La parola alle fonti
Le prime forme di potere signorile
Le prime forme di potere signorile cominciarono ad affermarsi nel secondo quarto del secolo XIII. Aspetto caratteristico di queste esperienze fu la varietà delle situazioni locali. Le prime sperimentazioni diedero luogo ad una pluralità di esiti: affermazione di capiparte ma anche di ufficiali pubblici; informalità del potere esercitato o, al contrario, sua definizione istituzionale; dominio su una città, su una costellazione di centri urbani ma anche esercizio di poteri signorili su una città inserita in un dominio pluricittadino. Matrice comune fu invece il profilo nobiliare dei protagonisti. Inoltre, tali esperienze ebbero luogo tutte nelle città dell’Italia settentrionale.
Queste esperienze si ebbero a partire dagli anni venti del Duecento dovuta alla crisi del potere podestarile nell’età di Federico II. Tale crisi cominciò a manifestarsi in seguito alle diete convocate dal sovrano a Cremona nel 1226 e a Ravenna nel 1231 per mettere pace tra i comuni che indussero le città dell’Italia settentrionale antimperiali a rinnovare la lega lombarda e, per reazione, Federico II a revocare i privilegi concessi a Costanza nel 1183 da Federico Barbarossa. Venne a irrigidirsi via via l’elasticità del sistema politico che il regime podestarile aveva inizialmente reso possibile consentendo l’affermazione sul piano politico di nuove famiglie e di nuovi gruppi sociali. L’equilibrio si spezzò definitivamente, a seguito della vittoria della parte filomimperiale a Cortenuova nel 1237, quando i rettori cominciarono ad operare sistematicamente in favore di una parte: non solo i podestà di nomina imperiale, ma anche a quelli aderenti al fronte pontificio. I conflitti fra pars imperii e pars ecclesiae si inasprirono e in molti casi essi si concludevano con l’allontanamento della parte perdente dalla città. Fu dunque nel contesto della crisi del regime podestarile che in alcune città padane incominciarono ad affermarsi le prime dominazioni signorili.
La prevalenza su Ferrara di Salinguerra Torelli
A Ferrara, una città il cui gruppo dirigente possedeva un profilo agrario, e dove i mercanti non giunsero a organizzarsi sul piano politico, dal 1222 al 1240 a controllare il regime fu il capoparte Salinguerra Torelli. Egli controllò lo spazio politico ferrarese senza che al suo potere fosse conferito un riconoscimento formale da parte dei consigli del comune; agiva come un signore di fatto sia all’interno della città sia nelle relazioni esterne.
Il dominio dei da Romano sulla Marca trevigiana
I da Romano erano un’antica stirpe signorile di origine franca dotata di un vasto patrimonio intorno a Bassano e perno di un dominio ricco di terre e castelli nei territori delle città di Feltre, Treviso e Vicenza. Nel 1223 i fratelli Ezzelino e Alberico si divisero i beni e i diritti del padre. Ponendosi dapprima in rapporto con la lega lombarda, ma approfittando poi della necessità dell’imperatore di garantirsi appoggi nelle Marca dopo la dieta di Ravenna, nel 1232 Ezzelino strinse un accordo con Federico II, che lo accreditò quale capitano e consigliere della parte dell’impero nella Marca. Ezzelino fu al fianco del sovrano nella vittoria di Cortenuova e Federico gli concesse in sposa la figlia Selvaggia nel 1238. Valendosi dell’appoggio imperiale entro il 1237 Ezzelino estese la sua diretta influenza su Verona, Padova, Trento. Le città conservarono i propri ordinamenti comunali e il da Romano vi agì come capoparte senza assumere cariche di persona. Vari membri della sua famiglia erano a loro volta inseriti nelle consorterie nobiliari presenti nelle città e nei territori. Il potere signorile esercitato da Ezzelino non fu mai formalizzato ma di fatto dominò per un quarto di secolo una vasta area territoriale. Fu solo dopo la morte di Federico II che Ezzelino cominciò a praticare una sistematica epurazione dei suoi oppositori attraverso atti violenti ed atroci. La pesante fiscalità alienò a Ezzelino il sostegno passato dei popolani e il papa nel 1254 indette una crociata contro di lui che fece seguito con la perdita di Padova nel 1256 e il dominio personale si sgretolò. Morì nel 1259 nella battaglia di Cassano d’Adda.
La signoria sovra cittadina di Oberto Pelavicino
A guidare l’esercito che sconfisse Ezzelino da Romano era Oberto Pelavicino. Anch’egli aveva costruito una signoria pluricittadina che faceva perno su Cremona e sul controllo degli snodi della navigazione su Po. Era un grande proprietario di terre e di beni distribuiti principalmente su Parma e Piacenza, tra l’Appennino ligure e il Po. Si schierò con Federico II per poi reggere varie podesterie in molte città filo imperiali. Nel 1239 fu nominato vicario imperiale per la Versilia, la Lunigiana e la Garfagnana e nel 1251 Corrado IV lo nominò capitano generale e vicario dell’impero per i territori inferiori e superiori al corso del Lambro in Lombardia. La lunga militanza nello schieramento imperiale favorirono il riconoscimento della signoria di Oberto su alcune città padane. Il suo dominio si estendeva su: Brescia, Asti, Tortona, Alessandria, Vercelli, Bergamo, Piacenza, Parma, Novara e Milano. Dopo la sconfitta di Tagliacozzo nel 1268, per il partito ghibellino svanì definitivamente la speranza di una restaurazione imperiale e la signoria di Pelavicino si sfaldò.
