Stati Uniti contemporanei
Gli esiti della guerra civile
La guerra civile (1861-1865) fu di straordinaria importanza perché la vittoria dell’Unione fissò l’indivisibilità della nazione. Dal punto di vista politico venne rafforzata la supremazia degli stati settentrionali, che undici stati schiavisti avevano messo in discussione, poi respinto (con la secessione e la costruzione degli Stati Confederati d’America, feb. 1861). La guerra portò anche alla fine della schiavitù; tuttavia, la liberazione di quasi 4 milioni di schiavi non portò alla fine della piantagione. Dal punto di vista economico, l’espansione delle strutture produttive che la guerra aveva introdotto ora contribuiva a rafforzare gli indirizzi industriali della parte settentrionale del paese grazie ai livelli di meccanizzazione che erano stati sollecitati dallo sforzo bellico. Non veniva invece alterata la destinazione agricola dell’economia meridionale: il profondo Sud avrebbe conservato anche nella nuova costituzione il proprio ruolo di grande produttore del cotone.
L’emancipazione degli schiavi (che era stato il pretesto per lo scoppio della guerra) aveva trovato opposizione non solo al sud, ma anche al nord: il fatto che da oltre mezzo secolo non vi fosse più schiavitù al Nord non significava l’inesistenza del pregiudizio razzista tra i bianchi di ogni strato sociale. I lavoratori liberi afroamericani non erano visti con simpatia, sia perché possibili concorrenti, sia perché considerati inferiori.
In seguito all’agitazione dei neri e degli abolizionisti e ai sabotaggi degli schiavi che abbandonavano le piantagioni e il Sud per ripararsi presso le forze nordiste, convinsero Lincoln a proclamare ufficialmente l’emancipazione degli schiavi il 1 gennaio 1863 e ad ammettere gli afroamericani nelle forze armate. In realtà, aboliva la schiavitù solo in quella parte del paese che si era ribellata e su cui, di fatto, gli Stati Uniti non erano in grado di imporre la loro volontà.
Proprio nel 1863 la progressiva penetrazione nel territorio confederato offrì ai soldati unionisti la possibilità di vedere con i loro occhi la realtà della schiavitù, convincendone molti a combattere anche per la fine di quel sistema sociale così iniquo. Se tra i combattenti potevano crescere sentimenti di quel tipo, non era però quello l’atteggiamento diffuso nei confronti della guerra che si era sviluppato tra la gente comune delle città del Nord: la prevenzione contro gli afroamericani veniva fomentata e cresceva. Le difficoltà dei primi due anni di guerra avevano riaperto un’aspra dialettica politica.
Nel marzo 1863, una nuova legge sulla circoscrizione dava a chi era estratto (il sistema funzionava come una lotteria, non c’era leva generale) la possibilità di non arruolarsi, pagandosi un sostituto o versando 300 dollari al governo – una somma enorme, che costituiva più del salario annuo di molti lavoratori. La rabbia popolare esplose in rivolta nelle città del Nord. A New York, per tre giorni gruppi di disoccupati e lavoratori attaccarono fabbriche, cantieri navali e linee ferroviarie, chiese protestanti e afroamericani liberi. Furono quest’ultimi le vittime più numerose delle cosiddette “rivolte della leva”: i più deboli, “quelli per cui si faceva la guerra”, divennero vittime di un risentimento in cui l’odio contro chi poteva pagarsi l’esenzione, contro il governo e il Partito repubblicano e l’ostilità religiosa (molti dei rivoltosi erano irlandesi cattolici) si mescolavano con il pregiudizio razziale.
Nel 1865 quasi un milione di ex schiavi aveva lasciato le piantagioni e cercato riparo presso le truppe unioniste, lavorando poi per l’esercito. Il coraggio dei combattenti neri permise loro di avere il rispetto dei commilitoni bianchi; ma soprattutto diede ai neri stessi il senso di battere per la propria liberazione.
La guerra trasforma il Nord
Anche se alla vigilia della guerra civile gli Stati Uniti erano già la seconda potenza industriale mondiale, il paese rimaneva ancora in prevalenza agricolo. Se si eccettua l’industria tessile, l’unica grande industria insieme a pochi impianti siderurgici era nell’agricoltura cerealicola delle grandi pianure del Midwest. Durante la guerra la produzione di cereali del Midwest venne incrementata per sopperire sia alle necessità alimentari, sia al bisogno di esportare merci che aveva l’Unione. Subirono un incremento anche gli allevamenti di suini e bovini (si produceva carne in scatole) e l’industria dell’abbigliamento, chiamata a produrre migliaia di uniformi impiegando su vasta scala la macchina per cucire realizzata da Isaac Singer e il taglio a macchina delle pezze, vennero accelerati enormemente i processi esecutivi e venne anche introdotto il sistema delle “taglie”.
