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Riassunto esame Storia Medievale, prof. Zorzi, libro consigliato Manuale di Storia Medievale, Zorzi

Riassunto per l'esame di Storia Medievale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Zorzi: Manuale di Storia Medievale, Zorzi, dell'università degli Studi di Firenze - Unifi, facoltà di Lettere e filosofia. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia medievale docente Prof. A. Zorzi

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9. LA CIVILTÀ URBANA – SECOLI XII & XIV

Il rinnovamento della cultura:

Dall’XI secolo il numero di persone in grado di leggere e scrivere si allargò considerevolmente, coinvolgendo

i laici. Tale aumento fu l’esito delle necessità pratiche per l’espansione mercantile e giurisdizionale.

Nelle città sorsero le scuole dapprima private e poi, dal XIII secolo, organizzate dalle autorità pubbliche;

insegnavano a leggere, a scrivere e a fare di conto, oltre a fornire apprendistato organizzati dalle

corporazioni di mestiere.

L’afflusso di nuove conoscenze e la crescente richiesta di istruzione di carattere avanzato portarono alla

formazione di studia, le università (la prima a Bologna, poi Parigi, Oxford, Padova, Napoli, Salerno, Tolosa),

le quali intrattennero rapporti non sempre facili con le autorità cittadine locali, cercando invece

riconoscimenti e privilegi da sovrani e pontefici. Il primo ciclo di insegnamenti era fornito dalla facoltà delle

arti (Trivio e Quadrivio) che durava circa sei anni e alla quale si accedeva intorno ai tredici anni; il

conseguente titolo di baccelliere dava accesso alle facoltà maggiori di diritto civile (Corpus iuris civilis di

Giustiniano), canonico (Decretum Gratiani del monaco Graziano), di medicina e di teologia; al termine degli

studi era rilasciato il titolo di dottore, che permetteva di insegnare ovunque.

Tra XI e XII secolo si affermarono due nuovi fenomeni: la messa per iscritto di testi in volgare con la

diffusione della letteratura epica (Chanson de Roland, Cantar del mio Cid, Nibelungenlied, i rimatori

siciliani) e la riscoperta degli autori greci, ebrei e arabi.

Dal punto di vista architettonico dal X al XII secolo venne diffondendosi lo stile romanico, rappresentando il

trionfo della pietra quale elemento costruttivo utilizzata per le coperture con volte a crociera o a botte,

rendendo tutti gli elementi architettonici “più pesanti”. Successivamente dal XIII secolo si diffuse il gotico,

che al contrario si caratterizzava per lo slancio verticale degli edifici, una maggiore eleganza e raffinatezza

nei tratti e nelle decorazioni, e soprattutto per l’ampio uso della luce filtrata nelle chiese da larghe vetrate

colorate.

Le autonomie politiche:

Tra XI e XIII secolo si affermarono in quasi tutte le città europee forme di autogoverno che esprimevano la

forza dei nuovi soggetti politici urbani. Nelle regioni europee e nell’Italia meridionale le città ottennero

governi misti che riconoscevano prerogative e diritti parziali sotto la presenza degli ufficiali regi (i quali

frenavano le autonomie). Nell’Italia settentrionale i “comuni” ottennero spazi di autonomia pressoché

totale (circolazione di esperienze istituzionali, forte articolazione e differenziazione, legame con le aree

extraurbane, elaborazioni intellettuali), spesso ribellandosi alla dominazione imperiale e pontificia.

Lo sviluppo di ampie autonomie politiche fu il risultato da un lato della forza economica, sociale e culturale

delle città, e dall’altro dalla debolezza dei sistemi politici entro cui esse erano inserite (principati e impero).

L’aristocrazia militare (milites) forniva la potenza belligerante, l’élite commerciale (negotiatores) la

disponibilità economica e gli uomini di cultura (iudices) la competenza giuridica. La proiezione territoriale

delle città italiane si tradusse nel controllo diretto del contado circostante, anche ricorrendo a vincoli

feudali per legare i signori rurali, i quali spesso decisero di integrarsi nel mondo urbano.

Nella maggior parte delle città italiane le prime esperienze di autogoverno maturarono grazie ai consiglieri

amministrativi dell’autorità vescovile, i quali progressivamente allontanarono sempre più quest’ultimo,

indebolito dalle riforme papali (non avevano più il sostegno dell’aristocrazia), dal governo degli affari

cittadini. 21

Periodo consolare: Il nuovo ordine politico consiliare consistette inizialmente in assemblee di cittadini

eminenti (cives) che eleggevano come loro rappresentanti dei consoli (consules) per il governo politico,

militare e giudiziario delle città. Questo sistema si fondava sulla partecipazione dei cittadini, il principio

elettivo, la discussione pubblica e l’alternanza dei governatori. Le città non disconobbero la sovranità

imperiale ma rivendicarono il diritto all’autogoverno.

Dopo il conflitto della lega lombarda contro Federico I Barbarossa, con la pace di Costanza del 1183 alle

città venne garantito il diritto di esercitare i poteri regi, di eleggere i propri consoli, di costituire leghe, di

esercitare diritti sul territorio e di erigervi fortezze. La sconfitta da parte di Federico II si risolse in una

provvisoria sottomissione che svanì alla morte di quest’ultimo nel 1250.

Periodo podestarile: Lo sviluppo politico maturò ad inizio XIII secolo, dando luogo all’affermazione del

gruppo dirigente (milites), alla stabilizzazione delle istituzioni e a un decisivo riordinamento amministrativo

e giuridico (statuti cittadini). Il governo consolare venne sostituito da quello podestarile nel tentativo di

sedare le continue rivalità all’interno dei comuni (il podestà era un politico professionista forestiero).

Tuttavia la crescita demografica e lo sviluppo economico promossero la continua ascesa di gruppi sociali e

familiari detti “di popolo” fino ad allora esclusi dalla partecipazione politica; tramite mobilitazioni armate

d’intesa con le corporazioni di mestiere il popolo affiancò al podestà un consiglio di anziani per tutelare gli

interessi dei pedites.

Periodo signorile: Alla fine del XIII secolo i governi comunali e di popolo non furono più in grado di offrire

una cornice stabile alla crescente complessità della convivenza sociale e politica (corporazioni, partes,

poteri personali e signorili). L’effetto più evidente fu la moltiplicazione dei processi di esclusione dagli uffici

politici e dalle città stesse (pars imperii vs. pars ecclesiae; milites vs. populares). In una varietà di

configurazioni istituzionali, spesso ibride, l’evoluzione generale fu quella verso la sperimentazione di forme

di potere personale e signorile o la progressiva concentrazione del potere in ristrette oligarchie di nobili e

mercanti.

In numerose città, prima nella zona padana e poi nell’Italia centro-settentrionale, i consigli municipali

cominciano a conferire a un singolo cittadino eminente (che era stato podestà o capitano del popolo) un

potere incondizionato, svincolato dagli statuti della città, per sedare le rivalità interne.

Questo permise a tali individui, dotati di beni fondiari e di investiture imperiali, di costituire dominazioni su

costellazioni di città e di territori rurali sfruttando i conflitti tra le fazioni. Le prima costituzioni signorili si

estinsero per la fragilità di domini ramificati sul territorio ma non radicati in alcuna città; mentre più stabili

e durature si rivelarono le signorie che si svilupparono all’interno di singoli centri urbani pe iniziativa di

famigli influenti. Tendenza comune fu la capacità di farsi attribuire cariche a vita o addirittura ereditarie.

Le signorie rafforzarono progressivamente il proprio dominio tramite la creazione di organi ristretti,

cancellerie e archivi a loro direttamente dipendenti, svuotando le istituzioni consiliari e abolendo molti

uffici comunali (la partecipazione cittadina assunse un tenore prevalentemente consultivo).

