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Riassunto esame Storia del Pensiero Politico Contemporaneo, prof. Tuccari, libro consigliato L'Europa degli Americani, Salvatori

Riassunto per l'esame di Storia del Pensiero Politico Contemporaneo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Europa degli Americani, Salvatori. Gli argomenti trattati sono: i motivi che ci spingono ad analizzare il pensiero politico americano, lo scoppio della rivoluzione americana, le tradizioni politico-culturali degli Stati... Vedi di più

Esame di Storia del pensiero politico contemporaneo docente Prof. F. Tuccari

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ESTRATTO DOCUMENTO

Dibattito sulla Costituzione

Esso ebbe luogo tra il 25 Maggio e il 17 Settembre del 1787, ossia durante quello che fu il periodo nel quale la

Convenzione federale svolse i suoi lavori nella State House di Philadelphia.

Due erano i filoni di pensiero: i federalisti, guidati da personalità come Washington, Franklin, Hamilton e Madison, e

gli antifederalisti, con all’interno elementi come Henry, Clinton e Mason.

Appartenenti a quella che era l’élite del mondo agrario e del commercio, e sostenuti soprattutto dal ceto medio e da

quello inferiore urbano, i federalisti sostenevano la scelta di un governo federale forte con a capo un presidente dotato

di ampi poteri.

Appartenenti a quella che era la categoria dei farmers, ossia quella dei grandi proprietari terrieri desiderosi della

massima indipendenza, e sostenuti soprattutto dai leader della rivoluzione, gli antifederalisti ritenevano invece che un

governo federale e la presenza di un presidente dotato di ampi poteri potessero imporre, al contrario, sia un eccessivo

fiscalismo che un eccessivo controllo politico sia sui vari stati che sugli individui, costituendosi così come delle forti

insidie sia per quanto riguarda quelli che sono i diritti di proprietà, sia, più in generale, per quanto riguarda quelle che

sono le autonomie e le libertà personali e collettive.

Alla fine della discussione, la spuntarono i federalisti. Ciò nonostante, pur essendo stata sottoscritta da 39 delegati su

55, prima di essere effettivamente messa in vigore, la costituzione federalista dovette seguire un percorso tutt’altro che

agevole, in quanto in molti degli stati americani il processo di ratifica fu lento e difficoltoso.

Nonostante la discussione tra federalisti e antifederalisti fu forte e continua, entrambe le parti tuttavia agirono per

l’interesse del proprio paese e soprattutto con la consapevolezza che ciò che si doveva creare doveva essere un modello

basato sul “the city upon the hill”, un vero e proprio progetto politico in cui cioè tutte le ingiustizie sociali di tipo

europeo dovevano essere assolutamente superate.

I PADRI FONDATORI

JOHN ADAMS

Eletto nel 1796, John Adams fu il secondo presidente della storia degli USA dopo Washington

Temi centrali

I temi centrali della sua politica furono senza alcun dubbio:

1. una forte ostilità verso la democrazia

2. una posizione politica definibile a tutti gli effetti come conservatrice-realista

3. una concezione fortemente pessimistica della natura umana

Il rifiuto della democrazia

Al pari di altre forme dispotiche come la monarchia, Adams ritiene che essa sia una forma di governo priva del concetto

di giusto equilibrio.

Essendo quella forma di governo che concede il potere indistintamente a tutti, essa infatti cade in contraddizione con

quelli che sono le due principali verità della natura umana: la malvagità naturale dell’uomo e la disuguaglianza

inevitabile dell’umanità.

Detto questo, dunque, appare inevitabile come il destino della democrazia non possa essere che quello di essere

trasformata in forme come l’oligarchia, l’aristocrazia o la monarchia: forme di governo che secondo Adams, oltre a far

funzionare male il paese, hanno tutte quante in comune un forte senso dispotico.

La storia di tutti i tempi infatti non ha fatto altro che confermare come l’inevitabile disordine creato dalla democrazia

abbia provocato ogni volta capricci e orrori, provocando in questo modo sempre lo stesso automatico copione: l’ascesa

del dittatore di turno.

Il suo conservatorismo

Il conservatorismo di Adams è definibile come un conservatorismo atipico tutto americano.

Nonostante avesse una posizione nettamente contraria sia a quella dei rivoluzionari francesi che a quella dei

repubblicani americani filo-francesi, si batté infatti anch’egli come loro a favore dell’indipendenza statunitense.

Secondo Adams, infatti, gli Stati Uniti dovevano essere guidati da un governo non più degli uomini, ma delle leggi, e

soprattutto dovevano far loro il principio “no taxation without representation” secondo il quale ogni tassa, per entrare in

vigore, sarebbe dovuta essere prima accettata da coloro che l’avrebbero poi subita: principio questo continuamente

trasgredito dai coloni inglesi e dunque alla base di quelle che sono state le ragioni per cui anche Adams si schierò a

favore dell’indipendenza.

Se quanto detto finora spiega più che altro quella che è stata l’atipicità del suo conservatorismo, il fatto di respingere

ogni gerarchia fondata su privilegi ereditari fa sì invece che venga compreso lo stampo tutto americano della sua

politica.

Nonostante fosse un critico della democrazia, un sostenitore della concezione conservatrice della proprietà e soprattutto

un difensore di quella che era l’idea di un’aristocrazia forte e dominante, egli si distaccò infatti nettamente da quelle che

erano le radici del conservatorismo europeo proponendosi al contrario come un forte sostenitore di quella che era l’idea

dell’aristocrazia naturale.

Alla luce di quanto detto, perché allora Adams viene ugualmente considerato come un conservatore?

o per la sua avversione a Jefferson

o per la sua contrapposizione alla Francia rivoluzionaria

o per la sua concezione fortemente pessimistica verso quella che è la natura umana

La concezione pessimistica della natura umana

A differenza di Rousseau, il quale riteneva che l’uomo fosse originariamente un’entità buona, solo in seguito inquinata

da una civiltà artificiale e corrotta, Adams infatti credeva che l’uomo fosse crudele ed egoista già per sua natura.

Se la maggior parte dei conservatori, al fine di mettere ordine a quella che era l’inevitabile anarchia della vita sociale,

riteneva tuttavia opportuno instaurare un governo repressivo e autoritario, Adams, al contrario, forte del suo spiccato

orientamento liberale, riteneva il dispotismo uno dei più grandi mali che potesse attanagliare un paese.

Come sventare la possibilità del dispotismo?

1. la formazione di un governo misto

2. la creazione di un governo basato sulle leggi e non più sugli uomini

3. il riconoscimento del talento dell’aristocrazia naturale: elemento questo realizzabile mediante esclusivamente il

trasferimento del potere dai molti ai migliori.

Per quanto riguarda infatti il primo elemento, secondo Adams, condizione indispensabile affinché ogni possibile

dispotismo possa essere scongiurato è senza alcun tipo di dubbio la creazione di un sistema di equilibri tale da

rappresentare tutte le diverse esigenze dei vari gruppi sociali.

A tale proposito dunque, per Adams, necessario era dotarsi di un sistema bicamerale composto da Senato e Assemblea

rappresentativa: il primo composto dall’élite del paese, mentre la seconda costituita dai vari rappresentanti scelti dal

popolo in tutte le sue parti.

Secondo Adams, infatti, pensare ad un sistema composto da una sola camera ( o comunque sia rappresentante solo una

parte del popolo) non poteva che condurre a quella che era un’inevitabile condizione di schiavitù.

Così facendo, infatti, consapevoli anche di quella che è la cattiva natura dell’uomo, appariva evidente come gli

appartenenti a quelle che erano le classi ben rappresentate non avrebbero potuto che sottomettere quelli che al contrario

ben rappresentati non erano.

Per quanto riguarda invece il discorso sull’aristocrazia naturale, secondo Adams, condizione indispensabile affinché

ogni possibile dispotismo possa essere scongiurato è quella che vede il governo esclusivamente retto da coloro che sono

migliori non per privilegio ma per talento.

Secondo Adams, infatti, partendo dal presupposto che l’ineguaglianza tra gli uomini è un qualcosa di inevitabile, se

l’aristocrazia artificiale è un qualcosa da evitare e condannare, in quanto basata esclusivamente su un potere creato e

stabilito dagli uomini, al contrario l’aristocrazia naturale, poiché frutto di quelle che sono le varie qualità dimostrate in

concreto dagli uomini, è qualcosa non solo da tollerare ma addirittura da assumere e privilegiare.

Dal momento infatti che essa poggia su qualità come il sapere, il talento, l’intraprendenza, l’altruismo e la bellezza essa

non può secondo Adams che essere immune da qualsiasi tipo di attacco e gelosia.

Sottrarsi dunque a quella che è l’inevitabile disuguaglianza degli uomini non può che voler dire mentire alla realtà.

Così come spiegato a Taylor, nonostante in un campione di 100 persone almeno 70 siano agricoltori, se non si concede

infatti volontariamente il potere ai più talentuosi non si fa altro che ritardare quello che è un processo per forza di cose

inevitabile; a causa della loro naturale superiorità, essi troverebbero infatti comunque sia il modo di salire prima o poi

ugualmente al potere.

