1.La terrestrizzazione delle forme acquatiche
L’anatomia comparata andava rivelando sorprendenti analogie strutturali fra gli organismi viventi. Fra i
primi a interpretarne i dati in modo apparentemente evoluzionistico fu Benoit de Maillet, un letterato
francese che espose la sua particolare interpretazione in un’opera scritta in forma di dialogo pubblicata
nel 1748: il Telliamed, opera laica e protoilluministica, rivolta
- contro tutti i preconcetti che hanno messo in condizione di non saper distinguere tra Filosofia e
Religione;
- contro la Bibbia in quanto viene negato qualsiasi tipo di creazione mentre viene affermata
l’eternità di tutto (la materia è sempre esistita);
- contro il mito del diluvio universale, citando Agostino che aveva convenuto che era strano che un
evento tanto considerevole fosse rimasto sconosciuto agli storici greci e latini, e citando in
particolare il fatto che non è possibile concepire da dove sarebbe venuto in 40 giorni il prodigioso
volume d’acqua e neanche dove questo si sia ritirato in un così breve lasso di tempo.
Ma vie è soprattutto un argomento particolarmente forte contro l’ipotesi del diluvio universale:
ovunque troviamo conchiglie fossili ed è impossibile che le acque di un diluvio che durò così
poco abbiano potuto inserire conchiglie all’interno di montagne già solidificate.
Maillet suppone allora che i tempi della Terra siano molto più lunghi di quelli comunemente supposti,
contestando così la stima di circa 6000 anni proposta all’epoca di John Ray (stima effettuata dai teologi
sulla base della cronologia biblica) e contestando anche il fatto che dal primo giorno della Creazione le
specie vegetali e animali fossero rimaste inalterate.
Per Maillet i tempi della Terra sono dell’ordine di parecchie migliaia di secoli e questi tempi così lunghi
potrebbero aver consentito alle forme viventi di subire importanti modificazioni. Un tempo la Terra era
totalmente coperta d’acqua che si è poi lentamente ritirata.
La visione di Maillet è fondata dunque sui dati dell’anatomia comparata: il letterato non nega che intere
specie possano essere andate completamente perdute. Egli sostiene che la Terra può perdere i suoi
abitanti sia per il totale esaurimento delle acque sia per l’avvampare dei vulcani o per un affievolimento
della luce solare e coerentemente attribuisce particolare rilievo alla prima di queste cause: le specie
fossili che ci sono sconosciute possono essere perite soprattutto per il disseccamento delle acque in cui
si trovavano. Ha però una nuova rivoluzionaria immagine del fossile che gli consente di ipotizzare che
esse si siano piuttosto modificate fornendo così un importante testimonianza sulla storia della vita sulla
Terra.
Maillet suppone che nell’oceano primitivo ci fossero dei “semi” che, quando i fondali furono
sufficientemente vicini alla superficie dell’acqua affinché i raggi del sole li rendessero fecondi, si
aggregarono originando le prime forme viventi. Dunque Maillet sostiene che le forme terrestri e aeree
potrebbero essere derivate da quelle acquatiche.
Per quanto riguarda l’origine dei vegetali, Maillet sostiene che emersa una qualsiasi porzione di terra, e
erbe, le radici e gli albero che il mare nutriva nelle sue acque ricevettero nuove sostanze che fecero loro
perdere amarezza e asprezza e da marine che erano si terrestrizzarono.
Per quanto riguarda poi l’origine degli animali terrestri Maillet nota che non c’è camminatore, volatile e
rettile di cui il mare non racchiuda specie somiglianti. Per convincersi che gli uni e gli altri siano passati
dallo stato marino a quello terrestre, basta esaminare la loro forma e compararla.
Perciò il letterato invita a immaginare una secca improvvisa che abbia lasciato i pesci esposti all’aria e al
calore solare. Le pinne si sarebbero dapprima fessate e poi curvate, mentre i singoli calmi si
allungavano. Sulla loro pelle avrebbe attecchito una peluria sempre più folta e le piccole alette ventrali si
sarebbero presto trasformate in zampe.
Il futuro secondo Maillet ci riserva un ulteriore incremento della diversità biologica per tre ragioni:
- perché non tutti i “semi” si sono già manifestati;
- perché non tutte le specie acquatiche si sono già metamorfosate in specie terrestri o aeree;
- perché le specie che si sono estinte potrebbero ricomparire.
