Geografia e dinamica degli insediamenti editoriali
Nel 1806, il vescovo di Napoli scrisse al re Giuseppe Bonaparte per protestare contro l'abolizione della censura ecclesiastica voluta dal governo napoleonico. Durante le repubbliche giacobine e poi durante la dominazione di Bonaparte, l'Italia subì un radicale mutamento, al quale sfuggì solo la Sicilia, mai entrata nell'orbita francese. I mutamenti furono diversi in ogni parte d'Italia, in base alla durata dell'influenza francese.
Mutamenti durante le repubbliche giacobine e il regno italico
Uno dei temi trattati durante le repubbliche giacobine e il regno italico fu quello di rendere l'istruzione elementare obbligatoria. La volontà di migliorare l'istruzione ebbe conseguenze per la stampa e l'editoria. Con la Rivoluzione francese e la promulgazione dei diritti fondamentali degli individui, si affermò la libertà di stampa, iniziando un periodo di vivacità per la stampa.
Con Napoleone, nel 1810 un decreto stabilì la libertà di espressione e di stampa e l'istituzione di un'autorità di controllo: la Direzione Generale della Stampa e della Libreria, che poteva in qualsiasi momento decidere di sospendere la pubblicazione di un'opera. Si voleva inoltre raggiungere l'obiettivo di concentrazione e rafforzamento delle imprese. Per fare ciò si ricorse alla drastica riduzione delle stamperie che dovevano possedere un numero minimo di torchi per ottenere la patente.
Con il decreto napoleonico, si assistette a un cauto liberismo teso a eliminare vincoli e privilegi tipici dell'antico regime e a far emergere aziende editoriali più competitive sul mercato europeo. Questo portò alla concentrazione delle aziende tipografiche nelle ex capitali degli stati regionali come Torino, Milano, Firenze, Roma e Napoli, mentre decaddero centri come Genova e Venezia, che era stata un centro editoriale per tutto il 1700. Bologna resistette grazie alla sua tradizione universitaria.
Il congresso di Vienna e le sue conseguenze
Durante il 1800, aumentò il divario tra città capitali e quelle di provincia, dove grazie agli aiuti delle istituzioni, sopravvivevano i generi letterari dell'ancien regime. Dopo il Congresso di Vienna, con il ritorno delle dinastie “legittime”, niente fu più come prima. Venezia divenne parte del regno Lombardo-Veneto sotto gli austriaci, e Genova passò sotto i Savoia. Il mercato tornò a regionalizzarsi e i governi divennero sospettosi verso le contaminazioni prima giacobine e poi liberali. Così aumentarono i dazi doganali e si instaurò un rigido controllo da parte della polizia di frontiera.
Anche da parte degli stessi stampatori-librai vi fu una tendenza alla chiusura, chiedendo al governo di mantenere il numero chiuso vigente nel periodo napoleonico per evitare la concorrenza.
Il caso della vedova Pompa in Piemonte
Nel 1814 a Torino, la vedova Pompa riuscì ad aprire una nuova stamperia denominata "Vedova Pompa e Figli", ma dovette affrontare le istanze della Unione Pio Tipografica che impediva l'impiego di apprendisti per evitare disoccupazione e riduzione dei salari. Inoltre, nel 1816 vennero nuovamente concessi privilegi alla Stamperia Reale.
Tuttavia, gli stampatori più attivi elusero la norma che prevedeva solo un apprendista, una forza lavoro a basso costo spesso necessaria nei momenti di espansione dell'azienda. Nel 1929 si ripristinò il brevetto di stampatore per accertare la preparazione culturale e il corredo tecnologico, abolendo il regime vincolistico di un solo apprendista. Questa svolta permise la creazione in Piemonte di alcune aziende leader.
- Pompa: nata come libreria, si aggiunse tipografia e casa editrice. Pubblicava collane di opere classiche, periodici d'informazione, e la Biblioteca Popolare (dal 1828 al 1832 opere classiche italiane latine e greche tradotte, con una veste tipografica modesta - copertina rossa - e a costo molto basso. Venne venduta molto, ma aveva problemi nel migliorare l'apparato tecnologico per sostenere i ritmi di produzione. Pompa acquistò macchinari molto costosi dall'estero).
- Fontana
I primi editori piemontesi si mossero in contesti arretrati e quindi Pompa e altri si batterono per un mercato nazionale del libro e della cultura, lottando anche contro la contraffazione libraria. In Inghilterra, il copyright esisteva dal 1709, ma non così in Francia né in Italia.
