Riassunti di Storia delle Istituzioni Politiche, libro adottato “Percorsi di storia istituzionale europea”
di M.S. Corciulo
Dal sistema di dominio feudale allo Stato moderno.
Quattro tipologie organizzative del potere si susseguono a partire dall’800, data in cui Carlo Magno
fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero, alla fine del XIX secolo:
1. Il sistema di dominio feudale;
2. La Ständestaat;
3. Lo Stato assoluto;
4. Lo Stato costituzionale-parlamentare.
Il sistema feudale fu istituzionalizzato nell’800 dalla monarchia carolingia di Carlo Magno. Questo
periodo, detto dei “secoli bui” viene a rischiararsi con Carlo Magno, che fonda il suo potere
imperiale servendosi, da una parte, di talune istituzioni tardo-romane e, dall’altra, legandosi
strettamente alla Chiesa. Il legame con essa e, quindi, con le autorità ecclesiastiche sarà una
caratteristica tipica del sistema di dominio feudale. Il dominio di Carlo Magno si istituzionalizza
verticalmente, a livello locale, con due cariche: i comites e i missi dominici. I primi erano i
funzionari del re che dovevano estendere, a livello locale, il sistema di dominio; i secondi, invece,
una specie di ispettori che il sovrano inviava periodicamente presso di essi per controllare che i suoi
ordini fossero fedelmente eseguiti. In virtù del suo rapporto stretto con la Chiesa, il dominio di
Carlo Magno si struttura anche orizzontalmente tramite le abbazie e vescovadi.
Per Gefolgschaft si intendeva un rapporto personale di fedeltà in un contesto di semiparità fra il
signore e i suoi cavalieri-amici.
Le fondamenta giuridiche del sistema di dominio feudale furono tre: la commendatio, il beneficium,
l’immunitas, tutte derivanti da istituzioni tardo-romane.
La commendatio era l’atto con cui una parte libera si affidava ad un’altra per averne protezione in
cambio dei servigi. L’immunitas consisteva nell’essere esenti dal pagamento di determinate
prestazioni. Il beneficium era una cessione dei diritti da parte del signore su un territorio, a
vantaggio di un individuo, di una famiglia o anche di una collettività.
La prevalenza dell’aspetto militare muta sempre più il significato originale della Gefolgschaft. Ciò
comporta che i singoli feudatari si sentano forti del fatto di avere anch’essi un piccolo esercito.
Sorgono pertanto delle corti più limitate di vassalli, valvassini e valvassori, ossia tutta una serie di
sub-infeudazioni: infatti colui che aveva avuto inizialmente un feudo, a sua volta, poteva
autonomamente attribuirne una parte ad un cavaliere senza darne alcuna notizia al signore. Tutte
queste situazioni creeranno quella che poi verrà definita l’”anarchia feudale”, cioè un’intricata rete
di particolarismi. In tale contesto, la condizione della maggior parte della popolazione era
ovviamente miserrima. La figura del Papa – alla quale l’Imperatore aveva dovuto sottomettersi –
riveste un’enorme importanza per quanto concerne i rapporti di potere all’interno del sistema
feudale. La difesa degli oppressi e dei poveri fu esercitata dalla Chiesa, che spesso dette rifugio a
perseguitati e li sfamò attraverso la possibilità per essi di nutrirsi delle colture rimaste dopo il
raccolto: i cosiddetti, con termine contemporaneo, “usi civici”.
Dalla fine dell’impero carolingio (888 d.C.), sempre di più questo sistema si auto-distrugge perché a
fianco della componente tipica della Gefolgschaft si aggiungerà la volontà dei vassalli minori di
addivenire ad una specie di mutazione giuridica della concessione feudale; questa, infatti, all’inizio,
si configurava come una specie di affitto temporaneo, ma spostandosi il potere sempre più verso il
basso, questa forma di contratto temporaneo tende invece a divenire una concessione perpetua e
quindi una vera e propria proprietà. Questo fa sì che l’iniziale rapporto di fiducia si spezzi
definitivamente anche perché ogni vassallo voleva non solo diventare proprietario del suo feudo, ma
anche trasmetterlo ereditariamente. I cavalieri che prima si aiutavano dando la vita l’uno per l’altro,
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cominciano invece a combattere tra di loro. Spesso non si capiva più a chi appartenesse un
territorio. Ne derivava una grande confusione poiché non si capivano quali fossero le condizioni
con cui un determinato territorio era stato infeudato.
