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Riassunto esame Storia del pensiero scientifico, prof. Continenza, libro consigliato Una lunga pazienza cieca: Storia dell'evoluzionismo, Bersanti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia del pensiero scientifico della professoressa Continenza, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Una lunga pazienza cieca di Bersanti . L'idea che le specie attuali, uomo compreso, si siano evolute a partire da forme precedenti inizia timidamente al principio del Settecento, si consolida verso la fine di quel secolo, dilaga nel... Vedi di più

Esame di Storia del pensiero scientifico docente Prof. B. Continenza

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classificatori naturali, fondati sull’ordine intrinseco delle cose. Lamarck ritenne che tale ordine

rispecchiasse quello temporale del “cambiamento insensibile” , della “trasformazione delle specie”.

Quanto alla natura della “parentela” e al meccanismo della filiazione Lamarck non punta sulle variazioni

fortuite che talvolta compaiono nelle popolazioni vegetali e animali, ne si rifà agli effetti dell’ibridazione.

Lamarck ricavò la certezza del cambiamento insensibile e della trasformazione delle specie da una

dinamica ecologico etologica ossia dalle modificazioni anche notevoli che i vegetali e gli animali

subiscono non già spontaneamente e fortuitamente ma quando l’uomo li sottrae al proprio ambiente

naturale, per allestire un orto o poter comodamente disporre di selvaggina. Prima della diffusione di

certe pratiche umane i nostri attuali cavoli e polli non esistevano in natura, né vi esistono tuttora fuori

dagli orti e dai pollai

La teoria evoluzionistica lamarckiana fu successivamente chiamata “trasformismo” per l’insistenza sul

termine “trasformazione”. Prodottisi gli organismi più semplici per generazione spontanea, essi si

trovarono esposti ai lenti e graduali ma continui mutamenti del proprio luogo di origine e

successivamente, diffondendosi, alle diverse condizioni di vita caratteristiche delle diverse regioni del

globo. L’ambiente agì direttamente su questi primi vegetali e sugli animali “apatici” modificandone la

fisiologia e conseguentemente l’anatomia in relazione alla diversa composizione del mezzo in cui

venivano a trovarsi (terra, acqua, aria).

Per gli animali “sensibili” e per quelli “intelligenti” il processo di “cambiamento” e “trasformazione” non è

ascrivibile a cause esclusivamente fisiche; viene considerato l’effetto della dinamica dei bisogni, degli

sforzi e delle “abitudini” su cui stavano attirando l’attenzione, nella medicina e nella psicologia francesi. È

infatti evidente che i viventi dotati di sistema nervoso sufficientemente sviluppato sono costretti per un

qualsiasi mutamento ambientale a rivedere i propri modelli di comportamento, i propri modi di essere, le

proprie forme di vita. Può cambiare la quantità o la qualità del cibo e possono alterarsi i rapporti di forza

con altri viventi: l’animale prova allora nuovi bisogni (l’ambiente esterno agisce su quello interno) e per

soddisfarli occorre contrarre nuove abitudini:

- Queste impongono un uso diverso del corpo e fanno scattare il principio secondo cui l’aumentato

uso di un organo lo sviluppa e lo potenzia, mentre il suo crescente disuso lo indebolisce fino ad

atrofizzarlo e farlo scomparire.

- Poiché la modificazione acquisita per questa via diviene ereditaria, Lamarck sostiene che tutte le

popolazioni animali si modificano gradualmente, adattandosi all’ambiente, e finiscono col

diversificarsi tanto da quelle originarie da presentarsi come nuove specie distinte.

Poiché è diffusa la convinzione che nell’evoluzionismo lamarckiano troverebbe posto come in quello di

E.Darwin anche la “volontà”, il “desiderio” e la “passione” dell’animale, è importante rilevare che per il

naturalista francese l’adattamento risulta al contrario sempre e solo necessitato.

Vale la pena sottolineare che l’adattamento lamarckiano è collettivo, ossia coinvolge allo stesso modo

tutti gli individui di una popolazione.

Poiché è diffusa la convinzione che la “trasformazione” sarebbe necessitata, oltre che da quella causa

esterna che è il potere delle circostanze, anche da una causa interna chiamata “potere della vita”, è

opportuno anche rilevare che Lamarck fa esclusivo riferimento alla prima.

L’esempio passato alla storia è quello della giraffa al cui proposito Lamarck compie due grandi azzardi. Il

primo consiste nel trattare il caso di un animale che egli non aveva potuto osservare. Il secondo azzardo

consiste nell’ipotizzare che originariamente essa fosse un quadrupede a collo corto che brucava l’erba:

l’okapi era di là da venire e Lamarck pensa bene di inventarselo. Ebbene la giraffa avrebbe raggiunto la

forma attuale per il bisogno/sforzo/abitudine di brucare il fogliame sempre più alto.

Tuttavia l’evoluzione può anche essere regressiva poiché un migliore adattamento all’ambiente può

essere conseguito anche semplificando e impoverendo certe strutture organiche, invece che

complicandole e potenziandole. Emblematico a questo proposito è il caso della talpa che si adatta alle

condizioni di vita sotterranea atrofizzando l’organo delle vista.

Da un punto di vista generale è forse un'altra la puntualizzazione da fare: fra le componenti della sua

teoria, non c’è una sola osservazione inedita, un solo argomento originario. Si tratta di una teoria

rivoluzionaria ma che consiste nell’assemblaggio di 15 insiemi di dati, raccolti e maturati da tempo o

recentemente. Quest’insiemi di dati sono però stati rivisitati da Lamarck e corretti e inoltre anche

originariamente combinati, assumendo così significato diverso.

Per quanto riguarda l’origine dell’uomo, Lamarck teorizza la provenienza scimmiesca della nostra specie

poggiando sui primi tentativi di localizzazione delle funzioni cerebrali che venivano compiendosi proprio

in quegli anni. Lamarck teorizza che l’uomo non sfugge al meccanismo della trasformazione poiché si

differenzia dagli animali superiori solo per una complessità lievemente maggiore del sistema nervoso.

Conviene poi rilevare il fatto che l’uomo con Lamarck perde la prerogative di costituire il punto di

approdo del cammino della natura. Gli anelli terminali della grande catena dell’essere, ormai divenuta

albero genealogico, sono infatti numerosi.

9. Trasformismi

Lamarck non riuscì ad aprire un dibattito sull’evoluzione delle specie. La maggior parte dei suoi

contemporanei preferì sorvolare sui capitoli teorici dei suoi scritti, per discuterne solo i criteri e gli aspetti

più tecnici della sistematica. Perciò si è parlato di una “congiura del silenzio” . Lamarck tuttavia non fu

un isolato, né manco di penetrare all’interno della comunità scientifica.

Non c’è prova che A.Augier ne conoscesse le prime idee evoluzionistiche, ma è un fatto che questo

oscuro botanico di provincia pensò di poter azzardare, nel 1801, la prima filogenesi in assoluto: costituita

da 3 fusti, lungo i quali si dispongono 5 tribù, e 20 rami che si suddividono in 54 ramoscelli, provvisti di

265 foglie, l’albero di Augier aveva non solo la caratteristica di “mostrare” tutte le affinità che ogni pianta

ha con quelle della stessa famiglia e con le altre ma anche il vantaggio di mostrare l’ordine in cui i vari

rami di una stessa famiglia si sono separati dal fusto che li ha originati e perciò di ripercorrere il cammino

che la natura stessa sembra aver seguito.

