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Premessa del '68

Del ’68 si è parlato in molti modi negli ultimi 30 anni, ma ciò che Flores e De Bernardi vogliono suggerire in questo volume è la storia italiana nel suo interagire con quella europea e mondiale: l’idea di un evento importante, come ce ne sono stati 4 o 5 in tutto il secolo e solo un paio nella sua seconda metà, che debba essere depurato dalle sue componenti politiche e ideologiche, per essere restituito alla sua connotazione originaria, alla sua dimensione collettiva.

Il '68 è stato un anno di svolta, di novità, di ribellione e di tensione in tutto il mondo e la scelta di isolarlo nasce dalla convinzione che solo la restituzione ad esso stesso del suo carattere di “evento” può permettere di comprenderlo nella sua specificità. Il protagonista del '68 è stato il mondo giovanile che in quell’anno ha scritto forse la pagina più autonoma e limpida della propria storia, riscattata da pressioni e influenze esterne, separata e in opposizione alla generazione adulta. Il '68 non è la storia di una generazione ma è a partire da esso che la dimensione giovanile ha mutato carattere.

Capitolo 1: Il contesto internazionale

Con l’inizio degli anni ’60 la guerra fredda giunge a termine e il confronto tra le due superpotenze, Usa e Urss, continuerà a caratterizzare le relazioni internazionali di un mondo bipolare, ma ciò avverrà in un clima segnato da una crescente distensione. A dire il vero, la distensione era iniziata lentamente già nella seconda metà degli anni ’50, con la nuova dirigenza collettiva sovietica guidata da Chruscev dopo la morte di Stalin e con il doppio mandato presidenziale conquistato dal repubblicano Eisenhower. Tra i due si era già allora stabilito un dialogo fondato sulla reciproca idea di “coesistenza pacifica” e fu proprio la crisi del 1956 ad aver segnato la piena legittimazione di Usa e Urss come le uniche due grandi potenze del dopoguerra, e aveva formalizzato non solo l’esistenza ma il reciproco riconoscimento dei due campi contrapposti.

Gli anni ’60 si aprono in apparenza con una nuova spinta ad accelerare i mutamenti in corso: In Urss Chruscev riesce a emarginare la vecchia guardia staliniana e annuncia che il socialismo è ormai una realtà in Unione Sovietica, e che si tratta adesso di creare i prerequisiti materiali del comunismo, il quale sarebbe stato raggiunto quando ogni cittadino sovietico avrebbe ricevuto secondo i propri bisogni; Negli Stati Uniti le elezioni del novembre del 1960 sono state vinte dal repubblicano Kennedy la cui idea di una “Nuova frontiera”, di una strategia di rinnovamento sociale, politico, culturale e tecnologico, che sia capace di sconfiggere il sottosviluppo ancorando la democrazia al capitalismo, ha lo stesso impatto riformatore e lo stesso spirito di rinnovamento che anima la politica chrusceviana del “disgelo”.

Tra il volo di Gagarin, primo uomo ad andare nello spazio, e la promessa di realizzazione del comunismo entro 20 anni, Chruscev ha avuto modo di incontrare il presidente Kennedy a Vienna: la distensione sembra procedere nonostante varie battute d’arresto e opposizioni crescenti che i due leader incontrano all’interno dei propri paesi. È in agosto che il clima della guerra fredda sembra tornare, ancora una volta a Berlino, dove il governo della Germania Est, di fronte all’esodo verso la zona occidentale di cittadini dell’est, blocca le vie di passaggio tra l’est e l’ovest costruendo un muro che circonda interamente Berlino Ovest. Il motivo di quanto detto altro non fu che il rifiuto delle potenze occidentali di firmare un trattato di pace con le due Germanie. Gli Stati Uniti aumentano il loro bilancio per la difesa e l’Unione Sovietica cancella la promessa riduzione delle forze armate e riprende gli esperimenti nucleari. La costruzione del muro sanziona la divisione in due dell’Europa e della Germania.

È altrove, però, che si trasferisce il confronto tra le due superpotenze. Fu la crisi di Cuba, nel 1962, il segno più drammatico di come il baricentro della politica internazionale si sia ormai spostato dall’Europa. È l’effetto, tra le altre cose, della politica di decolonizzazione che trova negli anni ’60 la sua totale conclusione. Dopo l’indipendenza dei grandi stati asiatici, mediorientali e nordafricani, negli anni ’60 è stata la volta degli stati dell’Africa nera. La fine del colonialismo altro non è che il risultato delle lunghe lotte per l’indipendenza dei popoli oppressi e le due nuove superpotenze vedono nei nuovi stati indipendenti del Terzo mondo forze emergenti che condizionano e trasformano la loro stessa rivalità.

