Liceo scientifico statale "A. Einstein" - Rimini
Narrativa tra le due guerre
Trattazione di: R. Bisogno, L. Gianessi, M. Grossi, B. Mellini Sforza, F. Montevecchi, J. Muratori, J. Rambaldi
Docente: Prof.ssa T. Bocca
Anno Scolastico 2006/2007
Quadro storico, economico, sociale mondiale tra le due guerre
La Prima guerra mondiale (1914/1918) porta con sé, oltre che un ingente numero di vittime, una serie di sconvolgimenti che interessarono a tutti i livelli (politico, economico, sociale) la vita nei paesi belligeranti e non.
La grande crisi
Tra le conseguenze più importanti mostratesi al termine della Prima guerra mondiale in primis va considerata la crisi economica che colpisce tutti i paesi europei, vincitori e sconfitti. Crisi economica dovuta anzitutto agli ingenti costi che la guerra richiede. Le nazioni partecipanti per far fronte a questa esigenza hanno quindi gravato sulle spalle dei cittadini, aumentando loro le tasse ed agevolando prestiti con cui, appunto, avrebbero dovuto pagare tali imposte. Il tutto provoca una crescita esponenziale del debito pubblico e dell’inflazione che raggiunge livelli mai toccati prima.
Altro problema urgentissimo è quello di reinserire le grandi masse dei reduci di guerra nella loro vita normale. Infatti durante la loro assenza sono rimpiazzati nei loro usuali impieghi lavorativi in maggioranza dalle donne, che cominciano quindi a rivendicare i propri diritti e si rifiutarono di tornare ai margini della società come nel periodo antecedente la guerra. Tale situazione causa quindi un fenomeno di disoccupazione che raggiunge dimensioni gravissime.
La ripresa da questo stato di crisi in cui versano tutti i paesi europei, infine, non è assolutamente agevolata dallo spostamento radicale del centro commerciale mondiale dall’Europa appunto, all’area del Pacifico (America e Giappone in testa) nella quale ormai sono concentrati i principali traffici.
Nel tentativo di far fronte a questa situazione i principali stati europei adottano politiche protezionistiche e del cosiddetto "capitalismo diretto" (forma di capitalismo che limita le iniziative dei singoli ed è in parte regolato dall’autorità statale). Ne sono un esempio l’Italia di Mussolini e la Germania nazista di Hitler. Un’altra linea economica differente da quella italo-tedesca è quella intrapresa dalla Russia comunista la quale tenta con il "Comunismo di guerra" di centralizzare e statalizzare la maggior parte delle attività produttive senza però ottenere i risultati sperati tanto che è costretto a moderare la propria posizione aprendo ad una maggiore liberalizzazione economica, anche se parziale con la NEP (New Politic Economy).
Una prima ripresa avviene solo negli ultimi anni '20, sulla scia del grande "boom" economico degli USA (ormai prima potenza mondiale). In questo periodo soprattutto negli Stati Uniti appunto, mezzi di consumo quali elettrodomestici, auto, cinema e radio divengono beni accessibili ad una più ampia fascia di pubblico illudendo tutti che una vera ripresa economica sia possibile. In breve però la ripresa si rivela un fallimento in quanto il crollo di Wall Street nel '29 fa precipitare gli Stati Uniti e tutta l’Europa in una nuova crisi ancor più terribile della precedente.
È proprio in quest’ultima che gettano le proprie radici i grandi conflitti ideologici che caratterizzano tutto il '900 che sfociano poi nella nascita dei cosiddetti grandi totalitarismi. Per rendere un’idea della situazione catastrofica in cui versa l’economia mondiale basta pensare che gli Stati Uniti, prima potenza mondiale, nonostante le continue riforme volute da Roosvelt con la "New Deal" lo stato si riprende completamente solo al termine della seconda guerra mondiale.
I grandi totalitarismi
Un periodo così buio della storia dell’economia mondiale favorisce enormemente l’innescarsi di una serie di cambiamenti ai vertici di alcune tra le più grandi potenze europee. In generale è possibile constatare una totale disaffezione alla democrazia, tale da permettere la nascita di regimi antidemocratici e totalitari come la Russia di Stalin, la Germania nazista di Hitler o l’Italia di Mussolini.
