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progetti e opere in S. Pietro in Vaticano

Da vari decenni i papi pensavano di rinnovare la vecchia basilica paleocristiana, che era sempre

meno in grado di far fronte alle sue molteplici funzioni anche a causa di problemi statici dovuti ai

muri relativamente sottili ed al tetto a capriate che minacciavano di crollare. Papa Niccolò V aveva

iniziato lavori per aggiungere alla vecchia navata un nuovo coro ed un transetto, di sormontare la

chiesa con una cupola e di rinnovare la navata.

Dopo aver consultato i maggiori artisti del tempo, i lavori furono affidati a Bramante del quale ci

rimangono alcuni progetti, tra i quali il famoso "piano pergamena", in cui propose una perfetta

pianta centrale, a croce greca, caratterizzata da una grande cupola emisferica posta al centro del

complesso e con altre quattro croci greche più piccole disposte simmetricamente a quincunx intorno

alla grande cupola centrale. Il progetto rappresenta un momento cruciale nell'evoluzione

dell'architettura rinascimentale, ponendosi come conclusione di varie esperienze progettuali ed

intellettuali.

La grande cupola era ispirata a quella del Pantheon ed avrebbe dovuto essere realizzata in

conglomerato cementizio; in generale tutto il progetto fa riferimento all'architettura romana antica

nella caratteristica di avere le pareti murarie concepite come masse plastiche capaci di articolare lo

spazio in senso dinamico. La costruzione della nuova basilica avrebbe inoltre rappresentato la più

grandiosa applicazione degli studi teorici intrapresi da Francesco Martini a Leonardo da Vinci per

chiese a pianta centrale, studi chiaramente ispirati alla tribuna ottagonale della cattedrale di Firenze.

Pertanto nonostante una serie di lunghissimi avvicendamenti alla conduzione del cantiere (da

Raffaello Sanzio, a Michelangelo Buonarroti, a Carlo Maderno), i progetti bramanteschi

influenzarono comunque lo sviluppo dell'edificio, con l'uso della volta a botte e con i quattro piloni

sormontati da altrettanti pennacchi diagonali a sostegno di una vasta cupola emisferica. Benché

l'esterno e buona parte dell'interno dell'attuale San Pietro parlino il linguaggio di Michelangelo,

furono Giulio II e Donato Bramante i veri ideatori di questo centro spirituale e materiale della città.

I lavori condotti dal Bramante iniziarono nel 1506 con la demolizione dell'abside ed il transetto

dell'antica basilica, suscitando polemiche permanenti fuori e dentro la Chiesa.[39] Bramante,

soprannominato "maestro ruinante", fu dileggiato nel dialogo satirico Simia ("Scimmia") di Andrea

Guarna, pubblicato a Milano nel 1517, che racconta come l'architetto, presentandosi da morto

davanti a san Pietro, venga da questi rampognato per la demolizione e risponda con la proposta di

ricostruire l'intero Paradiso.

S. Pietro in Montorio

La costruzione fu commissionata a Bramante dal Re di Spagna come scioglimento di un voto. Il

tempietto, monoptero e periptero, ha un corpo cilindrico, che costituisce la cella del tempio, la cui

muratura è scavata da nicchie insolitamente profonde, decorate con conchiglie, e scandita da paraste

come proiezione geometrica delle colonne del peristilio. La costruzione è infatti circondata da un

colonnato tuscanico sopraelevato su gradini; sulle 16 colonne corre una trabeazione conforme alle

indicazioni che Vitruvio ha dato per l'ordine dorico, con un fregio decorato con triglifi e metope. Le

colonne sono di granito grigio; le altre membrature di travertino. Il soffitto dell'ambulacro è

decorato a cassettoni.

L'interno della cella ha un diametro di circa 4 metri e mezzo; più un "naos" che uno spazio dedicato

alle funzioni liturgiche; un luogo puramente simbolico e commemorativo. La forma cilindrica è in

qualche modo trasformata da alte e profonde nicchie, quattro delle quali ospitano piccole statue

degli evangelisti. Sull'altare è collocata una statua di San Pietro di anonimo lombardo. Il pavimento

è a tessere marmoree policrome, nello stile cosmatesco, oggetto di un certo revival a fine XV

secolo. Lo spazio è coperto con una cupola, progettata in conglomerato cementizio (alla maniera

degli antichi) e posta su di un tamburo ornato da lesene che continuano quelle del registro inferiore,

ma sono prive degli attributi dell'ordine architettonico. Il rivestimento in piombo, probabilmente

presente fin dalla costruzione, è stato ripristinato nel XX secolo, in quanto nell'Ottocento era stato

sostituito da tegole laterizie.

Secondo i progetti iniziali, il tempietto avrebbe dovuto inserirsi al centro di un cortile circolare non

realizzato (l'attuale è di forma quadrangolare), così da evidenziare la perfetta simmetria

dell'impianto e sottolineare la centralità del tempio la cui struttura si irradiava nel cortile,

proiettando le 16 colonne in altre 16 a formare un portico circolare, come possiamo vedere in una

ricostruzione del Serlio. Tale progetto originario avrebbe consentito la vista del tempietto solo da

posizione abbastanza ravvicinata dando al piccolo edificio un aspetto molto più imponente e

massiccio, secondo una precisa ricerca prospettica. La costruzione è soprastante una cripta

circolare, probabilmente resto di un edificio preesistente, il cui centro indica il luogo dove sarebbe

stata piantata la croce del martirio, divenuto asse ideale di tutta la costruzione.

Il piccolo edificio è consapevolmente modellato sul tempio periptero circolare, un tipo descritto da

Vitruvio e utilizzato dall'architettura romana antica e di cui erano visibili e abbastanza integri alcuni

esempi come il Tempio di Vesta di Tivoli, il Tempio di Vesta nel Foro ed il Tempio di Ercole

Vincitore (all'epoca anch'esso creduto un tempio dedicato a Vesta) a Roma. Un altro riferimento di

Bramante fu la ben più grande mole del Pantheon, a pianta circolare. In effetti la costruzione del

tempietto si pone al centro della ricerca che coinvolse tutti gli architetti del Rinascimento relativa

alla pianta centrale come modello per rappresentare la realtà divina ed il cosmo; questo in modo

particolare per la forma circolare, espressione concettuale e visiva della "figura del mondo".

Palazzo Caprini

Il palazzo Caprini fu un edificio progettato da Bramante e costruito fra il 1501 ed il 1510, per il

protonotario apostolico viterbese Adriano de Caprinis. Rappresenta il primo esempio di ciò che

viene definito "palazzetto alla romana", ovvero una tipologia abitativa ideata da Bramante stesso,

destinata a personaggi di minore importanza che gravitavano attorno alla figura papale e non

potevano permettersi grandi palazzi propagandistici. Si trovava a Roma nel rione di Borgo. Era

chiamato anche Palazzo di Raffaello perché l'artista nel 1517 lo aveva acquistato e vi aveva

dimorato fino alla morte (1520).

Alla fine del XVI secolo l'edificio venne poi inglobato nel Palazzo dei Convertendi, il quale venne

demolito nel 1938 a causa degli sventramenti necessari per la realizzazione di Via della

Conciliazione, strada lungo la quale fu ricostruito. Nonostante ciò, fu un prototipo fondativo

dell'architettura civile rinascimentale e del classicismo in genere. Conosciamo le caratteristiche del

monumento scomparso solo da un'incisione di Antonio Lefreri e da uno schizzo con parziale veduta

d'angolo, già attribuita a Palladio. L'edificio rappresentò una nuova tipologia di palazzo, ripresa nei

decenni successivi dai suoi allievi e continuatori a Roma e diventando un modello ripreso da vari

architetti del '500 (palazzo Porto di Palladio, Palazzo Uguccioni a Firenze) e nelle epoche artistiche

successive.

L'edificio era caratterizzato da una facciata su due livelli (registri) e cinque campate, trattata con un

possente bugnato al piano inferiore come alto basamento dell'ordine dorico; il piano superiore era

infatti scandito da colonne binate sormontate da una trabeazione completa (architrave e fregio

ornato di triglifi e metope).

Il palazzo era costituito da un piano

terreno destinato a botteghe e da un

ammezzato compresi nel basamento

bugnato, da un piano nobile occupato

da un grande appartamento illuminato

da finestre a timpano con balaustra,

poste nelle campate dell'ordine ed un

piano sottotetto di servizio le cui

finestrelle si aprivano nel fregio dorico

della trabeazione.

Dalle tecniche costruttive antiche

Bramante recupera la tecnica della

realizzazione del finto bugnato a

stucco, o meglio mediante il getto di

malta in casseforme di legno,

facendogli assumere la consistenza

visiva della pietra bugnata ma

probabilmente anche della pietra liscia

nelle colonne binate. Questa tecnica

avrà un rapido successo a Roma (per

esempio Palazzo Massimo alle

colonne nel 1532 di Baldassarre

Peruzzi) ed il suo uso continuerà fino

al XX secolo.

Coro in S. Maria del Popolo

Il coro di Santa Maria del Popolo è uno degli ambienti più importanti della basilica romana,

finanziato da papi e cardinali e decorato da alcuni dei migliori artisti attivi sulla scena romana

all'inizio del Cinquecento. Il coro ha dimensioni monumentali e una pianta a base quadrangolare

con volta a vela. Ai lati si trovano due capolavori di Andrea Sansovino, i monumenti funebri dei

cardinali Ascanio Sforza e Girolamo Basso Della Rovere, opere ad arcosolio di ispirazione classica.

Su modelli già utilizzati in Spagna nel 1498, Sansovino reinventò la posizione del defunto sopra il

sarcofago, ritraendolo sollevato ed appoggiato sul gomito; al posto così della consueta rigidità di un

cadavere, Sansovino rappresentò un uomo in vita, ripudiando la piatta visione gotica che celebrava

un morto in favore di una nuova concezione che esaltava la persona vivente e attiva.

Nella volta si trovano gli affreschi di Pinturicchio con l'Incoronazione della Vergine, Evangelisti,

Sibille e Dottori della Chiesa. Si tratta di una composizione in riquadri, tanto tipica dell'epoca su

ispirazione degli schemi della Domus Aurea, organizzata attorno a un ottagono con l'Incoronazione

con tondi alle estremità, con gli Evangelisti, e riquadri lungo i lato, mostranti le Sibille sdraiate. Il

tutto è racchiuso in una quadrato ruotato di 45° e riempito di grottesche su sfondo dorato, mentre

alle estremità della volta, lungo le diagonali, si stagliano i troni dei Dottori della Chiesa.

