Capitolo primo
Contatti
Il 3 febbraio 1933 il maggiore Giuseppe Ranzetti scrisse al duce in quanto i tedeschi avevano deciso che venisse tradotto in Italia il libro del nuovo cancelliere del Reich, Adolf Hitler, per poterne ricavare un po' di soldi in diritti d’autore. Hess, segretario di Hitler, aveva spiegato a Ranzetti che i nazisti avevano bisogno di denaro per la dura campagna elettorale che attendeva il loro partito, e anche questo era un modo per farne. Renzetti, maggiore degli alpini nonché presidente della Camera di Commercio italiana in Germania, fin dall’ottobre 1930 era diventato l’uomo di fiducia nei rapporti con Hitler e i nazisti. Il 3 febbraio 1933 Hitler era al potere da quattro giorni. Conquistato il Cancellierato, aveva indetto per il 5 marzo le elezioni politiche.
I nazisti temevano quelle elezioni: il ministro dell’interno, il nazista Wilhelm Frick, aveva proposto che il governo stanziasse fino a un milione di marchi per la propria propaganda ma il ministro delle Finanze, von Krosigk, aveva respinto l’idea. Né i nazi erano certi di ottenere l’appoggio degli industriali, anzi Hitler non voleva finanziamenti privati. Per questo Renzetti scrisse al duce, perché accogliesse benevolmente la richiesta, comprando egli stesso i diritti del libro o finanziandone l’acquisto da parte di qualche casa editrice di fiducia.
Mussolini, letta la lettera e saputo che un rappresentante personale di Hitler, Max Amann, era partito appositamente per l’Italia per discutere della questione, diede ordine di riceverlo subito. Cosa che Gaetano Polverelli, capo del suo ufficio stampa, fece subito.
Max Amann non solo era un commilitone e superiore di Hitler durante la prima guerra mondiale, ma era anche direttore della casa editrice del partito, la Franz Eher Verlag, di cui Hitler era il principale proprietario. La Eher Verlag, a sua volta, controllava la stampa periodica del partito, compreso il quotidiano ufficiale. Inoltre, Amann era stato editore del Mein Kampf fin dall’origine ed era procuratore e amministratore dei beni personali del Fuhrer. Il corrispettivo di Amann in Italia, per Mussolini, era Giulio Barella, che era sia l’amministratore del suo quotidiano, il Popolo d’Italia, sia l’amministratore dei suoi beni personali. Nel dicembre del 1933 Amann assunse il ruolo più autorevole di tutta la stampa nazista, perché divenne presidente del Reichpressekammer, il principale organismo di controllo sull’editoria nazionale. A Roma si recò dunque un rappresentante autorevole di Hitler. Il libro per cui veniva a trattare, in fondo, era una raccolta di memorie, era un poco opera sua e parlava persino di lui.
Capitolo secondo
Un libro sconosciuto
Così prese avvio, dopo la salita al potere di Hitler, la vicenda della traduzione italiana del Mein Kampf, che fin dalle prime battute assunse il profilo molto più di una questione politica che semplicemente editoriale. Il testo teorico del nazismo fu pubblicato in Germania in due tempi, la prima parte del 1925 e la seconda parte nel 1927. Ma non diventò subito il più celebre “libro nero” dell’umanità. Anzi, per diversi anni fu conosciuto in modo molto limitato: l’autore era diventato celebre dalla fine della prima guerra mondiale al trionfo alle elezioni del 1930, ma il libro ebbe una strada più impervia.
In Italia, questo libro raccolse pochissimo interesse. Nei primi mesi del 1931 Renzetti aveva avviato una trattativa per far tradurre il libro dalla casa editrice ufficiale del fascismo, la Libreria del Littorio. Ma senza fortuna. In Italia il grado di attenzione verso gli scritti di Hitler ancora all’inizio degli anni Trenta era vicino allo zero.
Significativo, a proposito della conoscenza del Mein Kampf all’epoca, può essere considerato un articolo di Gino Cucchetti sul “Popolo d’Italia” del 22 luglio 1931. Cucchetti raccontò che il capo nazista gli aveva appena mandato in dono un fiammante esemplare della sua nuova opera “Mein Kempf”. In realtà l’opera non era affatto nuova, ma già uscita da quattro anni: Cucchetti però non l’aveva mai vista né sentita, non ne sapeva nulla.
