Parte prima: 1648 - 1945.
Lezione 1 – 21 settembre 2020.
Perché ha senso studiare la storia internazionale, o storia delle relazioni internazionali?
Negli ultimi anni, la categoria della Guerra Fredda è stata riesumata per descrivere le tensioni che
intercorrono tra Stati Uniti, Russia e Cina negli ultimi anni: ovvero, sono state utilizzate delle
categorie passate per descrivere processi attuali. Per contro, storici recenti come Odd Arne Westad
e Mario Del Pero hanno chiarito che la categoria è 'misleading' perché porta a elaborare
politiche errate, che non tengono conto dei reali comportamenti e delle logiche delle
controparti, e che rischiano inoltre di essere molto pericolose.
Al contrario, questi hanno osservato che i comportamenti di Stati Uniti, Russia e Cina sono diversi
da quelli assunti durante la Guerra Fredda per le seguenti ragioni, che riguardano proprio la natura
del conflitto stesso:
1. La Guerra Fredda era un conflitto ideologico: alla base della competizione tra le due grandi
superpotenze (Stati Uniti e Unione Sovietica) c'era una guerra di idee diverse su come
organizzare la società industriale. Oggi nessuna superpotenza è promotore di un modello di
sviluppo e di un governo della società che si voglia universale (ovvero applicabile, con i dovuti
aggiustamenti, in tutto il mondo), come invece lo furono il capitalismo liberale e il socialismo
statale. Al contrario, si sta osservando in termini di organizzazione di stato, delle relazioni di società
e stato, e di ruolo dello stato in economia, una tendenza esattamente opposta. Ci sono differenze
evidenti nel grado di intervento dello stato nei mercati in alcuni paesi, ma nessuno parla più di
socializzazione dei mezzi di produzione, tantomeno la impongono ad altri paesi. Di conseguenza,
rispetto alla Guerra Fredda, viene meno la rivalità ideologica tra diversi modelli di sviluppo,
ovvero diversi modi di intendere le società industriali. L'unico obiettivo in comune tra i modelli
ideologici della Guerra Fredda, antitetici tra loro, era il passaggio da società agricola a società
industriale (con la subordinazione del mondo delle campagne al mondo delle città urbane), ma
sempre attraverso mezzi diversi.
2. La guerra fredda era anche una competizione militare, una delle dimensioni geopolitiche
cristallizzate della competizione tra capitalismo e socialismo. Stati Uniti e Unione Sovietica
avevano le capacità militari per imporre all'estero o minacciare l'imposizione di determinati modelli
di sviluppo: questo era frutto dell'esito della Seconda Guerra Mondiale, che fece a pezzi le
precendenti potenze militari e coloniali europee spostando gli equilibri del mondo. Oggi si va verso
un multipolarismo, quindi la dimensione è estremamente più complessa del bipolarismo del
tempo. A questo aspetto è fortemente collegata la questione del nucleare, di cui altri stati si sono
successivamente dotati per potersi proteggere e avere un margine di autonomia. Nel multipolarismo,
l'elemento militare rimane importante, tuttavia non sono più così determinanti come lo erano nel
passato, perché si è passati 'dagli Imperi Militari agli Imperi Tecnologici'. Lo scontro si basa ora
anche sul controllo della tecnologia e quindi sull'innovazione tecnologica, che significa in altre
parole capacità scientifica. A questo si aggiungono le capacità finanziarie, di controllare un flusso
di ricchezza e non solo di generarlo valorizzando le proprie risorse (ricordiamo come nei secoli si
siano spostate le piazze finanziarie).
3. La Guerra Fredda era giocata nella relazione reciproca tra le due superpotenze, ma era chiaro fin
dall'inizio che gli Stati Uniti erano più potenti: l'Unione Sovietica non raggiunse mai il livello
relativo di potenza rispetto a quello degli Stati Uniti. Dal punto di vista di ricchezza prodotta, i
sovietici furono i primi a sistematizzare la statistica, di cui il PIL fu una delle grande espressioni;
ma gli Stati Uniti avevano la capacità di influenzare gli andamenti economici degli altri paesi,
gestendo in maniera sovrana il dollaro e gestendo le sorti dei paesi post-coloniali. Nel 1984, il
debito dei paesi post-coloniali ammontava a 60 miliardi di dollari e solo 16 di questi provenivano da
paesi socialisti, mentre tutti gli altri provenivano dai paesi creditori occidentali: la politica della
Federal Reserve nel cambiare i tassi di interesse accelerò le crisi finanziarie in tutti questi
paesi, perché parte dei loro debiti erano in dollari e costituivano tassi flessibili che sono di
conseguenza agganciati alla politica monetaria statunitense. Non era il caso, in questa
situazione, del rublo sovietico. A conseguenza di ciò, moltissime piazze finanziarie hanno
acquistato diverse altre valute, senza contare che oggi è la Cina a sostenere i disavanzi e deficit di
bilancio – con un'interdipendenza economica che è incommensurabile rispetto al bipolarismo
della Guerra Fredda in cui si parlava di due sistemi quasi antitetici.