Nonostante la linea comune di questi regimi preveda un controllo totale dei cittadini da parte dello stato, la gente comune non esita ad appoggiarli completamente in quanto vede in essi la via d’uscita verso una nuova prosperità. Non è un caso che, ad esempio, Hitler ed il partito nazista da lui capeggiato, rimasti fino ad allora ai margini della vita politica nazionale, promettendo il ritorno della Germania alla passata grandezza, divengono la principale forza politica tedesca, tanto da poter instaurare un regime totalitario (1933) non con l’uso della forza bensì con l’appoggio totale della popolazione.
Situazione inversa invece accade sia in Russia che in Italia dove il potere viene conquistato rispettivamente dal partito socialista e da quello fascista tramite colpi di stato. Infatti la prima sin dagli ultimi anni della guerra vede passare il potere in mano al partito comunista in seguito alla "Rivoluzione d’ottobre" (1917); la seconda finisce nelle mani del regime fascista imposto da Benito Mussolini che con la celebre "Marcia su Roma" prende il potere con la forza.
Caratteristica comune a tutti i tre regimi totalitari però è l’utilizzo della violenza come mezzo di repressione nei confronti degli avversari politici. In Germania ed in Italia in breve i due regimi si sbarazzano fisicamente delle ultime sacche di resistenza ed opposizione. Allo stesso modo dapprima con l’Armata russa poi con le "purghe staliniane" il partito comunista annienta ogni tipo di opposizione, instaurando un vero e proprio clima di terrore dove bastano anche solo presunte accuse per portar alla morte una persona innocente.
Nonostante sia possibile ravvisare numerosi punti di contatto tra le tre dittature in realtà esse sono profondamente diverse tra loro, addirittura opposte dal punto di vista ideologico. Ciò in particolare vale per la Russia comunista ideologicamente e politicamente contraria ai regimi nazisti e fascisti di Germania e Italia.
La dittatura russa infatti è alimentata dalle idee comuniste propagate anni prima da Karl Marx, che aveva teorizzato con il "Manifesto del partito comunista" una società priva di classi sociali e di ogni sorta di proprietà privata, una società in cui tutte le risorse economiche ed i mezzi di produzione sarebbero stati divisi equamente tra tutta la popolazione. Il sistema capitalistico dovrebbe essere distrutto attraverso una rivoluzione armata di massa che avrebbe come protagonisti gli operai (che ormai avevano raggiunto una piena coscienza di classe) ed i contadini, due classi fino ad allora ampiamente sfruttate dalla classe borghese. Ciò si avvera appunto in Russia nel 1917 con la "Rivoluzione d’ottobre", ma le mire comuniste inizialmente non si limitano alla costituzione di un unico stato organizzato in questo modo, ma incitano gli operai ed i lavoratori di tutto il mondo a ribellarsi in modo da allargare il comunismo universalmente. Fu proprio così che nascono in quasi tutti i paesi europei partiti comunisti legati strettissimamente alla madre Russia, ormai già divenuta URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). In breve però questo progetto utopistico crolla tanto che, con il regime di Stalin, si cominciò a parlare non più di "Comunismo universale" ma di "Comunismo in un solo paese". Il fatto però che la Russia sia ormai l’unico paese ad avere un’organizzazione politica ed economica simile favorisce un continuo isolamento della stessa dal resto del mondo determinandone, appunto, la grave arretratezza economica che ne caratterizza i decenni seguenti.
Ideologicamente opposti al regime russo sono invece i sistemi dittatoriali instauratisi in Italia ed in Germania. Rispettivamente il regime fascista e quello nazista sono nati come partiti antisocialisti, come partiti di opposizione all’allargamento del potere comunista nel mondo. Essi infatti hanno le loro radici nell’ideologia capitalistica che prevede la classe borghese come unica detentrice del potere e delle ricchezze. Sia in Italia che in Germania i due regimi (le cui affinità sono dimostrate dalla sottoscrizione del cosiddetto "Patto d’acciaio" che lega il Regime fascista mussoliniano a quello nazista di Hitler) introducono nella vita politica un nuovo stile d’azione fatto di violenza ed aggressione con cui gli oppositori vengono eliminati.
