Armando Petrucci: la scrittura, ideologia e rappresentazione
Scrittura e città
Città dell’Impero romano II-III secolo d.C
Scritte (pubbliche e private) dappertutto intese dai tanti alfabeti e tipologia dei mezzi ricca e variata, (libri, epigrafi, documenti, affissi dipinti, graffiti, epistole su tavolette…). Funzione civile dell’epigrafia di tipo solenne, armoniosa e imponente, e sua collocazione in spazi aperti.
Città alto-medievale europea V-X secolo d.C.
Tipologia dei mezzi scarsamente articolata vista la mancanza di un uso privato della scrittura (libri merce rara) e pubblico da parte di autorità a causa di un progressivo ridursi dell’alfabetismo. Funzione essenzialmente celebrativa e simbolica delle testimonianze grafiche; epigrafia alto-medievale priva di coerenza formale, incerto pastiche di forme dedotte da tipi grafici antichi fra loro ben diversi e come una trasposizione delle scritture d’apparato adoperate in ambito librario.
In Italia fra XI e XIII secolo c’è un cambiamento sostanziale in corrispondenza della rivoluzione urbanistica delle città e della conseguente riscoperta della funzione civile e politica dello spazio urbano aperto e ritorno al confronto/imitazione con i modelli epigrafici antichi.
- Salerno - costruzione del Duomo (1076-1085 ca.) per volere dell’arcivescovo Alfano e del principe Roberto il Guiscardo: nuovo linguaggio grafico-monumentale costituito dal ritorno alla capitale epigrafica romana, uso dello stesso come mezzo di espressione e di diffusione di un messaggio politico con intento di simbologia del potere.
- Pisa - Duomo: costruito non nel centro cittadino ma in un ampio spazio aperto fuori dalle mura. Epigrafi celebrative della città e dei pisani scritte in lettere capitali di ispirazione antica.
I nuovi gruppi dirigenti delle città comunali italiane, sempre più ampiamente alfabetizzati e convinti del valore della scrittura e delle sue funzioni molteplici, ricorsero spesso all’uso di iscrizioni monumentali per celebrare l’edificazione di pubblici monumenti, per immortalare eventi memorabili o per fissare i testi della nuova legislazione consuetudinaria.
Fra il XII e il XIII secolo la nuova classe dirigente comunale dell’Italia centro-settentrionale mostra di volere e di sapere adoperare il linguaggio simbolico della scrittura monumentale rimasto per tutto l’alto Medioevo patrimonio esclusivo della Chiesa e del ceto ecclesiastico. Ora questo elemento di espressione e di comunicazione, già confinato nel buio e nell’alto interno dei luoghi sacri, viene portato fuori, nello spazio urbano sempre più affollato di cittadini alfabeti. Esempio: Milano Porta Romana.
Il nome dell’autore comincia ad apparire sulle opere e ad essere celebrato ora insieme a quello del committente ora da solo.
Nelle città di influenza bizantina, in particolare la Sicilia normanna e la Venezia dogale, c’è un forte uso della scrittura monumentale in supporto didascalico alle immagini dei mosaici nei luoghi sacri, un fenomeno importato dalle maestranze provenienti dell’Impero d’Oriente. A Roma la scrittura monumentale resta confinata all’interno degli edifici sacri espressa dal tecnica del mosaico.
Nel complesso, l’uso della scrittura nell’Italia del Duecento-Trecento era dominato dal modello del libro scolastico con la sua struttura materiale compressa e funzionale al banco di lettura e con le sue forme grafiche fittamente gotiche.
Imitazione, emulazione, cifra
La diffusione della tecnica di stampa porta, oltre alla creazione a inizio del ‘500 di un nuovo tipo di lettore mediamente colto, a una geometrizzazione in senso e con gusto antichi delle lettere alfabetiche e una rigida delimitazione in figure geometricamente squadrate secondo schemi classici dello spazio di scrittura delle lapidi. È un movimento sia di imitazione che di invenzione (Mantegna).
Roma negli ultimi quarant’anni del XV secolo comincia a svolgere il suo ruolo di centro si sperimentazione e di esposizione di ogni possibile elaborazione monumentale della scrittura. Epigrafia sistina, epigrafia urbana promossa dal papa Sisto IV (esempi del Perugino e di Raffaello).