Le sue opere principali

o Pensieri sul governo (1776) : opera meno conservatrice di Adams, non è altro che un opuscolo in favore della

rivoluzione americana

o Una difesa delle Costituzioni degli USA (1787): essenzialmente è un opera che intende far luce sulla sua

posizione conservatrice

Pensieri sul governo

In quest’opera Adams risponde essenzialmente a tre domande:

1) qual è il problema generale?

2) qual è la forma politica più appropriata?

3) qual è il problema principale di tale forma di governo?

1) Adams chiarisce come il problema generale sia quello di garantire il maggiore benessere possibile a tutti

2) Adams sostiene come la forma politica più appropriata sia quella repubblicana in quanto fondata sia sul concetto di

governo basato sulle leggi che su quello che vede il potere dover essere detenuto dai più saggi e talentuosi.

Nello specifico inoltre egli è convinto anche della necessarietà di due elementi: la presenza di un forte ramo

democratico e l’esistenza di un importante potere esecutivo, centrale e non divisibile, che riesca ad imporsi in maniera

autonoma e decisa rispetto a quello che è il potere legislativo.

3) Adams risponde come la principale difficoltà consiste nel realizzare un’assemblea rappresentativa che segua il più

possibile quella che è la continua evoluzione della società.

THOMAS JEFFERSON

Successore di Adams come presidente degli USA, è colui che ha scritto la tanto famigerata Dichiarazione

d’indipendenza degli Stati Uniti.

Temi centrali

Se Adams poteva essere definito a tutti gli effetti come un conservatore atipico che faceva del proprio astio verso la

democrazia, del proprio rifiuto verso la rivoluzione francese e della propria concezione pessimistica della natura umana

i propri punti cardini, Jefferson, al contrario, nonostante condividesse anche lui l’idea di uno stato liberale che tutelasse

senza opprimere, poggiava la propria ideologia politica su tutte altre basi.

Fra queste riconosciamo soprattutto quattro importanti elementi centrali:

1. l’importanza data a quelle che lui chiamava piccole comunità locali: veri e propri enti territoriali che attraverso

la propria opera di governo garantivano sia il buon governo che la democraticità di tutto lo Stato

2. l’idea di uno stato fortemente democratico

3. una curiosa presenza realista nella propria sfera dell’ideale

4. una concezione nettamente ottimistica della natura umana, dovuta ad un forte senso di universalismo

L’idea di uno stato fortemente democratico

La sua politica ruota su tre elementi: diritti, educazione e democrazia.

I primi importanti in quanto originari e dunque inalienabili, la seconda fondamentale in quanto mezzo attraverso il quale

acquistiamo la consapevolezza del loro significato ed infine la terza indispensabile in quanto strumento politico

attraverso il quale valorizzarli.

Al contrario di Adams, Jefferson inoltre ritiene come la forma politica più giusta sia quella che vede al potere tutto il

popolo e non solamente i più saggi e talentuosi.

Secondo Jefferson infatti il governo sarà stabile solamente nel momento in cui ogni singolo individuo potrà partecipare

alle decisioni supreme; se è vero infatti che il pericolo della corruzione è sempre dietro l’angolo, lo è altrettanto il fatto

che corrompere l’intera massa è un qualcosa che prescinde da ogni immaginabile possibilità.

Se Adams inoltre condannava la democrazia in quanto forma che secondo lui portava sempre e comunque alla tirannide,

Jefferson capovolge questa visione affermando come il pericolo che questa possa sorgere provenga solamente dai più

privilegiati.

Nonostante infatti il più delle volte sia direttamente il popolo a ribellarsi, secondo Jefferson esso lo farebbe solamente in

quanto stufo dei continui soprusi realizzati da chi governa.

Ma qual è la forma di democrazia secondo Jefferson più adatta?

Per lui è senza dubbio quella che contiene al proprio interno il giusto mix tra democrazia rappresentativa e democrazia

diretta, dove per democrazia rappresentativa si intende quella forma governativa dove il potere viene esercitato da

rappresentanti eletti dal popolo, mentre per democrazia diretta si intende quella forma democratica dove invece il potere

viene esercitato direttamente da noi stessi senza bisogno di alcun mandatario.

Una curiosa presenza realista nella propria sfera dell’ideale

Nonostante tutta la politica di Jefferson sia sempre stata impregnata da un forte attaccamento ai propri principi

egualitari e democratici, considerare la mentalità di Jefferson come un qualcosa di totalmente immune a quelli che

erano i vari contesti sociali in cui ci si trovava ad agire non sarebbe altro che un errore.

Nonostante il suo forte idealismo, egli infatti possedeva a tutti gli effetti un più che acceso senso sia della realtà che

della concretezza: una visione questa che, oltre a fargli cambiare idea sia sul tema dell’industrializzazione che su quello

della rivoluzione francese, lo portò a rivedere anche quella che era l’adattabilità del sistema democratico nei paesi

diversi dal proprio.

Se negli Stati Uniti per

A differenza di quanto pensato per gli Stati Uniti, secondo Jefferson, infatti, dal momento che in Europa esisteva ancora

una forte potenza aristocratica in grado di indirizzare il tutto secondo i propri interessi, la migliore forma di governo

possibile non era quella di una repubblica di tipo democratico, ma solo ed esclusivamente quella di una vera e propria

monarchia limitata in cui soprattutto il potere economico doveva venire amministrato dalle uniche mani del re.

Ma quale doveva essere l’unico potere affidato al popolo?

Solo ed esclusivamente quello di decidere, grazie ai propri rappresentanti, se entrare in guerra o meno.

Una concezione nettamente progressista della natura umana, dovuta ad un forte senso di universalismo

Al contrario di quanto pensato da Adams, secondo Jefferson l’umanità per sua natura non può che essere incanalata

verso un comune progresso.

Al di là di ogni singolo contesto socio-culturale, egli credeva infatti nell’esistenza in ogni uomo di una vera e propria

forza benefica e universale capace prima o poi, nel nome del raggiungimento del bene comune, sia di superare le varie

barriere mentali che di consolidare i vari rapporti di solidarietà.

Affinché tutto questo fosse potuto avvenire era necessario per Jefferson liberarsi tuttavia il prima possibile di tutte

quelle eredità negative, come ad esempio l’ineguale distribuzione della proprietà e la forte tendenza al dispotismo,

lasciate nel corso della storia dalle varie dottrine europee.

Altri temi centrali

1. la sfiducia verso le classi aristocratiche

2. l’ammirazione verso i farmers

3. l’opposizione verso l’industrializzazione

La sfiducia verso le classi aristocratiche

Così come Adams, anche Jefferson si scaglia con tutte le sue forze con quello che è il concetto di aristocrazia artificiale,

ossia contro tutti coloro che esercitano una carica per privilegi e non per qualità innate.

Se Adams tuttavia è parzialmente tollerante, Jefferson al contrario non concede alcun tipo di privilegio.

Se Adams infatti, pur condannandola, al fine soprattutto di limitarne i poteri, riteneva opportuno concedere

all’aristocrazia artificiale una parte di potere politico, secondo Jefferson al contrario ciò a cui bisognava mirare era la

totale estromissione di quest’ultima da tutto il quadro politico del paese.

Come se non bastasse inoltre, rispetto al suo predecessore, Jefferson riteneva corretto fondare la propria supremazia

naturale solamente in base alle proprie virtù etiche e spirituali.

Se Adams infatti giustificava la propria supremazia naturale anche in base a virtù estetiche come la bellezza, Jefferson

al contrario ignorava tutto ciò che non fosse prettamente spirituale.

L’ammirazione verso i farmers

L’ammirazione di Jefferson verso i piccoli proprietari agricoli era così forte da far sì addirittura che essi fossero

considerati come il vero e proprio popolo di Dio.

Cittadini virtuosi per eccellenza, Jefferson infatti li stimava per tutta una serie di fattori che abbracciavano in tutto e per

tutto il suo innovativo modo di pensare.

Essi infatti in primis non erano solitamente né poveri né ricchi, aspiravano ad un sistema liberale che sapesse tutelare

senza opprimere, si trovavano in una situazione di forte contrasto sia con gli aristocratici che con il sottoproletariato

urbano, erano a tutti gli effetti degli individui economicamente indipendenti e quindi non bisognosi di alcun topo di

sussidio economico e infine erano coloro che più di tutti incarnavano quello che doveva essere il perfetto lavoratore

americano, ossia dedito al lavoro e non amante né dell’ozio né dell’essere mantenuto.

L’opposizione verso l’industrializzazione

In netta opposizione a quello che era il pensiero di Hamilton, il quale riteneva l’industrializzazione uno dei bisogni

primari del nascente stato americano, in quanto principale strumento attraverso il quale mantenere la propria

indipendenza economica, Jefferson riteneva più opportuno, al fine soprattutto di evitare la diffusione dei mali

dell’industrializzazione, continuare ad importare i prodotti.

