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Formazione degli stati nazione e grandi imperi (1815-1870)

Dopo Napoleone

Nascita dell'industria moderna

Con l'espressione rivoluzione industriale si è soliti indicare lo sviluppo manifatturiero della Gran Bretagna a cavallo tra il '700 e i primi decenni del secolo successivo. La trasformazione dei modelli di vita e di consumo fu profonda ma graduale. L'impresa protagonista di questo periodo era di piccole dimensioni e gli imprenditori erano artigiani, contadini o commercianti.

Questo progresso industriale interessò per prima la Gran Bretagna per:

  • La crescita demografica
  • Il progresso agricolo, grazie alla privatizzazione della terra, che consentì di sostenere il forte aumento della popolazione e permise a una parte di questa di abbandonare le campagne per dedicarsi al lavoro industriale.
  • Un sistema politico e istituzionale stabile, con forme di rappresentanza limitate ma regolari.

Il punto di forza dell'industria era il cotone, grazie alla cui produzione fu possibile sperimentare importanti innovazioni tecnologiche. La dimensione modesta e poco costosa degli impianti e il facile reperimento della forza lavoro, assicurarono slancio all'industria cotoniera. Decisivi per il suo progresso furono il rifornimento della materia prima dalle colonie e l'esperienza commerciale del paese. L'industria tessile diede poi impulso ad altri settori, stimolando l'estrazione di carbone come combustibile e materiale ferroso.

Col passare del tempo, lo sviluppo industriale aumentò i consumi, la fabbrica attuò una semplificazione del processo produttivo e le condizioni di lavoro logoranti che ne derivarono, alimentarono forme di opposizione, come il luddismo o il movimento cartista.

Il resto dell'Europa era più indietro e deboli segnali di sviluppo venivano da Belgio, Francia, Slesia, Boemia, Renania e qualche piccola area dell'Italia. Inoltre, il periodo napoleonico portò una ventata di rinnovamento nelle amministrazioni pubbliche, nelle burocrazie dello stato e nei sistemi legislativi.

Il congresso di Vienna e l'eredità napoleonica

Il Congresso di Vienna (nov. 1814-giu. 1815) fu organizzato dalle potenze europee che avevano sconfitto le armate napoleoniche (Gran Bretagna, Austria, Prussia e Russia) al fine di ridisegnare i confini degli stati e creare le condizioni di una pace duratura. Il Congresso mirava a ripristinare la legittimità della monarchia e a ricercare il concerto europeo. Il progetto era però fragile e ambiguo: il principio di legittimità venne applicato secondo convenienza e dietro la formula del concerto europeo si nascondeva la preoccupazione per il rafforzamento di alcuni stati rispetto ad altri.

Gli elementi centrali del nuovo assetto europeo furono le misure per frenare le tentazioni espansionistiche di alcuni stati: agli occhi degli inglesi, i pericoli maggiori venivano da Francia e Russia. Austria (debole) e Prussia (piccola) sembravano in profonda crisi. La Francia venne dunque stretta tra un nuovo stato, il Regno dei Paesi Bassi, mentre il Regno di Sardegna fu rafforzato con l'acquisizione dell'ex repubblica genovese; alla Prussia furono attribuiti alcuni territori della Sassonia e sul Reno e l'Austria, compensata con il possesso del Veneto, tornò al suo ruolo di gendarme delle regioni italiane.

La Russia venne accontentata con l'annessione di gran parte della Polonia, della Bessarabia (a spese dell'Impero ottomano) e della Finlandia (sottratta alla Svezia, risarcita a sua volta con la Norvegia).

Il carattere conservatore del progetto è desumibile dal rifiuto della sovranità popolare, dallo spazio concesso alla chiesa, ben rappresentato dalla Santa Alleanza (Russia Prussia e Austria). Il testo dell'accordo alludeva esplicitamente all'origine divina della monarchia e ne legittimava l'autorità contro i sostenitori della sovranità popolare.

Gli sforzi messi in atto dalle grandi potenze, per denapoleonizzare l'Europa, non diedero i risultati sperati: sul piano generale, la divisione in ceti era scomparsa e il cittadino aveva imparato a pretendere un rapporto individuale con il potere statale. La minaccia francese aveva contribuito, inoltre, a diffondere un senso di identità nazionale.

In gran parte delle regioni europee conquistate da Napoleone, le riforme istituzionali e la riorganizzazione delle burocrazie statali realizzate dai nuovi regimi, non poterono essere completamente abolite, per evitare l'opposizione dei nuovi gruppi sociali. Non era più possibile ignorare le istanze di partecipazione politica e la richiesta di strumenti per la difesa dei diritti da parte della corona.

