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L'invenzione del romanzo

Nel Novecento raramente la voce ha accompagnato la lettura: oggi leggiamo ad alta voce solo ai bambini che non hanno ancora iniziato la scuola; oppure occasionalmente leggono a noi gli attori a teatro o in televisione. Ma la lettura ad alta voce è un fatto insolito, un'eccezione. Pratica comune è scorrere la pagina stampata in silenzio, velocemente e utilizzando solo il senso della vista. La lettura, oggi, è un atto decisamente solitario. Ma non era così in passato. Fu nel corso del Settecento che la lettura divenne quale essa è oggi: veloce, silenziosa, senza sforzo e interamente demandata alla vista. Un atto naturale e meccanico; un gesto trasparente come tanti che compiamo nella vita quotidiana senza che la nostra attenzione vi si soffermi e senza che ci si renda conto che li stiamo compiendo. Leggiamo per ottenere le informazioni indispensabili al vivere quotidiano, per lavoro e tra i nostri piaceri includiamo anche la lettura.

Leggere oggi è anche una attività che possiamo esercitare per pochi minuti, intromettendola nelle altre di tutti i giorni. L'atto della lettura ci risulta talmente agevole che non lo percepiamo più come un'azione che implica sforzo ma piuttosto come una pratica incisa nella nostra stessa natura ed è per questo che il testo ci può catturare, suscitando in noi emozioni e trascinandoci anche nostro malgrado. La lettura ad alta voce in passato non consentiva un tale abbandono ed una tale inconsapevolezza. Comportava l'allertarsi dell'attenzione sul gesto e uno sforzo fisico: leggere era tassativamente vietato agli ammalati e i medici lo sconsigliavano alle persone deboli e a tutti dopo i pasti, quando l'energia corporea è impegnata nella digestione. Oggi invece dopo i pasti leggiamo per riposare; la lettura silenziosa non comporta dispendio di energia fisica e non richiede un impegno attivo da parte del corpo.

(Certo, chi studia legge in altro modo, quando il testo propone ragionamenti e concetti complessi richiede un atteggiamento vigile, valutativo e razionale, ma è anche vero che questa non è la fruizione più naturale ed immediata. È piuttosto frutto di una decisione e ne limita il godimento).

La scrittura e il mondo greco

Il mondo greco, quando nel corso del IX secolo vi comparve la scrittura alfabetica, aveva già raggiunto uno stadio avanzato di civiltà; prosperavano Stati con organizzazioni politico amministrative efficienti, con fiorenti attività agricole, manifatturiere e commerciali. E tutto ciò non aveva avuto bisogno della scrittura alfabetica per esistere. Con l'introduzione della scrittura alfabetica inizialmente non ci furono cambiamenti sostanziali: la cultura orale non si trasformò immediatamente e le informazioni continuarono per un po' a transitare con modalità precedenti. La lettura era ritenuta un'occupazione da schiavi, bassa e da affidare a chi veniva considerato un semplice strumento dotato di voce. Questo atteggiamento durò a lungo e ancora molto tempo dopo, la lettura di un testo scritto da altri poteva essere considerata un atto di sottomissione. Ad ogni modo si era innescato il processo di diffusione della scrittura che avrebbe incontrato soltanto una battuta d'arresto e una temporanea inversione di tendenza con la fine dell'Impero Romano d'Occidente.

Nel VI secolo a.C. la parola scritta aveva molti impieghi, tra cui il principale era forse quello politico. Fin dai suoi esordi infatti la democrazia ateniese la usò per informare i cittadini e per estendere la partecipazione alla cosa pubblica, ma si trattava ancora di testi brevi e solo verso la fine del V secolo apparvero opere di una certa lunghezza destinate ad una lettura disinteressata e letteraria. Il V secolo, l'epoca di Platone, rappresentò indubbiamente lo spartiacque tra una civiltà fondata sulla trasmissione orale del sapere e una fondata sulla scrittura. Il filosofo pur servendosi della scrittura le muoveva critiche consistenti: accusava la scrittura di non offrire una vera sapienza agli scolari ma di dargliene soltanto un'apparenza. Per Platone la conoscenza che dà accesso alla verità non è raggiungibile attraverso la scrittura, ma solo nel rapporto umano diretto tra discepolo e maestro. Dopo Platone la scrittura andò ricoprendo un ruolo sempre più preminente nella società, tuttavia, a partire dal III-IV secolo d.C. l'Europa occidentale assistette a un'inversione di questa tendenza all'espansione della parola scritta, la cui presenza nella società si cominciò a diradare. Le profonde trasformazioni che accompagnarono la caduta dell'Impero Romano d'Occidente provocarono una riduzione del numero di alfabetizzati e contrassero le occasioni di impiego della scrittura che non scomparve ma si ritrasse in luoghi segregati come i monasteri.