Secondo Jefferson, infatti, il primo pericolo da evitare era proprio quello di permettere la degenerazione dello spirito e

dei costumi americani, obiettivo questo che a causa dell’immigrazione di vere e proprie masse urbane nelle campagne

non poteva che diventare di difficile realizzazione.

Oltre a quanto appena detto, Jefferson inoltre era convinto che l’industrializzazione fosse necessaria solo in quei paesi,

come la maggior parte di quelli europei, dove le terre erano scarse o comunque sia in gran parte precluse.

Secondo Jefferson infatti la vera e propria creazione interna di manifattura era un bisogno che si rendeva

inevitabilmente necessario solamente nel momento in cui, a causa del disomogeneo rapporto tra eccessiva popolazione

e scarsità di terre a disposizione, diventava fondamentale creare occupazione.

Nonostante la chiarezza delle proprie idee, nel 1816 Jefferson fu tuttavia autore di un clamoroso dietro-front.

Egli infatti, pur se a malincuore, si rese conto di come, a causa delle continue opere di saccheggio e pirateria compiute

da paesi come la Francia e l’Inghilterra, fosse venuta meno tutta quella serie di accordi internazione che di fatto

avevano finora garantito quello che era stato il corretto sviluppo del libero commercio.

In un mondo completamente sconvolto dal caos, se non si voleva essere esclusi dall’economia mondiale, non si poteva

far altro dunque, secondo Jefferson, che cominciare a dar vita a un ormai inevitabile lento ma graduale processo di

industrializzazione.

Cosa emerge dal suo messaggio d’insediamento alla presidenza?

Essenzialmente tre cose:

1) l’ascesa economica degli Stati Uniti, i quali vengono dipinti a tutti gli effetti come un vero e proprio paese

economicamente attivo, in quanto capace di stabilire relazioni commerciali anche con paesi sensibili alla forza e obliosi

del diritto come quelli europei.

2) l’enfatizzazione della fortuna dell’essere americani, in quanto paese secondo Jefferson privilegiato sia da fattori

storico-geografici ( come il grande spazio a disposizione ) che da fattori culturali (come sia l’amore verso il

puritanesimo che l’esistenza di una mentalità esclusivamente americana che vedeva come unico obiettivo quello del

raggiungimento di una società perfetta)

3) il desiderio di unire al grido “siamo tutti americani, siamo tutti federalisti” tutte le varie forze politiche americane in

nome del comune benessere del paese.

ALEXANDER HAMILTON

Differenze rispetto agli altri padri fondatori

1. non fu mai presidente degli Stati Uniti, in quanto rivestì solamente la carica di ministro del tesoro

2. è stato un self made man, in quanto non appartenendo ad una famiglia aristocratica la sua escalation politica fu

esclusivamente frutto del proprio talento

3. era favorevole all’industrializzazione americana, in quanto la vedeva come vera e propria necessità storica al

fine di salvaguardare la propria indipendenza economica e politica

4. presentava ampi tratti politici d’origine filo-europea

I temi centrali

1. L’adozione di un conservatorismo assai radicale

2. L’alternarsi di una spiccata americanicità con una evidente non americanicità

L’adozione di un conservatorismo assai radicale

Partendo da uno spiccato senso di pessimismo verso tutto ciò riguardante la natura umana, la quale secondo lui non

poteva che essere dominata da quella che era una naturale tendenza verso i propri interessi e le proprie passioni,

Hamilton era convinto infatti della necessarietà di un vero e proprio governo centralizzato che ponesse come proprio

scopo principale quello di controllare ogni tipo di forma rivoluzionaria e scissionistica.

Ciò nonostante, così come successo anche per Adams, fu anch’egli uno dei principali protagonisti di quella che fu la

tanto sofferta battaglia per l’indipendenza degli Stati Uniti.

Secondo Hamilton, infatti, gli Stati Uniti dovevano essere guidati da un governo non più degli uomini, ma delle leggi, e

soprattutto dovevano far loro il principio “no taxation without representation” secondo il quale ogni tassa, per entrare in

vigore, sarebbe dovuta essere prima accettata da coloro che l’avrebbero poi subita: principio questo continuamente

trasgredito dai coloni inglesi e dunque alla base di quelle che sono state le ragioni per cui anche Hamilton si schierò a

favore dell’indipendenza.

L’alternarsi di una spiccata americanicità con una evidente non americanicità

A differenza degli altri padri fondatori, Hamilton fa suoi concetti nettamente distanti da quello che era il nuovo spirito

americano.

L’avversione nei confronti dell’uomo comune, l’amore verso l’elitismo antipopolare, l’attrazione verso un certo tipo di

gusto aristocratico, la simpatia verso la monarchia, il disprezzo verso l’eguaglianza sociale e la spinta verso

l’industrializzazione costituiscono infatti tutti esempi di una mentalità che nulla c’entrava con quello che doveva essere

il nuovo spirito fortemente individualista e federalista del nuovo corso americano.

Ciò che Hamilton auspicava, infatti, era l’adozione di un sistema governativo fortemente centralizzato e interamente

modellato su quello che era il costituzionalismo inglese.

A suo parere, infatti, il modello inglese era quello che più di tutti garantiva in uno stato ordine e stabilità, in quanto

unico esempio capace di controllare quelle che erano le sempre più esigenti e inadeguate richieste della massa.

Grazie ad organismi come la Camera dei Lord, vero e proprio organo legislativo composto da membri aristocratici

perenni, esso infatti era visto come l’unica soluzione per garantire sia il rispetto dei vari interessi appartenenti ai diversi

gruppi sociali che il nascere di ogni forma di degenerazione popolare.

Se quanto appena detto finora non può che far pensare ad una netta lontananza con quello che era il tipico nazionalismo

americano di quei tempi, allo stesso tempo le ragioni per le quali Hamilton era così vicino a determinati principi filo-

europei non possono far altro che riavvicinarlo.

Strumenti come la costituzione d’un forte governo centrale e la spinta verso l’industrializzazione sono infatti

esclusivamente da interpretare come veri e propri mezzi attraverso il quale tutelare sia l’indipendenza politica che

quella economica del proprio paese: se il primo infatti si pone come obiettivo principale quello di acquisire il maggior

numero di risorse economiche, per poter combattere il pericolo delle esterne minacce militari, allo stesso modo il

secondo si pone come preciso obiettivo quello di risultare il più possibile compatti e potenti in quello che è l’intero

ambito della politica estera.

Alla luce di quanto appena detto, una delle battaglie principali di Hamilton non poteva dunque che essere quella che

vedeva necessaria la ratifica, da parte di tutti e tredici gli Stati, dell’intera costituzione federale americana.

Se non si voleva essere sottomessi dalle future unioni europee, non si poteva infatti prescindere da quello che era

l’indispensabile passaggio da confederazione a federazione: un passaggio questo, che insieme alla predestinazione

naturale della propria terra, non poteva che portare a quello che era un inevitabile primato in tutto il mondo.

Così come tutti gli altri padri fondatori, anche Hamilton dunque, nonostante le premesse, è da vedere a tutti gli effetti

come un grandissimo sostenitore della propria americanicità.

Come si difende dalle accuse di essere un monarchico?

Sebbene affermi la necessità di un esecutivo forte, incarnato da un presidente eletto a vita con poteri simili a quello d’un

monarca, egli si continuò a dichiarare per tutta la sua vita un fermo sostenitore di quello che era il proprio credere

repubblicano.

In sua difesa, infatti, egli difese per tutta la vita quei principi come il mantenimento del principio elettivo, il diritto del

parlamento a legiferare e il meccanismo dell’impeachment, tipici di quello che era la sua convinta ideologia

repubblicana.

PUNTI DI CONTATTO TRA ADAMS, JEFFERSON E HAMILTON

1. Hanno partecipato tutti e tre alla rivoluzione americana

2. Sebbene Hamilton acquisisca la matrice aristocratica solo in seguito al matrimonio, tutti e tre possono essere

considerati membri politici socialmente privilegiati

3. Nonostante ognuno lo combatti in maniera differente, tutti e tre si dichiarano avversari del dispotismo

4. Presentano uno stesso viscerale senso di appartenenza al proprio paese

5. Sono tutti e tre sia idealisti che realisti

JAMES MADISON

IV presidente degli Stati Uniti, Madison fu colui che scrisse l’articolo 10 dei Federalist Papers: perfetta combinazione

tra idealismo dei fini e realismo dei mezzi, nonché forse il più brillante manifesto sia del pensiero liberale settecentesco

che più in generale di tutto il repubblicanesimo.

Il repubblicanesimo di Madison non ebbe né i tratti conservatori di quello di Adams e Hamilton, di cui divenne un

fermo oppositore, né il volto decisamente progressista e democratico di quello di Jefferson, del quale fu prima il deciso

sostenitore nella battaglia contro il partito federalista, poi il fedele segretario di Stato negli anni della sua presidenza.

Se in Jefferson tuttavia non c’era alcun tipo di accenno a quello che era il possibile pericolo proveniente dalla tirannide

della maggioranza, Madison al contrario faceva di questo punto uno dei suoi più importanti cavalli di battaglia.