Una signoria incapsulata: Buoso da Dovara a Cremona
In alcune città Oberto riconobbe la presenza di alcune signorie locali a lui collegate. A Cremona, agì per anni come suo luogotenente Buoso da Dovara. Infatti, nel 1259 a Cremona venivano riconosciuti tre soggetti politici, due signorili oltre al comune. Dovara seppe negli anni guadagnarsi il consenso dei mercanti con sagge misure economiche e incrementando il proprio patrimonio immobiliare.
L’effimero dominio di Manfredi II Lancia
Una più limitata esperienza signorile fu tentata anche dal marchese Manfredi II Lancia chiamato come podestà e capitano di guerra a Milano nel 1253 e presto insignoritosi anche di Novara ed Alessandria.
Signori, popolo e partes
L’affermazione di poteri signorili più stabili e formalizzati si attuò nei decenni che accompagnarono lo spostamento strutturale dell’asse politico italiano dal dominio svevo all’influenza angioina. Il precario equilibrio raggiunto con i regimi consiliari e podestarili, travolto dai governi di parte negli anni trenta e quaranta, non poté essere riattinto: subentrò un’intensa sperimentazione di nuovi assetti di potere. Lo spazio politico fu ora suddiviso da più soggetti: le parti, le organizzazioni di popolo e i signori. Le prime fondate su relazioni di tipo clientelare puntarono a egemonizzare la magistratura podestarile, le seconde, basate su rapporti di solidarietà, a dare una politica unitaria alla società e alle corporazioni di mestiere, i terzi a proporsi come capiparte e alla guida delle istituzioni di popolo. Nello spazio che si venne a creare tra le indebolite istituzioni podestarili e l’ancora precaria capacità dei signori di affermarsi sulle parti si inserì in molte città il popolo, anche per effetto di una impetuosa crescita demografica ed economica che accrebbe la quota di ricchezza dei popolani. Le cui divisioni all'interno dell’aristocrazia urbana continuarono in quei decenni a disputarsi il controllo del governo cittadino. Mettendo fine alla presenza degli Svevi in Italia, la conquista del regno di Sicilia da parte di Carlo aprì una nuova stagione politica per l’intera penisola. Regimi compositi di parte e di popolo si affermarono nelle principali città dell’Italia centrale (Pisa e Siena con prevalenza ghibellina, Lucca, Firenze, e Perugia di colore guelfo) e in qualcheduna padana. In molte città settentrionali si affermarono invece regimi signorili, attraverso il predominio di una parte. Rispetto alle prime esperienze signorili si coglie un maggior grado di formalizzazione dei poteri conferito dalle cariche comunali.
L’alleanza tra i della Torre e il “popolo” di Milano
La presenza di nobili alla testa delle organizzazioni di popolo non costituiva una contraddizione, ma il frutto di alleanza tra spregiudicati esponenti dell’aristocrazia militare e componenti della popolazione urbana carenti di tradizione politica e prive di una guida militare ed esecutiva di esperienza. A Milano la leadership fu assunta sin dagli anni quaranta dai della Torre. Nel 1247 Martino divenne anziano della Credenza di Sant’Ambrogio, la società che riuniva gli artigiani, e avviò un’azione per favorire l’accesso di membri di popolo al capitolo della cattedrale. La reazione della nobiltà portò a conflitti ripetuti, che consegnarono la città a Manfredi Lancia nel 1253. Alla morte di quest’ultimo Martino afferma la propria egemonia anche sull’altra associazione comunale, la Motta, che riuniva le famiglie dei mercanti. La minaccia militare portata da Ezzelino nel 1259 costrinse Martino ad affidare a Oberto Pelavicino l’ufficio di capitano generale di Milano condividendo con lui il governo comune. La sconfitta al da Romano consegnò a Martino il ruolo di alfiere del guelfismo nell’Italia padana. Negli anni successivi i della Torre seppero trasformare il loro predominio in un potere giuridicamente definito. I successori di Martino, il fratello Filippo (dal 1263) e il cugino Napoleone (dal 1265) si schierarono con la potenza emergente di Carlo d’Angiò, stringendo nel 1265 una lega che li propose quali referenti della coordinazione guelfa nell’Italia padana e che garantì ulteriore legittimazione alla loro preminenza locale. Le istituzioni rimasero nominalmente autonome, ma lo spazio politico fu crescentemente dominato dall’iniziativa dei dalla Torre che controllarono l’apparato di governo della città. Senza successo si rivelò invece nel 1262 il tentativo di Martino di fare eleggere vescovo di Milano il cugino Raimondo: Urbano IV vi preferì Ottone Visconti.