Le esigenze della guerra diedero dunque forma a una delle più tipiche industrie statunitensi: nel 1880 quasi la metà degli abiti erano comprati già fatti e alla fine del secolo solo i ricchi si facevano fare vestiti su misura. Un processo analogo investì anche l’industria calzaturiera. Fino alla metà del secolo, nelle poche scarpe che si compravano fatte, non c’era differenza fra destra e sinistra. Dopo la guerra, la maggior parte della popolazione trovava già del tutto naturale comprare scarpe preconfezionate.
Dalla necessità di produrre armi e munizioni, anche l’industria siderurgica e meccanica ricevette quella spinta che, prima della guerra, era venuta solo in parte dalle ferrovie e dalla domanda di macchine agricole. Vennero sperimentate tecniche che, a partire dal dopoguerra, avrebbero progressivamente sempre più caratterizzato l’industria statunitense in confronto a quella britannica ed europee.
Il dopoguerra e la "ricostruzione"
Con la vittoria dell’Unione, il capitalismo industriale poté estendere la propria egemonia su tutto il paese. L’industrializzazione negli USA era iniziata in ritardo rispetto alla Gran Bretagna, ma il suo procedere era stato molto rapido, grazie anche all’accelerazione produttiva durante la guerra civile. Il paese comunque poteva essere diviso in:
- Nord, industrializzato fascia del paese che andava da Chicago alle città della costa atlantica (da Boston a Providence, New York e Filadelfia).
- Sud, agrario anche dopo la guerra, nonostante la diffusione dell’industrializzazione e del capitalismo, il destino agrario del sud venne riconfermato, doveva rimanere legato alla piantagione e soprattutto al cotone.
- Midwest agricolo, era sempre più in crescita in quanto produttore di derrate alimentari.
- Ovest doveva aprirsi definitivamente alla colonizzazione, grazie all’eliminazione delle ultime resistenze dei nativi e all’occupazione delle loro terre.
Ma nelle diverse società regionali si presentarono contraddizioni e antagonismi inerenti a ciascuna prospettiva di sviluppo: i lavoratori industriali del Nord contestavano l’ordine capitalistico; gli afroamericani del Sud rivendicarono un ruolo attivo nella società e nella politica meridionale per cancellare in fretta il retaggio della schiavitù; a Ovest i nativi opponevano le ultime, orgogliose resistenze all’esproprio e al massacro.
Nascevano nuovi problemi: in 20 anni il numero di cittadini lavoratori aumentò e ciò sconvolse la società; problema della collocazione fisica e sociale degli smobilitati, della destinazione degli ex schiavi e della nuova manodopera la cui immigrazione era stata incoraggiata a guerra ancora in corso. Chi avrebbe lavorato nelle fabbriche delle città settentrionali? Chi lo avrebbe fatto nelle piantagioni meridionali ora che la schiavitù era stata abolita? Quanti sarebbero andati a popolare le terre agricole del Midwest e dell’Ovest?
L'articolazione della società
La Homestead Act del 1862 (si garantiva al colono il titolo di proprietà su 160 acri di terreno al prezzo di 1,25 dollari all’acro) non ebbe gli effetti sperati. Pochi furono i lavoratori in grado di comprarsi i loro 160 acri di terra. Il capitale necessario si rivelò fuori dalla portata di quasi tutti coloro per i quali il provvedimento era stato pensato. Inoltre, una parte di quelli che fecero il tentativo fu costretta a cedere il suo titolo di proprietà dopo i primi accumuli di debiti e ipoteche. Quindi la legge finì per affidare, nel giro di pochi anni, la proprietà di aree sempre più ampie agli speculatori e a quelle stesse società ferroviarie che avevano già ricevuto dai diversi governi grandi estensioni di terre in cambio dello sviluppo dei collegamenti ferroviari attraverso il paese, necessari per la creazione di un mercato nazionale. Non venne incrementata la crescita della popolazione rurale, al contrario: per ogni lavoratore industriale che divenne agricoltore, furono probabilmente una ventina i ragazzi di campagna che si trasferirono e cercarono lavoro in città.