Allora, sebbene il paragone con la Guerra Fredda sia inappropriato, viene utilizzato perché questa
categoria era utilizzata anche in quel periodo storico tanto all'estero quanto in patria per
costruire alleanze (militari, finanziarie, economiche), ma anche lo scopo di mobilitare le
popolazioni e le società all'interno dei propri stati (difficilmente gli Stati Uniti e la loro
popolazione avrebbero accettato altrimenti la costruzione di alleanze reciprocamente vincolanti con
gli europei prestando loro miliardi di dollari e impegnandosi militarmente nei loro confini se non ci
fosse stata la supposta minaccia sovietica). Allo stesso tempo, l'Unione Sovietica costituì stati
cuscinetto attorno al proprio territorio in modo da proteggersi dalla minaccia statunitense, sin dai
primi anni successivi dal termine della Seconda Guerra Mondiale. La categoria della Guerra
Fredda è inappropriata per descrivere l'andamento delle relazioni internazionali nel XXI
secolo, ma il suo utilizzo nel mondo occidentale è strumentale alla mobilitazione delle proprie
società a fianco dei gruppi dirigenti nello scontro/rivalità/competizione contro la Cina, la
Russia e viceversa.
Contrariamente, la Russia non utilizza questa categoria ma il collasso dell'Unione Sovietica,
come un trauma collettivo che ha portato il loro paese al dissesto finanziario ed economico,
che aveva compromesso la legittimità della Russia come grande potenza. Si tratta di elementi
(legittimità, rispetto, status) che erano propri dell'Unione Sovietica e anche dell'antico Impero
Zarista che servivano a mobilitare la popolazione al fianco della classe dirigente. Lo stesso vale per
la Cina: essa rifiuta questa categoria rinfacciando invece agli Stati Uniti le vicende degli anni
'70, prelevando allo stesso modo il collasso dell'Unione Sovietica per mostare che devono
evitare terreni di conflitto in cui saprebbero di essere in svantaggio, come l'ambito militare
(per non ripetere, quindi, l'errore dell'Unione Sovietica). Al di là di alcune aree di pressione
territoriale (come il Mare Cinese del sud e la penisola coreana) considerate cruciali per la tenuta del
territorio nazionale, il conflitto militare viene generalmente evitato. Quindi, la categoria viene
utilizzata quasi esclusivamente in Nord America ed Europa, venendo invece sminuita in
Russia e Cina.
Tale scontro di ideologie era anche uno scontro per decidere come la storia dell'umanità
sarebbe andata, muovendosi in maniera progressiva verso un punto finale, in cui una delle due
superpotenze era il punto massimo (quasi come due visioni messianiche). Per le stesse ragioni, il
concetto di 'End of History' ebbe successo per le condizioni del mondo al tempo, quando non
rimaneva nessuna ideologia vincente a quei tempi se non quella capitalistica statunitense, per cui
non si poteva che credere che fosse l'inevitabile punto d'arrivo per tutti (la storia ha poi dimostrato
che non è stato così: le letture escatologiche della storia sono errate, politicamente prescrittive e
persino pericolose). Qualsiasi tentativo di costruire delle omogeneità nella storia, significa
negare la storia stessa: i prezzi da pagare sono genocidi, stermini di massa, deportazioni.
Ecco perché ha senso studiare la storia, smontando il discorso pubblico attuale e capendo cosa
ha senso storico e cosa no – e qualora venga detto qualcosa in modo errato, se vi sono delle
motivazioni sottese. Attraverso lo studio del passato, è possibile trovare il perché di alcuni
comportamenti/processi, e verificare se ne sussistono ancora oggi i presupposti, oppure se vengono
giustificati a parole ma nei fatti seguono altri ragionamenti.
Lezione 2 – 23 settembre 2020.
La storia internazionale e la sua evoluzione come disciplina.