A cavallo tra gli anni ’50 e ’60 la politica europea sembra tendere sempre più verso il centro:

  • In Italia, dopo il tentativo di dar vita ad un governo autoritario, DC e partito socialista inaugurano una lunga collaborazione destinata a durare per circa 15 anni;
  • In Germania, nel 1966, cristiano democratici e socialdemocratici danno vita alla “grande coalizione”;
  • In Gran Bretagna i laburisti tornano al potere con Wilson che completa il ritiro delle colonie e cerca di far assorbire i contraccolpi economici della decadenza imperiale che ha investito il paese nel dopoguerra;
  • In Francia, nel 1958, De Gaulle dà vita alla “Quinta Repubblica”.

Nonostante tutto va detto che, le trasformazioni e il dinamismo delle due superpotenze, il processo di decolonizzazione del Terzo mondo e l’orientamento riformista della maggior parte dei governi europei non esauriscono il quadro della realtà internazionale degli anni ’60 che Flores e De Bernardi ci vogliono raccontare:

  • La penisola iberica, per esempio, come altre zone in Europa, è ancora caratterizzata da modelli politici che sembrano appartenere al passato;
  • La Spagna di Franco conosce un’espansione economica che dinamizza la società civile favorendo il risveglio delle forze democratiche e dell’ostilità al regime;
  • In Portogallo la situazione è la medesima;
  • In Grecia un colpo di stato guidato dal colonnello Papadopulos sospende la costituzione e la democrazia.

Da quanto detto si evince che la nuova fase politica che, a parte poche eccezioni, caratterizza un po’ dappertutto i primi anni ’60, è il risultato di una tendenza crescente alla partecipazione politica. L’identità ideologica sembra perdere terreno, ma aumenta allo stesso tempo quella di nuovi ideali da proporre. Ovviamente, alla radice dei mutamenti politici si situa il nuovo orizzonte economico e sociale, che diventa più ampio e visibile dal 1953 al 1973: la golden age occidentale. Questo ventennio si caratterizza per un processo di crescita non interrotto dalle crisi e dalle discontinuità che avevano sempre accompagnato lo sviluppo capitalistico, ma è contraddistinto da elevati tassi di crescita, nella produzione e nel volume delle merci esportate.

Fu nel 1961, nel vivo di questa nuova fase occidentale, che entra in vigore l’OCSE, l’organizzazione di cooperazione di sviluppo economico, un organismo nato per rafforzare l’integrazione internazionale e favorire la crescita e la stabilità di economie sempre più interdipendenti. Tra gli aspetti più evidenti del miracolo economico troviamo:

  • L’aumento delle merci prodotte e vendute;
  • I salari;
  • I prezzi competitivi;
  • Sviluppo tecnologico;
  • L’intervento dello Stato in tutti i settori;
  • I grandi gruppi industriali non sono più padroni assoluti della politica economica dei singoli stati.

Il boom economico sarà evidente in Italia, Germania e Giappone, ma non si trattò solo di un’accelerazione del percorso di imitazione europea degli Stati Uniti. Accanto all’importazione dei meccanismi di organizzazione produttiva sperimentati in America, le merci e i beni di consumo si diffondono a livello di massa e in un modo fino a poco prima impensabile. Oggetti come l’automobile, il frigorifero o la lavatrice, diventano beni non solo destinati all’élite, ma saranno da lì in poi il volano della crescita economica. Il modello d’importazione, seppur con adattamenti spesso consistenti alla realtà locale, è quello americano. Se è vero che gli Stati Uniti hanno in quel periodo rafforzato la propria egemonia è altrettanto vero che, proprio negli anni ’60, conoscono una dinamica sociale e politica assai più dinamica e contraddittoria di quella che ha luogo in Europa.

È un decennio tormentato quello che inizia negli Stati Uniti con le elezioni di Kennedy: omicidi politici; tensioni razziali; guerra lontana che sporca l’immagine della nazione più libera del mondo; ma anche movimenti collettivi combattivi: le donne, i giovani; le divisioni sociali si accentuano al contrario dell’Europa. Sul versante internazionale è la guerra del Vietnam a costituire il filo conduttore della politica americana.

