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Riassunto esame Storia del Pensiero Politico Contemporaneo, prof. Dessi, libro consigliato L'Europa degli Americani, Salvadori Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia del Pensiero Politico Contemporaneo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo L' Europa degli Americani: Dai Padri Fondatori a Roosevelt di Salvadori consigliato dal docente Dessi. Tra fine Settecento e metà Novecento gli Stati Uniti conobbero una costante ascesa, mentre l’Europa iniziò un viaggio culminato in una crisi distruttiva.
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Esame di Storia del pensiero politico contemporaneo docente Prof. G. Dessi

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ESTRATTO DOCUMENTO

L’esito della rivoluzione francese è stato aver reintrodotto una forma peggiore

tutti i vecchi mali che intendevano estirpare. La ricerca di una maggiore libertà ha

portato ad un maggiore dispotismo.

-John Quincy Adams. Il dispotismo nella terra dell’albero della libertà

Washington nominò ambasciatore americano nelle Province Unite il figlio di J.

Adams, un giovane brillante destinato a diventare il sesto presidente degli USA.

Commentando l’ascesa dei termidoriani, notava che tutti quanti si uniscono nel

lanciare contro Robespierre tutte le possibili esecrazioni e hanno trasferito a lui

l’appellativo di tiranno, trasformandolo in capo espiatorio di tutte le violenze.

Poteva dirsi che lo stato presente della società aveva assunto i tratti di un rigido

dispotismo e le radici del grande sommovimento Quincy le individuava nella crisi

dei privilegi aristocratici tutelati dalle antiche monarchie.

-James Monroe e il giudizio sul ruolo storico del giacobinismo

Nell’agosto del 1794 Monroe , un repubblicano di scuola jeffersoniana, era giunto

a Parigi nelle vesti di ambasciatore americano, poco dopo l’esecuzione di

Robespierre. Allora la posizione ufficiale degli USA era ancora caratterizzata da una

aperta simpatia verso la Francia, considerata repubblica sorella.

Monroe fornì un’interpretazione del ruolo storico giocato dai giacobini e dei fattori

che ne avevano determinato prima l’ascesa e poi la caduta. Il giudizio su

Robespierre e sui suoi compagni di partito nella fase della dittatura da essi

esercitata era senz’altro negativo. Essi hanno meritato il loro destino. Robespierre

aveva concentrato nelle sue mani tutti i poteri di governo e assunto il controllo di

tutti i dipartimento. Però il grado di oppressione esercitato dai giacobini aveva

raggiunto un tale punto da rendere inevitabile un sommovimento. Monroe non

esitava a giudicare i termidoriani patrioti che avevano fatto quel che era inevitabile

e giusto per salvare il paese.

Monroe leggeva la storia dei giacobini distinta in due fasi: la prima positiva

andava dall’inizio della rivoluzione alla morte del re, periodo in cui la società era

stata la culla della rivoluzione e la matrice della repubblica, la seconda fase,

negativa, aveva coperto il tratto che dalla morte del re giungeva alla caduta di

Robespierre e alla vittoria dei termidoriani, fase durante la quale si compì la

parabola della degenerazione.

-Paine e le due rivoluzioni sorelle. Da “Common Sense” a “The Right of Man”

La vita di T. Paine fu l’incarnazione stessa della lotta per la libertà dell’America e

dell’Europa. Egli fu a pieno titolo l’europeo fattosi americano. Divenne soldato,

ideologo, rivoluzionario, agitatore. Nel 1776 pubblicò il pamphlet Common Sense, la

più brillante difesa mai scritta della causa che aveva indotto le tredici colonie a

intraprendere la guerra di liberazione dall’Inghilterra.

L’argomento principe di questo straordinario pamphlet era che in America stava

nascendo non soltanto un nuovo mondo politico ma anche una nuova umanità e che

l’uno e l’altra avrebbero potuto consolidarsi solo a condizione di voltare le spalle alla

corrotta Europa. Questa tesi sarebbe stata modificata da Paine con lo scoppio della

rivoluzione in Francia: egli avrebbe dato fiato ad un cosmopolismo rivoluzionario,

fondato sull’idea che la lotta per la libertà iniziata in America aveva trovato la sua

estensione in Francia, che le due rivoluzioni sorelle rappresentavano l’espressione di

una tendenza storica universale la quale opponeva i principi della sovranità

popolare e della repubblica e diritti dell’uomo ai principi del governo antipopolare, di

cui la monarchia inglese costituiva unna tipica e inequivocabile incarnazione. Infine

di fronte all’involuzione autoritaria della rivoluzione francese e di fronte al trionfo

del dispotismo napoleonico Paine avrebbe fatto ritorno alla posizione iniziale,

sostenendo che la rivoluzione era andata degenerando. Un iter analogo a quello di

Jefferson e Madison.

Paine affermava che la causa dell’America è in grande misura la causa dell’intera

umanità. Nell’opera pone sempre a confronto Europa ed America, dando alla prima

un’immagine negativa e alla seconda una positiva anche se è stata l’Europa ad aver

generato l’America, questa è stata una perversa matrigna in quanto il Nuovo

Mondo ha costituito l’asilo dove sono approdati da ogni parte d’Europa gli amanti

della libertà civile e religiosa perseguitati-

Interesse degli americani è stringere e mantenere buoni rapporti con gli europei

ma anche di tenersi alla larga dalle loro contese e per far ciò occorre scindere ogni

legame con la Gran Bretagna.