La storia internazionale riguarda le relazioni e i rapporti che intercorrono tra soggetti e forze
che si definiscono come diverse in termini di giurisdizione e di sovranità. L'elemento chiave è
quindi il rapporto tra soggetti aventi giurisdizioni diverse (ma anche tra soggetti le cui affiliazioni
politiche e istituzionali fanno capo a soggetti internazionali diversi). Studiare le relazioni tra questi
soggetti racconta necessariamente molto di come si autodefiniscono nel loro rapportarsi con l'altro –
la costruzione dell'identità si è sempre fatta nella storia con la diversificazione rispetto ad un altro.
Questa definizione è sufficientemente larga da permettere di ampliare gli oggetti di studio della
disciplina non solo alle più classiche forze politiche ovvero gli stati, imperiali o nazionali che siano
(che hanno una proiezione esterna alla propria giurisdizione o ambito istituzionale e che rimangono
comunque il principale focus della storia internazionale), ma anche ai soggetti economici, ai
sindacati etc. Tuttavia, per arrivare a questa precisazione sull'oggetto di studio, la disciplina ha
impiegato parecchio tempo, in seguito ad un'evoluzione – in senso cumulativo, perché non si è
perso ciò che studiava all'inizio, ma è solo stato integrato – della stessa.
Gli antecedenti della storia internazionale si trovano all'indomani della nascita giuridica di un
sistema internazionale moderno, riconducibile alla Pace di Vestfalia del 1648 che legittima l'unità
politica dello stato come soggetto internazionale legittimo e prevalente, a scapito delle grandi
autorità universali quali erano Papato e Impero. Tale sistema era basato su istituzioni politiche che
esercitavano il controllo di una popolazione situata in un determinato territorio, con il monopolio
dell'uso della forza e in assenza di un'autorità superiore. L'autorità statale in questa conformazione
può ammettere la compresenza di altre autorità, ma in maniera solamente subordinata. Tale sistema
andò ad imporsi successivamente in altri territori extraeuropei.
All'indomani della Pace di Vestfalia e dei trattati che la composero, studiosi andarono a osservare
tali trattati e ricostruirne le motivazioni, osservando che i loro soggetti non erano solo i regnanti, ma
anche tutto il seguito del sovrano che aiutava i regnanti a svolgere tale compito. L'argomento
fondante e la base per cui tali trattati venivano stipulati era sempre quello di pace e guerra, e
questo perché erano proprio i regnanti i principali promotori delle relazioni internazionali
dell'epoca: si parlava quindi di storia dei trattati.
Nell'Ottocento, data la dottrina illuministica e con la razionalizzazione del sapere, in diversi filoni e
metodologie che si volevano il più scientifiche e razionali possibili, nacque un'ambito di studi che
cominciò a prendere il nome di storia diplomatica, dove i legami tra la storia della politica
internazionale e il diritto internazionale erano strettissimi, proprio perché l'oggetto di analisi
erano i trattati e come si arrivava ai trattati. Tale orientamento sopravvisse fino all'inizio del
Novecento.
Successivamente, la Prima Guerra Mondiale legittimò chi in precedenza aveva sostenuto che la
diplomazia non era sufficiente a conoscere la realtà internazionale. Tale evento storico
sconvolse le società (soprattutto quelle europee) e le mobilitò nel loro complesso, tanto nello sforzo
bellico e militare quanto nello sforzo produttivo che dovette sostenere la guerra. In altre parole, la
storia non era più storia dei regnanti, delle dinastie e dei diplomatici, ma per capire la realtà
internazionale era indispensabile conoscere altri fattori, come il ruolo delle idee (quali azioni e
quali categorie concettuali muovono le azioni dei regnanti) o il ruolo delle forze economiche e
come queste si rapportano con lo stato (nel liberalismo, ad esempio, politica ed economia non
erano separabili). Le prime riflessioni degli storici sull'origine della Prima Guerra Mondiale
risultarono insoddisfacenti, perché forti dei loro retaggi studiarono i trattati, osservando le origini
del conflitto mondiale nelle decisioni dei regnanti, che erano in realtà solo parte della realtà.
