Politica e guerra
La decisione di Mussolini di schierarsi accanto a Hitler si dimostrò fatale per il fascismo italiano. È difficile immaginare se le pressioni interne avrebbero portato alla caduta del regime nel caso in cui egli fosse rimasto estraneo alla guerra. Il duce, comunque, era troppo compromesso dalla "brutale amicizia" con Hitler e troppo bramoso del bottino di guerra per opporsi all'intervento. Un esercito male armato, illuso dalla promessa di una guerra breve e vittoriosa, si ritrovò a combattere una battaglia che, secondo Mussolini, era la lotta delle nazioni povere e popolose contro quelle che detenevano il monopolio di tutte le ricchezze e la terra.
I disastri si susseguirono. Le truppe italiane furono umiliate in Grecia e in Africa e le sorti della guerra volsero lentamente in favore degli Alleati, soprattutto dopo la resa tedesca a Stalingrado e la vittoria degli inglesi a El Alamein.
Il crollo del consenso al fascismo
In patria il consenso al regime, già in declino, si sgretolò in seguito ai bombardamenti Alleati, alla mancanza di cibo, all'impennata dei prezzi. I primi a manifestare il loro malcontento furono gli operai. Il consenso al fascismo diminuiva di giorno in giorno, anche se nessuna classe sociale manifestò il suo scontento in maniera così chiara e massiccia (rispetto agli scioperi operai). Il 10 luglio 43 gli Alleati sbarcarono in Sicilia ma Mussolini non si ritirò dalla guerra.
Fu a questo punto che il re decise che la monarchia e lo stato italiano potevano essere salvati solo recidendo ogni legame col fascismo. Egli sapeva di dover agire per impedire che la dinastia fosse esautorata dagli Alleati e spazzata via dalle pressioni popolari. Fu così che complottò per ottenere le dimissioni del duce, dopo che il Gran Consiglio del Fascismo approvò una mozione critica nei suoi confronti: il 25 luglio, quando Mussolini si recò all'udienza settimanale col re, il sovrano gli chiese le dimissioni e gli disse che aveva già fatto dei passi per sostituirlo con Badoglio. Non appena uscì, Mussolini fu arrestato: 21 anni dopo la marcia su Roma veniva cacciato dallo stesso re che inizialmente lo aveva chiamato al potere.
I 45 giorni
Il periodo confuso e drammatico che seguì la caduta di Mussolini, dal 25 luglio all'8 settembre, è ricordato come "i 45 giorni". Fu allora che il comportamento del re divenne chiaro: il fascismo veniva distrutto da un colpo di stato dall'alto che preservava il predominio e la libertà di azione dei tradizionali gruppi dirigenti della società italiana.
I 45 giorni ebbero inizio con una serie di grandiose manifestazioni popolari che festeggiavano la fine del regime: gli stemmi fascisti furono divelti e le scritte cancellate da muri ed edifici, mentre le sedi fasciste vennero prese d'assalto e bruciate. A queste manifestazioni rispose una repressione brutale. Il re e Badoglio erano determinati a mantenere una dittatura militare, ma al di là di questo non sapevano che fare: da una parte volevano la pace per ovviare ogni possibilità di insurrezione, dall'altra temevano la Germania; il loro intento fu allora quello di temporeggiare.
Il difficile intermezzo dei 45 giorni finì il 3 settembre 43 con la firma dell'armistizio segreto tra Italia e Alleati. Le clausole erano molto dure: l'Italia doveva arrendersi senza condizioni, non veniva accolta tra gli Alleati e le veniva riconosciuto solo l'ambiguo status di cobelligerante. Mentre il re esitava sul da farsi però le truppe tedesche si erano riversate in Italia durante tutto il mese di agosto.
Nonostante la richiesta di più tempo da parte del re e del governo, l'8 settembre Badoglio fu costretto ad annunciare dagli alleati, in un comunicato alla radio, la firma dell'armistizio. Ordinò alle forze armate italiane di cessare l'ostilità contro gli Alleati, ma non impartì ordini precisi. La famiglia reale e Badoglio abbandonarono la capitale e si rifugiarono a Brindisi. Anche se è arduo considerare la fuga a Brindisi come un atto onorevole, essa tuttavia assolse allo scopo di mantenere intatta l'integrità e l'autorità della figura reale, aprendo la strada alla creazione del Regno del Sud.
Mentre il re fuggiva l'esercito si dissolveva. I soldati abbandonarono le caserme cercando di raggiungere le proprie case prima che i tedeschi li bloccassero. Malgrado ciò più di mezzo milione furono fatti prigionieri e deportati.