Il centro tipografico di Milano
A Milano, il fulcro delle attività culturali iniziò a diventare il centro tipografico più importante. Molti intellettuali veneti si trasferirono a Milano. Tra questi vi fu Anton Fortunato Stella, che avviò la "Biblioteca amena e istruttiva per le donne gentili", e Lampato. Gli intellettuali milanesi richiedevano con forza la tutela del diritto d'autore. Chi desiderava fare lo stampatore doveva possedere liquidità, oltre che doti di cultura e competenza tecnica. Gli austriaci erano molto attenti alla cultura e richiedevano la patente di stampatore. Anche per la censura preventiva si concedeva il ricorso.
Negli anni '20 del 1800, Milano era vivace. Nascevano molte "Biblioteche", raccolte di opere affini per contenuto o per il pubblico a cui si rivolgevano. Queste opere erano costose da creare, richiedevano metodo di associazione e un esborso iniziale da parte del potenziale acquirente. Alcune venivano interrotte a causa delle proteste dei clienti. Vi fu una grande diffusione del periodico, dal "Corriere delle dame" al "Politecnico", ma vi erano difficoltà nel rispettare le scadenze prefissate. Cresceva inoltre l'interesse per la letteratura di intrattenimento, influenzata dalla moda francese e britannica. Tra gli autori più tradotti vi erano Walter Scott e Hugo, mentre tra gli italiani spiccava Manzoni. I nuovi lettori erano urbani, piccoli borghesi, molte donne, desiderosi non solo di apprendimento ma anche di forti emozioni.
I "Promessi sposi" di Manzoni divennero l'opera più pirateggiata. Periodici, opere narrative e strenne modificarono l'offerta libraia, creando un nuovo modello di consumo.
Altri centri gravitazionali negli anni '40 del 1800
- Firenze: Giampietro Viesseux, intellettuale atipico con una forte vocazione imprenditoriale, fondò il Gabinetto di lettura nel 1820 dove si potevano consultare periodici, gazzette italiane, francesi, tedesche, inglesi. Creò una base finanziaria con cui intraprese la rivista "Antologia", ma aveva bisogno di molti abbonati anche in altri stati italiani. Viesseux voleva creare un mercato nazionale e difendere la proprietà editoriale e il diritto d'autore. Egli rispettava i suoi autori e li retribuiva. Sul piano dell'istruzione popolare non ottenne ottimi risultati, creando almanacchi moraleggianti.
- Torino: Giuseppe Pompa
Altri centri non gravitazionali includevano Roma, dove vi era meno influsso del regno napoleonico. Si pensò solo a sminuire le grandi aziende pontificie, ma con la Restaurazione tornarono i vecchi privilegi per la Stamperia Camerale e la Tipografia di Propaganda Fide. Altre aziende erano in difficoltà, e molti autori furono costretti ad autofinanziare le pubblicazioni. Roma rimase chiusa a causa della Chiesa, che voleva evitare i libri nocivi alla società e alla religione cattolica.
Nel Regno Borbonico, con i moti carbonari, si inasprì il dazio di importazione, rendendo impossibile la penetrazione di libri stranieri nel mercato meridionale. Si affermarono le case napoletane che ristampavano piratamente opere di successo. Viesseux protestò per l'imposizione del nuovo dazio che danneggiava la sua "Antologia" e molti altri editori. Tutto il Mezzogiorno, tranne la Sicilia (con centri attivi come Palermo e Catania), dipendeva dall'attività napoletana.
Intellettuali meridionali come Mele, Liberatore, e della Valle lottarono per l'apertura delle frontiere e la sprovincializzazione della cultura meridionale, mentre i tipografi napoletani cercavano di tutelarsi, facendo del sud un luogo chiuso. In generale, l'Italia era arretrata a causa della frammentazione politica, accentuata dai dazi doganali, che impedivano l'allargamento del mercato e la concorrenza tra le case, e della mancanza di una tutela della proprietà editoriale e del diritto d'autore.
Italia preunitaria e convenzioni per la tutela delle opere
Nel periodo preunitario, i tipografi vivevano di artigianato, ristampe pirata, e vecchi privilegi corporativi, mentre editori e intellettuali vedevano convergere i loro interessi per ottenere la libertà dei commerci e il diritto d'autore.
Come si affrontarono i problemi:
- Nel 1840 fu firmata a Vienna la convenzione austro-sarda per tutelare opere scientifiche e letterarie.
- Alla convenzione entro l'anno aderirono gli stati italiani.
