Poteri e critica nell'economia politica di Marx
Filosofia politica e potere nel giovane Marx
La critica di Marx a Hegel è centrata sulla scissione tra società civile e Stato. La Rivoluzione francese appare come un momento in cui tale scissione si compie: da un lato la società s’impadronisce del potere politico nella forma del “terzo stato” e dall’altro, tale movimento conduce alla definitiva e radicale spoliticizzazione della sfera “sociale”, generando la dicotomia tra sfera pubblica e privata, bourgeois e citoyen. Concentrando nello Stato le funzioni pubblica, gli uomini nella società si affermano come individui privati.
Il pensiero hegeliano mancherebbe proprio in rapporto alla mediazione tra società civile e Stato. Infatti, poiché nel legislativo si riproducono le contraddizioni che si sarebbero dovute unificare nel corso di tale mediazione, Marx giunge a giudicare informe lo Stato hegeliano, giacché i ceti, non potendo ricomporre la frattura tra società civile e Stato, indicherebbero niente meno che un’aspirazione e una tendenza destinate a rimanere tali.
Dalla critica della metafisica idealistica della sovranità, culminante nell’uno del monarca, si tratta per Marx di discendere alla dimensione democratica della pluralità come conditio sine qua non della praxis politica. La posizione democratica di Marx non è riconducibile alla volontà generale di Rousseau, che porta alla concentrazione della sovranità nello Stato. Per questo la pratica politica democratica a cui Marx allude non è più riconducibile alla concettualità moderna della sovranità e del potere.
Si tratta, quindi, di mostrare che la moderna concezione del potere è tutt’altro che estinzione del dominio dell’uomo sull’uomo, quanto sia invece il dispositivo in grado di mantenere la diseguaglianza e le funzioni di comando e obbedienza, in un contesto in cui non è più possibile ricondurre queste a una naturale gerarchia delle anime. Se il potere è nient’altro che la forma moderna del dominio, allora si tratta di rivendicare l’effettualità dell’agire politico a un’istanza diversa da quella del potere.
Dando per risolto il problema dell’ordine politico, la democrazia dovrebbe azzerare l’equazione tra questo e la produzione dell’unità politica. Marx dovrà indirizzarsi ad una forma qualificata di pluralità, tale non perché rappresentata, ma perché così dovrebbe esistere ed è ciò che egli tenta di esprimere con la nozione di classe, che sarà determinata nella misura in cui essa si dispieghi come processo strutturato di unificazione.
Il potere moderno s’istituisce solo a prezzo di distinguere e separare da sé una sfera, la società, priva di rilevanza politica. Marx non inverte le relazioni tra quest’ultima e lo Stato, né sostituisce al dominio “idealistico” della dimensione politica o statuale il dominio “materialistico” delle relazioni economico-produttive; egli sviluppa i risultati della sua critica alla moderna nozione di sovranità, che espropria agli individui le capacità decisionali e di azione politica.
Da un lato, la società viene rappresentata come impolitica, per incorporare nello Stato le funzioni connesse alla sovranità; dall’altro, attraverso la neutralizzazione così prodotta, si ottiene il risultato di spoliticizzare la conflittualità insita nei rapporti sociali.
La parabola dalla "Introduzione" del 1844 al "Manifesto"
Nella parabola che dalla Introduzione del 1844 alla Critica della filosofia del diritto hegeliana conduce alla redazione del Manifesto, si consuma la distruzione dell’assetto dicotomico pubblico/privato: la politica deborda dallo Stato investendo in pieno la società.
Entro questa cornice si dispone la critica della proprietà e dell’alienazione del lavoro operaio. In effetti, lo Stato moderno garantisce giuridicamente l’istituto della proprietà, e con ciò stesso la possibilità di scambiare forza-lavoro con salario. Tuttavia, dal momento in cui si assuma la dimensione statuale come l’unica propriamente politica, l’intera sfera delle relazioni economico-sociali appare spoliticizzata. L’economia diventa scienza neutrale, in quanto neutrali e spoliticizzati appaiono i rapporti che ad essa spetterebbe di “descrivere” obiettivamente. Ma dal momento in cui la dimensione sociale viene calata nel politico, allora saltano le neutralizzazioni operate dalla filosofia politica moderna.
