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Fra mondo antico e medioevo

Capitolo I: Le strutture del mondo antico

Nei primi secoli dell’era cristiana i limiti della diffusione delle città costituivano i confini delle aree occupate dai sedentari e del mondo civile (civitas, città). A nord e a sud di esse vivevano popoli nomadi o seminomadi (barbaros, barbari) dediti prevalentemente alla pastorizia ma attratti dal benessere economico delle aree più sviluppate.

L’area mediterranea era caratterizzata da un rigoglioso sviluppo urbano: le città romane, originate spesso da un accampamento militare, erano i cardini su cui poggiavano le strutture portanti dell’impero. Tutta l’organizzazione politico-amministrativa era basata sui centri urbani, che svolgevano anche importanti funzioni difensive.

Il Mediterraneo costituiva il cuore commerciale dell’impero ma nonostante l’importanza dei traffici a lunga distanza quella dell’impero romano rimaneva tuttavia una civiltà prevalentemente agricola. I gruppi dirigenti erano reclutati nei ceti medio-alti della popolazione urbana, caratterizzati dal possesso di latifondi e dotati di una solida formazione intellettuale. Al loro interno emergevano gli ordini dei senatori e dei cavalieri che controllavano i posti chiave dell’amministrazione imperiale.

La cultura e la capacità di organizzazione di questi ceti resero gli aristocratici convertiti al cristianesimo punti di riferimento molto importanti. Fu l’influenza culturale di questi convertiti a far adottare alla nuova religione lingua e modi di pensare della cultura greco-romana.

L’agricoltura romana

All’inizio dell’era cristiana l’impero romano aveva circa una popolazione di 50 milioni di abitanti. Si devono tenere presenti due fattori geografici che incidevano sulle caratteristiche dell’agricoltura romana:

  • Clima eccessivamente asciutto nell’area mediterranea
  • La natura del suolo non favorevole allo sviluppo di una grande civiltà agricola.

La coltivazione dei cereali, della vite e dell’ulivo caratterizzavano l’agricoltura di pianura. L’elemento base era il campo permanente e la produzione del grano si basava sulla rotazione biennale delle colture. Inoltre la regione mediterranea non appariva destinata ad accogliere grandi allevamenti di bestiame. Questi erano confinati nei saltus, zone più aride e montuose, destinate al pascolo. Derivava la separazione fra le colture e l’allevamento: il saltus e i boschi si contrapponevano all’ager, coltivazioni tipiche della pianura.

L’importanza secondaria dell’allevamento influenzava anche le abitudini alimentari. Poiché l’ager e il saltus erano separati, la concimazione dei terreni era carente. Per superare le difficoltà del clima troppo secco i contadini utilizzavano un aratrum leggero, di piccole dimensioni, particolarmente adatto ai suoli mediterranei, il cui strato di humus fertile era piuttosto sottile. L’agricoltura era una grande divoratrice di forza-lavoro ma nei primi secoli l’impero non risentì della mancanza di forza umana perché le guerre di conquista avevano reso disponibile un gran numero di schiavi.

Le campagne

La diffusione della viticoltura e della cerealicoltura fu uno dati contributi dati da Roma allo sviluppo agricolo dei paesi conquistati. Grazie all’efficienza dell’amministrazione romana la popolazione crebbe e ciò favorì un allargamento delle terre coltivate. La produzione aumentò e le varie regioni si specializzarono via via in un settore determinato dell’agricoltura. Gli scambi per via marittima e fluviale si intensificarono. Lo sviluppo economico era però soprattutto subordinato alle esigenze di Roma, principale mercato dell’impero.

I terreni erano suddivisi secondo una pianta a scacchiera costituita da 200 iugeri romani. I quadrati erano chiamati centurie perché 100 volte più grandi dei lotti di 2 iugeri. Le terre centuriate venivano lottizzate e assegnate di volta in volta ai veterani o a nuovi coloni. La romanizzazione è testimoniata dalle villae (centri di conduzione di grandi aziende agrarie). La pace romana ridusse l’afflusso di schiavi e si ebbe un frazionamento della villa in piccole aziende date in concessione a contadini liberi (coloni), a liberti o a servi casati (schiavi a cui erano assegnate una casa e delle terre dietro determinati obblighi verso il padrone). Il risultato fu un sistema misto: suddivisione in due parti della grande proprietà, di cui una gestita direttamente dal proprietario e l’altra suddivisa in aziende minori che dovevano consegnare al padrone una parte dei prodotti del suolo e somme di denaro.

