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Ottocento

La duplice rivoluzione

Gli ultimi vent'anni del settecento sono contrassegnati da due grandi rivoluzioni che produssero le più grandi trasformazioni nella storia umana. Hobsbawn parla di duplice rivoluzione, definendo tali rivoluzioni diversi crateri di un solo vulcano, che fu l'Europa nord-occidentale, mentre i crateri furono Gran Bretagna e Francia, le eruzioni simultanee la rivoluzione industriale inglese e quella francese del 1789. Per effetto diretto o meno della duplice rivoluzione, il mondo è molto cambiato, intensificando lo stesso ritmo della storia. Il significato fondamentale di queste due grandi rivoluzioni è uno essenzialmente economico, e l'altro politico. La rivoluzione industriale costruì l'economia del nuovo mondo, quella francese gli ha fornito la sua politica e la sua ideologia (entrambe hanno modificato profondamente le strutture della società).

L'industrializzazione

Nei primi decenni del XIX secolo, nei distretti tessili del Lancashire, il paesaggio era segnato dalla presenza di nuovi edifici, grandi, con all’interno un gran numero di uomini, donne e fanciulla, affaccendati intorno a complicate macchine metalliche, le quali erano mosse da altri congegni dotati di un forno alimentato a carbone, che emettevano getti di vapore. Quegli edifici erano i prototipi della fabbrica moderna, dove operai industriali lavoravano attorno a macchine mosse da una fonte artificiale di energia, il vapore. Comparvero nell’ultimo ventennio del 700, in Inghilterra, nel settore economico della filatura del cotone.

Era un nuovo modo di produzione, destinato a cambiare la faccia del mondo. Questo meccanismo, detto appunto modo di produzione industriale capitalistico, scaturì da un insieme di percorsi nel corso del quale si verificò un’irripetibile combinazione di molti fenomeni diversi, e che viene definito ‘rivoluzione industriale’.

La parola rivoluzione indica un mutamento rapido e radicale, tuttavia fabbriche, operai, macchine e capitali non erano una novità. Ci sono varie interpretazioni. È impossibile descrivere la rivoluzione industriale senza interpretarla. Definizione di David S. Landes (1969): si trattò di ‘un complesso di progressi tecnologici: la sostituzione delle macchine all’abilità e alla forza dell’uomo; lo sviluppo di fonti di energia inanimata (il combustibile fossile e la macchina a vapore); l’invenzione, produzione e uso di nuovi materiali (il ferro al posto del legno); l’introduzione e la diffusione di un nuovo modo di produzione, noto ai contemporanei come sistema di fabbrica’. Tutto ciò indubbiamente costituiva una rivoluzione. L’industrializzazione segnò la più importante cesura della storia dell’umanità.

In Inghilterra, tra il 1760 e il 1780, furono inventate alcune macchine per filare il cotone: la spinning jenny di Hargreaves, il water frame da Arkwright, la mule di Crompton. L’applicazione di tali macchine alla filatura del cotone portò grandi cambiamenti in questo settore e innescò un poderoso processo di sviluppo economico. La situazione si invertì: fino ad allora i filatori non riuscivano a soddisfare la richiesta di materiale proveniente dai tessitori, ora la tessitura non riuscì a star dietro ai ritmi della filatura, sinché alla sfida dei filatoi non rispose nel 1785 il telaio meccanico di Cartwright.

Invenzione della macchina a vapore, realizzata da Thomas Newcomen nel 1712 e perfezionata da James Watt tra il 1765 e il 1782. L'impetuoso sviluppo dell’industria cotoniera innescò una sorta di reazione a catena: si svilupparono ancora di più l’industria chimica, meccanica, siderurgica, mineraria (in particolare estrazione del carbon fossile). L’industria cotoniera in una prima fase, poi quella meccanica e siderurgica, furono i motori di una prodigiosa trasformazione dell’economia, imperniata sull’energia del vapore, che in pochi decenni fecero della Gran Bretagna l’officina del mondo. Decisivo fu lo sviluppo dell’industria del ferro e del carbone, sostenuta anche dal potenziamento delle vie di comunicazione. Crescita della produttività significava più beni da smerciare, cioè ampliamento dei mercati.

