Estratto del documento

L'inquisizione nell'Italia moderna

Giovanni Romeo

Capitolo 1 - Dal primo Cinquecento a Pio V

In Italia subito dopo la riforma di Lutero (1517), i pochi tribunali inquisitoriali di origine medievale ancora attivi erano impreparati a combattere la nuova eresia, particolarmente diffusa a Modena, Lucca e Napoli. Il sistema italiano manteneva la divisione medievale tra competenze dei vescovi e quelle degli inquisitori, provenienti soprattutto dagli ordini mendicanti (domenicani e francescani). Gli inquisitori di origine medievale non erano molto attivi ed efficienti. Essi si distinsero prevalentemente nella caccia alle streghe, come quella della Valcamonica agli inizi del ‘500.

Ma con la diffusione dell’eresia luterana in varie parti d’Italia, fu necessario un più deciso intervento papale, dopo alcuni provvedimenti senza esito: nel 1532 papa Paolo III aveva nominato l’agostiniano Callisto Fornari inquisitore unico per tutta l’Italia e qualche anno più tardi aveva affidato ai cardinali Gian Pietro Carafa e Girolamo Aleandro la cura universale dell’inquisizione.

Infine, il 21 luglio 1542, con la bolla Licet ab initio, Paolo III istituì la Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione. Il compito principale del nuovo organismo era quello di sconfiggere la piaga ereticale e il suo campo d’azione fu il territorio della penisola, isole maggiori escluse. Le altre due inquisizioni attive in età moderna, quella spagnola (1478) e quella portoghese (1536), operarono invece non solo nella Penisola Iberica ma anche nei vasti domini coloniali.

Nel resto dell’Europa cattolica, sotto la direzione del Sant’Uffizio, la tutela della fede fu affidata ai vescovi, ai gesuiti, alle missioni e per le questioni più serie ai Nunzi apostolici. Essa era composta da sei inquisitori generali (cardinali) i quali avevano competenze giuridiche amplissime: potevano incriminare anche gli altri cardinali e gli alti esponenti centrali e locali della Chiesa e dello Stato; inoltre potevano condurre inchieste in materia di eresia autonomamente, senza confrontarsi con gli inquisitori locali e i vescovi.

L’istituzione rimase, nei primi decenni di vita, centralizzata nella sua sede romana e questo non dipendeva da debolezze organizzative ma dalla necessità di debellare il pericolo ereticale, e questo poteva avvenire solo diffidando anche di vescovi e inquisitori locali. I cardinali della Congregazione preferivano servirsi di commissari di loro fiducia e dei Nunzi apostolici, almeno fino agli anni ‘70 del XVI secolo.

L’azione dei nuovi inquisitori era ostacolata dalle autorità secolari, in quanto anch’esse avevano competenze sui delitti considerati contro l’ortodossia, come la bigamia, la sodomia e la simonia. Le magistrature laiche che nel ‘500 si occupavano maggiormente del controllo dell’ortodossia erano i Savi all’eresia a Venezia (1547) e l’Offizio sopra la religione a Lucca (1545).

Gli ostacoli maggiori, però, l’Inquisizione Romana li incontrò nel Regno di Napoli (nelle mani degli spagnoli) dove il popolo, come dimostrò con i tumulti del 1547, era ostile all’introduzione di tribunali dipendenti dall’Inquisizione spagnola e questo rese impossibile anche la nomina di inquisitori scelti dalla Congregazione del Sant’Uffizio.

Si cercò di raggiungere un compromesso affidando la cura dell’inquisizione ai vicari pro tempore dell’arcivescovo di Napoli (e poi nominando, nel 1585, dei ministri residenti nella capitale del Sant’Uffizio e istituendo, in seguito, dei tribunali delegati).

Ma, in realtà, il sistema fu sempre molto debole e dove funzionò (come nella capitale Napoli) rimase competenza dei Vescovi e non degli inquisitori.