Si tratta di un programma iconografico mariano che si concentra sull'incarnazione, attraverso le

corrispondenze tra vaticini pagani, Sacre Scritture e la dottrina ecclesiastica. Lo schema del doppio

quadrato si ispirava a una volta della Villa Adriana, perpetuata da un disegno di Giuliano da

Sangallo e la combinazione di una zona centrale bidimensionale, quasi arcaica, e zone laterali con

troni in forte sporgenza illusionistica si ritrova nei primi disegni di Michelangelo per la volta della

Cappella Sistina (1508, conservati a Londra e Detroit), testimoniando il continuo aggiornamento di

Pinturicchio all'ultima attualità.

S. Celso in Banchi

La strada detta "Canale di Ponte" era costituita dalle attuali via del Banco di S.Spirito e via dei

Banchi Nuovi ed il nome le derivava o dal fatto che la gran massa di pellegrini provenienti dalle vie

circostanti si "incanalava" in questo stretto e breve per traversare ponte S.Angelo e recarsi in

S.Pietro. Nel 1504 un preesistente edificio fu adattato dal Bramante per ospitare la Zecca pontificia.

La facciata del Banco di S.Spirito, dalla caratteristica linea leggermente concava, fu realizzata da

Antonio da Sangallo il Giovane, che la iniziò sotto Leone X (1513-21) e la terminò nel 1520

durante il pontificato di Clemente VII.

Il pianterreno è rivestito di bugne che arrivano fino alla sommità del portale di ingresso, sopra il

quale quattro paraste scandiscono la parte superiore, al centro della quale è situata una grande

nicchia (in realtà più che un prospetto sembra un vero e proprio arco trionfale romano), affiancata

da quattro finestre e due oculi. Nella nicchia vi erano lo stemma di Clemente VII, il clipeo con sei

palle sostenuto dalla bocca di un leone, e due altri stemmi sottostanti, quello del cardinale

Camerlengo e quello del popolo romano. Vi erano anche due lapidi. La Zecca pontificia rimase qui

fino al 1541, quando fu trasferita in Vaticano, e l'edificio fu denominato così la "Zecca Vecchia".

È situata nel centralissimo rione Ponte, il quartiere dei Banchi, poco lontano dal Ponte Sant'Angelo,

in un'area fino al XIX secolo importantissima per essere sull'arteria dell'unico collegamento tra il

centro cittadino e il Vaticano, prima della costruzione degli ultimi e più moderni ponti sul Tevere.

Ricordata fin dal IX secolo[2], la chiesa fu abbattuta per essere ricostruita su commissione di papa

papa Giulio II, che richiese un nuovo progetto a Donato Bramante (1509). Tale disegno non fu poi

eseguito per mancanza di fondi; due secoli più tardi papa Clemente XII decise di far ricostruire la

chiesa secondo il progetto di Carlo de Dominicis, terminato nel 1735.Costruita su un impianto

ovale, non immemore dell'arte di Francesco Borromini, la chiesa è un bell'esempio di arte

settecentesca e conserva all'altare maggiore una pala con Cristo in Gloria e Santi di Pompeo Batoni

Raffaello

Palazzo Jacopo da Brescia

Il palazzo fu costruito, forse su edifici preesistenti, per il committente Jacopo o Giacomo di

Bartolomeo da Brescia, medico di Leone X, tra il 1515 e il 1519. La sua progettazione viene

concordemente attribuita a Raffaello. Si trovava a Roma nel rione di Borgo, sul Borgo

Nuovo (via Alessandrina), in angolo con Via dell'Elefante (la prosecuzione di Borgo

Sant'Angelo), fra piazza Scossacavalli e piazza Rusticucci, in un lotto di forma irregolare.[1]

Fu demolito per i lavori di realizzazione di via della Conciliazione nel 1936.[2] Nel 1940 il

palazzo fu ricostruito, utilizzando per la facciata materiale originale, su Via Rusticucci in

angolo con Via dei Corridori, non lontano dal sito originario.

L'edificio ha come modello il

vicino Palazzo Caprini,

scomparso alla fine del 500,

archetipo del palazzo romano,

progettato da Bramante ed

abitato dallo stesso Raffaello.

La facciata presentava cinque

campate con il piano terreno,

destinato a botteghe, trattato

come un basamento bugnato di

peperino a fasce orizzontali e

soprastante ammezzato.

Il piano nobile, illuminato da

finestre ad edicola, era invece

scandito da lesene doriche con

soprastante trabeazione, così

come il soprastante piano

attico.

I piani superiori presentano uno

dei primi esempi a Roma di

utilizzo di una cortina di

laterizio a vista (accostato in

questo caso alle membrature di

peperino), in un edificio

rappresentativo.

Lo stretto fianco su Via

dell'Elefante fu risolto da

Raffaello con una serliana di

cui fu uno dei primi

utilizzatori.

Villa Madama

Villa Madama è una villa suburbana di Roma situata sulle pendici di Monte Mario, sul lato sinistro

del Tevere nelle vicinanze del Foro Italico, nel Municipio XVII. Villa Madama fu una delle ville

suburbane sul modello delle ville romane, progettate per svolgervi feste, costruita nel XVI secolo a

Roma. Fu ideata con l'intenzione di rivaleggiare con le ville dell'antichità, come quella di Plinio il

Giovane, e con le ville contemporanee come quella della Farnesina. Anche se il progetto non fu

portato completamente a termine, con la sua loggia di sicura matrice raffaelliana e il giardino

pensile, la villa fu una delle più famose ed imitate del Rinascimento. La loggia di Raffaello è

costituita da tre arcate a tutto sesto che affacciano sul giardino all'italiana.

All'interno, le alte campate, che emulano ed esaltano l'architettura delle terme romane, sono

rappresentate ai due lati da volte a crociera e quella centrale da una cupola circolare tutte

interamente e straordinariamente decorate dagli stucchi di Giovanni da Udine e dalle pitture di

Giulio Romano. Ovunque sono visibili le grottesche che i due artisti utilizzarono dopo averle

riscoperte negli scavi della Domus Aurea. Oltre alla loggia, l'elemento artistico rilevante è il salone

con il soffitto a volta, anch'esso magnificamente decorato da Giulio Romano. Di pregevole fattura

risultano gli stucchi bianchi del vestibolo d'ingresso datati 1525 e firmati da Giovanni da Udine. I

pavimenti sono ovunque in cotto e marmi policromi antichi.

Nel cortile, impreziosito da una scalinata monumentale, è presente una corte circolare attorno alla

quale si organizza un giardino formale, un anfiteatro all'aperto scavato nel lato della collina, ed una

terrazza, con il panorama sul Tevere. Nel giardino all'italiana, di fronte alla loggia, possiamo vedere

la Fontana dell'elefante di Giovanni da Udine, che commemora l'elefante indiano "Annone",

condotto a Roma dall'ambasciatore del Portogallo per la consacrazione di Leone X nel 1514.

Un'altra fontana, di cui il Vasari ci fornisce un'accurata descrizione persa nel tempo, era una fonte

rustica con grande testa di leone che alludeva a Leone X e che era collocata sul monte. Sotto al

giardino pensile insiste una peschiera. Ai lati dell'ingresso, che dalla terrazza introduce al giardino

rustico, si trovano due giganti in stucco opera di Baccio Bandinelli.

Palazzo Branconio dell’Aquila

Fu progettato da Raffaello Sanzio probabilmente nell'ultimo anno della sua vita, quindi intorno al

1520, per l'amico Giovanbattista Branconio dell'Aquila, facoltoso consigliere del papa e orafo.

Il prospetto dell'edificio si allontanava dall'autorevole modello bramantesco di Palazzo Caprini e

dallo stile misurato mostrato dallo stesso Raffaello nel Palazzo Jacopo da Brescia e forse nel

Palazzo Vidoni Caffarelli, costituendo una facciata senza precedenti.

L'edificio esibiva un ricco repertorio ornamentale ed una sintassi compositiva estremamente libera,

che possiamo considerare come uno dei punti di partenza dell'architettura manierista e che influenzò

gli sviluppi futuri dell'architettura romana, come la facciata di Palazzo Spada.

Ribaltando il modello corrente, che vedeva un basamento bugnato e l'ordine al piano nobile, il pian

terreno, dove si aprivano alcune botteghe, presentava colonne tuscaniche addossate alla parete che

inquadravano degli archi e che erano sovrastate da una trabeazione continua; il piano nobile invece

era caratterizzato dall'alternanza, ripresa dai Mercati di Traiano, di nicchie e finestre, queste ultime

incorniciate in una serie di edicole sormontate da timpani ricurvi e triangolari, oltre le quali correva

una fascia decorata con festoni da Giovanni da Udine che conteneva un piano mezzanino.

L'edificio era poi completato da un piano attico con un cornicione e triglifi. Viene meno in questo

progetto la perfetta corrispondenza tra linguaggio architettonico e struttura costruttiva, per esempio

ponendo il vuoto delle nicchie al piano primo con l'asse dell'ordine del piano terra. Il palazzo fu

demolito verso il 1660 per permettere la costruzione di uno slargo davanti al colonnato della piazza

San Pietro (piazza Rusticucci). Conosciamo la sua conformazione da stampe precedenti alla sua

distruzione, ma sono conservati anche disegni di progetto con alcune varianti che mostrano la

genesi delle innovazioni linguistiche di Raffaello.

Cappella Chigi in S. Maria del Popolo

La cappella Chigi è la seconda cappella della navata sinistra nella basilica di Santa Maria del

Popolo a Roma. Celebre scrigno di capolavori, vi lavorarono, tra gli altri, Raffaello e Gian Lorenzo

Bernini. Agostino Chigi, banchiere papale di origine senese, commissionò a Raffaello una nuova

cappella per la sua famiglia, dopo che l'artista aveva già lavorato per lui nella Villa Farnesina. Il

Sanzio disegnò l'architettura a pianta centrale e curò i cartoni per i mosaici della cupola.

