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Capitolo 1. Leggere

Nel Novecento raramente la voce ha accompagnato la lettura, raramente ne è stata lo strumento. Diamo per scontato che così si debba fare e che così si sia sempre fatto. Ogni altro modo risulta impensabile. La lettura ad alta voce è un fatto insolito, un’eccezione; pratica comune è lo scorrere la pagina stampata in silenzio, velocemente e utilizzando il solo senso della vista. La lettura, oggi, è un atto solitario.

Uno dei momenti di svolta nell’atto della lettura è stato il Settecento, allora in Occidente si superò quello spartiacque al di là del quale la lettura divenne com’è oggi, cioè veloce e silenziosa. Ogni trasformazione radicale in questo senso è un intervento sulla forma mentis, in quanto una modifica del canale che porge a uomini e donne le informazioni essenziali per la vita individuale e collettiva non può non avere conseguenze sui modi stessi del conoscere, sul senso di sé e della realtà.

Il rapporto tra i sensi viene rivoluzionato. Al tempo della voce si sostituisce quello più veloce dello sguardo: il suono tocca il corpo, mentre la vista è un organo che distanzia dal corpo. In quel processo di separazione della parola dall’emissione fonica, il Settecento è il secolo della «cataastrofe». È il secolo in cui l’incremento delle trasformazioni quantitative supera la soglia di non ritorno che dà origine al salto di qualità. In quei cento anni la diffusione della lettura silenziosa raggiunge il livello critico in Occidente, mentre si determina una trasformazione dell’ordine del discorso e del modo stesso di dire il mondo.

Il romanzo trasforma le connessioni tra fatti e la temporalità narrativa stessa. È nel racconto che affiora l’inconscio: le narrazioni sono costruite con la nostra parola interiore e cambiano col cambiare della nostra psiche. Questi contenuti sono fortemente influenzati dalla materialità del canale della comunicazione che li trasmette. Quindi anche dal modo di leggere. La lettura a voce alta è più lenta della lettura ad alta voce. La temporalità della percezione di quanto viene narrato è perciò diversa, come diverso è il rapporto con la memoria.

David Hume sembra conscio della rilevanza che hanno i modi della comunicazione per le forme del narrare ed accenna a istituire un’equazione nuova tra leggere e pensare. La lettura è pensiero guidato: di conseguenza, conviene che gli scrittori organizzino le loro narrazioni sulla base delle stesse relazioni che connettono le idee nella mente. È così che i lettori saranno indotti a percepirle come dotate di un’unità naturale, che li porterà a leggere con interesse sotto la spinta della curiosità e di altre emozioni.

Quel sentimento sarà descritto come passione della lettura e consiste in una maniera di accostarsi al libro che ne decreta il potere e si consegna al testo, abdicando a ogni altra volontà. Nel Settecento, rispetto alla passione della lettura, ci fu un momento di svolta. Il pensiero nato spontaneo nella mente e quello guidato dal discorso scritto giunsero a incontrarsi nel medesimo luogo: l’interiorità.

Fu allora che l’atto di lettura divenne qualcosa di meccanico. Prima, i sensi di chi leggeva erano coinvolti diversamente, e così pure il corpo. La lettura ha tenuto in esercizio muscoli differenti, richiedendo una varietà di sforzi e inducendo alle posizioni più diverse. La sua storia è storia dei corpi che leggono. Oggi, invece, siamo circondati da scritte, quasi come se fosse il testo a scegliere noi, a farsi leggere, e non viceversa.

Oggi il testo ci può assorbire completamente, perché la lettura non implica alcuno sforzo, ma è diventato un gesto automatico. Nel passato la lettura ad alta voce non consentiva un tale abbandono e una tale inconsapevolezza. Con la lettura silenziosa, le emozioni hanno il sopravvento: il discorso scritto impara a suscitare nei lettori un’emozione che li induce a proseguire nella lettura fino a quando l’attesa non sarà soddisfatta. Non è questo, un tipo di lettura, un agire, bensì un patire; l’assoggettamento al volere del testo. È la passione della lettura, che tale diviene quando questa pratica si fa silenziosa e individuale.