Verso la metà del XIV secolo si erano ormai stabilmente affermati governi signorili in quasi tutte le città

comunali. Solo in pochissime erano sopravvissute esperienze a comune, a costo di pronunciate

ristrutturazioni in senso oligarchico (Siena, Venezia, Genova). 22

10. CRISI E NUOVI SVILUPPI – SECOLI XIV E XV

Depressione demografica e ristrutturazioni economiche:

Carestie: La popolazione europea subì un drammatico calo nel corso del XIV secolo principalmente a causa

di una sovrappopolazione relativa, ovvero lo squilibrio tra disponibilità di risorse alimentari (carenza

strutturale per l’assenza di concimi, terreni marginali coltivati che vanno via via ad insterilirsi) e l’eccessivo

numero di uomini. I sistemi immunitari si indebolirono e l’Europa rincominciava a morire di fame.

Epidemie: A peggiorare la situazione, nel 1348 si abbatté una terribile epidemia di peste bubbonica

proveniente dal Kazakistan (dove era endemica) tramite gli empori mercantili del Mar Nero, passando da

Costantinopoli e risalendo il continente fino alla Russia: la peste nera (il suo dilagare fu favorito dalle

precarie condizioni igieniche e dalla denutrizione). La peste rimase endemica in Europa fino al XVIII secolo.

Guerre: Anche le guerre ebbero un peso non trascurabile sul declino demografico: le guerre in Francia e

nelle Fiandre durante la guerra dei Cent’anni tra inglesi e francesi, gli scontri dinastici tra i regni Spagnoli, le

guerre tra i principati Italiani.

Secondo alcuni studiosi il declino demografico determinò una contrazione della domanda di beni,

riducendo il livello globale della produzione e del commercio; secondo altri il calo della popolazione

avrebbe portato un miglior tenore di vita dei sopravvissuti, aumentando la ricchezza media e stimolando la

domanda di beni di consumo. Il calo della popolazione significò meno persone disponibili per la coltivazione

dei campi e le lavorazioni manifatturiere, oltre a meno bocche da sfamare, di conseguenza i salari urbani

crebbero a fronte di un calo dei prezzi delle rendite agricole (minor domanda).

I coltivatori abbandonarono i terreni marginali meno fertili e diversificarono la produzione verso generi più

pregiati e redditizi. Le terre incolte furono trasformate in pascoli, dando luogo ad un eccezionale sviluppo

dell’allevamento. Venne diffondendosi la mezzadria, contratto di breve durata (1-5 anni) che prevedeva la

ripartizione a metà dei prodotti della terra tra proprietario e contadino, in cambio di una serie di

investimenti da parte del padrone (sementi, attrezzi, animali da lavoro).

Il calo della popolazione fece crescere i costi di produzione ed il mutamento più evidente nella produzione

manifatturiera fu la diversificazione delle merci, determinando la crescita economica di alcune regioni e il

declino di altre. Inoltre il lavoro subì una ristrutturazione: la figura dell’artigiano perse di importanza a

vantaggio di una manifattura decentrata, dove le varie fasi delle lavorazioni cominciarono a separarsi sotto

la guida di mercanti-imprenditori.

Le difficoltà dell’economia coinvolsero anche le attività creditizie: le perpetue guerre resero i sovrani

insolventi oppure li costrinsero a forti svalutazioni, la conseguenza fu un crollo a catena delle principali

compagnie di banchieri (Bonsignori di Siera, Ricciardi a Lucca, Ammanati e Chiarenti a Pistoia, Bardi e

Peruzzi a Firenze). Le banche vennero riorganizzate in filiali con capitali propri e con autonomia di gestione,

in modo da limitare la bancarotta all’unica filiale responsabile del prestito.

Anche per le attività mercantili furono affinati ulteriormente gli strumenti assicurativi e le lettere di

cambio, come ad esempio con la partita doppia, che teneva distinte entrate e uscite. Il sistema delle fiere

declinò definitivamente, sostituito dalla rete stabile delle filiali commerciali e dal forte incremento dei

trasporti marittimi. 23

Reazioni e ripresa:

La peste destò enorme impressione tra i contemporanei. Grazie all’osservazione empirica vennero adottate

misure per circoscriverne la diffusione: divieto di assembramenti, limitazione degli spostamenti,

segregazione dei malati nei lazzaretti. La sensibilità religiosa rispose in funzione apocalittica: si diffusero le

pratiche di penitenza e di pellegrinaggio, crebbero i lasciti in favore di chiese e ammalati, vennero incolpate

le popolazioni non cristiane (96 pogrom tra 1348 e 1350) e le guaritrici (caccia alle streghe), in alcune zone

ci si lasciava andare all’euforia (baldorie, tornei, banchetti).

Tra XIV e XV secolo le campagne (1358 – Jacquerie in Francia, 1351 – in Kent ed Essex, 1345 – in Estonia,

1380 – rivolta dei tuchini tra Piemonte e Provenza) e le città (1360-1430 in Germania, 1297 nelle Fiandre,

1339-1383 – ciompi a Firenze, Genova, Siena e Perugia), d’Europa furono attraversate da un’ondata di

rivolte. Causa trainante fu il peggioramento delle condizioni di vita, ma caratteristica comune fu l’assenza di

ogni contestazione della legittimità delle autorità: i contadini e i cittadini si battevano per la ridistribuzione

della ricchezza e per la partecipazione politica.

Le condizioni dei contadini peggiorarono notevolmente: i signori tornarono ad esigere le corvées per

abbassare i prezzi di produzione, recintarono i terreni che in precedenza erano a sfruttamento collettivo,

esigettero nuove tasse per finanziare le guerre.

Le condizioni di vita dei braccianti e dei salariati erano misere e permanentemente precarie. Reclutati

spesso a giornata, senza protezioni corporative (salari fissati dagli imprenditori), essi scivolavano spesso

nell’indigenza, dandosi alla mendicità o alla piccola delinquenze.

Nel XV secolo il ritrovato equilibrio tra risorse alimentari e numero di individui e l’aumento della

produttività dei raccolti, posero le basi per l’inversione della tendenza demografica.

Nel settore agricolo l’Olanda, la Lombardia e l’Inghilterra meridionale svilupparono un sistema integrato di

colture e allevamento progredito per l’epoca (prati irrigui ben concimati e pratiche di avvicendamento delle

colture); al contrario le regioni che si erano aperte all’allevamento brado e transumante di ovini (che si

nutrono anche delle radici) andarono incontro all’impoverimento a lungo termine dei terreni, come

nell’Italia meridionale e in Spagna.

Nelle attività mercantili si accentuò la trasformazione del mercante da negoziatore impegnato in prima

persona nei commerci a figura sedentaria a capo di grandi compagnie con filiali estere, operanti non più

solo nel traffico di merci ma anche nel cambio del denaro, nella produzione manifatturiera e negli

investimenti fondiari (da mercante a imprenditore). La concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi

benestanti permise loro di investire nella cultura. La lunga fase di crisi coincise con l’avvio del periodo di

fioritura articstica, letteraria, architettonica che va sotto il nome di Rinascimento. 24

11. IL DECLINIO DEI POTERI UNIVERSALI – SECOLI XIV E XV

Il papato e la società cristiana:

Tra la fine del XII e l’inizio del XIV secolo maturò il declino delle concezioni universalistiche di papato e

impero sul piano ideologico. Il declino di entrambi i poteri universali favorisce la formazione di una nuova

concezione elaborata nel corso del XIV secolo: l’ideologia regia prevede l’autonomia del potere regio sia da

quello pontificio sia da quello imperiale. Il potere del re discende direttamente da Dio, mediato dal

consenso del popolo; all’interno del proprio regno i sovrani non riconoscono al potere superiore.

Nella bolla Unam Sanctam del 1302 di Bonifacio VIII si affermava che il potere temporale era affiancato ai

laici secondo il comando e la condiscendenza del clero, ma la nuova realtà politica europea, dove

l’antagonista del papa era un re forte del legame con i propri sudditi, rese anacronistiche tale pretese.

L’ideologia imperiale venne sviluppata da Guglielmo di Ockham, il quale concepiva la Chiesa come una

società spirituale nella quale era negato al papa ogni intervento nel dominio politico, e da Marsilio da

Padova, che considerava il potere politico derivante da Dio espresso dal consenso del popolo. Filippo IV il

Bello, re di Francia (1285-1314) nel conflitto che lo oppose a Bonifacio VIII ricorse agli stati generali e ad

alcuni giuristi (Pietro Dubois, Guglielmo di Nogaret) per garantirsi il sostegno del regno contro le pretese

del papa.

