Storici antichi e moderni: una breve introduzione
I greci non sono stati i primi a scrivere di storia: già dalla fine del III millennio in Mesopotamia si vede il tentativo di mettere ordine nelle genealogie e negli eventi del passato. Sono però i Greci ad aver inventato la figura dello storico come “soggetto scrivente”, che autonomamente e senza richiesta delle autorità statali decide di indagare il passato.
La storiografia antica è molto diversa da quella moderna: per i Greci la storia era un “romanzo vero” e come tale doveva risultare non solo utile ma anche gradevole. C’è tantissima cura della retorica e inserimenti di discorsi diretti (necessariamente rielaborati o addirittura inventati) a scapito di note e riferimenti alle fonti, anche perché molto spesso la fruizione dell’opera era orale. L’oralità vincolava anche il processo di produzione dell’opera, perché lo storico si basava in primis su testimonianze dirette piuttosto che su documenti di archivio. La necessità di testiomi rendeva inevitabile la preminenza della storia contemporanea o comunque quasi recente.
Cicerone e il ruolo dello storico
Cicerone, nel De Oratore, fa dire ad Antonio che solo la voce dell’oratore può rendere eterna la storia, manifestando il legame che la storiografia antica ha con la retorica. Ma qual era il ruolo dello storico nella società? Si può mettere in evidenza che molto spesso la figura di storico coincide con quella di esule o comunque di personaggio isolato dalla comunità, e in questa distanza sta l’attitudine allo sguardo il più possibile imparziale sulle cose.
Ecateo comincia le sue Genealogie dicendo “scrivo queste cose come a me sembrano vere. Infatti i racconti dei Greci mi si presentano molteplici e ridicoli”: in questo modo fa valere la propria opinione personale sulla memoria collettiva dei Greci, dimostra di capirla e conoscerla ma di prenderne le distanze.
Diffusione e isolamento
Come si può conciliare quest’isolamento caratteristico della figura dello storico con le modalità di diffusione dell’opera? Infatti abbiamo notizia di recitazioni pubbliche delle opere sia da parte di Erodoto sia da parte di Tucidide. Questo si spiega con il fatto che i primi storici sono come sospesi tra la consapevolezza del proprio isolamento e il desiderio di trovare un pubblico a cui rivolgersi: la storiografia greca nasce già grande, con un pubblico d’elezione panellenico, come possiamo dedurre dal fatto che nell’incipit gli storiografi si presentano indicando la loro provenienza geografica (Ecateo di Mileto, Erodoto di Alicarnasso, Tucidide di Atene).
Alcuni studiosi hanno messo in evidenza come l’incipit classico delle opere di storiografia ricalchi il modello tipico dell’apertura epistolare: in effetti la lettera è uno strumento attraverso cui qualcuno, seppur lontano, cerca la vicinanza con il destinatario, proprio come fa lo storico delle origini che è consapevole della distanza culturale che lo separa dall’uditorio ma cerca di colmarla offrendogli dei “canoni” a lui conosciuti (quindi uno stile accattivante, un incipit epistolare, molta retorica e una fruizione orale).
Dopo l'età classica
Dopo l’età classica, avvicinandosi all’Ellenismo, la storiografia si modifica: lo storico ora è consapevole del proprio ruolo e della propria utilità, che viene esaltata a gran voce (es. Diodoro dice che agli autori di storia sono debitori tutti gli uomini). Il topos dell’utilità universale viene sfruttato anche da autori che in realtà si rivolgono ad un’élite, come Polibio che nel proemio generale afferma di rivolgersi a “tutti, giovani e vecchi” mentre nel nono libro scrive di rivolgersi ai politici. La stessa cosa fa Dionigi: la dedica iniziale a un pubblico molto largo appare prettamente retorica, per accattivarsi l’uditorio, ma c’è consapevolezza che la storia è rivolta a un pubblico selezionato.
Questa vicinanza indubbia tra retorica e storiografia non deve portarci a pensare che la storiografia greca sia una finzione letteraria: per gli antichi la retorica non è un repertorio di trucchi per depistare l’uditorio e convincerlo di falsità, ma un modo di parlare particolarmente curato che serve ad indirizzare l’uditore verso l’opinione giusta e vera: il discorso produce persuasione nel momento in cui viene mostrata la verità, la retorica serve a mostrarla.
Le origini
Nel mondo antico la “storia” comprende anche altre forme di espressione letteraria, come l’epos: per i Greci infatti esso è una narrazione di un passato storico dell’età degli dei, non un’invenzione, e la bravura del rapsodo consisteva nel conferire apparenza di realtà a ciò che egli narrava. Inoltre, nell’epica si ritrovano molto spesso delle genealogie che nel tempo si sono stratificate di contraddizioni, che i primi veri e propri storici, i genealogisti, cercano di sistemare.