L’aumentata circolazione delle merci, e la conseguente necessità di abbattere i costi di trasporto stimolarono l’estensione e il miglioramento della rete delle strade, dei fiumi, dei canali navigabili e dei trasporti marittimi. Il protagonista di quella che è stata definita la rivoluzione dei trasporti fu ancora una volta il vapore. Locomotiva di George e Robert Stephenson: nel 1825 inaugurazione della prima tratta Stockton-Darlington segnò l’atto di nascita della ferrovia, e dal 1830 una linea passeggeri unì Manchester e Liverpool. Se il carbone, il ferro e il vapore erano le basi della moderna società industriale, la ferrovia, con le sue locomotive, ne divenne l’emblema.

Il contributo dell’agricoltura alla formazione del prodotto nazionale inglese scese dal 45 al 20%. La Gran Bretagna era divenuta il primo paese industriale della storia. È per indicare l’insieme di questi fenomeni, sottolineando la profondità e la velocità delle dinamiche che cambiarono la faccia dell’Inghilterra tra XVIII e XIX secolo, che è stata coniata l’espressione ‘rivoluzione industriale’.

Materie prime e fonti di energia

Materie prime e fonti di energia minerali come il ferro e il carbon fossile non dipendevano dalla terra, non erano reintegrabili, ma se ne disponeva in quantità tali che il loro sfruttamento si poteva considerare illimitato. L’industria per la prima volta si svincola dalla sua dipendenza dalla produttività della terra e si segna il passaggio da un’economia ‘organica’ ad un’economia ‘a base minerale’ (Wrigley).

Il sistema di fabbrica

Nei secoli precedenti la manifattura inglese si era decentrata dalle città alle campagne, divenendo una produzione prevalentemente domestica. Le nuove macchine erano però incompatibili con quel tipo di produzione, e vennero perciò situate in appositi opifici. In tal modo al domestic system se ne sostituì un altro, il factory system, cioè il sistema di fabbrica.

Le nuove fabbriche erano diverse. I congegni svolgevano automaticamente una parte ampia del lavoro. Ciò fece sì che il rapporto fra uomini e macchine si rovesciasse: nelle vecchie manifatture al centro stava l’abilità degli uomini, erano loro a stabilirne la cadenza. Il cuore delle fabbriche moderne era invece la macchina.

Come scrisse Marx, ‘nella manifattura e nell’artigianato l’operaio si serve dello strumento, nella fabbrica è l’operaio che serve la macchina’. Gli operai persero la loro indipendenza e divennero ‘manodopera’. Nacque una nuova classe sociale, il proletariato industriale, agli inizi composto in larga parte da donne e fanciulli.

Il nuovo sistema modificò anche il ruolo dell’imprenditore. Nell’industria domestica era più che altro un mercante: comprava la materia prima e vendeva il prodotto finito. Adesso il centro della sua attività divenne la produzione. L’imprenditore dovette impegnare capitali sempre più ingenti non solo per pagare i salari, ma anche per acquisire gli stabilimenti e le macchine. Il capitale fu direttamente investito nella produzione e ne divenne un fattore decisivo. Si trattava di un meccanismo espansivo: l’imprenditore reinvestì in misura crescente i profitti nella produzione, assumendone in prima persona il controllo. Le nuove fabbriche divennero il terreno di elezione di una nuova classe sociale, che Marx definì borghesia imprenditoriale capitalistica.

L’industria moderna fu il motore di uno sviluppo autopropulsivo: ogni innovazione, ogni investimento sospinse la crescita di altri settori produttivi. Poiché le merci prodotte andavano vendute, condizione essenziale era l’ampiezza del mercato. Quando il mercato non tenne il passo dello sviluppo si verificarono crisi di sovrapproduzione. La fabbrica divenne il perno di un complesso sistema di rapporti sociali regolati dal profitto e dal salario.

La transizione demografica: popolazione e industrializzazione

Verso la metà del 700 la popolazione di alcune zone dell’Europa centrale prese ad aumentare dando inizio ad una crescita impetuosa che poi coinvolse tutto il pianeta. Si è trattato di un mutamento fondamentale. Da allora i tassi di natalità e di mortalità sono scesi dal 30/40 per mille al 10 per mille. La durata media della vita, che non superava i 40 anni, è salita a 75-80, e il numero medio dei figli generati da ogni donna è sceso da 5 a 1-2. Si è passati da una fase in cui la prosecuzione e lo sviluppo della specie imponevano di procreare molti figli perché quasi la metà di essi moriva prima dell’età feconda, a una fase in cui si nasce meno perché si muore meno e dunque si vive più a lungo. Il ritmo di ricambio della popolazione è cioè rallentato.