Il grande esempio che l’America stava dando al mondo era costituito dal valore

del pluralismo culturale e religioso e da un modello politico in base al quale lo Stato

è alieno da ogni ambizione di dominio sulla società.

Ciò che Paine vedeva delinearsi nel futuro dell’Europa era il suo riunirsi in una

grande repubblica, nella quale sarebbe stata finalmente assicurata la piena libertà

all’uomo e le relazioni internazionali sarebbero state basate su quella libertà

commerciale cui lo stato incivile dei governi europei ha sempre opposto ostacoli.

-La delusione di Paine: solo l’America può rigenerare l’Europa

Paine si era gettato personalmente nel vortice della rivoluzione francese

sentendosi cittadino della repubblica universale. Nel settembre del 1792 era giunto

in Francia e a Parigi era stato eletto membro della Convenzione e aveva votato per

la proclamazione della Repubblica. Vicino ai girondini però venne coinvolto nella loro

sconfitta politica, fu imprigionato e liberato dopo quasi un anno per interesse

dell’ambasciatore americano Monroe. Egli avvertì una certa amarezza per quello

che gli era parso un atteggiamento di indifferenza da parte di Washington nei

confronti della sua sorte. Dopo la caduta dei giacobini fu reintegrato come membro

della Convenzione. Nel 1802, definitivamente deluso per il corso politico della

Francia fece ritorno in America.

Qui i federalisti lo consideravano un distruttore dei principi morali, un ateo

pericoloso e un degno protetto del loro nemico giurato Jefferson. Ora si trovava a

rendere conto del proprio ruolo in una rivoluzione che ai suoi stessi occhi era

miseramente fallita.

-La parabola di Jefferson: dalla teoria delle repubbliche sorelle alla delusione nei

confronti della rivoluzione francese

Jefferson si caratterizzò per lunghi anni come il filo-francese per eccellenza. Fu

solo la dittatura napoleonica a indurre Jefferson a mutare atteggiamento vedendo in

essa il fallimento di quella rivoluzione che aveva suscitato in lui tanto entusiasmo e

a cui aveva dato pieno appoggio.

-Madison¸ il jeffersoniano anti-inglese e filo-francese

Madison seguì un atteggiamento assai vicino a quello di Jefferson. A

caratterizzare in maniera quanto mai significativa la posizione dei due fu la comune

profonda ostilità verso la monarchia, il sistema politico e la politica estera

dell’Inghilterra che andò di pari passo con la simpatia per la Francia rivoluzionaria.

Una posizione direttamente opposta a quella dei federalisti Hamilton e Adams.

7.La dottrina Monroe: la separatezza dall’Europa come ideologia di Stato

Quinto presidente degli Usa, Monroe è passato alla storia anzitutto per quella

formulazione dei criteri della politica estera degli USA e dei rapporti tra Nuovo e

Vecchio Mondo che divenne universalmente nota come dottrina Monroe. Traendo la

sua motivazione dall’intento di impedire ogni tentativo di riconquista da parte della

Spagna delle perdute colonie nell’America Latina, dichiarava che gli USA erano

egualmente determinati a respingere qualsiasi intervento europeo nelle Americhe.

Monroe non faceva che riprendere le linee che erano già state proprie dei suoi

predecessori. La separatezza degli Stati Uniti dall’Europa aveva la sua causa

determinante nel desiderio dei primi di preservare la loro felicità dai contagi che

potevano venire dalla seconda. Presupposto della dottrina isolazionista era la

convinzione di una superiorità politica e anche morale che andava insieme

affermata e difesa.

Scrivendo a Madison nel maggio del 1822, sottolineava come fosse venuto il

tempo di riconoscere i nuovi governi latino americani usciti dalla lotta contro la

Spagna anche per impedire che questi potessero divenire gli zimbelli degli intrighi

delle potenze europee. Affrontava così tre punti principali:

l’espressione della profonda simpatia degli americani per i tentativi di quanti in

1. Europa lottavano per la libertà e per gli sforzi per migliorare le condizioni del

popolo.

L’affermazione che il destino di ogni nazione indipendente doveva restare

2. questione interna ad essa.

Avendo le convulsioni politiche e le guerre europee le proprie radici in cause

3. che non esistono e sono del tutto sconosciute negli Stati Uniti, gli americani

erano tenuti ad osservare la più rigorosa neutralità.

8.I dilemmi dello sviluppo economico e sociale: Carey, Summer, Ward e George

Gli USA si avvicinavano a grandi passi a diventare la maggiore potenza

economica del mondo e il primo paese industriale. La vittoria del nord nella guerra

civile aveva subordinato il sud.