In Francia, Luigi XVIII concedeva una costituzione sul modello britannico, senza ristabilire i privilegi sociali aboliti o cancellare i diritti civili sanciti dalla Carta del 1814; e quando Carlo X tentò un ritorno al passato, vi fu una rivolta.

Anche in Italia il dominio napoleonico contribuì a creare nuovi assetti istituzionali e a ridisegnare le relazioni tra i vari organi del sistema di governo favorendo un generale risveglio politico che rese centrale la questione nazionale. La fine del Sacro Romano Impero e la creazione napoleonica della Confederazione del Reno, furono elementi decisivi per la creazione della Confederazione Germanica, attraverso la riunione delle 39 statualità tedesche sotto l'egemonia austriaca.

Carte costituzionali furono concesse nel Regno del Paesi Bassi, nel Granducato di Sassonia-Werte, nel Ducato di Nassau ecc. In alcuni stati dopo il 1815 entrarono in vigore codici sul modello francese; perfino la Prussia assunse la natura di uno stato legale.

Rivoluzioni, agitazioni, movimenti di protesta

Il contesto rivoluzionario

L'Europa dopo il 1815 era troppo mutata rispetto a quella degli anni precedenti alla rivoluzione francese. L'espansione delle attività industriali aveva dato un carattere più articolato a buona parte delle società europee. In Inghilterra, accanto all'aristocrazia e a un mondo legato all'interesse agrario era cresciuta una nuova realtà che riteneva quello stesso sistema istituzionale troppo esclusivo ed incapace di rappresentare le domande dell'intera società. Negli anni successivi alla rivoluzione francese, un'opposizione crescente alla costituzione inglese attraversava tutti i gruppi sociali legati al commercio e all'impresa. Contro le posizioni ideologiche di whigs e tories questi gruppi diedero origine a una cultura radicale. Nel primo trentennio del XIX secolo, radicali plebei e radicali della middle class trovarono il loro terreno comune nella riforma elettorale: per la middle class serviva ad affermare l'ideale del libero mercato; la working class, mirava a togliere all'interesse fondiario il monopolio della funzione legislativa per proteggere il proprio standard di vita contro la deregolamentazione.

I fermenti politici erano diffusi in buona parte dell'Europa, Russia compresa. Esponenti del mondo finanziario e commerciale, nuovi ceti medi, studenti e militari, miravano ad un allargamento delle istituzioni politiche ed alla costruzione di diverse forme di rappresentanza. Questa situazione si intrecciava con il crescente nazionalismo, grazie anche alla cultura romantica.

Il movimento decabrista in Russia discendeva da questi sentimenti: scoppiato il 14 dicembre 1825, giorno dell'incoronazione di Nicola I, il tentativo insurrezionale organizzato dagli ufficiali della guardia imperiale, venne rapidamente soffocato. Al contrario, in Grecia, si combatté esclusivamente per l'indipendenza dall'Impero Ottomano: tra i motivi di insoddisfazione, oltre a quelli politici, vi erano soprattutto le difficoltà create dall'industrializzazione ai ceti popolari (discontinuità del lavoro, privatizzazione della terra).

Militanti liberali moderati, radicali democratici e socialisti, tra il 1815 e la metà del secolo, si allearono contro l'unione dei principi assolutisti. In tutta la prima metà del '800, i moti rivoluzionari si svilupparono in tutti i paesi, con caratteri comuni, anche perché gli intellettuali che guidavano i movimenti rivoluzionari, appartenevano ad una sorta di comunità internazionale, dalle dimensioni molto ristrette. Comunità di rivoluzionari si raccoglievano in paesi dove potevano trovare rifugio e questo spiega l'addensarsi in momenti particolari di scoppi rivoluzionari in diversi paesi europei: i moti del 1818-21 coinvolsero Spagna, Portogallo, Regno delle due Sicilie, Piemonte e Grecia; il decennio successivo investì la Francia, con la rivoluzione di luglio, seguita poi da Italia centro-settentrionale e Polonia; nel 1848 la rivoluzione investì praticamente tutta l'Europa, ad eccezione di Gran Bretagna e Impero zarista.