Periodo avignonese: Al culmine dello scontro tra Bonifacio VIII e Filippo IV il Bello, il re concepì il disegno di

condurre il papa davanti a un tribunale francese per sottoporlo al giudizio di lesa maestà. Il complotto

terminò con la morte del pontefice e l’elezione del francese Clemente V; temendo un’accoglienza ostile da

parte dei romani, nel 1309 il nuovo pontefice trasferì la curia pontificia ad Avignone, dove sarebbe rimasta

fino al 1377.

La lunga permanenza della curia ad Avignone rafforzò i rapporti tra papato e regno di Francia. Lontana dai

conflitti e dalle pressioni delle grandi famiglie romane, la curia poté sviluppare un efficiente apparato

amministrativo che consentì ai pontefici di rafforzare la loro natura monarchica, riducendo sempre più

l’autonomia delle istituzioni ecclesiastiche locali. Le entrate cui i papi avignonesi poterono disporre ne

fecero la quarta potenza finanziaria d’Europa dopo i regni di Francia, Inghilterra e Napoli. La residenza ad

Avignone fu tuttavia caratterizzata anche dall’accentuarsi dei fenomeni di corruzione (vendita delle

indulgenze); queste pratiche contribuirono alla perdita di autorità morale del papato, sollecitando i fedeli a

chiederne un ritorno a Roma.

Periodo scismatico: Gregorio XI riportò a Roma la curia nel gennaio del 1377 assieme ad una rinnovata

azione spirituale, tuttavia la rapida dipartita del pontefice fece spaccare il collegio dei cardinali riguardo

l’elezione del nuovo papa. I prelati italiani elessero Urbano VI, mentre i francesi elessero Clemente VII: i

papi diedero vita a due collegi cardinali e a due curie ed entrambi ebbero dei successori. Il mondo cristiano

si trovò diviso per lunghi anni in due schieramenti opposti, non solo religiosi ma anche politici in

conseguenza al sistema di alleanze operanti con la guerra dei Cent’anni.

Periodo conciliarista: Lo scisma inaugurò un periodo difficile per il papato. I papi contrapposti furono

costretti a moltiplicare concessioni e privilegi ai sovrani che li sostenevano; l’effetto fu quello di un

profondo indebolimento dell’autorità pontificia. I prelati di entrambi i fronti riuscirono a convocare a Pisa

nel 1409 un concilio che depose e dichiarò eretici entrambi i pontefici, ed elessero un nuovo papa nella

figura di Alessandro V; tuttavia gli altri papi rifiutarono di abdicare, i pontefici divennero addirittura tre. 25

Il re di Germania Sigismondo convocò allora il concilio di Costanza nel 1414, esprimendo la volontà di Cristo

tramite centinaia di prelati e teologi vennero prese importanti decisioni in merito all’unità e alla riforma

della chiesa e alla purezza della fede (decreti Haec Sancta e Frequens). Vennero deposti i tre papi e al loro

posto venne eletto Martino V nel 1417. Il successore Eugenio IV tentò di ristabilire il potere pontificio; i

conciliaristi si divisero tra Ferrara e Basilea, ma quest’ultimi lo sostituirono con Felice V. Dopo aver eletto

Niccolò V nel 1449 il concilio, a fronte dell’assenteismo, si sciolse definitivamente.

L’indebolimento dell’autorità pontificia nel periodo scismatico e conciliarista consentì ai sovrani di

svincolare dal controllo della curia il governo delle istituzioni ecclesiastiche locali. Nel 1438 il re di Francia

emanò la Prammatica sanzione per proclamare l’elezione locale dei vescovi e degli abati, la competenza

dei tribunali civili in materia ecclesiastica, e la drastica riduzione dell’intervento papale in tema di tasse e

benefici. Nel 1439 un documento analogo fu adottato nell’Impero, mentre in Inghilterra l’autorità de

vescovi si estese nel XV secolo a tutte le istituzioni ecclesiastiche del regno.

Dalla metà del XIV secolo tornarono a consolidarsi le tendenze alla centralizzazione del governo pontificio.

Terminato lo scisma, le donazioni e le entrate fiscali si fecero nuovamente intense: la nuova ricchezza

accentuò l’orientamento mondano delle gerarchie ecclesiastiche. I cardinali e i vescovi si occuparono

crescentemente di politica e di diplomazia, divennero titolari di più episcopati senza risiedere in sede,

affidarono cariche e benefici ecclesiastici a membri della propria famiglia (nepotismo).

Nuovi fermenti religiosi:

La crescente attesa escatologica che si manifestava nelle correnti pauperistiche e spiritualistiche indusse la

Chiesa a riconoscervi dei pericolosi fermenti di eresia da schiacciare duramente. Tra la fine del XIII e la

prima metà del XIV secolo l’Europa cristiana venne attraversata da un’ondata di processi: chi si opponeva

alla sovranità pontificia fu sistematicamente tacciato di ribellione e di eresia; la ribellione, in quanto

attentato alla sovranità, era considerato un crimine contro la maestà divina.

Le correnti spirituali francescane, assertrici di un pauperismo radicale, si contrapposero di fatto alla Chiesa

come istituzione di potere. Il concilio di Vienne del 1311 condannò la tesi centrale del pauperismo (cioè

quella che sosteneva che Gesù e gli apostoli non avessero mai posseduto niente). La corrente degli spirituali

fu duramente repressa dall’inquisizione nonostante l’appoggio dato loro dall’imperatore, che nel 1328

dichiarò deposto il pontefice. Dai francescani si distaccò Gherardo Segarelli, fondando la setta degli

apostolici che si propose di rinnovare la purezza di dottrina e di vita dell’età degli apostoli, rifiutando

l’obbedienza all’autorità ecclesiastica e predicando la penitenza. Condannato al rogo come eretico, vi

subentrò fra Dolcino, anch’esso poi inquisito e condannato a morte.

Esigenze di una religiosità più individuale si diffusero nel corso del XIV secolo seguendo orientamenti

mistici, cioè atteggiamenti di rapporto diretto con la divinità alla ricerca di un’illuminazione interiore

(Johannes Exkhart, Caterina da Siena, “devozione moderna” nei Paesi Bassi).

Alcune eresia assunsero un esplicito significato di rivolta sociale e di opposizione politica alla Chiesa di

Roma. Alla “chiesa visibile” del papa e dei sacerdoti, un teologo di Oxford, John Wyclif (1320-1384),

contrappose una “chiesa invisibile” costituita da tutti i cristiani, traducendo la bibbia in inglese e

richiamando gli ideali evangelici di purezza e povertà (seguici: lollardi). Le teorie di Wyclif vennero riprese

dal boemo Jan Hus; avendo creato un grosso seguito (hussiti), alla sua morte la Boemia venne investita da

una violenta rivoluzione in chiave antimperiale e antipapale. L’ala moderata degli utraquisti trovò

compromesso con il concilio di Basilea nel 1433, mentre quella radicale dei taboriti venne sconfitta in

battaglia l’anno seguente.

Le esigenze insoddisfatte di riforma dei fedeli fece sorgere nuove organizzazioni e movimenti: esperienze di

vita in comune (beghinaggio) e attività caritative e assistenziali (confraternite). Grande diffusione ebbero i

terzi ordini di laici che si impegnavano in esercizi di devozione e di pietà. In molti ordini monastici e

conventuali si manifestò l’esigenza di tornare alla piena osservanza delle regole iniziali, sorsero così

numerose congregazioni di osservanti. 26

Gli imperi:

Impero tedesco: Il potere dell’impero era stato ridimensionato dall’interregno seguito alla morte di

Federico II e dalla debolezza dei suoi successori (Rodolfo I d’Asburgo, Enrico VII di Lussemburgo, Ludovico

dei Wittelsbach di Baviera). Il patrimonio imperiale, dislocato soprattutto nell’area renana, era andato

disperso nel corso del XIII secolo per le elargizioni dei sovrani svevi, i quali avevano anche concesso larghe

autonomie a principati e città; l’autorità dell’imperatore era ulteriormente indebolita dal fatto che egli

venisse eletto, senza così riuscire a creare una stabilità dinastica.