Anche nella società americana venivano posti e agitati significativi dilemmi circa i

modelli di sviluppo economico e sociale da seguire: i repubblicani erano legati agli

interessi finanziari e industriali del nord-est e fautori di un protezionismo che li

tutelasse, i democratici costituivano una coalizione che univa grandi agrari,

agricoltori e ceti borghesi del sud a settori industriali, finanziari e commerciali del

nord favorevoli a tariffe protettive più basse o addirittura al free trade. I primi erano

decisi a erigere barriere contro i prodotti industriali provenienti dall’Europa, i

secondi a sviluppare scambi più intensi con il vecchio continente.

L’America non era più fonte di benessere per milioni di piccoli e medi agricoltori,

per operai e immigrati che non riuscivano ad integrarsi ed erano condannati a

posizioni di marginalità. Da ciò trasse in primo luogo il suo enorme impulso il Partito

Populista che invocava il ritorno alla vera democrazia ed esprimeva il forte disagio

del mondo agrario, degli operai e degli immigrati.

Verso la fine del secolo il socialismo iniziò la sua penetrazione ma senza

avvicinarsi mai all’importanza che ebbe in Europa.

-Carey e il protezionismo come ideologia dell’indipendenza americana. Il sistema

americano contro quello inglese

Carey si era formato come economista. Espresse sempre con crescente

determinazione la convinzione che gli USA possedessero tutte le risorse necessarie

per fare da sé.

Secondo lui il free trade sbarrava la via verso l’industrializzazione dei paesi in

ritardo mentre il protezionismo apriva loro le porte della modernizzazione

economica. Carey stabilì una netta distinzione tra un positivo commerce all’interno

del sistema produttivo nazionale e il free trade, dominato dagli inglesi che operava

a vantaggio dello stato più forte e a danno di quelli più deboli generando disarmonia

degli interessi.

Nel 1848 pubblicò The Past, The Present and The Future, un vero e proprio inno

alla felicità Americana. In America ogni uomo lavora per se stesso, la strada non gli

è sbarrata da barriere di alcun tipo così la ricchezza di accumula rapidamente e

produce una costante richiesta di lavoro. L’ascesa di tutti verso l’innalzamento è

reso possibile dalla grande potenza produttiva dell’Unione. Gli americani detestano

le tasse e le guerre. Sono pacifici perché dotati di proprietà e garantiti nel loro

benessere, non hanno bisogno di derubare e depredare i loro vicini.

Carey non esitava a dipingere rosea anche la condizione degli stessi schiavi che

prevedeva illusoriamente sarebbero stati liberati senza impiego alcuno della forza.

Guardando ai due maggiori paesi d’Europa, Francia e Gran Bretagna, Carey ne

ricavava solo conclusioni negative. I re hanno spogliato i principi, i nobili e il popolo;

i nobili e i principi si sono spogliati reciprocamente e sono sempre stati pronti a

tradire con gli stranieri il proprio paese.

Poste questa premesse, Carey dedicò la sua opera successiva alla giustificazione

e celebrazione del protezionismo come arma necessaria all’America per affermare il

proprio destino.

Due sono i sistemi in contrasto: l’uno mira al pauperismo, all’ignoranza e allo

spopolamento e alla barbarie, l’alto all’aumento della ricchezza, al benessere,

all’intelligenza, all’unione di azione e civilizzazione. L’uno mira alla guerra

universale, l’altro alla pace universale. L’uno è il sistema inglese, l’altro quello

americano.

Carey distinse tra trade, che era interamente orientato a fare gli interessi di una

piccola oligarchia che sfruttava a proprio vantaggio le risorse della nazione e del

mondo manovrano il governo a proprio vantaggio e il commerce, che mirava alla

ricchezza dell’intera nazione sotto la guida di un governo teso a valorizzare

l’insieme delle energie interne.

Carey esortava così gli USA ad abbandonare la scuola liberista inglese e a seguire

l’esempio offerto da tutti i paesi più avanzati d’Europa come quello della Francia.

-Bowen e il liberismo come manifestazione della Provvidenza divina

Il liberalismo di Bowen rimase estraneo al legame con le dottrine darwiniane della

selezione naturale e fu animato da una fervente religiosità. Per lui la mano invisibile

che presiedeva ai rapporti umani ed economici rimase sempre quella di Dio e le

leggi dell’economia erano quelle stabilite dalla Provvidenza. Per lui la società è

qualcosa di complesso e delicato, il cui reale artefice e governatore è divino e gli

uomini spesso sono suoi agenti, e svolgono il lavoro da lui predisposto.

L’America si presentava ai suoi occhi come il paese benedetto.

-Summer: la difesa dell’individualismo e del “laissez-faire” come caratteri

costituitivi dell’americanismo

Summer ancorò la dottrina liberistica al darwinismo sociale, svincolandola

dall’impianto religioso provvidenzialistico di liberisti come Bowen. Egli rappresentò il

più deciso controcanto della teoria protezionistica di Carey. Summer fu accanto a

Ward uno dei maggiori esponenti della nuova sociologia statunitense.

Il nucleo essenziale del pensiero di Summer in materia politica e sociale poggiava

sull’idea che ciascuno è artefice della propria fortuna e che perciò occorre che lo

Stato e la società favoriscano le vie di accesso all’ascesa sociale dell’individuo

eliminando tutte le barriere di carattere burocratico.

