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Sua è l’opera Sull’educazione di Alessandro, che narra la vita del re dalla nascita alla morte e

presenta una forte impronta filosofica di stampo cinico. Alessandro appare come un re filosofo e

civilizzatore. A differenza di quanto narra Callistene, la spedizione non è presentata come una

forma di vendetta ma finalizzata alla fratellanza tra popoli.

Creta: ammiraglio della flotta di Alessandro. Partecipò alla navigazione nell’Oceano

3. Nearco di

Indiano e nel golfo persico; il resoconto dell’impresa è raccolto nell’opera Il periplo dell’India:

narra i fatti dalla costruzione della flotta per discesa dell’Indo al ritorno a Susa. Ci dà ricche

informazioni scientifiche e naturalistiche sui paesi visitati. Di Alessandro Nearco dà un’immagine

di capo sensibile, generoso, affettuoso.

4. Tolemeo: (nacque nel 367) figlio di Lago, fondatore della dinastia lagide di Egitto. Appartenne

alla cerchia degli amici più intimi di Alessandro. Partecipò alla spedizione e nel 330 fu nominato

guardia del corpo del re. Ebbe ruoli importanti nella caccia a Besso e durante la marcia della

Battriana, alla volta dell’India.

morte del re, ottenne la satrapia d’Egitto. trasformò l’Egitto

Nel 323, dopo la Nel 305 in un regno

autonomo. Morì nel 283.

L’attività di storico iniziò in vecchiaia. La sua opera è nota soprattutto ad Arriano. Tolemeo si

concentra su eventi militari e politici, senza parentesi etnografiche, topografiche o di interesse

culturale. Tolemeo ricorre alla memoria e alle Efemèridi (una documentazione dettagliata

all’interno della corte).

Per l’autore la spedizione in Asia è una impresa tutta macedone: a differenza di Callistene, non ne

riconosce un carattere panellenico. Allo stesso modo Alessandro non è visto come il campione dei

greci, piuttosto come un abile stratega e soldato, rispettoso degli dei.

5. Clitarco di Alessandria: della sua biografia sappiamo pochissimo. Non prese parte alla

in 12 libri non è frutto di un’esperienza diretta.

spedizione, perciò la sua opera Storia di Alessandro

L’autore narrava, in uno stile che Cicerone definisce retorice e tragice, le vicende che vanno

dall’ascesa al trono di Alessandro alla sua morte. Noi abbiamo dell’opera solo 36 frammenti.

narrazione si colloca all’inizio di una tradizione romanzata e favolosa su Alessandro (la

Tale

cosiddetta Vulgata) che si contrappone alla storiografia sobria e pragmatica, fondata su una

conoscenza autoptica e su una documentazione ufficiale (sono esponenti di tale corrente Tolemeo e

Aristobulo).

6. Carete di Mitilene: Storie di Alessandro (aneddoti)

7. Marsia di Pella: Storia della Macedonia (fino alla fondazione di Alessandria nel 331)

8. Efippo di Olinto: Sulla fine di Alessandro e di Efestione (immagine negativa di Alessandro)

9. Aristobulo: forse nativo della Focide, poi cittadino di Cassandria, in Macedonia. Seguì

Alessandro fino in India. Al ritorno ebbe il compito di restaurare la tomba saccheggiata di Ciro a

Cinosarge. A 84 anni iniziò la sua opera storica il cui titolo esatto non è a noi noto e che comprende

dall’ascesa

il periodo di tempo di Alessandro alla sua morte. Disponeva di molto materiale di altri

autori e già sistematizzato; per questo c’è chi lo ritiene una fonte secondaria.

Il suo aspetto più caratteristico è la tensione a combattere gli elementi fantasiosi, romanzati, retorici

o negativi di cui la storiografia precedente aveva circondato Alessandro. Per questo Arriano lo

preferì ad altri come sua fonte.

10. Le Efemèridi: diario quotidiano degli ufficiali di campo del re Eumene di Cardia e Diodoto di

Eritre, durante la spedizione asiatica. La loro autenticità è stata recentemente riaffermata.

Ne sopravvivono solo 3 frammenti (battuta di caccia di Alessandro, bevute del re, malattia e morte):

sono tratti troppo biografici per essere di una documentazione ufficiale; è probabile che si trattasse

di un documento misto tra vita pubblica e privata.

11. Un problema ancora aperto è quello dell’autenticità degli Hypomnèmata di Alessandro, gli

ultimi progetti del re che vengono menzionati solo da Diodoro. In questi scritti emergono piani di

grandiosità sospetta.

dell’età dei diadochi

Gli storici

1. Ieronimo di Cardia (nacque circa nel 360): esempio di letterato di corte. Appartenne alla cerchia

degli amici di Eumene, l’autore delle guidò un’ambasceria presso Antigono

Efemènidi. Nel 320

Monoftalmo e dopo la morte di Eumene (316) si trasferì alla sua corte come funzionario e vi rimase

anche con Demetrio Poliorcete e Antigono Gonata.

La sua opera è nota sotto diversi titoli: Gli avvenimenti dopo Alessandro, Storia dei diadochi,

Storie. La narrazione copriva il periodo tra la morte di Alessandro (323) e quella di Pirro (272).