Il vero interesse editoriale per la persona di Hitler, in Italia, crebbe nel 1932, data delle elezioni di marzo, che segnarono un grande successo per i nazisti. D’improvviso si cominciò a parlare molto del nazismo e in Italia arrivarono alcune pubblicazioni sul campo del movimento. Tra tutte la più notevole fu l’Hitler di Theodor Heuss, edito da Bompiani nell’aprile del 1932, traduzione da un’edizione tedesca di pochi anni prima. Dunque Hitler nel 1932 stava diventando un personaggio noto e così le sue idee e il suo antisemitismo. Meno il suo libro. La conoscenza del libro rimaneva limitata e di seconda mano, anche presso le autorità politiche. Nel 1932 al ministero degli Esteri ne arrivò una copia, in tedesca, che venne ignorata. All’inizio del 1933 il Mein Kampf nella penisola era solo il massiccio libro scritto da un politico emergente, e pochi ne sapevano qualcosa.
Capitolo terzo
Finanziamento
I tedeschi, nell’aprire la trattativa, non avevano detto tutta la verità agli italiani. Per esempio, il 9 febbraio Amann, nel suo incontro con gli italiani non si era soffermato su un fatto: che da qualche giorno Hitler aveva deciso di rinunciare al suo salario di Cancelliere, che sarebbe stato devoluto alle famiglie delle truppe fasciste cadute negli scontri precedenti. Quanto a lui, avrebbe percepito solo gli introiti del suo lavoro di scrittore, quindi derivanti soprattutto dal Mein Kampf. La novità fu annunciata in maniera formale dall’ufficio stampa del partito nazista il 6 febbraio ma trapelò in maniera informale almeno il giorno prima ed è possibile che già il 3 febbraio Hess ne fosse al corrente.
Però non entrò nelle discussioni con gli italiani, eppure era un dato importante. Da tempo le spese di Hitler erano state ingentissime, ed era chiaro che non volesse nemmeno ridurle: forse aveva una concezione regale del potere o più semplicemente un’adorazione piccolo borghese per gli agi e i privilegi aristocratici. È probabile che Hitler, semplicemente, non volesse fare a meno del suo stipendio di Cancelliere, nonostante le dichiarazioni e infatti, sulla base delle sue dichiarazioni delle tasse, continuò a percepirlo. Ciò spiega perché quando, tempo dopo, si aprì intorno al capo nazista il problema di come tassarne il reddito, il suo entourage ritenne la difesa degli incassi del Mein Kampf come un dato prioritario. Intorno ad essi, si aprì una durissima guerra con il fisco tedesco per ottenerne la completa detassazione e alla fine Hitler la spuntò.
La seconda questione che i tedeschi non affrontarono con gli italiani era che, a proposito del Mein Kampf, essi avevano messo in piedi un progetto di promozione del libro, che in quella fase non era ancora visibile in tutta la sua latitudine, ma era ampio. Il piano era in piedi perlomeno dal 1933 e il suo entourage si era già preoccupato di commercializzare il libro in vari paesi. Quel giorno Hitler a Berlino aveva rinnovato una procura al direttore della casa editrice del partito nazista, la Fran Eher, che aveva anche pubblicato fin dall’inizio il Mein Kampf. Era appunto il documento che Amann aveva lasciato a Roma. Ma in realtà la procura originaria, che quest’ultima semplicemente aggiornava, risaliva a due anni prima e non si riferiva all’alienazione dei diritti del libro, ma allo sfruttamento giornalistico all’estero del libro stesso. Eppure, Amann non era venuto in Italia per promuovere la pubblicazione del libro sui giornali, come diceva la procura. Era venuto per la pubblicazione vera e propria. Allora perché lasciare quest’impropria procura? E perché Hitler aveva rinnovato quel vecchio atto e non redatto uno nuovo?
È possibile che ci fosse stato un errore: la burocrazia nazista non era un esempio di efficienza e precisione, però è possibile anche un’altra ipotesi. L’atto che Amann stava compiendo era gravissimo, per un paio di motivi del tutto noti agli italiani:
- I tedeschi si stavano esplicitamente rivolgendo, per avere soldi, a un regime e a un governo stranieri. Il finanziamento era appena mascherato dal contratto editoriale richiesto.
- Hitler e i nazisti erano già stati accusati alla fine degli anni Venti da due giornali tedeschi, uno socialista e uno cattolico, e da un ex deputato, un tempo alleato dei nazisti, von Grafe, di aver ricevuto sussidi dall’Italia e dal fascismo. Nel 1929 le accuse erano state così pesanti che Hitler aveva intentato causa per diffamazione e si era arrivati al processo a Monaco, vincendo. Nel 1930 il processo era stato ripetuto, mostrando Hitler sempre come vincitore.