La ricchezza per Summer doveva essere ottenuta seguendo le giuste regole,

altrimenti diventava frutto di prevaricazione e di violenza e acquistava il carattere di

un privilegio che troppi erano pronti a diffondere con i mezzi più impropri. Denunciò

con vigore la plutocrazia, affermando che essa rappresentava una gravissima

minaccia pe la democrazia. Allo stesso modo, convinto sostenitore del libero

scambio, vide nell’espansionismo e nell’imperialismo un pericolo mortale che

gravava sulle società libere e quando gli USA attaccarono la Spagna nel 1898

affermò che i primi si erano lasciati conquistare dallo spirito della seconda.

L’America per tutelare e preservare le proprie virtù doveva respingere le maligne

influenze provenienti dall’Europa. Per questo mentre criticava la dottrina Monroe

perché a suo giudizio mascherava la pretesa degli USA di sottoporre le Americhe

alla loro egemonia, la lodava nella parte in cui dichiarava che gli americani si

opponevano alla penetrazione nel Nuovo Mondo delle dottrine e delle istituzioni

europee.

Attaccava lo statalismo, essendo lo Stato solo un piccolo gruppo di uomini. Se si

potesse dare per scontato che a guidarlo fossero i migliori allora sarebbe quanto

meno concepibile che a costoro venissero affidate importanti funzioni. Il peggior dei

pregiudizi è ritenere che sia compito dello Stato rendere gli uomini felici. Dallo

Stato le persone devono aspettarsi solo di ricevere eguali diritti ed opportunità.

L’eroe di Summer è il forgotten man, l’essere laborioso e virtuoso, che pensa al

futuro e lavora sodo e paga. I poveri sono coloro che hanno trascurato i loro doveri

e conseguentemente non hanno saputo far uso dei propri diritti.

Avverso al protezionismo sociale volto a tutelare artificiosamente gli strati sociali

più deboli, altrettanto lo era al protezionismo artificiale messo in atto a favore dei

ricchi. Il capitalismo doveva essere e restare un sistema basato sulla libertà, sul

contratto e sulla proprietà privata.

Riflettendo sui vari pericoli che gravavano sulla società democratica Summer ne

individuava due principali: l’uno è che i poveri, respinti tutti i doveri e i diritti,

facciano uso del potere politico per spigliare gli abbienti così da costituire una

nuova classe di privilegiati; l’altro è l’emergere di una classe di plutocrati decisi a

servirsi del governo a proprio vantaggio.

-La critica di Summer al socialismo come via vero la servitù e alla plutocrazia in

quanto minoranza organizzata che signoreggia sopra una democrazia

atomistica

Il socialismo appariva a Summer come la più pericolosa delle eresie moderne che

avrebbe portato la società alla perdita della libertà individuale e civile e alla

sottomissione di tutti ad uno statalismo puro e onnipotente. Il male intrinseco del

socialismo era di non avere alcuna scientificità. Certo il socialismo possedeva una

potente forza di richiamo, rappresentava un movimento di primo piano e aveva

radici profonde, traeva la propria giustificazione dall’osservazione di determinati

fatti crudeli che attengono alla condizione di una quantità di uomini sulla terra la cui

concreta espressione sono la povertà e la miseria. Il socialismo si serve della

nozione dei diritti naturali che l’uomo ha un diritto naturale a tutto ciò di cui

abbisogna in base alle sue esigenze soggettive e che il potere statale è lo

strumento idoneo per realizzare i suoi piani e conseguire i suoi obiettivi.

I socialisti moderni il cui padre è stato Rousseau, attaccando il capitale non fanno

altro che attaccare le fondamenta della civilizzazione e tutti gli schemi socialisti

sono antisociali e contrari alla civilizzazione.

Accanto alla battaglia contro il socialismo, Summer portò avanti quella contro la

plutocrazia, la forma politica nella quale la ricchezza costituisce la forza reale di

controllo. La plutocrazia corrompe il processo democratico in quanto i moderni

plutocrati mediante il danaro si fanno strada nelle elezioni e nelle assemblee

legislative.

La soluzione migliore per salvaguardare la libertà civile è di tenere del tutto

separato lo Stato dal mercato.

-La minaccia di europeizzazione dell’America nel pensiero di Summer

Summer non sono era partito dal tradizionale Leimotiv secondo cui gli americani

non dovevano seguire le vie del vecchio continente, ma anche dalla consolidata

convinzione che l’America rappresentasse un contro modello tanto efficace quanto

sicuro. Nell’ultima parte della sua vita si fece sempre più forte in lui l’idea secondo

cui l’America delle oligarchie, della plutocrazia e dell’espansionismo coloniale e

militaristico che aveva trovato la sua piena espressione nella guerra del 1898 contro

la Spagna, perduta la purezza di un tempo, si fosse decisamente avviata sul

cammino dell’europeizzazione.

-Ward: l’anti Summer critico del laissez-faire e teorico della sociocrazia

Ward nacque nel 1841, un anno dopo Summer e morì nel 1913, tre anni più tardi.