Per quanto riguarda la questione più delicata in assoluto, quella sull’origine dell’uomo, Maillet sostiene
che la Terra è stata abitata dagli uomini circa 500000 anni fa e forse ancora prima e afferma che come le
specie animali e vegetali anche la nostra è derivata da una specie acquatica. Lo testimonierebbero
direttamente gli innumerevoli avvistamenti di uomini marini e indirettamente gli effetti benefici che le
acque ancora esercitano sulla nostra specie.
Dunque l’affermazione che il Telliamed fosse semplicemente una fantasia di carattere antireligioso e
anti-biblico è riduttiva. È vero che si tratta dell’opera di un letterato presentata come puro divertissement
ma è altrettanto vero che tratta ipotesi scientifiche affrontate da autorevoli ricercatori.
L’abate Le Mascrier aveva voluto curare la seconda edizione dell’opera e si era arrampicato sugli
specchi nel tentativo di dimostrare l’ortodossia del letterato francese, presentandolo come filosofo ardito
che si prendeva molte libertà ma certamente un uomo per bene.
Non possono comunque essere taciuti i gravi limiti della ipotesi della terrestrizzazione in quanto Maillet
sosteneva che le specie originarie fossero provenute da germi diffusi nell’universo, i quali non si erano
formati a un determinato stadio dell’evoluzione della materia ma esistevano da sempre. Non accennava
alla possibilità che le specie marine variassero nel loro elemento naturale, rinviava non solo a costrizioni
ambientali e a cambiamenti comportamentali ma anche a fattori quali i timori esistenziali
2. La catena dell’essere e la redenzione della specie
Tra il Seicento e il Settecento nasce un’altra idea particolarmente interessante: quella di scala naturae,
in virtù della quale sarebbe possibile distribuire tutte le specie in una serie continua e lineare, dalla più
semplice alla più complessa. Tale idea affondava le radici nell’antichità classica e venne riproposta in
epoca moderna da G.W. Leibniz e si impose nella comunità dei naturalisti grazie ai lavori di C. Bonnet: il
naturalista ginevrino fu il primo a presentare quest’immagine come scala degli essere naturali o catena
universale. Alla sua estremità inferiore troviamo le materie sottili e i quattro elementi chimici (fuoco, aria,
acqua, terra), a quella superiore l’uomo. Fra i corpi intermedi figurano in ordine di complessità crescente,
l’ardesia, l’amianto, i litofiti (in particolare i coralli), le muffe, i funghi, i licheni, gli zoofiti (in particolare la
sensitiva e alcuni polpi), la tenia, le conchiglie, le lumache, le anguille, i pesci volanti, gli uccelli anfibi e
acquatici, lo struzzo, il pipistrello, lo scoiattolo volante, le scimmie inferiori e l’orang-utan.
Fra questi corpi intermedi, un’importante funzione era svolta da:
- Litofiti, erano i presunti anelli di congiunzione fra il regno minerale e quello vegetale.
- Zoofiti, erano la specie intermedia tra il regno vegetale e quello animale.
L’Orang-utan, si trattava in realtà dello scimpanzé di cui Edward Tyson aveva stabilito nel 1669
la natura intermedia fra uomo e scimmie inferiori poiché esso disponeva di molti caratteri in
comune.
La grande catena dell’essere nel Settecento conosce la sua massima diffusione. Bonnet se ne serve
non solo per sottolineare il continuum della natura ma anche per prolungare, da buon cristiano, la scala
fisica in scala metafisica. Non è l’uomo l’ultimo anella della catena, questa si distende fino a passare per
gli angeli, arcangeli, serafini e cherubini che erano stati contemplati dai teologi medioevali al fine di
ottenere che il Creato potesse di grado in grado ricongiungersi al Creatore.
Bonnet nella Palingenesie philosophique afferma che non possiamo pensare che gli animali avranno in
futuro la stessa forma, struttura, le stesse parti, la stessa consistenza e grandezza che hanno oggi e che
non potremmo riconoscere alcuna specie degli animali che ci sono oggi più familiari in quanto sarebbero
troppo camuffate ai nostri occhi.