Il dittatore italiano conosceva gli avvenimenti, avendo seguito di persona la vicenda attraverso i resoconti del consolato di Monaco. Ora, a distanza di pochi anni, Hitler stava davvero chiedendo un finanziamento politico a Mussolini in vista di un impegno elettorale. Non è strano che lo facesse in maniera circospetta, attraverso gli uomini di partito di estrema fiducia, evitando i canali diplomatici tradizionali. Inoltre, a parte il contratto con la relativa ricevuta, che fu poi nient’altro che una normale transazione editoriale, non lasciarono nulla di scritto in mano agli italiani. L’unico documento autografo personale del Cancelliere era quella procura, forse sbagliata non per caso.
Capitolo quarto
Soldi e nazisti
I nazisti non avevano affrontato solo con gli italiani il problema del Mein Kampf, ma anche con la Gran Bretagna, chiudendo il contratto dell’edizione con la casa Hurst & Blackett. Proprio le differenze tra quest’ultima trattativa e quella con Roma sono importanti. La Hurst & Blackett acquistò il diritto di prelazione dall’agenzia letteraria inglese che disponeva dei diritti, la Curtis Brown. Ma la vendita non fu automatica. Solo dopo una lunga mediazione, la casa editrice tedesca approvò l’affare, che consisteva nella vendita non del testo completo, ma del testo ridotto. Fu comunque Berlino a decidere che la versione inglese fosse ridotta.
Con l’Italia la trattativa fu più amichevole e ravvicinata. A sua volta Mussolini reagì alla proposta in maniera immediata: su un biglietto indicò a Polverelli di mandare 250 mila lire a Monaco, perché a Monaco aveva la sede la Eher Verlag, e immediatamente esse furono trasformate in un assegno del Banco di Napoli. Il giorno 13 l’assegno fu inviato al console a Monaco, Francesco Pittalis. Istantaneo anche il riserbo che cadde su tutta l’operazione. Massima fu la cura nell’evitare che in futuro si potesse collegare il mittente, il governo fascista, al destinatario, Hitler. La “mazzetta” doveva essere versata anonimamente in contanti. Quanto alla cifra, era fuori dal comune se riferita a qualsiasi contratto editoriale stipulato non solo in Italia ma anche all’estero.
Ad esempio, la Hurst & Blackett pagò per l’edizione del Mein Kampf 12.193 marchi in tutto. 250.000 lire corrispondevano a 53.625 marchi. Per gli Stati Uniti la medesima edizione parziale fu affidata alla Houghton Mifflin Company, e fu stipulato un contratto a base percentuale: in totale la casa americana pagò, al netto, 15.000 marchi. Ma anche in Italia era un contratto fuori dalla norma. A proposito di altri contratti ricchi di questo periodo, conosciamo l’anticipo ricevuto per un libro da un romanziere, Guido da Verona, dalla casa editrice Unitas: 42,500 lire nel 1930. Nel 1934 la Mondadori diede a un altro celebre scrittore, Stefan Zweig, per il suo Erasmo da Rotterdam, 12000 marchi più una percentuale del 10% annuo. Infine si può fare un ultimo confronto: il solito Amann offrì a Goebbels, per i suoi diari, circa 250 mila marchi, più 100 mila marchi di rendita annuale.
Era una somma enorme: però si deve constatare che i 53 mila marchi del duce erano stati offerti per l’acquisto dei diritti di traduzione per un solo paese e per un libro, il Mein Kampf, edito da tempo. I 250 mila marchi di Goebbels, oltre ad essere un’evidente rendita o regalia di stato per un personaggio di prima fila del regime, era una spesa per un libro nuovo, in esclusiva totale, e riguardava anche i diritti futuri.
Quei 53,625 marchi erano dunque uno stanziamento assai consistente, ma slegato da un normale possibile costo dei diritti del libro e sembrava di conseguenza giustificato solo dal motivo della richiesta di Hitler: cioè come aiuto per vincere le elezioni. In questo senso, d’altro canto, era uno stanziamento avaro. Basti a dimostrarlo la cifra che, parallelamente a questa, fu stanziata per aiutare, nel medesimo periodo, il cancelliere austriaco Dollfuss: il 17 febbraio 1933, meno di dieci giorni dopo l’incontro con Amann, Mussolini decide che per aiutare gli austriaci si poteva arrivare a 5 milioni di lire. Erano soldi tutti chiesti per contrastare l’ascesa dei nazisti, che stavano diventando pericolosi a Vienna. Quindi, la somma stanziata da Mussolini per Hitler era ingente se ci si riferisce al semplice pagamento dei diritti d’autore, ma era misera se ci si riferisce al finanziamento propagandistico. Secondo le memorie di Ranzetti, non fu l’unico finanziamento chiesto dai nazisti agli italiani, ma l’unico andato effettivamente in porto.