Aveva origini sociali molto modeste: fece l’operaio e prese parte alla guerra civile

dalla parte unionista. Congedato perché ferito ottenne un impiego al Treasury

Department a Washington . si laureò in medicina e in legge però man a mano i suoi

interessi mossero nella direzione della sociologia.

Al pari di Summer anche Ward pose al centro delle proprie analisi lo studio

dell’evoluzione naturale e dei suoi riflessi sulle relazioni sociali che però interpretò

così da pervenire a conclusioni opposte rispetto a quelle raggiunte dal primo.

Nel considerare lo sviluppo della sociologia Ward individuava in Dynamic

Sociology due opposte tendenze. L’una era quella che aveva le sue radici nel padre

della sociologia stessa ovvero in Comte, l’alra quella che si era espressa nel

pensiero di Spencer a cui si richiamava Summer. Ciò che separava le due correnti in

relazione alla questione del rapporto tra Stato e società era il modo di considerare

la fede liberista. Decisamente contrario alla dottrina del laissez-faire , nella quale

vedeva la negazione del ruolo programmatore dell’agire umano in relazione ai

compiti di direzione della società, Ward individuava in Comte un maestro perché suo

grande merito era stato l’aver levato l’unica voce che si sia fin ora fatta sentire in

favore dell’educazione universale da lui considerata il più importante presuposto

politico dell’arte sociologica. Per contro la grande colpa della filosofia di Spencer era

di non aver mai riconosciuto il progresso antropo-teologico nel seno della società, di

trattare la sociologia puramente come scienza senza considerare la sua fase attiva

o positivamente dinamica.

Ward espresse una critica categorica dell’etica politica di Spencer, affermando

che questa nega il diritto della società di adottare vie e mezzi intesi al proprio

miglioramento e avanzamento, costituendo così una condanna pronunciata contro

l’intero corso della storia umana.

Ward espresse i criteri di base di quella che definiva la sociologia dinamica, i cui

principi fondamentali erano :

Tutto ciò che è riconducibile al progresso poggia sull’utilizzazione delle risorse

1. materiali e delle energie naturali.

Il solo mezzo per utilizzare queste forze naturali è l’educazione scientifica

2. dell’umanità, destinata a diventare diffusa e popolare e a prendere il posto di

quella religiosa.

Ciò però che più premeva Ward era mettere in luce la distinzione tra due concetti

e realtà: la selezione naturale, da lui considerata come passivo o spontaneo

adattamento alle leggi dell’evoluzione, e la selezione artificiale, frutto della capacità

di intervento e di progettazione da parte dell’uomo che utilizza le leggi naturali ai

fini del progresso.

La dottrina del laissez-faire costituiva l’espressione di una concezione del

progresso che assumeva come modello per il mondo umano la spontaneità dl

mondo naturale, un modello da respingersi decisamente.

In The Psychic Factors of Civilazation Ward elaborò il concetto di sociocrazia

affidando allo Stato il compito di esserne lo strumento. I fallimenti della società o del

governo sono quasi esclusivamente dovuti all’ignoranza delle leggi sociali. Ma un

governo che poggi sulla conoscenza di esse ha tutti i titoli per estendere i suoi

poteri, essere l’organo della coscienza sociale. Il potere andava affidato

completamente alla società. Questo era la sociocrazia, l’unica forma di governo più

forte dell’autocrazia, dell’aristocrazia, della democrazia e persino della plutocrazia.

L’individuo ha regnato sufficientemente a lungo. È venuto il momento che la società

prenda i suoi affari nelle proprie mani e plasmi i propri destini.

Ward concepiva la sociocrazia come il compimento della democrazia. Si opponeva

al socialismo in quanto le argomentazioni dei socialisti non gli erano mai sembrate

convincenti in quanto basate su pura teoria e su deduzioni a priori. L’individualismo

ha creato diseguaglianza artificiali, il socialismo cerca di creare eguaglianze

artificiali. La sociocrazia riconosce le diseguaglianze naturali e mira ad abolire le

diseguaglianze artificiali.

-Ward fautore dell’intervento pubblico e filo-europeo

Il pensiero politico di Ward assunse un carattere decisamente filo – europeo

poiché a suo avviso era nel vecchio continente che si davano gli esempi più positivi

in questa direzione. Le politiche aventi come scopo il benessere ricevevano le

migliori attenzioni più nell’Europa continentale che non in Inghilterra, mentre negli

USA non vi era alcun principio definito. In particolare, in relazione al processo

espansivo dell’istruzione di massa, il sociologo si esprimeva in termini nettamente

favorevoli al carattere pubblico dell’educazione. Guardava con simpatia alla

costituzione di nuove università statali in USA le quali erano più libere e più

democratiche di quelle private. In Francia e in Germania l’alta educazione è quasi

completamente socializzata lo Stato considera la pubblica istruzione come una delle

sue grandi funzioni.

-Henry George e la sua lotta per una nuova Golden Age

Tra i critici del modello politico e sociale americano un posto di prima fila prese a

occupare Henry George che si pose decisamente controcorrente rispetto ai

celebratori del sistema dominante.

