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CAPITOLO PRIMO

Contatti

Il 3 febbraio 1933 il maggiore Giuseppe Ranzetti scrisse al duce in quanto i tedeschi avevano deciso che venisse

tradotto in Italia il libro del nuovo cancelliere del Reich, Adolf Hitler, per poterne ricavare un po’ di soldi in diritti

d’autore. Hess, segretario di Hitler, aveva spiegato a Ranzetti che i nazisti avevano bisogno di denaro per la dura

campagna elettorale che attendeva il loro partito, e anche questo era un modo per farne. Renzetti, maggiore degli alpini

nonché presidente della Camera di Commercio italiana in Germania, fin dall’ottobre 1930 era diventato l’uomo di

fiducia nei rapporti con Hitler e i nazisti. Il 3 febbraio 1933 Hitler era al potere da quattro giorni. Conquistato il

Cancellierato, aveva indetto per il 5 marzo le elezioni politiche. I nazisti temevano quelle elezioni: il ministro

dell’interno, il nazista Wilhelm Frick, aveva proposto che il governo stanziasse fino a un milione di marchi per la

propria propaganda ma il ministro delle Finanze, von Krosigk, aveva respinto l’idea. Né i nazi erano certi di ottenere

l’appoggio degli industriali, anzi Hitler non voleva finanziamenti privati. Per questo Renzetti scrisse al duce, perché

accogliesse benevolmente la richiesta, comprando egli stesso i diritti del libro o finanziandone l’acquisto da parte di

qualche casa editrice di fiducia. Mussolini, letta la lettera e saputo che un rappresentante personale di Hitler, Max

Amann, era partito appositamente per l’Italia per discutere della questione, diede ordine di riceverlo subito. Cosa che

Gaetano Polverelli, capo del suo ufficio stampa, fece subito.

Max Amann non solo era un Commilitone e superiore di Hitler durante la prima guerra mondiale, ma era anche direttore

della casa editrice del partito, la Franz Eher Verlag, di cui Hitler era il principale proprietario. La Eher Verlag, a sua

volta, controllava la stampa periodica del partito, compreso il quotidiano ufficiale. Inoltre, Amann era stato editore del

Mein Kampf fin dall’origine ed era procuratore e amministratore dei beni personali del Fuhrer. Il corrispettivo di Amann

in Italia, per Mussolini, era Giulio Barella, che era sia l’amministratore del suo quotidiano, il Popolo d’Italia, sia

l’amministratore dei suoi beni personali. Nel dicembre del 1933 Amann assunse il ruolo più autorevole di tutta la

stampa nazista, perché divenne presidente del Reichpressekammer, il principale organismo di controllo sull’editoria

nazionale. A Roma si recò dunque un rappresentante autorevole di Hitler. Il libro per cui veniva a trattare, in fondo, era

una raccolta di memorie, era un poco opera sua e parlava persino di lui.

CAPITOLO SECONDO

Un libro sconosciuto

Così prese avvio, dopo la salita al potere di Hitler, la vicenda della traduzione italiana del Mein Kampf, che fin dalle

prime battute assunse il profilo molto più di una questione politica che semplicemente editoriale. Il testo teorico del

nazismo fu pubblicato in Germania in due tempi, la prima parte del 1925 e la seconda parte nel 1927. Ma non diventò

subito il più celebre “libro nero” dell’umanità. Anzi, per diversi anni fu conosciuto in modo molto limitato: l’autore era

diventato celebre dalla fine della prima guerra mondiale al trionfo alle elezioni del 1930, ma il libro ebbe una strada più

impervia. In Italia, questo libro raccolse pochissimo interesse. Nei primi mesi del 1931 Renzetti aveva avviato una

trattativa per far tradurre il libro dalla casa editrice ufficiale del fascismo, la Libreria del Littorio. Ma senza fortuna. In

Italia il grado di attenzione verso gli scritti di Hitler ancora all’inizio degli anni Trenta era vicino allo zero.