Nel 1802 Cabanis affrontò il problema delle molte modificazioni e delle importanti trasformazioni che le

specie potrebbero aver subito nel corso del tempo. Egli faceva riferimenti a circostanze che rinviavano

alla teoria lamarckiana: l’influenza dell’ambiente, delle abitudini, dell’alimentazione, del dominio

dell’uomo, delle relazioni interspecifiche.

Il medico poggiò la sua ipotesi trasformistica sulla teoria dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, che egli

considerò certa. Quanto ai resti degli animali che la terra racchiude e di cui non c’è più traccia, Cabanis

prende in considerazione anche la possibilità che le specie si fossero spente oltre che per la lente

usurpazione della razza umana anche per le cause care ai catastrofisti o per effetto dei sconvolgimenti

di cui il globo offre ovunque le tracce.

Delametherie muovendo dalla certezza dell’assoluta gradualità della scala organica, si domandò se la

natura dell’uomo fosse superiore a quella degli altri animali. l’uomo ha tutti i caratteri di alcune scimmie e

la sua organizzazione sia interna che esterna è assolutamente la stessa. Egli passò poi a valutazioni di

ordine psico -sociologico affermando che le società degli oranghi funzionano come quelle umane.

Delametherie individuò poi i veicoli dell’evoluzione nello sforzo e nell’abitudine: i muscoli delle gambe,

delle cosce e delle natiche hanno acquisito volume e forza per gli sforzi fatti per sostenere il corpo in

posizione verticale, e per esempio il naso che in origine era forse corto quanto quello dell’orango, si è

allungato per la nostra abitudine di soffiarlo.

Egli teorizzò che le modificazioni acquisite per questa via divengono ereditarie.

L’agronomo Barbancois volle nel 1816 seguire Lamarck e offrire considerazioni di supporto al suo

sistema. L’evoluzione, fin lì assunta come “trasformazione” venne assunta per la prima volta come

“filiazione” e poggiata esclusivamente sull’analisi dei rapporti morfo funzionali piuttosto che su

considerazioni di ordine geo – paleontologico. Barbancois non fa alcun riferimento alle cause della

“filiazione” né ai suoi meccanismi, ma la correda di un formidabile dettaglio: ha azzardato una

genealogie molto dettagliata, suscitando molte reazioni avverse.

Quando però sfiorò la questione dell’origine dell’uomo, egli modificò la classificazione di Lamarck. Egli

suggerì di distaccare l’uomo non solo dall’ordine dei Primati, ma anche da quello dei Mammiferi e degli

Animali, proponendo di inserirlo in un istituendo quarto Regno della natura denominato Regno morale, in

quanto unica specie. Inoltre propose di suddividere gli uomini in due sezioni, quella degli intelligenti e

quella dei limitati in cui inserire Ottentotti e Negri.

Questi insiemi di interventi pur dissimili e variamente mirati, modificarono la congiuntura intellettuale

dell’epoca. Lo testimoniano le grandi enciclopedie naturalistiche che registravano i cambiamenti di

umore nella comunità scientifica.

Nel 1830, all’indomani della morte di Lamarck, nell’Accademia parigina delle scienze avvenne un

dibattito pubblico che ebbe risonanza europea e che si trasformò presto in una querelle sull’evoluzione. i

suoi protagonisti furono Cuvier da un lato e Hilaire dall’altro.

Il primo difendeva la tesi della cultura fissista. Era per lui obbligatorio assumere i fossili come

testimonianze di specie estinte durante le improvvise catastrofi. Respingeva l’idea che le specie più

antiche potessero essersi trasformate in quelle attuali.

Hilaire ritenne invece che la trasformazione potesse avvenire e che di fatto fosse avventa per le

influenze dirette che l’ambiente esercita sui corpi viventi. Per ambiente intendeva la diversa natura del

fluido in cui l’organismo è calato e ritenne di poter dimostrare che l’aria e l’acqua plasmano in modo

particolare gli organi della respirazione, che questi modificano tutti gli altri apparati e pertanto che il

passaggio dalla vita acquatica a quella aerea non è impossibile. Come si vede, fra la sua soluzione e

quella lamarckiana passano molte differenze: riemergono un concetto di ambiente molto più ristretto e

una concezione meccanica della trasformazione e il privilegiamento dell’apparato aspiratorio.

10. Dall’adattamento alla lotta

Nella sua sconfitta personale Hilaire trascinò anche la teoria lamarckiana sebbene questa fosse altra

cosa rispetto all’ipotesi dell’influenza diretta dei “fluidi”. A partire dal 1830 divenne ancor più difficile

affrontare in Francia idee evoluzionistiche. Va comunque apprezzato il coraggio mostrato da Duges che

nonostante l’esito dello scontro Cuvier – Hilaire volle immediatamente riproporre le idee di quest’ultimo :

dopo aver ricordato che gli animali vanno disposti in una successione che sia funzione del grado di

complicatezza della loro organizzazione, cioè ordinati dal semplice al complesso, egli tornò a sostenere

che è un cammino progressivo quello che si profila, ossia continuo. Duges insisté nel giudicare che

senza dubbio le specie non sono un qualcosa di fisso.

Occorre soffermarsi sull’interessante percorso seguito da Serres, naturalista di formazione giuridica.

Sviluppando idee abbozzate l’anno precedente egli si chiede se possa darsi che li animali e i vegetali

sepolti negli strati terrestri, di cui non esistono gli analoghi sulla superficie terrestre, possano essere

considerati i ceppi delle razze attuali, ammette che la questione è delicata e difficile e che non si può

risolverla utilizzando il solo principio di analogia. Ossia non si può negare l’evoluzione per il semplice

fatto che il passaggio elle specie le une nelle altre attualmente non avviene. Serres passa a risolvere la

questione in senso negativo: l’uomo ha prodotto individui che non sono sopravvissuti o che non hanno

potuto riprodursi. Per quanto riguarda le influenze ambientali esse sono state esagerate perché gli

organismi si modificano solo fino a un certo punto, senza trasformarsi in altri. Per quanto riguarda le

influenze dell’alimentazione, esse coinvolgono solo i caratteri superficiali e per quanto riguarda

l’influenza del tempo Serres intende riferirsi che non c’è differenza tra le specie antiche e quelle attuali.

Egli tenta dunque di azzerare l’intera questione. Dunque Serres afferma che le specie non sono mai in

nessuna epoca passate le une nelle altre. Questa conclusione poggiava su un argomento forte, e cioè

sulla mancanza di specie intermedie fra quelle distrutte e quelle viventi.

In Italia il dibattito sul “trasformismo” si aprì subito. La penetrazione del pensiero di Lamarck fu

favorita dal fatto che fra i suoi numerosi allievi Lamarck aveva avuto anche 25 italiani. Tuttavia quella

italiana non può definirsi una vera e propria “scuola” lamarckiana, in quanto fu solo una piccola comunità

scientifica.

Se in Italia non riuscì a catturare che l’attenzione di una minoranza, il dibattito di allargò a macchia

d’olio in Inghilterra e trovò una delle più alte espressioni della Natural theology del reverendo William

Paley.

Buckland, canonico della Christ Church e professore di Geologia e mineralogia all’università di

Oxford, per un verso dimostra circostanze che non erano affatto sgradite ai trasformisti come i tempi

lunghi della Terra, le successive modificazioni della crosta terrestre, il progressivo incremento delle

forme viventi(e lo fa per dimostrare l’esistenza di Dio).

Elemento di forza di Buckland è la paleontologia e in particolare i pesci fossili. In primo luogo perché

tutte le loro forme di organizzazione esistevano già nei tempi più remoti, il che esclude la possibilità di un

loro sviluppo, e in secondo luogo perché le loro singole specie che sono comparse lo hanno fatto non

accostandosi alle specie preesistenti ma scartando bruscamente di lato, il che esclude la possibilità di un

loro sviluppo graduale.

