi costruiti dalle

potenze europee con delle funzioni tattiche durante i due conflitti mondiali: ad esempio per avere

dalla propria parte gli Arabi si costruiva un nazionalismo arabo promettendo degli Stati arabi simili

a quelli europei in cui alcune famiglie d’elite ricche potevano ritagliarsi un proprio spazio.

Quegli stessi stati avevano si confini registrati all’ONU, ma del tutto fittizi e casuali stabiliti

dalle ex potenze. Questi sentimenti nazionali trovavano anche terreno fertile in diversi settori della

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società commerciale e intellettuale, strumenti ideologici per liberarsi dei dominatori del momento,

ovvero l’Impero ottomano.

Finiti i conflitti mondiali le potenze si ritirano da questi luoghi coloniali lasciando confini in cui

non vi è alcun sintomo di compattezza, comportando la convivenza di culture rivali tra loro,

diversità assolutamente ingovernabile nel quadro delle relazioni internazionali degli Stati. Le

potenze come Gran Bretagna o Francia o USA e URSS si confrontarono in quest’area cercando di

indirizzare i nazionalismi e processi di indipendenza al fine di condizionare i sistemi politici

dell’avversare e quindi modificare il solito equilibrio.

Una delle questioni più rilevanti è quella di Israele e Palestina, area introno al quale si

posizionano gli Stati alleati dei due, paesi in cui modificare le componenti etniche avrebbe

sicuramente comportato uno sbilanciamento dell’equilibrio. In quegli anni l’arma del terrorismo

usato soprattutto dagli ebraici.

Nel novembre del 1947 interviene l’ONU per la convergente volontà di britannici e sovietici

stabilendo la costruzione di due stati, possibilmente democratici e non confessionali: uno ebraico e

uno palestinese, dividendo grosso modo a metà la Palestina facendo di Gerusalemme di una città

internazionale. La divisione della terra non comportava la divisione della popolazione. In questo

caso furono i nazionalismi arabi che cercavano di ostacolare sia la creazione di un altro stata

arabo sia uno stato fatto di immigrati europei perché percepito come un’altra forma di colonialismo

(anche se nella maggior parte dei casi si trattava di europei che sfuggivano dalle zone più

depravate dell’Europa).

Questa voleva esser formalmente una guerra civile contro il neonato Stato di Israele nel

maggio del 1948: ne nasce una guerra tra bande armate e l’esercito forte di Israele che oltre ad

aver la meglio conquista parte del territorio di un futuro stato arabo. A questo punto si parla quindi

di uno stato straordinariamente in bilico dal punto di vista etnico per la presenza di arabi e ebrei:

vengono dunque espulsi con la deportazione gli arabi.

Ne decenni successivi l’URSS cerca di diventare l’intermediario dei nazionalismi arabi,

mentre gli USA avranno atteggiamenti contraddittori: essi sono coloro che più hanno finanziato i

paesi arabi, contrastato la Gran Bretagna che ha concorso alla creazione di nuovi stati.

Nel 1953 in Iran si verifica un colpo si stato militare con la presenza di militari americani

contro un governo nazionalista di Mossadeq colpevole di aver nazionalizzato le aziende petrolifere

(le proprietà delle industrie estrattive di petrolio diviene lo stato): il duplice rischio degli americani di

venirsi ostacolati nel controllo delle fonti energetiche e la lettura di un’azione timicamente sovietica

spinge gli Americani a muover il colpo si stato, pur sempre restando nella logica del contenimento.

Ne nasce un nuovo regime sostenuto dagli americani fino al 1979.

La crisi di Suez del 1956 è innescata dal governo nazionalista egiziano di Nasser che decide

di nazionalizzare il Canale di Suez, affinchè lo stato egiziano possa godere dei proventi.

Intervengono subito militarmente inglesi e francesi avendo la paura che si tratti dell’ennesimo

episodio che li accumuna sull’orlo di guerra con l’URSS.

Da subito l’unione sovietica tiene però un modo basso perché area di occupazione

americana (nonostante fosse amica di Nasser e poteva influenzarne le decisioni), in più la

reazione degli stati uniti è molto dura svendendo franchi e sterline sul mercato internazionale. La

volontà britannica inglese e francese si china quindi rapidamente.