Raffaello creò un piccolo complesso a pianta centrale ispirandosi a Bramante, spoglio all'esterno e

ricco di sculture e pitture all'interno. Si tratta di un cubo sormontato da una cupola emisferica,

poggiante su un tamburo abbastanza alto dal quale penetra la luce tramite aperture.

Alla cappella si accede attraverso un arco aperto alla navata laterale della Basilica di Santa Maria

del Popolo; l'interno è uno spazio semplice, scandito da tre arcate cieche che completano, con

quello dell'ingresso, lo schema quadrato ed arricchito da nicchie destinate ad accogliere sculture e

dipinti, oltre che le tombe di Agostino Chigi e di altri membri della famiglia, caratterizzate dalla

forma piramidale, desunta forse da architetture funerarie classiche.

L'architettura rientrava pienamente nelle ricerche allora in corso a Roma, intorno alla basilica di San

Pietro, tanto che è stata vista nella cappella una riproposizione in piccolo della crociera impostata da

Bramante. Come in San Pietro il diametro della cupola è maggiore dell'ampiezza degli archi di

sostegno che configurano la pianta quadrata con angoli smussati e che quindi sostengono la cupola

su pennacchi trapezoidali, che erano una delle caratteristiche dell'impianto bramantesco.

Tuttavia una nuova concezione dello spazio sembra caratterizzare questo che è l'unico edificio

religioso di Raffaello, che si sia conservato nella sua forma originaria. Al contrario degli edifici

bramanteschi, nella cappella lo spettatore deve guardare da più punti di vista per cogliere tutto lo

splendore, entrando nello spazio piuttosto che standovi davanti.La cupola interna è decorata da

cassettoni dorati, con mosaici, eseguiti su disegno dello stesso Raffaello.

Al centro Dio creatore del firmamento, con intorno immagini

allegoriche del Sole e dei sei pianeti conosciuti, raffigurati come

divinità pagane a mezzo busto, ciascuno guidato da un angelo che,

secondo un concetto dantesco ripreso dai neoplatonici, rappresenta

il suo ordine motore, che ne limita la potenza dirigendone il corso.

Tali mosaici vennero eseguiti dal veneziano Luigi de Pace nel 1516.

I cartoni originari sono perduti, ma si conservano alcuni disegni

preparatori (a Oxford e Lilla) che confermano l'originalità

dell'opera, ottimizzata pe r una visione dal basso.

progetti e opere in S. Pietro

Fu così che Raffaello si dedicò al cantiere di San Pietro con entusiasmo, ma anche con un certo

timore, come si legge dal carteggio di quegli anni, per la dimensione dei suoi slanci che vorrebbero

eguagliare la perfezione degli antichi. Sebbene i lavori procedessero con lentezza, suo fu il

fondamentale contributo di ripristinare il corpo longitudinale della basilica, da innestare sulla

crociera avviata da Bramante.

Nella progettazione Raffaello utilizzò un nuovo sistema, quello della proiezione ortogonale,

abbandonando la configurazione prospettica del Bramante. Da una pianta attribuita a Raffaello si

distingue una navata di cinque campate, con navate laterali, che viene posta davanti allo spazio

cupolato bramantesco; i pilastri che presentano doppie paraste sia verso la navata maggiore sia

verso le navate laterali; vi si vede la facciata costituita da un ampio portico a due piani. Le

fondazioni dei piloni si mostrarono insufficienti; per questa ragione si decise di posizionare le pareti

(quelle più sollecitate dal carico) più vicine ai piloni della cupola.

L'ordine gigante della crociera proseguiva sui pilastri del transetto, e le colonne tra i pilastri

formavano un ordine minore. Raffaello non aveva alcuna intenzione di modificare la cupola di

Bramante: l'aspetto esterno della chiesa sarebbe stato dominato dal sistema trabeato all'antica,

composto cioè da sostegni verticali e architravi orizzontali senza l'uso di archi. Sia nei deambulatori

sia sulla facciata, colonne libere o semicolonne addossate alla muratura sostengono una trabeazione

dorica. Antonio da Sangallo il Giovane, successore di Raffaello (1520), espose però i difetti del

progetto di Raffaello in un famoso memoriale.

Giulio Romano

Palazzo Maccarani

La facciata su piazza S. Eustachio presenta un piano terreno bugnato in cui si aprono un portale con

due lesene a bugne che ritornano nel timpano triangolare e quattro porte di rimessa; sopra si trova

l'ammezzato con quattro finestre a riquadratura semplice. Sia le aperture del mezzanino che delle

botteghe sono allungate orizzontalmente per cui i conci giganti che le sovrastano sembrano sospesi

tra questi blocchi dando un senso di precarietà (aumentata dalla pesante cornice marcapiano

continua che poggia su blocchi verticali di bugnato) come avviene nel coevo Palazzo Massimo alle

Colonne.

Al primo piano ci sono cinque finestre a timpani centinati e triangolari, alternati, e al secondo

altrettante ad archi ribassati. La decorazione architettonica prosegue allo stesso modo sui lati

dell'edificio che affacciano su via dei Caprettari e via del Teatro Valle. Sul lato destro è visibile una

sopraelevazione ottocentesca. Dal portale principale si accede ad un cortile, asimmetrico per la

necessità di rispettare alcune strutture precedenti. Il lato d'entrata presenta tre arcate su pilastri con

lesene doriche e al di sopra due loggiati: il primo piano con lesene ioniche, il secondo con colonne

corinzie. Gli altri lati sono spartiti da lesene doriche. Sul lato destro, inoltre, si trova una piccola

fontana con una colonna.

Il Palazzo è stato restaurato una prima volta nel 1972 e poi nel 2001: in seguito a questo sono

venute alla luce numerose decorazioni pittoriche, presumibilmente appena successive alla sua

costruzione. Queste risalirebbero ad periodo tra il 1543, quando avviene il secondo matrimonio di

Cristoforo Stati con Quintilia Peruzzi Albertoni, e il 1551, anno della morte del committente.

Secondo la storica dell'arte Giuseppina Magnanimi il complesso pittorico andrebbe attribuito a

Perin del Vaga e alla sua bottega.

Palazzo Te a Mantova

Il palazzo è un edificio a pianta quadrata con al centro un grande cortile quadrato anch'esso, un

tempo decorato con un labirinto, con quattro entrate sui quattro lati (Giulio Romano si ispira

nell'impianto alla descrizione vitruviana della casa di abitazione: la domus romana con quattro

entrate, ciascuna su uno dei quattro lati). Il palazzo ha proporzioni insolite: si presenta come un

largo e basso blocco, a un piano solo, la cui altezza è circa un quarto della larghezza. Il complesso è

simmetrico secondo un asse longitudinale.

Sul lato principale dell'asse (a nord-ovest) l'apertura di ingresso è un vestibolo quadrato, con quattro

colonne che lo dividono in tre navate. La volta della navata centrale è a botte e le due laterali

mostrano un soffitto piano, in questo modo assume una conformazione a serliana estrusa.

L'entrata principale (a sud - est) verso la città e il giardino è una loggia, la cosiddetta Loggia

Grande, all'esterno composta da tre grandi arcate su colonne binate a comporre una successione di

serliane. che si specchiano nelle piccole peschiere antistanti. La balconata continua al secondo

registro, sulla parte alta della facciata era in origine una loggia; questo lato del palazzo fu infatti

ampiamente rimaneggiato alla fine del '700, quando fu aggiunto anche il frontone triangolare che

sormonta le grandi serliane centrali.

Le facciate esterne sono su due livelli (registri), uniti da paraste lisce doriche di ordine gigante. Gli

intercolumni variano secondo un ritmo complesso. Tutta la superficie esterna è trattata a bugnato

(comprese le cornici delle finestre e delle porte) più marcato al primo registro:

- Il primo registro bugnato, ha finestre rettangolari incorniciate da conci sporgenti (bugne rustiche).

- Il secondo registro ha un bugnato più liscio e regolare, con finestre quadrate senza cornice

Il cortile interno segue anch'esso un ordine dorico ma qui su colonne (semicolonne) di marmo

lasciate quasi grezze sormontate da una possente trabeazione dorica.

Qui la superficie parietale è trattata con un bugnato

rustico non troppo marcato, regolare e omogeneo senza

rilevanti differenze fra primo e secondo registro.

G. Romano ispirandosi a un linguaggio architettonico

classico, lo reinterpreta creando un'opera con un ricco

campionario di invenzioni stilistiche, reminiscenze

archeologiche, spunti naturali e decorativi, quali ad

esempio:

- colonne giganti doriche inglobate in superfici parietali

trattare a blocchi di pietra a superficie rustica

- alcuni conci del triglifo cadenti nel fregio della

trabeazione che circonda e corona il cortile quadrato. Lo

si può notare nelle facciate sull'asse longitudinale (ossia

nord-ovest e sud-est), al centro di ogni intercolumnio un

triglifo che sembra scivolare verso il basso, come fosse

un concio in chiave d'arco; su questi due lati anche gli

intercolumni, come all'esterno, non sono tutti uguali.

Questi dettagli spiazzano l'osservatore e danno una

sensazione di non finito all'insieme. Baldassarre Peruzzi

Duomo di Carpi

La basilica cattedrale di Santa Maria Assunta è il duomo di Carpi e cattedrale della diocesi

omonima. Ottenne la dignità di basilica minore nel 1979, in occasione del bicentenario

dell'istituzione della diocesi. La costruzione della chiesa iniziò nel 1514 e fu ultimata sul finire nel

XVIII secolo: l'edificio fu consacrato nel 1791 dal primo vescovo diocesano, monsignor Francesco

Benincasa. La facciata fu completata nella seconda metà del XVII secolo con linee barocche,

mentre l'alta cupola, costruita nel 1768, fu abbassata nel 1771 per ragioni statiche.

L'interno a tre navate rispetta la progettazione rinascimentale dovuta a Baldassarre Peruzzi e

derivata dalla basilica di San Pietro in Vaticano. Pregevoli le opere d'arte e di arredo che

arricchiscono le cappelle e gli altari con dipinti seicenteschi dovuti, fra gli altri, a Teodoro Ghisi,

Matteo Loves, Luca Ferrari, Giacomo Cavedoni, Sante Peranda. Recentemente il presbiterio è stato

ristrutturato con nuovi arredi liturgici. Nella navata destra, all'altezza della cappella del transetto

(san Valeriano) si notano le lapidi marmoree delle tombe dei vescovi.