Per la verità c’è un puto debole del sistema ma Buckland lo neutralizza brillantemente: esso riguarda il

fatto che una delle sue principali verità, quella che in tutta la serie delle formazioni geologiche v’è

assenza totale di vestigia della specie umana, pare subire varie eccezioni: molte delle caverne in cui si

trovano reperti fossili d’uomo sono state abitate da tribù di selvaggi e questi hanno spesso rimosso la

terra che conteneva i resti di coloro che li avevano preceduti. Ecco perché i frammenti di scheletri umani

si trovano talvolta mescolati oltre che con resti di quadrupedi moderni anche con ossa di specie estinte.

Nonostante ciò il dibattito evoluzionistico si allargò.

11. Divergenza finita e sviluppo progressivo

Il tentativo di confutazione dell’evoluzionismo più ampio provenne dall’Inghilterra da Charles Lyell. Egli

contesta la teoria della variabilità, dello sviluppo progressivo e del perfezionamento graduale della

specie, affermando sia l’esistenza di un vizio interno che consiste nel postulare una plasticità

dell’organismo che è fisiologicamente infondata perché l’intera deviazione dal tipo originario che

qualsiasi genere di cambiamento può produrre avviene solitamente in un breve periodo di tempo

durante il quale nessuna deviazione può essere compiuta. Quando l’autore della natura crea un animale

o una pianta prevede tutte le circostanze possibili in cui i suoi discendenti si troveranno a vivere.

Il dibattito si fece infuocato dopo la pubblicazione nel 1844 delle Vestiges di Chambers, che le pubblicò

anonime.

Secondo Chambers, i primi viventi si produssero per generazione spontanea e hanno poi subito quello

che Lyell negava e cioè uno sviluppo progressivo, un processo determinato dalla tendenza degli

organismi a farsi più complessi, oppure derivante dalle circostanze esterne, e anche come processo

caratterizzato da bruschi scarti, innescato dalla casuale comparsa di individui anomali che possono

risultare più adatti dei propri simili alle condizioni di vita e costituire una nuova specie. Tuttavia

Chambers si mostra meno lamarckiano di quanto appare in quanto considera come possibile causa

dell’evoluzione un altro fattore ancora : quello della variazione fortuita.

12. Selezione naturale e divergenza indefinita

Come Lamarck anche Darwin prese le mosse dalla considerazione dei fenomeni della variazione allo

stato domestico. Ma l’archivio dei dati cui il naturalista inglese poté accingere era molto più vasto di

quello esistente all’inizio del secolo. Esso comprendeva anche le conoscenze:

- sugli istinti;

- sull’ibridazione;

- sulla documentazione geologica;

- sulla particolare stratificazione dei fossili;

- sulla distribuzione geografica degli organismi;

- sulle affinità esistenti tra gli esseri viventi.

Nel ricostruire la genesi della sua teoria, Darwin dette molta importanza alla lettura della sesta edizione

dell’ Essay on the principle of population Thomas Robert Malthus, che aveva sostenuto che la

popolazione umana cresce in progressione geometrica (si raddoppia ogni 25 anni) mentre i suoi mezzi di

sussistenza aumentano molto più lentamente e pertanto la lotta per l’esistenza è destinata a diventare

sempre più aspra.

L’Essay ebbe però la sola funzione di confermare a Darwin idee acquisite in precedenza.

L’attenzione per la biogeografia era recente. La si fa comunemente risalire all’opera di Lyell, anche se

per la prima mappa della distribuzione delle specie si sarebbe dovuto attendere il 1851. Darwin fu

costretto a esercitarla durante il lungo viaggio di esplorazione intorno al mondo che egli compì tra il 1831

e il 1836. Esso si sarebbe rilevato l’elemento più importante della sua vita. Darwin si era iscritto per

seguire le orme del padre e del nonno alla Facoltà di Medicina dell’Università di Edimburgo, e l’aveva

abbandonata quando aveva scoperto che le lezioni erano noiose e le esercitazioni insopportabili: si

trattava si assistere a brutte operazioni senza anestesia.

Si era così trasferito al Christ’s College di Cambridge nell’intento di coltivare la teologia naturale e con la

prospettiva di fare il parroco.

Darwin affermò poi che anche i due anni passati a Cambridge furono sprecati come quelli passati ad

Edimburgo. L’evento più importante della sua vita si verificò grazie ad un banale impegno burocratico

che lo trattenne ancora a Cambridge. Qui venne informato che a causa di un’improvvisa rinuncia si era

aperta la possibilità di imbarcarsi sul Beagle per un viaggio intorno al mondo che sarebbe certamente

stato una splendida occasione per un naturalista. Charles riuscì a vincere la forte opposizione del padre

solo rivolgendosi allo zio materno Wedgwood.

La missione del Beagle era quella di completare il rilevamento della Patagonia e della Terra del fuoco,

ispezionare le coste del Cile e del Perù e alcune isole del Pacifico. Inoltre i dovevano anche individuare

le rotte più idonee per i traffici con le sponde occidentali dell’America, co l’Oriente asiatico e con le

colonie della Nova Zelanda. Si trattava di una missione che prevedeva la partecipazione del naturalista

ma nella vesta di medico di bordo. il Beagle né aveva già uno però e Darwin venne accolto su richiesta

del comandante a spese proprie ma con il vantaggio di poter conservare per sé i campioni raccolti.

Il Beagle era capitanato dal 25enne Robert Fitzroy, un conservatore tory con cui Darwin, progressista

whig, avrebbe osato nel corso del viaggio discutere animatamente anche su questioni delicate come la

schiavitù, che Darwin riteneva uno scandalo.

La partenza fu assai laboriosa; dopo numerosi rinvii il Beagle riuscì a prendere il largo il 27 dicembre

1831. Approfittando di questi rinvii, Darwin vi aveva fatto imbarcare anche la Storia naturale degli animali

invertebrati di Lamarck, i Principi della geologia di Lyell e varie opere di Humboldt. Nel corso del viaggio

Darwin si interessò principalmente di questioni geo - paleontologiche e zoologiche.

Darwin fu particolarmente influenzato da tre eventi:

1) Quello del rinvenimento avvenuto in Patagonia nel 1832 di fossili che palesavano molte e

spiccate affinità con le specie ancora viventi nella regione.

2) Quello della scoperta avvenuta sempre in Patagonia di una nuova specie di Rhea (nandù) più

piccola di quella nota e diffusa in un altro areale.

3) Quello della scoperta nell’Arcipelago della Galapagos dell’esistenza di una flora e fauna

analoghe a quelle del continente e diversificate però da isola a isola nonostante fossero identiche

le condizioni climatiche.

Neanche fra gli insetti se ne trovava uno che fosse comune a due isole. Si trattava di un autentico

rompicapo, sembrava di essere vicino al misterioso fenomeno della comparsa di nuovi esseri sulla terra

che testimoniavano che la teoria lamarckiana non reggeva alla prova dei fatti e che le cause

dell’evoluzione non andavano ricercate nelle condizioni ambientali ma altrove.

Darwin osservò che se prendiamo in considerazione la distribuzione dei viventi sulla Terra, il primo fatto

che colpisce è che non è possibile rendere conto della somiglianza o della diversità degli abitanti delle

varie regioni rifacendosi al clima o ad altre condizioni fisiche.