Al nord della penisola la situazione era completamente diversa: in un primo momento la difesa dell’ortodossia rimase nelle mani dei vescovi ma in breve tempo l’Inquisizione Romana riuscì ad affermarsi. Nello Stato di Milano, alle iniziali debolezze del Sant’Uffizio, Filippo II tentò di rispondere con l’introduzione nel 1563 dell’Inquisizione “nel modo di Spagna”, incontrando le resistenze del ceto dirigente e del clero, così fu costretto a cambiare idea. Successivamente, grazie all’arcivescovo Carlo Borromeo (1564-1584), l’Inquisizione romana poté affermarsi stabilmente nella diocesi di Milano. Fino alla morte fu lui, non l’inquisitore locale, il riferimento privilegiato dei colleghi della Congregazione del Sant’Uffizio, che superò spesso in zelo e in intransigenza.

Nella Repubblica di Venezia, fino agli anni ‘70 del ‘500, la gestione dei tribunali del Sant’Uffizio restò nelle mani di Curie vescovili non particolarmente attive, inoltre le autorità della Repubblica continuarono a godere di grosse prerogative in quasi tutta l’Italia.

Dunque in periferia la situazione, prima degli anni ‘60/’70 del ‘500, non era particolarmente favorevole. Aumentarono certamente gli scambi epistolari tra i cardinali del Sant’Uffizio e i responsabili della lotta antiereticale in periferia, ma i vescovi e gli inquisitori delle sedi periferiche erano afflitti da incertezze e scarsità di mezzi.

Le difficoltà maggiori riguardavano la mancanza delle carceri e i difficili rapporti con le autorità secolari (in particolare in riferimento alla concessione del braccio secolare) e con larga parte del clero.

A Roma, invece, la Congregazione dell’Inquisizione, in quanto organismo della curia, divenne ben presto un formidabile centro di potere. Al suo interno si delinearono due gruppi contrapposti:

  • I cosiddetti “zelanti” o intransigenti, capeggiati dai cardinali Gian Pietro Carafa e Michele Ghislieri, che riuscirono a influenzare più di una volta la nomina del nuovo papa, evitando la nomina del cardinale inglese Reginald Pole, uno dei maggiori esponenti del circolo degli Spirituali;
  • Gli “spirituali”, seguaci delle idee del mistico spagnolo Juan de Valdés.

Lentamente una fitta trama di sospetti si estese sugli uomini vicini al cardinale inglese e portò a una lunga serie di processi, tra cui quello del cardinale Giovanni Morone (l’influente cardinale milanese che subito dopo l’elezione al soglio pontificio del Carafa nel 1555 fu accusato di eresia e incarcerato a Castel Sant'Angelo nel 1557 e fu liberato solo dopo la morte di Paolo IV nel 1559). Un altro esponente del gruppo degli “spirituali” era il fiorentino Pietro Carnesecchi, anch’egli perseguitato da Paolo IV (Carafa) prima e da Pio V (Ghislieri) poi e infine condannato a morte nel 1567.

Sotto Paolo IV Carafa (1555-1559) l’Inquisizione conobbe un notevole sviluppo. Egli stabilì la preminenza della Congregazione dell’Inquisizione su tutte le altre magistrature ecclesiastiche e ne allargò notevolmente le competenze. Entrarono per la prima volta nelle competenze del tribunale la lotta contro gli omosessuali, i bestemmiatori, i simoniaci, i celebranti senza ordinazione; crebbe il controllo sulle comunità greco-ortodosse e l’intolleranza antiebraica. Il pontefice stabilì anche la pena di morte per i colpevoli di eresie particolarmente gravi anche pentiti e non recidivi (una decisione del tutto estranea alla prassi romana).

Alcuni di quei provvedimenti comunque furono revocati nel giro di pochi anni: sodomiti e simoniaci furono restituiti ai tribunali ordinari (vescovi) e si tornò alla clemenza nei confronti degli eretici pentiti e non recidivi.