La devozione popolare è particolarmente viva per la "Madonna della Porta" (Ianua Coeli), opera

strappata a Porta Mantova prima dell'abbattimento di inizio novecento e per l'Addolorata, oltre che

al busto reliquiario di san Valeriano e a quello di san Bernardino Realino.

L'edificio è stato danneggiato dai terremoti dell'Emilia del 2012, la riapertura è prevista per sabato

25 marzo 2017 alla presenza del Cardinale Pietro Parolin.

Le zone più antiche, ossia quelle cinquecentesche, hanno mantenuto integro lo stile classicheggiante

voluto dal Peruzzi così come l'aggiunta seicentesca delle tre navate. Dell'originario arredo dovuto

alla generosità e magnificenza di Alberto Pio sono rimasti il battistero marmoreo e la statua lignea

dell'Assunta che arrivò da Parigi nel 1515 e che fu eseguita dal carpigiano Gaspare Cibelli. Da

allora, è tradizione portare la statua in solenne processione il 15 agosto, ricorrenza dell'Assunta.

Questa funzione, voluta dal principe, aveva non solo un significato religioso, ma anche scopi

politici e sociali, in quanto la popolazione era obbligata a recarsi a Carpi anche dai feudi della

montagna modenese per manifestare sudditanza verso il proprio signore, oltre che venerazione

verso la Madonna protettrice della Chiesa del posto.

I numerosi paliotti e le ancone degli altari sono una testimonianza di quanto, nel ?600, fosse

importante l'artigianato artistico e la scagliola carpigiana. I dipinti su tela risalgono alla

committenza di aristocratiche famiglie cittadine che decisero d'impreziosire le loro cappelle. Tutte

le opere presenti nella Cattedrale sono di alta qualità e di considerevole prestigio e ripercorrono i

vari stadi dell'arte modenese e dei centri vicini nel 1500 e 1600.

progetti per S. Pietro in Vaticano

Dopo la morte di Raffaello, dal 1520 subentrò come primo architetto Antonio da Sangallo il

Giovane con Baldassarre Peruzzi. Tutti gli architetti sopra riportati approntarono progetti per

completare la basilica; si creò pertanto un largo dibattito che di fatto rallentò il cantiere. La maggior

parte delle soluzioni proposte per il completamento dell'edificio, compresa quella di Raffaello

prevedevano il ritorno a un impianto di tipo basilicale, con un corpo longitudinale a tre navate,

mentre solo il progetto di Peruzzi rimaneva sostanzialmente fedele alla soluzione a pianta centrale.

Dopo una ripresa del ritmo dei lavori nel 1525, che permise di terminare la tribuna e portare avanti

decisivamente il braccio meridionale, il Sacco di Roma (1527) fermò il concretizzarsi di questi

progetti. Fu solo sotto papa Paolo III, intorno al 1538, che i lavori furono ripresi da Antonio da

Sangallo il Giovane, il quale, intuendo che non avrebbe potuto vedere la fine dei lavori per limiti di

età, approntò un grandioso e costoso modello ligneo (oggi conservato nelle cosiddette sale ottagone

che si aprono tra le volte e il sottotetto della basilica) sul quale lavorò dal 1539 al 1546, avvalendosi

dell'aiuto di Antonio Labacco, per illustrare nei minimi dettagli il suo disegno.

Il progetto sangallesco si poneva come una sintesi tra la soluzione a pianta centrale di Bramante e la

croce latina di Raffaello. All'impianto centrale, caldeggiato anche dal Peruzzi, si innestava infatti un

avancorpo cupolato, affiancato da due altissime torri campanarie; anche la cupola si allontanava

dall'ideale classico del Bramante, elevandosi con una volta a base circolare con sesto rialzato,

mitigata all'esterno per farla apparire a tutto sesto con un doppio tamburo classicheggiante scalare a

pilastri e colonne.

Durante il periodo dal 1538 al 1546, in cui fu responsabile del cantiere, Antonio da Sangallo coprì

la volta del braccio orientale, cominciò le fondazioni del braccio nord, rinforzò i pilastri della

cupola murando le nicchie previste da Bramante e rialzò la quota di progetto del pavimento[15]

creando così le condizioni per la realizzazione delle Grotte Vaticane.

Ancora sopravviveva una parte

della navata della vecchia basilica

costantiniana, ormai come

un'appendice della nuova struttura,

dalla quale fu separata nel 1538 da

una parete divisoria ("muro

farnesiano"), probabilmente per

ripararla dal rumore e dalle polveri

del cantiere.

Sangallo fu anche incaricato del

rifacimento del coronamento del

campanile medievale che affiancava

l'antica facciata, segno forse che

non era stato ancora decisa

definitivamente la completa

demolizione delle preesistenze.

progetto per S. Giovanni dei Fiorentini

La Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini è un luogo di culto cattolico di Roma. Dal primo

progetto irrealizzato si arrivò ad un concorso per l'effettiva realizzazione con il coinvolgimento dei

più grandi artisti dell'epoca: Jacopo Sansovino, Raffaello Sanzio, Giuliano da Sangallo e

Baldassarre Peruzzi. Il vincitore, Jacopo Sansovino, principiò così la costruzione nel 1519 su base

centrale, incontrando subito i primi problemi, in quanto la chiesa si era immaginata, essendo

dedicata al Battista, con la zona absidale edificata nel letto del fiume Tevere.

Proprio i problemi delle forti sostruzioni da edificare nelle sabbie del fiume e alcuni sospetti sulla

reale finalizzazione delle finanze, provocarono l'allontanamento del Sansovino e la commissione

dell'opera ad Antonio da Sangallo il Giovane, valente architetto che aveva dato prova delle proprie

capacità tecniche in costruzioni militari, e che risolse brillantemente il problema delle sostruzioni.

Neanche lui riuscì però a dare seguito al proprio progetto, peraltro basato sulla integrazione tra

pianta centrica e longitudinale.

In questo periodo si pongono cinque splendidi disegni di Michelangelo Buonarroti, che immaginano

una chiesa a pianta centrale cui affida la realizzazione al suo allievo Tiberio Calcagni, che ne trarrà

anche un modello ligneo, più volte rappresentato.L'abside della basilica rappresenta un vero e

proprio museo della scultura barocca immediatamente successiva a Bernini e Algardi: l'altare

maggiore si apre sull'imponente gruppo scultoreo raffigurante il Battesimo di Cristo, opera di

Antonio Raggi con ai due lati i sepolcri della famiglia Falconieri con le statue de La Fede di Ercole

Ferrata e de La Carità di Domenico Guidi, arricchite da geni in stucco sempre di mano di questi,

mentre settecenteschi sono i ritratti marmorei di membri della famiglia Falconieri in medaglioni

policromi, retti da putti.

Il colossale altar maggiore, tutto in marmo rosso di Francia e marmo rosso di Cottanello

(proveniente dall'omonimo paese in provincia di Rieti) è sormontato da La Giustizia di Michel

Anguier e da La Fortezza di Leonardo Reti. Il transetto è poi arricchito dai busti commemorativi di

Antonio Barberini, del Bernini, di Pietro Francesco De Rossi, di Domenico Guidi, di Ottaviano

Acciaioli, di Ercole Ferrata, e di Ottavio Corsini dell'Algardi. Nei pilastri delle navate sono il

monumento a Francesca Calderini Pecori Riccardi di Antonio Raggi del 1655 circa, il monumento

ad Alessandro Gregorio Capponi, disegnato da Ferdinando Fuga e scolpito nel 1746 da Michel-

Ange Slodtz e il monumento a Girolamo Samminiati di Filippo della

Valle, del 1733, di cui è anche la memoria e busto di Clemente XII

Corsini, del 1750.

Glissando sulle statue e bassorilievi in stucco bianco e dorato, che

raggiungono una raffinatezza incredibile nella Cappella della

Madonna della Misericordia e nella Cappella Sacchetti, l'attenzione va

proprio a quest'ultima, ove sull'altare è posto, inquadrato in una

mostra in marmo nero africano lucidato a specchio, il magnifico

crocefisso in bronzo realizzato da Paolo Sanquirico su disegno di

Prospero Antichi. Nella Cappella dedicata a San Filippo Neri è poi

conservato il busto del santo reliquiario della croce alla quale era

solito rivolgere la propria preghiera, realizzato da Giuseppe Ducrot e,

nella Cappella di Gesù Misericordioso, il ricco apparato scultoreo di

Gino Giannetti.

tomba di Adriano VI in S. Maria dell’Anima

E' una delle più caratteristiche chiese della città, per il suo singolare aspetto che la fa apparire

edificio più nordico che non romano, il che si spiega bene con il suo essere chiesa nazionale

tedesca in Roma. La facciata, su via dell’Anima, si presenta a tre ordini, scanditi da lesene, con

coronamento orizzontale; i tre portali classicheggianti sono attribuiti al Sansovino, come suo è il

piccolo gruppo della Madonna tra due anime purganti sul timpano del portale mediano. Percorrendo

il vicolo della Pace si hanno dei begli scorci sul campanile, che una tesi non confermata attribuisce

a Bramante, con bifore rinascimentali, pinnacoli goticizzanti e cuspide conica ricoperta “a squame”

da maioliche multicolori, elemento che rafforza l’impressione «nordica» suscitata dall’edificio.

A destra il monumento funebre di Adriano VI (1522-23), eseguito nel 1529 su disegno di

Baldassarre Peruzzi. Inoltre degne di nota sono la Cappella della Pietà, così denominata perché vi si

trova la pregevole "Pietà" del Lorenzetto e di Nanni di Baccio Bigio, il grande cero pasquale donato

nel 1885 dall'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe ed il sopracitato "Monumento funerario ad

Adriano VI" (nella foto 3) realizzato su disegno e sotto la direzione di Baldassarre Peruzzi. La parte

centrale del monumento è costituita dal sarcofago sopra il quale il pontefice giace come

addormentato, inclinato verso sinistra e con il capo coronato dalla tiara; la parte inferiore è

rappresentata invece da un rilievo che mostra l'ingresso di 4 Cappella della PietàAdriano VI a

Roma, rappresentata dalla statua del Tevere con la cornucopia, dalla lupa con Romolo e da alcuni

edifici caratteristici; ai lati del monumento vi sono rappresentate, tra semicolonne, le quattro virtù

cardinali. Una curiosità: fino alla metà del Novecento i seminaristi del collegio indossavano una

veste talare di colore rosso e ciò indusse i romani, sempre pronti ad epiteti mordaci, a chiamarli

"gamberi cotti".