Nella dieta di Rhens del 1338 venne stabilito che il futuro sovrano avrebbe associato automaticamente la

corona regia a quella imperiale senza bisogno di conferma da parte del papa; nella Bolla d’oro di Carlo IV

nel 1356 venne fissato il collegio dei sette principi che avevano il privilegio di eleggere l’imperatore, oltre a

confermare come non fosse più necessario ottenere anche la corona d’Italia e la consacrazione pontificia. Il

titolo imperiale perse così definitivamente le prerogative universalistiche, accentuando la sua natura

prettamente tedesca. Ad alternarsi al trono furono soprattutto le casate dei Wittelsbach (Baviera), dei

Lussemburgo (Boemia) e degli Asburgo (Svizzera, Tirolo e Carinzia).

Alberto II d’Asburgo unì tramite matrimonio le corone d’Austria, Boemia e Ungheria nelle sue mani,

iniziando il dominio asburgico che sarebbe divenuto di fatto dinastico per tutta l’età moderna.

L’autorità imperiale veniva esercitata solo in alcune regioni tramite l’organismo rappresentativo del

parlamento imperiale (Reichstag), mentre nei principati (Landen) vennero affermandosi patti di diritto

consuetudinario (Landfride) tra signori e organismi politici presenti all’interno del territorio, i principi

svilupparono anche strutture amministrative tipiche degli stati sovrani (apparati fiscali, eserciti, tribunali,

assemblee).

Nell’area renana, nella Germania meridionale e sulle coste del Mar Baltico si erano sviluppate le maggiori

città tedesche, governate da un’attiva borghesia mercantile, che si unirono in leghe (Hanse) e

combatterono contro i principi per ottenere maggiori autonomie. Nonostante alcuni successi iniziali, le

leghe subirono pesanti sconfitte dagli eserciti signorili e furono costrette a sciogliersi definitivamente in

seguito alla pace generale del 1399.

Durante i regni di Carlo IV, Venceslao e Sigismondo vennero manifestandosi i primi sentimenti nazionali

boemi che si intrecciarono alla diffusione della predicazione hussita, caratterizzandosi per un forte umore

antigermanico.

Ad est i Cavalieri Teutonici, dopo la fusione con l’ordine dei Portaspada, raggiunsero la loro massima

estensione alla metà del XIV comprendendo le odierne Prussia, Estonia, Lettonia e Lituania. La sconfitta da

parte dell’esercito lituano-polacco nel 1410 aprì una lunga fase di rivolte che lo costrinsero a cedere la

Prussia orientale al re di Polonia, frenando l’espansione tedesca verso est. 27

Impero Bizantino: Dopo il saccheggio di Costantinopoli del 1204 (IV Crociata) i crociati si spartirono il

territorio bizantino in principati dando vita a un cosiddetto impero latino d’Oriente di cui i veneziani

monopolizzarono gli empori commerciali.

L’alleanza con i mercanti genovesi consentì a Michele Pelagio di riprendere Costantinopoli nel 1261 e di

restaurare la sovranità imperiale, che tuttavia si estendeva solo sulle regioni affacciate sul Bosforo e a

qualche isola del mare Egeo. L’impero dovette difendersi dall’avanzata degli slavi nei Balcani e dei Turchi in

oriente. Sotto la dinastia dei Paleologi le signorie terriere ottennero sempre più privilegi sino a raggiungere

l’ereditarietà. L’economia ne uscì ulteriormente indebolita a causa delle spese per i mercenari,

dell’apparato commerciale-finanziario gestito da agenti veneziani e ai genovesi, e a causa della continua

svalutazione monetaria.

L’unica autorità che non perse forza fu quella del patriarca di Costantinopoli, che assunse una dimensione

sempre più ecumenica attorno alle gerarchie monastiche del monte Athos, fautrici di un cristianesimo

contemplativo e spiritualistico.

Impero Ottomano: Sin dal 1058 la dinastia turca dei Selgiuchidi aveva assunto la guida di fatto del califfato

di Baghdad, integrando i territori egiziani e della Mesopotamia con Salah ed-Din Yusuf nel 1171.

Da uno degli emirati creati a seguito dell’invasione mongola del XIII secolo prese avvio l’affermazione degli

Ottomani, che tramite l’emiro Osman I cominciò ad espandersi in tutta l’Asia Minore. Murad I nel XIV

secolo conquistò la Tracia e la penisola europea di Gallipoli. L’espansione procedette in Macedonia,

Albania, Bulgaria e Valacchia venendosi a scontrare con il regno di Serbia, il quale dovette assoggettarsi nel

1389 come aveva già fatto l’imperatore di Bisanzio nel 1371.

Una crociata fu bandita dal papa Bonifacio IX ma la spedizione venne sconfitta a Nicopoli nel 1396, e il

califfo di Baghdad riconobbe al capo ottomano Bayazid I il titolo di sultano (il “re” occidentale). Gli

ottomani dovettero arrestare la loro espansione solamente a causa della rinnovata espansione mongola

guidata dal capo tartaro Timur-lenk (noto in Europa come “Tamerlano”), il quale giunse a saccheggiare

Baghdad e catturare Bayazid I nel 1402.

Morto Tamerlano, gli ottomani ripresero l’espansione in Asia, nel Mar Nero e nei Balcani. Un altro esercito

crociato venne sconfitto e Costantinopoli cadde nel 1453. L’ultimo imperatore bizantino, Costantino XI, vi

morì combattendo. L’espansione giunse fino al Friuli, spazzando via dall’Egeo e dalla Crimea gli avamposti

mercantili genovesi e veneziani.

Fu Maometto II ad assicurare l’unità amministrativa e giuridica all’impero, sul fondamento della legge

coranica musulmana (sharia). L’autorità era accentrata nella figura del sultano, il quale era affiancato da un

visir (spesso scelto tra uomini di umili origini) nella funzione di primo ministro, mentre le province e gli stati

soggetti venivano governati dai pascià. Il nucleo della potenza militare era costituito dal corpo dei

giannizzeri. Il governo turco fu meno oppressivo di quello bizantino e tollerante della religione e delle

popolazioni sottomesse, che rimasero in larga parte cristiane ortodosse. 28

12. LA FORMAZIONE DEGLI STATI – SECOLI XIV E XV

Dai regni agli stati:

Il rafforzamento in senso statale dei regni europei tra XIV e XV secolo (nel senso di maggiore stabilità

politico-amministrativa e territoriale), fu caratterizzato dall’evoluzione di processi già in atto da secoli e

dall’emergere di nuovi fenomeni. Solo in Francia e in Inghilterra si costituirono delle monarchie a carattere

nazionale, nelle altre regioni continuò ad essere forte il peso dei poteri territoriali locali (signorie

territoriali, città, comunità rurali, istituzioni ecclesiastiche, ecc.), ciascuno titolare di poteri e prerogative.

A rendere precari i consolidamenti delle sovranità nazionali non furono solo le crisi dinastiche e le sconfitte

militari, ma soprattutto la forza dei corpi politici presenti nel regno, che contrastarono l’affermazione delle

monarchie: le rivolte della nobiltà, delle città e dei contadini costellarono il XIV e il XV secolo. Prese forma

una gestione pattizia del potere attraverso costanti negoziazioni e ingerenze nei sistemi di governo;

espressione istituzionale del patto reciproco tra il sovrano e i corpi furono le assemblee rappresentative

(“stati generali” in Francia, “cortes” in Spagna, “parlamenti” in Inghilterra, “diete” in Germania). Queste

contribuirono a rafforzare la coesione sociale e politica dei regni, dove nei vari “corpi” politici si formò una

consapevolezza dell’esistenza di interessi comuni tra tutti gli appartenenti ad un’unica comunità politica.

I grandi patrimoni fondiari rimasero nelle mani delle famiglie aristocratiche, consolidandone la potenza

economica e la preminenza sociale (talora esenti dalla tassazione regia, inquadramento politico); furono

tuttavia delimitate le autonomie di esercizio dei poteri signorili, cercando di inquadrare i titolari di tali

poteri (oltre ai gruppi dirigenti urbani) nell’ambito dell’amministrazione dei regni.