Indice dei libri proibiti

Sicuramente l’ambito in cui gli inquisitori consumarono il maggior numero di energie (dopo la lotta all’eresia protestante) fu il controllo dei libri proibiti. Tale attività era cominciata alquanto presto, sotto la direzione del Carafa, prima che divenisse papa. Sotto il suo impulso fu redatto il primo indice, l’Indice Paolino (1558) proprio durante il suo pontificato. Questo primo Indice romano proibiva tre categorie di libri:

  • La prima categoria era costituita dall’intera produzione degli scrittori non cattolici, compresi i testi non di carattere religioso;
  • La seconda comprendeva singole opere di determinati autori;
  • La terza categoria era costituita dalle opere anonime.

Vietava inoltre per la prima volta tutte le Bibbie in volgare e tutti i libri di astrologia (divinazione), magia e le opere lascive (opere di illustri personaggi venivano messe al bando come il De Monarchia di Dante Alighieri, il Decamerone di Giovanni Boccaccio e le opere di Nicolò Machiavelli ed Erasmo da Rotterdam). Eventuali permessi e licenze per la lettura di opere proibite potevano essere concesse solo dagli inquisitori e non più dai vescovi; inoltre una particolare Instructio del 1559, redatta per definire più dettagliatamente l’applicazione dell’indice, escluse dalle licenze tutte le donne e gli ecclesiastici.

Nel 1559 Paolo IV stabilì la non assoluzione in confessione per i possessori di libri proibiti: per poter essere assolti i penitenti dovevano presentarsi davanti all’Inquisizione per consegnare i libri proibiti e rivelare i nomi di eventuali complici.

L’Indice Paolino fu riformato e moderato da Pio IV il quale affidò tale compito alla Terza Sessione del Concilio di Trento (1562-1563). Nasceva, così, l’Indice Tridentino (1564). I padri tridentini respinsero molte misure rigorose dell’Indice paolino e:

  • Affermarono l’autorità dei vescovi nella censura. Inoltre, i vescovi furono di nuovo autorizzati – accanto agli inquisitori – a rilasciare i permessi di lettura (le licenze) per libri proibiti;
  • Introdussero il principio dell’espurgazione, grazie al quale le opere “ripulite” dai passaggi sconvenienti potevano essere pubblicate e lette;
  • Respinsero la condanna totale dell’opera di Erasmo da Rotterdam.

Inoltre, furono revocati i limiti previsti dalla Instructio (1559) nei casi in cui a richiedere permessi di lettura fossero donne ed ecclesiastici.

Nel 1566, con l’elezione di papa Pio V Ghislieri (1566-1572) – ex inquisitore generale – la politica papale sulla censura subì un nuovo irrigidimento (era evidente la sua volontà di ritornare all’intransigenza del Carafa e di riaffermare l’egemonia inquisitoriale sull’intera materia dei libri proibiti). Il nuovo papa concentrò la pratica espurgatoria nelle mani del Maestro del Sacro Palazzo e stabilì che le opere depurate potessero essere stampate esclusivamente presso la Stamperia Vaticana. Inoltre, nel 1571 incaricò della revisione dell’Indice Tridentino una commissione di cardinali, istituzionalizzata nel 1572 con il nome di Congregazione dell’Indice (con la bolla papale Ut pestiferarum opinionum). Il suo compito principale era quello di aggiornare l’indice e controllare le espurgazioni, ma spesso, in questi compiti, entrava in conflitto con l’Inquisizione a causa dell’accavallarsi delle competenze.