Nelle principali città non si ebbe una lotta organizzata contro l'occupazione tedesca, ma un certo numero di individui isolati cominciò a prepararsi alla lunga battaglia ritenuta ormai imminente: con l'arrivo dei nazisti e col rifiuto di sottomettersi agli occupanti aveva inizio la prima fase della guerra partigiana.
L'Italia divisa
A metà settembre l'Italia era tagliata in due: a sud di Napoli vi erano gli Alleati e il re (che il 30 ottobre si decise a dichiarare guerra alla Germania), a nord vi erano i tedeschi (i quali erano riusciti a liberare Mussolini, che posero alla guida di una repubblica fantoccio con capitale Salò, dove il duce aveva più possibilità di sopravvivere che non nelle grandi città operaie. Erano i tedeschi a dare gli ordini, e tra i primi decreti vi fu quello per l'arresto e la deportazione nei campi di concentramento degli ebrei italiani.
L'antifascismo secondo Quazza
Lo storico Quazza ha ripartito l'antifascismo in tre categorie:
- L'antifascismo nazionale di coloro che si erano sempre opposti a Mussolini (dominato dai comunisti). I comunisti erano il Partito politico che più aveva sofferto sotto il fascismo e che aveva resistito di più. Molti dei suoi dirigenti (Gramsci, Terracini, Pajetta) erano stati condannati a lunghe pene detentive dal Tribunale speciale fascista. Nei primi giorni della Resistenza le formazioni comuniste, le brigate Garibaldi, comprendevano oltre il 70% dei partigiani. Secondo per forza numerica erano le brigate “Giustizia e Libertà” del Partito d'Azione. Questa organizzazione, fondata nel 42, riuniva gruppi d’antifascisti radicali e democratici, compreso quel “Giustizia e Libertà” fondato nel 29. Il PdA era composto inizialmente da personalità dei ceti professionali, molti dei quali, come La Malfa e Parri, sarebbero divenute figure di primo piano nel dopoguerra. I socialisti (Psiup), sotto la direzione di Nenni, erano caratterizzati da un elevato livello di dibattito teorico ma di una stentata partecipazione attiva ai primi passi della Resistenza. Gli altri due principali partiti antifascisti (Partito liberale e DC) diedero un contributo quasi irrilevante nei primi mesi della Resistenza. Questi partiti, il 9 settembre, formarono a Roma il Comitato di liberazione nazionale (Cln) e durante l'autunno vennero creati comitati clandestini in tutte le regioni occupate dai tedeschi. Nel 44 il Cln di Roma attribuì al comitato di Milano poteri straordinari di governo per il nord: da questo momento il comitato milanese, che divenne l'organo supremo della Resistenza, assunse il nome di Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai).
- La base di massa che derivava la sua forza dalla spontanea reazione di molti giovani (la Resistenza spontanea). Alcuni partigiani furono consapevoli dell'importanza storica della loro scelta; altri, giovanissimi, volevano sfuggire alla chiamata alle armi della repubblica di Salò. Molti inoltre erano prigionieri di guerra fuggiti e anche operai.
- L'antifascismo trasformista degli ex fascisti
La società italiana nei primi anni 40
La penisola era diventata teatro di guerra, sia tra le truppe d'invasione che tra gli stessi italiani. Mentre l'autorità di stato si dissolveva, due eserciti di occupazione e tre governi italiani (la repubblica di Mussolini, il Clnai, il Regno del Sud) chiedevano agli italiani obbedienza e fedeltà. In questa situazione tutti i cittadini erano portati ad affrontare delle scelte sul piano morale e politico, dai cui poteva dipendere la loro vita e quella dei propri familiari.
Capitale e lavoro nel Nord, 43-44
In un paese in cui il 40% della popolazione attiva era impegnata nel settore agricolo, il cuore dell'Italia industriale era circoscritto al triangolo Torino-Milano-Genova. Si parla del caso torinese.
Il peso della classe operaia a Torino era evidente, così come lo era il peso economico della Fiat. Nei quartieri operai alla periferia della città, tra gli anni 10 e 20, si era sviluppato un rapporto di solidarietà basato su una rete di scambi e favori, ma anche da una cultura politica comune: il socialismo. Un senso della comunità così intenso poteva anche risultare soffocante, soprattutto per la generazione più giovani, che finì spesso per vedere negli ideali socialisti dei genitori più delle costrizioni che non degli strumenti di emancipazione.