Le città come fondamento della dominazione romana

L’immenso impero romano si caratterizzava per il ruolo centrale che in tutti i campi svolgevano le città. Anche se esistevano differenze tra l’una e l’altra la maggior parte delle città svolgeva la modesta ma fondamentale funzione di polo di sviluppo delle campagne circostanti. La diffusione delle città al di fuori dell’Italia fu seguita dalla diffusione delle attività artigianali e industriali. La funzione più importante della città era però quella di coordinamento e di organizzazione politico-amministrativa. I Consigli municipali, i cui membri erano reclutati fra i maggiori proprietari terrieri, provvedevano alla costruzione e alla manutenzione delle strade locali ed erano considerati come agenti del governo per riscuotere le imposte. Il loro operato era controllato dai governatori delle province e dai funzionari imperiali.

Le città svolgevano inoltre una funzione militare. Dopo la fine delle conquiste dell’impero le città per lungo tempo non avevano avuto preoccupazioni di difesa perché la loro sicurezza era garantita dalla solidità delle frontiere. A partire dal III secolo quando il confine settentrionale cominciò a cedere, numerose civitates potenziarono le loro fortificazioni.

La città svolgeva anche una funzione religiosa. Vi si trovavano gli edifici di culto più importanti e il corpo dei sacerdoti. Inoltre per i cristiani nelle città risiedeva il vescovo, figura importantissima nell’organizzazione ecclesiastica. Sedi episcopali e città coincisero.

I ceti sociali dominanti e l’importanza dell’aristocrazia senatoria

Nel I secolo a.C. la maggior parte di coloro che godevano della cittadinanza romana era formata da italici. Poi al rango di cittadini (cives) furono ammessi la classe più alta di tutte le città dell’impero, finché all’inizio del III secolo, la cittadinanza fu conferita a tutti gli abitanti liberi dell’impero. Fra coloro che possedevano la cittadinanza romana emergevano due prestigiosi ordini sociali, quello dei senatori e quello dei cavalieri, ambedue caratterizzati dal possesso di numerosi latifondi. Alla categoria dei senatori (ordo senatorum) appartenevano sia i membri effettivi del senato sia coloro che vi erano destinati (figli di senatori o anche per decisione imperiale). L’aristocrazia senatoria era in gran parte ereditaria, coltissima e partecipava all’amministrazione civile e militare delle province.

Al ceto dei cavalieri (equites) era possibile accedere soltanto per volontà imperiale. Questi sceglieva i cavalieri tra i curiales, cittadini romani che costituivano le singole aristocrazie municipali. Il ceto dei cavalieri scomparve agli inizi del IV secolo perché Costantino consentì al meglio delle aristocrazie cittadine la partecipazione all’ordine senatorio. Alla metà del IV secolo si distinsero tre ranghi di Senatori: i Clarissimi, gli Spectabiles e gli Illustres. Attraverso il controllo delle magistrature cittadine e il servizio nella burocrazia imperiale essi egemonizzavano l’intera vita politica, economica e culturale del mondo romano.

La formazione dei gruppi dirigenti e la trasmissione della cultura classica

L’educazione romana si articolava in tre tipi di scuole: quella elementare, quella del grammatico e quella del retore. I primi gradi di scuola erano diffusi in molte città, gli ultimi solo in quelle maggiori. Le grandi famiglie senatorie avevano l’abitudine di affidare l’educazione dei propri figli a un maestro privato. La cultura tuttavia rimase un privilegio per ceti superiori. Si possono evidenziare due tratti della cultura greco-romana:

  • Era sostanzialmente urbana e cittadina
  • Costituiva una prosecuzione di quella ellenistica

In Oriente si preferivano filosofi poeti e scrittori greci in occidente letterati e poeti latini.

Le culture ellenizzate delle aristocrazie e le religioni greco-orientali

Nell’età imperiale era vivissima la ricerca di nuove esperienze religiose. L’ansia di salvezza individuale, la speranza di rinnovamento favorirono la diffusione delle religioni greco-orientali. Diversamente da quanto accadeva nel culto ufficiale romano le religioni greco-orientali proponevano pratiche di espiazione e contatti con le divinità che garantivano l’immortalità individuale. Costituivano grande speranza dei ceti meno abbienti, delle donne, degli schiavi. Notevole fortuna fra schiavi e diseredati ebbe nei primi secoli dell’impero, il culto della Grande Madre Cibele, nato in Frigia e diffuso anche in ceti elevati. Una fortuna ancora maggiore ebbe il mitraismo, di origine indo-persiana. Questo culto penetrò inizialmente nell’esercito e si diffuse poi in tutto il tessuto sociale.

