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Capitolo I

Prima dell’unificazione

Le ristampe pirata e la convenzione del 1840: obiettivi e carenze di un accordo diplomatico.

Inizio secolo XIX dibattito sulla contraffazione pirata e sulla difesa degli interessi economici dell’autore si erano

imposti grazie agli interventi sui periodici più diffusi di alcuni noti scrittori: Melchiorre Gioja, Niccolò Tommaseo,

Cesare Cantù e Giuseppe Pecchio, che vedevano nell’affermazione del diritto d’autore la nascita di una nuova figura

intellettuale professionista, libera dai patronage. In questa rivendicazione avevano trovato dei potenti alleati negli

editori, dal milanese Antonio Fortunato Stella al ginevrino Giovan Pietro Vieusseux, al piemontese Giuseppe Pomba,

preoccupati della concorrenza sleale delle ristampe pirata. I livelli più alti delle autorità del governo, preoccupati che il

disagio dei ceti intellettuali avrebbe portato a un dissenso politico, favoriscono la nascita, per iniziativa dei governi

austro-ungarico e sardo, della Convenzione austro-sarda a favore della proprietà e contro le contraffazioni delle opere

scientifiche, letterarie e artistiche, nel 1840. La convenzione del 1840 nasce in un clima particolare della vita pubblica

italiana, quando l’apertura dei congressi degli scienziati sembra inaugurare una rinnovata fiducia nelle nuove parole

d’ordine di progresso, modernizzazione e libero mercato. Prima di tutto si vuole combattere la diffusione delle ristampe

pirata e delle contraffazioni, poi si vuole creare uno spazio commerciale più ampio nel quale libri e periodici possano

circolare liberamente senza vincoli e barriere daziarie. Infine si vuole facilitare la nascita della nuova figura

dell’intellettuale professionista. La pirateria libraria era favorita in Italia dalla frammentazione politica. In molti stati

della penisola, infatti, le norme sul diritto d’autore facevano già parte del patrimonio legislativo ed erano applicate con

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rigore all’interno dei rispettivi confini (1826 Stato pontificio, Regno di Sardegna; 1828 Regno delle Due Sicilie). Il

problema sorgeva tra stato e stato: nessuno poteva impedire a un fiorentino di ristampare un’edizione milanese a un

prezzo inferiore. L’unica soluzione era un trattato tra stati sovrani che garantisse il rispetto degli autori in un regime di

reciprocità. 

Non è un problema solo italiano: la guerra delle ristampe è combattuta in tutta Europa l’Inghilterra doveva guardarsi

dalle ristampe irlandesi, i francesi subivano invece la concorrenza degli stampatori belgi.

Il testo della convenzione accoglie il principio che l’autore è il proprietario primo dell’opera: solo l’autore e i suoi eredi

possono decidere l’utilizzazione dell’opera. Indicativo del clima politico è l’art.26 che ribadisce che le nuove norme

sulla proprietà letteraria non interferiscono in alcun modo con l’esercizio del diritto di censura e di proibizione che i

rispettivi stati devono continuare a gestire in assoluta autonomia.

Questa convenzione viene firmata da tutti gli stati italiani tranne dal Canton Ticino, il quale vive sulle ristampe dei più

diffusi libri italiani, e dal Regno delle Due Sicilie, rifiuto che inficerà pesantemente sull’intero disegno riformatore. Da

decenni, a causa dei provvedimenti dei borbonici che sin dal 1822 avevano alzato a dismisura il dazio d’importazione

sui libri stampati al di fuori dello stato, le imprese napoletano prosperano pubblicando e diffondendo in patria e

all’estero non solo singoli volumi ma intere collane o grandi opere in più volumi già edite nel Nord Italia, ovviamente

forti dell’appoggio governativo che li mette al riparo dalla concorrenza straniera. Quest’alleanza tra il ceto degli

stampatori ed il governo borbonico ha una valenza politica perché consente alle autorità di polizia il pieno controllo

della stampa ed impedisce la penetrazione della propaganda delle idee liberali.

Sono gli editori i più colpiti: Pomba quindi tenta di spingere i suoi colleghi per cercare una soluzione collettiva

all’impasse: una sorta di associazione tedesca che costruisca una lotta alle contraffazioni, ma il progetto non riesce a

decollare soprattutto per la miopia degli operatori del libro che non sembrano interessati a costruire regoli comuni in un

mercato moderno.