Solo in seguito alcune correnti della storia dei trattati cominciarono a integrare l'oggetto di studio
connettendolo con quanto stavano facendo gli storici sociali e gli storici economici, ricercando
proprio nelle scienze sociali le motivazioni dello scoppio del conflitto. La disciplina allora si
ampliò divenendo storia dei trattati e della politica internazionale, e continuando sì a studiare i
trattati, ma collocandoli all'interno di un quadro più generale della politica internazionale. Le grandi
correnti innovatrici si trovano soprattutto in Francia, dove furono tra i primi a riconoscere la
necessità di ampliare gli oggetti di studio, a concentrarsi sui rapporti tra politica e finanza, ma anche
con ramificazioni feconde in Gran Bretagna, Nord America e Italia. Un altro centro importante del
punto di vista storiografico si trovava nei paesi socialisti, dove fin dagli anni '20 era stata fortemente
promossa dai giovani ricercatori ma che dovettero poi pagare i forti sistemi di censura dei paesi
autoritari.
Altro passaggio importante si trova a cavallo tra gli anni '70 e '80, con un'accelerazione dagli anni
'90 in poi, portando la storia dei trattati e della politica internazionale a divenire l'attuale storia
internazionale. La disciplina si aprì a nuovi punti di vista che non fossero quelli eurocentrici,
ovvero gli studi di area. Si trattava di branche degli studi sociali e politici sviluppatesi tra
Ottocento e Novecento e affrontati con sempre più attenzione dagli storici delle relazioni
internazionali, per vedere come delle società extraeuropee vedessero le società europee e come si
rapportavano con esse – accedendo, di conseguenza, a nuove fonti. Altre integrazioni
riguardarono la storia sociale, degli enti come soggetti delle relazioni internazionali, oppure la
storiografia riguardante i movimenti anticoloniali. Gli storici integrarono dunque quelle fonti
rispetto a specifiche tematiche, ingrandendo il campo di studi della disciplina. Storiografie
particolarmente feconde furono ad esempio quella dell'India, che portarono punti di vista innovativi
rispetto al processo di colonizzazione britannica in Asia e di decolonizzazione, andando a scardinare
molti assunti e risultati storiografici rispetto al governo britannico in India: non vi era più solo il
punto di vista britannico, ma anche quello indiano, comprendendo inoltre il terreno che preparò la
secessione del loro territorio resosi indipendente nel 1947 dalla Gran Bretagna.
L'apertura degli studi della storia delle relazioni internazionali ai punti di vista extraeuropei ha
aiutato una visione più globale delle relazioni internazionali, ma al tempo stesso anche gli storici
possono in quanto testimoni di eventi contemporanei rispondere a interrogativi in merito a tali
processi in corso. Questo è il caso anche del fenomeno della globalizzazione. Lo storico può
quindi partire da una domanda che nasce nel presente per cercare un aspetto della storia che
non è stato toccato e può avere un elemento di originalità (idealmente infiniti se pensiamo che
esiste sempre un elemento di parzialità, tanto nei punti di vista quanto nella combinazione tempo-
spazio). La storia ha allora risposto e risponde ai cambiamenti che avvenivano, e avvengono,
nella società (al giorno d'oggi, ad esempio, è considerata fondamentale la conoscenza delle lingue
straniere).
Lezione 3 – 24 settembre 2020.
L'approccio della sociologia storica nello studio della storia internazionale.
La 'sociologia storica' è un approccio alla storia che ha sviluppato lo storico, di origini italiane,
Giovanni Arrighi. Si tratta di un'impostazione che rientra strettamente nei parametri delle scienze
storiche intese in maniera conservatrice, ma che ha la capacità di mettere in evidenza alcune
tematiche, che vengono solo toccate o date per scontate dalla storiografia tradizionale.
Per comprendere la ricostruzione storica operata da Arrighi in merito ai 'cicli egemonici' occorre
presentare alcuni concetti chiave che lui utilizza ma che sono utilizzati anche dalla stessa
storiografia internazionale e delle relazioni internazionali, chiarendo il loro contenuto.
1. Potere e ricchezza. La ricerca, lo studio e l'analisi di potere e ricchezza comportano
studiare quali connessioni si costruirono tra certi ordini sociali e politici collocati dal punto di
vista geografico in determinati spazi precisi e delineati; e come questi ordini sociali nelle loro
coordinate di spazio e di tempo abbiano interagito con lo sviluppo più generale delle relazioni
internazionali, e viceversa come le stesse relazioni internazionali abbiano contribuito o meno allo
sviluppo degli ordini sociali e politici in un dato momento e in un preciso territorio.
2. Ordine. Tale termine fa riferimento all'uso che ne fa lo storico Paolo Pombeni, secondo
cui gli elementi base di un ordine sono un insieme di idee e categorie (per comp
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