I soggetti e i luoghi
Gli uomini
Antonio Gramsci scriveva al figlio che la storia riguarda gli uomini, quanti più uomini possibile, e tutto ciò che riguarda gli uomini. In effetti, ancor prima di sovrani, condottieri, scienziati e scrittori, sono gli uomini e le donne ad essere protagonisti dei cambiamenti, e molto spesso a renderli possibili. Per questo, se vogliamo comprendere i mutamenti storico-politici, dobbiamo prima di tutto considerare il quadro demografico.
A metà Settecento è iniziata la "rivoluzione demografica": da 750 milioni di abitanti a 1 miliardo nel 1830, 2 nel 1930, 3 nel 1960, 4 nel 1975, 6 a fine Novecento. In pochi anni la popolazione è aumentata più di quanto avesse fatto dall'inizio della storia. Ovviamente, data la varietà di fattori che influenzano tale crescita, le dinamiche variano da un'area all'altra del pianeta: fino al 1950 il tasso di crescita più alto si ebbe in Europa, successivamente rallentò, lasciando il primato ai paesi asiatici.
La causa primaria dell'aumento demografico è la riduzione della mortalità. L'Occidente fu infatti il primo a debellare malattie come peste, vaiolo, colera, grazie ad aspirina e penicillina, ma anche a diminuire la mortalità infantile. La produzione agricola migliorò notevolmente e di conseguenza l'alimentazione, smentendo l'ipotesi malthusiana riguardo a una crescita insostenibile. Anzi, l'aumentare della popolazione ha accresciuto in maniera esponenziale la produzione.
Altri fattori importanti sono il miglioramento delle condizioni igieniche (condutture idrauliche, fognature) e la riduzione della mortalità delle guerre (almeno fino alla prima guerra mondiale). Al momento attuale, la crescita demografica è rallentata notevolmente nelle aree sviluppate, per via del controllo delle nascite, dell'innalzamento dell'età matrimoniale, del minor bisogno di braccia per il lavoro. Nei paesi meno sviluppati, invece, i tassi di crescita sono altissimi e questo comporta uno squilibrio sempre più accentuato tra uomini e risorse.
La vita media dell'uomo è salita da 22 in età romana a 35 anni nel Settecento, a circa 73 nel 1965. Dunque, nei paesi più sviluppati la natalità scende e la vita media si allunga, creando una popolazione sempre più anziana, che molto spesso pesa sull'economia dello stato. Molto spesso è proprio lo stato a incentivare o sfavorire la natalità.
La popolazione oltre a crescere si sposta anche: quando gli spostamenti si fanno imponenti e definitivi, essi cambiano i connotati di interi paesi. Abbiamo vari casi e varie modalità. Il commercio degli schiavi africani: dal XVI al XIX secolo (nel 1807 fu dichiarato illegale negli Stati Uniti, nel 1815 in Europa e solo nel 1888 in Brasile) 50 milioni di persone furono strappate dai loro paesi d'origine.
Le deportazioni e le fughe di massa: gli armeni nell'Ottocento, i curdi, i kulaki sotto Stalin, la Shoah, la nascita del Pakistan (musulmano) nel 1947...
Volontaria, ma non troppo, l'emigrazione dei lavoratori in cerca di migliori condizioni: iniziò a diventare un fenomeno di massa a metà Ottocento, quando gli Stati Uniti cominciarono ad attirare molti europei. Nel Novecento i flussi si fecero imponenti, riequilibrando in qualche modo il rapporto tra uomini e risorse.
Raramente però le migrazioni sono volute dai governi, anzi in molti casi erano ostacolate per non indebolire lo stato. Furono sostenute solo in alcuni casi, per la popolazione delle colonie, o per il trasferimento dei galeotti.
Dal 1846 (carestia irlandese) al 1930 più di 50 milioni di europei attraversarono l'Atlantico verso l'America del Nord o del Sud. Gli italiani si spostarono prima verso il Nord Europa (post Unità), poi verso le Americhe (inizio Novecento) e di nuovo verso Germania e Belgio (dal 1945).
Dopo la seconda guerra mondiale la migrazione da Nord a Sud è molto più massiccia di quella da Est a Ovest, fino agli anni Novanta e al crollo delle barriere sovietiche. Sempre in quegli anni il Mediterraneo diventa il centro di flussi migratori dai Balcani e dal Medio Oriente.
Le migrazioni portano quasi sempre a un miglioramento delle condizioni lavorative nei luoghi di partenza (maggior richiesta di manodopera, "rimesse"), ma anche legislazioni protettive nei luoghi di destinazione (cittadinanza, società multietnica...).
