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Premessa sulla rivoluzione napoletana del 1820-21

L'accusa nei confronti della rivoluzione napoletana del 1820-21 di essere riuscita a raccogliere pochi consensi è imputata maggiormente al tenue spessore civile, all'inadeguatezza, prima di tutto "etica", della borghesia liberale promotrice del moto rivoluzionario.

Il contesto politico-istituzionale

Il primo aspetto trascurato nell'esame dei moti del 1820-21 è quello politico-istituzionale, strettamente collegato alla scelta per il regno delle Due Sicilie del testo costituzionale varato a Cadice, nel 1812 e che dava vita a un regime costituzional-rappresentativo originalmente avanzato, con un maggiore coinvolgimento della popolazione nelle modalità elettive della rappresentanza nazionale. Sembra quindi contraddittorio che una classe "superata" dai tempi scegliesse il testo gaditano, al quale se un rimprovero si può fare è quello di essere troppo avanzato dal punto di vista istituzionale.

I rivoluzionari e il dissenso interno

I rivoluzionari erano per la maggior parte carbonari delle province, ove, infatti, scoccò la prima scintilla rivoluzionaria. Compiuta la rivoluzione e iniziata la discussione sulle modifiche da apportare alla Costituzione gaditana, cominciò a manifestarsi apertamente il dissenso fra l'ala radicale e quella più moderata della Carboneria. Il contrasto emblematicamente si focalizzò soprattutto sull'ampiezza ed immediata operatività del decentramento amministrativo-politico auspicato e richiesto, e che era stato la principale finalità intorno alla quale la Carboneria aveva avuto il consenso della popolazione provinciale. Nelle province, oltre alla pressione fiscale, si aggiunse la negativa congiuntura economica. Le cause di tale vasto scontento erano addebitate dai regnicoli soprattutto al verticistico decisionismo governativo che, per il tramite dell'Intendente, imponeva alle province balzelli onerosi ed ingiusti, privandole di ogni benché minima decisionalità ed autonomia amministrativa. Non si trattò pertanto di un moto elitistico, bensì di un'azione condivisa dalla maggior parte degli abitanti del regno.

Il ruolo della stampa rivoluzionaria

Il fine principale della stampa rivoluzionaria era quello di "educare" i napoletani spiegando i benefici etico-politici della nuova Costituzione, nella quale, non a caso, era prevista e tutelata un'ampia libertà di stampa. Si trattò di una vera e propria funzione "politica" dell'opinione pubblica, che attraverso la stampa, collegava l'elettorato ai governanti. Dall'esame dei giornali si resta colpiti per la maturità politico-istituzionale delle dissertazioni pro e contro gli eventuali mutamenti da apportare alla Costituzione adottata, tendenti a mantenere integre alcune caratteristiche più tipiche, come ad esempio l'unicameralità, la libertà di stampa, assieme ad una forte tendenza verso il decentramento provinciale. Proprio a difesa "acharnée" di tali basi della Costituzione, viene considerata da Cortese una delle cause del fallimento della rivoluzione, avendone impedito qualsiasi modifica in senso moderato.

Divisioni interne e contesto internazionale

Nelle province i cosiddetti murattiani, dopo la fine del Decennio, delusi nelle loro aspettative "costituzionali", diventarono per la maggior parte carbonari e, allorché l'età glielo consentì, non si rifiutarono di tornare all'attività politica, accettando cariche pubbliche durante la rivoluzione 20'-21'. Anche le divisioni interne non sarebbero state sufficienti a determinare il repentino tramonto – fin dall'inizio – della rivoluzione, se essa non fosse stata minata da un grave deficit di legittimità, dovuto alla finzione sovrana di una condivisa accettazione del testo costituzionale.

Questo aspetto fondamentale, connesso in particolare alla politica estera del regno, è stato sottovalutato. Basta scorrere i documenti diplomatici coevi per accorgersi di quanto le potenze straniere della Santa Alleanza fossero concorse nel cercare di porre termine al più presto a tale "immaturo" testo costituzionale. La vera linea politica del gabinetto inglese venne sostanzialmente celata ai rivoluzionari napoletani. Tale errata valutazione contribuì enormemente a illudere i rivoluzionari circa l'effettiva possibilità che gli eserciti austriaci invadessero il regno, convinti com'erano dell'opposizione inglese a tale decisione. Anche la Francia si allineò con la scelta ambigua dell'Inghilterra. Quanto alla Spagna, perse in quell'occasione la possibilità di esercitare un ruolo rilevante sullo scenario internazionale europeo, astenendosi dall'intervenire direttamente in difesa dei rivoluzionari napoletani, anche a causa della sua debolezza militare.