La passione della lettura

Condizione preliminare per il divampare della passione della lettura è un preciso modo di leggere: veloce e senza sforzo. Ma non solo: è necessario anche che il testo abbia un’impalcatura narrativa adeguata, perché non tutti i racconti suscitano attesa in chi li legge. A partire dal Settecento, il racconto si dota di meccanismi esclusivamente verbali in grado di indurre nei lettori la voglia di leggere. Tre elementi servono a far esplodere il fenomeno della passione della lettura:

  • Lettori perfettamente padroni della pratica;
  • Supporti materiali amichevoli;
  • Una determinata struttura narrativa.

Minori erano le possibilità di isolarsi a casa, rispetto all’Ottocento e a oggi. La vita privata e l’interiorità erano diverse. Chi leggeva in camere sovraffollate, mezzi di trasporto non agevoli, e rumorose locande, non aveva la stessa percezione del testo come potremmo avercela noi oggi. I romanzieri del Settecento si resero conto di avere a che fare con un tipo di lettore nuovo e sperimentarono una varietà di modi narrativi per catturarlo.

Non più avvertita come un’attività che richiede sforzo, bensì come una percezione tra le altre, la lettura, liberata dalla necessità di comprendere le singole parole, le attraverserà per giungere direttamente al senso. Allora il testo potrà catturare il lettore. Soprattutto ora il testo non rivela più subito al lettore l’intero suo significato. Non vi sono episodi in sé conchiusi e autosufficienti che consentano di interrompere la lettura alla fine di ognuno.

Il romanzo è un progetto complesso, i cui episodi tengono memoria del passato e sono sempre diretti verso un futuro, verso lo scioglimento finale.

Un romanzo non si rilegge

Il romanzo è un insieme dotato di un tipo di unità secondo la quale nessuna sua parte può essere eliminata o spostata, pena la distruzione dell’insieme. I romanzi sono racconti in cui gli eventi si addensano, organicamente connessi tra loro. Ma alcune condizioni ambientali sono necessarie per la loro creazione, alcuni supporti materiali, alcune situazioni comunicative. Chi scrive romanzi ha bisogno di rileggere e correggere quanto ha composto: è quasi impossibile pianificare una volta per tutte un tipo di racconto dotato di una unità così complessa e interrelata.

L’autore deve poter modificare liberamente il manoscritto, sapendo che i lettori leggeranno l’opera su fogli a stampa, dove ogni correzione sarà scomparsa. A fine Settecento sono avvenuti quei cambiamenti nelle condizioni di composizione e di fruizione, nonché nelle forme materiali dei libri che consentirono di creare il nuovo tipo di racconto.

La narrazione può così diventare un grande affresco in grado di accogliere i contenuti più vari e dissonanti, di presentare con gusto sincretico punti di vista diversi, una polifonia di voci. Questo è il senso della metafora che si diffuse a partire dalla seconda metà di quel secolo per indicare sia il romanzo che il mondo che esso si propone di raffigurare. La metafora è web: rete e ragnatela, fili che si intrecciano e si dipanano; si uniscono in un nodo, per separarsi subito con un distacco però mai definitivo.

All’idea di racconto come serie di anelli in una catena di episodi narrati velocemente, subentra nel Settecento una concezione che le metafore della rete e della ragnatela ben rappresentano, con i loro fili tutti direttamente o indirettamente collegati tra loro. Nessun filo della trama può essere toccato senza che l’insieme cambi e si sgretoli: in questo è implicito un preciso senso del cambiamento e della temporalità.

Stiamo assistendo all’incontro, nel concreto della lettura, tra mondi di testi e mondi dei lettori, i quali non sono entità puramente mentali e disincarnate, bensì oggetti e soggetti concreti, dotati di una materialità fisica e storica che incide su questo incontro, e dunque sull’interpretazione stessa. Effetti e significati dei testi sono il risultato di una pluralità di variabili tra cui quelle sensoriali. La lettura non è un atto puramente astratto e sempre identico nei secoli: la lettura è una pratica che una sua storia.