Si crearono le Chiese nazionali, quando i sovrani stipularono accordi e concordati con il papato romano

dalla metà del XV secolo per porre sotto il controllo dei poteri civili il conferimento dei benefici, la

giurisdizione delle corti ecclesiastiche e la tassazione dei beni della Chiesa.

I sovrani si proposero crescentemente come referenti delle varie componenti del regno offrendo sicurezza

e pacificazione, garantendo l’ordine interno e difendendo il paese dai nemici. Ciò gli fornì la base ideologica

per legittimare il suo diritto a imporre le tasse, amministrare la giustizia e potenziare gli apparati militari.

L’autorevolezza dei re si fondava sulla loro effettiva capacità di garantire la pace interna e di offrire giustizia

ai sudditi. L’ordine pubblico fu assicurato da appostiti contingenti di milizie dislocate nei territori del regno

(creazione degli eserciti di leva permanenti), tramite giudici itineranti di nomina regia e tramite una

rinnovata attività legislativa. Un’altra innovazione fu la creazione di corpi stabili di funzionari incaricati di

presiedere alla cura delle relazioni diplomatiche con i governi stranieri (ambasciate), i quali inoltre

informavano quotidianamente la propria patria sulle vicende interne al paese ospitante.

Nella dilatazione degli apparati amministrativi si affermò l’idea che l’ufficiale non fosse al servizio diretto

del re, ma svolgesse qualificate funzioni in senso più generale per il regno; venne a formarsi un’embrionale

burocrazia non più reclutata in base allo status sociale bensì alle competenze (alla cui formazione

provvedevano le sempre più diffuse università). La crescita degli apparati amministrativi, la necessità di

pagare gli stipendi in moneta, l’opportunità di concedere prestiti agli alleati e ai sudditi aumentarono

costantemente le esigenze finanziarie dei sovrani. Non più sufficienti le rendite sui territori cui i re

esercitavano un dominio diretto, i sovrani dovettero cercare nuovi cespiti di entrata: il più alto derivava

ancora dalle imposte indirette (estese a più stretti controlli doganali e al consumo di prodotti quotidiani),

ma si fece un crescente ricorso anche a quelle dirette grazie al dispiegarsi di una rete di esattori fiscali

(“tassa sul focatico” in Francia, “poll tax” in Inghilterra). 29

Verso gli stati nazionali:

La guerra dei Cent’anni contrappose la corona inglese e quella francese dal 1337 al 1453. I sovrani inglesi

possedevano ancora territori e diritti nel regno di Francia (di cui erano vassalli) quando nel 1328 il re di

Francia Carlo IV morì senza eredi e il re d’Inghilterra Edoardo III ne rivendicò il diritto di successione. La

guida del regno fu invece affidata a Filippo VI di Valois, che confiscò i possedimenti inglesi in terra francese

e indusse quest’ultimi a muovere guerra nel 1337.

Gli eserciti di Edoardo III sbaragliarono più volte quelli francesi, conquistando i territori nel sud-ovest e

precipitando nel caos la Francia (rivolte di contadini e stati generali incaricati dell’amministrazione regia nel

1358). La pace di Brétigny del 1360 sancì la sovranità inglese su circa un terzo del territorio francese.

L’inasprimento fiscale per le spese belliche fece scoppiare disordini anche in Inghilterra, consentendo ai

francesi di riconquistare entro il 1380 tutti i domini che erano stati occupati dagli inglesi.

In Francia, sotto l’impossibilità di governare di Carlo VI a causa dei suoi attacchi di schizofrenia paranoide,

emersero due fazioni che scatenarono una lunga guerra civile (gli “armagnacchi” di Bernardo VII conte

d’Armagnac, e i “borgognoni” di Filippo II l’Ardito conte di Borgogna): Enrico V d’Inghilterra, con l’appoggio

del duca di Borgogna, ottenne una decisiva vittoria ad Azincourt nel 1420, conquistando quasi tutta la

Francia settentrionale e ottenendo la reggenza di Francia (Trattato di Troyes).

Carlo VII di Francia, tramite la riconciliazione col duca di Borgogna (gli concesse l’indipendenza) e l’aiuto

della “Pucelle d’Orléans” Giovanna d’Arco, pose fino al conflitto riconquistando tutti i territori francesi ad

eccezione del porto di Calais.

Significativo fu l’emergere di un forte sentimento nazionale che trasformò un conflitto tra dinastie regnanti

in una guerra tra paesi. In Inghilterra tale sentimento eliminò la plurisecolare distinzione tra nobiltà sassone

e normanna, con l’inglese che divenne la lingua ufficiale nel XIV secolo. In Francia, poiché la guerra venne

combattuta in patria, il sentimento si diffuse soprattutto nel ceto basso.

Le spese belliche furono molto onerose e richiesero un inasprimento della fiscalità. Gli eserciti furono

ristrutturati, sostituendo alle dispendiose e inaffidabili milizie di cavalieri mercenari compagnie stanziali di

fanti e di arcieri reclutate tra i sudditi.

Lo stato francese:

Già Filippo IV (1285-1314) fu capace di effettuare decisivi interventi di rafforzamento patrimoniale e fiscale

(tra le quali le confische ai danni del clero e dell’ordine Templare). Grazie al maggior coinvolgimento degli

stati generali e alla ritrovata autorità regia dopo la guerra dei Cent’anni, gli apparati regi poterono

espandersi e specializzarsi (distinzione tra nobiltà di “sangue” e la nobiltà di “toga” - gli ufficiali del regno).

Nel 1438 Carlo VII con la Prammatica sanzione svincolò la Chiesa “gallicana” dal controllo di quella romana,

alla quale veniva riconosciuta solo l’autorità spirituale.

Luigi XI (1461-1483) fu impegnato a fronteggiare l’irrequietezza dell’alta nobiltà, sconfiggendoli e

sottoponendo al controllo diretto i territori sui quali l’autorità regia era meramente teorica. 30

Lo stato inglese:

Con Edoardo I (1272-1307) furono fallimentari le spedizioni per conquistare la Scozia: il re d’Inghilterra

diede appoggio al nobile scozzese John Balliol trattandolo come proprio vassallo, ma l’invasione delle

Lowlands scatenò una dura ribellione guidata da William Wallace e da Robert Bruce, i quali cacciarono

l’invasore.

Nel 1327 gli sceriffi regi venivano sostituiti dai giudici di pace, eletti dalla nobiltà locale, per le funzioni

giudiziarie e di polizia (non per quelle fiscali).

Il parlamento nel 1340 divenne una vera e propria istituzione di governo con responsabilità legislative e

fiscali, venendosi ad articolare in una camera alta (House of Lords – degli aristocratici) e una camera bassa

(House of Commons – dei rappresentanti di contee e città). I Lords, i cui titoli venivano conferiti dal re, pur

dotandosi di grandi clientele non riuscì mai a costituire dei principati territoriali a causa del sostengo dato

dai sovrani alla piccola nobiltà.

Iniziata durante il regno di Enrico VI (1422-1461) a causa dell’inasprimento fiscale a seguito della guerra

contro i francesi, la guerra delle due Rose vide contrapporsi due fazioni guidate una dalla dinastia regnante

dei Lancaster (rosa rossa) e l’altra dagli York (rosa bianca) dal 1455 al 1485. L’effetto finale del conflitto, dal

quale emerse la casata dei Tudor, imparentata con i Lancaster, con Enrico VII al trono, fu che i feudi e i beni

degli aristocratici sconfitti o estinti vennero incamerati nel demanio regio, rafforzando enormemente il

potere monarchico.

Altre esperienze statali:

Nei regni iberici si possono osservare tendenze comuni verso la formazione dello stato: rafforzamento delle

strutture amministrative centrali e territoriali, formazione di gruppi di ufficiali professionisti, mediazione

delle assemblee rappresentative. Nonostante il retroterra comune nella lotta contro gli arabi, non si formò

tuttavia una cultura uniforme, né tantomeno un comune sentimento nazionale.

In Europa orientale lo stato civile ed economico era pressoché arretrato: la popolazione era scarsa, le città

poche, l’economia non aveva sviluppato né manifatture né scambi commerciali avanzati, i sovrani

dipendevano dal volere dei principi, il potere monarchico era privo di propri funzionari, nelle campagne si

rafforzavano le proprietà nobiliari ed i coltivatori si trasformarono progressivamente in servi gravati da

pesanti oneri.