Un altro limite della convenzione è la scarsa chiarezza nella formulazione del testo: l’articolo più incriminato per la sua

ambiguità è il n.14, che si oppone alla retroattività delle norme, consentendo agli stampatori di proseguire e ultimare le

ristampe già iniziate prima dell’entrata in vigore del trattato. Ciò che è difficile da definire e documentare con chiarezza

è l’effettiva data di inizio della stampa. Le Monnier si approfitta di questa poca chiarezza e annuncia la pubblicazione di

due romanzi storici: Margherita Pusterla di Cantù e Marco Visconti di Tommaso Grossi. L’organo istituzionale posto al

controllo delle ristampe appoggia il progetto di Le Monnier, in quanto l’editore riesce a dimostrare che la prima opera

era stata cominciata prima dell’entrata in vigore della convenzione, mentre per quanto riguarda la seconda, è lo stesso

Governo a dare un’interpretazione estensiva della legge, affermando che le opere già edite all’interno del territorio

granducale possono essere ristampate senza incorrere nelle sanzioni previste dalla legge.

Le Monnier tenta anche di riprodurre nel 1845 I promessi Sposi sulla base non della edizione illustrata finanziata

dall’autore del 1840, ma sull’edizione Passigli del 1832. Manzoni ovviamente denuncia quest’operazione, non solo per

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il danno economico ma anche per la diffusione di un testo da lui ripudiato. Le Monnier perde la causa, ma il processo si

prolungherà dal 1848 fino al 1861.

La ristrettezza del mercato, frantumato da barriere e dazi doganali, la scarsità di risorse finanziarie spingono gli editori a

rifugiarsi nell’appoggio statale, secondo un modello di patronage.

Una nuova fase. Il congresso di Bruxelles del 1858 sulla proprietà intellettuale e artistica.

Camillo Cavour nel 1851 caldeggia l’approvazione del già esistente trattato con la Francia sulla proprietà letteraria.

Inoltre afferma che la libertà di stampa ha favorito dal 1848 lo sviluppo dell’industria editoriale in Piemonte.

L’intervento di Cavour mostra come sia politicizzato anche il tema della proprietà letteraria.

Un nuovo impulso alla discussione in Italia viene dato dal congresso sulla proprietà letteraria apertasi a Bruxelles nel

1858. Bruxelles, capitale fino al 1852 della contraffazione libraria, diviene ora il laboratorio di una nuova unione degli

stati, in vista di un trattato comune sulla proprietà letteraria e sulla libera circolazione dei prodotti della cultura.

Preponderante la partecipazione francese, mentre la rappresentanza italiana è sconfortante: gli intellettuali italiani

parteciperanno numerosi, ma sembra l’espressione di un modello di associazionismo intellettuale di vecchio regime, che

nulla a che fare con la rappresentanza di interessi e con le rivendicazioni di categoria. Nella lista delle adesioni la parte

più consistente è costituita dalle accademie. La partecipazione degli italiani a Bruxelles non può che rispecchiare la

frammentazione degli intellettuali in patria. Bisogna comunque distinguere posizioni differenti:

- Chi manda un’adesione solo formale (Vieusseux);

- Chi spedisca una lettera (Tommaseo lettera pleonastica nel rivendicare la lunga militanza in favore dei diritti

degli autori; Mamiani lettera in cui scrive di essere contrario all’idea di una proprietà esclusiva poiché i

capolavori del genio devono appartenere all’umanità intera);

- Chi invia un documento portando un contributo specifico (istituzioni collettive);

- Chi partecipa attivamente al dibattito (editori musicali Ricordi e Francesco Lucca di Milano).

I temi affrontati durante questo congresso sono diversi:

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Riconoscimento internazionale della proprietà letteraria e artistica la proprietà letteraria garantita a livello

internazionale, secondo i promotori del congresso, è un indispensabile corollario della civilizzazione, e come

tale deve trovare posto nelle legislazioni di tutti quei paesi che vogliono essere considerati civili. Su queste

problematiche si concentrano gli scrittori italiani, i due documenti più interessanti provengono proprio da

Milano e sono di Cesare Cantù e di Carlo Tenca. Ambedue sottolineano con forza la gravità della situazione

italiana, ed entrambi denunciano la questione napoletana, che non sarà risolta neanche con l’unificazione

legislativa dopo l’unità e che condizionerà pesantemente lo sviluppo dell’editoria italiana e la tutela dei diritti

degli autori molti anni dopo l’assise di Bruxelles. Del resto, i documenti degli italiani sono i più duri sul tema

delle sanzioni da applicare ad eventuali contraffattori.