- Unico che non aderì fu il Regno delle Due Sicilie.
Le speranze furono disattese in parte: il caso di Le Monnier a Firenze testimonia che nel 1845 pubblicò i "Promessi Sposi" dell'edizione del '32, che Manzoni aveva ormai rifiutato. Questo fu un segno che non solo i piccoli, ma anche i grandi editori ricorrevano a comportamenti spregiudicati. Le Monnier nel 1864 fu costretto al risarcimento. La convenzione non fu incisiva anche per la mancata adesione del Regno Borbonico.
Sempre per iniziativa di Viesseux si affrontò ancora il problema del commercio librario in Italia. Si guardava alla Germania -pure frammentata- come modello, ma Viesseux arrivò ad affermare che allo stato dei fatti, con la frammentazione che c'era, non era possibile nessun intervento riformatore.
Giuseppe Pompa aprì l'Emporio Librario a Livorno, un deposito di libri di tutta Italia, utile per dare informazioni su ciò che si pubblicava in Italia e collegare i diversi operatori del libro. L'esperienza fu un fallimento, alla società aderirono solo sei imprese e non vi erano corrispondenti dal Mezzogiorno.
Anni '40 in Italia e il biennio rivoluzionario '48-'49
In generale, negli anni '40 l'Italia vide un calo della produzione, con i massimi centri a Torino-Pomba e Firenze-Le Monnier. Aumentò il divario tra nord e sud e si maturò l'idea che solo con l'unificazione politica avremmo avuto la nascita di un'industria editoriale italiana.
Durante il biennio rivoluzionario '48-'49, vi furono molti avvenimenti e servivano rapide informazioni, brevi e incisive, quindi si diffondevano i periodici. Si trascurava la lettura di libri, che richiedeva ritmi più lenti, ma Le Monnier sapeva che poi ci sarebbe stata una crescita più consapevole e attenta alla domanda di cultura. Nel 1847 si alleviò la censura preventiva perché si era capito che la stampa clandestina funzionava bene. La politica entrò nel dibattito culturale e nella polemica giornalistica, così aumentarono i periodici.
Un caso particolare fu Roma, dove non esisteva un tessuto tipografico in grado di sorreggere e garantire continuità alle iniziative giornalistiche. Nel 1948 vi fu libertà di stampa anche nel Regno delle Due Sicilie. Vi era ovunque libertà di stampa, ma non era tutelata da alcuna legge. Nascevano periodici senza editori noti o imprese finanziariamente solide, spesso frutto di singoli intellettuali o gruppi politici. L'unico editore noto che pubblicava giornali di argomento politico era Le Monnier, con "La Costituente Italiana" filomazzinana e "Il Conciliatore" monarchico costituente. Le Monnier era solo lo stampatore; preoccupato dalle vicende belliche, interruppe le sue pubblicazioni editoriali.
Nonostante le difficoltà date dalla guerra, si mise in luce il potenziale del mercato e si videro nuovi lettori, orientati verso un genere di produzione di scarse pretese sul piano della veste tipografica, ma in grado di fornire il massimo di informazioni in breve tempo. Una volta spenta la fiammata rivoluzionaria, si tornò all'alveo tradizionale, senza trarre visibilmente profitto dall'emergere di un nuovo pubblico di lettori.
Gli anni '50: crescente controllo e stabilità in Piemonte
Negli anni '50, la libertà di stampa fu progressivamente abolita in tutti gli stati. Nel Mezzogiorno e nella Toscana granducale ritornò la censura ecclesiastica, mentre solo il Regno di Sardegna mantenne la libertà di stampa e le garanzie costituzionali contenute nello Statuto Albertino. A Torino vi furono diverse iniziative grazie alla stabilità politica:
- Giuseppe Pomba
- Fratelli Botta
Vi fu un'assenza generale del dibattito sulla questione libraria. Pomba e Viesseux tacevano, temendo le sanzioni della censura e la disillusione data dai fallimenti dei moti rivoluzionari. Si concentrarono sul rafforzamento delle organizzazioni editoriali, il rinnovamento tecnologico e la gestione delle aziende libraie. Pomba nel 1854 si unì con la Tipografia Sociale, formando la società per azioni Unione Tipografica Editrice (oggi UTET), riunificando l'attività tipografica con quella editoriale.
A Firenze, Gaspero Barbera creò nel 1854 la Tipografia Barbera, Bianchi e C. Iniziò come stampatore su commissione, poi si dedicò all'attività editoriale.
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