Per Bonnet il processo evoluzionistico consiste solo in una successione di passaggi da parte di ciascuna
specie dal gradino della scala precedentemente occupato a quello sovrastante, ove si realizza un
piccolo perfezionamento organico. . Bonnet non fa altro che passare dall’idea di metamorfosi una
tantum, che secondo Maillet portano le specie acquatiche a farsi terrestri o aeree, all’ipotesi di una
successione di metamorfosi che portano ciascuna forma a farsi sempre più complessa e la scala a
innalzarsi progressivamente. Quest’evoluzione non modifica ma conserva il rapporto esistente tra le
specie poiché conserva la catena delle forme. Quindi il naturalista ginevrino non aveva alcuna ragione di
sostenere che proiettati nel futuro noi non potremmo riconoscere alcuna delle specie che ci sono oggi
familiari poiché dato che ciascuna specie si metamorfosa, a tempo debito, in quella che le è
immediatamente superiore e ci è perfettamente nota, in realtà possiamo prevedere che
contempleremmo una scala composta dallo stesso numero di gradini, diversa dall’attuale solo per aver
perso quelli inferiori e acquisito i gradini superiori.
L’evoluzione per Bonnet è predeterminata, sia perché chiaramente implicita nella struttura della scala sia
perché la saggezza divina ha previsto e approvato questi cambiamenti.
Dunque Bonnet non dovrebbe trovare posto in una storia delle teorie evoluzionistiche in quanto i suoi
interessi erano altri come quello di diffondere un’immagine della natura che ne palesasse l’origine divina
e che si opponesse all’emergente filone materialistico e ateo della ricerca.
3. Il preformismo e le metamorfosi del prototipo
Una concezione apparentemente evoluzionistica viene formulata ance da J.B. Robinet che compie
un’inedita e importante operazione: quella di dispiegare nel tempo la “grande catena dell’ ”essere”.
Mentre Bonnet pensava a successive metamorfosi in forma di ascensioni di specie create
simultaneamente all’inizio dei tempi, Robinet è convinto che i viventi siano comparsi in epoche diverse,
l’uno dopo l’altro.
Questo però non induce Robinet a formulare una teoria dell’evoluzione ma solo un’ipotesi sullo sviluppo
individuale, non rinunciando all’idea di una creazione divina. Egli pensava che all’inizio dei tempi Dio
avesse creato contemporaneamente tutti i germi vegetali e animali. E se poteva giungere a ipotizzare
che i loro sviluppi fossero comparsi l’uno dopo l’altro lo faceva sostenendo che Dio avesse voluto che i
germi non si sviluppassero tutti insieme. Così il germe uomo non è derivato dalle scimmie ma
semplicemente è stato destinato a chiudere la serie degli sviluppi perché nella sua forma compiuta
costituisce il capolavoro della Natura.
A Robinet è del tutto estranea l’idea che gli organismi viventi abbiano lontani progenitori comuni e che ne
siano derivati modificandosi per cause naturali. La storia che egli ci narra è semplicemente quella di una
creazione differita nel tempo, e di una creazione finalizzata che, avrebbe anche potuto prescindere dai
corpi intermedi che hanno preceduto l’uomo.
Lungi dal prospettare ipotesi evoluzionistiche, il suo si configura come il tentativo di riprodurre la Genesi
in una forma più “positiva” di quella originaria, la forma delle scienze naturali.
Ma come spiegare il fatto che le scienze naturali ancora non suggerissero qualcosa di alternativo alle
tradizionali idee fissistiche e anzi che ne orientassero verso la ripresa di dogmi creazionistici? Con i dati
della disciplina di riferimento di Robinet che non casualmente era stata la disciplina di riferimento anche
di Bonnet: quella che oggi chiamiamo embriologia e che all’epoca veniva chiamata “teoria della
generazione”.
L’embriologia era da tempo monopolizzata dalla teoria della preformazione dei “germi “ che consisteva
nell’assumere che l’embrione fosse già presente nell’uovo o nello spermatozoo, prima del coito, che vi
fosse presente già completamente formato anche se piccolo e che il suo sviluppo, innescato dalla
fecondazione, consistesse in un mero accrescimento, un semplice ingrandimento detto evolutio. Gli
evoluzionisti si erano presto divisi in due scuole:
- L’ovismo, che teorizzava che fosse l’uovo femminile a contenere l’embrione preformato,
mentre lo spermatozoo aveva semplicemente la funzione di vivificarlo
- Il vermismo o animalculismo che teorizzava che fosse l’animalculo spermatico a
contenere l’embrione preformato, mentre l’uovo aveva la mera funzione di servirgli da nutrimento.
A questa teoria si era poi accompagnata quella della preesistenza dei germi, che consisteva
nell’assumere che l’embrione preesistesse al suo stesso portatore: incapsulati l’uno nell’altro, tutti gli
embrioni esistevano già nel primo individuo di ogni specie comparso sulla superficie terrestre.