Regimi di “popolo” e signori: l’esempio di Parma
L’entrata in gioco del “popolo” conferì un ulteriore elemento di novità alla configurazione dello spazio politico cittadino. Nella maggior parte dei casi le organizzazioni popolari furono costrette a misurarsi con la forza delle partes. A Parma, Giberto da Gente prese nel 1253 il potere. Egli fondò una società di parte, il consorzio di Santa Maria. Nel 1254 tutte le cariche gli furono concesse a vita, ed egli si accreditò presso i concittadini anche come garante super partes della pace interna, concedendo ai ghibellini in esilio di rientrare in città e di riprendere possesso dei loro beni. Egli si fece promotore di molte riconciliazioni e paci tra i cittadini in stato di inimicizia. Gilberto blandì il mondo delle corporazioni allargando a molti mestieri l’accesso alle arti. Il suo potere si interruppe quando Oberto Pelavicino divenne il signore più potente della Lombardia.
Il capitanato di “popolo” di Guglielmo Boccanegra a Genova
Approfittando di una divisione interna alla nobiltà nel 1257 una sollevazione popolare elesse capitano di popolo per dieci anni Guglielmo Boccanegra. Guglielmo affiancò a sé un collegio di trentadue anziani per riformare gli statuti e governare la città e aprì il consiglio comunale ai capi dei mestieri. Nel 1259 una congiura tramata e sventata gli consentì di sbarazzarsi delle famiglie a lui ostili. Accusato di tirannide dovette lasciare la città nel 1262.
L’affermazione degli Estensi a Ferrara
Una discontinuità rispetto ai tentativi di signorilizzazione della prima metà del Duecento fu data ai percorsi di affermazione e consolidamento degli Estensi e degli Scaligeri. Il potere consolidato degli Estensi cominciò a fare intravedere l’esistenza di processi signorili avviati ad affermare, generazione dopo generazione, domini di tipo tendenzialmente dinastico. I marchesi d’Este appartenevano alla grande aristocrazia imperiale che era dotata di vasti beni tra la Marca trevigiana e la Romania al sud del Po. Gli Estensi diedero vita a un principato territoriale che ambiva a controllo della Marca e della Lombardia orientale. Per questo si scontrarono duramente con la parte guidata dai da Romano e il predominio acquisito da Ezzelino III sulle città della Marca ebbe il suo peso nell’indurre i marchesi a concentrare le proprie ambizioni su Ferrara. Con l’appoggio del papato e l’aiuto militare di Venezia, Azzo VII d’Este si assicurò nel 1240 il controllo della città spodestandone con la forza Salinguerra Torelli. Alla sua morte la popolazione di Ferrara fu convocata in piazza per acclamare l’elezione a suo erede del nipote Obizzo II. La scelta era fatta dai capi della pars ecclesiae della Marca e della Lombardia orientale per evitare che la città cadesse in mano al partito avverso. L’intento politico era chiarissimo: consolidare una dinastia alla signoria della città. Obizzo d’Este godette poi di effettivo consenso. Ma nel 1270, sventata una congiura, Obizzo consolidò il suo potere con tratti dispotici e nel 1287 giunse a sopprimere le corporazioni.
Il dominio sovracittadino dei dalla Torre in Lombardia
Alcune signorie come quella dei dalla Torre perseguirono la realizzazione di una vasta area di potere sovracittadina, fondata sull’accumulazione delle cariche podestarili in mano a esponenti della famiglia. Martino nel 1259 assunse per dieci anni la podesteria di Como, quella di Lodi per cinque anni, e nel 1263 quella di Novara a titolo perpetuo. Filippo, per dieci anni quella di Bergamo nel 1264 e Francesco, la podesteria di Brescia dal 1266 al 1268. Napoleone assunse la podesteria di Vercelli nel 1266 per otto anni. Nei primi anni settanta Napoleone finì per concentrare nelle sue mani quasi tutte le podesterie delle città lombarde entrate nell’orbita del potere toriano. Il loro governo fu affidato dai dalla Torre a vicari milanesi fedeli alla famiglia. I della Torre puntarono alla soggezione degli interessi locali a quelli di Milano e della famiglia dominante.
Comuni e signori
La diffusione sistematica dei regimi signorili avvenne nel mezzo secolo che intercorse tra la conquista del regno di Sicilia di Carlo d’Angiò e la spedizione in Italia di Enrico VII di Lussemburgo. A Carlo si opposero coloro che confidavano nella restaurazione del potere imperiale nel regnum Italiae. Il conflitto polarizzò la posizione delle forze politiche in due schieramenti, i guelfi e i ghibellini. Dopo il 1266 i guelfi assunsero il potere nella maggioranza delle grandi città e vi restarono perlomeno fino alla discesa dell’imperatore in Italia. Fu in questo periodo che si compì nella maggioranza delle città il superamento dell’assetto comunale del governo cittadino. Le istituzioni comunali apparivano inadeguate a configurare sul piano politico la complessità dell’evoluzione sociale cittadina nel secondo Duecento.
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