Corso di: STORIA DEL PENSIERO POLITICO
CAPITOLO I: Platone e Aristotele (pp. 34-‐44)
Alle origini della storia del pensiero politico occidentale, vi è la cultura della Grecia classica (VI/VII
secolo A.C.). E’ in questo contesto che nasce il termine politica, con riferimento alla
polis -‐-‐-‐-‐-‐> politica.
Si comincia a discutere su come governare una città come realtà pubblica. il problema della
questione della città diventa un problema collettivo, coinvolge la collettività non solo un individuo.
La città nasce come spazio pubblico, e il luogo dove si faceva politica era l’agorà, ovvero la piazza.
L’agorà vista come ambiente pubblico per gestire collettivamente la politica.
Chi comanda??? – il potere non è un esclusiva di qualcuno, di origine divina o di ceto, ma è il
risultato di un confronto, non è riserva di una sola persona; è quindi una polis democratica.
Da questo momento in poi il percorso ha continuato a proseguire, non si retrocede. Ci vogliono dei
riferimenti, un organismo che metta in ordine e gestisca la piazza. -‐-‐-‐-‐> ecclesia: assemblea che
prende decisioni. All’interno dell’assemblea, vi sono delle commissioni, dei gruppi, che si dividono
i compiti. Si va quindi affermando una forma di democrazia diretta, che coinvolge tutti i cittadini e
li rende partecipi direttamente anche dandogli l’opportunità di fare proposte all’assemblea.
Quando si prendevano decisioni politiche, si discuteva pubblicamente con riferimento
all’assemblea, si sorteggiava chi la coordinava. Gli incarichi non duravano mai troppo, ci doveva
essere un cambio continuo nella cariche, che portò a un alternanza tra periodi di caos, e periodi di
equilibrio nel lungo periodo. Il percorso non fu sempre lineare, ma passò attraverso varie riforme,
fino a quando, nel IV secolo si accentuavano diverse discussioni sugli orientamenti. Bisognava
ricostruire un corpo sociale, trovare dei rifermenti condivisi dalla collettività.
PLATONE -‐-‐-‐-‐-‐> (filosofo IV secolo) opera: “La Repubblica” -‐-‐-‐-‐-‐> Egli proporrà una nuova situazione
di equilibrio. Secondo Platone, la soluzione di queste difficoltà stava nella gestione del potere, che
deve essere assegnato a persone preparate a condurre la polis, ovvero i filosofi. Quest’ultimo
infatti attiva il bene di ciascuno e il bene comune. Il filosofo offre delle garanzie, pensa
all’individuo e anche alla collettività. L’idea di giustizia diventa l’idea politica. La giustizia rende
possibili tutte le altre virtù per Platone. Essa armonizza il progetto che mette insieme i principi
dell’animo umano, anche quello conflittuale. La giustizia gestisce sia i comportamenti individuali
che quelli collettivi. I filosofi sono coloro che detengono la teoria di giustizia, sono quindi loro che
possono aiutare a superare l’ignoranza e a conoscere il mondo per come è. -‐-‐-‐-‐-‐> il mito della
caverna: distinzione tra apparenza ed essenza. I filosofi sono coloro che si liberano dalle catene e
diffondono il sapere conosciuto all’esterno a coloro rimasti bloccati nella caverna a guardare le
ombre. I filosofi sono quindi dotati di un surplus conoscitivo. Il bene è uno solo, distinto invece dal
male che ha una pluralità di forme. La degenerazione dell’ottimo stato può avvenire in quattro
tappe fondamentali :
Timocrazia
♦ Oligarchia
♦ Democrazia
♦ Tirannide
♦
Il processo comincia dai governanti, che venuta meno l’egemonia della ragione, assegnano la
proprietà privata, questo favorirà il passaggio all’oligarchia, in cui verranno premiati i più facoltosi
e non i più capaci. La classe oligarchica verrà poi spazzata via dai poveri, degenerando in tirannide
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con le rivolte. La repubblica non deve quindi ridursi a una lotta per il potere, una buona politica la
può condurre solo un filosofo, che non ha conflitti con gli altri, non arreca ingiustizie, non compete
ma detiene il sapere. La filosofia è preliminare rispetto alla politica, la giustizia è la virtù per
eccellenza. La società è costituita da individui con molteplici bisogni, e i produttori si devono
impegnare per soddisfarli, tramite la divisione del lavoro. Quella di Platone è quindi una politica
filosofica, del tutto oggettiva.