Le sfide condussero quasi sempre alla sconfitta, ma non mancarono casi vittoriosi:

  • Indipendenza della Grecia: Fu l'esito della mobilitazione rivoluzionaria del 1820-21 (società segreta Eteria). L'appoggio aperto della Russia, che mirava ad indebolire l'Impero Ottomano, e la ribellione del 1815, diedero forti vantaggi alla rivoluzione greca. Dopo essersi rifiutato di intervenire in aiuto dei greci, il ministro degli esteri britannico Canning, decise di trovare con lo zar una soluzione politica, ma l'anno seguente, la proposta di formare uno stato greco autonomo ma non sovrano, non superò l'opposizione ottomana. Dopo la sconfitta inflitta a Navarino dalla flotta anglo-franco-russa a quella turco-egiziana si giunse alla pace di Adrianopoli (1829) e all'indipendenza della Grecia, ancora economicamente e istituzionalmente debole, affidata nel 1833 a Ottone di Baviera.
  • Regno delle due Sicilie, Piemonte, Portogallo e Spagna: Meno fortunate furono le vicende di questi regni. Inaugurate dal moto scoppiato in Spagna nel 1820, tutte puntavano ad imporre un sistema costituzionale sulla base della costituzione spagnola del 1812. Dappertutto a deboli successi iniziali seguì la sconfitta: nel caso di Piemonte e Portogallo, per mano dei lealisti nazionali, in Spagna, per mano dei francesi e nel Napoletano, degli austriaci.
  • America Latina: La rivolta spagnola fece sì che in molte colonie dell'America Latina si accentuassero le spinte indipendentiste. Il gruppo dirigente di questi movimenti era costituito dai creoli che si erano impadroniti delle principali posizioni di potere politico-economico, mentre meticci, indios, schiavi e neri occupavano gli strati inferiori della gerarchia sociale. La guida militare nei diversi paesi, aveva procurato importanti vittorie contro le forze di occupazione. Sconfitto Napoleone, regolata la situazione europea, l'esercito spagnolo, nel 1815 trovò le energie per riconquistare tutto il territorio coloniale. Si trattò di una vittoria di breve durata perché le forze indipendentiste, sotto la guida di creoli e di grandi leader come Bolivar e l'appoggio della Gran Bretagna avevano portato alla nascita di nuove unità statali indipendenti (Gran Colombia, Argentina, Brasile, Perù, Federazione delle Province Unite dell'America Centrale). I percorsi verso l'indipendenza furono comuni a tutte le nuove unità statali, ad eccezione di Brasile e Messico. Nel primo la costituzione dell'impero indipendente fu dichiarata dall'erede al trono del Portogallo Pedro I; nel secondo, la partecipazione di meticci e indios alla guerra per l'indipendenza fu assai ampia e portò al colpo di mano del generale Augustin de Iturbide che assunse la corona di Imperatore del Messico. Unico grande progresso fu l'abolizione della schiavitù nelle ex colonie; la debolezza delle istituzioni politiche creava instabilità e aumentava il peso specifico degli apparati militari, che realizzava colpi di stato, imponendo dittature personali, rendendo inevitabili i processi di frammentazione.

L'ondata rivoluzionaria del 1830-31

Tanto in Europa, che in America Latina, tra il 1815 e la metà del secolo le società segrete giocarono un ruolo decisivo nel disegnare un gruppo dirigente rivoluzionario. La più nota ed internazionale fu la Carboneria: nata agli inizi dell'800 si diffuse presto in Francia, Germania, Spagna e nell'Italia meridionale. Su questo modello si svilupparono altre società segrete come l'Eteria greca o quella dei cospiratori decabristi in Russia. Il loro declino fu dovuto all'incapacità di collaborazione.

L'ondata rivoluzionaria degli anni 1830-31 fu più estesa della precedente ed ebbe un carattere meno elitario: questa iniziò con la collaborazione tra correnti liberali moderate e quelle ad orientamento più radicale, per poi concludersi con l'isolamento delle seconde. Il caso francese fu emblematico: Carlo X (incoronato 1824) accentuò il carattere reazionario che il sovrano precedente aveva già impresso alla vita politica francese. I frequenti tentativi di abolire le libertà costituzionali garantite dalla carta del 1814 e l'appoggio a clero e aristocrazia avevano saldato un fronte di opposizione che comprendeva rappresentanti del mondo degli affari e della finanza, professionisti, dipendenti pubblici, artigiani e bottegai. Il colpo di stato che seguì la vittoria elettorale dell'opposizione liberale nel 1830, le quattro ordinanze con cui il sovrano sopprimeva la libertà di stampa, scioglieva la camera, modificava la legge elettorale e convocava nuove elezioni, alimentarono il malcontento. Tre giorni di agitazione popolare (27-29 luglio 1830) guidati da repubblicani e bonapartisti, costrinsero il sovrano all'abdicazione e all'esilio finendo per consegnare il paese a Luigi Filippo d'Orleans, appoggiato da gruppi di borghesia moderata. Il fatto che venisse proclamato re dei francesi per volontà della nazione serviva a negare ogni forma di sovranità popolare. Egli sarebbe poi scivolato verso una politica sempre più moderata e in ultimo apertamente conservatrice e autoritaria.