Se Jefferson, inoltre, era un razionalista il cui ottimismo sulla natura degli uomini e sul futuro dell’umanità lo rendeva

un convinto progressista; Madison, a sua differenza, considerava la ragione umana come una forza perennemente in

pericolo, in quanto soggetta a quelle che sono sia le continue irruzioni delle passioni che le varie espressioni dei singoli

interessi.

Per quanto riguarda i riconoscimenti, tanta fu la stima verso il Madison politico da far sì che, prima Debs, e poi

Lippmann, lo apostrofassero poi con due grandissimi complimenti.

Se il primo infatti lo apostrofò come il vero e proprio precursore di Marx, il secondo addirittura si spinse a tal punto da

poter dire che Madison aveva capito Hitler. Rispetto agli altri Padri fondatori, Madison infatti fu sia colui che per primo

capì l’importanza del fattore economico nei vari conflitti sociali, sia colui che più attentamente degli altri si soffermò

sui vari pericoli che le libere istituzioni potevano correre nel momento in cui la massa si affidava al potere di un

demagogo.

Temi centrali:

1. il riconoscimento del pluralismo e il problema della sua regolamentazione

2. l’imperfezione di tutti i governi e la difesa della repubblica

3. l’importanza data alla questione della proprietà

4. l’importanza data alla questione del voto

Il riconoscimento del pluralismo e il problema della sua regolamentazione

Vero e proprio teorico degli equilibri, Madison può essere definito a tutti gli effetti come il pensatore più sistematico e

coerente di tutta la storia degli Stati Uniti.

Filo conduttore di tutta la sua politica infatti fu sia la consapevolezza della complessità e della diversità dei vari interessi

sia la continua ricerca di quei mezzi politici che ne garantissero la loro permanenza.

Dal momento infatti che in ogni società civile che si rispetti, a causa della varietà sia della natura dell’uomo che dei suoi

interessi, le differenze sono sia molteplici che inevitabili, ciò per cui secondo Madison bisogna continuamente

combattere non può che essere esclusivamente il mantenimento dei diritti di tutti: quello che cioè bisogna a tutti i costi

evitare infatti è il pericolo che una qualsiasi maggioranza politica abbia quegli strumenti politici necessari per

sopprimere le varie minoranze.

Detto questo, dunque, secondo Madison, dal momento che la realtà insegna che non si può fare leva né sul rispetto né

tantomeno sull’amore per il bene comune, in quanto l’uomo è per sua natura egoista e soprattutto ogni tipo di

maggioranza crede di essere la migliore, l’unico rimedio, secondo lui, non può che essere la formazione di un governo

così intelligente e neutrale da impedire ogni tipo di conflitto distruttivo.

Dal momento che, a tal proposito, sia il governo antipopolare che quello democratico si oppongono alla libertà e al

pluralismo ( il primo perché vuole sopprimere le fazioni e il secondo perché invece mira al trionfo solo di quella della

maggioranza) l’unica forma di governo in grado di rispettare tali attese è dunque, secondo Madison, solamente la

repubblica.

Essa infatti è l’unica forma di governo che non pretende di rimuovere le cause delle fazioni, ma che si accontenta

esclusivamente di controllarne gli effetti.

Se infatti la pluralità degli interessi non solo è inevitabile, ma anche positiva, in quanto fondamento della vitalità

sociale, ciò che occorre evitare è solamente che essa degeneri in anarchia o tirannide.

Ma come fa la repubblica a controllare le fazioni, senza eliminarle?

Madison risponde che tutto ciò è possibile esclusivamente grazie al proprio principio di rappresentanza.

Oltre che ad esprimere la diversità degli interessi e a mediare tra di essi, per sua natura, infatti, grazie al suo essere

formato da persone al di sopra della media, il sistema rappresentativo riesce sia a depurare le spinte più estreme del

popolo che a trovare una giusta via di mezzo tra quelle che sono le passioni e gli interessi dei vari cittadini e l’interesse

generale dello Stato.

Certo, anche nelle repubbliche vi è la possibilità che individui dal temperamento fazioso riescano a tradire gli interessi

generali del popolo, ma sicuramente in maniera molto minore rispetto sia alla monarchia che alla democrazia.

Nei governi democratici infatti, ad esempio, vigendo esclusivamente sistemi di votazione diretta, succede che la

maggioranza, secondo Madison, tenda prima a schiacciare la minoranza, e poi, a causa della violenza generata da coloro

ai quali sono stati negati i diritti, a provocare in rapida successione la dissoluzione del governo, l’anarchia e infine la

nascita d’un nuovo governo dispotico.

Oltre al fondamentale sistema rappresentativo, un altro degli strumenti principali con i quali la repubblica riesce a

tutelare il pluralismo della società e senza alcun dubbio la Costituzione.

Grazie ad un meccanismo che la vede superiore a qualsiasi altro tipo di legge ordinaria, essa infatti, oltre a stabilire le

varie regole del gioco, impedisce al potere della maggioranza sia di schiacciare definitivamente quello della minoranza

che soprattutto di profanare i diritti inviolabili di tutti.

Ma come deve essere questa repubblica per potersi definire veramente valida?

Secondo Madison, essa deve presentare due precise caratteristiche: deve essere di vaste dimensioni e avere soprattutto

un impostazione di tipo federale.

Più la repubblica è grande, infatti, e più, secondo Madison, esisterà una maggiore varietà di partiti e di interessi.

Oltre ad estendere la base elettorale, rendendo più facile la selezione dei migliori, questo renderà dunque sempre più

difficile la formazione di una vera e propria maggioranza capace di occultare i diritti delle varie minoranze.

Per quanto riguarda l’utilità del governo federale, invece, in un ipotetico governo perfetto, esso si renderebbe necessario

a causa di due motivi: la grande dimensione del territorio, la quale farebbe sì che i moltissimi politici eletti potrebbero

risultare troppo distanti dai vari problemi locali, e soprattutto un’ulteriore strato di protezione nei confronti di ogni

possibile usurpatore.

Anche qualora l’influenza d’un capo fazioso riuscisse ad accendere la mala fiamma nel proprio stato, questa infatti,

grazie alle numerose autorità sparse nel territorio, non riuscirebbe mai e poi mai a continuare il proprio percorso

degenerativo negli altri Stati.

In conclusione, dunque, essendo dotata di una struttura nella quale gli interessi di carattere generale vengono conferiti al

corpo legislativo nazionale, mentre quelli locali e particolari ai corpi legislativi dei singoli Stati, l’uso di una

costituzione di tipo federale non può che essere vista come la più felice fra tutte le combinazioni.

L’imperfezione di tutti i governi e la difesa della Repubblica

Nonostante la forte credibilità delle proprie idee, negli ultimi anni della sua vita Madison si trovò costretto a rispondere

continuamente a tutti coloro che vedevano la Repubblica, a causa del suo insostituibile principio di maggioranza, come

una delle più pericolose tipologie di governo.

A tutti coloro che lo criticavano, Madison tuttavia rispose come ogni forma di governo sia in realtà umana e difettosa.

Al di là della natura egoista dell’uomo, infatti, ogni forma di governo conosciuta possiede delle vere e proprie tare che

al massimo possono essere solamente limitate.

Nelle monarchie infatti, ad esempio, si corre il rischio che gli interessi e la felicità di tutti possano essere sacrificati al

capriccio e alle passioni di un despota; nelle aristocrazie che i diritti e il benessere dei molti possano essere sacrificati

all’orgoglio e alla cupidigia di pochi; e infine nelle democrazie che la maggioranza possa non rispettare

sufficientemente quelli che sono gli inviolabili diritti della minoranza.

Alla luce di quanto appena detto, dunque, l’unica cosa che rimane da fare non può che essere quella di aderire al

governo meno imperfetto, ossia quello repubblicano.

Nonostante infatti anche le repubbliche, così come le democrazie, essendo delle forme di governo nella quale prevale la

volontà del popolo, siano soggette ugualmente alla nascita di una forza maggioritaria in grado di opprimere tutte le

minoranze, esse tuttavia, per Madison, rimangono comunque sia le migliori forme di governo possibili.

Oltre ad essere l’unico governo che non si propone di eliminare le cause delle fazioni, ma di controllarne i loro effetti,

esso infatti è l’unico che possiede come propri principi vitali sia quello della “lex majoris partis”, ossia della legge come

elemento superiore a tutto, sia quello della divisione dei poteri, che quello infine fondamentale del principio di

rappresentanza: tutti elementi, dunque, che di fatto tendono a mettere un vero e proprio freno a qualsiasi tipo di

possibile dispotismo della maggioranza.

La questione della proprietà

Se è vero che il problema del giusto sviluppo del pluralismo e della sua regolamentazione costituì in generale il terreno

fondamentale della sua riflessione, è altrettanto vero come il nucleo più forte di quest’ultima ebbe come principale

oggetto di riflessione quella che era la divisione della società in proprietari e non proprietari.