Altre opere di Platone -‐-‐-‐-‐-‐> “il politico” ,
“Le leggi”: diviso in due libri. Qui Platone concede qualcosa alla
debolezza umana, accede all’idea che la politica sia retta da leggi, che sono i segni di fragilità ma
anche il mezzo più potente per rimediare agli effetti negativi di essa.
ARISTOTELE -‐-‐-‐-‐-‐-‐> l’obiettivo da perseguire secondo lui è la realizzazione di una polis che non
perda di vista qual è il modo migliore x analizzare la cosa pubblica.
Aristotele -‐/-‐ da Platone
Per Aristotele ci sono varie forme di governo per perseguire l’obiettivo:
forme rette-‐-‐-‐> positive, quali la monarchia, l’aristocrazia e la politeia (costituzione)
♦ forme degenerate -‐-‐-‐> negative, quali la tirannia, l’oligarchia e l’aristocrazia
♦
dietro a questi schemi ci sono orientamenti che definiscono indirettamente chi deve reggere la
politica. Può essere uno, tanti o pochi. Ricaviamo la sostanza del pensiero da alcune citazioni di
Aristotele, come l’affermazione della superiorità del governo di molti, considerato un governo
migliore anche se nessuno al suo interno eccelle per saggezza, il contenuto di molti permette di
raggiungere il risultato al meglio. I molti sono tanti ed escluderli potrebbe essere causa di
instabilità della costituzione. Anche se i molti non sono i migliore e non possiedono l’arte del
governo, non vuol dire che non abbiano titolo a governare.
Sono i molti ad aver diritto a giudicare-‐-‐-‐-‐> basi della democrazia moderna
Aristotele, sceglie quindi come soluzione migliore il governo dei molti, in particolare la politeia,
considerata da lui la forma di democrazia corretta, poiché non ha i difetti che ha la democrazia,
dove il numero prevale sul merito, dove tutti sono senza limitazioni, restrizioni e senza controllo.
La politeia è vista da Aristotele come un insieme di molti ma non di tutti, dove il governo dei molti
permette a tutti di non degenerare. Essa permette che la democrazia non diventi anarchia, dove
invece prevale l’assenza di equilibrio. Alla politeia può partecipare il ceto medio. Ci può essere la
possibilità di un contributo ma questo non deve far si che si pongano limiti al censo. Non bisogna
essere condizionati dal censo, in più si può continuare a usare il sorteggio come metodo di scelta
delle cariche. Il valore della politeia sta nel fatto che vi partecipano, non solo i ricchi o solo i
nullatenenti, ma propone una via di mezzo, cioè il ceto medio, in cui tutti i cittadini dovrebbero
rappresentare un equilibrio. In mancanza di equilibrio si trova o troppa ricchezza o troppa povertà,
che possono condurre all’aristocrazia, che può degenerare in tirannide. Nonostante il passare del
tempo, i pensieri di Aristotele e Platone rimangono punti fermi per il pensiero politico moderno.
Con la nascita del cristianesimo, viene introdotto il discorso spirituale e questo pone delle
questioni anche per la politica, come quello riguardante la relativizzazione del potere. Anche il
potere politico non ha l’ultima parola sull’uomo, fa parte della sfera materiale. Il messaggio
cristiano pone dei limiti al potere. -‐-‐-‐-‐> distinzione tra potere politico e potere spirituale, l’uno
influisce sull’altro. Nascono equivoci con la nascita delle prime comunità  
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