Gli spazi
Nell'età contemporanea l'evoluzione degli spazi è particolarmente rapida: si popolano interi continenti sfruttandone le ricchezze, le distanze si accorciano e i contatti tra culture diverse si intensificano, portando a una concezione più o meno unitaria del globo.
A inizio Settecento molte terre rimanevano ancora sconosciute: l'Africa nera, la Siberia, gran parte delle Americhe, l'Oceania, l'Antartide...
La colonizzazione degli europei fu portata avanti con un misto di interessi scientifici, economici e militari, e sostenuta dalla navigazione a vapore e dalle ferrovie. Ponendosi come dominatori sulle popolazioni indigene, sfruttano le risorse del territorio, dunque spazio equivale a ricchezza.
Nella seconda metà del Novecento questa corsa a conquistare spazio si rivolge all'atmosfera: il primato nel cielo porta vantaggi bellici e nel settore della comunicazione.
Lo spazio viene modificato dalla popolazione, oppure spinge essa ad adattarsi. A fine Settecento il mondo prevalentemente agricolo che aveva dominato tutti i secoli precedenti perde parte del suo valore economico a vantaggio dell'industria e successivamente del terziario.
Nel 1800 le città più grandi d'Europa erano ben lontane dal milione di abitanti. Nel 1900 New York, Londra, Parigi e Berlino ne contavano più di 2 milioni. A fine secolo vi erano città con oltre 15 milioni di abitanti e non più solo nei paesi sviluppati, ma anzi, molto spesso in aree arretrate, come nel caso di Città del Messico, San Paolo, Pechino, Bombay...
Ormai la popolazione urbana è una metà di quella complessiva e questo comporta non poche conseguenze sull'ambiente.
Gli spostamenti da ovest a est in Russia e da est a ovest in America del Nord (sostenuti anche dalle grandi linee ferroviarie transcontinentali) portarono a uno spostamento degli interessi sul Pacifico, dopo l'era del Mediterraneo e quella dell'Atlantico (Filippine, Pearl Harbor, porti cinesi...).
Cambiano anche le gerarchie tra continenti: dopo la seconda guerra mondiale la decolonizzazione mette fine all'egemonia europea, mentre gli Stati Uniti impongono il loro primato sul mondo.
Un modo per conquistare gli spazi avviene attraverso le linee di comunicazione: canali navigabili (percorsi presto dai battelli a vapore), transatlantici, ferrovie (dalla seconda metà dell'Ottocento). A inizio Novecento, poi, l'automobile, i treni elettrici sempre più veloci e (dagli anni Venti) gli aerei di linea.
Anche le informazioni viaggiano più velocemente, grazie al telegrafo (seconda metà dell'Ottocento; nel 1866 attraversa l'Atlantico) e poi al telefono (fine Ottocento). Nel Novecento radio, televisione, le fibre ottiche e Internet.
La rivoluzione dei trasporti e della comunicazione favorì i commerci (dando un respiro più ampio ai mercati locali), i contatti tra le culture e i flussi migratori. Questa globalizzazione sempre più accentuata ha risvolti sia positivi che negativi, come possiamo vedere in prima persona.
All'origine, le rivoluzioni
Il mutamento demografico
Il mutamento demografico iniziato a metà Settecento non poteva essere avvertito dai contemporanei. Ci sono però due eventi cardine, che sono del tutto indipendenti l'uno dall'altro, ma che si sono uniti nel porre fine all'Ancien Régime e nel dare inizio all'epoca del capitalismo e della borghesia liberale: la rivoluzione industriale inglese e la rivoluzione francese.
Eric Hobsbawm ha parlato del periodo tra gli anni Ottanta del Settecento e il 1848 come di "età delle rivoluzioni" e ha definito questi due eventi come una "duplice rivoluzione", un vulcano con due crateri in cui il processo rivoluzionario si manifesta da una parte sul piano economico, dall'altra su quello politico. Gli sconvolgimenti riguardarono la politica, la società, l'economia, la cultura e anche lo stesso vocabolario: fu la più grande trasformazione nella storia umana, dopo quelle della preistoria (Hobsbawm), e i suoi effetti si vivono tuttora.
Tuttavia, il concetto di duplice rivoluzione era già stato utilizzato in precedenza, tra gli altri anche da Friedrich Engels nel 1845.