I monasteri e la lettura nel medioevo

Nell'Alto Medioevo i monasteri erano luoghi rumorosi, dove si leggeva e si meditava guidati da un libro e cantilenando all'infinito le medesime parole. La lettura individuale era finalizzata al conseguimento della saggezza, i monaci maneggiavano sempre gli stessi testi che ripetevano e memorizzavano per penetrarne i significati più reconditi: la lettura procedeva lenta e tornava continuamente sugli stessi passi. Leggere, in epoca sia greca che romana era un'attività fisica impegnativa che richiedeva al corpo uno sforzo non indifferente. Fino al II-III secolo d.C. si leggeva da un rotolo, il volumen, che poteva essere di papiro o di cartapecora e che veniva aperto con la mano destra e svolto progressivamente con la sinistra, mentre le braccia erano sollevate per mantenere la superficie scritta alla giusta altezza e a un'appropriata distanza dagli occhi. Lo sforzo si attenuò quando comparve un tipo di leggio che serviva a sostenere il peso del volumen e consentiva di tenerlo aperto con una sola mano, in modo da liberare l'altra per quei gesti declamatori indispensabili per la lettura a voce alta.

A partire dal II secolo d.C. l'uso del rotolo cominciò a decadere e progressivamente si intensificò l'impiego del codex, libro a pagine, meno costoso e più maneggevole. Bastava una sola mano per tenerlo in posizione di lettura, anche senza l'aiuto del leggio. Nei secoli tra l'introduzione della scrittura alfabetica presso i greci e la fine dell'Impero Romano d'Occidente, anche la grafia cambiò forma. Alle sue origini, la scrittura greca si era servito dell'alfabeto fenicio che però non presentava simboli per le vocali e perciò costringeva ad una lettura molto lenta e ad una ricostruzione faticosa del significato. Così i greci introdussero i simboli vocalici facilitando la comprensione che venne poi nuovamente ostacolata dall'eliminazione della separazione delle parole tramite il punto o uno spazio vuoto (proprio come facciamo oggi). Questa eliminazione fu possibile perché lo scopo da ottenere non era quello di una lettura veloce né quello di fissare un discorso che poi le persone avrebbero letto, ma mirava piuttosto a tenere memoria di un testo che pochi singoli lettori reintroducevano nel mondo dell'oralità raccontandolo a voce.

Agli antichi non interessava una lettura scorrevole perché non esistevano le condizioni che la fanno apprezzare oggi: la possibilità di una rapida decodificazione e lettura che permettesse di leggere un gran numero di testi esercitava scarsa attrattiva in un'epoca in cui i libri disponibili erano complessivamente pochi. Come abbiamo già detto, nel mondo greco-romano di solito si leggeva ad alta voce. Alla fine del V secolo risalgono i primi consistenti indizi di una lettura silenziosa ed in particolare possono essere citate due testimonianze letterarie:

  • Una scena dell'Ippolito (428 a.C.) di Euripide: Teseo si accorge che a moglie morta ha una tavoletta scritta che le pende da una mano, la prende e la guarda tacendo. Lancia poi un grido, mostrando di averla letta in silenzio e di averla compresa.
  • Un passo dei Cavalieri (424) di Aristofane: Nicia consegna a Demostene un responso oracolare scritto, che questi guarda rimanendone colpito. Il suo stupore suscita la curiosità di Nicia che vorrebbe saperne di più. Così quando Demostene gli ordina "dammi da bere", egli crede che stia leggendo ad alta voce il contenuto del responso. La situazione comica che nasce dal fraintendimento fa pensare che a quell'altezza cronologica la lettura silenziosa fosse una pratica sufficientemente diffusa da venire riconosciuta dal pubblico a teatro, ma non tanto da rendere incredibile l'errore del servo.