La cultura ellenistico-romana, il cristianesimo e la formazione del potere episcopale

L’irradiazione del messaggio cristiano avvenne, prima che nelle campagne in tutti i ceti sociali delle città e quindi anche nelle aristocrazie. Gli aristocratici divennero per la loro istruzione e per l’esperienza acquisita nell’amministrazione pubblica, il ceto più influente e più adatto ad assumere funzioni sacerdotali e direttive nelle comunità cristiane. I testi sacri furono interpretati alla luce della riflessione filosofica della cultura greco orientale ed ellenistico-romana. Nacque così il cattolicesimo. La capacità organizzativa della comunità cristiana provocò l’ostilità degli imperatori. Allo Stato romani i cristiani dovevano apparire come una forza sovversiva in espansione per: il legame originario con il popolo ebraico, per il rifiuto di venerare la persona dell’imperatore e per il mistero di cui si circondavano.

Riepilogo

L’area mediterranea fu caratterizzata da un grande sviluppo delle città, introdotte dalle conquiste di Roma. Nonostante ciò, l’impero mediterraneo di Roma conservò sempre la fisionomia di una grande civiltà agricola. La città era un polo di sviluppo della campagna circostante, assolveva la funzione di centro commerciale, di punto di coordinamento politico-amministrativo, di fulcro di difesa da attacchi esterni, di sede episcopale. Vi risiedeva quella parte di popolazione che dirigeva la vita amministrativa, economica e sociale, fra cui emerse, nel tardo impero, l’aristocrazia senatoria, ricchissima e colta. Le aristocrazie urbane, i curiales, legate strettamente all’aristocrazia senatoria, esercitavano le funzioni amministrative nelle città.

La formazione culturale era ritenuta un elemento indispensabile per i ceti dirigenti, che ricevevano un’istruzione di stampo ellenistico, derivante dalla civiltà essenzialmente greca, caratteristica dei regni sorti dall’impero di Alessandro Magno. Fusa con elementi del mondo romano, questa cultura era caratterizzata da una forte senso dell’equilibrio e della misura, propri anche della gerarchia ecclesiastica del cristianesimo. Cardine dell’organizzazione cristiana era il vescovo, esponente, quasi sempre, del ceto aristocratico.

Capitolo II: L’impero fra III e V secolo

Il III secolo coglie l’impero romano in una profonda crisi: regnano il disordine e la guerra civile, le popolazioni nomadi premono sui confini, le strutture su cui si basa lo Stato danno segni di cedimento. Due imperatori corrono ai ripari: Diocleziano e Costantino. Essi riformano le strutture amministrative, l’esercito e l’organizzazione fiscale.

I piccoli contadini incapaci di pagare le tasse si indebitano e abbandonano i campi. Lo Stato li lega alla terra e il latifondo si estende notevolmente diventando una struttura fondamentale della società rurale. Un cambiamento di grande rilevanza concerne i rapporti con il cristianesimo. Il potere politico, che ha compiuto nel tempo numerosi sforzi per sradicare le organizzazioni cristiane, si rende conto del sostegno che ne potrebbe ricevere e muta rotta agli inizi del IV secolo: riconosce piena libertà di culto per tutti. Alla fine del secolo il cristianesimo è religione di Stato. L’organizzazione ecclesiastica viene a coincidere sempre di più con le ripartizioni amministrative dell’impero.

Diocleziano: una nuova struttura amministrativa dello Stato

Dal 235 al 284 d.C. si ha un periodo (anarchia militare) caratterizzato da ribellioni continue dei capi militari, dalla guerra civile, dalla debolezza del potere imperiale. Il senato non riusciva ad imporre la propria volontà, audaci spedizioni di barbari mettevano in pericolo l’integrità dell’impero. Il potere di creare e di destituire gli imperatori era caduto nelle mani dell’esercito. Diocleziano salito al potere nel 284 cercò di impedire il ripetersi delle lotte per la successione e assicurare un funzionamento efficiente del potere imperiale.