Il passaggio da un antico regime di alta natalità e alta mortalità a un regime moderno di bassa natalità e bassa mortalità viene chiamato ‘transizione demografica’, dovuta secondo gli studiosi ad un declino della mortalità. Seguì poi un calo della natalità, che si configurò come una forma di riequilibrio: aumentando la sopravvivenza vi fu infatti un forte incremento demografico, che accrebbe la pressione umana sulle risorse disponibili e al quale si rispose riducendo il numero dei concepimenti.

Nelle società di antico regime il mezzo principale per contenere la natalità consisteva nel ritardare il matrimonio, in un controllo diretto delle nascite mediante l’adozione di pratiche di contraccezione volontaria. Il calo di mortalità fu dovuto alla scomparsa della peste, a una diminuzione di malattie epidemiche e di carestie, grazie ad un miglioramento alimentare dovuto all’estensione delle terre coltivate e al diffondersi di nuove colture venute dal nuovo mondo, come mais e patata. La discesa della natalità è stata invece attribuita ai mutamenti economico-sociali portati dall’industrializzazione.

Nel 1798 l'economista Thomas Malthus: la popolazione cresceva a ritmo costante finché l’agricoltura ne assicurava il nutrimento. Quando arrivava al limite delle risorse alimentari, si scatenavano crisi di mortalità dovute a carestie, epidemie e guerre che fermavano lo sviluppo demografico. Poi il ciclo riprendeva. Questo era il meccanismo dell’antico regime demografico, che l’autore riteneva insuperabile perché la popolazione, se non controllata, cresceva in proporzione geometrica, ma le risorse e il cibo crescevano in proporzione aritmetica.

In realtà nell’Inghilterra in via di industrializzazione l’espansione economica e quella demografica avanzavano di pari passo. L’industrializzazione non fu indotta dall’incremento demografico. Ma perché lo sviluppo industriale non fu frenato dall’aumento della popolazione? Sviluppo economico e accrescimento demografico per la prima volta interagivano insieme positivamente. Come era potuto accadere? Metafora della tartaruga di Malthus. Tartaruga è la disponibilità di beni, la lepre è il numero dei consumatori.

Nel XIX secolo la produzione aumento più della popolazione. Dopo il 1820 la produzione industriale ebbe un’impennata, iniziò la crescita moderna. Attorno al 1850 il reddito pro capite prese a salire regolarmente riuscendo a sostenere la crescita della popolazione. Dagli anni venti, intanto, il tasso di incremento demografico era diminuito e comparvero i primi segni di un nuovo equilibrio. Dopo il 1825 la fecondità dette chiari segni di declino. Ci fu una rivoluzione riproduttiva: adozione di misure contraccettive sempre di più. In Inghilterra questo mutamento dei costumi sessuali fu decisivo per rompere il circolo vizioso che da sempre aveva legato sviluppo economico e incremento demografico: il numero dei figli calò e le risorse disponibili aumentarono.

La rivoluzione agraria

Dopo la metà del Settecento vi fu in Inghilterra una ‘rivoluzione agraria’, determinata dalle cosiddette enclosures (recinzioni): fra il 1760 e il 1819 oltre 600mila ettari di terra furono recintati con siepi o palizzate. Si trattava di pascoli comuni, terre incolte e piccoli lotti che un parlamento dominato dai proprietari terrieri sottrasse così all’agricoltura di sussistenza delle comunità di un villaggio, riunendoli in unità colturali più grandi e produttive e favorendone l’appropriazione da parte di singoli proprietari e affittuari capitalisti, che investirono cospicue risorse in miglioramenti che portarono ad un forte aumento di produttività, prima fra tutte la rotazione a 4 cicli o di Norfolk (frumento, rape, orzo e trifoglio). Anche l’allevamento ebbe grande sviluppo. Marx disse che questi mutamenti contribuirono alla ‘liberazione’ della manodopera occorrente alle nuove industrie. Provocando una concentrazione della terra, facendo sparire la piccola proprietà contadina e aumentando la produttività, le enclosures avrebbero reso esuberante il numero dei coltivatori che sarebbero stati espulsi dalle campagne andando a costituire il proletariato di fabbrica. In realtà studi recenti hanno smentito questa interpretazione, provando che gli addetti all’agricoltura continuarono a salire. Le recinzioni costrinsero i piccoli proprietari a vendere accelerano la scomparsa dei contadini e la trasformazione del lavoro rurale in lavoro salariato, ma non furono la causa della nascita del proletariato industriale. La manodopera per le nuove fabbriche venne dalla crescita della popolazione, che nelle campagne superò le capacità di assorbimento dell’agricoltura e nelle città fu consentita dall’abbondanza di derrate alimentari sul mercato. Ad essa si aggiunse poi l’immigrazione.