Inoltre a differenza della società sognata dai comunisti fatta di uguaglianza e solidarietà, il regime nazista di Hitler, seguito poco dopo da Mussolini, persegue come obiettivo la "Comunità di popolo" ovvero la costituzione di un popolo di razza pura tedesca, dal quale sarebbero stati estirpati con la violenza tutti gli ebrei, gli zingari, gli oppositori politici etc. indicati come la causa del dissesto economico nazionale. Il cosiddetto mito della razza ha poi applicazioni pratiche prima con le leggi di Norimberga del 1935, con le quali in particolare gli ebrei vengono legalmente discriminati, poi con l’enorme sterminio di massa avvenuto durante la II guerra mondiale che prende poi il nome di Shoah.
Nonostante possa sembrare strano entrambe le dittature sono pienamente appoggiate anche dalla chiesa cattolica di Roma, ne sono una dimostrazione i "Patti Lateranensi" del 1929 firmati dal Papa e da Mussolini, esclusivamente per il fatto che i due regimi sono dichiaratamente antisocialisti, ed il comunismo prevede la nascita di uno stato completamente ateo in cui la religione non ha ragione di esistere. Un’ultima caratteristica comune è l’aspirazione imperialistica. In Italia tale aspetto dell’ideologia fascista inizialmente rimane piuttosto vago, ma si manifesta in tutta la sua concretezza con l’aggressione all’Etiopia nel 1935 che determina il definitivo distacco dell’Italia dalle potenze democratiche europee. Allo stesso modo le mire imperialistiche tedesche finiscono con il determinare lo scoppio della II Guerra Mondiale.
Tornando ad esaminare nel complesso i tre "Grandi totalitarismi" emerge infine una linea comune di fondamentale importanza: il tentativo di infondere nelle menti di tutti i cittadini, a partire dai bambini, una nuova mentalità coerentemente alla linea ideologica seguita. In Italia ad esempio si parla di "fascistificazione": il tentativo di controllare l’istruzione scolastica e la cultura. In quest’ottica sono di grandiosa importanza i nuovi strumenti di propaganda quali il cinema, la radio, i giornali che sono sapientemente utilizzati al fine di creare una base solida di consenso popolare.
Queste sono dunque le linee principali delle ideologie che si scontrano in un primo momento solo teoricamente, ma in seguito realmente con lo scoppio della II Guerra mondiale, secondo conflitto universale in neanche mezzo secolo di storia.
Quadro generale della narrativa straniera
Il periodo che vede la fine della prima guerra mondiale, la conseguente ascesa del fascismo in Italia, del nazismo in Germania e del socialismo nell’Urss è testimone di una profonda crisi che investe il quotidiano e porta ad un crollo di quelle certezze conquistate nel secolo precedente. Questo crollo deriva ampiamente da alcune audaci scoperte scientifiche effettuate da studiosi, specialmente nel campo della fisica e della geometria; tra questi si ricordano Albert Einstein, Plank e Heisenberg che mettono in discussione i capisaldi della fisica newtoniana.
Infatti, con la relatività di Einstein, pubblicata nel 1905 su "Annalen der Physik", tempo, spazio e materia non sono più considerati concetti assoluti, ma variano in relazione al sistema di riferimento che si prende in esame. Questa visione relativistica contribuisce a modificare anche lo studio della geometria classica, per una ricerca tesa a studiare le geometrie non euclidee, mettendo in discussione i fondamenti matematici.
Le scoperte scientifiche di Einstein e l’interesse per la matematica hanno conseguenze dirompenti in tutta Europa, infatti anche in ambito anglosassone questa disciplina viene analizzata dal filosofo Bertrand Russell, il quale porta in Inghilterra i concetti basilari della nuova corrente di pensiero del positivismo logico, sorto proprio nella prima metà del 1900. Questa filosofia prende piede inizialmente in Germania e riceve un grande impulso dall’attività del "circolo di Vienna"; il concetto fondamentale è che la filosofia debba aspirare al rigore proprio della scienza. Come si deduce dal nome, alla sua base stanno i concetti di “empirico”, ossia relazionato all’esperienza, e “logico”, dal momento che i suoi sostenitori ritengono che il sapere debba essere analizzato secondo i criteri logici propri dell’analisi del linguaggio.