Quanto i patrioti compresero che la temuta invasione austriaca era imminente, sperarono di non essere sopraffatti dalla superiorità bellica. L'epilogo della rivoluzione è noto: il 7 marzo 1821, a Rieti, avvenne la definitiva sconfitta dell'esercito napoletano.

Domanda sulle rivoluzioni italiane del 20'-21'

Le rivoluzioni italiane del 20'-21' avrebbero avuto un esito diverso se avessero adottato la Charte del 1814? La Charte era geograficamente e spiritualmente lontana dagli obiettivi dei napoletani, ai quali, invece, il testo gaditano sembrava perfettamente combaciare con i loro principali desiderata, individuati essenzialmente in un accentuato decentramento politico-amministrativo, in una sensibile limitazione del potere reale e di quello della nobiltà la cui persistente mentalità feudale ancora incuteva timori.

Quanto al repentino tramonto della rivoluzione, esso fu dovuto certamente, sul piano interno, alla divisione di obiettivi politici fra i patrioti carbonari, i quali non riuscirono a far emergere alcuna figura carismatica di leader; come pure all'impreparazione, alla debolezza e all'ambiguità, dei governanti ex-murattiani che avevano in mano le redini del governo e che non esitarono a tramare, apertamente e non, contro i patrioti carbonari.

Il contesto internazionale

Sul piano internazionale, determinanti furono poi l'inerzia, l'abbandono, l'ipocrisia politica ai quali le potenze straniere costituzionali improntarono la loro azione nei confronti di questa pericolosa rivoluzione, il cui fallimento significò, per il nostro Paese, la privazione di un'intera generazione di uomini illuminati e coraggiosi, costretti ad andare esuli all'estero ove, spesso, difesero la libertà delle altre nazioni europee, a volte morendo per essa; o, caso ancora più disperante, si videro costretti a combattere contro le bandiere della propria patria.

Considerazioni sulla Restaurazione italiana

Il ritorno delle legittime dinastie non corrispose a un ripristino omogeneo e condiviso degli ordinamenti pre-napoleonici. Anzi, come noto, gran parte della normativa francese fu lasciata sussistere nella convinzione che, seppur con correzioni, sarebbe stata utile al consolidamento dei nuovi assetti statali. La scelta borbonica di mantenere in vita gran parte degli ordinamenti napoleonici non solo era gradita ai ministri, prevalentemente murattiani, ma scongiurava quel ricorso alle istituzioni consultive, di varia gradualità e importanza politiche, che il Metternich avrebbe voluto introdurre negli Stati italiani, soprattutto in funzione anti-costituzionale; ma delle quali il governo napoletano temeva l'evoluzione verso forme rappresentative più o meno compiute.

Pertanto, le istituzioni napoleoniche, laddove vennero in parte mantenute lo furono essenzialmente in funzione anti-costituzionale, contraria, cioè, a quelle istanze rappresentative che, già nel periodo della dominazione francese, erano state richieste. Nello stato Sabaudo, invece, le istituzioni francesi erano state spazzate via. In conseguenza di ciò si attuò una forte epurazione negli organici amministrativi e militari filo-napoleonici, provocando in tal modo un profondo scontento, che sfocerà in aperta rivolta, allorché una parte dell'aristocrazia progressista e della borghesia liberale si unirà ad essi nella richiesta di garanzie costituzionali. In Lombardo Veneto, l'Austria aveva lasciato sussistere talune ristrette funzioni consultive.