Lones ridimensiona il ruolo delle enclosures parlamentari. Le terre non diventavano infatti più produttive per il solo fatto di essere recintate, ma a condizione che i proprietari vi introducessero nuovi sistemi di coltivazione. Prima di allora lo sviluppo della produzione agricola era ostacolato dall’esigenza di nutrire il bestiame, in particolare gli ovini, che fornivano lana alle manifatture. In questa fase invece si sperimentò la coltivazione su larga scala di foraggi come la rapa e il trifoglio. La terra venne seminata non per gli uomini ma per gli animali, eppure fu questo mutamento a rimuovere i freni che ostacolavano lo sviluppo agrario.

Le colture foraggere per l’allevamento non sostituirono quelle cerealicole che sfamavano gli uomini ma vi si integrarono sulle stesse terre. Nacque l’agricoltura mista. Le colture foraggere eliminarono le fasi di inattività della terra e produssero mangime per il bestiame, che migliorò le rese dei cereali fornendo concime in grande quantità.

Essenziale fu anche lo sviluppo di efficaci sistemi di irrigazione e, soprattutto, degli investimenti nell’agricoltura. Distruggendo con i ‘campi aperti’ anche le antiche consuetudini di uso collettivo della terra, le enclosures e le nuove coltivazioni posero fine all’autoconsumo, creando le premesse di un’economia di mercato, cioè di un sistema in cui il soddisfacimento dei bisogni avviene mediante l’acquisto di merci. Si cominciò a consumare di più.

Processo di duplice specializzazione regionale: la cerealicoltura si spostò dalle terre argillose e umide del nord-ovest agli altopiani e ai terreni sabbiosi del sud est. Ciò favorì la deindustrializzazione delle regioni sud orientali e stimolò la crescita del lavoro a domicilio in quelle nord occidentali, meno idonee all’agricoltura mista. Lo sviluppo agrario fu decisivo per l’industrializzazione.

Capitali, mercati e Stato

Alla ricerca della ‘formula’ dell’industrializzazione, poiché il più consistente stock di capitale proveniva dagli scambi internazionali, si ipotizzò un nesso di causa-effetto fra sviluppo dei commerci e nascita dell’industria. Ma in altri paesi un commercio fiorente non portò alcuna rivoluzione industriale. Decisivo fu il boom delle ferrovie: poiché per realizzarle servivano ingenti capitali, al fine di raccoglierli le imprese si dettero strutture societarie e presero ad emettere azioni, cioè quote del capitale finanziario acquistabili dai risparmiatori. Ciò favorì anche l’afflusso del capitale bancario.

Rilevante il ruolo del mercato: il commercio estero fu uno dei fattori decisivi dell’industrializzazione. La GB aveva un grande impero coloniale e Londra era il centro mercantile e finanziario del mondo. Si generò quello che Hobsbawn definì un ‘commercio triangolare’ tra le materie prime fornite dalle colonie britanniche in Asia (soprattutto cotone indiano), i prodotti dell’industria inglese (scambiati in Africa con oro, avorio, schiavi) e la deportazione degli schiavi africani in America. L’Inghilterra ricavò le materie prime di cui aveva bisogno ed esportò i capitali che permisero ai paesi non sviluppati di acquistare i manufatti. Ruolo strategico spettò alle colonie americane, esportatrici di cotone greggio e importatrici di schiavi e tessuti. In generale, il commercio d’oltremare aprì alle industrie inglesi mercati sterminati in grado di assorbire le potenzialità produttive. Si dilatò di conseguenza anche il mercato interno, favorendo la crescita di grandi città come Birmingham, Glasgow, Liverpool, Manchester. Sollecitato a sua volta anche lo sviluppo dei trasporti.

Si accentuò il dislivello fra paesi sviluppati e ‘sottosviluppati’; vi era infatti un sistema di scambi ineguale. L’incremento demografico accrebbe il numero dei potenziali consumatori. Vennero abbassati i costi dei manufatti che furono così resi accessibili a un pubblico sempre più vasto.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cristina2303. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Scienze Storiche Prof.
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