Significativo, a proposito della conoscenza del Mein Kampf all’epoca, può essere considerato un articolo di Gino

Cucchetti sul “Popolo d’Italia” del 22 luglio 1931. Cucchetti raccontò che il capo nazista gli aveva appena mandato in

dono un fiammante esemplare della sua nuova opera “Mein Kempf”. In realtà l’opera non era affatto nuova, ma già

uscita da quattro anni: Cucchetti però non l’aveva mai vista né sentita, non ne sapeva nulla. Il vero interesse editoriale

per la persona di Hitler, in Italia, crebbe nel 1932, data delle elezioni di marzo, che segnarono un grande successo per i

nazisti. D’improvviso si cominciò a parlare molto del nazismo e in Italia arrivarono alcune pubblicazioni sul campo del

movimento. Tra tutte la più notevole fu l’Hitler di Theodor Heuss, edito da Bompiani nell’aprile del 1932, traduzione da

un’edizione tedesca di pochi anni prima. Dunque Hitler nel 1932 stava diventando un personaggio noto e così le sue

idee e il suo antisemitismo. Meno il suo libro. La conoscenza del libro rimaneva limitata e di seconda mano, anche

presso le autorità politiche. Nel 1932 al ministero degli Esteri ne arrivò una copia, in tedesca, che venne ignorata.

All’inizio del 1933 il Mein kampf nella penisola era solo il massiccio libro scritto da un politico emergente, e pochi ne

sapevano qualcosa.

CAPITOLO TERZO

Finanziamento

I tedeschi, nell’aprire la trattativa, non avevano detto tutta la verità agli italiani.

Per esempio, il 9 febbraio Amann, nel suo incontro con gli italiani non si era soffermato su un fatto: che da qualche

giorno Hitler aveva deciso di rinunciare al suo salario di Cancelliere, che sarebbe stato devoluto alle famiglie delle

truppe fasciste cadute negli scontri precedenti. Quanto a lui, avrebbe percepito solo gli introiti del suo lavoro di

scrittore, quindi derivanti soprattutto dal Mein Kampf. La novità fu annunciata in maniera formale dall’ufficio stampa

del partito nazista il 6 febbraio ma trapelò in maniera informale almeno il giorno prima ed è possibile che già il 3

febbraio Hess ne fosse al corrente. Però non entrò nelle discussioni con gli italiani, eppure era un dato importante. Da

tempo le spese di Hitler erano state ingentissime, ed era chiaro che non volesse nemmeno ridurle: forse aveva una

concezione regale del potere o più semplicemente un’adorazione piccolo borghese per gli agi e i privilegi aristocratici. È

probabile che Hitler, semplicemente, non volesse fare a meno del suo stipendio di Cancelliere, nonostante le

dichiarazioni e infatti, sulla base delle sue dichiarazioni delle tasse, continuò a percepirlo. Ciò spiega perché quando,

tempo dopo, si aprì intorno al capo nazista il problema di come tassarne il reddito, il suo entourage ritenne la difesa

degli incassi del Mein Kampf come un dato prioritario. Intorno ad essi, si aprì una durissima guerra con il fisco tedesco

per ottenerne la completa detassazione e alla fine Hitler la spuntò.

La seconda questione che i tedeschi non affrontarono con gli italiani era che, a proposito del Mein Kampf, essi avevano

messo in piedi un progetto di promozione del libro, che in quella fase non era ancora visibile in tutta la sua latitudine,

ma era ampio. Il piano era in piedi perlomeno dal 1933 e il suo entourage si era già preoccupato di commercializzare il

libro in vari paesi. Quel giorno Hitler a Berlino aveva rinnovato una procura al direttore della casa editrice del partito

nazista, la Fran Eher, che aveva anche pubblicato fin dall’inizio il Mein Kampf. Era appunto il documento che Amann

aveva lasciato a Roma. Ma in realtà la procura originaria, che quest’ultima semplicemente aggiornava, risaliva a due

anni prima e non si riferiva all’alienazione dei diritti del libro, ma allo sfruttamento giornalistico all’estero del libro

stesso. Eppure, Amann non era venuto in Italia per promuovere la pubblicazione del libro sui giornali, come diceva la

procura. Era venuto per la pubblicazione vera e propria. Allora perché lasciare quest’impropria procura? E perché Hitler

aveva rinnovato quel vecchio atto e non redatto uno nuovo?