Rientrato in patria Darwin si mise all’opera, facendo esaminare molti degli esemplari raccolti da diversi

specialisti. Influenzato dalla classificazione dei fringuelli delle Galapagos approntata da Gould, stese nel

giugno del 1842 un breve riassunto della sua teoria evoluzionistica (35 pagine a matita – lo Sketch) che

successivamente ampliò nell’Essay

Darwin avrebbe incontrato un crescendo di difficoltà consapevole della portata rivoluzionaria delle idee

che venivano maturando e bisognoso di un giudizio qualificato, fece leggere l’Essay a Hooker e Lyell , i

quali lo sollecitarono a pubblicare gli esiti delle sue ricerche in forma compiuta. Costoro avevano letto un

articolo di Wallace che sembrava contenere idee analoghe e temevano che l’amico potesse essere

battuto sul tempo. Incoraggiato, Darwin si mise al lavoro nel 1856 con il proposito di scrivere una

ponderosa monografia dal titolo La selezione naturale, ma quando era appena a metà dell’opera

ricevette un manoscritto che sconvolse i suoi piani. Glielo inviava proprio Wallace che dall’analisi della

distribuzione geografica della specie aveva tratto conclusioni molto simili.

Wallace che era stato condizionato anch’egli della lettura del Saggio di Malthus, ne chiedeva un parere a

Darwin e lo pregava di sottoporre lo scritto all’attenzione di Lyell. L’imbarazzo di Darwin fu grande perché

rischiava di vedersi preceduto nell’interpretazione di fatti che lo occupavano da più di 20 anni.

Consultandosi con Hooker e Lyell costoro decisero di leggere insieme in una seduta della Linnean

Society la comunicazione di Wallace insieme a brani di Darwin (tra cui una lettere spedita l’anno

precedente al botanico americano Asa Gray che dimostrasse che la sua eoria era stata elaborata prima).

Dal punto di vista scientifico, l’operazione non produsse l’eco che si aspettavano ed ebbe un esito

avvilente: si riteneva che tutto ciò era falso. Fatto sta che Wallace non provò mai rancore nei confronti di

Darwin e giunse ad autoescludersi dal ruolo di coinventore della teoria. Darwin tuttavia abbandonò il

progetto di dare alle stampe una lunga monografia che sarebbe giunta con troppo ritardo e si affrettò a

scrivere un compendio dalle dimensioni di 3/4 volte inferiori che gli costò 13 mesi e 10 giorni di lavoro,

comparendo in libreria il 24 novembre 1859 col titolo Sull'origine delle specie per mezzo della selezione

Andò esaurito in un solo giorno.

naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita.

L’interpretazione dominante della dinamica evoluzionistica che caratterizza l’Origin può essere così

sintetizzata:

- le popolazioni vegetali e animali si moltiplicano con un tasso di incremento superiore a quello

delle risorse dei luoghi d’origine per cui si scatena ovunque un’aspra lotta per l’esistenza,

soprattutto fra gli individui appartenenti alla stessa specie, in quanto vivono nello stesso territorio

e necessitano degli stessi alimenti e sono esposti agli stessi pericoli.

- Questi individui non sono mai perfettamente identici ai loro genitori né fra loro, ma presentano

casualmente piccole differenze individuali, leggere variazioni singolari, per cui alcuni possono

trovarsi avvantaggiati nella lotta per l’esistenza.

- Questo vantaggio consente loro di alimentarsi di più e meglio, quindi di vivere più a lungo e

raggiungere la maturità sessuale per accoppiarsi un maggior numero di volte e generare un

maggior numero di discendenti.

- La variazione che li ha resi dominanti è per sua stessa natura ereditaria per cui essi diffondono

l’anomalia vantaggiosa che li caratterizza fino a sostituire tutti gli individui normodotati.

- Anche i loro discendenti continuano a variare per cui generano casualmente individui ce possono

rivelarsi ancora più adatti alle condizioni di vita. le variazioni che si accumulano nel tempo sono

per ovvie ragioni quelle “estreme” che più si distanziano dalla media e quindi più differiscono

dalla forma originale. Quella che era una semplice varietà diventa una specie che

progressivamente perde ogni grado di affinità con la specie d’origine.

Così Darwin spiega la curiosa congiuntura biologica delle Galapagos: esse sono abitate da specie

diverse, nonostante siano caratterizzate dalle stesse condizioni ambientali, perché diverse variazioni

singolari vi comparvero e poterono attecchirvi. Diventa così possibile che sia stata la selezione naturale

a favorire sulle varie isole lo sviluppo di varietà differenti.

È opportuno evidenziare almeno due grandi differenze tra lo Sketch e l’Essay da una parte e l’Origin

dall’altra:

- Nei primi la selezione naturale veniva ingenuamente presentata in modo antropomorfico o

addirittura metafisico, facendo riferimento a un essere dotato acume sufficiente a percepire

nell’organizzazione differenze del tutto impercettibili per l’uomo.

- Nell’ Origin è la natura e una natura cieca che prende il posto del super - selezionatore.

Più rilevante è comunque il fatto che se ancora nell’Essay Darwin monstra di ritenere che le variazioni

individuali li debbano in qualche modo esser precedute da un cambiamento delle circostanze ambientali,

nell’Origin egli si dichiara certo che le variazioni insorgono indipendentemente dai mutamenti esterni.

Nell’Origin presenta il celebre diagramma riguardante il principio della divergenza: le linee tratteggiate

più esterne rappresentano le variazioni più divergenti, cioè quelle più facilmente preservate e

accumulate dalla selezione naturale.

Per selezione naturale Darwin intende un processo analogo alla selezione artificiale, inconscia operata

dall’uomo: dall’allevatore che senza averne contezza modifica le specie facendo accoppiare le bestie più

utili, e dall’agricoltore e giardiniere che ottengono gli stessi risultati trapiantando i germogli delle piante

che avevano prodotto i frutti più richiesti o i fiori più belli. Come l’uomo può ottenere grandi risultati

sommando in una certa direzione semplici differenze individuali, così potrebbe fare la natura.

La selezione naturale scruta qualsiasi variazione, facendo sì che sopravvivano gli individui che

presentano favorevoli modificazioni anatomiche o fisiologiche o comportamentali, o un maggiore

sviluppo degli organi di difesa o un leggero perfezionamento delle strategie mimetiche, o una

vantaggiosa modificazione degli istinti.

Wallace invece negava che dall’osservazione della varietà degli animali domestici si potesse inferire

qualcosa circa le osservazioni allo stato di natura, a causa di una presunta differenza sostanziale fra le

due condizioni: la differenza sostanziale fra le condizioni di vita degli animali selvatici e quelle degli

animali domestici è che fra i primi il benessere e la stessa esistenza dipendono dal pieno esercizio di

tutti i loro sensi e capacità fisiche, mentre i secondi li esercitano solo parzialmente e in qualche caso non

li esercitano affatto. Mentre un animale selvatico deve cercare ogni boccone, l’animale domestico viene

provvisto di cibo, di un ricovero e raramente alleva la sua prole senza l’assistenza dell’uomo. Perciò

quando si origina da tale animale una varietà che presenta un aumento della forza o della prestanza di

un organo, quell’aumento è del tutto inutile, non viene mai chiamato in azione e può essere che

l’animale non se ne renda nemmeno conto.

Inoltre Wallace non faceva un solo cenno alla dinamica della selezione sessuale, sulla cui importanza

Darwin rifletteva da più di 20 anni. E aveva molte perplessità anche sull’opportunità di usare selezione

naturale al punto da riuscire a convincere Darwin a sostituirla con quella spenceriana di sopravvivenza

del più adatto.