Il coinvolgimento dei confessori nelle attività dell'Inquisizione romana

Già nei primi decenni di funzionamento dei tribunali dell’Inquisizione sono evidenti dei collegamenti indiretti tra alcuni aspetti della confessione e alcune procedure inquisitoriali. In epoca medievale gli inquisitori – solitamente – appena si insediavano nel distretto di loro competenze emanavano un editto di grazia con il quale concedevano agli eretici un tempo che oscillava tra i 15 e i 30 giorni per comparire in giudizio. Questo periodo, denominato "tempo di grazia", consentiva a chi confessava i suoi errori, rivelando i nomi dei complici e abiurando, di essere trattato con maggiore clemenza dai giudici. Dopo quella data i sospettati di eresia erano citati a comparire davanti all'inquisitore e sottoposti alle dure pene previste dal diritto canonico. Gli inquisitori quindi erano disponibili al perdono solo con chi si mostrava pronto a collaborare.

Il controllo dell’ortodossia poteva essere effettuato anche attraverso la confessione dei peccati. L'obbligo della confessione annuale al parroco, solitamente a Pasqua (sancito nel 1215 dal Concilio Lateranense IV con il canone Omnis utriusque sexus) rientrava tra le misure inquisitoriali volte ad individuare gli eretici attraverso la verifica degli inadempienti al precetto: non adempiere a tale obbligo era segno di eresia.

Ma connessioni tra il foro della coscienza e il foro esterno non erano possibili: il sigillo sacramentale impediva infatti al confessore di rivelare quanto detto durante il sacramento. Quindi era più facile per i confessori ledere le competenze degli inquisitori, piuttosto che per gli inquisitori strumentalizzare il sacramento della penitenza [spesso si tendeva a sfuggire agli inquisitori utilizzando la confessione sacramentale che andava ad intaccare quindi le loro competenze. A peggiorare la situazione c'erano anche quei peccati di "riserva papale" che richiedevano l'approvazione papale per ottenere l'assoluzione (e se ne occupava la Penitenzieria Apostolica; tra questi peccati rientrava ovviamente l’eresia)].

I fedeli spesso temevano che quanto rivelato nella confessione potesse essere utilizzato in modo improprio da parte degli ecclesiastici, dato che eccessi e abusi non mancarono (violazione del sigillo sacramentale). Un caso fu quello del 1552 da parte dell'arcivescovo di Capua che costrinse un ecclesiastico a confessare un gruppo di donne sospette d'eresia per poter usare le informazioni ricavate durante la confessione nel processo. Furono gli usi impropri della confessione a generare tra i fedeli un senso di sfiducia verso la pratica penitenziale.

La Chiesa romana cercò di coinvolgere i confessori nelle attività del Sant’Uffizio attraverso lo strumento del rifiuto dell'assoluzione sacramentale per chi avesse rivelato in confessione il peccato d’eresia. In quel caso la confessione s'interrompeva e si veniva mandati dall'inquisitore oppure dall'autorità competente nel caso di peccati di riserva papale.

A questo però si arrivò gradualmente. Il primo passo fu compiuto da Giulio III che nel 1550 concesse – attraverso due brevi – ai proprietari di libri proibiti e agli eretici un termine massimo di tre mesi per consegnare le opere vietate in loro possesso (purché i libri non fossero eretici o sospetti d’eresia) e di confessare i loro errori. Si trattava dunque di un “tempo di grazia”. Potevano ottenere un trattamento giudiziario di favore solo coloro che non erano inquisiti o recidivi ed erano disposti a denunciare gli eventuali complici. In questo modo venivano assolti nel foro interno e le pene previste erano piuttosto miti. Tuttavia, l’assoluzione nel foro della coscienza non li avrebbe salvati dalla pena capitale in caso di recidiva.

Negli anni successivi si fecero più stretti i collegamenti tra confessione dei peccati e Inquisizione. Dal 1552 i cardinali della Congregazione legittimarono il rifiuto dell’assoluzione sacramentale a chi non volesse confessare in tribunale i suoi errori e rivelare i nomi dei complici.