Secondo Madison, infatti, nonostante il pericolo proveniente dalla tirannide della maggioranza potesse venire da molti e

diversi fronti, la prima causa di ogni tipo di conflitto sociale non poteva che essere quella dovuta alle varie divergenze

di tipo economico.

Se Jefferson, tuttavia, a causa dell’enorme disponibilità di terra libera negli Stati Uniti, non credeva che in America

potessero sorgere questi tipi di conflitto, Madison, al contrario, era a tal proposito assai meno ottimista.

Avendo dunque capito l’importanza del problema della proprietà, soprattutto per quanto riguarda i conflitti da essa

derivanti, Madison arrivò addirittura ad affermare come gli oggetti cardinali di un governo fossero due: i diritti delle

persone e i diritti della proprietà.

Per Madison, dunque, ciò a cui bisognava inevitabilmente mirare era la stipulazione di una serie di leggi che

permettessero ai proprietari e ai non proprietari di non opprimersi reciprocamente.

“Date tutto il potere alla proprietà e gli indigenti saranno oppressi. Datelo solo a quest’ultimi e l’effetto verrà

rovesciato. Date ad entrambe le parti una difesa e ciascuna di esse si sentirà sicura.”: era questo il pensiero, ancora una

volta moderatore, di Madison.

La questione del voto

Pur essendo arrivati alla conclusione di come la ricetta giusta, per evitare scontri tra proprietari e non proprietari, è

quella di tutelare entrambi, dando a ciascuno il giusto potere, Madison, da realista qual è, non può non osservare quelli

che sarebbero gli inevitabili problemi che sorgerebbero nel momento in cui il diritto di voto verrebbe concesso anche a

coloro che non detengono alcun tipo di proprietà.

Essendo infatti il territorio una risorsa in continuo esaurimento, secondo Madison, la grande maggioranza del popolo

sarebbe rimasta prima o poi priva non soltanto di terra, ma di ogni altra forma di proprietà.

Detto questo, appare evidente, dunque, come la pessima conseguenza di questo inevitabile scenario non potesse che

essere la formazione di una vera e propria maggioranza popolare che, facendo leva sulla propria forza numerica, non

farebbe altro che opprimere quello che è l’inalienabile diritto alla proprietà.

Dal momento che, se il diritto di voto fosse stato conferito unicamente ai proprietari, i diritti delle persone avrebbero

corso il rischio di essere violati, secondo Madison, unica soluzione possibile era esclusivamente quella di trovare un

giusto compromesso.

A tal proposito, secondo Madison, il miglior modo finora sperimentato per risolvere il problema era unicamente quello

del meccanismo federale.

Esso infatti era l’unico mezzo attraverso il quale allargare la sfera del potere senza tuttavia allontanarsi dalla pluralistica

base elettiva di esso.

I PADRI FONDATORI E LA RIVOLUZIONE FRANCESE

Senza alcun dubbio la rivoluzione francese costituì un vero e proprio argomento che divise profondamente i vari padri

fondatori.

Se l’ala conservatrice, rappresentata e guidata da Adams e Hamilton, si schierò infatti, sin da subito, contro la

rivoluzione francese, in quanto considerata non come una rivoluzione sorella di quella statunitense, ma solo ed

esclusivamente come un qualcosa di violento ed innaturale che andava a sovvertire le più che naturali gerarchie sociali,

l’ala democratica e progressista, rappresentata da elementi politici come Paine, Jefferson e Madison, al contrario,

guardò invece con moderata simpatia tutto il corso iniziale della rivoluzione, in quanto ritenuta il mezzo più adeguato

per distruggere ogni ingiustizia, ogni privilegio e ogni disuguaglianza della società americana del tempo.

Ben presto, tuttavia, a causa di quella che fu l’involuzione prima terroristica e poi napoleonica della rivoluzione

francese, tutte queste polemiche finirono per comporsi in un’unica conclusione: quella che vedeva la rivoluzione

francese come ulteriore mezzo portatrice di miseria e oppressione.

Anche ai democratici, dunque, così come ad Adams e ad Hamilton, non rimaneva che rifugiarsi in quella che era l’idea

di un’America isolata, diversa, neutrale e soprattutto lontana dai vizi ineliminabili dell’Europa: convinzione questa che

non poté che portare, fino all’avvento di Wilson, a quella che fu l’inevitabile politica dell’isolazionismo.

Detto questo, tuttavia, è impossibile non riflettere su due domande:

Per quale motivo Adams ed Hamilton si opposero sin da subito alla rivoluzione francese?

Come si discolparono i democratici dalla“cantonata”presa?

Nonostante tutti i democratici arrivarono sia alla conclusione del fallimento della rivoluzione che alla superiorità del

loro paese, il loro pensiero di vedere un giorno libera anche la Francia naufragò del tutto?

1. Fermo restando come per entrambi una lotta macchiata da crimini ed eccessi non poteva che portare

inevitabilmente al fallimento d’una rivoluzione, essi diciamo si opposero sin da subito ad essa per quattro

motivi:

 A causa della evidente disuguaglianza naturale che attanaglia l’umanità, per tutelare la libertà e la

felicità di ognuno, non era giusto garantire uguali ranghi e uguali proprietà, ma solo ed

esclusivamente eguali diritti ed eguali doveri

 Perché non era vero che il re in Francia avesse a cuore il benessere dei cittadini

 Una convenzione che racchiudeva al suo interno violenti come Robespierre e Marat non sarebbe

potuta che finire in maniera dispotica

 Non era possibile ritenere governo e religione mezzi solo transitori

2. Per quanto riguarda Jefferson, nonostante egli arrivò addirittura a giustificare la violenza giacobina, in quanto

meritevole di aver messo finalmente fine all’ereditarietà dell’esecutivo, egli si giustificò sia affermando di aver

cercato almeno inizialmente di raggiungere con tutte le sue forze un compromesso politico accettato da tutti,

sia dichiarando come in realtà la colpa di tutta la degenerazione rivoluzionaria fosse da attribuire solo ed

esclusivamente all’avvento di Napoleone. Per quanto riguarda Madison, invece, egli si difese principalmente

affermando come il motivo del fallimento non fosse da attribuire a ragioni legate al concetto di rivoluzione, ma

solo ed esclusivamente a quelle che erano le condizioni ideologiche (non si consideravano i re fatti per i popoli

ma il contrario) territoriali (data la scarsezza delle terre, pure la migliore riforma avrebbe fallito) e politico-

religiose (era ancora troppo alta la comunione d’interessi tra potere temporale e quello spirituale) in cui si

trovava l’Europa. Per quanto riguarda infine Paine, egli si giustificò affermando come le sue due uniche colpe

fossero solo ed esclusivamente quella, da una parte, di aver creduto alle buone intenzioni di un insieme di

politici desiderosi solo di potere e rivincita, e quella, dall’altra, di non aver capito come il paese francese non

fosse ancora pronto ad indirizzare nella giusta direzione la propria rivoluzione. Secondo Paine infatti non c’è

male maggiore di quello che vede evoluzione della società e andamento della rivoluzione non andare di pari

passo.

3. Diciamo che per tutti la risposta lasciò ancora una speranza. Nonostante i tre dettero motivazioni diverse,

ognuno di loro infatti arrivò alla conclusione che prima o poi anche in Francia si sarebbe giunti ad un sistema

giusto e liberale. Se Jefferson tuttavia riteneva tutto questo possibile solo ed esclusivamente perché secondo il

suo parere la spinta universalistica che ogni individuo possiede al suo interno avrebbe prima o poi deciso di

mettere, in vista del bene comune, ogni egoismo da parte, per quanto riguarda Paine e Madison i meriti di

questo possibile futuro felice erano altri: per il primo, infatti, questo era possibile solo grazie all’intervento

salvifico degli Stati Uniti, mentre per il secondo, invece, se la Francia avesse raggiunto finalmente la libertà

sarebbe stato solamente merito dell’oggettiva utilità di quello che era il più che conveniente sistema

rappresentativo.

I DILEMMI DELLO SVILUPPO ECONOMICO E

SOCIALE

Introduzione

Con il finire del XIX secolo gli Stati Uniti si avviarono sempre di più a diventare la maggiore potenza economica del

mondo.

In questi anni infatti si verificarono tutta una serie di eventi che portarono lo sviluppo americano ad un vero e proprio

slancio pazzesco: la colonizzazione ad ovest del Missouri ad esempio proseguì ininterrottamente, territori immensi e

finora sconosciuti si aprirono alle coltivazioni e all’allevamento, vennero a concretizzarsi i primi guadagni in seguito

alla scoperta dell’oro, le ferrovie cominciarono a imperversare in tutto il paese, gli indiani furono definitivamente

cacciati nelle riserve, le scoperte scientifiche cominciarono ad essere messe a disposizione dell’agricoltura e

dell’industria ecc ecc.

Ma ciò che forse determinò, più di tutto, questo incredibile progresso fu l’unione di intenti tra tutte le forze politiche

americane.