Nonostante l’influsso sulla produzione successiva, si sono conservati solo 18 frammenti. Ad esse

sono debitori Diodoro, Arriano e Plutarco.

Per molto tempo la critica lo ha considerato poco credibile: severo il giudizio di Pausania (secondo

l’ostilità verso i diadochi, a esclusione di Antigono Gonata, non lo facevano essere obbiettivo).

lui

La critica più recente tende a smorzare questa valutazione, vedendolo come un autore intuitivo per

le grandi questioni politiche e militari ma attento anche ai dettagli (storiografia pragmatica).

2. Duride di Samo: nacque intorno al 340 ad Eraclea di Sicilia, da una famiglia in esilio da Samo.

Il ritorno in patria fu possibile nel 322 (per un decreto di Perdicca). Duride si proclamava

discendente da Alcibiade. Dal 300 al 270 fu tiranno di Samo. Compose numerose opere letterarie.

In ambito storiografico Gli annali di Samo, Storia di Agatocle, Storia della Macedonia (narra il

periodo tra il 370/69, morte di Aminta e battaglia di Leuttra, e il 281, morte di Lisimaco e Seleuco,

fine della prima generazione di diadochi). Dai frammenti emerge una prospettiva greca (con

attenzione ad Atene), un giudizio non benevolo su Alessandro e severo sui diadochi.

l’autore stesso afferma

Il proemio gli ha dato il titolo di iniziatore della storiografia tragica: che

la sua opera si sarebbe curata di mimesi e del piacere nell’esprimersi.

rispetto a Eforo e Teopompo che narrava la storia dell’età dei

3. Filarco (di Atene o Naucrati, III secolo): scrisse Le Storie, opera

diadochi dalla morte di Pirro (272) alla morte di Cleomene (220-19). Si poneva perciò come

continuatore di Ieronimo e Duride. Di quest’ultimo in particolare condivideva l’idea di storia e le

scelte formali (per una storiografia drammatica e sensazionalistica). È un autore molto criticato da

Polibio. Della sua opera ci sono rimasti 60 frammenti, in cui emergono un gusto per il meraviglioso

e curiosità aneddotiche.

4. Dillo di Atene: continuò la tendenza tragica. Nella prima metà del III secolo pubblicò in 26 libri

le sue Storie, dal saccheggio del santuario di Delfi (357-56) alla morte di Cassandro (297). La sua

può essere ritenuta una integrazione e una continuazione dell’opera di Eforo.

Storiografia d’occidente e Timeo

Come abbiamo visto, uno dei tratti peculiari della storiografia di età ellenistica è la fioritura di opere

legate all’ambito locale. In Attica questo tipo di produzione iniziò prima.

1. Ippi di Reggio: vissuto al tempo delle guerre persiane, secondo il lessico di Suda sarebbe stato il

primo a scrivere una storia della Sicilia. Avrebbe scritto Ktìseis (fondazioni di città), Storia della

Storia dell’Argolide

Sicilia (in 5 libri), Annali (in 5 libri) (in 3 libri).

Diodoro ci informa che era un’opera divisa

2. Antioco di Siracusa: scrisse Storia della Sicilia; in 9

libri e andava da Cocalo (re dei Sicani) al Congresso di Gela (424). Antioco era perciò di una

generazione posteriore rispetto a Erodoto e va collocato al più tardi tra i contemporanei di Tucidide.

l’incipit;

Scrisse anche un Perì Italìas, di cui Diodoro conserva secondo Pearson costituisce

un’unica narrazione assieme alla secondo Meister è un’opera autonoma.

Storia di Sicilia,

Il metodo di lavoro è costituito da una ricerca attendibile e chiarezza narrativa.

dell’Italia prima dell’arrivo dei Greci.

I frammenti superstiti narrano la storia

Opinione comune è che sul suo racconto si basasse Tucidide nell’Archeologia siciliana.

3. Filisto di Siracusa (nacque circa nel 430): ricoprì incarichi militari sotto Dionisio I e II. È

menzionato da Diodoro e Plutarco. Venne esiliato nel 386, forse in seguito riabilitato da Dioniso II.

Probabilmente l’opera fu scritta durante l’esilio. L’ultima apparizione dell’autore è come generale

di Dionisio II nello scontro decisivo con Dione (356), perse e si uccise (o fu ucciso).

La sua Storia della Sicilia comprende il periodo dal mitico regno di Kokalos fino al 363/2 (regno

di Dionisio II).

Filisto aveva una posizione filotirannica. Secondo Dionigi fu niente altro che un imitatore scarso di

Tucidide. Quintiliano e Cicerone ne apprezzano invece lo stile conciso e lucidità.

lo storico più importante dell’occidente greco.

4. Timeo di Tauromenio (nacque circa nel 350):

Il padre Andromaco era stato fondatore della città (358) e aveva accolto bene il governo di

Timoleonte. Nel 315 Timeo venne esiliato da Agatocle e si trasferì ad Atene per 50 anni. Nel 289

Agatocle morì, Timeo dunque tornò in Sicilia. Morì poco dopo il 260.