Capitolo quinto
Protettore
Siamo al 13 febbraio 1933, giorno in cui l’assegno partì per Monaco. Lo stesso giorno Mussolini ricevette il maggiore Ranzetti per dargli istruzione su quanto doveva riferire a Hitler. Ordinò che venissero dati degli incarichi di responsabilità a Von Papen, consigliò che se si voleva condurre una politica antisemita, si procedesse senza scosse violente ma con un’eliminazione graduale degli ebrei dai posti di responsabilità. Mussolini, quindi, si sentiva legittimato a dare questi “pesanti” consigli al neo Cancelliere della Germania. Da qui prese avvio un atteggiamento di patronage istituzionale del duce, sia nei confronti del regime, sia nei confronti della persona di Hitler. Unicamente l’Italia non solo non era ostile, ma anzi si era dimostrata favorevole al nuovo regime.
Poi, il dittatore cercò di pesare anche a proposito della politica anti-ebraica praticata dal nazismo. Cercò di stemperare la violenza contro gli ebrei, però quando le violenze pubbliche degli ebrei effettivamente calarono, chiese all’ambasciatore tedesco di non sbagliare in senso opposto, di non arretrare dinnanzi a una potenza come quella ebraica. Al duce i tedeschi avevano chiesto i soldi e lui i soldi li aveva tirati fuori. Erano stati i tedeschi a chiedere: era una giustificazione in più per l’italiano per espandere la propria influenza di chaperon su un movimento che veniva considerato fascista e a tutti gli effetti erede del fascismo.
Capitolo sesto
Tra furbi
Nelle settimane seguenti, a proposito della traduzione del Mein Kampf, i tedeschi si negarono. Per incominciare, i tedeschi trascurarono la data limite del 5 marzo, il giorno delle elezioni, vinte trionfalmente dai nazisti, ma non con la maggioranza assoluta. Nessuno prima di quel giorno si fece vivo per incassare i soldi italiani, che in teoria dovevano servire a finanziare proprio quelle elezioni. Amann, a cui il console Pittalis avrebbe dovuto consegnare i soldi, evitò sistematicamente gli appuntamenti con gli italiani. I nazisti parevano aver dimenticato gli accordi. Cos’era successo dunque? Semplicemente che finanziamenti meno pericolosi, e assai più ingenti di quelli offerti dal duce, i nazisti se li erano assicurati in patria.
Hitler aveva ricevuto quei soldi da finanziamenti privati che forse in una prima fase non aveva voluto. I più importanti industriali tedeschi avevano promesso a Hitler ben tre milioni di marchi. Inoltre, il consiglio dei ministri tedesco ritornò sulle precedenti decisioni e decise di foraggiare la propaganda del partito di Hitler con fondi statali. Dopo parecchio tempo e molte insistenze degli italiani a metà marzo allestirono un vero e proprio progetto di contratto, in italiano e in tedesco, che fecero comunicare a Roma. Il testo pervenne al ministero degli Affari Esteri italiano, che lo sottopose subito a un vaglio attento del proprio ufficio legale. Il quale presentò numerose obiezioni, in base alle quali a Roma alcuni articoli del contratto furono riformulati. Il senso di quest’ultima operazione era chiaro: doveva risultare un contratto di vendita da parte della Franz Eher Verlag e non di acquisto da parte di una casa editrice italiana, che non esisteva. I tedeschi proposero un normale contratto editoriale con una casa editrice: doveva essere il modo per evitare l’affare politico. Gli italiani lo riscrissero con l’idea che sarebbe stato il governo fascista, e non una casa editrice privata, ad acquistare i diritti sul libro.
Tre furono le osservazioni in merito fatte dagli italiani:
- A proposito della famosa procura che, come notò l’ufficio legale, si rivolgeva solo all’eventuale stampa sui giornali tedeschi di brani del Mein Kampf. L’ufficio legale notò che ci voleva una procura diversa, formulata in maniera più seria con l’impiego di un notaio, non un pezzo di carta qualsiasi come quello. Inoltre, essa doveva far riferimento ai diritti sul libro e non ai giornali.
- L’altra osservazione aveva carattere più politico che legale. In base alla normativa vigente, in Italia esisteva libertà di culto o c’era anche parità di diritti tra gli appartenenti alle confessioni religiose ammesse nel Regno. Mentre l’ufficio legale accoglieva che il traduttore del libro fosse di cittadinanza italiana, non era accettabile l’imposizione che non fosse israelita. La soluzione fu di far firmare alla casa editrice acquirente un impegno di non affidare la traduzione a un israelita.
- Quanto ai vincoli sul controllo della traduzione, già i tedeschi stessi erano stati parecchio blandi: nella loro proposta di contratto compariva solo un cenno alla possibilità che un traduttore tedesco di fiducia della casa editrice controllasse la traduzione.
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