Al momento dell’elezione di Kennedy i consiglieri americani in Vietnam erano solo 700: due anni dopo raggiungono i 10.000 mentre aumentano gli aiuti militari ai governi dittatoriali e corrotti che si succedono al potere. Kennedy si oppone all’invio di truppe americane volute dall’esercito: ma difende la politica degli aiuti e teme che un ritiro da quell’area possa costituire uno smacco insostenibile per il prestigio americano nel mondo e un pericolo nella competizione globale dell’Urss. Sarà l’assassinio del presidente Kennedy a rappresentare la fine della sfida ideale che la sua strategia sosteneva: un rinnovamento globale che il suo successore, Johnson, abbandonò.

La cosa più interessante e indelebile di quel mandato fu il coinvolgimento nel Vietnam poiché nel 1961 venne lasciata carta bianca al presidente per stabilire le forme d’intervento nel Vietnam: solo alcuni mesi dopo iniziano i bombardamenti aerei sul Vietnam e giungono lì i primi contingenti americani. La continua escalation della presenza americana in Vietnam crea fratture all’interno dell’amministrazione e la società stessa, inizialmente tutt’altro che ostile a un maggiore coinvolgimento militare. L’opinione pubblica, colpita dall’incapacità della maggiore potenza mondiale di risolvere in breve tempo un conflitto locale con un paese arretrato, segue sempre più disorientata i servizi televisivi che ogni giorno portano la guerra del Vietnam nelle famiglie americane. La presenza quotidiana della guerra in Vietnam annebbia i risultati che l’amministrazione Johnson sta cercando di ottenere sul fronte interno.

Il progetto di Johnson si chiama “Grande Società” e intende fondarsi sulla sconfitta della povertà, sull’uguaglianza dei diritti e delle opportunità per tutti i cittadini, sul progresso della vita civile nel paese:

  • Si sancisce la fine della discriminazione e segregazione razziale;
  • Si trasformano in atti legislativi misure impegnative di politica sociale;
  • Si stanziano fondi per il rinnovamento del sistema scolastico, per le spese sanitarie e l’assistenza ai poveri;
  • La politica federale si impegna anche sul versante della ricerca scientifica, dell’ambiente, dei diritti dei consumatori;
  • Viene anche istituita una tv pubblica con finalità educative.

Capitolo 2: Politica e cultura giovanile: Stati Uniti ed Europa

Negli Stati Uniti il '68 viene denominato il Movimento, un termine che indica il complesso di attivismo sociale e culturale che acquista un ruolo politico sempre più rilevante. Non esisteva uno specifico modo per entrare a far parte di questo movimento, ma semplicemente sentivi di essere parte di quel movimento. Si necessitava quindi di un’esperienza, di un sentimento di appartenenza e di un proposito comune. Il movimento inizia nel sud, come lotta per i diritti civili, per poi toccare le maggiori università e i primi attivisti sono giovani intellettuali idealisti che spezzano la guerra fredda dando vita alla prima ondata di proteste che, con le successive, porterà alla grande marea del 1968.

La guerra e la razza sono le questioni che attireranno di più l’attivismo del movimento e la pressione più forte non poteva che esser fatta sull’amministrazione federale. In merito alla questione razza va precisato che, già dal 1960, esisteva lo Student Nonviolent Coordinating Committee, ossia la prima organizzazione studentesca degli studenti di colore, la più importante nella battaglia per i diritti civili degli anni successivi. Seppur, già nel 1961, oltre 200 città posero fine alla segregazione razziale nei ristoranti e nei teatri, la lotta era tutt’altro che terminata:

  • Ovunque le forze di polizia locale si schierano dalla parte dei bianchi, cercando di impedire le marce e le manifestazioni e reprimendo gli attivisti e i dirigenti del movimento;
  • Si assiste alla marcia su Washington: punto di non ritorno della battaglia per i diritti civili;
  • Venne approvato, nel 1964, il Civil Right Act che sancisce la fine della discriminazione e segregazione razziale e degli ostacoli per molto tempo frapposti da numerosi stati al voto delle minoranze nere.