Al di là di quelli che erano i loro specifici interessi, democratici e repubblicani, in nome del progresso comune,

condividevano infatti le stesse idee sia per quanto riguardava i meccanismi istituzionali dello Stato che soprattutto per

quanto riguardava i fondamenti dello sviluppo capitalistico.

In un simile contesto, dunque, quali che fossero le differenze tra essi, tutti i cittadini americani non potevano che essere

accomunati da quella che era l’intensa ammirazione verso chi il capitalismo lo incarnava: gente infatti come Cornelius

Vanderbilt, Andrew Carnegie e John Davidson Rockefeller, a causa dei loro trust e delle loro gigantesche corporations,

diventarono in breve tempo l’incarnazione vera e propria della potenza americana.

Ancora più ammirazione, poi, era addirittura rivolta verso chi era venuto dal nulla.

Tutti coloro infatti che avevano saputo farsi strada, grazie esclusivamente alla loro intraprendenza, costituivano a tutti

gli effetti la più clamorosa ed estrema incarnazione di quello che era il supremo mito americano del “self-made man”.

Detto questo, è importante anche osservare il rovescio della medaglia.

Contrariamente all’altro grande mito della “madre generosa per tutti”, l’America infatti, essendo diventata sempre più

terra d’immigrazione, non era più in grado di garantire benessere a tutti: situazione questa che inevitabilmente portò

tanti piccoli agricoltori e tanti piccoli operai ad assumere delle vere e proprie posizioni di marginalità, povertà e miseria.

Essi infatti si trovavano sempre più sottoposti ad una duplice pressione: quella che veniva dal basso, composta cioè da

tutti coloro che premevano sulle istituzioni per ottenere sempre più lavoro, e quella proveniente dall’alto, composta

invece, al contrario, da tutti quei padroni, che approfittando dell’esistenza di un grande esercito di mano d’opera,

procedevano sempre più ad una vera e propria compressione repentina dei salari.

Fu proprio per tutta questa serie di ragioni, dunque, che nacque un nuovo movimento politico: il partito populista.

Capitanato da William Bryan, esso faceva del ritorno alla vera democrazia e di quello alla giustizia sociale i propri

cavalli di battaglia.

Oltre ad esso, in quegli anni, vennero poi a formarsi, come risposta, anche delle prime organizzazioni sindacali: i

Knights of Labor e l’American Federation of Labor.

I primi, di matrice fortemente democratica, si rivolgevano a tutti i lavoratori, senza alcuna distinzione di razza,

nazionalità e sesso, avanzavano vaghi progetti di riforma politica e auspicavano la diffusione di vere e proprie

cooperative di produttori; i secondi, al contrario, di stampo fortemente nazionalistico, mettevano da parte ogni progetto

di programma politico, per usare invece armi più radicali come scioperi e boicottaggi.

Detto questo, tuttavia, gli ultimi anni del XIX secolo hanno significato anche un altro importante passaggio: la fine

dell’isolazionismo americano e il conseguente inizio della politica espansionistica.

Così come teorizzato da Alfred Mahan nel suo “The influence of Sea Power upon History”, i politici americani infatti

capirono sempre più, come al fine di tutelare i propri interessi, diventare una vera e propria potenza militare fosse

sempre più necessario.

Dotatisi di una forte flotta militare, essi dunque nel giro di pochi anni procedettero ad una vera e propria campagna

espansionistica: obiettivo dichiarato era infatti quello di acquisire più territori possibili, così da proteggere nel migliore

dei modi quello che era il loro frenetico flusso di merci.

L’acquisto dell’Alaska, l’annessione delle Hawaii, la guerra contro la Spagna e l’intervento in Cina sono dunque tutti

interventi inquadrabili in quest’ottica.

La guerra contro la Spagna, infatti, ad esempio, non solo servì a far conoscere al mondo il nuovo atteggiamento

americano, ma permise agli Stati Uniti di ottenere veri e propri vantaggi territoriali.

Oltre ad aver strappato dal dominio spagnolo sia le Filippine che il Portorico, essa infatti mise sotto la propria influenza

politica anche il più ampio territorio cubano.

Dopo la vittoria americana, infatti, Cuba diventò a tutti gli effetti un vero e proprio protettorato statunitense, mossa

questa che portò alla nuova potenza americana nuovi e incredibili vantaggi.

Fu dunque in questo contesto che nella cultura americana si accese sempre di più quello che era il confronto sui vari

dilemmi dello sviluppo politico e sociale della nazione.

Se i repubblicani erano infatti prevalentemente legati agli interessi industriali e finanziari del Nord-Est ed erano

soprattutto fautori di un tutelante protezionismo, i democratici, al contrario, dotati sicuramente di una minore

omogeneità, erano invece più favorevoli al libero commercio.

Tra le personalità più rappresentative dell’epoca emersero poi l’economista Carey, considerato il padre della scuola

economica americana, nonché il principale fautore del protezionismo americano, il sociologo Sumner, sostenitore sia

dell’individualismo spenceriano che del libero commercio, nonché deciso avversario sia dello statalismo che della

politica espansionistica, il sociologo Ward, avversario principale di Sumner, nonché principale sostenitore

dell’intervento pubblico e infine l’economista Gorge, fermo oppositore della proprietà privata e soprattutto grande

difensore della giustizia sociale.

CAREY

Secondo Carey nel mondo si contrapponevano due diversi modelli economici: quello negativo della Gran Bretagna,

fondato sul free trade, e quello positivo degli Stati Uniti, fondato invece sul protezionismo.

Partendo dalla convinzione che gli Stati Uniti avessero tutte le risorse necessarie per fare da sé, secondo Carey infatti la

via economica migliore era quella di lavorare sulla scia di un sistema nazionale autosufficiente, fondato esclusivamente

sullo scambio fecondo dei propri prodotti.

Secondo Carey, infatti, il liberoscambismo altro non era che uno strumento economico a vantaggio esclusivo degli

Inglesi. Esso infatti, a causa di quella che era la sua intrinseca natura competitiva, operava solamente a vantaggio dello

Stato più forte, danneggiando così di conseguenza tutti quelli più deboli.

Detto questo, Carey non giustificava la sua scelta solamente dal punto di vista economico-mondiale, ma ne giustificava

la propria preferenza anche da quello più strettamente sociale-nazionale.

Se per lui, infatti, il free trade era solamente orientato verso gli interessi di una piccola parte dell’oligarchia, il

protezionismo, al contrario, mirava invece alla ricchezza della nazione al suo completo.

Gli Stati Uniti dunque – conclude Carey – se volevano mantenere accesa sia la nomea di terra libera e felice che la

speranza e il morale dei propri cittadini, altro non potevano fare che affidare la loro economia al sistema protezionistico.

Oltre a garantire la piena valorizzazione delle risorse nazionali, esso infatti, dal momento che garantisce gli interessi di

tutti, non demoralizza il cittadino, ma lo responsabilizza e allo stesso tempo mantiene in vita il mito del self-made man.

A favore della sua tesi, inoltre, Carey ci fornisce anche una vera e propria giustificazione storica.

Secondo Carey, infatti, negli Stati Uniti, i malcontenti, prima, e la guerra civile, dopo, altro non erano che i risultati di

una scelta economica non adeguatamente protezionista.

Negli anni passati, infatti, l’adozione del free trade aveva portato a centralizzare il potere solamente nelle mani di quelli

che erano i grandi imprenditori delle grandi città.

Oltre che ad uno squilibrio territoriale, questa situazione dunque, come prevedibile, non poté che comportare sia la

rovina dei piccoli imprenditori che le lamentele di tutti i lavoratori: situazione questa che come tutti sappiamo ben

presto sfociò nella guerra civile statunitense.

Nonostante la sua ideologia fu inglobata dal partito repubblicano, nel momento in cui quest’ultimo tuttavia salì al potere

tutto avvenne all’infuori di quello sperato da Carey.

Invece che interpretare il suo nazionalismo economico al fine di raggiungere la così tanto sperata “armonia degli

interessi”, il partito repubblicano infatti lo interpretò favorendo ancora una volta la formazione dei trusts e dei

monopoli.

Ciò che ne derivò, dunque, non fu il rafforzamento della potenza economica statunitense nel suo completo, ma ancora

una volta il rafforzamento del suo peso solamente per pochi eletti.

BOWEN

Liberismo, ammirazione verso il proprio paese e ostilità verso un capitalismo dicotomico segnato sempre più dalla

contrapposizione tra capitale e forza lavoro: furono questi i tre elementi portanti della mentalità boweniana.

Per quanto riguarda il primo elemento, ossia quello del liberismo, è fondamentale dire innanzitutto come il suo pensiero

fosse animato da una fervente religiosità.

Per lui, infatti, la mano invisibile che presiedeva i rapporti umani ed economici era solamente quella di Dio, motivo per

il quale l’unica cosa che lo Stato poteva fare era quella di non intervenire.

Qualora lo Stato decidesse di agire diversamente, esso infatti, secondo Bowen, non farebbe altro che trasgredire quello

che era l’incontrastabile ordine economico voluto dalla Provvidenza: una presa di posizione, questa, che non poteva

dunque non coincidere con quella che era la filosofia del lasseiz-faire.