Polibio ci informa che Timeo si occupò di cronologia. Scrisse una Storia della Sicilia in 38 libri,

dal mitico re Kokalos alla morte di Agatocle (289/88).

Opere separate dell’autore: Pyrrhikà (campagna di Pirro in Italia meridionale e Sicilia fino allo

scoppio della prima guerra punica nel 264. A questa data si riconnette consapevolmente Polibio).

Timeo istituiva connessioni tra i miti tradizionali greci (es: Argonauti) e la storia più antica

creava così per il mondo italico una distinta tradizione mitologica.

dell’occidente;

Ebbe interessi verso Roma: seguì gli sviluppi fin dalla prima guerra punica. Gellio descrive la sua

“una storia del popolo romano in lingua greca.”

narrazione come

L’indagine storica per Timeo era una tensione alla ricerca della verità; era un uomo erudito con vari

interessi e di grande cultura: critica persino Omero, Platone, Tucidide, Socrate, Aristotele, Eforo,

Teopompo. Tratti caratteristici di Timeo sono un acceso patriottismo, un atteggiamento

antitirannico, il gusto per gli avvenimenti straordinari e meravigliosi (storiografia drammatica) e un

forte timore religioso. Per Timeo la retorica aveva un ruolo determinante; i discorsi dei politici

riportati dall’autore vengono criticati da Polibio perché non fedeli alla realtà. Polibio lo riteneva un

erudito bibliofilo, che elaborava le sue storie sulla base della documentazione letterario mentre si

trovava esule e solitario in Atene, privo di esperienze di vita attiva. Una lettura più accurata dei

frammenti rimasti rivela un’immagine più lusinghiera.

Nuovi orizzonti: storiografia relativa a popoli non greci

L’interesse per i popoli non greci riceve un nuovo impulso dalla campagna asiatica di Alessandro

Magno; ci furono infatti contatti con le remote regioni orientali. (Storia dell’Egitto)

1 Ecateo di Abdera: allievo del filosofo scettico Pirrone. Scrisse gli Aigyptiakà

dopo un soggiorno a Tebe all’epoca di Tolemeo I. L’opera fu la fonte principale per Diodoro e il

secondo lavoro di sintesi dell’Egitto dopo Erodoto. L’autore ha una visione positiva e idealizzata

dell’Egitto, indicato come punto di origine di tutte le culture; le sue istituzioni sono un modello

ideale di monarchia moderata. I contenuti rivelano una forte impronta filosofico-pedagogica.

2. Manetone di Sebbenito: visse sotto il regno dei primi due Tolemei (prima metà del III secolo).

Plutarco gli attribuisce un ruolo di rilievo nella diffusione del culto di Serapide. I suoi Aigyptiakà

in greco e basati su documentazione locale in geroglifico. Purtroppo l’opera ha subito

sono scritti

forti manipolazioni dai cronografi cristiani.

3. Berosso di Babilonia (contemporaneo di Alessandro): sacerdote di Bel/Marduk, scrisse

un’opera, babilonese) in greco. L’opera, costituita di 3 libri, è fatta sulla

Babyloniakà (Storia base di

documentazione locale e viene dedicata ad Antioco I.

4. Megastene (vissuto tra il 350 e il 290): fu al servizio di Seleuco I e più volte ambasciatore presso

Chandragupta. Scrisse una storia dell’India (Indikà)

il re indiano in 3 o 4 libri, conservati attraverso

le rielaborazioni di Diodoro, Arriano, Strabone, Plinio il Vecchio. Megastene aveva interessi vasti e

utilizzò per scrivere l’opera sia osservazioni dirette sia informazioni ottenute da sacerdoti e

intellettuali di corte. visse ad Alessandria d’Egitto. La sua attività

5. Agatarchide di Cnido (prima metà del II secolo):

Storia dell’Europa, Storia dell’Asia, e un’opera

storiografica consistette in una una Sul Mar Rosso.

Diodoro Siculo. Tra i frammenti conservati c’è un

La sua opera ci è nota poiché fu utilizzata da

celebre passo sulle condizioni disumane degli schiavi nelle miniere d’oro d’Egitto.

Uno sguardo verso Roma

La crescita politica di Roma avvenne nel III secolo. Nella storiografia, Roma non compare

all’improvviso: ancora nel IV secolo se ne trovano solo accenni (Teopompo, Clitarco, Ieronimo di

Cardia). Sarà la storiografia d’occidente a produrre le prime opere sulla storia di Roma.

1. Filino di Agrigento: sua è una monografia sulla prima guerra punica, opera criticata da Polibio

per la sua parzialità.

2. Dal punto di vista cartaginese scrissero Sileno di Calatte e Sosilo di Sparta.

Ci furono anche storici di origine romana che scrissero in lingua greca:

3. Fabio Pittore: faceva parte di una delle più importanti famiglie patrizie romane. Visse in prima

persona la seconda guerra punica. Nel 216, dopo la disfatta di Canne, fu uno degli ambasciatori

inviati a Delfi per consultare l’oracolo. La sua Storia di Roma va dalla fuga di Enea da Troia al

presente; le fonti utilizzate sono opere precedenti (Filino), tradizione orale romana,

documentazione pubblica (Annales dei pontifices) e privata (archivi familiari dei Fabii).

