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Storie di divorzi tra popoli

La nazione: una casa omogenea

Lungo il Novecento molte situazioni di coabitazione tra popoli differenti sono venute meno. Un territorio si trova in condizioni sicure e “naturali” solo quando la sua popolazione è la più omogenea possibile: la lingua, l’etnia, la cultura, la religione, la storia comune fondano quell’omogeneità nazionale che sorregge lo Stato.

Il fantasma che nell’Ottocento ha agitato i sonni dei governanti, specie dei tre grani imperi è stato la nazione: cos’è la nazione? Ernest Renan rispondeva che “la nazione è una grande solidarietà” → il volontarismo, la politica, il consenso erano elementi decisivi nel pensarsi nazione. Se la nazione è la volontà di vivere insieme, allo stesso tempo rappresenta la volontà di lottare contro altri → fra Ottocento e Novecento si ridisegnano con rapidità incredibile i soggetti politici in Europa e sul Mediterraneo: lo sviluppo dell’idea di nazione significa in molti casi la fine di un tessuto di coabitazione tra comunità differenti per etnia e religione.

L’età delle nazioni coincide con la fine di tante di queste situazioni di coabitazione → si veniva affermando la realtà nazionale fondata sull’omogeneità e sulla marginalizzazione delle diversità. Contro il modello nazionalista militava una secolare esperienza imperiale e cosmopolita, che aveva segnato in profondità la civiltà europea e mediterranea: ma la nuova nazione richiedeva omogeneità linguistica, territoriale, etnica, religiosa → condizioni non facili da raggiungere dove la sedimentazione storica ed imperiale aveva creato stratificazioni di comunità intrecciate.

Il caso dei Balcani

La storia dell’età delle nazioni non è ovunque uguale. Con la prima guerra mondiale muoiono l’impero asburgico e ottomano, mentre l’impero zarista si trasforma nell’Unione Sovietica. La storia del Novecento si chiuderà con lo sfaldamento della Iugoslavia → la Bosnia-Erzegovina è stata l’epicentro del conflitto, il luogo dove si è manifestata la patologia violenta dell’impossibilità di vivere insieme: la soluzione era la separazione. Questo è accaduto in modo più semplice per la Slovenia.

La Iugoslavia era nata come compromesso, dopo il 1918, quando l’Austria-Ungheria si era sfaldata. All’egemonia serba successe quella comunista di Tito. Per vari decenni il problema nazionale era stato ingabbiato dalla “monarchia” della Iugoslavia, ma la costruzione è franata sotto i colpi delle passioni nazionali. Con la fine dell’ideologia comunista sono risorte prepotentemente le nazionalità e soprattutto si è manifestata la convinzione che non si poteva vivere insieme.

L'eredità ottomana: coabitazione e drammi

Il muro di separazione è la soluzione quando la convivenza è un inferno: a Cipro una frontiera divide la parte greca da quella turca. Il coraggio della separazione sembra la soluzione più ragionevole, e forse talvolta lo è davvero. Ma spesso la situazione concreta è dolorosissima, tanto sono sovrapposte e connesse le comunità. La spartizione di Cipro non è che un esempio e la vicenda balcanica è solo un capitolo della storia di un ex impero: quello ottomano, che conosceva e praticava la sovrapposizione delle popolazioni → le città ospitavano le comunità più diverse.

Gli Stati successori dell’impero ottomano si sono trovati a fare i conti con mappe etnico-religiose che non coincidevano con i destini nazionali proclamati per quelle terre. L’impero ottomano, a suo modo e su una base di ineguaglianza, era una realtà di coabitazione tra genti diverse: questo avveniva sotto il controllo di una burocrazia dispotica, nel quadro di uno Stato confessionale islamico.

La scomparsa del califfato nel 1924, che coincise con la fine della dinastia osmanli: da più di ottant’anni l’islam sunnita non ha più trovato una figura autorevole e unificante quale il califfo, ed è un problema che l’Occidente non ha colto nel suo significato → i musulmani nel mondo hanno sentito una grande frustrazione per la fine del califfato.

Nel mondo ottomano, un musulmano e un non musulmano non erano uguali: si trattava di una struttura originale per una convivenza multi religiosa → statuto dei millet. La vita difficile delle comunità non musulmane non deve dunque occultare il quadro di convivenza reale, seppur ineguale.

Circa un milione di ebrei, dopo la seconda guerra mondiale, ha abbandonato il mondo arabo. Lo ha fatto a seguito di un risorgente antisemitismo: una convivenza significativa di più di un millennio di storia si inabissava → l’ebraismo rappresentava un’alterità religiosa importante, senza cui i musulmani restavano più omogenei, ma anche più soli.