Capitolo 2. La lettura ha una storia

Fino al II-III secolo lo scritto stava su un rotolo che veniva tenuto aperto con la mano destra e svolto progressivamente con la sinistra, mentre le braccia erano sollevate per mantenere la superficie scritta alla giusta altezza e a un’appropriata distanza dagli occhi. Leggere era un’attività che richiedeva al corpo uno sforzo non indifferente. Il mondo greco, quando nel corso del IX secolo a.C. vi comparve la scrittura alfabetica, aveva già raggiunto uno stadio avanzato di civiltà. Fino all’VIII secolo la civiltà greca fu sostanzialmente orale, e nonostante ciò era potente e ben organizzata, anche nei suoi rapporti con il mondo esterno. Quando venne introdotto l’alfabeto, le cose non cambiarono immediatamente. Per molto tempo la cultura orale non si trasformò e le informazioni continuarono a transitare con le modalità precedenti. La parola parlata continuò a detenere il prestigio, mentre la scrittura aveva un ruolo ancillare. Un secolo dopo, la scrittura era deputata a fissare la memoria delle leggi e della storia; anche se ciò non le conferiva maggior prestigio ma semplicemente ampliava l’ambito del suo intervento. La lettura era considerata un’occupazione da schiavi. Era tuttavia in moto quel processo di diffusione della scrittura che sarà al centro di tutta la nostra storia e che incontrerà una sola battuta d’arresto con la fine dell’Impero Romano d’Occidente.

Nel VI secolo a.C. la parola scritta trovava molti impieghi, tra cui il principale era forse quello politico. L’opera di Platone rappresentò lo spartiacque tra una civiltà fondata sulla trasmissione orale del sapere e una fondata sulla scrittura. Anche il filosofo però aveva un atteggiamento ambiguo nei confronti del nuovo canale della comunicazione. Nel Fedro, infatti, il Socrate platonico elenca i difetti dell’alfabeto, tra cui quello di ingenerare l’oblio nelle anime di quelli che lo impareranno e di far cessare l’esercizio della memoria in quanto le persone richiameranno le cose alla mente al di fuori di se stessi. La memoria di cui Platone paventa la perdita non è la capacità di immagazzinare dati, per la quale la scrittura è utilissima, ma è la riattivazione interiore della conoscenza delle realtà con cui l’anima è stata in precedenza in contatto. Nonostante questo, dopo Platone la scrittura andò ricoprendo un ruolo sempre più preminente della società, sia per lo studio che per l’intrattenimento.

Così, al sopraggiungere dell’età romano-imperiale, essa aveva ormai acquisito notevole visibilità e appariva diffusamente in epigrafi, graffiti, cartelli, libelli, lettere, etc. Circolavano pure testi lunghi: un’ampia letteratura di vario genere. A partire dal III-IV secolo d.C. l’Europa occidentale assistette a un’inversione di tendenza all’espansione della parola scritta. Le profonde trasformazioni che accompagnarono la caduta dell’Impero Romano d’Occidente provocarono una riduzione del numero degli alfabetizzati. E contrassero le occasioni di impiego della scrittura.

Era passato dunque un millennio dall’introduzione dell’alfabeto, lungo periodo denso di cambiamenti non solo nella quantità e tipologia di testi in circolazione, ma anche nelle forme grafiche e nei supporti materiali. All’inizio si leggeva dal rotolo, il volumen, che era difficile da tenere e comportava l’uso di entrambe le braccia. L’esercizio muscolare si attenuò quando comparve un tipo di leggio che serviva a sostenere il peso del voumen. A partire dal II secolo d.C. l’uso del rotolo cominciò a decadere a favore dell’impiego del codex, libro a pagine, meno costoso e più maneggevole. I cristiani adottarono questa nuova tipologia di supporto testuale.

Anche la grafia cambiò forma in questi secoli: alle sue origini la scrittura greca si era servita dell’alfabeto fenicio, che non possedeva vocali e costringeva a una lettura lenta e difficoltosa. Presto i Greci introdussero i simboli vocalici, sciogliendo così gli agglomerati consonantici, abolendo però gli spazi bianchi tra una parola e l’altra. Nella Roma dei primi secoli leggevano esclusivamente gli schiavi e i sacerdoti; non per piacere ma per utilità. Solo verso la fine dell’età repubblicana la lettura colta si diffuse in una cerchia più ampia di uomini agiati, che la esercitavano in privato. Fu tra il II e il I secolo a.C. che nacquero le prime biblioteche private, in cui si praticava l’otium letterario e l’incontro sociale, la lettura finalizzata allo studio e quella intesa al piacere. L’età imperiale assistette a un incremento dell’alfabetismo e alla diffusione della lettura in ambiti sociali sempre più vasti, tanto che furono istituite biblioteche pubbliche aperte a tutti.