Seppure non identica, la teoria di Wallace era largamente sovrapponibile a quella darwiniana: anche egli

teorizzava che la vita degli animali selvatici è una lotta continua per l’esistenza, si esprimeva in termini di

sopravvivenza e considerava immenso il numero degli individui che soccombono, non riteneva che fosse

solo la forza a garantire la sopravvivenza ma citava anche le condizioni di salute, le variazioni di colore,

lo sviluppo del pelame, le dimensioni e la potenza degli arti, le diverse abilità e affermava che

l’evoluzione potesse essere innescata anche da variazioni lievi che aumentano anche di poco le

possibilità di sopravvivenza.

Darwin osservò che la scoperto quasi simultanea del meccanismo della selezione naturale sembrava

testimoniare che esso fosse nell’aria.

13. Difficoltà e slittamenti

Tra gli elementi della teoria darwiniana noti da tempo va segnalata l’ereditarietà dei caratteri acquisiti con

l’uso o il disuso degli organi. Si sarebbe potuto pesare che Darwin la respingesse, avendo verificato alle

Galapagos l’inadeguatezza dell’evoluzionismo lamarckiano, ma va evidenziato che all’ereditarietà dei

caratteri acquisiti il naturalista inglese non solo prestò fede ma tentò di conferire una giustificazione

teorica e sperimentale.

Darwin tentò di dare una giustificazione teorica all’ereditarietà dei caratteri acquisiti mediante la dottrina

della “pangenesi” secondo la quale ogni parte dell’organismo di ciascun genitore produce piccoli germi

che si raccolgono negli organi sessuali, vengono ceduti nell’accoppiamento, si aggregano e strutturano

una parte dell’organismo analoga a quella da cui provengono.

Molti elementi della teoria darwiniana erano già noti o comunque accettati, ma il fatto che essa

consistesse nella funzione sintetica di una quantità di fatti conosciuti da molto tempo non significa che

fosse una soluzione banale e scontata. La sua teoria era alternativa e irriducibile a quella lamarckiana

La quantità di vita che può essere sopportata da una qualsiasi regioni deve avere un limite che dipende

in larga misura dalle condizioni fisiche: questo concetto è alla base del moderno concetto di biomassa.

Per Lamarck il rapporto centrale è quello fra organismo e ambiente, per Darwin è il rapporto fra

organismo e organismo quello più importante.

Per Lamarck l’ambiente forza un’intera popolazione a trasformarsi mentre per Darwin l’ambiente svolge

una funzione di filtro, selezionando differenze individuali e l’evoluzione poggia sulla morte prematura di

numerosi individui.

Entrambi muovono dalla considerazione delle modificazioni che i viventi subiscono quando l’uomo li

sottrae al proprio ambiente naturale, ma per Lamarck l’uomo ve li sottrae e quelli prendono a modificarsi,

per Darwin ve li sottrae, e di quelli sopravvivono i pochi mutanti.

14. La selezione sessuale e l’origine dell’uomo

L’Origin toccava solo fuggevolmente quanto riguarda la nostra specie: essendo una questione delicata

Darwin aveva concepito il progetto di dedicarle un intero volume. Il dibattito sull’origine dell’uomo si aprì

subito e Huxley, nel diffondere la teoria della selezione naturale, fu il più fermo ed efficace al punto che

Darwin lo considerò il suo rappresentante generale.

Huxley è noto soprattutto per la sua dura polemica con Robert Owen, che sosteneva la cosiddetta teoria

vertebrale del cranio, cioè il fatto che il cranio sarebbe una vertebra diversamente modificata nei vari

animali, risultante dalle variazioni che il Creatore avrebbe apportato a un suo presunto archetipo. Su ciò

Owen innestava poi un’affermazione che Huxley sapeva palesemente falsa, cioè che il cervello del

gorilla è più diverso da quello umano di quanto lo sia dal cervello dell’ultimo dei quadrumani.

Un dibattito pubblico merita di essere ricordato per quanto riguarda il problema della natura umana:

quello che si svolse il 30 giugno 1860 nell’ambito del XXX convegno della British Association for the

Advancemente of Science. Protagonista ne fu il vescovo di Oxford, S.Wilberforce, che aveva accettato di

buon grado l’invito di Owen a dare personalmente battaglia su una questione così importante.

Il dibattito avvenne davanti alla comunità scientifica e a un folto pubblico composto per lo più da

ecclesiastici e benpensanti, tra cui l’ex capitano del Beagle Fitzroy, acceso creazionista che rimpiangeva

amaramente di non aver respinto Darwin, e che era entrato nella sala sventolando una Bibbia.

Dopo una lunga introduzione vi fu la conferenza del vescovo. Purtroppo non esistono verbali della

seduta ma i testimoni confermano che essa mancava di qualsiasi fondamento scientifico.

In Italia si svolse un dibattito analogo il 21 marzo 1869, quando il medico russo A. Herzen tenne una

lezione pubblica Sulla parentela fra l’uomo e le scimmie nel Museo di Storia Naturale. Herzen concluse

la sua lezione sottolineando la grande carica morale dell’evoluzionismo e affermando che l’uomo non

deve vergognarsi per le sue origini.

Nell’ Origine dell’uomo e la selezione sessuale, Darwin afferma che morfologicamente l’uomo differisce

dalle scimmie superiori meno di quanto queste differiscono dai membri inferiori dell’ordine dei primati e

che non vi alcuna differenza fondamentale fra l’uomo e i mammiferi superiori.

Convinto che la struttura fisica dell’uomo rivela tracce più o meno evidenti della sua derivazione da una

forma inferiore, Darwin afferma che la nostra specie può essere differenziata dal gruppo delle catarrine,

quei primati africani o asiatici che si distinguono per avere un setto nasale pi stretto e per non essere

tutti provvisti di coda. L’affermazione venne poggiata sull’analisi degli organi rudimentali ancora presenti

nell’uomo, sullo studio dei caratteri ancestrali, sui dati della morfologia e su quelli dell’embriologia che

condussero il naturalista inglese a tracciare il seguente ritratto dei nostri antichi progenitori: erano a suo

giudizio interamente coperti di pelo, avevano le orecchie mobili, una coda, gli arti prensili e abitudini

arboricole. In un periodo precedente le femmine avevano un utero doppio, gli occhi protetti da una terza

palpebra e gli escrementi evacuati da un solo orifizio, nel quale sbucavano anche gli organi della

riproduzione. Ancor prima i progenitori dell’uomo avevano abitudini acquatiche: la morfologia testimonia

infatti che i nostri polmoni sono vesciche natatorie modificate e sul collo dell’embrione umano compare

una fenditura che indica chiaramente il luogo in cui un tempo esistevano branchie.

In un periodo ancora precedente, Darwin sostiene che i lontani progenitori dell’uomo avevano

un’organizzazione forse ancora più semplice di quella dell’anfiosso, un cefalocordato lungo dai 5 ai 6

cm, senza occhi e arti, che vive nelle acque costiere e si nutre di microrganismi.

Compiaciuta quest’incursione nei confusi recessi del tempo, Darwin torna ai primati per restringere allo

scimpanzé e al gorilla il novero delle specie da cui l’umana proverrebbe, mostrando di non essersi

lasciato minimamente sedurre dalla filosofia del progresso all’epoca dominante: riguardo all’aspetto

fisico o alla forza, non sappiamo se l’uomo discenda da qualche specie debole come lo scimpanzé o

forte come il gorilla, e perciò non possiamo dire se l’uomo sia divenuto più grande e forte o più piccolo e

debole dei suoi antenati. Tuttavia occorre tenere presente che da un animale di grandi dimensioni e

forza come il gorilla, forse non sarebbe potuto derivare un essere socievole. Perciò potrebbe essere

stato un immenso vantaggio per l’uomo derivare da una creatura comparativamente debole come lo

scimpanzé. Questo tuttavia non significa che l’uomo provenga dallo scimpanzé attuale. La soluzione è

quella di assumere che l’uomo condivida con lo scimpanzé il più recente dei lontani progenitori comuni

del suo gruppo.