Inoltre, nel 1831 vi fu la rivolta degli operai setaioli a Lione; l'anno successivo, un complotto legittimista e lo scoppio di un'epidemia esasperavano ulteriormente il popolo, mentre i gruppi repubblicani riprendevano le agitazioni antimonarchiche.

Le insurrezioni del 1830-31 portarono all'insurrezione di Bruxelles e del Belgio intero, obbligando le potenze europee a riconoscerne l'indipendenza, con Leopoldo di Sassonia-Coburgo. Le agitazioni in Germania, Polonia e Italia (esiti sfortunati), i moti liberali svizzeri, lo scontro tra clericali e liberali in Spagna e Portogallo completano il quadro.

La Gran Bretagna tra riforme e protesta popolare

Neanche la Gran Bretagna era rimasta estranea all'ondata di protesta, con la differenza che qui il dissenso e la pressione politica avevano degli spazi in cui esprimersi legittimamente. Il riconoscimento dei pieni diritti politici per le minoranze religiose fu attuato, tra il 1828-29, per iniziativa dello stesso parlamento britannico e la riforma elettorale del 1832 corrispose alla rivoluzione di luglio in Francia, con la differenza che si ebbe un provvedimento moderato per evitare la rivoluzione. La riforma si dimostrò capace di rispondere a una diffusa richiesta di democrazia, anche se estese di fatto il diritto di voto soltanto ai gruppi titolari di forme di ricchezza diverse dalla terra. Comunque questa subordinava per la prima volta il diritto al voto per i rappresentanti dei borghi nella Camera dei comuni a un requisito censitario uguale per tutto il territorio nazionale. Inoltre, la riforma venne avvertita come un ulteriore allontanamento dal diritto naturale.

Buona parte del programma riformistico realizzato dai whigs negli anni '30, esclusa l'abolizione della schiavitù o la riforma delle municipalità, rimaneva ambiguo o chiaramente rivolto a tutelare gli interessi dei gruppi di cui si era recentemente riconosciuta la cittadinanza politica. Con la legge del 1834 la responsabilità dell'assistenza ai poveri veniva trasferita agli ospizi. Dunque le riforme degli anni '30 crearono la più vasta ondata di protesta e agitazione popolare che l'Inghilterra ricordi; aggiunta la crisi del 1836, queste furono le cause della nascita del cartismo, movimento che si sviluppò tra il 1838 e il 1848 intorno a una serie di richieste di riforma parlamentare. La carta del popolo venne pubblicata nel 1838, redatta nella forma di un disegno di legge presentata al parlamento; essa era articolata in sei richieste per regolamentare la rappresentanza (suffragio universale maschile, abolizione dei requisiti di censo per l'elettorato passivo, voto segreto, distretti elettorali uguali, pagamento dei membri del parlamento, legislature annuali). Per due volte (1839/1842) il movimento cartista preparò delle petizioni per il parlamento con le sue richieste, che entrambe le volte furono respinte. Nel 1848 il cartismo scomparve.

Più fortunata fu la Lega per l'abolizione della legge sul grano, fondata nel 1838 da Cobden e Bright. Questa era un gruppo di pressione che mirava alla creazione di un sistema liberoscambista e all'abrogazione delle leggi che imponevano un dazio sull'importazione del grano. La Lega realizzò la prima grande iniziativa di formazione e direzione dell'opinione pubblica nazionale. La capacità di mobilitazione della Lega, la crisi della produzione di patate del 1845 che avrebbe portato alla grande fame irlandese due anni dopo ed il ruolo giocato dal capo di governo Peel, furono gli elementi che portarono nel 1846 all'abrogazione della legislazione daziaria sul grano.

Le rivoluzioni del 1848

La Gran Bretagna nel 1848 vide la grande vittoria liberista dei ceti medi e il riflusso dei movimenti popolari di protesta. Per l'Europa continentale lo stesso anno coincise con una fase di grande rilancio delle rivendicazioni politiche e nazionaliste. Solo il caso svizzero è perfettamente ascrivibile al clima del '48 per le istanze allo stesso tempo nazionaliste e progressiste. Le riforme della Confederazione realizzate nei decenni successivi al Congresso di Vienna dalla maggioranza liberale, crearono una contrapposizione tra i cantoni protestanti liberali e quelli cattolici, che diedero vita alla Lega dei sette cantoni cattolici. Lo scontro si concluse nel 1847 e la costituzione venne ratificata un anno dopo. La Francia, gli stati italiani e tedeschi e l'Austria, furono trascinati in una spirale rivoluzionaria che non produsse immediatamente risultati rilevanti, ma creò le...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Minniti Fortunato.
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