La spinta dei nazionalismi mette dunque in crisi le costruzioni cosmopolite, imperiali, multinazionali e multireligiose: il volto della libertà diventa l’indipendenza nazionale, ed è la storia dei nazionalismi del XIX e XX secolo: i Greci sottomessi ai Turchi dal 1821, la Serbia, il Montenegro, la Romania, la Bulgaria e l’Albania → l’impero non è più un quadro di convivenza cosmopolita, i suoi millet si nazionalizzano.

Il potere ottomano di Istanbul ha avuto di fronte due strade: difendere la decadente compagine imperiale o turchizzarsi → coi Giovani Turchi ha virato per questa seconda opzione: essi hanno compreso che bisognava salvare i restanti territori e rivendicare i diritti di nazionalità turca.

Anche nella Grecia indipendente non è tutto semplice: per ellenizzare la regione occupata da secoli, andavano scacciati turchi e musulmani. La neonata Bulgaria deve anch’essa “ripulirsi” dei musulmani.

Il dramma maggiore della fine dell’impero ottomano avviene nell’Anatolia: fino al secondo decennio del secolo era una regione pluralista dal punto di vista etnico e religioso, ma durante la prima guerra mondiale avviene una tragica pulizia etnica, il massacro sistematico e la deportazione degli armeni dall’Anatolia al deserto siriano. Per mobilitare la popolazione anatolica contro l’armeno i Giovani Turchi devono trasformare la lotta nazionalista antiarmena in una jihad contro l’infedele cristiano.

La strage degli armeni è l’apogeo di un sistema, utilizzato fra Ottocento e Novecento per purificare i territori dalla complessità etnica e religiosa → gli scambi di popolazione fra Grecia e Turchia distruggono insediamenti ellenici durati millenni, quelli che l’Occidente aveva imparato a conoscere con l’Iliade. La pulizia etnica corrisponde alla legge dell’omogeneità nazionale: la nuova Turchia di Ataturk si vuole turca, laica e musulmana sunnita.

Un tempo Istanbul era lo specchio del carattere internazionale dell’impero, ma con la sconfitta ottomana la città si turchizzò e laicizzò. L’omogeneizzazione di Ataturk, se riesce con i non musulmani, trova forti ostacoli soprattutto con la minoranza curda (Pkk di Ocalan). Lo stesso fantasma della pluralità, sotto altre spoglie, risorge nei Balcani. Omogeneizzare e nazionalizzare è più complicato di quanto non sembri → la pulizia etnica si accompagna a quella culturale: distruggere i luoghi di culto altrui o trasformarli in spazi per la propria fede è un atto di violenza simbolico che accompagna processi di omogeneizzazione forzata.

La pulizia etnica è una soluzione antica, praticata tante volte, e i Balcani sono stati terreno privilegiato di queste esperienze. Fuori dai Balcani, in Medio Oriente, il problema israelo-palestinese, aperto da sessant’anni, resta come il monumento all’impossibilità di vivere assieme → la mancanza di realismo degli arabi e di flessibilità degli israeliani hanno fatto perdere occasioni preziose.

Oggi l’attenzione è focalizzata sull’Iraq: l’Iraq è una creazione forzosa di Winston Churchill dopo la prima guerra mondiale, che mise insieme sciiti, sunniti e curdi. Nacque così la costruzione artificiosa dell’Iraq, che per ottant’anni ha vissuto sotto l’egemonia della minoranza sunnita e che oggi si trova a fare i conti con la volontà degli sciiti e dei curdi di essere protagonisti della vita del paese. Le costruzioni complicate non si risparmiano dunque in Medio Oriente, e anche il Libano ne è un esempio, creato perché i cristiani e musulmani convivessero pacificamente con una supremazia numerica dei primi, oggi si trova a fare i conti con una spinta demografica sbilanciata a favore dalla parte musulmana.

Storie europee

Costruire Stati nazionali era sembrata la soluzione più moderna e sicura, ma non sempre la più facile; bisognava fare compromessi → è la storia del Risorgimento italiano contro l’impero degli Asburgo. Con la sua sconfitta del 1918, i vari popoli presero in mano i loro destini nazionali attraverso la creazione o il rafforzamento di Stati differenti → ad esempio la Polonia, la cui storia è quella di una terra i cui confini sono stati rimodellati e spostati ripetutamente e che solo dopo la fine della seconda guerra mondiale diviene più omogenea.