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Durata della proprietà letteraria ha causato divergenze tra i relatori. I francesi furono i primi ad accogliere,

nel 1793, nel loro ordinamento, il concetto di proprietà, che riteneva essenziale attribuire all’autore il possesso

esclusivo sull’opera. Sulla durata delle garanzie, ribadendo il rifiuto alla perpetuità che costituirebbe un

vincolo troppo pesante all’utilizzo collettivo delle scoperte e delle produzioni del pensiero individuale, nelle

risoluzioni congressuali si propone che l’autore possa godere del diritto esclusivo di riproduzione e diffusione

dell’opera per tutta la durata della sua vita, mentre agli eredi e cessionari tale diritto deve essere attribuito sino

a 50 anni dopo la morte dell’autore.

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Traduzioni le traduzioni sono largamente diffuse nell’Ottocento, ma con approssimazione e carenza di

controlli. Su questo tema, l’opinione maggioritaria in sede congressuale, propone di attribuite all’autore il

diritto esclusivo di far tradurre la sua opera in un’altra lingua a condizione di esercitarlo entro i primi tre anni

dalla pubblicazione dell’opera originale, allo scadere dei quali questa potrà essere tradotta senza alcuna

formalità;

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Rappresentazioni teatrali e musicali era necessaria una regolamentazione, una forte spinta in questo senso

venne data da due italiani, il librettista parmense Martini e l’editore Ricordi. Si sceglie una linea ristrettiva, che

equipara le riduzioni all’opera da cui traggono origine e se ne consente l’esecuzione in un contesto pubblico e

a scopo di lucro solo con il consenso dell’autore o dell’editore cessionario. Si consente il libero consumo

musicale e teatrale solo nei salotti e con esecuzioni di dilettanti.

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Dazi le risoluzioni si concludono con un voto per l’abolizione o la riduzione dei dazi e diritti doganali fra gli

stati, in modo che libri periodici e prodotti culturali di ogni genere possano circolare liberamente nel più ampio

mercato europeo.

Diversi i periodici italiani che si occupano del congresso: 2

- «Il Crepuscolo» di Tenca, in cui il giornalista dedica un resoconto ampio ma privo di accenti enfatici,

probabilmente per evitare la censura austriaca. Tenca si concentra sulla situazione della penisola italiana

avanzando alcune proposte operative che potrebbero essere attuate anche nel contesto della frammentazione

politica esistente; da qui la richiesta ai governi perché rinnovino e diano attuazione alla convenzione del 1840 e

facciano pressioni perché vi aderisca anche lo stato borbonico.

- «Civiltà Cattolica» di d’Azeglio si propone come manifesto contro la proprietà letteraria e la sua tutela in

ambito internazionale. Il diritto d’autore è rifiutato non in base a principi strettamente giuridici, ma a criteri

morali. Mentre la proprietà letteraria dovrebbe omologare tutte le opere, offrendo ad esse tutela al di là del

contenuto, per i gesuiti le autorità governative insieme alle gerarchie ecclesiastiche non possono rinunciare alla

loro primaria funzione di controllo sulla stampa, proteggendo le opere buone e condannando quelle che

risultano dannose alla società e alla convivenza civile. Di fatto è ancora una legittimazione della censura.

In ogni caso, il congresso di Bruxelles costituisce un punto di riferimento.

Capitolo 2.

La proprietà letteraria e l’unificazione legislativa: una faticosa gestazione.

Con il decreto luogotenenziale emanato il 1861 arriva l’estensione delle leggi sabaude in materia di proprietà

intellettuale alle nuove province meridionali, che avrebbe dovuto portare alla fine delle contraffazioni napoletane, e alla

creazione di un mercato unico nazionale in cui finalmente i prodotti dell’ingegno avrebbero circolato senza intoppi e

concorrenze sleali. Si notarono però fin da subito notevoli difficoltà nella sua pratica applicazione. Essa incontra

l’opposizione massiccia di stampatori e librai partenopei che nella fine dei privilegi protezionistici vedono soprattutto

una minaccia potenziale alla sopravvivenza delle aziende. In effetti, il decreto impone agli stampatori di smaltire entro

pochi mesi tutti i volumi presenti nei loro magazzini, previa comunicazione alle autorità di un elenco aggiornato delle

loro pubblicazioni. È difficile che il mercato della penisola possa assorbire in tempi così rapidi un enorme massa di

opere, spesso frutto di contraffazione e quindi già largamente presenti nelle biblioteche e tra gli uomini di cultura del

