Storia della musica nel romanzo italiano del '900
Parole in libertà e onomatopea
In una poesia di Palazzeschi, La fontana malata (1909), i versi iniziali recitano: “Clof, clop, cloch, / cloffete, / cloppete, / chchch… / che spasimo, / sentirla / tossire!”. La voce si occupa qui di pronunciare parole che non implicano un significato ma affrontano una pura intonazione fonica. La voce esce dalla parola, per occuparsi della pura componente timbrica e sonora, rinviando direttamente all’oggetto che intende rappresentare la fontana.
La parola scritta, in Palazzeschi come poi in tanto futurismo poetico, teatrale e pittorico, si fa portatrice di una vocalità nuova, quella appunto dell’onomatopea, della relazione visiva e sonora che si stabilisce sul terreno del carattere e del corpo tipografici e della sua liberazione.
“Questa sincerità assoluta” – dirà Marinetti nel 1913 – “unita ad un profondo disprezzo per ogni armonia tradizionale hanno spinto Palazzeschi ad usare coraggiosamente l’onomatopea, liberandola da ogni solennità scolastica”.
Le parole in libertà vengono così organizzate su una pagina di cui si perdono i punti cardinali tradizionali. Caratteri, corpi e parole che s’incrociano sulla superficie cartacea, linee direzionali anche opposte, lettere di varia grandezza e stile, onomatopee: da qui inizia anche un percorso di attrazione e relazione fra scrittura e musica proprio sul terreno della vocalità e della sonorizzazione.
Marinetti e le scritture sintonizzate
Da Zang Tumb Tuuum agli Indomabili: Marinetti e le scritture sintonizzate. Il Manifesto tecnico della letteratura futurista è molto esplicito sulla strada da intraprendere (1912): la proposta sostanziale di Marinetti è condensata nell’invenzione (auspicata) di una “immaginazione senza fili”.
Cosa significa? Eliminare la punteggiatura, distruggere la sintassi, insomma fare a meno di tutto l’inventario normativo dello scrittore passatista. Marinetti va anche oltre: propone di introdurre nel testo poetico o narrativo anche il suono, l’odore, il peso.
Spogliata la scrittura di tutto l’armamentario tradizionale, la parola finalmente liberata dagli impedimenti di punti, virgole e due punti, trova la piena emancipazione dall’opprimente saggezza latina in un principio centrale che è quello dell’analogia. L’analogia associa ogni parola, ogni oggetto ad un suo doppio, che viene espresso sfuggendo alla consequenzialità razionale e lasciando spazio alla libera immaginazione.
La nuova tecnica letteraria futurista trova applicazione in Zang Tumb Tuuum. Adrianopoli, ottobre 1912, descrizione fonosimbolica di un episodio della guerra d’Africa scritta da Marinetti nel 1914, e ancora negli Indomabili del 1922.
Il futurismo italiano e la musica
In Italia il movimento futurista produce una propria radicale battaglia “antipassatista”, che riguarda innanzitutto la letteratura, ma che subito si apre alla pittura, alla scultura, al teatro e infine alla musica. La strada del futurismo italiano, sul piano delle provocazioni e degli arrembanti proclami veicolati dai manifesti anche sul terreno musicale, ipotizzano uno scenario ancora più radicale e scollegato dalle coordinate della tradizione.
I futuristi (Russolo su tutti) vogliono capovolgere lo scenario della composizione musicale, destrutturando la quadratura ritmica, dilatando le associazioni armoniche, ma soprattutto espellendo tutti gli attributi sonori della tradizione e basando il progetto compositivo sui segni sonori della più aggiornata modernità urbana, meccanica, metallurgica, tecnologica. Il rumore fa così il proprio ingresso pieno nella cornice dell’opera musicale.
La Ciaccona di Bach
La radicalità di una tale scrittura vale come spartito ideale dell’utopistica orchestra di intonarumori ipotizzata da Luigi Russolo. L’esperimento di scrittura fonica, onomatopeica, rumorista, musicalizzata del romanzo futurista resta isolato, senza una vera continuazione se non nel campo più popolare e intermedio del fumetto.
La Ciaccona di Bach: ascolto (e lettura) come interpretazione. L’episodio musicalmente più appariscente della Coscienza di Zeno è quello dell’esecuzione in casa Malfenti della Ciaccona di Bach. Il protagonista subisce lì, di fronte a tutta la facoltosa famiglia triestina, una delle più cocenti e dolorose umiliazioni patite.
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