Chartier e la storia culturale dell'Europa contemporanea
Chartier è diventato professore del Collège de France, gli è stata assegnata la cattedra: “scritti e culture dell’Europa contemporanea”. È uno storico, fondatore in Francia della storia culturale affiancata alla storia del libro e della lettura. Questo libro che prendiamo in considerazione aveva un altro titolo: “écouter les morts avec les yeux” (ascoltare i morti con gli occhi), tradotto in italiano: “ascoltare il passato con gli occhi”.
È un testo breve in cui l’autore spiega cosa insegnerà in quella cattedra: è una dichiarazione di intenti e del proprio metodo di lavoro. Afferma che prima di lui ci sono stati due giganti: Lucien Febvre, fondatore insieme a Marc Bloch, nel 1929, della rivista “Les Annales”, ancora oggi la rivista più prestigiosa del mondo. Questa apertura dava avvio a una nuova storiografia. La cattedra di Febvre si chiamava, nel 1943, “storia della civilizzazione moderna”. Lascia poi il posto a Braudel. Chartier fa riferimento alla lezione inaugurale di Braudel, nel 1950, dove richiamava la responsabilità degli storici in un mondo uscito dalla grande guerra mondiale. Non è una cattedra qualunque, sono pochissimi gli umanistici che ci arrivano. Il discorso di Chartier poggia su questi grandi studiosi.
Il percorso di Chartier nella storia della cultura scritta
Chartier però ammette di aver seguito un altro percorso e lo racconta. Si è occupato di storia della cultura scritta, dove per “cultura scritta” si intendono tutte le produzioni di scrittura, sia quelle manoscritte, sia quelle a stampa sia quelle nuove elettroniche. Individua tre maestri, tre tradizioni culturali a cui ha fatto riferimento:
- Henri Jean Martin, studioso francese che ha fondato in Francia il nuovo modo di fare storia del libro. Nel 1958 pubblica un volume che si chiama “Apparition du livre”, (tradotto in italiano: “la nascita del libro”) scritto insieme a Febvre. È un libro fondativo perché per la prima volta uno studio si interessava non solo alla storia del libro a stampa inventato da Gutenberg in un modo tecnico, ma era un libro che diceva come cambiava la mentalità in relazione alla stampa. Sottolineava i mestieri nuovi che venivano creati dal modo nuovo di creare i libri. Si usciva da una prospettiva erudita e tecnica per raccontare la storia del libro con attenzione alla mentalità degli uomini che vengono trasportati da questa mentalità di produrre e leggere i libri, che porta anche a una maggiore conservazione dei testi (non più manoscritti, ma testi a stampa). Un’altra importante caratteristica era che non trascurava il fatto che il libro era pur sempre una merce, che veniva venduta con un suo mercato: dedicava un capitolo intero al problema della distribuzione del libro a stampa. Chartier e Martin hanno curato insieme dal 1982 al 1984 il libro: “Histoire de l’édition francaise”, quattro volumi fondati sui concetti che troviamo in tutti i libri di Chartier. Questi concetti sono legati a un modo di lavorare di Chartier, e tengono conto della storia dei testi, storia delle forme (come i libri sono stati trasmessi, manoscritti o a stampa), e degli usi o appropriazioni (come i lettori li hanno fatti propri, li han letti e interpretati). C’è un passaggio in più rispetto al libro curato solo da Martin: l’attenzione all’appropriazione e all’uso. Anche la lettura ha una storia.
- Donald McKenzie, di origine neozelandese, studioso di letteratura inglese, bibliografo. Ha scritto il libro: “bibliografia e sociologia dei testi”, in cui dice: forms effect meaning = le forme producono significato. Ossia, se qualunque scritto viene fatto leggere su qualsiasi materiale, chi legge il testo avrà una percezione differente anche se il testo è lo stesso. Il testo non è immutabile: può cambiare di significato perché produce significati nuovi a seconda del materiale che lo veicola. Una poesia incisa su una pietra è una cosa diversa dalla stessa poesia scritta su carta. Oppure una poesia scritta a mano e a stampa. La leggibilità cambia. Non basta, dice McKenzie, editare dei testi perché quelli non mutino nel tempo. Quando uno studioso ha a che fare con delle lezioni antiche deve tener conto di come quel testo è stato editato. L’edizione conta, anche se il testo è lo stesso. Importante quindi il formato, il carattere, gli spazi bianchi, i margini, le illustrazioni. Gli studiosi devono fare attenzione al supporto materiale che veicola il testo. Gran parte della critica letteraria e della storia della letteratura tende a dare un giudizio estetico sui testi. Raramente la critica letteraria si interessa sul come quel testo è stato trasmesso, su quale edizione. Gli studiosi dovrebbero considerare che quel testo senza un supporto materiale che lo fa leggere non esisterebbe. Un testo non esiste senza un supporto materiale che lo fa esistere.