4.Epigenesi e combinazione di semi
Il riallacciato legame con la teologia costituì per molti nel Seicento la forza del preformismo. Tuttavia
questo incontrò gravi difficoltà, che fecero sì che la sua versione animalculista declinasse già nei primi
anni del Settecento. Le difficoltà furono di varia natura:
- Fra quelle teoriche va ricordato il fatto che pensare all’uomo come proveniente da un
“verme” o comunque sia un “piccolo animale” non parve esaltante.
- Fra quelle di carattere scientifico furono quella di spiegare come specie tanto diverse
potessero provenire da “animalculi” pressoché identici, e quella di render conto del fatto che la
quantità degli “animalculi” fosse la stessa tanto nelle specie che generano un piccolo per volta,
quanto in quelle che ne generano molti.
Ancor più gravi furono le difficoltà di tipo teologico, in quanto non si riuscì a dare una risposta
significante al problema del grande spreco di “animalculi” che si verifica ad ogni accoppiamento. Si
tratterebbe di un Dio ingiusto che predestinerebbe alcuni alla vita e altri alla morte.
L’ovismo ebbe così via libera e dominò incontrastato fino alla metà del Settecento ma senza i dovuto
riscontri sperimentali e incontrando numerose e gravi difficoltà anche dal punto di vista teorico.
Va poi sottolineato che il preformismo incontrò gravi difficoltà anche per il fatto che in entrambe le
versioni esso si precludeva la possibilità di spiegare i fenomeni ereditari e naufragava di fronte a quelli
dell’ibridazione. Ancor più grave fu l’imbarazzo dei preformisti di fronte alla questione dell’origine dei
mostri e ai problemi sollevati dalla nascente teratologia. Come può Dio essere stato tanto malvagio da
creare anche forme patologiche? È scandaloso pensare che abbia creato germi mostruosi. Alcuni
suggerirono che le forme all’inizio fossero tutte perfette e che si fossero alterate per cause accidentali in
fase di evoluzione; in questi modo non fecero altro che sostituire al Dio malvagio un Dio impotente,
incapace di realizzare i suoi stessi progetti.
A partire dal 1740 si succedettero una serie di scoperte che testimoniavano il sostanziale fallimento del
grande progetto meccanicistico su cui le teorie della preformazione e della preesistenza dei germi si
erano fondate.
Tutto ciò determinò il rilancio della teoria alternativa a quella della preformazione e della preesistenza dei
germi: l’epigenesi (dal greco “generazione dopo”) che postulava che:
- L’embrione non esistesse prima dell’accoppiamento;
- Esso si formasse nella miscela e per il concorso dei liquidi seminali indifferenziati dei due
genitori;
- Si sviluppasse per differenziazione e apposizione di parti.
Nei termini di Harvey la teoria consisteva nel ritenere che gli organi si formassero “ad uno ad uno”,
ovvero “uno dopo l’altro” e che l’individuo si costruisse per progressiva aggiunzione di parti. L’inizio,
l’aumento di volume e il perfezionamento avvengono per gradi ed è solo alla fine che ne risulta il feto.
Il rilancio della teoria epigenetica avviene con la pubblicazione nel 1745 di P.L.M. de Maupertuis
dell’opera Venus physique. Le nuove evidenze empiriche provennero allo scienziato francese dalla
rigorosa analisi statistica della polidattilia presente in una famiglia, la quale gli aveva rivelato che il
fenomeno non era affatto casuale e che la malformazione si trasmetteva tanto per via materna quanto
per via paterna, il che falsificava la teoria preformistica.
Questa teoria ha numerosi vantaggi:
1) Al contrario di qualsiasi soluzione preformistica, spiega la somiglianza del figlio tanto al
padre quanto alla madre.
2) Poter comprendere anche i fenomeni e i risultati dell’ibridazione.
3) Poter spiegare anche l’ereditarietà delle prestazioni intellettuali.
Ma è su un quarto vantaggio che Maupertuis si sofferma e cioè “come possono originarsi mostri?”. Lo
scienziato offre una soluzione laica e lineare: se ogni parte si unisce a quelle che devono starle vicine e
solo ad esse, il figlio nasce perfetto. Se qualche parte si trova troppo lontana o ha una forma troppo
poco conveniente o è troppo debole nel rapporto d’unione per congiungersi a quella cui dovrebbe stare
unita, nasce un mostro per difetto. Se accade invece che alcune parti superflue trovino anche esse il
loro posto e si uniscono alle parti la cui unione era già sufficiente, ecco un mostro per
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