Il successo lo raggiunse con la pubblicazione nel 1879 del libro Progress and

Poverty nel quale ricavò la conclusione che la cause delle cause della povertà

andasse ricondotta all’opera di rapina compiuta dai proprietari terrieri i quali erano

in condizione di impadronirsi dei surplus fornii dalla rendita fondiaria. Costoro

godevano di un’enorme quota di reddito di origine puramente parassitaria. Il

presupposto fondamentale di un sano sviluppo economico fosse l’abolizione del

deleterio monopolio del possesso della terra. Riteneva necessario ricorrere ad

un’imposta che colpisse alla radice e interamente la rendita fondiaria. Il che

avrebbe spazzato l’interessa al monopolio terriero e creato le condizioni per una

nuova distribuzione del suolo coltivabile a vantaggio di quanti intendevano

valorizzarne l’uso. Questa tassa avrebbe da un lato coperto interamente il

fabbisogno dello Stato in materia di entrate e liberato il mondo produttivo dalle

tasse in corso stimolandone enormemente le energie complessive.

Geroge non pensava affatto ad una rivoluzione politica e sociale, pensava invece

ad un’opera di riforma.

Il maggior paradosso della civiltà contemporanea stava nel fatto che l’espansione

di questa comportasse l’aumento della miseria , che la sempre maggiore potenza

delle forze produttive producesse inaccettabili differenze tra i troppo ricchi e i

troppo poveri.

George si proponeva di indicare la via per indicare una soluzione all’enigma

dell’epoca: tentare di risolvere il grande problema con i metodi dell’economia

politica. Si profilava il compito di rovesciare la tendenza che faceva sì che la

civilizzazione attuale avesse già iniziato a regredire nelle correnti profonde che ne

costituiscono la base. Per evitare il peggio bisognava tradurre in realtà la verità

enunciata dalla Dichiarazione di indipendenza, ovvero dare a tutti gli uomini

l’eguale possibilità di avere i mezzi per vivere, essere liberi e perseguire la loro

felicità. Ma per realizzare questi scopi il rimedio era l’eguale diritto alla terra e ai

suoi frutti: un diritto sempre negato e finalmente da riconoscere.

George guardava con approvazione al programma sociale die nichilisti russi il cui

motto era “Terra e Libertà”. Guardava con simpatia al socialismo in quanto questo

esprimeva il disagio profondo che contraddistingueva la società capitalistica ma di

questo non condivideva lo statalismo e l’appello alla lotta di classe.

George teorizzava una riforma sociale animata da una riforma religiosa seguendo

l’ispirazione mazziniana in quanto era stato Mazzini a chiarire che le grandi

trasformazioni sociali non sono mai state altro se non opera di grandi movimenti

religiosi.

9. Croly, il discepolo democratico di Hamilton e di Mazzini

Ideologo fervente sostenitore di Roosevelt , fece poggiare la sua concezione di

democrazia sul fatto che quella di una società ostile alle grandi concentrazioni

produttive e industriali capitalistiche fosse un’idea del tutto anti-moderna.

Occorreva piuttosto trovare il giusto punto di incontro tra grandi imprese

capitalistiche, democrazia, riforma sociale e nazione sotto il controllo del governo

federale. Se ciò fosse avvenuto avrebbe potuto decollare la democrazia sociale e un

nuovo nazionalismo. Secondo Croly tra i padri fondatori era stato Hamilton e non

Jefferson a capire quali fossero le tendenze della modernità economica e sociale e

che spettava al governo federale assumere il ruolo di guida attiva dello sviluppo

nazionale. Il limite di Hamilton era stato il suo conservatorismo elitistico, quello di

Jefferson il suo democraticismo arcaico.

Egli espresse il suo programma riformatore soprattutto in due opere: The promise

of American Life del 1909 e Progressive Democracy del 1914.

In Croly vi era una vena di ardente americanismo che lo portava ad esaltare il suo

paese e a criticare alcuni aspetti fondamentali dell’Europa, ma anche la

convinzione che gli USA avessero bisogno di una profonda svolta riformatrice la

differenza di fondo tra America ed Europa è che ciascuno dei maggiori paesi europei

è guidato da qualche fine determinato per lo più dalla pressione di circostanze

storiche mentre l’America obbedisce ad uno scopo di natura universale e cioè la

realizzazione dell’ideale democratico. Il problema è che la democrazia necessita di

nuove risposte e questo richiedeva una rivisitazione della tradizione politica

americana.

Riguardo la politica estera, sostenne di lasciare alle spalle la dottrina Monroe

divenuta ormai obsoleta.

10. Roosevelt e il primo Wilson: i due volti del progressismo al potere.

Pur nella loro diversità, Roosevelt e Wilson furono entrambi interpreti autentici e

vigorosi della spinta riformista e progressista di cui erano stati esponenti George,

Ward, Croly, ma che aveva alle spalle al protesta populista, gli acuti conflitti di

classe, la comparsa del partito socialista, la richiesta delle organizzazioni dei

lavoratori di vedere loro riconosciuto un nuovo ruolo, la diffusa corruzione, ecc. il

loro periodo fu quello in cui gli USA erano ormai diventati la prima potenza

industriale ed erano posti di fronte ad un duplice compito: porre su nuove basi la

propria politica interna e definire una strategia internazionale.