È possibile che ci fosse stato un errore: la burocrazia nazista non era un esempio di efficienza e precisione, però è

possibile anche un’altra ipotesi. l’atto che Amann stava compiendo era gravissimo, per un paio di motivi del tutto noti

agli italiani:

1. I tedeschi si stavano esplicitamente rivolgendo, per avere soldi, a un regime e a un governo stranieri. il

finanziamento era appena mascherato dal contratto editoriale richiesto;

2. Hitler e i nazisti erano già stati accusati alla fine degli anni Venti da due giornali tedeschi, uno socialista e uno

cattolico, e da un ex deputato, un tempo alleato dei nazisti, von Grafe, di aver ricevuto sussidi dall’Italia e dal

fascismo. Nel 1929 le accuse erano state così pesanti che Hitler aveva intentato causa per diffamazione e si era

arrivati al processo a Monaco, vincendo. Nel 1930 il processo era stato ripetuto, mostrando Hitler sempre come

vincitore. Il dittatore italiano conosceva gli avvenimenti, avendo seguito di persona la vicenda attraverso i

resoconti del consolato di Monaco. Ora, a distanza di pochi anni, Hitler stava davvero chiedendo un

finanziamento politico a Mussolini in vista di un impegno elettorale. Non è strano che lo facesse in maniera

circospetta, attraverso gli uomini di partito di estrema fiducia, evitando i canali diplomatici tradizionali.

Inoltre, a parte il contratto con la relativa ricevuta, che fu poi nient’altro che una normale transazione

editoriale, non lasciarono nulla di scritto in mano agli italiani. L’unico documento autografo personale del

Cancelliere era quella procura, forse sbagliata non per caso.

CAPITOLO QUARTO

Soldi e nazisti.

I nazisti non avevano affrontato solo con gli italiani il problema del Mein Kampf, ma anche con la Gran Bretagna,

chiudendo il contratto dell’edizione con la casa Hurst & Blackett. Proprio le differenze tra quest’ultima trattativa e

quella con Roma sono importanti. La Hurst & Blackett acquistò il diritto di prelazione dall’agenzia letteraria inglese che

disponeva dei diritti, la Curtis Brown. Ma la vendita non fu automatica. Solo dopo una lunga mediazione, la casa

editrice tedesca approvò l’affare, che consisteva nella vendita non del testo completo, ma del testo ridotto. Fu comunque

Berlino a decidere che la versione inglese fosse ridotta. Con l’Italia la trattativa fu più amichevole e ravvicinata. A sua

volta Mussolini reagì alla proposta in maniera immediata: su un biglietto indicò a Polverelli di mandare 250 mila lire a

Monaco, perché a Monaco aveva la sede la Eher Verlag, e immediatamente esse furono trasformate in un assegno del

Banco di Napoli. Il giorno 13 l’assegno fu inviato al console a Monaco, Francesco Pittalis. Istantaneo anche il riserbo

che cadde su tutta l’operazione. Massima fu la cura nell’evitare che in futuro si potesse collegare il mittente, il governo

fascista, al destinatario, Hitler. La “mazzetta” doveva essere versata anonimamente in contanti. Quanto alla cifra, era

fuori dal comune se riferita a qualsiasi contratto editoriale stipulato non solo in Italia ma anche all’estero. Ad esempio,

la Hurst & Blackett pagò per l’edizione del Mein Kampf 12.193 marchi in tutto. 250.000 lire corrispondevano a 53.625

marchi. Per gli Stati Uniti la medesima edizione parziale fu affidata alla Houghton Mifflin Company, e fu stipulato un

contratto a base percentuale: in totale la casa americana pagò, al netto, 15.000 marchi.

Ma anche in Italia era un contratto fuori dalla norma. A proposito di altri contratti ricchi di questo periodo, conosciamo

l’anticipo ricevuto per un libro da un romanziere, Guido da Verona, dalla casa editrice Unitas: 42,500 lire nel 1930. Nel

1934 la Mondadori diede a un altro celebre scrittore, Stefan Zweig, per il suo Erasmo da Rotterdam, 12000 marchi più

una percentuale del 10% annuo. Infine si può fare un ultimo confronto: il solito Amann offrì a Goebbels, per i suoi diari,

circa 250 mila marchi, più 100 mila marchi di rendita annuale. Era una somma enorme: però si deve constatare che i 53

mila marchi del duce erano stati offerti per l’acquisto dei diritti di traduzione per un solo paese e per un libro, il Mein

Kampf, edito da tempo. I 250 mila marchi di Goebbels, oltre ad essere un’evidente rendita o regalia di stato per un

personaggio di prima fila del regime, era una spesa per un libro nuovo, in esclusiva totale, e riguardava anche i diritti

futuri.