Nord Italia. facile quindi individuare nel decreto un intento punitivo atto a mettere in ginocchio un settore produttivo. In

effetti ci si accorge che a ridosso dell’Unità Napoli era seconda solo a Milano per numero di titoli pubblicati, ma si

trattava perlopiù di ristampe di titoli già presenti nelle biblioteche lombarde. L’apertura al mercato nazionale ha un

effetto devastante: non solo vengono a mancare le ristampe, ma queste non possono essere sostituite dagli scritti degli

autori meridionali contemporanei che spesso preferiscono affidarsi agli editori milanesi o torinesi, più affidabili ed

esperti. ad esempio Ferrara, Mancini e Scialoja affidano i loro manoscritti alle cure di editori piemontesi come Pomba,

Favale, Bocca, etc. nonostante queste difficoltà, gli editori napoletani possono contare sulla benevolenza di molti

deputati e senatori del sud. Così, mentre in Parlamento si discute della conversione in legge del decreto, gli stampatori e

i librai napoletani fanno pervenire alle assemblee una Petizione, che vede il mondo librario napoletano muoversi come

un corpo coeso. Nella Petizione, pur affermando la disponibilità ad uniformarsi al decreto, i napoletani tendono ad

evidenziarne l’oggettiva difficoltà di attuazione per ciò che riguarda lo smaltimento in tempi rapidi e certi dei volumi

presenti nei magazzini di editori e librai. Ma soprattutto evidenziano la disparità di trattamento nella difesa degli

interessi degli editori dell’alta Italia e rivendicano la reciprocità che consenta il riconoscimento della proprietà letteraria

anche nell’eventualità di contraffazioni di opere ed autori meridionali. il dibattito poi si prolunga sull’errore sul termine

ultimo concesso per le vendite: 1 agosto 1861 o , come riportato dal Giornale Ufficiale di Napoli, 1 agosto 1865? Sulla

questione vi erano due posizioni contrapposte:

1. Giuseppe Panattoni, già difensore di Manzoni contro Le Monnier, convinto delle necessità di una rapida

approvazione del decreto, lasciando poi a una successiva legge organica la soluzione delle problematiche più

complesse sollevate dalla Petizione;

2. Deputato Sarno Bruto Fabricatore, apertamente favorevole alle istanze degli imprenditori napoletani e quindi a

un rallentamento delle scadenze.

L’impasse viene risolta dal deputato Mancini, il quale propone come soluzione a termine l’uso di un bollo sugli

esemplari che, in quanto pubblicati prima del decreto luogotenenziale, possono essere venduti con speciale intervento

governativo anche oltre la data prevista. Però c’è la consapevolezza che per i napoletani è difficile sfuggire alla

tentazione di bollare e di vendere i libri pubblicati ben oltre la data di scadenza prevista. Così la discussione si conclude

con la proroga per la vendita al 30 aprile del 1862, ma tutti affermano la necessità di un disegno di legge organico che

riordini la materia tutelando gli interessi delle diverse categorie coinvolte.

Il progetto Pepoli 3

Il tema viene ripreso nel 1862 quando al Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio si inserisce Pepoli, primo

estensore di una proposta organica sulla materia. Pepoli mstra di considerare il diritto riconosciuto all’autore

esclusivamente come una sorta di ricompensa per il lavoro svoltoe come una difesa dell’integrità dell’opera dainterventi

arbitrari esterni. Ma soprattutto il ministro sembra sposare la tesi di quanti ritengono che il riconoscimento di una giusta

remunerazione all’autore non debba costituire un ostacolo alla diffusione dei lumi. Per questo nel progetto non si parla

di proprietà ma di “diritto esclusivo della pubblicazione, riproduzione delle loro opere” da parte degli autori. Ne

discende che viene limitata la durata del godimento da parte degli eredi a soli 15 anni, mentre per ciò che riguarda la

traduzione, l’autore ne conserva solo per un anno il diritto esclusivo, scaduto il quale l’opera può essere tradotta senza

impedimento. L’aspetto più significativo è la scelta di legare la tutela e quindi la copertura della legge all’espletamento

di alcune formalità burocratiche, senza le quali le opere e le diverse pubblicazioni dell’ingegno tornano ad essere di

dominio pubblico: ciò riguarda non solo gli autori di nuove produzioni, ma anche quelli di opere già pubblicate che se

vogliono godere di nuove normative, devono

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.degiovanni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del libro e dei sistemi editoriali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Braida Ludovica.
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