Roosevelt fu presidente 1901-1909

Wilson fu presidente 1912-1921

-L’americanismo di Roosevelt

Il proprio americanismo Roosevelt lo espresse in un saggio del 1894: il nucleo del

suo pensiero era la convinzione che gli USA fossero il paese chiave della storia

futura e che pertanto essi dovessero operare in modo tale da mostrarsi all’altezza

dei compiti loro assegnati dalla storia universale.

L’idea che prevedeva Roosevelt era che l’America svolgesse ormai un ruolo

talmente centrale nel mondo da avere grandi responsabilità nei confronti dell’intera

umanità.

L’americanismo era innanzitutto amore privilegiato per la nazione. Questo voleva

dire che non era desiderabile che gli immigrati venuti dall’Europa in America

restassero europeizzati. Era necessario un coinvolgente processo di

americanizzazione tale da generare un senso condiviso di appartenenza al sistema

nazionale. Bisognava americanizzare gli immigrati in ogni modo. Roosevelt si

dichiarava contrario a ciò che oggi potremo chiamare multiculturalismo.

Presupposto dell’americanizzazione era l’integrazione anzitutto culturale: l’inglese e

nessuna altra lingua doveva essere quella di tutto il processo di apprendimento. Se

gli immigrati restavano alieni e con interessi separati da quelli degli americani,

questi costituiscono un ostacolo ed è meglio che tornino indietro, perché gli

americani non possono tollerare che si diffondano nelle loro file i contrasti e i

pregiudizi del Vecchio Mondo.

Entrati in guerra gli USA, Roosevelt inasprì il suo discorso contro i falsi americani,

i nemici interni, in primo luogo i socialisti che si sono rivelati nemici dell’America e

strumenti della brutalità militaristica tedesca.

-Il riformismo come politica del giusto mezzo e l’analisi della rivoluzione francese

come esempio negativo

Roosevelt ribadì senza tregua che la politica delle riforme era la sola politica in

grado di mantenere i giusti equilibri all’interno della società. Essa rispondeva

all’imperativo di dare voce alle esigenze necessarie del mutamento e all’emergere

di nuovi diritti senza produrre infauste rotture. Di qui il suo attacco incessante ai

reazionari, ai conservatori, considerati come coloro che provocano le cause i cui

effetti generano le aspirazioni e gli atti dei rivoluzionari. Roosevelt aveva sempre

tenuto fermo che i peggiori rivoluzionari fossero i reazionari che non vedono e non

vogliono ammettere che vi sia alcun bisogno di cambiamento.

Anche Roosevelt assunse la parabola della rivoluzione francese come illustrazione

esemplare e negativa della dialettica cieca

conservazione-rivoluzione-reazione-rivoluzione. Sostenne che i rivoluzionari francesi

avevano danneggiato terribilmente la democrazia teorizzando una religione della

democrazia e facendo della libertà una divinità in nome della quale commisero i più

orrendi misfatti.

-La dottrina rooseveltiana dell’interesse nazionale e la politica verso le

corporations

Roosevelt occupò la casa Bianca dal 1901 fino al 1908; era a 42 anni il presidente

più giovane degli Usa.

In relazione alla politica industriale era convinto che occorresse aprire un nuovo

corso riformatore in grado di ridefinire le relazioni tra capitale e lavoro e di porre

sotto controllo l’eccessivo potere delle corporations. Non mirava affatto a

distruggere quest’ultime: le considerava un prodotto dello sviluppo industriale che

doveva essere accettato ed era del tutto estraneo all’idea di un ritorno ad un

sistema produttivo basato sulle piccole e medie imprese. La sua energica azione nei

confronti delle corporations aveva come scopo la loro regolamentazione.

Nel contesto degli acuti problemi creati dalla crisi economica iniziata nel 1907,

Roosevelt si radicalizzò in maniera assai accentuata con punte di aspra critica nei

confronti del grande capitale, denunciando i ricchi che ponevano i propri interessi

sopra ogni cosa e mettendo sul tappeto questioni come la tassazione sul reddito,

maggiori misure a tutela die lavoratori e il controllo federale sul mercato.

Lasciata la presidenza a Taft che considerava il proprio erede, Roosevelt ruppe

con lui in seguito alla sua netta involuzione in senso conservatore e si lanciò nella

campagna elettorale con l’intenzione di tornare al potere dando voce ad un

riformismo via via più radicale ma perse le elezioni.

Il nocciolo della sua filosofia politica era che si dovesse evitare una lotta

distruttiva tra parti sociali opposte: questo era compito del riformismo. La lotta di

tutti i paesi insegna che ogni volta che si è scatenata una lotta di classe il risultato è

stato fatale. L’arte di ogni governo era impedire agli opposti estremismi di

prevalere.

Nel 1912 disse che il pericolo che gravava sulla repubblica non era certo la

tirannide della maggioranza ma quella delle minoranza.

