Splendore di Bernardo
Bernardo non ha costruito nulla di persona, mentre quasi tutti gli abati suoi contemporanei furono costruttori. Bernardo non si curò di costruire, e ancora meno di decorare. Ma parlava e scriveva. I suoi sermoni non si preoccupano mai di ciò che noi definiremmo opera d'arte, tuttavia è lui il padrone dell'arte di Citeaux, che è inseparabile da una morale, ch'egli incarnava e che voleva imporre all'universo e in primo luogo ai monaci del suo ordine.
L'influenza di Bernardo sull'arte
Il momento in cui la predicazione bernardina incominciò a ripercuotersi direttamente sull'impresa artistica risale non al 1124, data dell'unico scritto di Bernardo che tratti della decorazione delle chiese, ma al 1134, quando:
- Si dedica al seguito dei sermoni sul Cantico dei Cantici
- Sigiero si lancia nella ricostruzione dell'abbaziale di Saint-Denis
- I compagni di Bernardo lo inducono a ricostruire in un altro luogo il monastero di Chiaravalle
- Inizia l'esecuzione della grande Bibbia di Chiaravalle
- Il capitolo generale emana per la prima volta delle regole sull'arte sacra
Il capitolo generale prescrisse che le chiese e gli altri luoghi dei monasteri non avrebbero avuto decorazione alcuna scolpita o dipinta; proibì l'uso delle vetrate a colori; limitò l'illustrazione dei libri a iniziali a chiaroscuro. Il cantiere di Fontenay si aprì 5 anni dopo, e fu rappresentazione visibile di un'etica e modello per una proliferare di costruzioni somiglianti. Il modo cistercense di costruire fu ispirato all'insegnamento di san Bernardo, ma anche da tutto lo slancio del XII secolo.
Arte e spiritualità
L'arte era come la festa: un appello alle forze benefiche, congiungimento tra la terra e il cielo, come fra l'estetica e l'etica. L'arte disponeva intorno alle cerimonie sacre un ornamento necessario, uno scenario che le portasse fuori dello spazio e del tempo usuali; circonfondeva i riti del cristianesimo di splendori, manifestando l'onnipotenza di Dio con i segni stessi del potere dei sovrani terreni; era sacrificio, consacrazione di una parte delle ricchezze, create dalla fatica degli uomini. Era offerta di glorificazione, fermento di fertilità.
Funzioni dell'opera d'arte
I grandi abati del XII secolo pensavano a costruire perché nulla poteva procurare beneficio più sicuro che investire le proprie ricchezze nelle imprese dell'arte sacra. Costruivano anche per comunicare un sapere. Sopravvivendo alla festa, l'opera d'arte la strappava al perituro e la installava nel permanente. L'opera d'arte separa e prolunga le feste. Principalmente ha 3 funzioni: iniziatica, sacrificale e propiziatoria. Con la prima, l'opera d'arte si pone in correlazione con una visione del mondo. Con le altre due, appare dipendente dalle ricchezze di una società. La sua storia raggiunge quindi da una parte quella di un sistema di valori, dall'altra quella di un sistema di produzione. La creazione artistica si colloca al punto d'incontro dell'economico e dello spirituale, e questo avvenimento, la costruzione dell'edificio cistercense, direttamente determinato dall'evoluzione di una morale, lo è parimenti per lo sviluppo materiale che in quel tempo trascina la civiltà d'Occidente.
Nascita e sviluppo dell'arte cistercense
L'arte cistercense nasce e fiorisce nella fase di maggiore vivacità di un lunghissimo movimento di crescita agricola, movimento che culmina nel 1134. L'arte di Citeaux nasce in seno alla società feudale, a una struttura in cui tutti i rapporti di potere s'inserivano nella cornice della signoria. Lo slancio dell'arte sacra procede da un modello ideologico secondo cui i signori, sentendosi responsabili della loro gente, credevano di dover compiere certi gesti propiziatori. La funzione militare è quella che allora ha il sopravvento, per questa ragione le rendite crescenti della signoria non furono da principio adoperate per ornare le chiese. Prima di tutto servirono a perfezionare l'attrezzatura militare e poi per la festa mondana e la cultura del piacere, contro cui si batté Bernardo.
La Chiesa e le forze cavalleresche
Nel secolo XI la Chiesa aveva pensato di stornare fuori della cristianità le forze aggressive e tutti gli eccessi della cavalleria: i guerrieri avrebbero intrapreso il lungo itinerario come penitenti, aprendo la via alla truppa disarmata degli ecclesiastici e dei lavoratori. Vivente San Bernardo, tutti i cavalieri d'Europa hanno deciso prima o poi di farsi crociati. Ma dalle crociate non tornarono i santi ed ebbero pertanto l'effetto di rendere ancora più sfavillante la festa profana. Allora interveniva l'altra esortazione, quella di abbandonare del tutto il secolo. Ma occorreva un coraggio che mancava ai più, i quali allora potevano astenersi dalla guerra e contribuire all'ornamento della festa sacra. Gli ecclesiastici erano anch'essi signori; a tali risorse si aggiungeva una buona parte dei profitti della signoria laica: gli ecclesiastici furono i principali beneficiari dell'espansione agricola.
