Le difficoltà politiche dell'interregno napoleonico
Man mano che giungevano notizie sull’avanzata delle truppe napoleoniche sul territorio francese, nell’entourage del sovrano cominciò a sorgere una certa inquietudine. Il nuovo linguaggio napoleonico fece presa su quella parte dei francesi che, insoddisfatta e irritata per taluni atteggiamenti politici del governo della Prima Restaurazione, era più disposta ad accettare un mutamento di regime.
Anche dove, come a Parigi, dopo la notizia dello sbarco, Consigli generali, municipalità, tribunali, avevano fatto a gara nel proclamare a gran voce la loro fedeltà a Luigi XVIII, si cominciarono ad avvertire le prime crepe nel fronte di chi dava per breve l’avventura di Napoleone. Quasi tutti gli uomini politici erano convinti che l’impresa del Bonaparte sarebbe fallita in pochi giorni. Comunque si valutassero le possibilità di successo di Napoleone, tutti quanti si affrettarono a manifestare la loro fedeltà alla Charte.
Conseguenze giuridico-politiche della fedeltà tardiva
La tardiva manifestazione di fedeltà del sovrano ai principi costituzionali comportò delle rilevanti conseguenze giuridico-politiche; la Charte perse il carattere di concessione e assunse il carattere contrattuale, tipico delle costituzioni liberali. Perfino il reazionario fratello del sovrano, il conte d’Artois, che fino ad allora non aveva fatto altro che tramare per l’abolizione della Charte, giurò fedeltà ad essa, ma tali proclamazioni della famiglia reale erano giunte troppo tardi.
Il governo indeciso e l'ascesa di Napoleone
Il governo, indeciso, scoraggiato, non riuscì a opporre alcuna offensiva armata a Napoleone. La situazione, intanto, precipitava. Né le Camere né il governo erano favorevoli ad un allontanamento del sovrano a Parigi. Lo stesso Luigi XVIII era contrario a tale ipotesi, che poi accettò, soprattutto a causa delle pressioni della famiglia reale.
La fuga del sovrano colse tutti di sorpresa anche perché inizialmente essa fu tenuta nascosta. L’ingresso di Napoleone a Parigi non fu caratterizzato da quelle manifestazioni di giubilo che erano avvenute nel momento del ritorno di Luigi XVIII. Napoleone, consapevole della debolezza della sua situazione politica, fin dai primi atti ufficiali cercò di accattivarsi la fiducia non solo dei suoi concittadini, ma anche delle potenze straniere. Soprattutto di fronte ai sovrani europei Napoleone intendeva apparire in veste di legittimo monarca.
La strategia internazionale di Napoleone
Napoleone inviò una circolare, peraltro mai giunta a destinazione, alle potenze europee, nella quale manifestava sentimenti pacifisti e di rispetto per l’indipendenza delle altre nazioni. Gli atteggiamenti pacifisti del Bonaparte contrastavano con quelli delle Potenze straniere che con il trattato di Chaumont del 25 marzo si impegnarono a combattere Napoleone con tutte le loro forze. Di fronte all’ostilità dell’Europa, s’imponeva che Napoleone costituisse al più presto possibile un governo efficiente.
Tale ministero formava un vero e proprio Consiglio al quale prendevano parte soltanto i responsabili dei vari dicasteri. Esso, unanime, esortò l’Imperatore a non compiere alcuna vendetta o ritorsione all’interno del Paese e a garantire la sicurezza delle persone e delle proprietà nonché la libertà di stampa. Sembrava quasi impossibile che gli antichi collaboratori del Bonaparte osassero chiedere il ripristino di tali garanzie proprio a colui che aveva fondato il suo regime sulla vanificazione delle stesse. La risposta di Napoleone fu piuttosto ambigua.
Ambiguità e politica interna
Egli, infatti, pur affermando di avere rinunciato ormai definitivamente all’idea di ricostruire l’Impero, non si pronunciò in merito al futuro assetto istituzionale del Paese. Sebbene Napoleone fosse profondamente contrario a qualsiasi forma di governo costituzionale, la force des choses lo costringeva ad atteggiarsi a sovrano costituzionale.
Avversa a Napoleone era la corrente costituzionale che annoverava tra le sue file i più prestigiosi scrittori e deputati liberali di quegli anni. Dopo la restaurazione dei Borboni sul trono francese, la nazione era ridotta in un tale stato di oppressione che perfino i vecchi repubblicani si espressero a favore del ritorno dell’antica dinastia.