Quei 53,625 marchi erano dunque uno stanziamento assai consistente, ma slegato da un normale possibile costo dei

diritti del libro e sembrava di conseguenza giustificato solo dal motivo della richiesta di Hitler: cioè come aiuto per

vincere le elezioni. In questo senso, d’altro canto, era uno stanziamento avaro. Basti a dimostrarlo la cifra che,

parallelamente a questa, fu stanziata per aiutare, nel medesimo periodo, il cancelliere austriaco Dollfuss: il 17 febbraio

1933, meno di dieci giorni dopo l’incontro con Amann, Mussolini decide che per aiutare gli austriaci si poteva arrivare a

5 milioni di lire. Erano soldi tutti chiesti per contrastare l’ascesa dei nazisti, che stavano diventando pericolosi a Vienna.

Quindi, la somma stanziata da Mussolini per Hitler era ingente se ci si riferisce al semplice pagamento dei diritti

d’autore, ma era misera se ci si riferisce al finanziamento propagandistico.

Secondo le memorie di Ranzetti, non fu l’unico finanziamento chiesto dai nazisti agli italiani, ma l’unico andato

effettivamente in porto.

CAPITOLO QUINTO

Protettore

Siamo al 13 febbraio 1933, giorno in cui l’assegno partì per Monaco. Lo stesso giorno Mussolini ricevette il maggiore

Ranzetti per dargli istruzione su quanto doveva riferire a Hitler. Ordinò che venissero dati degli incarichi di

responsabilità a Von Papen, consigliò che se si voleva condurre una politica antisemita, si procedesse senza scosse

violente ma con un’eliminazione graduale degli ebrei dai posti di responsabilità. Mussolini, quindi, si sentiva

legittimato a dare questi “pesanti” consigli al neo Cancelliere della Germania. Da qui prese avvio un atteggiamento di

patronage istituzionale del duce, sia nei confronti del regime, sia nei confronti della persona di Hitler. Unicamente

l’Italia non solo non era ostile, ma anzi si era dimostrata favorevole al nuovo regime. Poi, il dittatore cercò di pesare

anche a proposito della politica anti-ebraica praticata dal nazismo. Cercò di stemperare la violenza contro gli ebrei,

però quando le violenze pubbliche degli ebrei effettivamente calarono, chiese all’ambasciatore tedesco di non sbagliare

in senso opposto, di non arretrare dinnanzi a una potenza come quella ebraica. Al duce i tedeschi avevano chiesto i soldi

e lui i soldi li aveva tirati fuori. Erano stati i tedeschi a chiedere: era una giustificazione in più per l’italiano per

espandere la propria influenza di chaperon su un movimento che veniva considerato fascista e a tutti gli effetti erede del

fascismo.

CAPITOLO SESTO

Tra furbi

Nelle settimane seguenti, a proposito della traduzione del Mein Kampf, i tedeschi si negarono. Per incominciare, i

tedeschi trascurarono la data limite del 5 marzo, il giorno delle elezioni, vinte trionfalmente dai nazisti, ma non con la

maggioranza assoluta. Nessuno prima di quel giorno si fece vivo per incassare i soldi italiani, che in teoria dovevano

servire a finanziare proprio quelle elezioni. Amann, a cui il console Pittalis avrebbe dovuto consegnare i soldi, evitò

sistematicamente gli appuntamenti con gli italiani. I nazisti parevano aver dimenticato gli accordi. Cos’era successo

dunque? Semplicemente che finanziamenti meno pericolosi, e assai più ingenti di quelli offerti dal duce, i nazisti se li

erano assicurati in patria. Hitler aveva ricevuto quei soldi da finanziamenti privati che forse in una prima fase non aveva

voluto. I più importanti industriali tedeschi avevano promesso a Hitler ben tre milioni di marchi. Inoltre, il consiglio dei

ministri tedesco ritornò sulle precedenti decisioni e decise di foraggiare la propaganda del partito di Hitler con fondi

statali. Dopo parecchio tempo e molte insistenze degli italiani a metà marzo allestirono un vero e proprio progetto di

contratto, in italiano e in tedesco, che fecero comunicare a Roma. Il testo pervenne al ministero degli Affari Esteri

italiano, che lo sottopose subito a un vaglio attento del proprio ufficio legale. Il quale presentò numerose obiezioni, in

base alle quali a Roma alcuni articoli del contratto furono riformulati. Il senso di quest’ultima operazione era chiaro:

doveva risultare un contratto di vendita da parte della Franz Eher Verlag e non di acquisto da parte di una casa editrice

italiana, che non esisteva. I tedeschi proposero un normale contratto editoriale con una casa editrice: doveva essere il

modo per evitare l’affare politico. Gli italiani lo riscrissero con l’idea che sarebbe stato il governo fascista, e non una

casa editrice privata, ad acquistare i diritti sul libro. Tre furono le osservazioni in merito fatte dagli italiani:

1. A proposito della famosa procura che, come notò l’ufficio legale, si rivolgeva solo all’eventuale stampa sui

giornali tedeschi di brani del Mein Kampf. L’ufficio legale notò che ci voleva una procura diversa, formulata in

maniera più seria con l’impiego di un notaio, non un pezzo di carta qualsiasi come quello. Inoltre, essa doveva

far riferimento ai diritti sul libro e non ai giornali;

2. L’altra osservazione aveva carattere più politico che legale. In base alla normativa vigente, in Italia esisteva

libertà di culto o c’era anche parità di diritti tra gli appartenenti alle confessioni religiose ammesse nel Regno.

Mentre l’ufficio legale accoglieva che il traduttore del libro fosse di cittadinanza italiana, non era accettabile

l’imposizione che non fosse israelita. La soluzione fu di far firmare alla casa editrice acquirente un impegno di

non affidare la traduzione a un israelita.

3. Quanto ai vincoli sul controllo della traduzione, già i tedeschi stessi erano stati parecchio blandi: nella loro

proposta di contratto compariva solo un cenno alla possibilità che un traduttore tedesco di fiducia della casa

editrice controllasse la traduzione. La Franz Eher si era dichiarata disposta a metterlo a disposizione. Invece, su

questo punto, l’ufficio legale fu netto: propose una clausola che lasciava ogni libertà di scelta, a proposito di un

eventuale aiuto tedesco, alla futura casa editrice italiana.

Alla fine, i tedeschi accettarono le indicazioni dell’ufficio legale.

Tutta la questione, alla fine, fu chiusa e saldata il 6 giugno, e solo allora i fogli siglati da Amann, in tedesco e in italiano,

furono inviati a Roma insieme a una ricevuta firmata forse da un amministratore della casa editrice. Era esattamente il

contratto imposto dagli italiani e che i tedeschi avevano accettato per intero. Almeno un particolare ci indica che il testo

fu addirittura quello materialmente scritto dagli italiani: la data, nella colonna in tedesco, riporta l’indicazione dell’anno

dell’era fascista. Mancava da parte italiana qualsiasi firma della casa editrice. I tedeschi, in questo modo, firmarono al

buio. Era davvero un “affare politico”. Quanto agli italiani, però, in qualche maniera venivano anche loro incastrati,

perché obbligati a pubblicare, sotto loro responsabilità, il testo più importante del nazismo. Di lì a non molto i tedeschi

cominciarono ad annunciare con un certo clamore l’imminente uscita della traduzione italiana. Gli obiettivi dei

rispettivi erano abbastanza chiari: Mussolini voleva conclamare un principio di dominio su un movimento politico

straniero di cui riteneva essere il padre-padrone; Hitler voleva finanziare la sua campagna elettorale e allargare

l’influenza politica con la pubblicazione all’estero del loro libro-faro. Mussolini ne uscì sconfitto: non solo i tedeschi

riuscirono ad evitare il finanziamento politico esplicito, ma incassarono ugualmente i soldi per il libro. Il Mein Kampf

ebbe uno straordinario successo. In Germania nel giro di nove mesi passò dalle 287 mila copie vendute in precedenza a

850 mila, per arrivare alla fine del 1933 oltre il milione. Fu tradotto in sedici lingue, perfino in Cina. La diffusione del

libro fu un motivo di prestigio per tutto il regime. Quanto agli incassi nel 1941 ci fu chi sostenne che tra il 1936 e il

1938 Hitler avesse incassato, in diritti d’autore, 72 milioni di franchi, più di 12 milioni di marchi. In questo senso, anche

i soldi italiani erano andati a rimpinguare la personale provvista di Hitler.

CAPITOLO SETTIMO

Disponibile.

Il ministero degli Esteri si mise subito alla ricerca di un editore: non si trattava solo di una trattativa diplomatica di

convenienza, il libro andava pubblicato per davvero.