Nel sistema di dominio feudale i contadini non avevano quasi alcun diritto. Era soprattutto la Chiesa
che si faceva carico di essi. Tuttavia il sistema di dominio feudale ha lasciato talune eredità positive.
Per la prima volta viene creato un apparato di dominio comune, anche se i singoli vassalli entravano
in contrasto. Inoltre, la figura dell’imperatore, pur lontana, rimase sempre come punto di
riferimento. I feudali, avendo l’obbligo di risiedere nel territorio loro assegnato, in qualche modo
divengono “stanziali”, cioè non possono esimersi dall’occuparsi delle popolazioni a loro sottoposte,
esercitando funzioni “primitive” di pubblica amministrazione e di giurisdizione. In questo periodo
nasce e si consolida la nobiltà europea.
Infine, poiché le controversie giurisdizionali sulle attribuzioni dei diversi territori erano confuse e
continue, sia i signori, sia la categoria intermedia, cominciano a studiare le conoscenze giuridiche
necessarie in queste numerose e confuse vertenze che opponevano non solo il feudale agli altri, ma
le comunità ad altre comunità.
Tra la fine del 1100 e l’inizio del 1200, si assiste in Europa al fenomeno della nascita delle città,
particolarmente evidente in Germania e in Italia. Anche le corporazioni sorgono in questo periodo,
come agglomerati di individui dediti ad attività di produzione diverse. Sono unioni di persone che,
prese singolarmente, non avrebbero alcuna rilevanza, ma insieme riescono a porre in essere dei
centri di azione collettiva solidale.
All’interno delle città si tende sempre più ad allargare tale rapporto (originariamente,
esclusivamente o prevalentemente di carattere economicistico) a talune caratteristiche propriamente
politiche. Il rapporto individualistico, tipico del sistema di dominio feudale, si capovolge pertanto in
favore di una gestione collettiva degli interessi economici e politici e, quindi, quell’aspetto militare,
che era stato determinante nel tenere insieme la feudalità, man mano si sgretola. Naturalmente,
poiché le guerre non cessarono e bisognava difendere il territorio, questo compito viene demandato
non più ai feudali, bensì allo stesso princeps. In sostanza, le città per essere libere di commerciare
all’interno di un territorio che diventa sempre più vasto, gli affidano, offrendogli gli aiuti finanziari
ad hoc, la difesa di esso.
Gli Stati, Ceti, Ordini erano tre: gli ecclesiastici, gli ex-feudali ed il nascente ceto proto-borghese,
tipico dei borghi, cioè delle città. Il Ceto, l’Ordine, lo Stato è un insieme di individui aventi lo
stesso status, cioè gli stessi diritti, doveri, privilegi, obblighi, capacità e incapacità giuridiche,
pubblicamente riconosciute e fatti valere dalle pubbliche autorità. Le assemblee si pongono a
confronto con il principe rappresentando davanti a lui il territorio e dando vita, in tal modo, a due
centri di potere distinti e contrapposti. Cominciava così ad enuclearsi per la prima volta il concetto,
dal punto di vista politico, della rappresentanza. È questo anche il periodo delle leghe, delle unioni
tra contadini, nelle quali si afferma sempre più il principio della comunanza a scapito
dell’individuo.
Il principe non si considera più come titolare di esclusivi diritti feudali, benché egli mantenga tutta
una serie di privilegi di tal genere. Egli si pone sempre più come colui che deve tutelare e difendere
il territorio; per svolgere tale funzione convoca le assemblee di Stati, chiedendo ad esse dei
contributi finanziari. Nel periodo feudale le convocazioni dei magnati e dei prelati erano avvenute
in situazioni eccezionali. Invece, durante lo Ständestaat, oltre alla frequenza delle convocazioni, ciò
che inizia ad emergere sono le modalità di votazione all’interno dei singoli ceti, nel cui ambito, per
la prima volta, si attuano delle norme, in qualche modo giuridiche. Le assemblee di Stati spesso
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sceglievano di dare il loro aiuto finanziario a quel principe che poteva tutelare più efficacemente la
popolazione dalle scorribande dei “feudali”. Il principe comincia a contornarsi di consiglieri laici e
“borghesi” con varie competenze e funzioni. Precedentemente essi erano stati soprattutto nobili ed
ecclesiastici. In tal modo diminuiva sensibilmente il potere della nobiltà. La diminutio
dell’importanza della nobiltà riguarderà tutti gli Stati europei, con un percorso per la maggior parte
favorevole al rafforzamento del potere sovrano man mano che ci si avvicina al XVI secolo. Adesso
il principe ha bisogno che il diritto diventi sempre più certo, sempre più uniforme e sempre più
comune a tutti: in questo modo l’esercizio di esso non è più lasciato – come abbiamo visto –
all’arbitrio feudale, bensì alla “legge” del principe, unica sottoposta a norme valide per tutti gli
abitanti del territorio. Anche l’amministrazione la giustizia iniziano ad essere uniformate.