L’uomo si sarebbe differenziato dal suo lontano progenitori comune anche allo scimpanzé per l’azione

combinata della selezione naturale e degli effetti ereditari dell’uso.

Quanto alle facoltà mentali che contraddistinguono l’uomo e che gli spiritualisti pretendono di poter

assumere come testimonianza della sua origine divina, esse hanno palesemente una base organica e

provengono dalle attività cerebrali. Come non vi è alcuna difficoltà a constatare che i conigli domestici

hanno rispetto a quelli selvatici e alle lepri, un cervello di dimensioni ridotte, e come non è azzardato

supporre che ciò sia una conseguenza della loro cattività, così non dovrebbe esservi difficoltà

nell’ammettere che l’uomo abbia potuto affinare le facoltà mentali del suo lontano progenitore

scimmiesco. Sarebbe avvenuto in conseguenza della sua stessa evoluzione fisica, ossia del fatto che

egli è venuto effettuando un numero sempre maggiore di prestazioni di qualità sempre più elevata, che

hanno complicato il sistema delle sue associazioni psichiche le quali possono aver richiesto un uso

diverso degli apparati organici. In altri termini la variazione del corpo e della mente si sono influenzate

reciprocamente, l’uomo le ha trasmesse alla discendenza e la specie le ha accumulate per selezione

naturale degli individui più efficienti, sia dal punto di vista fisico che mentale.

Maggiori difficoltà presenta il problema della diversificazione delle razze umane. Per risolverlo Darwin

torna sulla dinamica della selezione sessuale, in quanto non poteva essere spiegata né con gli effetti

ereditari dell’uso né con il principio di correlazione e neppure con la selezione naturale.

Dunque è necessario ricorrere alla selezione sessuale, i cui protagonisti sono tanto i maschi quanto le

femmine: ma queste ultime risultano avere più potere in quanto hanno più possibilità di scegliere o di

rifiutare i loro corteggiatori e di cambiare compagno di quanto si pensi, e non scelgono semplicemente

gli uomini che secondo il loro gusto sono più belli ma quelli che sono maggiormente in grado di

difenderle e mantenerle.

Per introdurre questo nuovo fattore evolutivo Darwin ripropone il parallelo con la selezione inconscia

operata dall’uomo. Come ogni allevatore imprime sui suoi animali il carattere della sua mente, del suo

gusto e della sua discrezione, favorendo gli individui ritenuti più belli, così la diversificazione delle razze

umane proviene dalla diversità delle scelte sessuali che hanno compiuto maschi dotati di canoni estetici

diversi, canoni che a loro volta si sono diversificati per cause naturali e si sono stabilizzati per l’esistenza

di barriere geografiche.

L’uomo non sfugge quindi alla dinamica evoluzionistica ipotizzata per il resto del regno animale. Anche

per l’uomo la selezione naturale è stata l’agente principale dei mutamenti e lo è stata nel determinare

anche l’universo dei suoi psichismi nonché la sua particolare evoluzione morale, culturale e sociale.

15. La selezione sociale

All’epoca non parvero darsi altre possibilità oltre a quelle indicate da Darwin e Wallace. Quest’ultimo

capiva che l’evoluzione della cultura e della società umana non poteva essere spiegata coi soli principi

delle scienze naturali. Ma dopo averla forse opportunamente distinta dall’evoluzione biologica, Wallace

la rese a tal punto indipendente da essa, e con essa tanto conflittuale, che finì col concepire la stessa

evoluzione fisica dell’uomo preordinata da un agente metafisico. Wallace si chiese come mai nell’uomo

rinveniamo caratteri che senz’altro furono dannosi al momento della loro prima comparsa? È evidente

che essi non possano essere emersi per selezione naturale. E come mai il cervello del selvaggio è più

grande di quanto gli sia necessario, un cervello capace di svolgere funzioni di gran lunga superiori a

quelle che gli sono richieste? Wallace afferma che per l’attuale sviluppo del selvaggio sarebbe stato

sufficiente un cervello di poco più grande di quello del gorilla. Dunque la sua maggiore dimensione non

può derivare dalle leggi dell’evoluzione, perché queste hanno la caratteristica di portare ogni specie a un

livello di organizzazione esattamente adeguato ai suoi bisogni, senza mai oltrepassarlo. È perciò

evidente che le leggi che governano il mondo materiale sono state insufficienti a produrre l’uomo e

quindi si deve supporre l’esistenza di un potere diverso da quello che ha guidato lo sviluppo degli animali

inferiori, ossia una legge più elevata che si serve di agenti che non conosciamo.

Così Wallace azzarda che il cervello dei selvaggi sembra sia stato concepito fin dall’inizio affinché

potesse essere pienamente utilizzato nel corso della civilizzazione e che quindi una potenza intelligente

ha determinato e guidato lo sviluppo dell’uomo.

Darwin gli scrisse “spero che lei non abbia assassinato del tutto la nostra creatura”, la selezione

naturale. Darwin pubblicava nel 1872 L’espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali in cui il

rilevo della selezione naturale veniva sempre accresciuto: la selezione naturale è considerata l’agente

principale dei mutamenti non solo biologici ma anche psichici.

Secondo Darwin, osservando i comportamenti del primogenito William dalla nascita ai due anni, le

espressioni e le manifestazioni apparentemente inutili hanno avuto in origine un preciso grande

vantaggio biologico. Certi movimenti venivano compiuti per uno scopo definito e quando si presentano

circostanze quasi identiche, vengono compiuti per abitudine, anche se non hanno alcuna utilità.

Ciò in virtù dei tre principi:

1) Il principio delle abitudini associate all’utile, secondo il quale alcune azioni che all’inizio vengono

eseguite coscientemente si trasformano mediante l’abitudine in atti riflessi che oggi sono innati e

che sono compiuti, anche se non hanno alcuna utilità, tutte le volte che si verificano quelle

stesse condizioni che in origine spinsero la volontà a compierli.

2) Il principio dell’antitesi, secondo il quale premesso che certi stati d’animo provocano particolari

atti abituali che hanno un’utilità, quando sopravviene uno stato d’animo che sia l’esatto contrario

del precedente, si ha una forte e involontaria tendenza a eseguire movimenti di natura opposta,

anche se essi sono del tutto inutili ma in alcuni casi sono altamente espressivi.

Perché il gatto esprime la sua disposizione amichevole inarcando leggermente la schiena,

portando in alto la coda e drizzando le orecchie? Per mostrare che il suo umore è esattamente

l’opposto di quello per il quale, preparandosi a lottare o a balzare sulla preda, egli assume una

posizione acquattata, agita la coda e abbassa le orecchie.

3) E perché tanto il gatto quanto il cane per paura o per collera rizzano il pelo? Per il terzo principio

degli atti determinati dalla costituzione del sistema nervoso . In origine il sistema nervoso,

perturbato a causa delle emozioni del terrore o dell’ira, esercitava un’azione diretta sui muscoli

erettori dei peli, facendoli contrarre debolmente. Per generazioni gli animali sono stati

ripetutamente stimolati dalla paura e dalla rabbia e di conseguenza gli effetti diretti del sistema

nervoso sono diventate più marcate a causa dell’abitudine.