La prima scelta cadde sulla Mondadori, la maggior casa editrice italiana. Il fondatore e proprietario, Arnoldo, fu

contattato tramite il fratello, Bruno, capo della sede di Roma. La risposta d’Arnoldo fu negativa: il motivo che addusse

fu che la sua casa editrice aveva già preso troppi impegni, in particolare di stampare libri per il partito, e non sarebbe

riuscita a soddisfare tutte le richieste. In quel periodo, in realtà, Mondadori era ormai avviato verso imprese di segno

politico opposto al nazismo. Intanto, aveva già dato alle stampe i libri di autori tedeschi nettamente antinazisti e in

diversi casi ebrei. Uno era Emil Ludwig, di cui Mondadori aveva già pubblicato diverse biografie, e nel 1932, i

Colloqui con Mussolini e un altro importante autore era Thomas Mann che nel 1933 Mondadori aveva voluto legare a

sé. Ed era pure in piedi la collaborazione amichevole che Mondadori aveva stabilito con la casa editrice antinazista

Ullstein, di Berlino.

L’editore successivo a cui si rivolse il duce fu Valentino Bompiani. Anche lui era quindi ritenuto affidabile. L’offerta

che gli venne fatta era chiarissima: Bompiani si sarebbe accollato le spese di traduzione e di stampa, ma gli sarebbero

rimasti tutti gli introiti. La risposta del nuovo editore fu un sì entusiasta. A partire dall’inizio d’agosto incominciò

l’opera di traduzione. Bompiani non chiese nulla a proposito del contratto né il ministero gli comunicò alcuna cosa in

proposito o sulle trattative già intercorse. E infine, una coincidenza non casuale: il giorno seguente all’accettazione di

Bompiani, Mussolini ricevette un telegramma da un altro importantissimo editore: Hoepli, che accettava l’incarico,

conferitogli probabilmente quel giorno, di pubblicare l’edizione nazionale delle opere del duce. Nel suo telegramma

Hoepli notò che già altri paesi d’Europa si stavano arrendendo alle nuove ideologie messe in atto dal fascismo. Il

mondo intero, scriveva Hoepli, si stava fascistizzando: il riferimento era anche al nazismo. Mussolini, insieme alla

traduzione del Mein Kampf, la summa del pensiero hitleriano, varava l’edizione per l’antonomasia delle proprie opere,

che ovviamente sarebbero state pubblicate in vari volumi e con testi che risalivano ad anni precedenti a quelli in cui

Hitler aveva scritto.

Tornando al Mein Kampf, Bompiani ad agosto aveva varato il lavoro di traduzione. All’inizio di settembre scrisse una

nuova lettera all’Ufficio stampa del duce, affermando di trovarsi costretto a cambiar progetto: ovvero di non tradurre

più l’intero libro, ma solo una parte, quella più teorica e ideologica, che costituiva il secondo volume dell’edizione

tedesca. L’idea era di riassumere il primo volume, quello più autobiografico, inserendo per intero il capitolo più

razzista, dedicato a Popolo e razza. Così il Mein Kampf sarebbe potuto uscire in un volume e non in due, che sarebbero

risultati invendibili a un vasto pubblico. Inoltre, Bompiani chiese un appoggio per ottenere un’introduzione scritta da

Hitler. La sua valutazione coincideva in parte con quella di Mondadori. A Bompiani il libro era stato offerto scontato del

pagamento dei diritti d’autore, ma tutte le altre spese erano a carico suo. Per lui era in gioco la possibilità di avere un

rientro certo, e un volume come quello non l’avrebbe garantito. Mussolini accettò di rendere più fruibile l’edizione

italiana del Mein Kampf. Può darsi che questo comportasse un implicito giudizio di pesantezza, ma la proposta venne

dall’editore, e non ci fu nessuna operazione di censura da parte degli italiani. Mesi dopo, nel 1934, in Francia si giunse

alla sentenza di un processo che riguardava l’edizione francese “pirata” del Mein Kampf, per la causa intentata dalla

Franz Eher contro le Nouvelles éditions latines. La casa editrice francese aveva pubblicato la traduzione senza nessun

permesso dell’autore e per intero. Gli avvocati della casa editrice francese si difesero affermando che il Mein Kampf

fosse un manifesto politico e non una vera e propria opera letteraria. Per questo andava conosciuto in modo diffuso e

integrale. C’era un risvolto nella vicenda che riguardava anche l’Italia: gli avvocati francesi, nel corso del processo,

fecero anche pesare la differenza tra la traduzione francese e quella tagliata offerta agli inglesi e agli italiani, che

avevano mirato a nascondere la realtà del testo. in Francia, la versione inglese e italiana venne additata come un testo

reso volutamente monco dai tedeschi. Mentre il discorso poteva andar bene per la versione inglese, per la versione

italiana no, in quanto era stato proprio l’editore italiano a decidere di renderla monca, nonostante avesse i diritti per la

traduzione integrale del testo.