- Armando Petrucci ha lavorato su tutte le forme di scrittura, non solo su quelle su carta, ma anche su monumenti, scritture funerarie. C’è un libro pubblicato da Einaudi, “Le scritture ultimi”, dove analizza le epigrafi e cerca di capire il rapporto tra quella scrittura e lo status del morto. Una storia della cultura scritta che rimanda al sociale e agli usi. Petrucci studia come le istituzioni politiche o religiose comunicano con i cittadini attraverso lo spazio, pubblico o urbano, e lo scritto. Le città antiche sono circondate da scritti piccoli, che si facevano circolare per le piazze. Petrucci studia tutte le forme di scrittura e come si intersecano con le storie di scrittura a stampa. Contemporaneamente abbiamo supporti manoscritti, supporti a stampa. Bisogna tener conto di tutte le forme di uno scritto: tutto quello che viene prodotto attraverso la scrittura è fondamentale, qualunque sia la sua forma e il suo uso, la sua destinazione e la persona che l’ha prodotto. Il lavoro dello studioso è capire per che tipo di uso e per chi è stata fatta quella determinata scrittura. Inoltre, lui non distingue tra scritture di serie A o di serie B: tutte le scritture, chiunque le abbia prodotte, vanno studiate. Da Petrucci viene questo concetto di usi sociali delle scritture. Petrucci tratta anche del problema dell’alfabetizzazione: i primi studi, degli anni ’70, sono stati incentrati sulla storia dell’alfabetizzazione. Lo studio di Petrucci ha messo in crisi tutto ciò che si sapeva sull’alfabetizzazione. Prima, chi studiava l’alfabetizzazione, partiva dagli atti notarili e guardava soprattutto la firma. Se l’atto notarile era firmato, si presupponeva che la persona fosse alfabetizzata. Gli studi di Petrucci su come si imparava a leggere e scrivere hanno mostrato che la firma non voleva dire nulla, non necessariamente chi sapeva firmare sapeva leggere e scrivere.
Chartier lavorava sui generi di larga circolazione, chiamati libri popolari, ossia libri che costavano poco, quindi brutti dal punto di vista materiale (carta scadente, brutte illustrazioni). In Francia c’era una famosa collana editoriale chiamata “Bibliothèque Bleue”, che racchiudeva un patrimonio culturale che andava bene per tutti. Negli anni ’60 e ’70 gli studi sulla Bibliothèque Bleue dicevano che la collana era perfetta per gli strati sociali più bassi, adatta a chiunque sapesse leggere. In realtà molti di questi testi avevano un’origine colta, circolati in tutta Europa e avevano edizioni colte costosissime. Poi, erano state fatte in forma povera, su carta di scarso valore, per proporle a un pubblico più ampio a un prezzo più basso. Molti di quei testi che avevano versione colta e popolare, nella versione popolare erano stati tagliati e riscritti, semplificati nelle parti di descrizione psicologica. Si toglieva la descrizione dei caratteri, si portava il testo a un numero di pagine inferiore rispetto all’originale. Questi testi sono stati trasformati dagli editori che li hanno ri-editi. Studiare gli adattamenti delle opere è molto complicato: bisogna cercare il modello da cui ha preso spunto. Si è lavorato quindi dal punto di vista filologico, cioè cercare in questi testi l’origine, vedere se era colta e confrontare i testi diversi, tramandati da diverse edizioni e vedere quale tipo di semplificazione era stata fatta nei testi.
Le ricerche che erano state fatte negli anni ‘60/’70 erano stati lavori di tipo quantitativo. Per studiare l’evoluzione culturale delle letture dei francesi si era proceduto così, si prendeva un secolo e si lavorava su questo concetto: quali libri leggevano i francesi nel Settecento? Si usavano, per rispondere alla domanda, delle fonti seriali, ossia una fonte che si ripete per un lungo periodo di tempo, come ad esempio due fonti notarili: 1. Testamenti; 2. Inventari post-mortem. A volte chi moriva non lasciava un testamento, quindi gli eredi per dividersi l’eredità nominavano un perito che doveva descrivere tutto ciò che c’era nella casa. L’inventario descriveva tutto ciò che c’era nella casa del morto: arredi, vestiti e anche libri. Gli studiosi quindi hanno tirato fuori testamenti di diverse città, ad esempio Parigi dal 1700 al 1799, lavorando di anni in anni (1700-1710; 1710-20; etc). si studiava la variazione delle diverse classi sociali in modo quantitativo, facendo delle tabelle ogni dieci anni per capire i cambiamenti dei gusti culturali dei francesi. Che insegnamenti avevano dato le analisi delle biblioteche dei francesi? Avevano trovato una testimonianza che i libri cosiddetti popolari li si trovavano nelle biblioteche dei poveri, ma anche dei colti, delle famiglie aristocratiche. Queste collane, considerate popolari, c’erano non solo nelle case dei poveri, ma anche in quelle dei ricchi. L’esclusione per classi sociali non aveva senso. Il concetto di popolare viene discusso moltissimo, al punto che in uno degli studi più famosi di Chartier “Letture e lettori di antico regime”, dice di non chiamare più “popolari” questi libri, essendo interclassisti a tutti gli effetti. Si deve dare un giudizio di tipo economico e non sociale: quindi chiamarli “libri di larga circolazione”. C’è maggiore attenzione al confronto tra edizioni diverse dello stesso testo e alle caratteristiche materiali dell’edizione rimando al lavoro con McKenzie.
Nell’ambito delle rappresentazioni teatrali, Chartier ha lavorato con Congreive che, dopo aver avuto parecchie edizioni poco curate, viene completamente rielaborato da Tonson, che nel 1710 fa uscire un’edizione curata che produce delle letture nuove.
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