Le popolazioni urbane furono incrementate nel dopoguerra anche grazie alla ripresa dell’immigrazione, incentivata dalla legge sul lavoro a contratto (1864, venne soppressa nel 1968 grazie anche alle proteste della National Labor Union) che permetteva l’“importazione” di lavoratori che si impegnassero per contratto a ripagare con un anno di lavoro il costo della traversata oceanica. Esiste una correlazione diretta tra la crescita delle città, la crescita industriale e la crescita dell’immigrazione essendo gran parte degli immigrati in età lavorativa, il loro arrivo cominciò a contribuire a quell’aumento accelerato dei lavoratori salariati.
Gli immigrati e i loro figli costituivano la stragrande maggioranza della classe operaia. I lavoratori americani erano saliti sia nelle gerarchie di fabbrica, sia nella scala sociale. Spesso gli operai di mestiere diventarono imprenditori loro stessi.
La particolare composizione etnica e razziale della classe operaia che si definì nei cinquant’anni seguiti alla guerra civile, non ebbe riscontro in nessun altro paese. Non si trattò semplicemente di incremento demografico, crescita della manodopera disponibile e abbassamento del costo del lavoro. Seguirono anche attriti sociali tra gruppi etnici diversi, esclusioni dalle organizzazioni operaie e politiche, gli immigrati più recenti e afroamericani vennero messi al fondo della piramide sociale. Si definirono cioè quei caratteri sociali fondamentali che la società statunitense avrebbe conservato poi per gran parte del '900.
La terribile carestia in Irlanda del 1845-49 provocò un milione e mezzo di morti e spinse a emigrare chi sopravviveva alla fame e alle malattie. Molti cercarono rifugio e lavoro in GB e Canada, altri in Australia e oltre un milione e mezzo negli USA. Negli anni tra il 1847 e 1854 gli irlandesi costituivano, da soli, quasi la metà di tutti gli immigranti negli Stati Uniti. Pur essendo stati lavoratori agricoli, essi si stabilirono nelle occupazioni più umili, spesso disprezzati per la loro povertà e ignoranza per il loro cattolicesimo oppure occupavano i livelli più bassi delle burocrazie amministrative locali.
I tedeschi (25% degli immigrati) erano protestanti, cattolici ed ebrei e si insediarono sia nelle maggiori città, sia nelle campagne, soprattutto nelle aree settentrionali del Midwest. Non erano contadini ridotti allo stremo come gli irlandesi, ma provenivano da aree sociali diversificate, economicamente e culturalmente. Tra di loro vi era un numero relativamente piccolo, ma attivo di ex militanti socialisti. Questi, insieme ai britannici, costituirono in molte città i nuclei principali dei movimenti di riforma sociali.
Le organizzazioni operaie e la conflittualità sociale
I gruppi di operai di mestiere (operai skilled) erano espressione di una popolazione lavoratrice ancora fortemente coesa culturalmente ed etnicamente. La grande fabbrica e le macchine non avevano ancora ridimensionato significativamente l’importanza della vecchia figura dell’operaio di mestiere nel processo produttivo. Furono gli operai di mestiere, maschi e bianchi, a costituire le “Leghe per le otto ore”. L’esempio per tutto il Nordest fu quello della “Lega per le otto ore del Massachusetts”. Nel 1866 le centrali sindacali cittadine organizzarono una struttura politico-sindacale nazionale, la National Labor Union, nata a Baltimora, Maryland. Obiettivi: liberazione dalla schiavitù capitalistica, dunque avere una giornata lavorativa di 8 ore (queste richieste erano in sintonia con quelle dei lavoratori europei), conquistata nel 1867-68, approvata in sei stati e a partire dal 1872 le otto ore diventarono norma per i dipendenti pubblici. La NLU escluse i lavoratori neri e le donne operaie.
L’entrata degli ex schiavi nel mercato del lavoro salariato costrinse gli operai neri a formare la loro Negro National Labor Union, che si basava sui principi della NLU bianca. Analogamente vennero allontanate dalla possibilità di accedere a questa unione le donne, alcune delle quali rivendicavano il puro e semplice diritto all’organizzazione in quanto operaie, mentre altre sommavano a quella anche la rivendicazione di una più generale parità. In ogni caso, la terribile depressione economica iniziata nel 1873 ridusse drasticamente l’occupazione e spazzò via le organizzazioni operaie.