Per quanto riguarda invece il secondo elemento, ossia quello dell’ammirazione verso gli Stati Uniti, Bowen rintraccia la

ricetta del successo in quella che era l’immensa mobilità sociale del suo paese.

Questo infatti, oltre a stimolare i cittadini e a permettere l’esaltazione dei talenti, fa sì anche che il paese venga messo al

riparo da ogni pericolo di violenza rivoluzionaria.

Dal momento infatti – diceva Bowen – che è permesso sia “al figlio di un cocchiere di diventare governatore che al

nipote di un milionario di morire povero”, ogni atteggiamento di ostilità contro il ricco non può che considerarsi vano.

Per quanto riguarda infine il terzo elemento, ossia quello del rifiuto del modello industriale dicotomico, secondo

Bowen, affinché nella società potesse regnare il maggior ordine possibile, necessario inoltre era che il capitale non fosse

accentrato solamente nelle mani di pochi industriali.

La cosa migliore, infatti, secondo Bowen, era quella di favorire la nascita di nuove imprese in cui le stesse persone

potevano possedere sia il lavoro che una parte di capitale.

SUMNER

Senza alcun dubbio Sumner, insieme a Bowen, fu colui che si oppose di più di tutti al protezionismo di Carey.

Se Bowen tuttavia diede al suo pensiero un’impronta fermamente religiosa-provvidenzialistica, Sumner, dal canto suo,

ancorò saldamente la dottrina liberista al darwinismo sociale.

Il nucleo essenziale del suo pensiero poggiava infatti fermamente sull’idea che ciascuno fosse artefice della propria

fortuna, motivo per il quale, secondo Sumner, unico scopo sia della società che dello Stato non poteva che essere quello

dell’eliminazione di tutti quegli ostacoli che impedivano l’ascesa dell’individuo.

Nulla infatti, per Sumner, era più dannoso dell’interventismo sociale: esso infatti, impedendo gli scambi e la

competizione, andava a danneggiare quella che era per lui la condizione naturale dell’uomo, ossia la lotta per

l’esistenza.

Compito dello Stato, infatti, secondo Sumner, al fine di mettere tutti quanti in una uguale posizione di partenza, così da

permettere la vittoria dei più forti, non doveva essere quello di provvedere alla felicità di tutti, ma solamente quello di

garantire eguali diritti ed eguali opportunità.

Secondo Sumner, infatti, i poveri non sono coloro a cui sono state tappate le ali, ma coloro che hanno trascurato i loro

doveri e conseguentemente non hanno saputo far uso dei propri diritti.

Spostare dunque risorse da quanti hanno prodotto a coloro che hanno solo consumato – concludeva Sumner – sarebbe

una delle più grandi ingiustizie che lo Stato possa realizzare.

Quando lo Stato, infatti, che non può spendere un soldo senza prenderlo dalle tasche di ognuno, si mette a distribuire

risorse a favore dell’uno o dell’altro, non può che farlo solamente a spese di chi il soldo lo ha prodotto e risparmiato.

Alla luce di quanto appena detto, dunque, se proprio lo Stato in qualche maniera sarebbe dovuto intervenire,

l’atteggiamento migliore con cui farlo non era per Sumner quello di ridistribuire le risorse nel paese, ma quello senza

alcun dubbio di accrescere, moltiplicare ed estendere le chances per tutti.

Detto questo, dunque, “ l’eroe ” di Sumner non poteva che essere quello che lui chiamava il “forgotten man”, colui cioè

che lavora sodo e pensa al futuro, ma che ciò nonostante diventa poi purtroppo vittima del terribile paternalismo

pubblico.

Ma qual era dunque il suo pensiero sui sindacati?

Alla luce di quanto detto finora, appare evidente come il suo pensiero non potesse che essere critico.

Pur ammettendo il loro positivo ruolo di mediazione, egli infatti vedeva i sindacati come delle organizzazioni importate

che in America mostravano tutta la loro inutilità. Essi infatti entravano a tutti gli effetti in contraddizione con quelli che

erano due dei fattori principali dell’americanismo: la grande mobilità della popolazione e l’indipendenza e la forza che

caratterizzavano il lavoratore americano.

Al contrario di quanto si possa pensare, Sumner tuttavia non era affatto un celebratore del principio secondo il quale

“l’importante è farsi strada, con quale mezzo non importa”.

Affinché non diventasse frutto di prevaricazione e di violenza, necessario infatti era che la ricchezza fosse ottenuta

attraverso le giuste regole.

Il capitalismo da lui pensato infatti non poteva prescindere da quelle che erano quattro punti cardine principali: libertà,

contratto, proprietà privata e meritocrazia.

Detto questo, dunque, a dimostrazione anche di come non volesse assolutamente tutelare solo i ricchi, Sumner non

poteva non scagliarsi contro quello che era il pericolo della plutocrazia: concetto questo con il quale si intende quel

regime o quella situazione politica in cui il potere politico, così come quello economico, viene esercitato da quelle

persone che posseggono i più grandi capitali del paese.

I plutocrati infatti, secondo Sumner, non aspirano ad altro che a quello cui hanno già aspirato nel passato generali,

nobili e preti: impadronirsi del potere politico, così da arricchirsi sempre più, e sottomettere dunque i diritti degli altri a

loro vantaggio.

Affarismo e plutocrazia, infatti, sono due concetti indivisibili, motivo per il quale non esisterà mai alcun imprenditore

che decida di entrare in politica non per i propri interessi.

Appoggiare un regime plutocratico, quindi, concludeva Sumner, non poteva voler dire altro che mettere la democrazia

in pericolo.

Nel 1889, infine, Sumner chiarì una volta per tutte quelli che secondo lui erano i maggiori nemici della libertà.

Oltre alla plutocrazia, la quale, come abbiamo già visto in precedenza, provoca in chi governa la nascita di un

inevitabile conflitto di interessi, essi erano il socialismo, in quanto teso a soffocare sia le libertà personali e civili che a

sottoporre la società al comando delle autorità; il nazionalismo, in quanto tende ad affrontare in maniera troppo

autoritaria le questioni sociali come l’immigrazione; lo statalismo, in quanto fautore ideologico dell’errato principio

secondo il quale “l’individuo esiste per lo Stato”; l’altruismo, in quanto sentimento anti-sociale ai livelli, se non

maggiore, dell’egoismo; e infine l’imperialismo, in quanto forma di ricchezza ottenuta a discapito della libertà degli

altri.

La battaglia contro il socialismo

Nonostante Sumner individuasse numerosi nemici della libertà, non c’è dubbio che quello principale fosse per lui il

socialismo.

Qualora venisse disgraziatamente messo in atto, esso infatti, secondo Sumner, porterebbe a tutti gli effetti sia alla fine

delle libertà personali e civili che alla sottomissione della società al comando delle autorità.

Il socialismo inoltre, secondo Sumner, è facilmente smontabile: basta infatti riflettere un attimo, per capire come esso

in realtà non possegga alcuna forma, anche minima, di scientificità.

Per Sumner, infatti, il socialismo, il quale si occupa di speranze e ideali che nulla hanno a che fare con la realtà, si serve

della falsa nozione dei diritti naturali, per arrivare alla conclusione che l’uomo abbia diritto a tutto ciò di cui abbisogna:

esigenza questa, che sempre secondo i socialisti, doveva essere assicurata dallo Stato, il quale a tutti gli effetti fungeva

come il vero e proprio strumento ideale per realizzare i piani e gli obiettivi di ogni individuo.

In realtà tuttavia, secondo Sumner, così facendo, non si rispetterebbe la realtà delle cose, ma a contrario si

trasgredirebbe quello che è il vero principio naturale dell’umanità, ossia il suo essere sin dai principi in lotta reciproca.

Ignorare la verità secondo cui l’ordine sociale è fissato da leggi di natura analoghe a quelle alla base dell’ordine fisico

non significa infatti, secondo Sumner, fare del bene alla società, ma violentarla a tutti gli effetti alle sue origini.

Chi è socialista, dunque, conclude Sumner, è sia contro la società che contro la civilizzazione.

La battaglia contro l’imperialismo

Accanto alla battaglia contro il socialismo, una delle maggiori battaglie di Sumner è stata sicuramente quella da lui

condotta contro l’imperialismo.

Oltre ad essere andati contro i propri pacifici principi, secondo Sumner, infatti, attaccando la Spagna, gli Stati Uniti non

solo hanno ceduto allo spirito espansionistico europeo, ma hanno anche soprattutto male calcolato quelle che potevano

essere le terribili conseguenze del loro operato.

Facendosi prendere dalla fame di conquista, i militari infatti, così come il resto del paese, imparano sia a disprezzare le

costituzioni e i parlamenti che, cosa ben più grave, a sottomettere i civili: condizioni queste, secondo Sumner, che

purtroppo altro non fanno che stimolare l’ascesa della plutocrazia.

Qual era il suo pensiero sull’Europa?