A tal punto è opportuno soffermarsi sulla funzione categoriale della nozione di classe. Anzitutto la “classe” degli operai si darà laddove si darà lavoro salariato. Il proletariato non è il rovesciamento della nozione hegeliana dello “spirito”. Il punto è che la critica della scienza politica moderna non si limita a sostituire il titolare di una funzione che verrebbe “conservata” in quanto tale, nel senso per cui prima (in Hegel) soggetto sarebbe stato lo “spirito”, mentre ora (in Marx) soggetto diventerebbe il suo corrispettivo “materiale”, cioè la classe.
La concentrazione degli operai nella fabbrica moderna è la condizione materiale in base alla quale si producono le pratiche di costruzione dell’identità collettiva, ma questi processi di costituzione e di unificazione del proletariato in “classe” non possono portare alla costituzione di un soggetto conforme a quello della sovranità statuale moderna, poiché questo significherebbe ricadere all’interno della logica del potere e dell’unità politica.
La connotazione propria del concetto di “classe” dovrebbe dunque tenere assieme l’unità del nome collettivo e la molteplicità dei “soggetti” che della classe costituiscono l’articolazione materiale. Il “partito comunista” del Manifesto è l’espressione e l’esito di questa tensione. Per questo esso non può essere ricondotto alla nozione della rappresentanza moderna, se costitutiva di quest’ultima è la dialettica autore-attore, in cui l’attore compie azioni di cui non è autore (popolo sovrano) e l’autore le fa demanda all’attore. Quindi né la dicotomia tra attore e autore, né la polarità comando-obbedienza possono descrivere adeguatamente le relazioni interne alla costituzione materiale della classe.
Tanto meno adeguato sarà il tentativo di leggere nel proletariato l’istanza di una emancipazione della società contro lo Stato, motivo per cui a Marx appare velleitario ogni tentativo di impostare l’azione politica del proletariato in chiave riformistica, ossia come conquista di nuovi spazi di emancipazione “sociale”. Nessuna emancipazione è possibile nel sociale perché quest’ultimo è il prodotto del discorso teorico attraverso cui si è istituito il potere moderno. È anche per questo che la “classe” appare irrappresentabile e indisponibile alla presa dei concetti che hanno organizzato il discorso della filosofia politica moderna.
Il significato politico della critica dell'economia politica
Durante il suo esilio londinese Marx svolge lo sguardo indietro, sulle rivoluzioni del 1848. La rappresentazione delle classi si è dissolta, l’antagonismo tra proletariato e borghesia si è polarizzato e concentrato in una «guerra civile latente o aperta», e tuttavia tale rapporto appare a Marx essenzialmente simmetrico. Queste rivoluzioni hanno annunciato l’emancipazione del proletariato. Il progetto di critica dell’economia politica intende mostrare la base reale della rappresentazione del pubblico come sfera in cui gli individui, spogliatisi dell’astrazione di ci vengono investiti nei rapporti di mercato come proprietari di merci, entrano in rapporto come soggetti eguali e liberi.
In una prima accezione, l’economia è politica in quanto scopre nei fenomeni concorrenziali e nella costituzione delle grandezze economiche la modificazione di rapporti di dominio, nell’accumulazione del capitale e nell’equivalenza del valore la logica dello sfruttamento. La ricchezza borghese appare come merce agli individui, tutti egualmente costituiti come soggetti indipendenti che scambiano, mediante contratto tra proprietari eguali, valori equivalenti, cioè prodotti di lavori “privati”, indipendenti gli uni dagli altri. Il rappresentate universale della ricchezza è il denaro, sovrano delle merci, ed esercita un dominio assoluto. In esso prodotti e attività sono risolti in valori di scambio. Il denaro costituisce l’unico “nesso sociale” tra individui reciprocamente indifferenti: è esso la comunità. Marx rovescia un’ironia hobbesiana sulla rappresentazione borghese dell’interesse generale: esso non è che interesse dei privati elevato a determinato interesse sociale.