-le nuove basi della politica estera americana. Dalla difesa alla revisione della

dottrina Monroe

Roosevelt partì dalla difesa della dottrina Monroe: gli USA non dovevano

permettere ad alcuna grande potenza militare di espandersi nel continente, non

devono emulare il sistema europeo dei grandi eserciti. Componente della dottrina

era altresì che gli USA non perseguissero una politica espansionistica analoga a

quella delle potenze europee. In seguito però alla guerra ispano-americana del

1898, Roosevelt sposò apertamente la causa dell’espansionismo del suo paese,

inneggiando al dominio americano nelle Filippine che presentò come espansione

della democrazia e liberazione dal vecchio colonialismo europeo. Celebrò

l0espansionismo come causa della pace.

In tutto il corso della sua attività politica sostenne la tesi che l’America non

potesse fare a meno di diventare una potenza militare. Il futuro apparteneva ai

governi dotati politicamente e militarmente.

Quando la prima guerra mondiale era sul punto di coinvolgere direttamente gli

Stati Uniti, Roosevelt si schierò decisamente a fianco di Wilson. La guerra europea

era diventata una guerra dell’America che non poteva venire meno al ruolo centrale

che la storia ormai le assegnava.

-L’influenza della cultura e della politica europea su Wilson prima della presidenza

Fra tutti i presidenti americani non vi è stato alcuno, con la sola eccezione di

Jefferson, che abbia sentito tanto profondamente l’influenza della cultura e della

politica europea.

Un’altra peculiarità del rapporto di Wilson con l’Europa fu che gli toccò di operare

in un periodo in cui i legami con l’America si erano fatti intensi come non mai a casa

della guerra mondiale e del dopo guerra. Furono gli anni della fine

dell’isolazionismo.

Wilson criticava la relativa mancanza in America di una seria amministrazione e

quindi di una scienza dell’amministrazione che ha trovato i suoi dottori in Europa

continentale e soprattutto in Francia e Germania. La causa di ciò che egli la

rintracciava nel fatto che in quei paesi il governo era stato a lungo monopolio di

pochi e quindi essendo questo indipendente dal consenso popolare vi era una

maggiore opera di governo da compiere, con attenzione all’uso di pratiche

amministrative atte a non suscitare scontento nei confronti delle classi dirigenti. Era

giunto il momento che l’America mettesse in atto questi miglioramenti

amministrativi. Certo era più difficile organizzare l’amministrazione per una

democrazia che per una monarchia.

Anche in Wilson era fortissima l’idea della superiorità degli USA, derivante dalle

loro origini politiche e istituzionali, dal loro tipo di democrazia, dai loro fondamenti

sociali.

Grande era l’elogio verso coloro che in America avevano tenuto fermo il timone

contro l’influenza di una rivoluzione che non poteva far altro che seminare violenza

e distruzione e la critica verso chi invece come Jefferson era stato intenzionato a

gettarsi a capofitto nelle turbolenze europee. Gli americani non avevano mai avuto

a che fare con Rousseau e con il sentimento rivoluzionario europeo.

Se da una parte di schierava con gli Adams e gli Hamilton contro il Jefferson

amico dei rivoluzionari francesi, per contro nel confronto tra centralisti e anti

centralisti, tra federalisti e anti federalisti, era tutto a favore dei secondi in quanto i

federalisti davano francamente la loro preferenza all’antico vigore dell’autorità così

da contraddire molti degli ideali della rivoluzione democratica e quindi da perdere il

favore popolare. In materia di istituzioni i federalisti erano apparsi filo europei in

quanto avevano ritenuto necessario un governo forte.

-La terza via tra liberismo e statalismo

Asceso alla presidenza nel 1913 aveva l’idea di una nuova libertà. Una linea che

troviamo bene espressa in The State dove respingeva l’idea di quanti volevano un

governo minimo e anche quella che avrebbe voluto vedere la società affidata alla

guida e all’assistenza del governo in ogni affare della vita. Occorreva invece una

dottrina in grado di ridurre al minimo l’antagonismo tra sviluppo del singolo e

sviluppo sociale. Scopo del governo è dare la propria assistenza nel compimento

degli obiettivi di una società organizzata per un verso, per l’altro combattendo i

monopoli dominati dai pochi i quali devono essere posti sotto il controllo

indiretto/diretto della società. Si richiedeva controllo, competizione equa, un

governo posto al servizio della società e non uno con pretese di dominio su essa.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia del Pensiero Politico Contemporaneo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo L' Europa degli Americani: Dai Padri Fondatori a Roosevelt di Salvadori consigliato dal docente Dessi. Tra fine Settecento e metà Novecento gli Stati Uniti conobbero una costante ascesa, mentre l’Europa iniziò un viaggio culminato in una crisi distruttiva.
Partendo dai Padri fondatori e arrivando a F.D. Roosevelt, il libro ricostruisce i modi in cui la cultura politica del Nuovo mondo, espressa da presidenti, uomini politici e intellettuali, vide e giudicò il Vecchio.
Quel che ne emerge con chiarezza è che gli americani, salvo poche eccezioni, costruirono e svilupparono la propria identità nazionale alla luce di un crescente senso di superiorità verso l’Europa, di cui respinsero ‘mali’ e ‘vizi’, con l’ambizione sempre di ‘redimerla’ e infine di guidarla.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alexmary91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero politico contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Dessi Giovanni.

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