Il ruolo dei vescovi e l'arte monastica
Nei secoli che seguirono la decadenza del potere carolingio, tale ruolo era stato svolto specialmente dai vescovi. L'arte episcopale, davanti alla quale si eclissò l'arte regale nel X secolo, si trovò segnata dall'accento glorioso e da tutto ciò che riviveva dell'arte classica. L'arte di Citeaux non era però vescovile. Alle soglie del XII secolo, la più grande arte era monastica. La funzione episcopale implicava troppa autorità nel temporale e prometteva troppi profitti perché i vescovadi non fossero ambiti dall'alta aristocrazia laica.
Relazione tra società feudale e sacro
Grazie alla mediazione dei monaci, la società feudale stabilì i suoi più stretti legami con il sacro. Il flusso più abbondante di offerte che consacravano al Signore una parte delle ricchezze terrestri si indirizzò per tutto l'XI secolo verso i monasteri. Offerte del popolino, offerte dei cavalieri, offerte anche dei chierici, dei canonici e dei vescovi, offerte dei principi: più di chiunque altro i monasteri beneficiarono dell'arricchimento dell'Occidente, e soprattutto i migliori, quelli dove la Regola era più rigidamente osservata.
Il paradosso delle ricchezze monastiche
Queste ricchezze il Nuovo Testamento diceva di disprezzarle secondo l'esortazione di carità e di rinunzia. Nel complesso il linguaggio della Scrittura è ambiguo sulla povertà. Sembrava però piuttosto conforme ai disegni della provvidenza che il monaco, collocato al sommo delle dignità, lo fosse anche al sommo dell'agiatezza. Senza per questo smettere di essere considerato né di considerarsi egli stesso un povero. Difatti, secondo la Regola di san Benedetto, non possedeva nulla di proprio. Tuttavia siccome a quel tempo la dignità si misurava all'apparenza, siccome il monaco aveva coscienza di fare parte della casata del Signore Dio, allora pur non avendo nulla pensava di dover condurre un tenore di vita opulento. Abbandonando il secolo, avevano dato la loro eredità ai poveri, ai veri poveri che erano i monaci del loro convento.
Lavoro e vita monastica
L'umiltà però non giungeva fino ad accettare il lavoro manuale, che si riduceva effettivamente all'opus Dei, l'uffizio liturgico. Il vero lavoro del monaco si compiva quindi in gruppo, con quello sforzo di tutto il corpo che il gesto di cantare richiede. Tanto che il canto divenne un compito estenuante, che giustificava l'attenuazione delle astinenze. Le offerte portate loro servivano prima di tutto per rafforzare il loro corpo. L'eccedenza il cristiano doveva trasformarla in ornamenti e ciò fece del monastero il luogo privilegiato di questi atti necessari: plasmare l'opera d'arte, costruire e ornare.
Miglioramenti nell'arte edilizia
Tutte le conquiste della metallurgia, dapprima suscitate dalle necessità militari, ma che durante il secolo XI erano venute ad applicarsi alle opere di pace, avevano migliorato l'arte edilizia, anzitutto a livello delle cave. Nel corso di questi perfezionamenti, la costruzione monastica si era largamente sviluppata in profondità, per quanto riguarda le tombe. Per tutto il secolo XI i costruttori si sforzarono di trasferire la volta delle cripte fino al mondo dei vivi, di applicarla all'oratorio dove i monaci pregavano per i morti. Al fine di legare meglio i due universi. Sostituire alle armature di legno opere di pietra rispondeva a 3 esigenze:
- Funzionale: la volta era cassa di risonanza che contribuiva a fondere le voci individuali nell'unità del corale
- Simbolica: l'uso di un solo materiale concorreva a raffigurare meglio un maggiore attributo del corpo di Dio, uno nel triplice, e quello della Chiesa che riunisce tutti i fedeli senza interstizi
- Le linee curve aggiungevano un segno al segno espresso dalle strutture rettilinee del muro. Quei circoli parlavano dell'atemporalità e rendevano ancora più evidente la tensione ascensionale.
Questi luoghi non erano solo ricettacolo del canto liturgico, ma anche contesto e cornice delle processioni dei monaci. L'abbaziale pretendeva di mostrare l'immagine della Gerusalemme celeste. Ecco perché da fuori aveva l'aspetto di una cittadella fortificata. Nel monastero era anche stata ripresa la tradizione degli antichi laboratori regi. I più ricchi gioielli servirono a ornare l'altare, collocando nel cuore dell'edificio, nel sancta sanctorum, nel punto focale del sacrificio, l'immagine ridotta della città celeste. I materiali preziosi venivano modellati in guisa di lode perpetua e di manifestazione di gloria. Uno splendore tenuto lontano dalle folle, ma che si rifletteva sui muri del monumento.
Nessuno infatti allora amava la parete interna nuda, senza un rivestimento di colore la chiesa non sembrava finita. Il mosaico allora nel XII secolo fiorì. In Occidente prevalse la pittura ad affresco, che trasponeva sulle pareti dell'oratorio gli ornamenti dei libri santi. I monumenti antichi invitavano anche a disporre una decorazione in rilievo su alcuni elementi della costruzione. La decorazione trasportata sulla pietra, materiale dell'arte antica.
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