Ci sono anche degli aspetti negativi. L’intricato sistema delle alleanze: nella maggior parte dei casi,
il principe si schierava con le città contro il ceto feudale, ma qualche volta avveniva che egli si
alleasse con quest’ultimo.
Le corporazioni con il passare degli anni diventeranno sempre più importanti e, alcune, anche molto
ricche. Spesso alcuni membri di esse particolarmente potenti pretenderanno di esercitare cariche di
governo locale quasi per diritto ereditario. Parallelamente aumenta sempre più il distacco del
principe dalla Chiesa. Inoltre, emerge sempre di più, in questo periodo, la consapevolezza, da parte
del singolo sovrano, di non essere inferiore neppure all’Imperatore.
Un indubbio merito del Lousse è stato quello di aver cominciato a porre, per la prima volta ed in
maniera organica, il problema dell’organizzazione e degli studi della storia di istituzioni
rappresentative. Antonio Marongiu, in occasione del X Congresso Internazionale di Scienze
Storiche, tenutosi a Roma nel 1955 formulò il suo percorso storiografico delle istituzioni. Egli
partiva da una tripartizione relativa alle varie assemblee più o meno allargate che, dal basso
Medioevo, erano pervenute fino agli inizi dell’assolutismo; di esse enucleava tre tipologie:
1. Le assemblee definite “avvenimento”, o di parata, convocate nelle occasioni più importanti
del regno e avevano una funzione esclusivamente simbolica.
2. Le assemblee consultive e recettive che acclamavano alcune decisioni del sovrano, non
disponendo di capacità deliberativa.
3. Le assemblee rappresentative-deliberative che esprimevano una situazione giuridica
rappresentativa della volontà dei partecipanti.
Secondo il Marongiu, i comportamenti di quest’ultima tipologia assembleare erano convinti di
essere, giuridicamente, soggetti diversi rispetto a quelle precedenti e, a suo avviso, ciò trasformava
tale istituzione in un potere effettivo dello Stato e portatore di una nuova dimensione storico-
politica che precedentemente non era mai esistita. Il Marongiu successivamente aggiungeva che non
si possono acquisire dei criteri fissi, determinati, per affermare quando un’assemblea pre-
parlamentare si evolveva in un vero parlamento, ma solo “indizi”.
I componenti dell’assemblea non agiscono più uti singuli, ma si considerano facenti parte di un
gruppo organizzato. Il Marongiu evidenzia quattro tipi di modalità attraverso le quali l’assemblea
diventa parlamentare. Essa prende coscienza di sé, si attribuisce unilateralmente poteri che non le
erano stati precedentemente accordati e pretende di esercitarli, facendoli valere di fronte al sovrano.
Dalla fine del ‘400, inizia a delinearsi una tendenza verso l’accentramento dei poteri che troverà il
suo apogeo, la sua più completa realizzazione nella Francia di Luigi XIV e nella Spagna di Filippo
II.
“Assolutismo” deriva dal latino absolutus, ossia “sciolto”. Un’espressione che nel ‘500 si afferma
sempre di più è quella di “legibus solutus”. Man mano che si afferma l’assolutismo, il sovrano tende
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a liberarsi da tutta quella serie di vincoli che ne limitavano il potere, a partire dalle assemblee
rappresentative, che verranno progressivamente limitate nel loro ruolo. In Francia, addirittura, esse
non verranno più convocate dopo il 1614, data a partire dalla quale la funzione di “corpo
intermedio” verrà svolta dai Parlamenti, che, nella Francia d’ancien régime erano, in realtà, delle
corti di giustizia. Gli sforzi dei sovrani “assoluti” si indirizzeranno, all’interno, contro le istituzioni
rappresentative e/o “intermedie” e, all’esterno, verso la Chiesa, al fine di ridurne il “ruolo
universale”. Il concetto di Genossenschaft che aveva portato alla comunanza di tutti i cittadini si
frantuma e cede il passo agli interessi del singolo mercante o del ricco borghese. Si verrà dunque a
creare la futura “nobiltà di toga”. Di conseguenza, mentre la borghesia si arricchiva, la nobiltà
s’impoveriva. La decadenza del ceto feudale è strettamente connessa, oltre a tali mutamenti socio-
economici, anche alla trasformazione di quella che è stata chiamata l’arte della guerra. L’uso di
questa nuova tecnologia relegò qualità individuali come il coraggio personale ad un ruolo sempre
più marginale.