Il fascismo, dunque, non fu pura e semplice oppressione; per la generazione giovane esso rappresentò anche una specie di liberazione, la mobilità sociale e geografica accrebbe, furono introdotte nuove forme di divertimento (cinema, calcio, treni popolari). La città si espandeva. Il nuovo quartiere operaio sovrastato dalla fabbrica Fiat venne popolato da famiglie di più recente immigrazione. Qui non era mai esistita la subcultura socialista, vi erano pochi luoghi di svago e incontro e le famiglie si chiusero in se stesse.
Le città del triangolo industriale patirono molto duramente gli anni di guerra. Donne e bambini furono evacuati in massa verso le zone di campagna vicine alle città. Gli uomini rimasero in città, e i turni di 11 ore e mezza rendevano difficile il riposo o il tempo dedicato alla famiglia.
L'occupazione accentuò notevolmente il clima repressivo e terroristico. Da una parte gli operai sospettati di organizzare la resistenza furono arrestati e deportati, ma dall'altra i tedeschi avevano un grande bisogno della produzione industriale italiana per sostenere la loro guerra, quindi si videro costretti a fare concessioni alla classe operaia che non era disposta a farsi terrorizzare fino al silenzio.
Tuttavia la ferocia delle rappresaglie tedesche incoraggiò diversi settori del movimento operaio e più di un Partito antifascista a pronunciarsi in favore di una politica di Resistenza limitata nell'attesa della liberazione alleata (=attendismo), politica che aveva le sue radici nell'intenzione umanitaria di limitare al minimo lo spargimento di sangue, ma fu combattuta dalla maggioranza del movimento di liberazione e in particolare dai comunisti.
I drammatici eventi del 43-44 (occupazione, bombardamenti, scioperi, Resistenza) dettero vita a un nuovo periodo di azione collettiva. Questo era un aspetto di ciò che stava accadendo, ma ce n'era anche un altro, più terribile: quello della guerra civile. Le famiglie operaie si divisero sulla scelta tra fascismo e antifascismo: si saldarono vecchi conti e si mise mano a vendette, sia durante che dopo la guerra.
Nel marzo 44, un anno dopo la prima grande serie di scioperi, una nuova ondata di protesta, ancora più impressionante, dilagò per tutta l'Italia occupata. Questa volta le parole d'ordine negli scioperanti erano più politiche: chiedevano la pace immediata e la fine della produzione di guerra per la Germania. Proprio perché le richieste erano più politiche che economiche, molti operai sostennero di aver rischiato molto ma di non aver guadagnato nulla.
Per quanto riguarda gli altri strati sociali, la piccola e la media borghesia continuarono ad appoggiare Mussolini, mentre gli industriali, man mano che divenne più chiaro che le potenze dell'Asse sarebbero state sconfitte, cominciarono a praticare un intricato doppio gioco: non volevano inimicarsi i tedeschi ed erano preoccupati per la vendetta del movimento operaio riguardante il loro collaborazionismo. Un esempio di tale comportamento furono i dirigenti della Fiat: pubblicizzarono la produzione italiana agli USA, chiesero agli Alleati quale sarebbe stato un livello accettabile di produzione per i tedeschi ma non fecero nulla per salvare i militanti antifascisti.
I mezzadri nell'Italia centrale
Nelle regioni centrali della Toscana, dell'Umbria e della Marche la maggior parte dei contadini era formata da mezzadri (mezzadria = sistema in cui il proprietario metteva il podere e la famiglia contadina il lavoro, mentre spese e raccolto venivano divisi tra i due; era fondata su un rapporto di profonda soggezione ma anche di tutela e protezione). Il regime fascista fece assai poco per ricomporre le incrinature che avevano cominciato a manifestarsi nel sistema mezzadrile. L'indebitamento dei coloni continuò a crescere. L'impegno formale del fascismo a favore dei diritti mezzadri, che si concretò nella carta mezzadrile del 35, fu accompagnato da una serie di misure che aggravarono il loro destino. La "battaglia del grano" (iniziativa politica e economica lanciata nel 25 per estendere le aree coltivate e incrementare la produzione cerealicola) interferì con la libertà dei contadini di diversificare i raccolti in basi ai bisogni delle famiglie, e la consegna forzata del frumento e di altri prodotti agli ammassi (centri di raccolta statali) li irritò profondamente.