CAPITOLO OTTAVO

Tagli

Nel frattempo, intorno alla metà del 1933, il clima politico generale tra tedeschi e italiani era cambiato. Gli italiani

avevano dovuto subire degli affronti: ad esempio la Germania aveva avviato una pressione pesantissima nei confronti

dell’Austria, parlando di Anschluss tra i due paesi, ipotesi che l’Italia non poteva accettare. Un altro attrito si verificò a

Ginevra, alla Società delle Nazioni: Berlino, dopo aver resistito a lungo alla firma del Patto a Quattro sul disarmo

dell’Europa, caro a Mussolini, neanche si degnò di avvisare Roma sulla propria uscita dalla Società. Inoltre, col passare

dei mesi, il duce veniva scoprendo che il fascismo perdeva in Germania la sua presa, il nazismo andava per la sua

strada. Per esempio Goebbels creava istituzioni simili a quelle italiane sostenendo che erano puramente tedesche, e

infine erano aumentate le dichiarazioni tedesche sulla superiorità della razza germanica. Il dittatore italiano, nel 1933,

scrisse numerosi corsivi anonimi sul Popolo d’Italia in cui irrise questa presupposta superiorità razziale. Malgrado

questi scontri, gli uffici di Mussolini continuarono a seguire con attenzione e favore la pratica della traduzione del libro

di Hitler. Quanto alle richieste di Bompiani, tagliare l’opera e ricevere una prefazione firmata da Hitler, la risposta dei

tedeschi arrivò, con molto ritardo, il 27 ottobre, giorno in cui Amann firmò una generico permesso di accorciare l’opera

“in quelle parti che sono di generico interesse per gli italiani”. Il vero scoglio, però, fu la prefazione di Hitler.

Inizialmente il Cancelliere aveva accettato con entusiasmo la proposta, ma continuò a rimandare e rinviare il giorno

della consegna. Nel frattempo il Mein Kampf era diventato un “caso” in tutto il mondo. tradotto in vari paesi, aveva

suscitato violente reazioni politiche e popolari. In Cecoslovacchia il libro era stato vietato dal ministro dell’Interno a

causa dei riferimenti aggressivi alle minoranze tedesche presenti in quel paese, in Polonia era stato confiscato da un

tribunale per offese alla nazione polacca. Ma soprattutto, in Inghilterra ci furono le reazioni più violente: il Times si era

fatto promotore di una vera campagna contro il libro. Già alla fine di luglio, il giornale inglese aveva pubblicato a

puntate vari estratti del libro, suscitando polemiche e reazioni indignate. La traduzione vera e propria uscì all’inizio di

ottobre e scatenò un subisso di attacchi a causa di quei tagli, considerati in mala fede perché nascondevano la vera

natura del libro.

Solo in piccola parte quella cattiva fama fu dovuta all’antisemitismo e al razzismo presenti nel libro: molto di più

contribuirono le intenzioni aggressive e belliciste che vi venivano espresse e i passi del libro che indicavano la necessità

di riarmare la Germania. Detto in altre parole, gli articoli del Times ebbero la forma più di articoli antitedeschi di

vecchio stampo che di prese di posizione antirazziste a difesa degli ebrei. La stessa cosa si ripetè in Francia: a Parigi,

dopo che il libro era stato illegalmente tradotto e sequestrato, uscì un libretto che difese la libertà per tutti i francesi di

poter attingere al Mein Kampf. Leggendolo essi sarebbero stati messi in guardia, perché si sarebbero resi conto che

Hitler considerava la Francia un nemico mortale; ma avrebbero altresì ammirato il suo “corretto” punto di vista in tema

di ebrei, massoneria, bolscevismo, pacifismo.

Ma le contestazioni più violente avvennero a Ginevra, nel 1933, alla Società delle Nazioni, quando andò in discussione

il progetto di un generale disarmo. Il 14 ottobre la Germania decise di uscire dall’organizzazione internazionale.