Regni Scandinavi: Esauritesi le migrazioni vichinghe e normanne si erano formati tra XI e XII secolo i regni di

Danimarca, Norvegia e Svezia. Per fronteggiare l’espansionismo tedesco nel 1397 i tre regni strinsero

un’unione dinastica, dichiarandola perpetua. A una nobiltà nell’entroterra facevano riscontro le élites

mercantili che controllavano le città costiere; unite nelle Hanse, queste limitarono l’affermazione statale

dell’area.

Granducato di Lituania: Accumunate dalla lingua e dalle credenze pagane, le tribù baltiche si erano date

organizzazione politica nel XIII secolo. Vennero annesse Bielorussia e Ucraina, e sconfitti i Tartari nel 1399,

espandendo la potenza lituana fino al Mar Nero. Ledislao II (1377-1424) si convertì al cristianesimo e

divenne re di Polonia, unendo i due regni e sconfiggendo i Cavalieri teutonici.

Regno di Ungheria: In Ungheria nessuna dinastia riuscì mai ad affermarsi, lasciando il regno in mano alla

grande nobiltà. La corona pervenne ad un ramo degli Angiò nel 1309 e Ledislao III di Lituania riuscì ad unire

i regni di Lituania, Polonia e Ungaria dal 1440 al 1444. Dopo le catastrofiche sconfitte contro i turchi, il

regno di Ungheria nel 1526 fu stabilmente annesso al dominio imperiale degli Asburgo. 31

Ducato di Mosca: Fra i vari principati tributari del khanato dell’Orda d’oro nel corso del XIV secolo emerse

con sempre maggiore autonomia il ducato di Mosca. Grazie all’incremento della pressione fiscale sulla

nobiltà e sul clero e all’espansione militare su altri principati, Ivan I Danilovic (1325-1341) ottenne dal khan

mongolo il titolo di “principe di Mosca e di tutte le Russie”. Ivan III il Grande (1462-1505) sottomise il

principato di Novgorod e sconfisse l’Orda d’oro, rendendosi indipendente; sconfitto il granduca di Lituania

nel 1494 fu riconosciuto come “zar di tutta la Russia”. Ivan III rafforzò il potere monarchico a scapito

dell’antica nobiltà, favorendo l’emergere di una piccola nobiltà vincolata al servizio militare e civile della

corona; inoltre quando nel 1453 Costantinopoli cadde nelle mani dei turchi, Mosca ne raccolse l’eredità

divenendo il centro indiscusso del cristianesimo orientale: il matrimonio con Zoe Paleologa fornì ai teologi il

pretesto per elaborare la teorie di Mosca come “terza Roma”.

Regno del Portogallo: Dionigi I (1279-1325) contrappose il supporto dell’élites mercantili alla potenza

nobiliare, fondando l’università di Lisbona e promuovendo lo sviluppo dei commerci tramite la creazione di

una flotta da guerra. I successori riorganizzarono l’amministrazione regia e costituirono un esercito

nazionale. La dinastia degli Aviz (1385-1495) promosse esplorazioni geografiche lungo le coste nord-

occidentali dell’Africa.

Regno di Castiglia: Con Alfonso X e XI crebbe l’accentramento monarchico tramite una grande opera di

unificazione giuridica grazie ad ufficiali regi formati nelle università. Dopo che Enrico II conquistò il trono

nel 1369 le cortes persero centralità, mentre crebbero le relazioni clientelari che facevano capo alla corte

regia.

Regno Catalano-Aragonese: Il regno si configurò come una confederazione in cui le diverse componenti

formalizzarono per iscritto le proprie consuetudini (Aragona, Catalogna, Valencia e Maiorca). Nonostante la

ripresa dell’iniziativa regia all’inizio del XIV secolo con la costituzione di apparati centrali finanziari e fiscali e

la dislocazione di nuovi ufficiali regi, il potere delle cortes rimase condizionante. Conflitti e crisi dinastiche

provocarono l’avvento al trono nel 1412 del principe castigliano Ferdinando di Trastàmara. Intanto la

corona d’Aragona si era espansa nel Mediterraneo, spostando la residenza nel sud Italia.

Regno Spagnolo: Solo quando nel 1469 Isabella, erede al trono di Castiglia, sposò Ferdinando II, erede al

trono d’Aragona, si posero le basi per la pacificazione la formazione di uno stato nazionale spagnolo. I regni

rimasero indipendenti sul piano istituzionale, ma Ferdinando sovrani puntò a creare un elemento unificante

mobilitando una nuova crociata nel 1481 contro l’ultimo emirato musulmano in terra iberica, quello di

Granada, che ne portò la caduta.

Le città delle Fiandre: Pur senza raggiungere la sostanziale indipendenza dei comuni italiani, le ricche città

mercantili delle Fiandre, del Brabante e dell’Hainaut riuscirono ad ottenere nel corso del XIV secolo ampi

margini di autonomia dal regno di Francia grazie ad interventi militari e finanziari.

Il ducato di Borgogna: Approfittando della guerra franco.inglese venne formandosi tra Francia e Impero un

ampio ducato centraso sulla Borgogna e poi progressivamente esteso alla Lorena, al Lussemburgo, alle

Fiandre, al Brabante, alla Piccardia e ai Paesi Bassi. Il ducato acquisì l’indipendenza dalla Francia nel 1435;

forte di una grande prosperità economica e politica, furono istituiti gli stati generali e le corti fiscali e di

giustizia. Le pretese di Carlo il Temerario (1467-1477) di farsi eleggere imperatore misero fine all’esperienza

borgognona, la cui eredità fu spartita tra il re di Francia e gli Asburgo.

La confederazione Svizzera: Un’alleanza tra comunità di montagna si cominciò a formare nel cuore delle

Alpi nord-occidentali, che erano sottoposte alla giurisdizione degli Asburgo. Nel corso del XV secolo

l’alleanza, che tutelava gli interessi economici comuni sui pascoli e sui passi alpini, si espanse ulteriormente

entrando in conflitto con le potenze signorili confinanti (Asburgo, Savoia, duchi di Milano, di Borgogna e di

Baviera). Nel 1499 l’imperatore Massimiliano I riconobbe definitivamente l’autonomia della Svizzera. 32

13. L’ITALIA NEL TARDO MEDIOEVO – SECOLI XIII E XV

Un sistema politico fragile:

Le città italiane del centro-nord conobbero tra XII e XIV secolo uno straordinario sviluppo senza eguali

nell’Europa, ponendosi all’avanguardia per lo loro ricchezze e per le esperienze politiche di autogoverno.

Tuttavia la separazione politica ed istituzionale italiana, oltre alla sua inadeguatezza militare (eserciti di

condottieri mercenari), resero la penisola uno degli obiettivi della lotta per l’egemonia continentale tra le

grandi monarchie nazionali (da Svevi, Angiò, Aragonesi a Impero, regno di Francia e di Spagna).

A differenza degli altri paesi europei, le città italiane furono protagoniste del processo di ricomposizione

territoriale: mentre i centri mercantili nelle grandi monarchie avevano visto garantita la difesa militare e la

tutela economica da parte dei sovrani, le città italiane si dovettero trasformare loro stesse in stati

territoriali tra XIV e XV secolo con largo dispendio di risorse economiche e a costo di non indolori

ristrutturazioni politiche.

Le città del meridione non conobbero uno sviluppo economico e sociale tale da proporre proprie reti di

mercanti sulle piazze internazionali; ciò è dovuto all’assenza di una componente borghese in grado di

guadagnarsi autonomie in cambio dell’appoggio ai sovrani contro le nobiltà terriere (com’è accaduto nelle

città catalane e fiamminghe), lo dimostrano anche la minor forza e rappresentatività delle assemblee

parlamentari.

Inoltre la presenza precoce di uno stato della Chiesa operò sempre a difesa della propria sopravvivenza,

frapponendosi tra l’Italia delle città e quella dei regni (alleanza con la corona francese nel XIII secolo,

appoggio finanziario-politico con Firenze, sistema di alleanza guelfa. Se in Germania la sopravvivenza della

sovranità imperiale fornì una cornice di riferimento, in Italia nessuna delle forze statali risultò abbastanza

forte da egemonizzare le altre, e tutte furono in grado di contrastare l’espansionismo delle altre.