Contadini in cerca di lavoro riempirono le città. Dopo l'8 settembre il flusso invertì la direzione: il mondo dei mezzadri fu improvvisamente popolato da migliaia di ex soldati, prigionieri di guerra evasi, renitenti ed ebrei. Man mano che l'autorità del governo si indeboliva nelle campagne, i coloni trovarono più semplice evitare di consegnare il grano agli ammassi e ricorrere invece al mercato nero. La maggior parte delle famiglie mezzadrili prese la decisione di aiutare chi in fuga per una serie di motivi: ritenevano prossimo l'arrivo degli Alleati ed era quindi ragionevole prestare aiuto alla parte vincente, non disprezzavano due braccia in più per il lavoro nei campi, l'avversione per il regime che aveva trasformato il paese in un campo di battaglia e il desiderio di fare del bene e di vivere da cristiani.
Ai primi del 44 si sparse la voce di nuove richieste di forza lavoro contadina da parte tedesca. In breve tempo si ebbero le prime manifestazioni contadine, protette dai partigiani.
Il sud agricolo
Nel 36 il 60% della popolazione attiva lavorava ancora la terra. Lo studioso Rossi-Doria ha diviso il Sud agricolo in due tipologie fondamentali: il fertile Sud "alberato" (1/10 del Mezzogiorno, caratterizzato dall'agricoltura intensiva basata su vigne e alberi da frutto) e il Sud "nudo" (9/10, terra di pascolo e coltura estensiva di cereali).
Il sud "nudo" in particolare era il dominio incontrastato del latifondo. Il contadino era un uomo alla ricerca permanente di terra e di lavoro; poteva guadagnare abbastanza per sé e per la sua famiglia in tre modi: coltivando la propria terra (in genere molto piccola), affittando annualmente strisce di terra (spesso distanti l'una dall'altra) da diversi proprietari, lavorando come bracciante stagionale nelle grandi proprietà. La terra nelle zone di latifondo era di qualità scadente, la maggior parte dei proprietari si era costantemente disinteressata delle proprietà e queste si erano degradate di anno in anno, e inoltre le tecniche agricole erano estremamente primitive. Alla fine del fascismo il livello di vita dei contadini di queste zone era disperatamente basso, tutto il bilancio familiare se ne andava per il cibo.
I contadini cercavano una via di fuga e di rivalsa contro questa durissima realtà non solo nella venerazione di santi locali, ma in una religiosità pagana largamente diffusa (ex tarantismo, "festival dei poveri" = pellegrinaggi in cui si chiede la liberazione dal male e dall'insicurezza della miseria attraverso rituali magico-religiosi non riconosciuti dalla Chiesa). A fianco di questi atteggiamenti esisteva anche all'interno del mondo contadino meridionale una lunga tradizione fatta di gesti e momenti di solidarietà, fatti emergere da alcune strutture: il paese era la più importante, con la sua concentrazione di tante famiglie in condizioni simili, i suoi vincoli di parentela e comparaggio. Vi sono stati momenti nella storia agraria del sud in cui cittadine intere si sono ribellate e l'azione collettiva si è propagata per intere regioni (ex Fasci siciliani del 1893-94).
Non era comunque la solidarietà il modello di comportamento dominante. Se il paese univa i contadini, il lavoro li divideva: essi erano in competizione tra loro per ottenere le migliori fasce di terra sul latifondo e per le scarse risorse disponibili. Si può comprendere il prevalere di questi atteggiamenti solo nel contesto di una società dominata dalla diffidenza, dove il peso del passato, combinato ai fallimenti dell'autorità statale dopo il 1860 e alle disastrose relazioni tra contadini e padroni, aveva ridotto al minimo la fiducia nelle pubbliche istituzioni. È importante ricordare in questo contesto anche la presenza della mafia, la quale è principalmente un'agenzia che offre garanzie o più generalmente protezione in un contesto, sia urbano che rurale, caratterizzato dalla sfiducia generalizzata. I servizi proposti sono la difesa, per mezzo della violenza, di ogni tipo di monopolio: nella Sicilia rurale il monopolio da salvaguardare era la terra. Qui, i gabellotti (fittavoli) si erano man mano impossessati della terra di proprietari assenteisti, e i primi mafiosi furono coloro che offrirono protezione armata contro qualsiasi minaccia al potere dei gabellotti.
La mafia era anche uno strumento di mobilità sociale, prosperò nelle aree agricole caratterizzate da un'operosa classe media: diventare mafioso era un modo di acquisire status, potere e ricchezza. In assenza di una effettiva autorità di stato era necessario per tutte le classi della società avere una qualche protezione. Durante il ventennio fascista le masse rurali del Mezzogiorno, allo stesso modo di quelle del resto d'Italia, pativano per una tassazione eccessiva, per la caduta dei prezzi agricoli, per il sistema degli ammassi e per la "battaglia del grano".
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