Kennedy venne assassinato l’anno prima, nel 1963, e ciò portò a uno shock per la nazione e per i giovani che si erano identificati con l’idealismo della Nuova Frontiera. Mentre il movimento per i diritti civili continua la sua battaglia per imporre a Johnson una legge nazionale che assicuri in tutti gli stati l’uguaglianza e il diritto al voto dei neri, gli studenti iniziano a mobilitarsi per garantirsi la possibilità di attivismo politico all’interno delle Università. L’organizzazione studentesca più importante era la Students for a Democratic Society i cui militanti prendono parte alle lotte per il voto ai neri e nel 1962 si riuniscono a Port Huron per elaborare un programma di azione diretta in favore di diritti politici e delle libertà individuali. Cito questo evento perché sarà il Port Huron Statement a essere considerato il primo documento ufficiale del movimento.

Tra gli aspetti che ne sono venuti fuori rientrano:

  • Rottura col passato;
  • Responsabilità dell’individuo, cui spetta decidere del proprio futuro;
  • Partecipazione di massa alla vita politica e sociale;
  • Fine del razzismo e applicazione dell’integrazione e di uguali opportunità;
  • Programmi sociali in campo sanitario, assistenziale ed educativo;
  • Partecipazione democratica.

Si evince che i giovani volevano un nuovo mondo. Da lì a poco si scoprì che non sarebbe stato più possibile, dentro l’area universitaria, dibattere questioni off-campus, come appunto i diritti civili. Nasce per quanto appena detto il Free Speech Movement, che rivendica il diritto di parlare di tutto ciò che interessa gli studenti all’interno dell’università. Il movimento non si fermerà anzi, gli studenti chiedono a gran voce di essere ascoltati. Si sentono profondamente differenti dai loro genitori, con valori diversi, ormai lontani dalle paure e dalle contrapposizioni ideologiche della guerra fredda.

Una caratteristica di questa generazione è di mancare, nella maggioranza dei casi, di fratelli maggiori: perché morti durante la guerra o non nati perché i genitori aspettano tempi di pace per procreare di nuovo. Questa mancanza produce l’assenza di una sorta di cuscinetto generazionale che avrebbe potuto attutire lo scontro ravvicinato con la generazione dei padri con i quali i giovani non hanno solo diversità di vedute, valori, esperienze e desideri, ma di rapporto con lo sviluppo e la crescita economica e sociale.

Non mancano divisioni tra gli studenti stessi: liberali contro radicali, pacifisti contro rivoluzionari, critici contro contestatori e stili di vita diversi; ma è soprattutto la guerra in Vietnam e il modo in cui la si vuole combattere a far emergere posizioni differenti e a radicalizzare il movimento. Sarà quindi il Vietnam la questione centrale dei giovani che faranno chiamare il 1964 “l’anno della Protesta” e il 1965 “l’anno della manifestazione” dentro i campus americani diventati, non solo centri di apprendimento e di sapere, ma il motore della ricerca e dello sviluppo tecnologico e scientifico del paese.

Gli anni ’50 sono ormai un ricordo lontano e due le questioni che ottengono l’attenzione della nuova generazione: la guerra e la razza da un lato, il Vietnam e il problema nero. Fu il Voting Right Act, che rendeva illegali le restrizioni di voto ai cittadini di colore, a segnare una nuova fase: la rivolta dei ghetti che si ribellano per svariati motivi:

  • Mancanza di lavoro e povertà;
  • Carenza di abitazioni;
  • Emarginazione e ignoranza;
  • Violenza subita dentro e fuori il ghetto.

Da quel momento in poi ogni giorno diminuisce il numero dei consensi per Johnson e aumenta quello dei movimenti pacifisti: gruppi religiosi, politici, sindacali, associazioni culturali e comitati locali di cittadini affiancano gli studenti nella loro lotta e, a contribuire a rendere il movimento pacifista più forte e diffuso, fu la partecipazione degli hippies. Si trattava di un gruppo anticonformista che colpiva per il suo atteggiamento esteriore: capelli lunghi, barbe, vestiti colorati, e facevano uso di marijuana che gli permetteva di sentirsi più a contatto con la natura.

Sicuramente è possibile guardare agli anni sessanta in modi diversi, ma è comunque il mondo giovanile che appare decisamente il protagonista di quel decennio. Non è soltanto il periodo dei diritti civili e della guerra in Vietnam, delle rivolte di strada e degli assassinii politici, ma è anche il decennio dei Beatles, dei Rolling Stones, di Bob Dylan e Jim Morrison. La musica diventa il pane e il sacramento quotidiano delle nuove generazioni, il centro della loro vita e cultura.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Starsnstriped di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Martellini Moreno.
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