Palazzo Massimo alle Colonne

L'edificio rappresenta il capolavoro dell'architetto Baldassarre Peruzzi e fa parte di un complesso

edilizio più vasto, l'insula dei Massimo, indicata come sede della famiglia Massimo fin dal

Medioevo. La facciata del palazzo cinquecentesco è porticata e curvilinea, adattandosi a quella

dell'Odeon di Domiziano, un teatro coperto del I secolo, ed è più larga di quanto non sia in realtà il

palazzo, contribuendo a renderlo più maestoso e imponente. Infatti, la struttura si inserisce in un

lotto di dimensioni irregolari, così da presentarsi con una pianta ad L, articolata intorno ad un

cortile.

Inedita è pure la conformazione dei portici del cortile, costituiti da due logge architravate

sovrapposte, chiuse alla sommità da un terzo piano aperto da finestre rettangolari larghe quanto il

sottostante colonnato. Nella realizzazione della facciata riprende una tecnica adottata dal Bramante

in Palazzo Caprini (1508-10 poi successivamente distrutto), che a sua volta lo aveva recuperato da

tecniche costruttive antiche, che consiste nella realizzazione del finto bugnato a stucco, o meglio

mediante il getto di malta in casse forme di legno, facendogli assumere la consistenza visiva della

pietra bugnata. Tutte queste soluzioni fanno del Palazzo Massimo una delle più interessanti

fabbriche della cultura manierista.

L'interno, non visitabile, è costituito da sontuose stanze e

ambienti. Notevole è il soffitto affrescato da Daniele da Volterra e

raffigurante la vita di Fabio Massimo, il condottiero romano

antenato dei Massimo che vi abitano (cfr. Panvinio sulla

genealogia dei Massimo). L'adiacente Palazzo Massimo di Pirro è

annesso al Palazzo Massimo e affaccia su Corso Vittorio

Emanuele II.

Alle spalle dei palazzi si trova il Palazzo Massimo detto "istoriato"

dalle "historiae" dipinte a monocromo sulla facciata ad

encausto,presumibilmente di Polidoro da Caravaggio o di Daniele

da Volterra che risultano le meglio conservate a Roma, secondo

l'opinione di molti.

Tali pitture

attualmente sono

in fase di studio.

Nel 2002 è stata

restaurata la

facciata, visibile

in occasione

dell'apertura

annuale del

palazzo.

Antonio da Sangallo il Giovane

Palazzo Baldassini

È una dimora signorile edificato per volere del giurista Melchiorre Baldassini, uomo dai molti

incarichi nella cancelleria apostolica, che, intorno al 1516, incaricò del progetto Antonio da

Sangallo il Giovane fino ad allora assistente al cantiere di San Pietro[1]. Si tratta di una delle prime

opere autonome di Antonio da Sangallo, probabilmente contemporanea come progettazione a

Palazzo Farnese e, al contrario di questo, costruita rapidamente, tanto che intorno al 1522 era

praticamente completa, godendo di un ampio successo.

Le soluzioni tipologiche adottate nel palazzo Baldassini, che

come impianto planimetrico riprendono in piccolo il modello

bramantesco di palazzo Castellesi, vengono considerate uno

dei primi prototipi di una tipologia persistente che influenzò

l'architettura civile non solo del XVI secolo ma fino al XVIII

secolo.

L'ingresso è sottolineato da un portale che spicca

plasticamente sulla severa facciata ed è affiancato da

semicolonne doriche che sostengono una trabeazione.

L'androne voltato a botte porta ad un ad un cortile di forma

quadrilatera su cui si imposta tutta la costruzione e che si

sviluppa in altezza con una loggia a due piani con paraste

tuscaniche al primo livello e ioniche al secondo.

La facciata non è articolata con ordini sovrapposti, Al piano

terreno, le finestre con mensole e grate sostituiscono le

botteghe presenti nei modelli bramanteschi. Il piano nobile è

articolato in facciata da una cornice marcadavanzale.

L'interno era decorato con affreschi attribuiti ad allievi di

Raffaello. In particolare il pian terreno conserva una volta

affrescata a grottesche di Giovanni da Udine (1517-1519) e

al primo piano restano frammenti di un grande ciclo di

affreschi di Perin del Vaga.

Palazzo Farnese

Esempio della corrente sintetista sangallesca nell'architettura rinascimentale cinquecentesca, sorge

nell'omonima piazza, nel rione Regola. Il progetto originario del palazzo si deve ad Antonio da

Sangallo il Giovane, per incarico del cardinale Alessandro Farnese (futuro papa Paolo III), che tra il

1495 e il 1512 aveva acquistato il palazzo Ferriz e altri edifici che sorgevano nell'area. I lavori,

iniziati nel 1514, si interruppero per il sacco di Roma nel 1527 e furono ripresi nel 1541, dopo

l'ascesa al papato del cardinal Farnese, con modifiche al progetto originario e ad opera dello stesso

Sangallo. In particolare venne creata la piazza antistante.

Dopo la morte del Sangallo nel 1546, i lavori furono proseguiti sotto la direzione di Michelangelo: a

lui sembra doversi il cornicione che delimita superiormente la facciata, il balcone sopra il portale

centrale con il grande stemma e il completamento di gran parte del cortile interno. Il palazzo

prospetta su una piazza ornata di fontane, che riutilizzano bacini in granito provenienti dalle Terme

di Caracalla. La facciata, in mattoni con cantonale in travertino (56 m di lato), si articola su tre

piani. Le 13 finestre di ciascun piano presentano differenti decorazioni, e quelle del piano nobile

sono coronate da frontoncini alternativamente curvilinei e triangolari.

I restauri condotti nel 2000 hanno evidenziato una decorazione ottenuta con l'uso di mattoni albasi

(poco cotti, di colore giallo e particolarmente porosi) e ferraioli (molto cotti, di colore rosso e molto

resistenti) in alcune parti della facciata e, in alcuni casi, anche con scialbature di colore. Tali

decorazioni tuttavia seguono logiche diverse nella parte destra e in quella sinistra della facciata.

Quest'ultima presenta una decorazione geometricamente definita a losanghe, Inoltre nei timpani

delle finestre del piano nobile sono presenti degli intarsi floreali, sempre realizzati con mattoni

bicromi. Tali mattoni bicromi sono utilizzati anche per l'ammorsatura delle finestre, che presenta

una caratteristica apparecchiatura dentellata, presumibilmente per motivi strutturali.

Queste decorazioni hanno lasciato supporre nel corso degli anni che la facciata in cortina

splendidamente apparecchiata, tagliata e arrotata in opera, fosse fatta per essere lasciata a vista.

La parte destra della facciata è molto meno curata, le losanghe ben definite sono poche e buona

parte dei ferraioli sono posti alla rinfusa nella parte alta del piano nobile, nei pressi del cantonale.

Questa difformità sulla facciata di quello che è presumibilmente il palazzo gentilizio più importante

della Roma rinascimentale ha invece suffragato l'ipotesi che la cortina andasse rivestita e che

l'apparecchiatura perfettamente liscia e quasi monolitica avesse lo scopo di minimizzare lo spessore

dell'intonaco in stucco di travertino, riducendolo a due o tre mani di scialbo in latte di calce.

Quest'ipotesi è suffragata dal ritrovamento di tracce di scialbatura su altre importanti architetture

dell'epoca, come ad esempio il Palazzo dei Conservatori di Michelangelo nel complesso del

Campidoglio. Si passa all'interno tramite un vestibolo a tre navate coperte da volta a botte e separate

da colonne di ordine dorico in granito rosso. La decorazione interna è particolarmente raffinata. La

"Camera del Cardinale" era stata affrescata già nel 1547 da Daniele da Volterra (fregio superiore),

mentre la "sala dei Fasti

Farnesiani" fu dipinta da

Francesco Salviati tra il

1552 ed il 1556 e

completata da Taddeo

Zuccari a partire dal 1563.

Ad Annibale Carracci si

devono gli affreschi dello

studio privato detto

Camerino Farnese.

S. Maria in Monserrato

La direzione della nuova costruzione viene affidata a Antonio da Sangallo il Giovane. I lavori di

edificazione subirono delle interruzioni per mancanza di risorse, ma nonostante ciò gli architetti che

si susseguirono (Bernardino Valperga, Francesco da Volterra, ecc.) rispettarono il progetto originale.

La facciata, a due ordini, fu progettata dal Volterra (+1588), che costruì la metà di destra del primo

ordine fra il 1582 e il 1584; la metà di sinistra è invece del 1593.

Il secondo ordine appartiene a un nuovo progetto di Giuseppe Sarti del 1855 goffo e pesante nelle

proporzioni. Il portale è riquadrato da un ordine corinzio su colonne dalle basi oblique rispetto al

piano di facciata con un architrave ad andamento concavo. Il fregio e la cornice appaiono spezzati

ed al centro della trabeazione è presente il gruppo scultoreo di Carlo Monaldi, realizzato fra il 1673

ed il 1675: un complesso naturalistico di rocce che inquadrano il gruppo della Madonna con

Bambino in atto di segare la montagna, tema iconografico della chiesa.

Questa è la prima chiesa di Roma progettata a navata unica rettangolare con tre cappelle per lato

non passanti e un profondo presbiterio con terminazione absidale semicircolare. L'affresco al di

sopra dell'arco della cappella centrale di destra, di Francesco Nappi

(+1630), rappresenta il Sonno della Vergine; quello alla sinistra, di

G.B.Ricci da Novara (+1627), l'Incoronazione di Nostra Signora.La

decorazione a chiaroscuro su fondo dorato, di Giuseppe Camporese e di suo

nipote Pietro, risale al 1820-21. Gli scudi delle province, del 1929, sono

opera del pittore Eugenio Cisterna. La Viacrucis in bronzo, del 1958, è dello

scultore valenciano Carmelo Pastor.