La trattazione è più ampia per la parte mitica e per la storia recente; l’autore dà un’immagine molto

positiva della politica romana.

4. Cincio Alimento: visse durante la seconda guerra punica. Fu pretore in Sicilia nel 210.

Partecipò all’assedio di Locri nel 208 e fu fatto prigioniero dei Cartaginesi; durante la prigionia

ebbe l’opportunità di colloqui con Annibale. La sua opera seguiva anche cronologicamente il

modello di Fabio Pittore, con delle discordanze (esempio: sulla fondazione di Roma).

Polibio di Megalopoli

La vita sotto l’egida tebana. Polibio nacque

Megalopoli era sorta dopo la battaglia di Leuttra (371) nel 205

circa. Megalopoli era parte della lega achea. Nel III secolo ci furono lotte tra diadochi e un

progressivo affermarsi di popoli che fino a quel momento erano stati ai margini della politica greca.

Agli inizi del II secolo la figura di maggior spicco nella lega Achea era Filopemene; il padre di

Polibio, Licorta, fu suo amico e stratega; quando nel 183 Filopemene morì in una campagna in

Messenia, Polibio portò l’urna con le ceneri a Megalopoli. Polibio seguì le orme paterne: fu ipparco

(capo della cavalleria) durante la terza guerra macedonica che vide la vittoria di Roma su Perseo.

Nel 167 circa, Polibio venne deportato a Roma. Pur nella fedeltà a Roma, sosteneva e difendeva

l’autonomia degli stati greci (resistenza passiva). Fu accolto con amicizia nel Circolo degli Scipioni

e si legò al giovane Scipione Emiliano, figlio di Emilio Paolo. Fece viaggi in Spagna, Gallia,

Nordafrica (durante la terza guerra punica). Dopo la distruzione di Corinto (146) tornò in patria,

dove collaborò con la commissione senatoriale che doveva ristabilire ordine e pace sul territorio.

Secondo una notizia dello pseudo-Luciano, Polibio morì a 82 anni cadendo da cavallo.

Le opere ci informa di un’opera giovanile perduta: uno scritto encomiastico

1. Lo stesso Polibio nelle Storie

in 3 libri sull’acheo Filopemene (fu la fonte per l’opera plutarchea Vita di Filopemene). 2. Scritto

Scritto sull’abitabilità della

sulla tattica 3. zona equatoriale 4. Scritto sulla guerra di Numanzia 5.

Storie: opera principale. Degli originari 40 libri, abbiamo interi solo i primi 5 più ampi frammenti

degli altri.

Nel Proemio delle Storie troviamo indicazioni programmatiche: in che modo e con quale

costituzione Roma sia riuscita in meno di 53 anni a sottomettere l’intera ecumene.

Il racconto dunque coprirà il periodo compreso tra la CXL Olimpiade (220-216) e la vittoria

Polibio si riallaccia all’opera perduta di Arato di Sicione.

romana di Pidna contro Perseo (168). che richiama l’archeologia

Decide di premettere alla narrazione una introduzione storica (libri I e II)

tucididea.

Dopo una parentesi (anni 387/86-264) la narrazione (264-220) si riallaccia a Timeo di Tauromenio,

che si concludeva proprio nel 264 (alle soglie della prima guerra punica).

L’inizio dell’opera vero e proprio è nel III libro, con un ulteriore breve proemio. Polibio segnala

una estensione del progetto originario fino al 146 (distruzione di Cartagine e Corinto) per indagare

le conseguenze dell’imperialismo romano su vinti e vincitori.

Nel libro III troviamo descritti gli eventi in Italia e Grecia fino alla disfatta di Canne (216).

Nel libro VI è espressa la teoria delle costituzioni: spiega la natura della costituzione romana e i

motivi di successo della Repubblica. Esistono sei tipi di costituzioni: tre (monarchia, aristocrazia,

democrazia) e le rispettive forma degenerate (tirannide, oligarchia, oclocrazia). La monarchia

abbattuta in favore dell’aristocrazia, la quale a sua volta si trasforma in

evolve in tirannide,

oligarchia. Quest’ultima muta in democrazia, la quale sfocia in anarchia (oclocrazia) e nuovamente

in tirannide. È una sorta di ciclo chiuso che di volta in volta si rinnova (anaciclosi).

Polibio vede una superiorità nella costituzione romana: il suo essere mista; unifica in sé i tratti delle

tre forme migliori. (consoli: monarchia; senato: aristocrazia; popolo: democrazia).

dall’anno 215.

Nel libro VII Polibio torna alla narrazione vera e propria Da questo momento il

racconto assume un ritmo annalistico, esponendo gli avvenimenti che hanno luogo nei due bacini

del Mediterraneo.

Nel prologo del libro IX troviamo elencati i diversi tipi di storiografia.

all’anno

La narrazione arriva fino 145.

Attività storiografica e composizione delle Storie

Polibio dedicò alla composizione della sua opera molta parte degli anni dopo il 168. Escluso Erbse

(secondo cui l’intera opera è posteriore al dell’opera

146), è ormai acquisito il ritenere la struttura

concepita in tempi diversi; fu cioè modificata, cosa che emerge forse a causa di una mancata

revisione globale.