Di conseguenza, la dichiarazione da parte del Corpo Legislativo e del Senato della decadenza del governo napoleonico doveva essere considerata un atto ufficiale fatto a nome della pubblica opinione. Pertanto Napoleone non poteva considerare illegale l’attività politica del governo della Prima Restaurazione.
La collaborazione di Constant
Benjamin Constant, prima fuggito e poi tornato a Parigi, espresse i suoi timori, che si rivelarono infondati e furono ben presto dissipati dall’effetto provocato dagli incontri avuti con autorevoli personaggi del regime inviatigli da Napoleone; essi lo rassicurarono sulla sua incolumità fisica e lo sollecitarono a dare la sua collaborazione nella definizione delle basi politico-giuridiche del nuovo regime.
Man mano che si infittivano i colloqui con l’entourage del Bonaparte, aumentava in Constant la convinzione della buona fede dell’Imperatore. Nell’atteggiamento di Napoleone non era ancora individuabile la precisa volontà di instaurare un regime liberal-costituzionale o quella di ripristinare una delle vecchie costituzioni-fantasma. Questa ipotesi preoccupava l’Imperatore, perché essa avrebbe portato a una nuova frattura fra il popolo, da una parte, e i nobili, clero e ricchi borghesi dall’altra.
La cattiva salute e la lontananza della sua famiglia che lo tenevano in uno stato d’animo di incertezza e di angoscia; ad entrambe poi si sommavano le pressioni esercitate su di lui dai suoi collaboratori, quasi unanimemente favorevoli all’instaurazione di istituzioni liberali.
Fu presumibilmente per quest’insieme di considerazioni e influenze che Napoleone, vincendo le ultime perplessità, decise di dare alla Francia una sua Costituzione alla cui elaborazione e stesura invitò a partecipare anche il Constant. Così ebbe inizio l’imprevedibile collaborazione politica dello scrittore con colui che pochi giorni prima aveva definito «Attila», «Gengis Khan».
Le motivazioni di Constant
Nella decisione di Constant furono prevalenti l’ambizione, l’esibizionismo, la necessità di avere dei vantaggi economici, oppure furono determinanti il desiderio, la speranza di riuscire a imporre a Napoleone un regime politico fondato su quei principi di governo nei quali lo scrittore fermamente credeva e per i quali, proprio dal Bonaparte, era stato perseguitato?
La filosofia politica liberale protesa alla valorizzazione e alla difesa dell’individuo di fronte alle esigenze della ragion di Stato sembrarono rispondere alle aspettative della società in quella difficile fase di transizione dall’ancien régime al nuovo ordine. All’affermazione di tale dottrina politica concorse la volontà della borghesia di difendere, oltre ai propri interessi, anche i principi grazie ai quali questi si erano potuti determinare.
Il prevalente aspetto economico non deve svuotare la dottrina liberale degli altri contenuti politico-speculativi. Di tale libertà etica mirante ad assicurare la felicità e il progresso spirituale dell’uomo, Constant fu nello stesso tempo un dotto assertore e strenuo difensore.
La libertà moderna di Constant
Contrariamente alla libertà di Rousseau che sublimava la volontà individuale in quella generale, Constant sopravvalutava la prima rispetto alla seconda. La libertà dei moderni consisteva nella rivalutazione delle individualità nei confronti delle istituzioni politiche.
La libertà dei moderni pertanto si configurava come una necessità per il cittadino di essere protetto nelle sue «jouissances privées», fra quali emergeva il diritto di proprietà, privo del quale l’uomo non avrebbe avuto alcuna autonomia sia nei confronti dei suoi simili sia nei confronti dello Stato. La libertà politica era posta quindi a tutela di quella individuale.
La divisione dei poteri è premessa indispensabile per realizzare un regime garantista, ma occorre munire il potere neutro di alcune peculiari attribuzioni di controllo. Constant individuò nel sovrano quel potere neutro che doveva esercitare «la suprema funzione di arbitrato nel conflitto dei poteri attivi».
La sfiducia verso il potere costituito obbligò il Constant a cercar freni e limiti anche nei confronti delle assemblee elettive, la cui tirannide e i suoi arbitri perpetrati durante la Rivoluzione, gli avevano lasciato ricordi indelebili e inquietanti.