La cultura del dopoguerra ha rotto con la logica nazionalista: e come non farlo quando le rivendicazioni nazista dei territori tolti alla Germania a Versailles sono state all’origine della seconda guerra mondiale e della Shoah?

Nella storia del nostro continente vi è una delle pagine più assurde di omogeneizzazione nazionale: lo sterminio degli ebrei, come espressione più folle del culto della razza tedesca. Auschwitz resta il monumento ammonitore verso questa coscienza nazionalista e razzista. Da Auschwitz parte la nuova coscienza europea, che mette da parte la logica nazionalista e apprende la lezione amara delle sue perversioni.

Fine delle colonizzazioni e la loro eredità

Bisognerebbe anche indagare sulla fine delle coabitazioni secolari dell’impero russo, che nasce come un’espansione coloniale fondata sull’allargamento delle frontiere. La guerra in Cecenia è un esempio di come le indipendenze nazionali degli Stati ex sovietici non abbiano risolto il problema di un tessuto composito come quello della Federazione russa → in ogni modo ogni territorio ex sovietico è caratterizzato da un tasso di convivenza tra popolazioni diverse.

Rispetto al fenomeno coloniale un caso significativo è l’esodo dall’Algeria di un milione di francesi di nazionalità, ma anche di italiani, spagnoli, maltesi, al momento dell’indipendenza dopo la cruda guerra combattuta tra il 1958 e il 1962 → l’esodo sembrò il prezzo da pagare, perché l’origine di quella comunità era il colonialismo. Nell’età della decolonizzazione i “coloni” non hanno diritti, dopo averne avuti moltissimi in quella della colonizzazione.

La permanenza della comunità europea nei paesi decolonizzati ha rappresentato una grande sfida: era un retaggio del colonialismo ma anche una possibilità per l’economia dei nuovi Stati. La decolonizzazione ha aperto pesanti crisi con le minoranze immigrate → Sudan, Burundi, Ruanda. Gli ex Stati coloniali ereditavano frontiere artificiose, spesso stabilite senza tener conto della realtà etnica.

Dall'India al Sudafrica

L’India, perla del colonialismo britannico, è all’origine della più drammatica storia di divisione del secondo dopoguerra: al momento della lotta per l’indipendenza il nazionalismo di Gandhi, basato sulla convinzione di una tradizione indiana comune ed eterogenea si scontrò col nazionalismo musulmano, alimentato dal timore della prevalenza indù e che aveva ovviamente nell’islam la sua base unificante.

I responsabili britannici, dopo la guerra, non videro come si sarebbero potuti tenere uniti i due nazionalismi indù e musulmano e decisero per la spartizione → il 1947, nascita di India e Pakistan, fra cui resta una tensione permanente. Avvenne in poco tempo un immane trasferimento di popolazione dall’uno all’altro paese, mentre il Kashmir resta regione divisa e contesa.

Il Pakistan si identificò subito come uno Stato su base musulmana, le cui popolazioni non parlavano però la stessa lingua (successivamente si arriverà alla scissione del Bangladesh). L’India, a maggioranza indù, rimase un paese multi religioso, con una forte comunità musulmana, e si fonda su un’antica civiltà di cui mai si è persa la continuità nel suo sviluppo millenario → dal 1947 è comunque uno Stato democratico.

Il Pakistan si è omogeneizzato progressivamente a partire dall’islam (anche se questo non l’ha salvato nel 1971 dalla scissione del Bangladesh). La nascita stessa di questo Stato ha comportato un forte investimento affettivo sull’islam, a differenza di quanto avvenuto in India con l’induismo. Il Pakistan è il primo paese musulmano dotato di armi nucleari, e si tratta oggi si un paese problematico: l’islam pakistano è diviso tra una forte minoranza sciita, ed è terreno fertile per gli estremisti islamici, perciò rappresenta un grande problema per la sicurezza dal terrorismo → dal 2005 sono iniziate delle collaborazioni in questo senso tra Stati Uniti ed India.

La lezione che si trae da questa rassegna di vicende novecentesche è che lo Stato nazionale è l’approdo decisivo per dare sicurezza a una popolazione. Ma non è facile capire cosa voglia dire “nazionale”, o almeno il significato non è identico dappertutto. Lo Stato nazionale è talvolta frutto di pulizia etnica, di assimilazione, di spostamenti della popolazione: percorrere un’altra via sembra impossibile, eppure è quella intrapresa dagli Stati contemporanei, come il Sudafrica di Mandela → si tratta di una delle più grandi transizioni pacifiche del continente.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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