Una prima fase di ideazione e composizione è stata individuata nel soggiorno romano (168-151

e avrebbe prodotto almeno i primi 15 libri. L’altra fase sarebbe successiva alla terza guerra

circa)

punica e la distruzione di Corinto. Rimane il dubbio sui libri XXX-XL: sono del 146 o di molto

posteriori? Un approccio troppo schematico al problema non si accorderebbe con il metodo di

lavoro di Polibio: è uno storico che osserva, annota, torna su quanto già scritto per modifiche o

aggiunte.

Non è chiaro se il VI libro sia frutto di una visione unitaria o se rispecchi stratificazioni diverse.

Difficoltà concettuali sorgono quando si cerchi di armonizzare la teoria dell’andamento ciclico delle

costituzioni con l’idea della costituzione mista di Roma. Inoltre nello stesso libro ci sono riflessioni

preoccupate sulla costituzione mista: ci fu forse da parte dell’autore un cambiamento di pensiero?

È difficile assegnare con certezza parti dell’opera a definite fasi redazionali.

Le Storie hanno uno scopo essenzialmente educativo.

Il metodo storico: teoria e pratica storiografica in Polibio

La storia per Polibio è utile alla formazione dei politici; per questo (spiega nel prologo del IX libro)

ha scritto storia recente e non Genealogie e fondazioni di città. I fatti recenti hanno un margine di

novità e la loro conoscenza risulta più utile.

Due aggettivi che Polibio utilizza per definire la sua storiografia:

1. pragmatikè (pragmatica); tale storiografia ha tre caratteristiche: esame e confronto delle

all’indagine delle cause,

testimonianze finalizzato conoscenza dei luoghi, pratica della vita politica.

2. apodeiktikè (dimostrativa: ricerca e analisi di cause). Uso del metodo comparativo: consente di

raccordare tra loro fatti che si svolgono in parti diverse del Mediterraneo; costituisce un tratto

fondamentale della storiografia universale. Il carattere universalistico viene spiegato nel Proemio al

primo libro: per la prima volta i fili che guidano le vicende tra Oriente e Occidente si sono

intrecciati.

I risultati cui lo storico giunge sono stati spesso considerati insoddisfacenti dalla critica moderna,

soprattutto perché raramente Polibio si dimostra capace di cogliere e valutare i complessi fattori

economici, sociali, religiosi e psicologici che possono essere all’origine di una guerra.

è riservato all’autopsia.

Per quanto riguarda le fonti, un posto privilegiato in Polibio Essere

testimone dei fatti, tuttavia, per lo storico non è sufficiente. È necessaria l’esperienza per valutare

ciò di cui si è testimoni; il vero storico è solo colui che ha esperienza diretta e personale della vita

politica. Scrivere di storia non è un fatto di pura tecnica ma è un problema di atteggiamento etico di

fronte alla verità. C’è in Polibio una polemica verso gli intellettuali ellenistici eruditi e lontani dalla

vita pratica (tra cui Timeo di Tauromenio).

È opinione diffusa che Polibio avesse accesso agli archivi della Lega achea e di Roma, ma è

probabile che si servisse anche di sue annotazioni o altrui e dopo il 167 di informazioni di altri

esuli, ambasciatori greci e politici romani (soprattutto del circolo scipionico).

Il problema delle fonti storiche è complesso: per la storia romana si discute sui termini in cui

Polibio avrebbe usato le opere di Filino e Fabio Pittore, ma soprattutto su quanto possano aver

influito le simpatie personali e gli orientamenti politici della cerchia degli Scipioni sulle sue

valutazioni dei personaggi storici e del materiale che trovava nelle fonti.

Per l’Oriente greco attinse ad Arato e Filarco. C’è una certa parzialità nel trattare alcune vicende

(presentazione tendenziosa della figura e dell’attività riformatrice di Cleomene di Sparta, ostilità

verso Nabide, verso i governanti achei che determinarono la rivolta contro Roma, verso gli etoli).

Per il VI libro la critica, più che fonti dirette, la critica individua influssi di Platone e Aristotele.

nell’opera numerosi

Posto di rilievo hanno le conoscenze geografiche e topografiche: sono presenti

excursus, ma la geografia non occupa mai un posto autonomo nella riflessione.

l’atteggiamento di Polibio non è univoco: si

Per quanto riguarda il rapporto con la religione,

mescolano in lui rispetto per i culti tradizionali e visioni più strettamente utilitaristiche; c’è un senso

del religioso ma con forti aperture razionalistiche. Convivono inoltre in Polibio la visione della

fortuna come potenza divina e quella di fortuna come caso (la seconda è prevalente).

Lo stile è scarsamente elaborato: mira a istruire attraverso una rigorosa analisi dei fatti e delle

relazioni causali. Non c’è cura della forma in vista dell’intrattenimento.

La lingua è la cosiddetta koinè (greco parlato in tutto il bacino del Mediterraneo in età ellenistica).

Il linguaggio è quasi amministrativo e cancelleresco.