Con un'abside ampio e profondo, il presbiterio è il luogo della chiesa

maggiormente modificato nel XIX secolo: l'altare e la balaustra furono

completamente rifatti e in parte anche il coro dei cappellani. Dietro l'antico

altare maggiore in marmi policromi, sulla parete di fondo centro dell'abside,

è collocata la tavola ad olio de La Crocifissione, di Girolamo Siciolante da

Sermoneta, dipinto nel 1564-65 per la chiesa di Santiago.

L'altare post-conciliare è molto semplice ed è costituito da una mensa il

legno scuro sorretto da due colonnine. Ai due lati del presbiterio, inserite

dentro due profonde arcate, vi sono le cantorie, costruite nel 1828-29, con

colonne corinzie di marmo di Carrara e dell'Isola d'Elba e opera

di Pietro Camporese il Giovane. Sia le pareti, sia le volte

dell'abside sono decorate con stucchi dorati e bianchi di gusto

barocco. Il presbiterio è diviso dalla navata tramite una sobria

balaustra marmorea ottocentesca.

progetti e opere in S. Pietro

Fu architetto capo della Basilica di San Pietro in Vaticano dal 1520 in poi, subentrando a Raffaello.

Predispose un grandioso progetto che abbandonava definitivamente (come già previsto da

Raffaello) la pianta centrale bramantesca.[4] Nonostante l'incarico si sia protratto fino alla sua

morte, solo per brevi periodi i lavori del grandioso cantiere poterono svolgersi con continuità, sia

prima sia dopo il Sacco di Roma. Nell'ambito di tale incarico e proprio per poter salvaguardare il

proprio progetto nel futuro svolgimento dei lavori, eseguì a partire dal 1536 e avvalendosi dell'aiuto

di Antonio Labacco, un noto plastico ligneo, di proporzioni grandiose, per illustrare nei minimi

dettagli il suo progetto per la basilica vaticana; ancor oggi il plastico è conservato nei locali

sovrastanti la basilica.

Il progetto era una sintesi tra la soluzione a pianta centrale di

Bramante e la croce latina di Raffaello. All'impianto centrale, si

innestava infatti una navata con cupole che si concludeva in una

larga facciata affiancata da due altissime torri campanarie; anche la

cupola principale si allontanava dall'ideale classico del Bramante,

essendo a sesto rialzato con un doppio tamburo a pilastri e colonne.

Dopo la sua morte, subentrando Michelangelo come primo

architetto della fabbrica, il progetto di Sangallo abbandonato.

Famose le aspre critiche che lo sculture rivolse al progetto di

Sangallo.

Durante il periodo dal 1538 al 1546, in cui fu responsabile del

cantiere, Antonio da Sangallo coprì la volta del braccio orientale,

cominciò le fondazioni del braccio nord, rinforzò i pilastri della

cupola murando le nicchie previste da Bramante e rialzò la quota di

progetto del pavimento creando così le condizioni per la

realizzazione delle Grotte Vaticane.

la Zecca

Il palazzo del Banco di Santo Spirito, già della Zecca Vecchia, è un edificio sito in via del Banco di

Santo Spirito, a Roma, nel rione Ponte. Il pontefice Giulio II decise nel 1504 una riforma monetaria

ed affidò a Bramante la sistemazione di un preesistente edificio da destinare a zecca pontificia. Qui

furono coniate le monete d'argento dette giulii, del valore di un decimo del ducato aureo ed altre

monete e medaglie, alcune delle quali erano opera di Benvenuto Cellini.

Qualche anno dopo, Leone X incaricò Antonio da Sangallo il Giovane di costruire la facciata

dell'edificio, che fu completata nel 1524, suscitando scalpore per la novità del suo aspetto

leggermente concavo che anticipava soluzioni poi divenute caratteristiche dello stile barocco.

Nel 1541 la zecca fu trasferita altrove e l'edificio rimase inutilizzato ma conservò il nome di "Zecca

vecchia".

La facciata è leggermente concava e risvolta ai due lati dell'edificio per la profondità di una finestra;

il basamento è bugnato e termina in una fascia decorata da una greca; il portale, rettangolare

affiancato da due finestre, è sormontato dallo stemma di Clemente IX.

Sul basamento insistono quattro paraste poggiate su piedistalli, due angolari e due che incorniciano

un grande arco con iscrizioni, stemma dell'Ospedale ed in alto una testa di leone. Ai lati, tra le

paraste, due finestre, due oculi e due finestre a loggia. La facciata termina con un massiccio

cornicione sul quale, ai lati sono poste le statue della Carità e dell'Abbondanza ed al centro un

fastigio con lo stemma di Paolo V, fondatore del Banco.

Palazzo Regis

Il Museo di scultura antica Giovanni Barracco. Non avendo eredi diretti (non si era mai sposato e

non aveva figli), Giovanni Barracco maturò la decisione di donare la sua collezione alla città di

Roma. La palazzina, la cui facciata è attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane, fu costruita nel

1523 da un prelato bretone Thomas Le Roy (latinizzato in Tomas Regis), che per aver ben lavorato

alla stipula del concordato fra papa Leone X e Francesco I all'indomani della battaglia di

Marignano, fu autorizzato da quest'ultimo ad arricchire il proprio emblema con il giglio di Francia

(portato a Roma dai Farnese) - che infatti ricorre in tutta la decorazione della palazzina, e dal quale

molto probabilmente deriva all'edificio il nome di "Piccola Farnesina". Alcuni studiosi attribuiscono

il progetto dell’edificio ad Antonio da Sangallo sulla base di disegni cinquecenteschi che ne

riproducono la pianta e i prospetti.

S. Spirito in Saxia

La chiesa di Santo Spirito in Sassia è un luogo di culto cattolico di Roma, costruito nel XII secolo

sul sito della schola Saxonum fondata da re Ine del Wessex nell'VIII secolo. Il re dei Sassoni Ine del

Wessex costruì (726/728) nel luogo ove ora si erge la basilica la schola Saxonum, un istituto di

accoglienza per i pellegrini sassoni a Roma. Nel XII secolo venne costruita una chiesa, che prese il

nome di Sassia dalla schola. Nel 1475 la chiesa fu unita al vicino ospedale del Santo Spirito per

ordine di papa Sisto IV. Il sacco di Roma (1527) causò danni alla chiesa, che fu ricostruita (1538-

1545) da Antonio da Sangallo il Giovane anche con il contributo del patriarca Giulio Cesare

Gonzaga, che qui fu sepolto[1]. La facciata fu costruita da Ottavio Mascherino, su disegno del

Sangallo, nel 1585-1590, per volere di papa Sisto V.

La facciata è a due livelli, con paraste di ordine corinzio che dividono il livello inferiore in cinque

campate e quello superiore in tre. Un rosone circolare si apre nella fascia superiore, e al di sopra

campeggia lo stemma di Sisto V. La singola navata centrale è affiancata da dieci cappelle.

Sala Regia

La Sala Regia del Palazzo Apostolico è un salone d'onore ubicato all'interno del Palazzo Apostolico,

nella Città del Vaticano. Vi si arriva dalla Scala Regia. Dalla Sala Regia si può accedere all'Aula

delle Benedizioni, alla Cappella Sistina, alla Cappella Paolina, alla Sala Ducale.

La Sala Regia (Regal camera) è una sala stato nel Palazzo Apostolico, in Vaticano.

Anche se non è inteso come tale, questa camera ampia è davvero un'anticamera alla Cappella

Sistina, raggiunto dalla Scala Regia. A sinistra dell'ingresso in precedenza sorgeva il soglio

pontificio, che ora è sul lato opposto prima che la porta che conduce alla Cappella Paolina.

La sala fu iniziata sotto il pontificato di Paolo III da Antonio da Sangallo il Giovane e fu completata

nel 1573. L'elegante volta a botte è abbellito dalle impressionanti decorazioni in gesso di Perino del

Vaga. Gli ornamenti in stucco sopra le porte sono da Daniele da Volterra.

Le pareti erano decorate da Livio Agresti, Giorgio Vasari e Taddeo Zuccari. Gli affreschi raffigurano

epocali punti di svolta nella storia della Chiesa, tra cui il ritorno del Papa Gregorio XI da Avignone

a Roma, la battaglia di Lepanto, l'innalzamento del divieto da Enrico IV, la riconciliazione del Papa

Alessandro III con Federico Barbarossa e Pietro II d'Aragona che offre il Regno di papa Innocenzo

III.

La sala è stato originariamente utilizzato per la ricezione dei principi e ambasciatori reali, da qui il

suo nome. Concistori si sono svolte in essa, ma sono stati successivamente trasferiti alla Basilica di

San Pietro, il 19 novembre 2016, e la zona ha anche fornito un recital musicale occasionale in

presenza del papa; durante un conclave è stato utilizzato come una passeggiata per i cardinali.

Casa di Sangallo in Via Giulia

Al civico 66 è situato il palazzo Sacchetti, edificato su un'area detta nel Cinquecento "dell'orto di

S.Biagio" ed appartenuto ad Antonio da Sangallo il Giovane. L'artista vi abitò pochi anni perchè

morì nel 1546 e così l'edificio passò al figlio Orazio; questi nel 1552 lo vendette al cardinale

Giovanni Ricci di Montepulciano, che lo fece ampliare da Nanni di Baccio Bigio. La proprietà

sembrava indesiderata ma molto probabilmente era il fattore economico che costringeva gli

acquirenti a rivenderla per rifarsi delle alte spese sostenute nei lavori di ampliamento o di restauro.

L'ampia facciata in laterizio presenta finestre in travertino, portale in marmo sormontato da un

balcone con balaustrini in ferro; ai lati è affiancato da tre finestre, architravate ed inferriate con

davanzale retto da mensole, sotto le quali si aprono le finestrelle dell'interrato. Anticamente sulla

facciata era affissa la 5 Palazzo Medici Clarellitarga "DOMUS ANTONII SANGALLI

ARCHITECTI MDLIII" e, nella nicchia, ancora ben visibile sulla terza finestra del primo piano,

uno stemma di papa Paolo III Farnese.