Al termine delle discese in Italia degli imperatori (Federico Barbarossa, Enrico VI, Federico II, Corrado IV,

Enrico VII, Ludovico IV) nel 1328 la penisola era costellata di incarichi vicariali che contrapponevano signori

guelfi a signori ghibellini e che allentavano i rapporti tra quest’ultimi e la comunità cittadina, favorendo la

dinastizzazione delle cariche, adesso forti di un’autorità solenne nella legittimità (svuotamento di poteri

delle assemblee, formazione di vere r proprie corti).

Il processo di ricomposizione territoriale che altrove fu realizzato dai sovrani e dai principi territoriali,

nell’Italia centro-settentrionale fu avviato da quelle città che tra XII e XIII secolo costituirono il proprio

contado. A cominciare dal XIV secolo, alcuni centri urbani maggiori e alcuni signori potenti ridussero

ulteriormente la frammentazione politica sottomettendo altre comunità, città e signorie rurali. Emerse un

sistema politico centrato su pochi stati di medie dimensioni regionali: Milano, Venezia, Firenze, Stato

Pontificio, Regno di Napoli e Sicilia. 33

Gli stati:

In Italia a promuovere la formazione dei maggiori stati territoriali furono le città che, a differenza delle

realtà fiamminghe e tedesche, estesero la propria influenza al contado circostante, fino ad inglobare altre

realtà cittadine.

Le prime esperienze di stati sovracittadini furono promosse da alcuni signori urbani nella prima metà del

trecento: Cangrande Della Scala (Verona – Treviso, Padova, Vicenza, Brescia, Parma, Lucca), Castruccio

Castracani (Lucca – Pistoia, Luni, Volterra), Giovanni Visconti (Milano – Piemonte, Lombardia, Liguria,

Emilia). Ognuna di queste iniziative però sollecitò la mobilitazione militare di una lega avversa di città, che

riconquistò i domini annessi dai signori.

Un cauto immobilismo caratterizzò le signorie dei Gonzaga (Mantova) e degli Este (Modena, Ferrara), che

gli permise di resistere alle espansioni dei confinanti. La signoria dei Savoia (Alpi occidentali) controllava

strategicamente i collegamenti tra Francia e Italia, anch’essa espandendosi cautamente solo nel Piemonte.

Ducato di Milano: Con Gian Galeazzo Visconti (1385-1402) distrusse le signorie dei Della Scala e dei

Carrara, estendendo il dominio milanese dal Canton Ticino a Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia

Romagna e a una parte della Toscana. Gian Galeazzo acquistò anche il titolo di “principe e duca”

dall’imperatore Venceslao, consentendogli di sfruttare i legami feudali, ma la tenace opposizione di Firenze

costrinse il secondogenito Filippo Maria Visconti (1414-1447) a ricompattare il dominio intorno a un profilo

più limitatamente lombardo. Lo scontro per la successione del ducato di Milano portò il dominio nelle mani

del condottiero marchigiano Francesco Sforza nel 1450.

Stato di Firenze: Il gruppo dirigente fiorentino era costituito da facoltosi mercanti con una politica

eminentemente difensiva, volta a tutelare l’indipendenza della città e la libertà dei suoi commerci. Le

principali espansioni vennero effettuate infatti tramite acquisto (Arezzo, Prato, Livorno) e dopo la minaccia

del Castracani la città del giglio controllò anche centri di rilievo come Pistoia e Colle Valdelsa. A seguito

della minaccia viscontea il dominio si espanse su Pisa, Volterra, Cortona e Castrocaro. La relativa debolezza

demografica ed economica del territorio assoggettato consentì ai fiorentini di imporre una struttura

centralizzata di governo (catasto dei beni nel 1427). Nel 1434 il dominio di Firenze pervenne a Lorenzo de’

Medici, la cui famiglia di banchieri riconobbe la debolezza della propria signoria rispetto agli altri stati

territoriali, facendo grande ricorso alla diplomazia.

Stato di Venezia: Venezia aveva coltivato per secoli la propria vocazione mercantile tramite il “dominio da

mar” (centri di rilievo sulle coste istriane e dalmate). La minaccia viscontea determinò una profonda svolta

strategica, cerando di creare un dominio anche in terraferma, tra 1404 e 1428 vennero occupate Belluno,

Padova, Vicenza, Verona, Brescia e Bergamo e territori marcatamente rurali come il Cadore, il patriarcato di

Aquileia, il Friuli e la Carnia. Rispetto alle altre esperienze statali, Venezia lasciò una grande autonomia alle

città nel rispetto degli equilibri locali, limitandosi a controllare direttamente podestà e signori. Anche il

doge nel 1437 ottenne il titolo di vicario imperiale, consentendogli di creare clientele feudali. 34

Stato Pontificio: Lo stato pontificio aveva cominciato ad acquisire consistenza dal XIII secolo grazie alla

concessione della Romagna da parte dell’imperatore Rodolfo d’Asburgo nel 1278. Lo spostamento ad

Avignone impoverì il dominio e rafforzò le famiglie aristocratiche romane (Colonna, Caetani, Orsini), inoltre

numerose città svilupparono una notevole autonomia che, pur riconoscendo la sovranità del pontefice,

poteva sfociare in alleanze ghibelline. Nel 1347 Cola di Rienzo capeggiò un’insurrezione popolare che lo

portò al potere con l’aspirazione di restaurare una repubblica romana; il governo autoritario e il forte

fiscalismo gli alienarono però la simpatia del popolo, e l’esperienza si concluse lo stesso anno. La curia

avignonese riportò l’ordine inviando dei legati pontifici (Bertrand du Pouget, Egizio de Albornoz). I pontefici

Martino V, Eugenio IV e Niccolò V negoziarono con le città e le comunità signorili accordi e patti per

ristabilire le prerogative papali sui territori; le signorie nelle Marche e nella Romagna sfruttarono la

debolezza dell’autorità papale per espandere i propri domini (Malatesta, Da Varano, Da Polenta), erano

inquadrati nello stato pontificio unicamente per la nomina a vicario papale.

Regno Di Sicilia: Nel 1266 Carlo I d’Angiò si insediò militarmente nel regno di Sicilia con l’appoggio del papa

ed il sostegno economico fiorentino. L’inasprimento fiscale, la scarsa rappresentanza parlamentare e il

potere degli aristocratici scatenò la rivolta dei Vespri Siciliani, dividendo in due il meridione: la corona di

Sicilia venne affidata nel 1296 a Federico III, appartenente ad un ramo cadetto degli Aragona. Con

l’appoggio del papato gli aragonesi invasero la Sardegna con una lunga conquista dal 1297 al 1409. A

seguito di una crisi dinastica degli Angiò, anche il regno di Napoli cedette alla conquista aragonese nel 1442.

Il dominio angioino ed aragonese integrò l’economia meridionale nelle reti commerciali internazionali dei

mercanti toscani e catalani, tuttavia l’influenza di questi limitò la creazione di un ceto mercantile

autoctono. L’agricoltura non conobbe specializzazione e anche le manifatture rimasero sempre ancorate ad

uno spettro locale.

Alla metà del Quattrocento venne stabilizzandosi un sistema politico imperniato sui cinque stati maggiori

(intorno ai domini di Milano, Venezia, Firenze, Napoli e pontificio) e su una costellazione di formazioni

minori. La pace di Lodi del 1454 congelò ulteriori espansioni territoriali istituendo una lega (della durata di

25 anni, che venne rinnovata per altrettanto), prevedendo inoltre la creazione di un esercito comune nella

penisola italiana per la difesa da eventuali attacchi dall’estero.