A Venezia l’epigrafia fra Quattrocento e Cinquecento si sviluppa nelle grandi lapidi funerarie terragne dei pavimenti cittadini: tali lapidi rivelavano un rapporto con la fiorente industria del libro a stampa, poiché, mantenendo il formato tradizionale che naturalmente le assomigliava alle pagine di un libro, vennero assumendo una cornice ornata di motivi vari che ricordava le cornici del libro a stampa veneziano coevo.
Occasione di un uso nuovo delle scritture monumentali fu il successo degli emblemata. È del 1531 il libretto capostipite Emblemata di Andrea Alciato, che lancia la moda dei libri di emblemi: hanno un’importante funzione sociale, dato che permettono al popolo di acquisire con facilità un’organica cultura araldica; inoltre, il loro modo espressivo avvia un più complesso rapporto fra scrittura e immagine: a lungo andare, ciò avrebbe provocato il rifiuto degli schemi grafici geometrici del modello classico e l’introduzione dell’abitudine a ricercare nuove possibilità.
Ricerca della norma e negazione dello scritto
Michelangelo Buonarroti: il suo rapporto con la scrittura abbraccia due fasi culturali e stilistiche diverse tra ‘400 e ‘500: imitazione umanistica e invenzione manieristica. Michelangelo apprende l’uso della scrittura mercantesca nell’infanzia, poi la abbandona a favore della scrittura cancelleresca italica, quella dell’unificata cultura umanistica.
Michelangelo era consapevole del valore estetico dei segni e dei prodotti grafici, soprattutto nelle grandi opere architettoniche eseguite tra la piena maturità e la vecchiezza estrema. Il rapporto fra Michelangelo e le norme grafiche d’apparato giunge alla massima tensione e si risolve in soluzioni singolari e nuove (es. il monumento funebre a Giulio II).
In un’epoca in cui la scrittura d’apparato invadeva monumenti e spazi architettonici, Michelangelo si rifiutava di riconoscerne la funzione e di adoperarla anche lì ove sarebbe stato non soltanto legittimo ma opportuno impiegarla, non soltanto per la personale estraneità alla tradizione stilistica romana della capitale di imitazione, ma anche perché proprio tale estraneità gli permetteva di cogliere la contraddizione fra la rigidità schematica delle epigrafi d’imitazione e il movimento patetico da lui impresso alle forme scolpite e alle stesse strutture monumentali.
Egli fece ricorso a un elemento architettonico nuovo: l’epigrafe cieca, vuotata cioè di scrittura e ridotta a pura e semplice targa. Inoltre, egli conobbe l’epigrafia a rilievo. Da vecchio affermerà che la scrittura non era “sua arte” e che gli causava “grande affanno”.
Ricerca della norma e negazione dello scritto
Nel 1560 lo scrittore della biblioteca vaticana Giovanni Francesco Cresci pubblica un nuovo trattato di scrittura: L’essemplare di più sorti lettere, destinato a soppiantare tutti i precedenti modelli e a rappresentare una svolta decisiva nel gusto grafico del tempo. Giudicato da qualcuno il primo calligrafo del Barocco, il Cresci realizzò un nuovo canone della scrittura cancelleresca basato su una maggiore e più funzionale corsività del ductus, su una più vivace fluidità del tratteggio e sul netto prevalere degli elementi graziosi su quelli propriamente strutturali dei segni grafici, il tutto giustificato sul piano teorico da un rifiuto netto di regole fisse e da un’esaltazione esplicita dell’occhio e della fantasia dello scrittore.
Anche l'alfabeto capitale del Cresci è del tutto indipendente dai modelli dei calligrafi precedenti e persino da quelli classici, filtrati qui attraverso un'esperienza manieristica vigile e raffinata. Nasce dunque col Cresci una nuova tipizzazione non soltanto della scrittura corsiva, ma anche della capitale d’apparato, che, rispondendo alle mutate e tendenze del gusto artistico, modificava la struttura, le proporzioni, il disegno delle lettere ma rifiutava il ricorso alle tecniche rivoluzionarie che più o meno nello stesso periodo avrebbe adoperato ad esempio Michelangelo.
Sisto V avviò in Roma imponenti lavori edilizi che portarono all’apertura di alcune grandi strade di comunicazione e alla costituzione di punti focali di raccordo segnati da obelischi o colonne. L’intera operazione aveva evidenti fini autocelebrativi ma anche di orgogliosa affermazione del primato universale.
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