1956 autunno il fermento culturale a seguito della destalinizzazione dell’URSS influenza

anche i paesi dell’Europa orientale. E in uno di questi gli eventi sono più veloce: è il caso

dell’Ungheria, dove soprattutto a Budapest si registrarono profondi dissensi con il governo

filosovietico nel tentativo di realizzare forme di rappresentanza allargata anche ai non comunisti

senza rinnegare il socialismo, a favore di un socialismo nazionale. Il tutto venne stroncato con

l’intervento militare delle truppe del Patto di Varsavia. L’eco di quegli avvenimenti in occidente fu

straordinario dal punto di vista delle coscienze individuali. Tuttavia le relazioni internazionali sono

pur sempre deboli.

La decolonizzazione dei paesi non alleati.

Processi negoziali tra madrepatria e colonie: India, buona parte dell’Africa sub sahariana,

Marocco, Tunisia.

Sebbene fosse nata dall’integrazione di ben 500 stati principeschi, l’India non si

frammentò soprattutto per la volontà di creare una repubblica parlamentare di tipo federale sotto la

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guida di Nehru. Egli adoperò subito una modernizzazione del paese attraverso i piani

quinquennali, ma se si ottennero buoni risultati nell’industria, non fu così per l’agricoltura: le

campagne furono infatti colpite da una grave carestia. Per fronteggiarle venne applicata la

rivoluzione verde, molto caldeggiata dagli Americani: iniziarono ad esser distribuite sementi

speciali che garantivano alta produttività.

Pressione internazionale, conflittualità interna alla colonia e incapacità della potenza

coloniale di mantenere l’ordine: Indonesia nel 1945 – 49 (strettamente legata agli USA), Zimbabwe

1964 – 79, Namibia 1990. Qui si sta parlando di vere e proprie guerre civili.

Guerre di liberazione nazionale e intromissione delle grandi potenze: Indocina (1945 –

54), Algeria (1954 – 62), Kenia (1952 – 63), Congo belga/Zaire (1959 – 65), Mozambico (1961 –

91), indipendenza 1975. Le potenze intervengono ma mai con un controllo diretto poiché siamo

pur sempre in guerra fredda.

Molto più duro fu il raggiungimento dell’indipendenza dell’Algeria dalla Francia, dove

l’esercito francese composto da ex militari, non si limitava alla guerriglia ma anche a crimini contro

i civili.

Conclusione.

In generale l’indipendenza nasce in virtù di

un vizio geopolitico di fondo, dal momento che i

confini furono stabiliti con notevole

approssimazione dalle potenze coloniali senza

tener presente il problema di convivenza di popoli

completamente diversi. Ciò comportò, fra le tante

cose, anche conflitti etnici di natura molto grave

come il caso del conflitto tra Hutu e Tutsi in

Ruanda.

La fine del colonialismo configura con uno

scenario inedito: l’incapacità delle super potenze

di dare risposte alle nuove singole realtà,

arrivando alla tendenza di contatto di schieramenti

fuori dai blocchi. Nel 1955 avvenne la conferenza

di Bandunga in Indonesia: venne offerta dal

presidente dell’Indonesia riunendo circa una

trentina di paesi i cui leader non otterranno praticante nulla. Probabilmente l’unica vera conquista

si registrò nel 1960 quando l’ONU condannò il colonialismo.

Decolonizzazione è da considerare come uno dei presupposti della modernità politica. Nel

frattempo questo concetto complica anche la semplicità del mondo che si era così diviso e

organizzato intorno alle due grandi superpotenze.

L’America Latina nel bipolarismo

o

Sotto la guida di Peron, l’America Latina conobbe un breve periodo di miglioramento

economico con il peronismo a metà tra il comunismo e il capitalismo: venne effettuata la

nazionalizzazione delle attività di esportazione e importazione nei settori in cui più forti erano gli

interessi statunitensi e britannici.

Subito però arrivò la crisi con l’aumento del costo del lavoro, la riduzione delle spese militari

che comportarono una grave svalutazione della moneta, la perdita quasi completa delle riserve

nazionali e un drammatico aumento del debito pubblico. A tutto questo si deve aggiungere

l’accordo con la Stanadr Oil per la valorizzazione dei giacimenti di petrolio e l’accentuazione degli

atteggiamenti anticlericali con la legge sul divorzio. Il tutto costrinse Peron alle dimissioni.

Cuba.

All’interno dei vari avvenimenti che colpì questo paese, non si può non accennare al caso di

Cuba: dopo il raggiungimento dell’indipendenza fu sempre attraversata da periodi di forte instabilità

con continui interventi Americani. 44 58

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Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
A.A.: 2015-2016

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