Darwin dimostra grande capacità nell’analisi dettagliata. Per quanto riguarda l’umano “stringersi nelle

spalle”, manifestazione di incapacità o impotenza accompagnata dal piegare i gomiti, dal mostrare i

palmi delle mani tenendo le dita allungate e spesso pure dall’inclinare leggermente la testa sollevando le

sopracciglia e aprendo la bocca. Lo si farebbe per “antitesi inconscia” della più remota manifestazione di

sdegno.

Conviene attirare l’attenzione soprattutto sull’esito di questo tentativo di ricostruzione comparata della

genealogia degli psichismi. Le diverse razze umane esprimono le loro emozioni con una notevole

uniformità in tutto il mondo, e ciò fornisce un nuovo argomento a favore della tesi che esse siano

derivate da un unico ceppo parentale. Alcuni movimenti espressivi delle scimmie sono molto simili a

quelli dell’uomo e ciò fornisce un nuovo argomento a favore della tesi che esso sia derivato da forme

inferiori.

Darwin è il primo a rendere possibile una teoria genealogica della morale. Per lui la selezione naturale è

stata l’agente principale anche per l’evoluzione culturale e sociale. Al contrario di Wallace, Darwin non

concedette alcuna specificità alle manifestazioni della cultura umana e le considerò una semplice

appendice, un mero prolungamento delle leggi biologiche. L’interpretazione di Darwin è nota come social

- darwinismo, la prima forma di sociobiologia. Essa consiste nell’assumere che la dinamica dei rapporti

che vigono tra gli individui all’interno della società e di quelli che sussistono tra società concorrenti sia la

dinamica della lotta per l’esistenza, che conduce alla vittoria del più dotato, del più capace, e alla

necessaria eliminazione dell’inferiore, come in natura.

Darwin sostiene che fin dai tempi più remoti le tribù più dotate hanno soppiantato le altre e questa forma

di conflittualità è ancora operante in quanto le nazioni civili soppiantano ovunque quelle barbare. Ciò

avviene in virtù del fatto che alla discendenza non vengono trasmessi solo i caratteri fisici acquisiti nella

lotta per l’esistenza, ma anche le qualità intellettuali e morali. Tuttavia gli attuali rapporti di forza

potrebbero mutare e allora sarà necessario non mitigare gli effetti della selezione naturale all’interno

della società, poiché sono essi che hanno garantito e assicurato la vittoria del più dotato e del più

capace. Purtroppo però le società più progredite sembrano orientate a ottenere proprio quella

progressiva mitigazione, civilmente lodevole ma biologicamente suicida. Darwin si esprime in termini

molto crudi : nei selvaggi le debolezze del corpo e della mente sono subito eliminate mentre gli uomini

civilizzati fanno di tutto per arrestare il processo di eliminazione, costruendo asili per pazzi, storpi e

malati, istituendo leggi per i poveri e salvando la vita di chiunque fino all’ultimo momento. Così i membri

deboli della società propagano il loro genere.

Naturalmente secondo Darwin dobbiamo sopportare l’effetto del fatto che i deboli sopravvivono e

propagano il loro genere. Ma si dovrebbe almeno arrestarne l’azione costante, impedendo agli individui

più deboli e inferiori di sposarsi liberamente come i sani. Al pari di ogni altro animale l’uomo è senza

dubbio progredito fino alla sua condizione attuale grazie alla lotta per l’esistenza dovuta al suo rapido

incremento e se vuole progredire ed elevarsi ancora di più deve andare soggetto a una dura battaglia.

Altrimenti cadrebbe nell’indolenza e o più dotati non avrebbero maggior successo nella lotta per la vita

dei meno dotati.

Secondo Darwin tanto le cattive inclinazioni che le tendenze virtuose sono fattori largamente

indipendenti dall’educazione e dall’ambiente socioculturale. Esse sono “fortemente ereditarie” e “si

trasmettono” di padre in figlio: affinché le prime non prevalgano portando la società alla rovina, è

necessario che i portatori delle seconde si riproducano con un tasso di incremento superiore.

16. Selezionismi

Spencer, il grande interprete del principio evoluzionistico, è noto per aver applicato le nuove idee a ogni

ambito della realtà e per aver definito l’evoluzione come il processo che conduce da un ordinamento

relativamente diffuso, uniforme e indeterminato a un ordinamento relativamente concentrato, multiforme

e determinato.

Ma Spencer non fu solo l’interprete o il filosofo dell’evoluzione. si era dichiarato evoluzionista già nel

1852 quando mise a confronto con grande abilità ed efficacia la teoria della creazione e quella dello

sviluppo degli organismi viventi, giungendo alla conclusione che le specie si sono modificate a causa del

cambiamento delle condizioni ambientali. Egli affinò la sua teoria evoluzionistica 2 anni prima dell’Origin

e pur accogliendo ipotesi lamarckiane non mancò di integrarle con osservazioni originali. Condivise poi

le teorie darwiniane e le sviluppò mantenendo una grande autonomia di giudizio.

Egli fu uno dei più fermi nel muovere a Darwin una grave obiezione, che sarebbe rimasta per lungo

tempo oggetto di attenta considerazione: come può la selezione naturale delle variazioni favorevoli

essere stata l’unico fattore evolutivo se le variazioni sono casuali e se gli individui emergenti ne

dovrebbero aggregare molte e tutte favorevoli?

Il caso esaminato è dapprima quello del cervo americano poi quello classico della giraffa. Essa si

caratterizza non solo per il lungo collo ma anche per il torace più ampio e robusto, gli arti anteriori più

potenti, quelli posteriori variamente modificati, la diversa fisiologia del sistema vascolare, di quello

nervoso ecc. Poiché è impensabile che queste variazioni favorevoli siano comparse tutte e tutte assieme

nello stesso individuo e poiché sarebbe ingenuo postulare che si siano accumulate nel corso di

numerose generazioni, Spencer sostiene che ai fattori evoluzionistici darwiniani vanno accostati come

“cooperanti” quelli lamarckiani, e afferma che l’unica ipotesi verosimile è quella per cui alla variazione

casuale di una parte sia presto seguita la modificazione funzionale delle altre, per il diverso uso degli

organi.

Per questa sua soluzione, Spencer viene spesso presentato come colui che operò un compromesso fra

la teoria di Darwin e quella di Lamarck.

Im ambito letterario, Samuel Butler, che aveva letto l’Origin, e che si era meritato le congratulazioni dello

stesso Darwin tanto per un articolo quanto per un libro, finì – colpito dalle obiezioni di Mivart – col negare

del tutto il ruolo della selezione naturale e col sostenere un’evoluzione conciliabile con la tradizione

religiosa, fondata sulla presunta capacità di ogni animale e pianta di orientare le proprie modificazioni

corrispondentemente alle pressioni ambientali.

Butler è anche l’autore di Erewhon , un viaggio immaginario in nessun posto, che la critica letteraria

solitamente assume come la censura del biasimevole rovesciamento della società fondata sui valori

cristiani. E in effetti a Erehwon la religione è diventata un sistema economico, le chiese sono banche in

cui si entra non col velo in testa ma col borsellino in mano. Ma forse l’opera è stata pensata da Butler

anche come censura del trionfo del darwinismo. Nella terra degli erewhoniani la malattia è un crimine

che porta in un ospedale concepito come una prigione dove si viene accolti dopo una condanna. Il

protagonista riesce a farsi spazio in Erehwon solo perché è aitante, bello e biondo. Ma deve nascondere

agli altri qualsiasi piccolo incomodo ma non può nascondere a se stesso il più grande sgomento per il

fatto che a Erewhon, governato dalla selezione naturale, si viene considerati e si ha fortuna per le

prestazioni fisiche e non per le doti intellettuali. Butler scrive pagine esilaranti sui processi che si

svolgono nel paese dove possono sopravvivere e moltiplicarsi solo coloro che sono casualmente,

fisicamente fortunati. Tra gli erewhoniani si diffonde una setta religiosa che teorizza che chi nasce

debilitato e malaticcio verrà torturato in eterno nell’altro mondo, mentre chi nasce forte, sano e bello sarà

premiato per l’eternità. Il protagonista è costretto a lasciare il paese per sfuggire a un processo per

rosolia.