La società dominata dall’industria si divideva drasticamente al proprio interno. Fece la sua comparsa stabile nella società statunitense la figura del vagabondo (tramp) ex operaio urbano, emarginato e spinto a spostarsi da un luogo all’altro cercando la sopravvivenza con lavori occasionali o saltuari nelle campagne. Dopo quattro anni di depressione, nel 1877, vi erano oltre un milione di disoccupati. L’emergere drammatico del “problema del lavoro”, la formazione di classi fortemente antagonistiche, la perdita di dignità del lavoro e l’emarginazione sociale dei lavoratori costituivano la crisi del repubblicanesimo statunitense. Nel 1877 i lavoratori delle ferrovie diedero vita al grande sciopero che investì gran parte delle linee della costa atlantica a St. Louis e Chicago.
Questi disordini/rivolte portarono alla costruzione di caserme fortificate nel cuore delle maggiori città e alla riorganizzazione della Guardia nazionale, mezzo con cui “far osservare le leggi dello stato, mantenere l’ordine sociale e offrire protezione dall’improvvisa violenza della fazione popolare”. Parallelamente, gli imprenditori facevano ricorso a forze di polizia private per impedire ai lavoratori di scioperare o proteggersi dagli scioperanti. Agli occhi delle classi dominanti, i lavoratori erano diventati dangerous classes. D’allora in poi la risposta capitalistica alle rivendicazioni dei lavoratori sarebbe stata quasi sempre dura.
Al pregiudizio etnico e razziale che aveva sempre attraversato sia la società che le stesse organizzazioni operaie, si aggiunse la discriminante di classe e ideologica: sotto l’etichetta di un-American (con valore di antiamericano) vennero fuse l’appartenenza etnica, di classe e politico-ideologica.
La ricostruzione e la redenzione
Due anni dopo l’inizio della Ricostruzione radicale, iniziava anche quella controtendenza che venne poi definita la “Redenzione” del sud: a partire dal 1969 i governi statali cominciarono a tornare ad uno a uno nelle mani dei democratici; i neri e riformatori venivano progressivamente emarginati. La Redenzione si attuò e concluse in tutto il Sud entro il 1877.
Nel 1868 era stato eletto alla presidenza il generale Ulysses Grant, uno dei comandanti degli eserciti unionisti nella guerra civile. Grant, repubblicano, non era un sostenitore dell’iniziativa radicale nel Sud. Alle rivendicazioni dei lavoratori neri del Sud tornava a essere giusto che rispondessero quei dirigenti che, in fondo, avevano dimostrato di saper controllare milioni di schiavi.
Non potendo restituire legalmente i Black Codes, i bianchi sudisti diedero vita a organizzazioni segrete anti-nere. La più famosa fu il Ku Klux Klan, nato nel 1866 con l’intento di intimidire e uccidere quegli afroamericani che si erano messi in luce nella vita politica locale e di terrorizzare le masse nere, allontanandole dalla partecipazione politica, dal voto e da ogni forma possibile di protagonismo sociale. La diffusione del Ku Klux Klan fu istantanea in tutto il sud e servì da modello per la nascita di altre organizzazioni analoghe. I repubblicani reagirono alla diffusione del terrore spingendo il Congresso a perseguire i Klansmen, comminando pene severe a chiunque usasse il terrorismo per fini politici e persino istituendo la legge marziale in alcuni stati.
La recessione economica del 1873-77 investì in modo grave anche il Sud, provocando drastiche cadute dei prezzi del cotone, del tabacco, dello zucchero, del riso. I piccoli agricoltori, commercianti e artigiani, precipitarono nei debiti o nella bancarotta. La lenta crescita dei piccoli agricoltori neri fu bruscamente interrotta.
Ora, nell’attacco politico sferrato contro i neri, i democratici meridionali venivano a trovarsi in sintonia con una fetta consistente di quei repubblicani moderati che, al Nord, si erano sempre più avvicinati agli imprenditori: entrambi guardavano alle classi lavoratrici come al nemico da ridurre all’impotenza. Questa coincidenza ideologica non poteva che tradursi in collaborazione politica. Nel 1875-76 aumentò nuovamente la violenza privata e istituzionale, tanto che lo stesso Grant dovette decidere di inviare truppe a presidiare i centri del potere politico in Louisiana e South Carolina. Ma nell’aprile 1877 il neopresidente Hayes ritirò quelle truppe, restituendo ai democratici il governo di entrambi gli stati. In quasi tutti gli stati meridionali vennero reintrodotti i vecchi Black Codes. Scuole, università e ospedali pubblici furono chiusi in tutto il sud.
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