Con Paolo IV venne sancito definitivamente il ruolo di intermediazione affidato ai confessori in materia di eresia e di libri proibiti. Era appena stato pubblicato il Primo Indice di libri proibiti (1558) e il Carafa – per garantirne l’applicazione – pubblicò due brevi: con il primo venivano revocati tutti i permessi di lettura concessi fino a quel momento dalla Penitenzieria Apostolica e si obbligavano i possessori di libri proibiti a consegnargli agli inquisitori; con il secondo – su richiesta dell’inquisitore maggiore di Spagna – fu stabilito che i confessori rifiutassero l’assoluzione ai penitenti che erano in possesso di libri proibiti. Per poter essere assolti dovevano consegnare i testi all’inquisitore e rivelare i nomi di terzi eventualmente coinvolti.

Si trattava di una decisione circoscritta alla Spagna, anche se in breve divenne operativa in tutto il mondo cattolico, in quanto fu trasmessa ai generali degli Ordini religiosi che avevano pieni poteri sui confessori. Infine, è bene sottolineare che poteri senza eguali erano riconosciuti ai confessori gesuiti, che in questi anni operavano in Italia con una notevole libertà d’azione: la principale prerogativa di cui godevano era la facoltà di assolvere dai peccati d’eresia e di possesso dei libri proibiti, senza imporre ai penitenti l’obbligo di rivolgersi agli inquisitori.

Capitolo 2 – Nel tardo Cinquecento: un tribunale pensato per sfidare i secoli

Con la fine del pontificato di Pio V Ghislieri (1566-1572) la caccia agli eretici italiani poteva ritenersi conclusa. Sconfitto il pericolo protestante, il Sant’Uffizio iniziò la riorganizzazione interna. Una prima importante innovazione fu il passaggio della nomina degli inquisitori dagli Ordini di appartenenza (solitamente domenicani e francescani) alla Congregazione del Sant’Uffizio; e la loro area di competenza non coincideva più con quella del proprio convento come nel Medioevo bensì con quella del distretto inquisitoriale.

Intorno al 1580 il nuovo meccanismo era ormai operante quasi ovunque, con alcune eccezioni come il Regno di Napoli (qui nel 1585 furono nominati dei ministri del Sant’Uffizio residenti nella capitale ma incaricati di vigilare su tutta l’Italia meridionale; tuttavia furono spesso ostacolati dalla Curia arcivescovile di Napoli). Nel sud della penisola la difesa dell’ortodossia fu debole e saltuaria, solo la curia arcivescovile di Napoli esercitò una vigilanza assidua, soprattutto nella capitale, e nel Lazio (dove un certo spazio di manovra fu lasciato ai vescovi anche perché qui era piuttosto facile per la Congregazione del Sant’Uffizio intervenire direttamente nei casi più gravi).

Un’altra importante caratteristica era la forte dipendenza degli inquisitori periferici dalla Congregazione del Sant’Uffizio; dipendenza testimoniata dai fitti scambi di corrispondenza tra periferia e centro. L’Inquisizione consolidò il proprio monopolio sui crimini contro la fede: sia riducendo il ricorso al braccio secolare.

Anteprima
Vedrai una selezione di 5 pagine su 20
Riassunto esame Storia moderna, prof. Pizzorusso, libro consigliato L'Inquisizione nell Italia moderna, Romeo Pag. 1 Riassunto esame Storia moderna, prof. Pizzorusso, libro consigliato L'Inquisizione nell Italia moderna, Romeo Pag. 2
Anteprima di 5 pagg. su 20.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia moderna, prof. Pizzorusso, libro consigliato L'Inquisizione nell Italia moderna, Romeo Pag. 6
Anteprima di 5 pagg. su 20.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia moderna, prof. Pizzorusso, libro consigliato L'Inquisizione nell Italia moderna, Romeo Pag. 11
Anteprima di 5 pagg. su 20.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Storia moderna, prof. Pizzorusso, libro consigliato L'Inquisizione nell Italia moderna, Romeo Pag. 16
1 su 20
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eowyn87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Pizzorusso Giovanni.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community