Uno storico fra la Grecia e Roma

L’atteggiamento di Polibio verso Roma vide una fase di profonda ammirazione; questo tuttavia non

implica un’adesione totale: lo storico mantiene lucidità, sa cogliere la crisi di Roma e sa criticarla

mano a mano che ne ravvisa brutalità ed eccessi.

L’approccio e i concetti espressi sul comportamento politico dei romani rimangono greci.

La critica negli ultimi anni ha espresso un parere non sempre positivo su Polibio, ravvisando in lui

modeste capacità di elaborazione teorica, oltre che parzialità e inaffidabilità storica.

Tuttavia vanno riconosciuti i meriti del progetto, al di là della mancanza nella realizzazione dello

stesso. Polibio seppe rendersi conto della svolta storica che stava vivendo e si sforzò di fornirne le

chiavi di lettura. L’impegno profuso fu infaticabile e la quantità di informazioni raccolte enorme.

8. La storiografia greca d’età romana

Introduzione

Gli storici successivi a Polibio si trovarono di fronte a due ordini di fenomeni:

1. sul piano politico: l’egemonia romana nel Mediterraneo da metà del II secolo a.C. era un fatto

compiuto.

2. sul piano culturale: la tradizione storiografica elaborata dai Greci in tre secoli era monumentale

per quantità e generi.

L’opposizione culturale greca, rappresentata ancora nel I secolo a.C. da Metrodoro di Scepsi o

Timagene di Alessandria aveva tra i suoi temi prediletti l’esaltazione dell’impero macedone di

Alessandro Magno come massimo di ogni tempo (conseguente svalutazione dell’egemonia

romana). Ma presto tale punto di vista venne superato con l’adesione dell’élites provinciali

all’ordinamento imperiale, garante di ordine e sicurezza. Esse risultano più disposte dei loro

colleghi romani ad accettare le novità istituzionali del principato (Arriano o Appiano).

Dionigi di Alicarnasso aveva posto le premesse culturali dell’integrazione e

Già in età augustea

collaborazione delle classi dirigenti greche al governo dell’impero (sostenendo le origini greche dei

Romani).

In questo periodo si fa più evidente il rapporto tra storiografia greca e politica: Luciano di Samosata

(120-180 d.C.) scrisse Come si scrive la storia. Questo autore è un apolide che senza

condizionamenti riferisce quello che è avvenuto (teoria del rispecchiamento: il racconto è in grado

di riprodurre gli aventi senza deformarli).

Posidonio (tardo Ellenismo)

La sua opera ci è pervenuta in frammenti. Il suo raggio di interesse ci è ignoto dai tempi di

Aristotele. nell’ 87 a.C.

Poche le date sicure: fu ambasciatore di Rodi Roma; nel 60 a.C. entrò in contatto con

Cicerone, che gli chiese di scrivere sul suo consolato del 63 a.C. (repressione della rivolta di

Catilina). Nel 51 a.C., secondo il Lessico bizantino Suda, morì. Se davvero come vuole lo Pseudo-

Luciano visse 84 anni, nacque nel 135 a.C.

La sua città è Apamea di Siria. Passò ad Atene prima del 110 a.C. per studiare con lo stoico

Pomezio e poi a Rodi nei primi anni novanta. In questi anni viaggiò anche per esplorazioni nella

del Nord e nell’Adriatico.

Gallia meridionale, in Spagna, in Africa

A Rodi coniugò attività politica (fu pritano) e insegnamento filosofico: divenne una istituzione

culturale (per Pompeo e Cicerone per esempio). un’unità

Gli interessi geografici, geologici, astronomici, filosofici e storico-etnografici trovano

profonda; infatti per il pensiero stoico il mondo è un grande essere vivente permeato da un principio

attivo e razionale (lògos) e da un principio passivo (materia) e ogni parte del cosmo ha una funzione

all’interno del tutto e un certo rapporto con le altre.

In questo quadro la storia descrive il comportamento degli uomini e i costumi delle società, la loro

interrelazione e il rapporto con l’ambiente geografico.

Posidonio scrisse una Storia dopo Polibio che narra i fatti dal 145/44 fino a metà anni ottanta

(prima guerra mitridatica). Tale opera è articolata in 52 libri.

Alle gesta di Pompeo sembra che Posidonio dedicasse una monografia autonoma; dai frammenti

della Storia emerge un modello storiografico molto ampio di ascendenza erodotea, in virtù del quale

Posidonio può parlare di fatti politico-militari così come degli usi alimentari dei celti.

Posidonio mette al centro dell’azione storica il carattere, l’èthos, non solo degli uomini ma anche

dei popoli.

C’è una costante attenzione ai rapporti gerarchici tra governanti e governati; Posidonio ha scarsa

un teorico dell’organizzazione razionale del

simpatia per i periodi rivoluzionari; nella pax romana

cosmo non poteva non riconoscersi.

I fattori di crisi colti da Posidonio (lotte civili, insurrezioni, malgoverno delle province) erano per

lui sintomi di decadenza morale di un impero all’apice della sua potenza, ma non erano irreversibili,

poiché certe personalità garantivano ai suoi occhi la continuità delle virtù tradizionali e quindi la

prospettiva di un impero universale fondato sulla giustizia.