Gli scritti che Teseo e Demostene leggono in silenzio sono però brevi, mentre all'epoca quelli lunghi continuavano ad essere sonorizzati anche quando si leggeva solo per se stessi. La lettura silenziosa rimase un fenomeno marginale per tutta l'antichità classica. Nella Roma dei primi secoli leggevano quasi esclusivamente gli schiavi e i sacerdoti e non per piacere ma per utilità. Solo verso la fine dell'epoca repubblicana la lettura colta si diffuse in una cerchia più ampia di uomini agiati che la esercitavano in privato. L'età imperiale assistete ad un incremento dell'alfabetismo e all'apertura delle prime biblioteche pubbliche. A leggere non erano più soltanto i letterati, i maestri di scuola e i funzionari civili ma anche le donne e un pubblico sempre più differenziato. Proprio allora si diffuse una letteratura di intrattenimento e di consumo costituita da testi narrativi come Le Etiopiche di Eliodoro.

La lettura non era silenziosa, anche chi leggeva per se stesso non lo faceva nel chiuso della mente ma pronunciava le parola ad alta voce per comprenderne il significato. La lettura ad alta voce permetteva di sezionare la scriptura continua, assegnava gli accenti alle parole e le intonazioni esclamative e interrogative delle frasi per cui mancavano i segni grafici. Leggere un testo declamandolo rispondeva, dunque, ad un'esigenza ermeneutica: serviva ad agevolarne la comprensione che era ostacolata da:

  • La grafia poco chiara
  • L'organizzazione testuale confusa
  • La scriptura continua

Nel tempo, tuttavia, ricomparvero quegli spazi bianchi tra parole che erano stati aboliti con l'introduzione delle vocali. Avvenne quando il parlato perse contatto con la lingua scritta che rimase il latino anche mentre nelle varie parti d'Europa si parlava correttamente il volgare. Questo scollamento tra le due lingue creava problemi agli scribi, non tanto nelle zone in cui si parlavano le lingue romanze più vicine al latino, quanto piuttosto nelle altre, dove i testi latini che gli amanuensi dovevano trascrivere risultavano loro quasi incomprensibili a causa della scriptura continua. Proprio quegli scribi – irlandesi e anglosassoni - produssero innovazioni grafiche che entrarono nella pratica corrente, facilitando a tutti l'accesso alla pagina scritta e rendendo più immediata la ricostruzione del senso. Non solo reinserirono gli spazi tra le parole, ma ridussero anche il numero delle varianti di una stessa lettera fino ad arrivare ad un'unica forma grafica per ciascun segno sonoro e fissarono la punteggiatura. L'abbandono della scriptura continua fu un processo lungo giunto a compimento solo nel XII secolo e che creò i presupposti per una lettura veloce e per una comprensione immediata. Entrarono, poi, nell'uso corrente una serie di innovazioni grafiche, come ad esempio la titolazione dei libri e dei capitoli, che attribuivano al codice una maggiore chiarezza consentendo l'accelerazione della lettura. Non a caso in tutta Europa aumentò la produzione delle copie dei testi. Se nell'alto Medioevo a leggere erano stati soprattutto i monaci che lo facevano per conseguire la sapienza e per entrare in contatto con Dio, nel XII secolo la lettura uscì dai monasteri ed entrò nelle scuole. Prima si leggevano sempre gli stessi testi che venivano conosciuti in profondità e memorizzati; poteva bastare un solo libro per attingervi saggezza durante tutta una vita, poi si cercò di consultare il maggior numero possibile di scritti, in modo rapido e necessariamente meno approfondito. Ne conseguì il bisogno di accrescere la produzione libraria e aumentò il numero di volumi in circolazione, tuttavia la disponibilità di codici non fu subito all'altezza dell'incremento della domanda, perché il lavoro di trascrizione continuava ad essere costoso e la professione di copista poco attraente, vissuta come disonorevole e servile.