Ecateo (Mileto, 550-476) è considerato il primo storico. Probabilmente il suo spirito critico nei confronti delle tradizioni greche deriva dal confronto con i sacerdoti egiziani di Tebe che gli hanno mostrato 345 generazioni umane di sacerdoti, quando lui considerava un dio come suo sedicesimo antenato. Una delle sue opere è la Periegesi, che testimonia i suoi interessi geografici: è un insieme di etnografie dedicate a singole regioni barbare.
Altri autori di etnografie forse precedenti ad Erodoto sono Xanto di Lidia (scrive sulla Lidia), Dionigi di Mileto (sulla Persia), Ellanico di Mitilene (scrive l’Atthis, prima storia locale ateniese, e le Sacerdotesse di Era ad Argo, una cronaca universale di stampo annalistico) e Carone di Lampsaco (scrive gli Annali di Lampsaco).
In che rapporto cronologico si collocano storiografia locale e storiografia universale? Secondo Dionigi di Alicarnasso le prime storie sarebbero state locali e una prima narrazione generale si sarebbe avuta solo con Erodoto, ma non è molto affidabile perché la lista di nomi che presenta è molto confusa. Secondo lo storico moderno Jacoby, invece, la storia locale nasce solo dopo Erodoto, perché la sua vaghezza temporale quando si riferisce a eventi di città greca presuppone che non avesse accesso a cronache di tipo annalistico locale.
Erodoto
Erodoto (Alicarnasso 484-Turii 425) nasce ad Alicarnasso (colonia in Asia Minore) e partecipa alla fondazione di Turii (in Italia meridionale) per volere di Pericle nel 444. Ha vissuto molti anni anche ad Atene. Ha fatto moltissimi viaggi in tutto il mondo greco, in Oriente, in Egitto e in Scizia. La sua opera fondamentale sono le Storie. I filologi alessandrini la divisero in nove libri, chiamandoli con il nome delle muse:
- I. Colui che per primo tra i barbari conquistò le città greche di Asia Minore: Creso e il regno della Lidia, poi conquistato da Ciro il Grande di Persia.
- II. Cambise e la conquista dell’Egitto, storia ed etnografia egiziana.
- III. Samo, altre vicende persiane e logos tripolitikos.
- IV. Scizia e Libia.
- V. Rivolta ionica del 499.
- VI-IX. Le guerre persiane.
Al tempo di Erodoto l’oralità era il mezzo di trasmissione e fruizione dominante per la conoscenza. Ciò si riflette in alcune caratteristiche formali: la composizione ad anello, l’utilizzo di nessi propri della conversazione (“a proposito di questo dirò…”), lo stile paratattico, l’andamento novellistico. Erodoto può essere dunque considerato una specie di aedo in prosa, ma in realtà è perfettamente consapevole di aver di fronte un testo scritto, come si nota da numerosissimi rimandi interni.
Ma qual è il rapporto tra il testo delle pubbliche recitazioni e quello che ci è pervenuto? Erodoto era conscio fin dall’inizio della struttura della sua opera o l’ha maturata nel corso degli anni? Gli analitici, tra cui Jacoby, sostengono che Erodoto abbia maturato la consapevolezza del suo ruolo di storico attraverso un lungo processo: prima c’è l’etnografo che scrive diverse monografie che solo in un secondo momento si saldano in una struttura unitaria. Gli unitari, invece, sostengono che l’autore abbia sempre concepito il suo lavoro in modo non frammentario. In ogni caso, sembra opportuno distinguere un primo Erodoto viaggiatore da un secondo Erodoto determinato a mettere per iscritto quanto aveva appreso nel corso della sua vita.
La scelta di Erodoto è quella di una storia quasi contemporanea, scelta che trova la sua ragion d’essere nella natura delle fonti con cui deve confrontarsi: la visione diretta era ritenuta il modo migliore per conoscere qualcosa. Questo spiega perché la fonte di gran lunga più impiegata sia la testimonianza orale raccolta e trascritta. Erodoto non si preoccupa più di tanto di indagare l’attendibilità delle sue fonti: in una dichiarazione programmatica dice “ho il dovere di riferire quello che si dice, ma non di crederci”.
Il rapporto con la storiografia precedente è discusso: molto probabilmente Erodoto ha attinto alla letteratura non storiografica, come varie opere poetiche sulle guerre persiane, ma queste ci sono pervenute in maniera troppo frammentaria per poter capire quanto sia l’eventuale debito di Erodoto.
Nell’incipit, Erodoto dichiara di scrivere affinché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e per capire le cause della guerra tra Greci e Persiani: accosta quindi uno scopo molto vago e ambizioso ad uno più preciso e propriamente storico. Erodoto non è certo il primo ad elaborare il concetto di casualità storica, ma è il primo che cerca di affrontare una ricerca così ampia attraverso connessioni profonde tra avvenimenti. Considera sullo stesso piano i Greci e i barbari, dimostrando relativismo culturale: scrive che ciascun uomo ritiene che i propri costumi siano i migliori. Questo atteggiamento gli provocò l’accusa (ingiusta) di essere amico dei barbari.
Erodoto ha un atteggiamento profondamente religioso e ric...
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