Diodoro Siculo l’Egitto nella

Dalla sua opera ricaviamo che Diodoro, siciliano di Agirio (odierna Agira), visitò

centottantesima Olimpiade, sotto il regno di Tolemeo XII (59). Fu al corrente di una deduzione di

una colonia romana a Tauromenio, l’odierna Taormina (36 o 21).

in 40 libri: un’enciclopedia dell’uomo dalle origini del mondo

Fu autore di una Biblioteca storica L’opera non ci è giunta

alle soglie della guerra gallica di Cesare. per intero: superstiti sono la prima

pentade e la seconda decade (oltre un terzo dell’opera, più degli estratti di epoca bizantina).

La Biblioteca è un esempio canonico di storia universale; le sue premesse filosofiche di radice

Diodoro nel proemio: centrale è l’idea dell’unità del genere umano al di là

stoica sono esposte da

delle divisioni spazio-temporali. La provvidenza regge il mondo e a ciascuno assegna il posto che

gli è proprio.

Una delle principali fonti dell’autore è Posidonio.

L’autopsia aveva un valore molto relativo: un racconto come quello di Diodoro si costituisce

dichiara il carattere principalmente libresco dell’impresa);

principalmente sui libri (il titolo stesso

tra le opere classiche su Diodoro emerge la voce dedicatagli sulla Pauly-Wissowa da Eduard

Schwartz: la personalità di Diodoro nella compilazione di fonti sarebbe ininfluente. Schwartz si

unica, in voga nell’Ottocento. Come tutte le tesi

pone inoltre nella linea interpretativa della fonte

rigide, anche questa rende conto solo parzialmente dei dati, tanto che si è potuto sostenere un

modello del tutto opposto: quello dell’uso simultaneo di più fonti da parte di Diodoro (Drews).

Anche l’immagine dello storico compilatore è stata incrinata (Pavan ha cercato di provare

l’unitarietà filosofica della Biblioteca).

Le principali fonti di Diodoro: Eforo (per la storia greca dei libri XI-XV), Ctesia (per la storia di

di Abdera (per l’Egitto), Megastene (per l’India), Clitarco (per Alessandro

Assiria e Media), Ecateo

Magno), Timeo (per la Sicilia), Ieronimo di Cardia (per i diadochi), Polibio (per la storia romana),

Posidio (per la Repubblica romana).

Dionigi di Alicarnasso

Scrisse Storia di Roma arcaica. Citò la campagna di Licinio Crasso contro i Parti (54-53) come il

più grande disastro militare della sua epoca; della ricostruzione del tempio capitolino a Roma (83-

ne parla dicendo “al tempo dei nostri padri”, perciò si presume che lui sia nato

69) verso il 60, ad

Alicarnasso (stessa città di Erodoto). Verso il 30 si trasferì a Roma. Non si conosce invece la data

di morte. Dionigi fu retore, cioè maestro di eloquenza (il suo insegnamento forse avveniva in forma

privata ma la sua influenza si esercitò attraverso altri più efficaci canali, come il circolo culturale di

Divenne un capofila dell’atticismo. Il suo scopo era restaurare i modelli oratori dell’età

Tuberone).

classica, contrapponendoli alla sterilità della decadente produzione ellenistica.

Agli interessi retorici di Dionigi è legata una parte consistente dei suoi scritti: Sugli antichi oratori,

Demostene, Dinarco, La composizione stilistica, tre lettere (due ad Ammeo, una a Pompeo

Gemino), e il Trattato su Tucidide, dove espone la teoria della nascita della storiografia locale.

Roma fu determinante anche per il mestiere di storico: ebbe accesso ai tesori di informazioni

custoditi dalle grandi famiglie romane.

anche un’opera di cronologia, i

Compose Chronoi (non pervenuta) e una Storia di Roma arcaica:

parte dell’undicesimo e frammenti. L’opera tratta

venti libri, di cui noi abbiamo i primi dieci, una

del lungo periodo dai primi popolamenti dell’Italia all’inizio della prima guerra punica (264).

La verità che Dionigi vorrebbe inculcare è il fatto che i Romani siano di origine greca; il popolo da

cui derivano, gli Aborigeni, sarebbe emigrato in Italia dall’Arcadia diciassette generazioni prima

della guerra di Troia; in seguito a questo primo strato greco se ne sarebbero sovrapposti altri: i

Pelasgi di origini argiva e gli Arcadi di Evandro. Sottolineare la comune origine di Greci e Romani

è parte di un preciso progetto politico: Dionigi infatti auspicava una partecipazione diretta delle

classi dirigenti greche al governo dell’impero romano.

Il progetto storiografico ambiva a coinvolgere un pubblico ampio. Nel Proemio viene preannunciato

un tipo di storia che non si lasciar acchiudere entro formule ristrette come quelle della storia

politico-militare, delle costituzioni o delle cronache locali; la Storia di Roma arcaica vuole

abbracciare eloquenza e filosofia, contiene discorsi e riflessioni. È una storia totale, sulle orme di

Teopompo.