Viaggiatore non virtuale, Francis Galton, cugino di Darwin, visitò a più riprese regioni africane. Aderito

immediatamente al selezionismo darwiniano, intuì che esso poteva ancora più saldamente fondarsi se

fossero stati meglio conosciuti i meccanismi della trasmissione ereditaria dei caratteri.

Galton era fortemente convinto che sul selezionismo darwiniano avrebbe potuto essere impiantata una

nuova etica, quando la teoria dell’evoluzione avesse assunto un rigore matematico, e a questo fine

condusse ricerche e operò scelte per cui viene considerato il principale ispiratore della scuola inglese di

biometria, oltre che uno dei massimi esponenti dell’antropometria.

La sua iniziativa più perspicace fu di proporre alla Royal Society di istituire un Comitato per

l’incentivazione delle ricerche statistiche sull’evoluzione.

Più laboriosa fu la penetrazione del darwinismo nella Francia di Lamarck, che era ancora dominata dalla

geologia catastrofista di Cuvier.

Tra i ricercatori più autorevoli il solo Lucien Cuénot sostenne tesi darwiniane, affermando che non va

esagerato, nel processo di formazione delle specie, il ruolo delle influenze ambientali, poiché quello

principale è svolto dalla selezione naturale.

In Francia accadde che dopo la comparsa dell’Origin si pubblicò la Philosophie lamarckiana e che

neanche si tradusse l’Origin, ma se ne fornì una versione addomesticata che la rendesse compatibile

con l’opera di Lamarck. La traduttrice si permise, oltre di tradire il pensiero di Darwin, di bacchettare il

naturalista inglese su varie questioni perché egli non sembra riconoscere tutta l’importanza che merita

all’azione delle condizioni di vita o dell’ambiente. La lotta per l’esistenza e la selezione naturale

scomparvero perfino dal titolo.

Così accadde che mentre le istituzioni di tutto il mondo facevano a gara per riuscire a cooptare Darwin

fra i loro membri, l’Accademia delle Scienze francese, prese in considerazione questa possibilità solo nel

1870 per lasciarla cadere, riesaminarla altre 5 volte e bocciarla definitivamente.

L’Italia non esisteva quando venne pubblicata l’Origin e dopo la sua unificazione (1860/1861) fu alle

prese con i grandi problemi dell’organizzazione amministrativa e burocratica, scolastica e universitaria,

scientifica e tecnologica. Ciò nonostante la penetrazione del darwinismo avvenne comunque, per opera

di Giovanni Canestrini e Leonardo Salimbeni nel 1865, anche se Giovanni Capellini aveva già esposto e

difeso le teorie darwiniane nelle sue lezioni di antropologia.

Fu Achille Quadri a pubblicare quella che può essere considerata la prima sintesi italiana di impianto

darwiniano e Paolo Mantegazza prese posto sulla prima cattedra italiana di Antropologia dalla quale

contribuì all’avanzamento dell’etnologia e della psicologia evoluzionistiche.

Il darwinismo si diffuse precocemente anche in Russia, dove i naturalisti lessero l’Origin nella

tempestiva traduzione di Bronn e un vasto pubblico conobbe Darwin grazie alla sintesi della teoria

selezionista che uscì su una rivista divulgativa – la Biblioteca per la Lettura – che ebbe il merito di

sottolineare il carattere alternativo della discendenza darwiniana e della trasformazione lamarckiana.

Il naturalista Nikolaj Severcov svolse all’università di San Pietro Burgo un corso sulla modificabilità delle

specie animali, in cui fece ruotare tutto attorno alla lotta per l’esistenza, appoggiandosi sia a Darwin sia a

Wallace, il suo approccio era saggiamente critico: egli esprimeva perplessità sulla possibilità di

comprendere il meccanismo della selezione naturale esaminando quello della selezione artificiale e più

in generale giudicava quella di Darwin come la migliore delle ipotesi, anche se inesatta. Si trattava a suo

parere non di una verità ma di un eccellente programma per nuove ricerche che egli stesso fece.

Interessanti e nuove prospettive emersero in Russia anche nell’ambito della paleontologia e

dell’embriologia comparata. Per quanto riguarda quest’ultima, si deve citare Meçnikov, autore di una

pregevole monografia su echinodermi e nemertini, e ricordare l’opera di Alexandr Kovalevskij che tentò

di ricostruire filogenesi servendosi dell’embriologia comparata. Lo stesso Darwin volle congratularsi con

lui, assumendo il risultato come una testimonianza del legame filogenetico fra vertebrati e invertebrati.

Ma il paese più interessante nella storia della prima diffusione delle teorie selezioniste è certamente la

Germania, dove da una parte il darwinismo si fa visione del mondo onnicomprensiva e dall’altra conosce

una svolta che avrebbe proiettato la biologia verso nuovi orizzonti. L’introduzione del darwinismo in

Germania fu immediata e favorita grazie a una geologia attualistica e uniformistica e un dibattito già

aperto sulla storia del mondo vegetale e sulla storia dello sviluppo in generale.

L’Origin era stata pubblicata il 24 novembre 1859 e già due settimane dopo Engels scrisse a Marx,

sostenendo che la teoria darwiniana è straordinariamente utile per bandire definitivamente la teologia e il

finalismo dalle scienze umane. Marx gli risponde che grazie a Darwin la lotta di classe può essere

saldamente fondata sulle scienze naturali. Marx fece avere omaggio a Darwin una copia della seconda

edizione del Capitale.

Ma Marx ed Engels non avevano bisogno dell’evoluzionismo darwiniano; essi non richiedevano che un

evoluzionismo generico.

In Germania è stato poi creato un organo ufficiale del partito darwiniano, la rivista “Kosmos”, finalizzata a

diffondere una visione unitaria del mondo sulla base della teoria dell’evoluzione. Questo fenomeno ebbe


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Riassunto per l'esame di Storia del pensiero scientifico della professoressa Continenza, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Una lunga pazienza cieca di Bersanti . L'idea che le specie attuali, uomo compreso, si siano evolute a partire da forme precedenti inizia timidamente al principio del Settecento, si consolida verso la fine di quel secolo, dilaga nel corso dell'Ottocento (soprattutto grazie a Darwin) e riceve conferme sperimentali definitive nel Novecento. Ma è un'idea che si dipana in maniera tutt'altro che lineare, coinvolgendo discipline tra loro enormemente distanti. È la storia di chi ha tentato di leggere il grande «libro della natura» indipendentemente dal grande «libro delle Scritture», formulando ipotesi provvisorie che spesso hanno sollevato piú domande delle risposte ottenute, ma proprio per questo hanno ampliato gli orizzonti della conoscenza. Una storia frastagliata, nel corso della quale è accaduto anche di imboccare strade che si sarebbero rivelate vicoli ciechi, o di fornire soluzioni soddisfacenti dopo aver azzardato ipotesi molto discutibili.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alexmary91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero scientifico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Continenza Barbara.

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