Il cortile è circondato da un porticato con pilastri dorici, ma le arcate ai lati sono chiuse. All'interno

sono notevoli il "Salone dei Mappamondi" affrescato da Francesco Salviati e la sala da pranzo della

Galleria con dipinti di Pietro da Cortona e di Giacomo Rocca di carattere biblico. Presso l'angolo

sinistro del palazzo è situata una fontanella in marmo detta "del putto", di stile rinascimentale,

realizzata verso la fine del XVI secolo dai Ceoli. È formata da una edicoletta a nicchia, arricchita da

una valva di conchiglia, al centro della quale, fra due pilastrini architravati ed adornati da figure di

donna, un puttino abbraccia le code di due delfini dalle quali uscivano due getti d'acqua che

andavano a finire in una vasca non più esistente. Si crede 6 Casa di Raffaello possa essere opera del

Sangallo, se non altro perché si appoggia al palazzo dell'artista, ma non si hanno dati sicuri.

Porta S. Spirito

Porta Santo Spirito è una delle porte che si aprono nelle Mura leonine di Roma. Si trova alle spalle

dell'omonimo ospedale, sull'attuale via dei Penitenzieri, quasi all'incrocio con piazza della Rovere.

È tra le più antiche porte del muro che circonda il Vaticano, essendo infatti contemporanea

all'edificazione della cerchia muraria di papa Leone IV, intorno all'850. Benché fosse l'unico

collegamento diretto tra la Basilica di San Pietro e la zona di Trastevere , e benché fosse l'accesso

alla via Aurelia ‘'nova'’, fu aperta inizialmente come passaggio secondario.Il suo nome originario

era "posterula Saxonum" (posterula dei Sassoni).

Già nel 727, infatti, il re Ine (o Ina) del Wessex, dopo aver abdicato si trasferì a Roma, dove fondò

una "schola Saxonum" (il cui scopo era di fornire una preparazione e un'istruzione cattolica al clero

e ai nobili inglesi), con annessa chiesa e cimitero. La presenza sassone in quella zona è attestata fino

alla fine del XII secolo, quando il re Giovanni Senzaterra donò il complesso della schola per

l'edificazione della chiesa di Santa Maria in Saxia (divenuta poi Santo Spirito in Sassia) e

dell'ospedale tuttora esistente, di cui già nel 794 era stata iniziata la fondazione. Con l'occasione

papa Innocenzo III volle aggiornare anche il nome della porta, che da allora divenne di Santo

Spirito.

La struttura subì ovviamente vari restauri e ampliamenti. Fu probabilmente notevole quello operato

all'inizio del XV secolo forse da papa Gregorio XII, visto che in una testimonianza del 1409 viene

chiamata “Porta Nuova”. All'inizio del secolo successivo papa Alessandro VI ritoccò sensibilmente,

tra le altre, anche questa porta e la muraglia circostante, e infine, una quarantina d'anni dopo, anche

papa Paolo III operò i suoi interventi servendosi della consulenza e dell'opera di ingegneri come

Michelangelo e Antonio da Sangallo il Giovane. La rinnovata paura di incursioni da parte di pirati

saraceni, nonché le nuove tecniche poliorcetiche che prevedevano ormai l'uso massiccio di

artiglierie, indussero infatti Paolo III ad interventi di ammodernamento delle mura che avessero

anche serie caratteristiche difensive.

Il disaccordo tra i due artisti è ben noto; in proposito sembra che i lavori sulla porta furono eseguiti

su un bellissimo progetto del Sangallo[1], ed il Buonarroti (che li completò dopo la morte del

collega, ma in modo frettoloso e approssimativo) pare abbia fatto qualche intervento di tipo

disfattista (non potendola demolire) sia per rovinare l'opera dell'antagonista, sia per rifarsi delle

feroci critiche che gli venivano rivolte per il bruttissimo progetto di Porta Pia.

Attualmente la porta ha in effetti un aspetto incompiuto (soprattutto nella parte superiore), con le

sue nicchie vuote e

quasi nascosta

dall'imponenza del

vicino bastione del

Sangallo. E d'altra

parte, a distanza di un

secolo aveva

praticamente esaurito

la sua funzione, come

la vicina porta

Settimiana, trovandosi

all'interno della più

vasta cerchia delle

mura gianicolensi, e

non si ritenne di

doverla più

completare.

La committenza artistica di Paolo III

Per Paolo III, la committenza artistica fu non solo un modo di far politica. Il bilancio, pur limitato

alla sola Roma, è imponente e mostra un rapporto di continuità e coerenza con le tradizioni e gli

ideali rinascimentali. Vi fu anche un riordinamento urbanistico – edilizio che comportò anche estese

demolizioni e rispose alle esigenze di modellare la città secondo l’ideologia del potere. Nel 1538,

per volere di Paolo III, il gruppo equestre di Marco Aurelio, il più famoso e unico gruppo equestre

in bronzo dell’antichità giunto fino a noi, fu fatto portare dal Laterano sul soglio del Campidoglio e

fu posto al centro della piazza. La statua di Paolo III, che Guglielmo della Porta scolpì per il

monumento funebre del pontefice secondo le indicazioni dello stesso Paolo III, riprende

l’atteggiamento di arringa dell’imperatore romano interpretato come un gesto pacificatore.

Inoltre fece recingere di mura il Vaticano, compreso di Borgo e Castel Sant’Angelo, che costituiva il

perno difensivo e con cui si imponeva la presenza ammonitrice della Chiesa sul potere laico del

Comune di Roma. L’ostentazione di potenza, che costituisce il carattere proprio di tante costruzioni

farnesiane, traspare in palazzo Farnese, al quale Paolo III si interessò da quando era cardinale,

affidando i lavori ad Antonio da Sangallo il Giovane (1517). Nel 1538 il papa fa riprendere i lavori

della fabbrica di San Pietro, ferma da oltre vent’anni, sotto la direzione di Antonio da Sangallo il

Giovane, che propone un edificio a pianta rettangolare.

Alla morte dell’architetto (1546), i lavori sono affidati a Michelangelo, che ritorna alla pianta

centrale. Paolo III fa eseguire a Michelangelo anche l’affresco del “Giudizio universale” sulla

parete di fondo della Sistina, già progettato sotto Clemente VII, e gli affreschi della Cappella

Paolina con la “Conversione di S. Paolo” e la “Crocefissione di San Pietro”. Il “Giudizio

universale” è l’espressione della crisi di una coscienza in cui contrastano i motivi dell’ortodossia e

della riforma e la rinuncia ai canoni prospettici rinascimentali.

Le due splendide realizzazioni della sala Regia e della cappella Paolina, alle quali è legato il nome

di Paolo III, furono completate alla morte del pontefice. In questa zona della residenza papale Paolo

III volle operare con estrema libertà procedendo ad un rifacimento quasi integrale degli ambienti e

non esitando a distruggere la cappella parva sancti Nicolai affrescata dal Beato Angelico. Per

l’architettura si avvalse dell’opera di Antonio da Sangallo il Giovane, che coprì l’aula della sala

Regia di una maestosa volta a botte impostata su un ricco cornicione di pietra a 13 metri dal

pavimento.

La decorazione fu affidata a Perino del Vaga (1542), che fece negli ottangoli, in cambio di una rosa,

quattro putti tondi di rilievo, che puntano i piedi al mezzo e, con le braccia girando, fanno una rosa

bellissima; nel resto dello spartimento vi sono tutte le imprese di casa Farnese. La sala Regia,

adibita a sala di rappresentanza, tra la cappella Sistina e quella Paolina, era tale da permettere al

papa di soddisfare le sue esigenze di fasto e prestigio. A tali esigenze rispondeva anche la cappella

Paolina, costruita dal Sangallo e ornata dagli stucchi di Perino, che andarono distrutti con l’incendio

del 1545.

Opere di Michelangelo e sua influenza a Roma.

Michelangelo Buonarroti

Biblioteca Laurenziana

La Biblioteca Medicea Laurenziana, anticamente chiamata Libreria Laurenziana, è una delle

principali raccolte di manoscritti al mondo, nonché un importante complesso architettonico di

Firenze, disegnato da Michelangelo Buonarroti tra il 1519 e il 1534. I locali della Biblioteca furono

disegnati per il cardinale Giulio de' Medici, poi papa Clemente VII, che affidò nel 1519 la

commissione a Michelangelo. Egli diresse personalmente il cantiere tra il 1524 e il 1534, sia pure

con l'interruzione dovuta alla parentesi repubblicana.

La biblioteca è una delle maggiori realizzazioni dell'artista fiorentino in campo architettonico,

importante anche per le decorazioni e l'arredo interno, giunto in buono stato fino a noi

(Michelangelo fornì anche disegni degli stalli di legno per la lettura dei manoscritti). L'opera viene

ritenuta una piena espressione dell'atteggiamento manierista che rivendica la libertà linguistica

rispetto alla canonizzazione degli ordini classici e delle regole compositive.

Il vestibolo è uno spazio quadrato, quasi interamente occupato dallo scalone e con un'altezza

superiore alle dimensioni della pianta, caratteristica che dà vita ad un ambiente alto e stretto.

Un primo progetto di Michelangelo prevedeva un'altezza minore, uniformata a quella della sala di

lettura ed un'illuminazione mediante lucernari in copertura, vista la difficoltà di aprire finestre in

parete. Al rifiuto del papa del progetto inedito di illuminare l'ambiente dall'alto, Michelangelo

dovette, tra considerevoli difficoltà tecniche, rialzare le pareti per aprirvi finestre che garantissero

comunque l'ingresso della luce dall'alto.

Le pareti interne sono disegnate come un'architettura esterna con due ordini sovrapposti. Gli

elementi architettonici vengono utilizzati per il loro valore plastico, come in una grande scultura,

privati della loro logica strutturale e funzionale: per esempio le colonne binate, incassate nella

parete, appoggiano solo su mensole e le finestre ad edicola sono solo nicchie cieche. L'incasso delle

colonne è stato visto come un'analogia alle figure scolpite dall'artista che "emergono" dal marmo.

Hanno anche una precisa funzione strutturale, perché alleggeriscono la massa muraria

permettendone una maggiore elevazione. L'intonaco bianco fa risaltare il grigio delle doppie

colonne, dei timpani triangolari e delle cornici di pietra serena, riproponendo un accostamento

tipico dell'architettura fiorentina fin da Brunelleschi.