Il costituzionalismo napoleonico
Fin dai suoi primi atti ufficiali, dopo lo sbarco in Francia, Napoleone si era impegnato a varare una nuova Costituzione. Napoleone affidò a una commissione del Consiglio di Stato il compito di elaborare una nuova Costituzione, che sarebbe stata poi sottoposta direttamente al popolo. Sia i ministri, sia i componenti tale commissione erano favorevoli all’istituzione di un regime pluralistico-liberale, tanto che Napoleone decise di chiedere la collaborazione di Constant.
Non fu certo estranea alla decisione del Bonaparte la speranza di riuscire gradito all’opinione pubblica progressista. Il 18 aprile Constant portò a Napoleone un progetto di Costituzione modellato anch’esso sulle istituzioni inglesi, articolato nella divisione e nell’equilibrio dei diversi poteri e nella garanzia delle libertà pubbliche.
Contrariamente ai fautori del suffragio universale, Constant considerava questo un punto di arrivo, invece che di partenza. Constant aveva sempre considerato l’esistenza di una Camera alta un’istituzione indispensabile all’equilibrio dei poteri politici, un freno alle eventuali intemperanze di quella bassa.
La norma che aboliva il diritto di confisca venne soppressa dal testo costituzionale. Napoleone volle che la nuova Costituzione portasse il nome di Atto Addizionale alle Costituzioni dell’Impero. Per quanto concerneva la promulgazione, l’Imperatore avrebbe voluto ricorrere alla formula dell’octroi, ma si giunse a un compromesso in virtù del quale si stabilì d’interpellare direttamente la popolazione con un plebiscito.
Critiche all'Atto Addizionale
Molte norme dell’Atto Addizionale erano notevolmente più avanzate, sotto l’aspetto costituzional-parlamentare, delle corrispondenti previste nella Charte. Per quanto concerneva il potere giudiziario, l’Atto Addizionale, oltre a sancire l’indipendenza e l’inamovibilità della magistratura, mantenne il diritto di petizione sia al governo che alle Camere.
I diritti individuali trovavano infine la loro più completa tutela, nel capitolo VI della Costituzione. Soprattutto i diritti civili e, in primis, la libertà di stampa, furono previsti e tutelati in tutta la loro estensione: non soltanto venne abolita la censura preventiva ma si stabilì anche di deferire i colpevoli dei reati a mezzo stampa a tribunali composti da giurati. Constant volle far intervenire, anche nei processi penali, l’opinione pubblica.
L’influenza della dottrina constantiana sulla normativa istituita dall’Atto Addizionale fu particolarmente evidente per quanto concerneva l’estensione e la tutela dei diritti individuali. L’Atto Addizionale fu sommerso da una marea di critiche. Quasi tutti furono d’accordo nel criticare sia la procedura con la quale era stato redatto sia la denominazione che sembrava voler accentuare la continuità con gli anni dell’impero.
Soprattutto la parìa ereditaria fu oggetto delle critiche più violente. La parìa ereditaria aveva fatto venir meno il principio di uguaglianza e il diritto di tutti ad avere accesso ai pubblici impieghi. La proibizione, peraltro voluta da Constant, di leggere discorsi scritti alla Camera dei rappresentanti, fu oggetto di critiche da parte di alcuni scrittori liberali, secondo i quali questa disposizione avrebbe messo i deputati, a meno che essi non fossero stati dei Demostene o Cicerone, alla mercè dei ministri non sottoposti a tale limitazione.
Controversie sul parlamentarismo
Perfino uno dei principi fondamentali del parlamentarismo – il diritto del sovrano di sciogliere le Camere in caso di conflitti costituzionali – fu considerato da taluni liberali come una trappola posta da Napoleone al corretto funzionamento delle istituzioni politiche.
Paradossalmente, il giudizio più equo espresso sull’Atto Addizionale fu quello formulato da uno dei più fedeli servitori della causa borbonica, il visconte Chateaubriand. Sembrava assurdo che questi fautori del regime parlamentare assumessero ora – nel momento in cui vedevano realizzare le loro aspettative – un atteggiamento d’intransigente opposizione.
Le argomentazioni addotte da Constant a favore dell’Atto Addizionale non erano certamente viziate da parzialità, poiché egli estendeva allo stesso la sua teoria del progressivo perfezionamento delle idee dell’uomo, sulle quali dovevano fondarsi le istituzioni politiche di una nazione in sintonia con i suoi governati.