Nei processi di oggettivazione e spersonalizzazione del potere, la moneta tiene il luogo del sovrano: essa è la forma universale, evanescente di una configurazione politica e sociale ben lungi dall’essere compiuta, rappresentando una forma minimale di legame sociale.
«Il potere che ogni individuo esercita sull’attività degli altri o sulle ricchezze sociali, egli lo possiede in quanto proprietario di denaro».
La qualità di potere sociale che il denaro riveste si fa determinata quando si presentano individui «il cui semplice sussistere» è espressione di subordinazione generale astratta che si determina in lavoro salariato formalmente libero: la forza-lavoro incontra solo personificazioni di potere sociale annidate nella forma di denaro.
Questa determinazione di lavoro e di individuo permette a Marx di approfondire il concetto di classe lavoratrice, irriducibile a gruppo sociale, a parte di una totalità unitaria. In quanto lavoro vivo, l’operaio si presenta nella società borghese come soggetto senza oggetto: in questa «il lavoratore non ha un’esistenza oggettiva, esiste solo soggettivamente».
La ragione profonda delle rivoluzioni è la contraddizione tra la pretesa dello Stato di costituire comunità di individui liberi e uguali e la nuda soggettività del lavoratore. In quanto forma di dipendenza monetaria che richiede sin da subito la presenza decisiva dello Stato a validazione del contratto, il rapporto di lavoro salariato non è in alcun modo privato bensì costitutivo della società borghese e della sua specifica configurazione politica. Il concetto marxiano di potere/dominio si intreccia con quello di lavoro salariato nella categoria di formazione sociale storicamente determinata.
Intendendo il proprio metodo come esposizione di una “storia naturale” del capitale, Marx formula problematicamente un rapporto di determinazione tra struttura (economica) e sovrastruttura (ideologica). Il dato politico essenziale è che il capitale forma un sistema storicamente determinato tra mezzi di produzione e lavoro, del rapporto sociale complessivo, istituzionale ed economico che, nella società borghese, comprende fin da subito la presenza dello Stato come macchina di regolazione degli antagonismi specifici che precedono la produzione e in questa si sviluppano.
Per la forza lavoro non vale la legge dei valori: essa è condizione di esistenza del capitale stesso e unica forza in grado di valorizzarlo, cioè di accrescerlo in quanto valore di scambio, denaro. Ciò che distingue il capitale da altri modi di appropriazione del lavoro altrui è il fatto che la coazione esercitata sui lavoratori non è esterna ma interna al processo di produzione, i cui mezzi materiali sono già possesso del capitalista. In tale processo l’appropriazione di pluslavoro prende la forma di plusvalore, di un incremento indefinito della grandezza di valore misurata in tempo di lavoro sociale.
Il potere del capitalista è un dominio che è sociale in quanto esercita comando sulle condizioni materiali della produzione – cristallizzatesi in determinati rapporti istituzionali ed economici – e attraverso queste su lavoro formalmente libero. Lo Stato stesso appare come forma derivata della sussunzione del processo lavorativo, forma di un dominio sociale basato su configurazioni determinate di appropriazione di pluslavoro. Il capitale è una «contraddizione in processo», un prodotto di un antagonismo di classe che si sviluppa in contraddizioni reali, materiali e determinate.
Il nesso lavoro-potere si dà nello spazio asimmetrico delle classi. La “classe” è definita dall’antagonismo specifico che la costituisce: dapprima come forza-lavoro antagonistica che sola può valorizzare il capitale, poi come classe operaia dentro il capitale, da questo organizzata e disciplinata come sua parte. Il capitale è valore di scambio resosi autonomo, denaro, e però «necessariamente» in processo. Valorizzazione del capitale e astrazione del lavoro indicano in Marx la forza con cui il capitale ha separato, “astratto” la potenza del lavoro cooperante dai singoli lavoratori, l’ha fatta propria, ridotta a unico “elemento” vivificante, per poi cristallizzarsi come sistema di potere.