Il problema del dislivello tra vestibolo e sala di lettura richiese la creazione di uno scalone. Il

disegno per la celebre scala tripartita venne fornito nel 1559 e inizialmente era previsto l'uso del

legno di noce, che poi Bartolomeo Ammannati eseguì in pietra serena su volontà di Cosimo I.

Per la prima volta si può riconoscere un'anticipazione dello stile barocco che di lì a poco avrebbe

invaso l'Europa. Se infatti le linee rette delle parti laterali sono pienamente rinascimentali, i

monumentali gradini centrali, di forma ellittica come una immaginaria colata di pietra, sono

un'invenzione originale di Michelangelo.

La sala di lettura, contrasta con le sue proporzioni ampie e distese con il vestibolo. Lo spazio, un

lungo e ampio corridoio con banchi lignei, fu quasi interamente disegnata da Michelangelo,

compreso il soffitto e gli stessi banchi. Ispirata nello sviluppo longitudinale e nell'ampia finestratura

su entrambi i lati alla biblioteca di San Marco di Michelozzo, la biblioteca Medicea non ha però la

suddivisione in navate, anche perché gli ambienti sottostanti non avrebbero avuto una sufficiente

resistenza statica per sopportare il peso delle colonne, a meno di non fare impegnativi lavori di

ristrutturazione.

Vennero invece approntati contrafforti sulle mura esterne, corrispondenti agli esili pilastri in interni,

in modo da garantire un sufficiente sostegno alle pareti perforate dalle numerose finestre. Le pareti

appaiono così scandite da sezioni regolari, composte da pilastri in pietra serena a capitello dorico e

finestre architravate con mensole sotto l'architrave, sulle quali sono disposti dei riquadri in pietra

ingentiliti da balaustrini sui lati. Il modulo si ripete movimentando geometricamente l'intera parete e

l'effetto è accentuato dal disegno regolare dei cassettoni del soffitto piano e del pavimento in cotto e

marmo.

Le vetrate furono realizzate da

maestranze fiamminghe su

disegno di Giorgio Vasari e

hanno come tema l'araldica

medicea circondata da

grottesche, armi ed emblemi.

Il soffitto, in legno di tiglio, fu

intagliato da Giovanni Battista

del Tasso poco prima del1550

sulla base dei disegni

michelangioleschi. I riquadri

presentano, tra coppie di

delfini, ovali con festoni e crani

di stambecco, le insegne di

Cosimo I. Il pavimento presenta

disegni intarsiati in terracotta

rossa e bianca, realizzato da

Santi Buglioni a partire dal

1548 su progetto del Tribolo

che riprende la partizione del

soffitto.

Cappella Medici a Firenze

Le cappelle medicee sono ai nostri giorni un museo statale di Firenze e luogo di sepoltura della

famiglia Medici, ricavato da alcune aree della basilica di San Lorenzo a Firenze, al quale si accede

dal retro della chiesa, in piazza Madonna degli Aldobrandini. Le due parti principali che si visitano

sono prolungamenti dell'abside della basilica: la Sagrestia Nuova, edificata da Michelangelo dal

1519 in un decennio circa, e la grande cappella dei Principi, del secolo successivo, completamente

ricoperta da marmi e pietre semi-preziose dove sono sepolti i granduchi di Toscana.

Nata in mezzo ad avvenimenti tanto tumultuosi, la Sacrestia Nuova è un'opera molto innovativa.

Partendo dalla stessa pianta della Sacrestia di Brunelleschi, Michelangelo divise lo spazio in forme

più complesse, trattando le pareti con piani a livelli diversi in piena libertà. Su di esse ritagliò

elementi classici come archi, pilastri, balaustre e cornici, ora in marmo e ora in pietra serena,

disposti però in figure e schemi completamente nuovi.

Le pareti si basano su una tripartizione da parte di pilastri in pietra serena in ordine gigante. Agli

angoli si dispongono otto porte di eguale disegno, ora vere ora false: le cornici sono sormontate da

un'edicola appoggiata su mensola retta da volute, che coincide con l'architrave; sono coronate da

timpani circolari poggianti su pilastrini ravvicinati verso l'interno. In ciascuna edicola si apre un

doppio riquadro, la cui linea superiore sfiora il timpano, creando un vivace gioco di linee.

All'interno, al posto delle statue o dei rilievi bronzei forse previsti nel progetto originale, si trovano

festoni a rilievo e una patera.

Al centro di questi elementi laterali che ricorrono in tutte le pareti si trovano la scarsella, nel lato

dell'altare, l'incompita tomba dei "Magnifici" e le due tombe dei "Duchi" nelle pareti laterali.

Queste ultime, sopra le semplice specchiature profilate nella metà interiore, presentano una

tripartizione interna nella fascia mediana, in cui si vedono la nicchia rettangolare con la statua del

defunto al centro e ai lati, spartite da pilastri binati in marmo, due nicchie con timpano arcuato su

mensole appoggiate sulla cornice, che riprendono, semplificandolo, il disegno delle nicchie sopra i

portali. Le tombe si inseriscono dunque nelle pareti interagendo con l'architettura, anziché

semplicemente appoggiandovisi.

Più in alto la trabeazione inferiore, presente solo nei lati delle tombe, mostra festoni a rilievo sopra i

timpani, balaustrini su cui si pronuncia aggettando la cornice sopra i pilastri, e al centro una fascia

piana movimentata da una voluta centrale, citando gli archi romani. Sopra corre lungo tutto il

perimetro dello spazio la trabeazione in pietra serena, su cui corre un fregio liscio bianco e una

seconda cornice modanata in pietra. Su di essa oimpostano l'arco centrale della parete, ampio un

terzo della superficie, e pilastrini in pietra serena che ancora triipartiscono lo spazio.

Sopra l'arco alcuni vani rientranti creano un raffinato gioco di luce; ai lati di questa fascia, in asse

coi portali, si trovano le finestre in pietra, con uno sviluppato timpano triangolare, creanti l'effetto di

rastremazione e quindi di accelerazione verso l'alto. Ciò ha il culmine nella cupola cassettonata, che

ricorda il monumento funebre per eccellenza, il Pantheon di Roma. In questo lavoro molti vedono

un'anticipazione della cupola di San Pietro che fu progettata dal Buonarroti in tarda età, 30 anni

dopo la Sacrestia. La sfera della lanterna di forma

poligonale e ravvivata da mascheroni,è del Piloto,

probabilmente su disegno di Michelangelo stesso.

opere in Campidoglio

Nel 1534-38 Michelangelo Buonarroti riprogettò completamente la piazza, disegnandola in tutti i

particolari e facendola volgere non più verso il Foro Romano ma verso la Basilica di San Pietro, che

rappresentava il nuovo centro politico della città. Si racconta che la risistemazione della piazza gli

fu commissionata dall'allora papa Paolo III, il quale si era vergognato dello stato in cui versava il

celebre colle (già dal Medioevo il luogo era in un tale stato di abbandono da essere chiamato anche

"colle caprino", in quanto era utilizzato per il pascolo delle capre) dopo il percorso trionfale

organizzato a Roma in onore di Carlo V nel 1536.

Michelangelo conservò l'orientamento obliquo delle preesistenze, ottenendo uno spazio aperto a

pianta leggermente trapezoidale (il Palazzo Senatorio e quello dei Conservatori formano un angolo

di 80°), sulla quale allineò le nuove facciate, al fine di espandere la prospettiva verso il fuoco visivo

costituito dal Palazzo Senatorio. Allo scopo pensò di costruire un nuovo palazzo, detto per questo

Palazzo Nuovo, per chiudere la prospettiva verso la Basilica di Santa Maria in Aracoeli e di

pavimentare la piazza così ottenuta eliminando lo sterrato esistente; ridisegnò il Palazzo dei

Conservatori eliminando tutte le strutture precedenti e armonizzandolo con il Palazzo Senatorio, a

cui aggiunse una doppia scalinata che serviva per accedere al nuovo ingresso, non più rivolto verso

i fori ma verso la piazza.

Modifica anche la facciata per uniformarla a quella del palazzo dei conservatori (e quindi anche a

quello del palazzo nuovo verso la chiesa di S.Maria dell'Aracoeli), inserendo paraste di ordine

gigante (che compare per la prima vota negli edifici pubblici), un cornicione con balaustra

(elemento di novità), e una torre. Al palazzo dei conservatori aggiunge una facciata a portico, e

anche qui inserisce paraste di ordine gigante (che la scandisce in modo ritmico e regolare), e un

cornicione balaustrato con statue; infine realizza un edificio ad esso simmetrico sul lato opposto

della piazza.

Il Buonarroti progettò anche la scalinata della Cordonata e la balaustra da cui ci si affaccia alla

sottostante piazza d'Aracoeli. La statua equestre di Marco Aurelio in bronzo dorato,

precedentemente situata in piazza San Giovanni (dove ora si trova l'obelisco), venne posizionata al

centro da Michelangelo, a cui Paolo III aveva commissionato di studiarne la precisa collocazione; la

statua originale, dopo lungo restauro che ha anche riportato alla luce delle tracce di doratura, è oggi

conservata nei Musei Capitolini, mentre sulla piazza è stata messa una sua copia.

I lavori andarono così a rilento che

Michelangelo (morto nel 1564) poté

vedere il compimento solo della doppia

scalinata che serviva per il nuovo

accesso al Palazzo Senatorio, con il

posizionamento delle due statue

raffiguranti il “Nilo” e il “Tevere”[4]. La

facciata e la sommità della torre erano

ancora incompleti, mentre il Palazzo

Nuovo non era neanche stato iniziato.


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DESCRIZIONE APPUNTO

-La ricerca architettonica nel Rinascimento: Il concetto di Rinascimento. Il “ritorno all’antico”.

-Architettura del primo Cinquecento:Donato Bramante; Raffaello;Giulio Romano; Baldassarre Peruzzi;Antonio da Sangallo il Giovane.

-Opere di Michelangelo e sua influenza a Roma: Michelangelo Buonarroti;Giacomo Del Duca.

-La Controriforma cattolica e l’architettura del secondo Cinquecento: Nanni di Baccio Bigio;Jacopo Barozzi da Vignola;Valeriano e Tristano;Pirro Logorio;Martino Longhi il Vecchio.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in architettura - interni e allestimenti
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher silvia.volterra di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Azzaro Bartolomeo.

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