Il positivismo logico arriva anche negli USA grazie a John Dewey che, basandosi su un pragmatismo che fa coincidere la verità con l’utile, l’efficace con la vita morale, religiosa, tende a vagliare i rapporti tra l’uomo e l’ambiente circostante. Altra tendenza filosofica, sorta sempre nella prima metà del 1900, è l’esistenzialismo, che si propone di svolgere le problematiche esistenzialistiche e di rispondere alla domanda "che cos’è l’essere?"
I maggiori pensatori che sviluppano queste tematiche e cercano una possibile risposta sono Soren Kierkegaard, Martin Heidegger, Edmund Husserl. Heidegger, che per primo si pone compiutamente la domanda, intuisce che, diversamente da quanto affermato in tutta la storia della metafisica, l'essere non va confuso con l'ente: in altre parole, l'essere non è Dio o le Idee platoniche, concetti ontologici, manifestazioni fisiche più che metafisiche.
Secondo Gabriel Marcel, l'essere è un concetto e non può essere oggettivato, non è un ente esterno, ma è presente nell’uomo, lo penetra e l’essere umano stesso è l’unione di soggetto-oggetto allo stesso istante. Il fatto, quindi, che l'essere è sia in noi che fuori di noi non ci permette di dare mai una risposta definitiva al problema. Heidegger e Jaspers indicano, tuttavia, una semi-risposta al quesito. Il fatto che noi ci poniamo la domanda "che cos'è l'essere?", il fatto che andiamo in cerca di una risposta e indaghiamo la realtà nel cercarla è già di per sé una risposta.
In ogni caso, la prima metà del 1900 assiste ad una vera e propria crisi della filosofia: da un lato l’esistenzialismo si sforza di dare risposte a problematiche esistenzialistiche senza riuscirci interamente, dall’altro lato il positivismo, che sottolinea la funzione della scienza come unica forma di conoscenza certa, il quale metodo deve essere considerato come paradigma da estendere a tutti i campi del sapere in cui si voglia raggiungere la certezza, avverte con intensità l’inizio di una crisi della ragione.
Sempre analizzando quest’ultima corrente di pensiero, si può notare come questa abbia modificato le mentalità legittimando il razzismo e il nazionalismo, in quanto se il progresso umano consiste nella scienza, le nazioni occidentali rappresentano le civiltà più progredite, perciò gli altri popoli non vengono sottomessi ma “salvati”, sollevati dall’ignoranza che li attanaglia; in base a questo presupposto il colonialismo diviene opera di civilizzazione. Al concetto di nazionalismo si contrappone, sempre nello stesso periodo storico, un ulteriore movimento, proposto dalle organizzazioni operaie: quello dell’internazionalismo.
L’internazionalismo propone l’abbattimento dei confini, la definizione di un nuovo concetto di patria, che vada oltre quelli che sono i confini geografici; in definitiva le classi sociali delle varie nazioni si uniscono, in quanto oppresse dagli stessi problemi e accomunate dagli stessi ideali. È questa l’origine profonda del pessimismo verso la storia che occupa tutto il periodo di passaggio tra le due guerre.
La crisi dell’io
Se la crisi della ragione ha modificato nettamente il corso della storia, ad un livello più specifico, più dettagliato, deve esserci una crisi individuale, un disagio esistenziale, in quanto è l’uomo stesso che costruisce la storia per cui la crisi storica non è altro che il risultato della crisi personale. È indispensabile quindi esaminare la crisi personale, o meglio quella che è chiamata la crisi dell’Io. L’analisi dell’individualità di una persona era già stata trattata nel 1700, in età illuminista. Ma si era posta l’attenzione sulle caratteristiche generali, quali la razionalità ed i diritti umani.
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