L’analisi della cooperazione come qualificazione produttiva del lavoro sociale prevede che il capitalista è, di fronte ai singoli operai, «l’unità e la volontà del corpo lavorativo sociale». Il comando del capitale sul lavoro non è più semplice conseguenza formale del fatto che l’operaio lavora non per se stesso ma per il capitalista, ma diviene esigenza imprescindibile del processo lavorativo, condizione della produzione.
Quando il lavoro astratto si presenta come forza produttiva sociale e la sua organizzazione si distende sulla società «trasformandola in una fabbrica», allora esso determina tutti i rapporti di subordinazione impliciti nella sua natura, copre tutta intera la realtà sociale e pare ripeterne le articolazioni. Il capitale sociale è «la soppressione del capitale come proprietà privata nell’ambito del modo di produzione capitalistico stesso».
Nell’articolazione strettissima di organizzazione del lavoro e comando del capitale, Marx ritiene di poter individuare la necessità per questo di realizzarsi in istituzioni politiche formali, in potere costituito. Il lavoro associato-salariato dà prova di cittadinanza politica. Il discorso marxiano sulla classe operaia non si riduce a rivendicare un “riconoscimento” del lavoro sulla base della sua “utilità” sociale o il risarcimento di una millenaria esclusione.
In condizioni di capitale socializzato, le articolazioni istituzionali non si danno più come elementi del rapporto, ma come funzioni che promanano da un’unità dell’ordinamento che si vuole assoluta. La critica dell’ideologia si fa critica delle articolazioni del potere sociale, della sua rappresentazione. In primo luogo la definizione marxiana di potere capitalistico coglie la natura legittimante di un dominio, che si vuole in forma “economica”, esercitato sull’insubordinazione politica di classe operaia. Inoltre, il problema del rapporto di padronanza muta radicalmente. È significativa la critica di Marx alla formula di Saint-Simon: sostituire il “governo delle persone” con l’”amministrazione delle cose” è rovesciare la politica in scienza della produzione industriale.
Nella riflessione di Marx, è decisiva l’esperienza storica della Comune di Parigi, che ha mostrato che «la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini», ma il suo primo atto deve proprio essere la distruzione del potere delle classi dominanti. Marx sostiene che è politico ogni movimento in cui la classe operaia come classe affronta le classi dominanti e alla luce dell’esperienza della Comune, rettifica la formulazione del Manifesto. La classe sfruttata non può, in senso oggettivo, materiale, esercitare il proprio potere con gli stessi mezzi usati dalla borghesia. Il proletariato dovrebbe porre in essere una macchina statale abolendo il meccanismo di rappresentanza del popolo.
Questo processo è una repubblica sociale che tiene aperto il processo di emancipazione sociale dei lavoratori.
Compimento e crisi della sovranità
La societas civilis dei giusnaturalismi ha dato luogo alla distinzione tra società civile e Stato, distinzione divenuta chiara durante la Rivoluzione francese, quando lo Stato ha iniziato ad aver bisogno di riferirsi ad una società di individui uguali, base della nazione, cui spetta il potere costituente. Durante l’800 la società si mostra quale luogo di conflitti che devono essere controllati, come anche luogo di emancipazione di masse che erano precedentemente escluse dalla vita politica.
La dialettica tra Stato e società civile richiede una superiorità e una neutralità dello Stato nei confronti delle parti sociali. Nel XX secolo Schmitt individua la Verfassung quale raccordo tra elementi sociali e politici negli Stati contemporanei: la distinzione tra privatezza, che caratterizzerebbe i rapporti sociali, e la pubblicità, che sarebbe propria dell’agire politico, della manifestazione dello Stato e delle sue leggi, non regge più. Fenomeni che dovrebbero essere indicati come privati o sociali mostrano di avere una rilevanza politica e pubblica, il che comporta l’intervento sempre più capillare dello Stato e dei poteri pubblici in questo ambito. Con Weber si assiste a una riformulazione epistemologica complessiva, che sarà decisiva per il concetto di potere.
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