La richiesta di Ludovico Maria “il Moro” Sforza al re di Francia Carlo VIII di Valois di intervenire contro gli

Aragonesi di Napoli rivendicando inoltre il ducato di Milano, sancì la rottura degli equilibri con la discesa

dell’esercito francese nel 1495. Il coinvolgimento di una grande potenza straniera mise a nudo la strutturale

debolezza degli stati italiani, più piccoli, meno potenti e divisi tra loro. 35

14. VERSO NUOVI MONDI – SECOLI XIV E XVI

L’Umanesimo - una discontinuità intellettuale:

L’idea dominante nei secoli precedenti al XIV era che il pensiero degli antichi costituisse un retaggio di

autorità: nelle scuole accanto alla Bibbia erano letti e studiati i testi degli autori latini e greci, l’eredità

romana appariva una realtà viva da cui attingere per consolidare le sovranità universali.

Tuttavia sua l’impero bizantino che quello romano-germanico erano ridotti a potenze regionali, Roma

veniva abbandonata dai papi ed il mondo occidentale minacciato dai Turchi. Fu allora che il mondo antico

iniziò ad apparire estraneo alla società che si era delineata; la coscienza della rottura rispetto al passato

cominciò ad accompagnarsi alla volontà di restaurarne i valori positivi e gli ideali di bellezza.

Per secoli gli uomini colti avevano letto le opere degli antichi come se fossero contemporanee,

sovrapponendovi le proprie concezioni. Gli umanisti le consideravano invece dei documenti di un’altra

cultura, di cui occorreva rispettare la fisionomia originale e comprenderne il significato autentico. Nasce la

filologia, ciò l’insieme delle discipline che servono a leggere, comprendere e interpretare i documenti

(Lorenzo Valla nel “De falso credita et amentita Constantini donatione declaratio” del 1440 dimostra la

falsità della Constitutum Constantini).

Gli umanisti inseguirono la formazione di un uomo integrale, buon cittadino e soldato, uomo colto capace

di godere della bellezza e di gustare la vita, traendo dalla natura tutto quanto essa può dargli. Gli “studia

humanitatis” (letteratura, grammatica, retorica, poesia, storia, filosofia) bene rispondevano all’aspirazione

dei moderni ad assimilare lo spirito degli autori antichi.

Letteratura: L’Italia costituiva l’area economicamente e socialmente più sviluppata dell’occidente, fu qui

che dal XII secolo vi vissero i maggiori intellettuali laici. Fondamentale nell’irradiazione europea della

cultura umanistica fu la circolazione del sapere permessa dalla diffusione della stampa (XV secolo).

- Lovato dei Lovati: Creò una lirica attuale e originale attingendo dai poeti antichi.

- Albertino Mussato: Storiografo e poeta di stile classicheggiante nella prosa delle cronache.

- Francesco Petrarca: Ricercò la perfezione formale nella poesia e nella epistolografia in latino.

Tentò di conciliare il misticismo cristiano con la classicità romana.

- Giovanni Boccaccio: Riscopritore dei testi antichi, ne rivalutò la lezione artistica e morale.

- Coluccio Salutati: Rilanciò la conoscenza della lingua greca nelle università.

- Leon Battista Alberti: Uomo poliedrico che applicò il mondo romano a tutte le arti.

Arte: Fu soprattutto nelle arti figurative che il rinnovamento portò a un evidente rottura rispetto alla

tradizione. Una maggiore attenzione venne data sia agli aspetti fisici (viene scoperta la prospettiva lineare)

e anatomici sia a quelli emotivi e psicologici. Ai temi sacri tipici dell’arte precedente, si affiancarono

soggetti profani (battaglie). Gli artisti cominciarono ad essere considerati degli intellettuali e a essere

ospitati, insieme a letterati e pensatori, nelle corti signorile e principesche (mecenatismo).

Gli esordi del Rinascimento nell’arte si rintracciano nell’opera di alcuni artisti fiorentini dei primi decenni

del XV secolo (Filippo Brunelleschi, Masaccio, Donatello) per poi fiorire in tutto il centro-nord Italia a cavallo

tra XV e XVI secolo (Bramante, Leonardo da Vinci, Raffaello Sanzio, Giorgione, Vittore Carpaccio, Lorenzo

Lotto, Tiziano Vecellio, Michelangelo Buonarroti).

Religione: La nuova visione in cui l’uomo era posto al centro dell’universo ed era considerato padrone del

proprio destino, costituiva una netta discontinuità con la cultura dell’epoca precedente, caratterizzata da

una visione della vita che poneva Dio al centro dell’universo e imponeva all’uomo una totale sottomissione

al volere divino. La nuova sensibilità religiosa rifiutava i dogmatismi e affermava la libertà di ricerca

attraverso l’esame critico e la discussione (Giovanni Pico della Mirandola – l’uomo deve proseguire l’opera

divina della creazione; Marsilio Ficino – uomo come punto intermedio tra realtà fisica e divina) 36

Scienza: L’affermazione della centralità dell’uomo nel cosmo consentì di osservare la natura con uno

sguardo più libero, al di fuori delle regole tradizionali, mirando a rendere indipendente il pensiero

scientifico dal dogma religioso.

- Niccolò Cusano: Avanzò l’idea che l’universo fosse infinito e senza un centro unico.

- Niccolò Copernico: Sostenne che il sole fosse al centro del sistema planetario.

- Paolo dal Pozzo Toscanelli: Sfericità della terra.

- Leonardo da Vinci: Congiunzione tra arte e scienza per conoscere la natura.

Le esplorazioni geografiche - una discontinuità spaziale:

Per secoli le rotte commerciali via mare collegavano l’Europa e l’India (per le spezie) passando dall’Egitto, il

Mar Mediterraneo ed il Mar Rosso. Ancora più lenti e insicuri erano i percorsi terrestri necessari per

raggiungere la Cina (per la sera), che dal Levante passavano per la Mesopotamia, l’altopiano dell’Iran, le

montagne del Pamir, il deserto di Taklamakan e l’oasi di Dunhuang.

Fattori economici favorirono dunque in Occidente la maturazione dell’idea di poter raggiungere

direttamente via mare le cosiddette Indie (ovvero la parte sud-orientale del continente asiatico).

Particolarmente sensibili a questa impresa si rivelarono i regni iberici del Portogallo, Castiglia e Aragona,

tutti quanti accesi da una forte competizione per organizzare i viaggi d’oltremare.

I nuovi viaggi furono resi possibili soprattutto per l’arricchimento delle conoscenze tecnologiche (il

sestante, la caravella, ecc.) e geografiche favorito dal rinnovamento scientifico che attraversò l’Europa

umanistica nella seconda metà del XV secolo.

Africa: Le spedizioni in Africa furono soprattutto portoghesi, nell’intento di raggiungere l’India via mare. La

fascia di territorio estesa tra il deserto del Sahara e la savana del Sudan, il Sahel, vide sorgere i più grandi

imperi africani (Ghana, Mali, Songhai). Nell’Africa meridionale i portoghesi instaurarono rapporti con i regni

di Manikongo, Ndongo, Abissinia e Etiopia (quest’ultimi due erano in un perenne stato di guerra con i

musulmani, poiché di fede cristiana).

India e sud-est asiatico: Il portoghese Vasco da Gama fu il primo a raggiungere le Indie via mare

bordeggiando le coste africane, instaurando un emporio commerciale e premeditando l’opportunità di una

spedizione di conquista. La nuova rotta rivoluzionò per sempre i commerci tra Europa e Asia, favorendo

l’impianto di floride roccaforti coloniali.

L’India raggiunse il proprio periodo aureo tra IV e VI secolo sotto la dinastia Gupta; le invasioni degli unni

determinarono tuttavia la disgregazione dell’impero, il quale si divise in principati di fede musulmana o

indù. Il continente venne riunificato nel 1526 da un discendente di Tamerlano.

Nel territorio degli attuali Thailandia, laos e Cambogia nel IV secolo si formò l’impero Khmer, sintesi tra la

cultura cinese e quella indiana. Nel territorio più orientale, corrispondente all’attuale Vietnam, si sviluppò

l’impero del Dai Viet.

La Polinesia venne raggiunta per la prima volta dallo spagnolo Ferdinando Megellano nel 1521, tuttavia le

popolazioni native hanno lasciato scarse tracce materiali nel primo millennio (tra XI e XII secolo furono

probabilmente realizzati i primi colossi dell’isola di Pasqua). 37


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38

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fragfolstag di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Zorzi Andrea.

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