La rivoluzione industriale inglese
I primi a parlare di "rivoluzione industriale" furono degli scrittori francesi di inizio Ottocento, che la assimilarono così alla rivoluzione politica del 1789 per la sua capacità di creare un nuovo ordine. Si passò dalla manifattura alla fabbrica moderna, dalla forza umana e animale a quella del vapore.
La prima rivoluzione industriale prese avvio in Inghilterra alla fine del XVIII secolo. Si fondava sull'industria leggera, soprattutto tessile, e fu frutto dell'iniziativa privata, non di banche e stato. Inoltre, la manodopera non era specializzata. Questi particolari la distinguono dalla seconda.
Sviluppatasi a macchia di leopardo (necessità di corsi d'acqua), fu trainata dall'industria del cotone: filatura e tessitura furono oggetto di numerose innovazioni, fino a quella della macchina a vapore di James Watt (1765). La produttività dell'industria aumentò di 150 volte e di conseguenza calarono i prezzi, producendo un largo consumo dei tessuti in cotone.
Nel settore tessile lavoravano soprattutto donne e bambini, pagati meno degli uomini, concentrati in un luogo specifico di lavorazione e soggetti ai ritmi dettati dalle macchine, con giornate di lavoro che arrivavano fino a sedici ore. L'operaio non era più padrone dei macchinari, né del proprio lavoro, anche perché si tese sempre di più a dividere le fasi della lavorazione per migliorare il rendimento degli addetti. Anche se molte vecchie forme di produzione sopravvivevano, la fabbrica era diventata l'organo vitale dell'economia, propulsore della nuova “religione del progresso”.
Infatti, dall'industria cotoniera la trasformazione dilagò a tutta l'economia: l'uso di telai meccanici promosse l'industria siderurgica, in cui si utilizzava un nuovo tipo di carbone, il coke. Il ferro divenne il simbolo della rivoluzione: con esso venivano costruite le infrastrutture, le macchine a vapore e i mezzi di trasporto. La prima locomotiva fu brevettata da George Stephenson e la prima ferrovia (a carattere ancora commerciale) fu inaugurata nel 1825.
Non dipendendo più dall'energia idrica, l'industria si concentrò nelle città, che alloggiavano grandi masse di manodopera: Manchester e altri centri urbani decuplicarono la loro popolazione e divennero delle vere città-fabbrica, caratterizzate da quartieri sovraffollati e malsani.
Perché questi cambiamenti avvennero proprio in Inghilterra e proprio alla fine del Settecento? Le risposte sono state ovviamente molteplici. Il progresso tecnologico non è una condizione sufficiente, anche perché fu condiviso da altri paesi. Determinanti furono quindi le trasformazioni agricole, demografiche e politiche.
Secondo Hobsbawm, già con la guerra civile del 1648-49 e con la decapitazione di Carlo I Stuart si era creato un ambiente favorevole, in quanto la proprietà privata e il progresso economico erano diventati fondamenti dell'azione di governo. Le enclosures, ovvero la privatizzazione delle terre comuni avvenuta a metà Settecento, portarono vari effetti: un aumento della produttività agricola, che riusciva così a sfamare la popolazione non agricola; la riduzione in povertà dei piccoli coltivatori, che si trasferirono nell'industria; l'accumulazione di capitali da parte dei proprietari, poi investiti in altri settori dell'economia.
Anche lo stato contribuì, aumentando i dazi sui tessuti di importazione dall'India (dal 1763 sotto il controllo della Compagnia delle Indie Orientali) e favorendo invece l'importazione di cotone greggio, lavorato in patria e rivenduto proprio nelle colonie. Un legame tra politica ed economia che è tipicamente britannico.
Se è difficile individuare le cause, gli effetti sono invece piuttosto evidenti (anche se c'è chi si oppone alla definizione di “rivoluzione”): non è tanto un boom economico, ma una radicale trasformazione delle modalità produttive.
Alle organizzazioni corporative viene opposto il principio della libera concorrenza e le associazioni degli operai furono vietate (Combination Acts, 1799-1800). Ecco, dunque, che la rivoluzione si ripercuote sulla società. “Nelle cose materiali l'inglese del 1750 era più vicino ai legionari di Cesare che ai propri stessi pronipoti” (Landes).
Non più “classi lavoratrici”, ma una classe operaia, definita non in base alla sua condizione economica, ma alla sua posizione nel processo produttivo. Era quindi composta dai lavoratori in fabbrica, dagli artigiani, dai lavoratori agricoli proletarizzati... Dipendeva da chi possedeva gli strumenti di produzione e dalle oscillazioni del mercato, dunque era costantemente sotto la minaccia della disoccupazione. Questa condizione comune portò d'altra parte alla formazione di una coscienza di classe.