Così come i Padri fondatori che l’avevano preceduto, anche Sumner non solo era convinto che gli americani non

dovessero seguire le vie del vecchio continente, ma anche che l’America rappresentasse un contromodello tanto efficace

quanto sicuro.

Secondo Sumner, infatti, indispensabile era distinguere a tutti gli effetti tra democrazia di tipo europeo e quella

repubblicana di tipo americano.

Se la prima infatti, essendo frutto di utopie e programmi artificiali, non poteva che essere destinata al dispotismo; la

seconda, invece, al contrario, essendo una forma di autogoverno, il cui primo scopo non è l’eguaglianza, ma la libertà

civile, in virtù soprattutto del suo essere basata su una partecipazione popolare del tutto attiva, non può che possedere

un sistema di garanzie e di controlli preposti proprio ad impedire tale esito.

Detto questo, tuttavia, nell’ultima parte della sua vita, alla luce della svolta imperialistica e plutocratica presa dal suo

paese, Sumner purtroppo non poté far altro che registrare la sempre più progressiva europeizzazione degli Stati Uniti.

Se in Europa infatti la lotta era sempre stata diretta contro un’eccessiva regolazione in nome di una maggiore libertà, al

contrario, secondo Sumner, in America, a partire da un estremo di libertà, si sta purtroppo andando sempre più ad una

maggiore regolamentazione.

In questo nuovo contesto, secondo Sumner, uno dei principali pericoli era sicuramente quello che vedeva le élites

organizzate prendere sempre più potere: esse infatti, spinte esclusivamente dai propri interessi, tendono il più delle

volte, grazie alla loro organizzazione, a piegare quelle che sono le più diffuse masse ignoranti e non organizzate.

Di fronte a tale pericolo, secondo Sumner, l’unico modo per difendersi altro non era che quello di accrescere le proprie

capacità di autogoverno.

Un perfetto cittadino, infatti, secondo Sumner, non è colui che si lascia trascinare passivamente dalla propaganda altrui,

ma colui, che sviluppando il proprio istinto di indipendenza, sa riflettere sulle cose e dunque resistere ai falsi appelli e

agli inganni.

Se non volevano fare definitivamente la fine dell’Europa, era ora dunque che gli americani smettessero finalmente di

prendere a prestito mode e tradizioni del Vecchio Mondo, per tornare invece a difendere quei principi della filosofia

politica e sociale di cui erano stati da sempre i soli portabandiera.

WARD

Nonostante la vita di Ward corse quasi parallelamente a quella di Sumner, le conclusioni alle quali i due arrivarono

furono diametralmente opposte.

Nel considerare lo sviluppo della sociologia Ward infatti individuava due precise tendenze: quella risalente a Comte e

quella appartenente a Spencer.

In forte opposizione a Sumner, il quale si riconosceva in tutto e per tutto nelle teorie di Spencer, egli infatti considerava

Comte un vero e proprio maestro.

Grande merito del sociologo francese, secondo Ward, infatti, era stato sia quello di esser stato un coerente oppositore

della scuola del lasseiz-faire che soprattutto quello di aver levato l’unica voce fin qui sentita in favore di quello che era

per lui il ruolo fondamentale dell’educazione universale.

Se forte era la positività del suo parere nei confronti di Comte, ancora più forte tuttavia era la critica verso Spencer.

Egli infatti, secondo Ward, si era macchiato della grave colpa di essersi limitato a considerare il progresso umano

esattamente dallo stesso punto di vista con cui viene considerato quello biologico.

Oltre ad essersi arrestato allo stadio passivo della dinamica sociale, così facendo, egli dunque, secondo Ward, altro non

faceva che assumere una posizione nettamente contraria a tutti quei tentativi che il governo compieva al fine di

migliorare la società: posizione questa, per lui, del tutto inconcepibile.

Per Ward, infatti, elemento imprescindibile del suo pensiero era proprio quello di distinguere tra selezione naturale, da

lui considerata come passivo e spontaneo adattamento alle leggi dell’evoluzione, e selezione artificiale, frutto invece di

quella che per lui doveva essere la capacità d’intervento che l’uomo, attraverso le leggi naturali, doveva possedere ai

fini del progresso.

Detto questo, dunque, secondo Ward, la dottrina del lasseiz-faire, in quanto concezione del progresso che vedeva la

spontaneità del mondo naturale come modello da seguire per il mondo umano, non poteva che esser vista nella maniera

più negativa possibile.

Se era vero che gli uomini avevano imparato a controllare le forze della natura, era ora infatti che quest’ultimi

finalmente le portassero a servizio della società umana.

Detto questo, una domanda sorge spontanea:

Quale doveva essere, secondo Ward, il potere al quale affidare la società?

Dal momento che, per lui, quest’ultima non poteva essere in nessun modo finalizzata al benessere se prima i legislatori

non possedevano una conoscenza scientifica della società tale da poterla soddisfare, secondo Ward ogni legislatore

prima che politico doveva essere a tutti i costi un sociologo.

Per tutta questa serie di motivi, dunque, Ward non poteva che rispondere sociocrazia.

Era ora infatti, secondo Ward, che la società scalzasse l’individuo e che finalmente prendesse i propri affari nelle sue

mani.

Ward tuttavia, a contrario di quanto si possa pensare, non concepiva la sociocrazia come opposizione della democrazia,

bensì come il suo compimento.

Essa infatti, secondo lui, era ciò di cui necessitava ogni paese democratico: una trasformazione non radicale che non

necessitava di alcuna rivoluzione.

Con l’avvento della sociocrazia infatti, secondo Ward, i sistemi democratici, uniche forme di governo che tra l’altro

– per il sociologo – possedevano quelle che erano le risorse necessarie per trasformare direttamente il sistema, altro non

facevano che spostare l’interesse da quelle che erano le volontà dei partiti a quelle che erano le reali esigenze della

società.

Detto questo, inoltre, per Ward, la sociocrazia era anche la risposta migliore possibile a quella che era la degenerazione

più brutta della democrazia, ossia la plutocrazia.

Partendo dal presupposto che per Ward essa non era la causa dell’opposizione al sano individualismo, ma al contrario la

conseguenza inevitabile dell’individualismo stesso, nel momento in cui vengono garantiti gli interessi della società, la

sociocrazia infatti, pena la rivolta, impediva anche ai vari uomini politici di garantire solamente i propri interessi.

Se Ward era critico verso l’individualismo e il liberismo di Spencer, c’è da dire tuttavia come egli lo fosse anche contro

il socialismo, da lui giudicato pura teoria basata su deduzioni aprioristiche.

Oltre a voler creare a tutti i costi eguaglianze artificiali, esso infatti mira a distribuire a tutti e nello stesso modo quelli

che sono i vari benefici dei quali l’individuo può fruire.

Detto questo, dunque, appare evidente come l’unica forma di buon governo possibile fosse per Ward solo ed

esclusivamente la sociocrazia.

Essa infatti, a differenza di qualsiasi altra, non solo riconosce le diseguaglianze naturali, mirando ad abolire quelle

artificiali, ma pretende con ragione, tramite l’unico sistema meritocratico possibile, ossia quello dell’eguaglianza delle

opportunità, che i benefici vengano attribuiti solamente in maniera direttamente proporzionale a quello che era il merito

di ognuno.

Ma qual era tuttavia l’unico sistema per garantire a tutti gli effetti un vero e proprio sistema sociocratico?

Senza esitazione Ward rispose la diffusione dell’educazione e dell’istruzione.

Fino a quando infatti l’eguaglianza delle opportunità non si fosse realizzata nell’eguaglianza delle culture, secondo

Ward, si sarebbe comunque sia continuato sempre a vivere in una società non meritocratica.

Così facendo, infatti, secondo Ward, ai nastri di partenza gli individui non partirebbero tutti quanti con le stesse

opportunità di vincere, ma sarebbero costretti per forza di cose ad iniziare con una o più penalità.

Proprio per questo, a dispetto di quanto pensato dalla maggior parte dei suoi colleghi, Ward assunse un carattere

decisamente filo-europeo.

Grande fautore dell’intervento pubblico sia a livello economico che sociale, a suo avviso infatti era proprio in Europa

che venivano dati, in questa direzione, gli esempi più positivi.

In particolar modo - osservava Ward – quello che faceva di paesi come la Francia e la Germania realtà più vicine al suo

pensiero era senza alcun dubbio quella che era l’adeguata attenzione che questi paesi rivolgevano nei confronti

dell’istruzione.


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anita K

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia del Pensiero Politico Contemporaneo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Europa degli Americani, Salvatori. Gli argomenti trattati sono: i motivi che ci spingono ad analizzare il pensiero politico americano, lo scoppio della rivoluzione americana, le tradizioni politico-culturali degli Stati Uniti (puritanesimo, giusnaturalismo di Locke, repubblicanesimo), il dibattito sulla Costituzione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze strategiche e dei sistemi infrastrutturali (Facoltà di Economia, di Giurisprudenza, di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali e di Scienze Politiche)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anita K di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero politico contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Tuccari Francesco.

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