Queste reazioni furono percepite anche dal governo italiano? Non sembra, in effetti come si è visto si era poco informati

sul contenuto del libro. Ancora, nel maggio del 1933 Polverelli si riferiva al libro come una “biografia”. Quanto alle

informazioni fornite dalla diplomazia italiana, furono scarse: in questa fase del resto tendeva chiaramente a

ridimensionare le reazioni negative all’estero contro il nazismo. L’ambasciatore Dino Grandi, da Londra, non informò

Roma sulle violenti reazioni inglesi, ugualmente a come agì l’ambasciatore Bonifacio Pignatti da Parigi. Le reazioni

all’estero, in ogni caso, non cambiarono nulla in Italia. la traduzione di questo libro problematico andò avanti

imperterrita. Era stato più importante il gesto politico di farlo tradurre che la conoscenza precisa del testo di cui il

governo italiano aveva acquisito i diritti.

CAPITOLO NONO

Razza

Una conoscenza ravvicinata e completa di quelle pagine i capi italiani e Mussolini l’ebbero molto più tardi, dopo che

Bompiani comunicò che la pubblicazione era imminente. Fu allora che gli esperti del Gabinetto del ministero degli

Esteri elaborarono e consegnarono ai loro superiori una sorta di piccola traduzione del Mein Kampf. I traduttori del

ministero allestirono dei veri e propri estratti del libro, con l’aggiunta di qualche commento. I temi scelti erano quelli

che potevano interessare il ministero italiano: le idee di Hitler sull’Austria, sull’Italia, la Francia, l’Inghilterra e sul

razzismo e gli ebrei. Questa traduzione fu consegnata alla fine del 1933, successivamente al viaggio del sottosegretario

degli Esteri Suvich in Germania. Nel corso di quel viaggio, Suvich aveva incontrato Hitler che aveva ripreso alcuni temi

sviluppati nel libro. Forse a causa di questo Suvich si cominciò a interessare al libro, o forse a causa dei problemi

internazionali legati al libro. Ma esisteva un altro motivo per cui il Mein Kampf interessava così tanto, per un motivo

specifico del duce. Mussolini in questo periodo si documentava sulle questioni razziali e in particolare sul tema degli

ebrei e su quello degli scontri ed eventuali incroci tra le razze. Il Mein Kampf, ma non solo, sarebbe servito a

completare la documentazione. Di tale interesse esistono due altri precisi riscontri libreschi, entrambi databili con

precisione. Il primo riscontro è la lettura da parte sua del più recente libro di Oswald Spengler, il primo volume di Gli

anni della decisione. Il 15 dicembre la recensione di Mussolini a questo libro uscì in modo anonimo sul Popolo d’Italia.

il libro fu poi tradotto e uscì nel 1934 dal solito Bompiani. I punti su cui Mussolini si soffermò nella recensione di quel

libro furono due:

1. La critica fatta da Spengler all’idea di unità di razza, frase grottesca dinanzi al fatto che da millenni tutte le

razze si sono mescolate. Era, o sembrava, una critica al razzismo tedesco e veniva sottolineata con

compiacimento.

2. Mussolini analizza la tesi di Spengler che il mondo è minacciato da due rivoluzioni, una bianca e una di colore.

La bianca è la “sociale” ed è il risultato del crollo della società del secolo XVIII e dell’avvento del regno della

massa, specialmente di quella che si ammucchia, senz’anima e senza volto, nelle grandi città, avvento

verificatosi nel secolo XIX sotto il segno del liberalismo, della democrazia, del suffragio universale, della

demagogia. L’altra rivoluzione è quella dei popoli di colori i quali, essendo più prolifici dei popoli di razza

bianca, finiranno per sommergerla. Si pone quindi la domanda, che fare? L’autore non dà risposta.

Il secondo riscontro libresco è un altro libro pubblicato da Bompiani. Era un testo su una vecchia conoscenza del duce,

l’ideologo del razzismo Gobineau, e l’autore era il giornalista Lorenzo Gigli. La sottolineatura che fece su quel volume

erano tutte relative alla questione sulla razza. E infine, in questo periodo, era occorso anche un altro avvenimento che

interessava direttamente il duce. Dall’editore Hoepli erano usciti i primi due volume degli Scritti e discorsi di


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in culture e storia del sistema editoriale
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.degiovanni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del libro e dei sistemi editoriali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Braida Ludovica.

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