Convocazione dei collegi elettorali
Il decreto di convocazione dei collegi elettorali sembrò in un primo momento prematuro poiché non si era ancora svolto il plebiscito. L’opinione pubblica si sarebbe definitivamente convinta dell’autenticità della conversione napoleonica al costituzionalismo – tanto più che nell’Atto Addizionale non era stato previsto alcun termine per la convocazione delle Camere.
Sarebbe stato in tal modo più facile per l’Imperatore ottenere l’indispensabile consenso della nazionale alle imminenti ostilità belliche con le Potenze straniere. Le elezioni che si tennero nel maggio 1815 videro una scarsissima partecipazione di votanti; la causa era da ricercare nella confusa situazione politica del momento che scoraggiò gli elettori lontani dalle sedi elettorali dall’intraprendere pericolosi viaggi.
Se a tali difficoltà locali si aggiungeva la convinzione della precarietà del nuovo regime napoleonico, a favore del quale sarebbe potuto, in futuro, risultare pericoloso avere manifestato ufficialmente approvazione, si comprende il diffuso disinteresse del corpo elettorale.
Contemporaneamente alla sua promulgazione, l’Atto Addizionale doveva essere sottoposto all’approvazione della popolazione mediante un plebiscito. Napoleone era convinto che i francesi avrebbero approvato con entusiasmo il nuovo regime liberale. Quali furono le cause di tale clamoroso insuccesso?
Cause dell'insuccesso dell'Atto Addizionale
Innanzitutto la precaria situazione economico-politica dei Cento Giorni rispetto a quella dell’Impero contribuì notevolmente a diminuire il prestigio di Napoleone, considerato non più il condottiero che aveva portato la Francia alla vittoria, ma colui che, tornando in patria, vi aveva ricreato quei disordini politici nei quali i francesi non volevano più essere coinvolti.
A tale malcontento si aggiunse, nelle province, la mancanza di precise direttive provenienti da Parigi. I realisti non furono i soli ad opporsi all’Atto Addizionale. La diffidenza verso la nuova Costituzione era condivisa anche da gran parte dei liberali e, per opposti motivi, dai repubblicani-rivoluzionari.
Alcuni bonapartisti, addirittura, votarono contro e la maggior parte dell’elettorato moderato e conformista si astenne dal voto. Si espressero in generale a favore i piccoli proprietari, i modesti redditieri, i commercianti, gli artigiani, nonché naturalmente un elevato numero di funzionari statali.
L’assenteismo dei parigini venne motivato, rispetto alla provincia, più che da ostilità nei confronti di Napoleone, da «lassitude et attentisme», come pure da «plus d’instruction et d’esprit critique».
La conversione di Napoleone
Ciò che aveva contribuito a costituire gran parte del mito napoleonico, la sua dispotica volontà di potenza, si ritorceva ora contro di lui: non solo i realisti e i repubblicani accolsero con diffidenza l’Atto Addizionale, ma anche i liberali, invece di incoraggiare, sostenendolo, il costituzionalismo napoleonico, ne diffidarono e preferirono attendere passivamente dallo svolgersi degli avvenimenti la soluzione ai problemi politici del paese.
La conversione di Napoleone ai principi costituzional-liberali contribuì infine ad alienargli i favori delle classi popolari e dell’esercito – gli unici veramente devoti alla sua causa – i quali si sentirono traditi nelle loro aspettative dal nuovo, e per essi comprensibile, atteggiamento dell’Imperatore.
Le istituzioni parlamentari
I rappresentanti della Camera elettiva rivendicavano il diritto di intervento nella legislazione del quale erano stati privati a causa della redazione «autoritaria» dell’Atto Addizionale. Lo stesso Constant si era dichiarato d’accordo sulla necessità di migliorare alcuni articoli del testo costituzionale. Sia Napoleone, sia i membri del governo, sia i rappresentanti della nazione, erano convinti che la durata e la validità del patto costituzionale fra l’Imperatore e la Francia sarebbero dipesi unicamente dall’esito della guerra. Nel frattempo bisognava dar corso agli adempimenti legislativi. Il primo di essi consistette nella convocazione della Camera dei rappresentanti.
Terminate le formalità giuridiche connesse al regolamento interno delle due Camere, il 7 giugno ebbe luogo l’inaugurazione della legislatura, turbata da un incidente avvenuto.
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