Creò un nuovo sistema di governo, tetrarchia, cioè governo a quattro. Il potere imperiale fu suddiviso fra due imperatori (augusti), l’uno con il compito di governare l’Occidente (Massimiano) e l’altro l’Oriente (Diocleziano). Ciascuno dei due associò al potere, come coadiutore, un “cesare” destinato a succedergli alla sua morte. In questo modo il peso del governo sarebbe stato suddiviso fra quattro persone dando maggiori garanzie di funzionalità. La sua introduzione non dette tuttavia i frutti sperati: al ritiro di Diocleziano a vita privata nel 305 si scatenarono scontri per la successione. Il potere fu temporaneamente diviso fra i vincitori Licinio (Occidente) e Costantino (Oriente), finché nel 324, Costantino vinse l’avversario e rimase unico imperatore fino alla morte (337).

A rafforzare l’unità politica e l’autorità imperiale mirò un’altra riforma di Diocleziano, che modificò la struttura amministrativa dello Stato. L’impero fu suddiviso in quattro prefetture: Gallie, Italia, Illirico, Oriente. Queste vennero a loro volta suddivise in dodici diocesi governate da vicari con funzioni prevalentemente giudiziarie e fiscali e comprendenti ciascuna un numero vario di province. In ognuna di queste il potere militare fu affidato a un dux dipendente dai tetrarchi e fu completamente separato da quello civile che venne affidato ai governatori praeses.

Riorganizzazione dell’esercito e riforma fiscale

Furono necessarie due altre riforme avviate da Diocleziano e portate a termine da Costantino: quella dell’apparato militare e quella fiscale.

Riforma militare

Da molto tempo l’esercito era un esercito di frontiera dislocato presso la linea di confine (limes). La sua dispersione lo rendeva fragile. Le riforme militari crearono invece un grosso esercito di manovra, stanziato nelle città e pronto a intervenire in caso di bisogno. I suoi appartenenti presero il nome di comitantes. Il problema della difesa dei confini fu risolto creando in prossimità di essi una milizia territoriale costituita da limitanei. Procurare tali soldati toccava ai proprietari fondiari e si favorì sempre di più il ricorso a elementi germanici più facili da reclutare.

Riforma fiscale

Diocleziano basò il suo sistema di riscossione su due imposte: l’imposta fondiaria, chiamata annona, e l’imposta personale. L’unità di imposizione fondiaria, variabile in rapporto alla qualità dei terreni, era chiamata iugum (iugatio); l’unità di imposizione personale, che colpiva la quantità di manodopera disponibile, caput, (capitatio). La revisione della tassazione avvenne ogni quindici anni. L’annona veniva riscossa in natura per assicurare all’esercito le necessarie provviste di viveri.

Coloni e latifondisti: i rapporti sociali nelle campagne

  • Il peggioramento della sorte dei coloni;
  • La concentrazione delle terre e l’incremento dei poteri dei proprietari terrieri;
  • L’instaurarsi di un rapporto di solidarietà fra piccoli contadini e latifondisti.

La forte pressione fiscale e l’insicurezza dovuta alle invasioni barbariche provocò alcuni fenomeni rilevanti nella distribuzione delle proprietà. La necessità di bloccare l’esodo dei contadini dalla campagne indusse gli imperatori a legare i coloni alla terra. Il colono non poteva cambiare lavoro: era un servus terrae (legge emanata nel 393 dall’imperatore Teodosio). La grande proprietà terriera invece crebbe notevolmente e divenne un’importante struttura della società. Si creò un rapporto di protezione fra grande proprietario e piccoli agricoltori detto "accomandazione" (commendatio). Spesso i latifondi più grandi erano esenti dalle imposte.

Oriente e Occidente

All’inizio del IV secolo la realtà dell’impero esigeva un governo separato tra Oriente ed Occidente. Costantino fondò sulle rive del Bosforo una nuova capitale che prese il nome di Costantinopoli. La separazione dell’impero divenne più profonda alla morte di Teodosio (395) che designò a succedergli i due figli Onorio a cui assegnò l’Occidente con capitale a Milano ed Arcadio a cui assegnò l’Oriente con capitale Costantinopoli. Il contrasto era tale che Costantinopoli inviò come alleati nell’Illirico rivendicato da Onorio i Visigoti. Il loro re Alarico, dopo essere stato nell’Illirico, varcò le Alpi dilagando nella pianura padana.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher evolution87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Comba Rinaldo.
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