Il florilegio e l’era della stampa

Nell'immediato si cercò di superare questa discrepanza tra domanda e offerta con un nuovo tipo di libro; il florilegio ossia una raccolta di brani selezionati da vari testi per consentire l'accesso, anche se frammentario, al maggior numero possibile di opere. Il florilegio godette di grande fortuna e furono le stesse gerarchie ecclesiastiche ad incoraggiarlo perché consentiva di elidere brani e frasi ritenuti pericolosi. La semplificazione della scrittura e della lettura favorì la graduale scomparsa dell'abitudine di comporre dettando ad uno scriba. Scrivere, nel senso di comporre, fu così sempre meno associato alla dettatura e gli autori divennero anche scrittori dei loro testi. I termini scrittore ed autore divennero sinonimi. Lo scriba non scomparve ma divenne un amanuense il cui lavoro consisteva nella copiatura dei testi.

Intorno alla metà del 400 viene introdotta la stampa a caratteri mobili che comportò la riduzione dei costi di produzione libraria e aumentò il numero dei testi in circolazione. L'avvento della stampa favorì la riforma protestante di cui diffuse le idee e la Bibbia, stampata in un gran numero di copie e a prezzi accessibili, entrò in molte case, divenendo oggetto sia di una lettura collettiva ad alta voce, sia di una lettura silenziosa. Ne conseguì una familiarità sempre più diffusa con la scrittura in genere, non solo religiosa. Nei paesi cattolici, invece, le autorità ecclesiastiche frenarono il processo di diffusione del libro stampato, esercitando sulle letture dei fedeli e dello stesso clero un severo controllo, che mirava a dissuaderli dal maneggiare troppo la parola scritta. L'inquisizione e i tribunali infliggevano pene a volte tremende a chi stampava e deteneva libri proibiti. Fu così che, rispetto alla consuetudine di leggere, si aprì un divario profondo tra comunità protestanti e comunità cattoliche.

Se fino al tardo 500 tutti avevano praticato la lettura più o meno sui medesimi libri e le persone si differenziavano socialmente non tanto per quello che leggevano quanto per il modo di leggere e per il numero di testi letti, nel Seicento alcuni stampatori si specializzarono in libri per un'utenza popolare poco alfabetizzata, pubblicando almanacchi, libri di magia e ballate, versioni semplificate di libri di cavalleria. Il loro pubblico doveva essere consistente se si considerano l'ampiezza della rete distributiva affidata soprattutto ai venditori ambulanti e la quantità di opuscoli giunti ai giorni nostri ancora integri. Si trattava di libri formati da poche pagine e che costavano poco. Erano testi da ascoltare, raccontati dalla voce di chi li leggeva davanti ad un gruppo: nelle città e soprattutto nelle campagne le famiglie si riunivano la sera attorno ad un libro e il più abile leggeva per tutti.

La convivenza della lettura silenziosa e ad alta voce nel 1600

Nel Seicento lettura silenziosa e lettura ad alta voce convivevano ancora e anche se la prima stava prendendo il sopravvento sulla seconda, si trattò comunque di un processo lento e graduale. Il 600 fu ancora un secolo legato all'oralità e la scrittura stessa era un atto meno solipsistico di come lo viviamo oggi: i libri nascevano ancora da conversazioni, da giochi di salotto, da scambi verbali. Anche se era passato molto tempo dall'introduzione della stampa, questa non era ancora stata del tutto interiorizzata. Non era un'attività adatta alle donne, alle quali era concesso di scrivere a mano ma non di stampare, e agli aristocratici. Per un gentiluomo assumere la paternità di un libro equivaleva a degradarsi socialmente, scrivere poteva essere l'impegno dei momenti d'ozio ma non una professione. Così le loro opere circolavano manoscritte. Resisteva l'idea che manoscritti e libri stampati fossero tutto sommato equivalenti, tant'è vero che venivano rilegati insieme. Una pratica di cui si è persa memoria perché i bibliotecari di epoche successive li smembrarono, raggruppandoli separatamente. Inoltre nelle pagine dei libri erano ancora presenti tracce di scrittura come ad esempio le aggiunte e le correzioni a penna che lo stampatore invitava ogni singolo lettore ad apporre alla propria copia. La richiesta di collaborazione richiesta al lettore era del tutto esplicita.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

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