Ciò che unificava i sudditi dei vari Stati era il condiviso scontento verso i governi restaurati, scontento riconducibile talvolta a motivazioni più propriamente politiche, talvolta economico-finanziarie, più spesso ad entrambe. La rivoluzione napoletana si compì all'insegna di principi democratici mai espressi e istituzionalizzati fino ad allora negli Stati italiani di quegli anni: unica camera elettiva, suffragio quasi universale, ma, soprattutto, richiesta di notevoli attribuzioni, non solo amministrative, ma anche più propriamente politiche, agli organismi rappresentativi locali. Si può constatare che il permanere di associazioni segrete carbonare, con la presenza anche di militari e sacerdoti, si protrarrà fino ed oltre il 1848, all'insegna di un progetto rivoluzionario politico e sociale, autonomo da quello mazziniano, caratterizzato politicamente da una accentuata tendenza federalistica.

Giustamente è stato notato che le vicende rivoluzionarie italiane collegate al costituzionalismo gaditano sono state svalutate a causa del successivo prevalere, nel 1848, del regno Sabaudo. La sconfitta dei rivoluzionari napoletani fu in parte dovuta alle divisioni politiche fra di essi e il governo murattiano, ma non solo: i contrasti esistevano anche all'interno della Carboneria, ove l'ala radicale-democratica delle province si trovò opposta a quella moderata-liberale della capitale. Ma anche il contesto internazionale, in particolare l'Inghilterra, Francia e la passività della Spagna, contribuirono non poco all'epilogo tragico di tale rivoluzione, nonostante la stessa dinastia borbonica avesse tentato di scongiurare l'invasione del regno da parte degli austriaci, ricorrendo ad una Costituzione più moderata, la Charte del 1814 di Luigi XVIII.

L'eredità napoleonica e la Restaurazione

Nonostante fossero proibiti, i principi della costituzione gaditana continueranno a persistere vividi negli animi dei patrioti italiani. La Restaurazione per definirsi compiutamente tale avrebbe dovuto quasi completamente prescindere dall'eredità napoleonica. Non essendo ciò avvenuto, si può parlare soprattutto di una Restaurazione di dinastie. Più di ogni altra eredità dell'epoca napoleonica, l'accentramento amministrativo è divenuto in qualche modo il simbolo di una piaga da cui l'Europa ha tardato a guarire.

Le critiche al Decennio francese nella stampa costituzionale napoletana

Pur divisi al loro interno tra liberal-moderati e radical-democratici, i militari promotori del moto costituzionale non nutrirono mai alcun dubbio circa la carta costituzionale più idonea a realizzare le proprie aspirazioni politiche: unanime fu infatti il desiderio di adottare la Costituzione di Cadice concessa da Ferdinando di Borbone il 20 luglio 1820, sia per le rilevanti limitazioni imposte alla prerogativa regia, sia per il ruolo fondamentale attribuito alla rappresentanza nazionale, sia per le modalità elettive della stessa, estremamente democratiche. Inoltre nella Costituzione spagnola trovava piena tutela il principio del decentramento, dal momento che essa prevedeva la presenza, in ogni provincia, di un'istituzione detta Deputazione, interamente elettiva e dotata di numerose e rilevanti competenze, fra le quali l'esame dei ricorsi dei comuni ed il controllo sull'uso dei fondi pubblici degli stessi. Pienamente garantita era, inoltre, la libertà di stampa. La maturazione politica dei napoletani si era poi accresciuta durante il Decennio grazie all'uniformità politico-amministrativa che, assieme al Codice napoleonico, aveva radicalmente mutato l'assetto socio-istituzionale del regno.

Durante il Decennio fu infatti comune alla nobiltà e alla borghesia professionale il modus operandi all'interno delle istituzioni locali. Gli errori politici che avevano minato alla base l'assetto statale napoleonico, mantenuti e accentuati dai Borboni, e che erano stati la causa scatenante della rivoluzione napoletana del 1820. In primis veniva messo sotto accusa l'eccessivo centralismo napoleonico che aveva completamente annullato quello che la stampa definiva il "potere municipale" e non poteva essere vanificato dagli eccessi del "potere amministrativo" identificato inevitabilmente nella figura dell'Intendente.

La fortissima e sentita esigenza provinciale di gestire direttamente le diverse e spesso complesse situazioni locali, inglobava anche le critiche all'odiata imposta sulle proprietà terriere, la cosiddetta "fondiaria", spesso determinata sulla base di criteri approssimativi.

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Scienze politiche e sociali SPS/03 Storia delle istituzioni politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AngeloNELLAnebbia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle Istituzioni politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Corciulo Maria Sofia.
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