Le condizioni di lavoro erano pessime, per via del ritmo frenetico delle macchine e della disciplina imposta dai sorveglianti. Si discute però se anche la condizione di vita intesa in senso ampio fosse effettivamente peggiorata. Gli “ottimisti” sostengono che la crescita economica abbia portato anche un aumento dei salari; per i “pessimisti” invece la rivoluzione industriale avrebbe diminuito il potere di acquisto della classe operaia, allontanandola sempre di più dalle classi dominanti.
Si hanno comunque delle forme di protesta, ad esempio il luddismo (dal leggendario Ned Ludd): nato a inizio Ottocento, coinvolse negli anni Trenta anche le campagne. Distruggendo le macchine i lavoratori chiedevano un ritorno a un'economia “morale” e non prettamente liberista. Il movimento fallì per la mancanza di una guida politica, ma le istanze di artigiani e operai furono raccolte da un agguerrito movimento politico che chiedeva la libertà di associazione e di stampa. Il governo represse una manifestazione a Manchester, ma seppe poi trovare un compromesso.
La rivoluzione francese e l'età napoleonica
La rivoluzione iniziata con la presa della Bastiglia il 14 luglio 1789 divenne il modello per le rivoluzioni nazionali di tutto l'Ottocento e anche del Novecento, almeno fino a quella del 1917. Proprio per questo carattere esemplare, la Rivoluzione francese è sempre stata interpretata sotto svariati punti di vista: il trionfo della borghesia capitalistica (marxisti), l'anticipatrice della rivoluzione russa (socialisti francesi); un anticipo del Terrore bolscevico; una fase politica figlia dell'illuminismo, ma non una rivoluzione (liberali), e così via...
In ogni caso è senza dubbio un evento periodizzante: l'uguaglianza giuridica ampia enormemente lo scenario della politica; si affermano i diritti civili (opinione, stampa, culto); nascono le idee di nazione e di stato liberale (divisione dei poteri, partecipazione popolare). Ma cambiano anche il sistema metrico e molti termini del vocabolario. L'età napoleonica poi fornì a molti stati europei le basi delle loro legislazioni.
La Rivoluzione francese, dunque, non è solo uno sconvolgimento politico, ma anche economico e sociale: viene abolito il sistema feudale, dando inizio al libero mercato del lavoro. A far scattare il moto rivoluzionario sono le questioni economiche del regno di Francia. Il re Luigi XVI convocò (dopo 175 anni) gli Stati generali, organismo rappresentativo che rispecchiava la divisione in “ordini”: nobiltà e clero, dotati di privilegi, e la massa variegata del “Terzo stato”.
L'opposizione alla politica regia non proveniva solo dagli strati più bassi, provati dalla fame e dal peso dell'ancien régime, ma anche dai ceti privilegiati, che non erano disposti a rinunciare a nessuna delle loro esenzioni fiscali. Nei Cahiers de doléances il popolo espresse le proprie lamentele, che divennero la materia di dibattito degli Stati generali. Il Terzo stato (Sieyès) chiese di votare non per ordine, ma “per teste”: un primo passo verso la rivoluzione.
Di fronte ai “no” di Luigi XVI i rappresentanti del Terzo stato si proclamarono Assemblea costituente (9 luglio): l'obiettivo era una generale riforma dello stato. A questa rivoluzione borghese si aggiunse quella popolare: il 14 luglio il popolo di Parigi scese in piazza, prese la Bastiglia e l'Hotel de ville, costrinse il re a trasferirsi nella capitale e ad adottare il tricolore (al bianco dei Borboni si aggiunsero il rosso e blu della municipalità parigina). La rivoluzione si estende poi ad altre città (occupazione dei municipi) e alle campagne, dove i contadini saccheggiarono i castelli e bruciarono gli antichi archivi feudali.
Per contenere questo inaspettato furore anarchico, il 4 agosto l'Assemblea costituente abolì il sistema feudale (tasse signorili, monopolio su forni e mulini, amministrazione della giustizia...). Il 26 agosto viene approvata la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, manifesto della Rivoluzione: i diritti di libertà personale, opinione, stampa, culto e proprietà vengono posti come inalienabili e comuni a tutti; alla base della nazione viene posta la sovranità popolare. L'elaborazione pratica di questi principi fu condotta dai giornalisti e dai clubs, embrioni dei futuri partiti, che divisero l'Assemblea in destra e sinistra.
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