Un altro importante aspetto di decadenza della nobiltà di origine feudale è rappresentato dal declino
del suo potere in ambito giudiziario.
Al nobile rimase la possibilità o di diventare sempre più povero o di mettersi sotto l’ala protettrice
del sovrano. Nacque così la corte.
La Francia.
In Francia, agli inizi del XVI secolo, una delle prime manifestazioni esteriori di
quell’accentramento dei poteri nelle mani del monarca è rappresentato dalla progressiva evoluzione
dell’esercizio della funzione legislativa. È il sovrano che avoca a sé il diritto-dovere di porre in
essere la legge. Essa cessa di essere unicamente il prodotto delle antiche consuetudini vigenti nel
regno acquisendo i requisiti di generalità ed astrattezza.
La prima autoritaria e formale assunzione da parte del re del potere di legiferare si trova in una
dichiarazione del 1523 di Francesco I in cui egli afferma esplicitamente che “spetta solo al sovrano
la potestà di emanare statuti, editti quali appaiono convenienti al bene del re e del regno”. La legge
promana dal re ma egli è al di sopra della legge stessa. Jean Bodin, nei Six livres de la République,
ritiene che il potere di fare le leggi fosse la prima e tipica manifestazione della sovranità. Proprio da
questo concetto deriva altresì – a suo parere – il diritto di grazia. Le leggi assunsero due forme
differenti: le ordonnances prive del nome del destinatario, di premessa esplicativa e del sigillo. Si
trattava di ordini perentori e secchi. A partire dal 1539 (sotto il regno di Francesco I), le ordinanze
cominciarono ad essere scritte in francese anziché in latino, poiché dovevano essere comprese da
tutti per la loro generalità e inoltre in questo modo si accentuava lo staccamento dalla Chiesa.
L’altra tipologia erano le “lettere patenti”, scritte su pergamena, recavano il nome delle persone cui
erano destinate e il sigillo reale, nonché la firma del re e la controfirma di un segretario o ministro.
Fin dal Medioevo i re di Francia avevano disposto di un organo ausiliario detto Consiglio Privato
che li assisteva e li aiutava nell’esercizio delle loro vaste e disparate attività amministrative,
finanziarie e giudiziarie. Sotto Francesco I le questioni politiche più importanti cominciarono ad
essere affidate solo ad un gruppo ristretto di membri di tale organo; esso prese da allora la
denominazione di Consiglio del Re. Sotto la guida di Richelieu, il Consiglio Privato mutò il proprio
nome in Consiglio degli affari e di Dispacci, mentre l’altro, quello più ristretto, prese il nome di
Consiglio Segreto degli affari. Sotto il regno di Luigi XIV quest’ultimo acquistò il nome di
Consiglio di Stato in alto e bastava esservi chiamati anche una volta soltanto a farne parte, per
acquistare a vita il titolo di “ministro”. 4
Oltre ai Consigli, il re aveva a sua disposizione anche una serie di alti dignitari, autorevoli e
inamovibili dal loro ufficio, chiamati Grandi Ufficiali della Corona. I sovrani cominciarono a
tollerare mal volentieri la “tutela” di questi dignitari, spesso troppo indipendenti; per tale ragione
vennero posto al loro fianco altre funzionari, nominati dal re e da questi revocabili, detti Segretari.
Vi erano poi altre figure di funzionari, gli ufficiali e i commissari. Gli ufficiali erano nominati dal re
senza limiti di durata, divenuti quindi ereditari. In Francia il fenomeno della venalità delle cariche
sarà il nodo cruciale intorno a cui si scontreranno gli interessi dell’antica nobiltà di spada con quelli
della nobiltà di toga; costoro riuscirono ad inserirsi nei diversi rami dell’apparato burocratico
statale, arrivando poco a poco a sostituire la nobiltà di spada nei più importanti settori
dell’amministrazione pubblica e costituendo il braccio destro dell’assolutismo regio.
Agli inizi del ‘600, un certo Charles Paulet, di professione appaltatore, propose di istituire una tassa
per trasmettere eredit
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