La lettura doveva essere una pratica diffusa, ma anche se si leggeva per se stessi le parole si pronunciavano ad alta voce per comprenderne il senso. La lettura prese sede nei monasteri, dove se ne praticavano di diversi tipi: quella sonorizzata per un pubblico di ascoltatori, che doveva essere esercitata modulando la voce per accompagnare il senso. Nei monasteri si praticava anche la lettura individuale, che però non era finalizzata al divertimento come in epoca imperiale, bensì al conseguimento della saggezza. Nel medioevo, oltre a queste due tipologie di lettura, si esercitava anche la lettura silenziosa, alla quale invita per esempio la Regola di San Benedetto perché consente di disturbare gli altri. Pochi la sapevano esercitare e comunque almeno un minimo di sonorizzazione era indispensabile affinché la scrittura risultasse comprensibile. Nel tempo ricomparvero quegli spazi bianchi che erano stati aboliti con l’introduzione delle vocali.

Avvenne quando il parlato perse contatto con la lingua scritta, che rimase il latino anche mentre nelle varie parti d’Europa si parlava ormai correntemente il volgare. Tra le varie innovazioni, l’impatto maggiore lo ebbe l’abolizione della scriptura continua, che fu un processo lento e giunto a compimento solo nel XII secolo, ma che comportò una vera e propria rivoluzione cognitiva, creando i presupposti per una lettura veloce e comprensibile. La lingua venne così a essere tradotta quasi per intero in forma visiva, con il senso guidato principalmente dalla punteggiatura e dagli spazi bianchi, mentre prima a farlo erano i toni di voce e le pause. Fu allora che la parola divenne pensabile come un segno che manda alla mente messaggi diretti, senza più transitare per il suono e per l’udito.

Nel XII secolo divennero di uso corrente tutta una serie di innovazioni grafiche. Apparvero gli indici dei nomi e dei contenuti, la titolazione dei libri e dei capitoli, l’impaginazione e la segnalazione dei confini di proposizioni e paragrafi, nonché la scrittura corsiva, già nota agli antichi e tornata ora in uso dopo un lungo oblio. I codici assumevano così una chiarezza e un ordine che consentivano l’accelerazione della lettura: non a caso in tutta Europa aumentò la produzione delle copie dei testi, facilitata anche dalla diffusione dell’inchiostro e della carta. L’aumento della domanda, però, non coincise con l’aumento dell’offerta: i copisti erano ancora pochi, in quanto era un mestiere considerato disonorevole e servile.

Nell’immediato, si ovviò alla discrepanza tra domanda e offerta con un nuovo tipo di libro, il “florilegio”, raccolta di brani selezionati da vari testi per consentire l’accesso, anche se frammentario, al maggior numero possibile di opere. Il florilegio godette di grande fortuna, e furono le gerarchie ecclesiastiche stesse a incoraggiarlo, perché consentiva di elidere brani, frasi o singole parole ritenute pericolose o passibili di eresia. Intanto si stava producendo un altro significativo cambiamento: la semplificazione della scrittura e della lettura che ebbe luogo tra l’VIII e il XIII secolo rese meno imperativa la necessità di comporre dettando a uno scriba.

Scrivere, nel senso di comporre, fu così sempre meno associato alla dettatura e gli autori progressivamente divennero anche scrittori dei propri testi. Presto si diffuse la scrittura dell’autore che era anche scrittore delle proprie opere; e se lo scriba non scomparve, egli divenne un amanuense il cui lavoro consisteva nella copiatura dei manoscritti. Sul piano cognitivo, le conseguenze furono rilevanti. L’autore, essendo in grado di rileggere ciò che aveva scritto, poteva creare dei rimandi interni e recuperare antecedenti logici, poteva perfino modificare in corso d’opera il suo stesso piano iniziale.

Quanto alla lettura, anch’essa andava cambiando. Nel XIV secolo, almeno una parte dei lettori scorreva ormai i testi in silenzio e con una certa velocità; la comprensione era abbastanza immediata e l’accesso alla scrittura delegato alla vista, che mandava segnali diretti alla mente senza più il tramite della verbalizzazione sonora. Fu allora che le biblioteche, luoghi prima rumorosi, si immersero nel silenzio. Qualcosa di clamoroso stava capitando all’essere umano e al suo pensiero: la scrittura e la lettura entrarono nella segretezza, ed era divenuto possibile non far sapere agli altri cosa si scrivesse o legge.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.degiovanni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del libro e dei sistemi editoriali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Braida Ludovica.
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