Nel secondo Premio tuttavia, al libro XI, il lettore previsto sembra meno generico: il politico-

filosofo. Forse nel Proemio assoluto aveva tenuto maggiormente in considerazione il topos secondo

cui la storia è utile a tutti; poi strada facendo il lettore dovrebbe guadagnare coscienza morale e

politica.

Flavio Giuseppe

Nato all'inizio del regno di Caligola (37-38 d.C.), proveniva da una prestigiosa casta sacerdotale di

Gerusalemme. Giunse a Roma nel 64 d.C. e poi rientrò a Gerusalemme, dove prese parte a una

rivolta antiromana (anni 66-70); tale rivolta scoppiò quando gli abusi del governatore Gessio Floro

fecero esplodere le tensioni tra Ebrei e Romani e si concluse con la distruzione del tempio a opera

di Tito (figlio del nuovo imperatore Vespasiano). Come molti membri della classe dirigente ebraica,

non era di sentimenti antiromani ma venne ispirato da gruppi religiosi estremistici (gli zeloti), i

quali credevano fermamente nel principio di dover obbedire unicamente a Dio. A Giuseppe furono

affidate le operazioni antiromane nelle due Galilee ma egli non riuscì a sostenere l'assedio dei

nemici guidati da Vespasiano e si arrese (67 d.C.); fatto prigioniero, predisse al comandante

romano l'ascesa al trono imperiale.

Giuseppe ottenne vari privilegi materiali e la cittadinanza romana, prendendo il nomen

dell'imperatore che gliela aveva concessa, Flavius; diventò così Flavio Giuseppe. Tito lo impiegò

per convincere i compatrioti a cedere alle armi romane: Giuseppe era sicuro dell'ineluttabilità

storica del dominio romano ma non riuscì a comunicare questa convinzione agli assediati di

Gerusalemme; ne seguì la rovina. Il resto della vita lo passò a Roma.

Giuseppe è uno dei pochissimi autori antichi di cui si siano tramandati gli opera omnia (privilegio

dovuto all'avvento del Cristianesimo).

La sua Guerra giudaica in 7 libri fu scritta prima in aramaico, poi in greco. Dopo due libri

introduttivi sulla storia dei conflitti che avevano lacerato la Giudea (dal 170 a.C.), si passa al tema

centrale: la rivolta del 66 d.C., seguita fino all'estinzione dell'ultimo focolaio (73 d.C.: suicidio in

massa degli ebrei assediati a Masada); il titolo denuncia il punto di vista romano della narrazione.

Giuseppe scrive per illustrare il mondo ebraico alle classi colte ed ellenizzate dell'impero.

Nei 20 libri delle Antichità giudaiche (93-94 d.C.), scritte in greco, la narrazione va dalla

creazione del mondo al 66 d.C. (inizio della Guerra giudaica). Il finale dell'opera contiene alcuni

cenni sulla vita dell'autore e sembra presentare la materia dell'autobiografia.

Perché Giuseppe scrisse una storia della propria vita? Forse per fini apologetici: nel 93 d.C. circa,

Giusto di Tiberiade fece uscire un racconto della guerra giudaica alternativo alla versione ufficiale

di Giuseppe. Giusto metteva Giuseppe in cattiva luce e lo accusava di aver promosso la rivolta di

Tiberiade. La risposta a questo attacco sarebbe appunto l'autobiografia: titolo fuorviante perché il

racconto si concentra in realtà su un tratto di vita molto limitato (meno di un anno) e perché il suo

scopo non è l'esplorazione dell'io ma l'autodifesa.

Il Contro Apione è uno scritto in 2 libri, contemporaneo all'autobiografia. In quest'opera l'autore

reagisce alle polemiche suscitate dalle Antichità Giudaiche; in certi ambienti antigiudaici, infatti, la

tesi di Giuseppe secondo cui il popolo ebraico risaliva indietro nel tempo non aveva incontrato

favore. Giuseppe ribadiva tale posizione e se la prendeva con Apione, un grammatico e storico di

Alessandria, autore di opere antisemite diffuse a Roma. Per Giuseppe la civiltà ebraica ha la

capacità di trasmettere inalterata la verità nel tempo; in ciò lascia indietro la cultura greca, i cui

valori sono piuttosto l'iniziativa individuale e l'originalità.

Arriano

Lucio (o Aulo) Flavio Arriano ricoprì importanti cariche pubbliche. Nato nella capitale della Bitinia

(Nicomedia, odierna città turca di Izmit) tra l'85 e il 92 d.C., apparteneva a un ceto elevato.

Un viaggio di studio lo portò in Epiro, a lezione da Epitteto. Forse partecipò alla spedizione

dell'imperatore Traiano contro i Parti (114-17 d.C.), ma è otto Adriano (117-38 d.C.) che fece

carriera: prima pretore, poi governatore della Betica (Spagna meridionale), come attesta

un'iscrizione greca trovata a Cordova. Fu console suffetto nel 129 o 130 d.C. e dal 131 al 137 d.C.

andò a governare la Cappadocia in qualità di legatus Augusti pro praetore (regione di frontiera

minacciata dagli Alani). Si ritirò ad Atene alla morte di Adriano ed ebbe la cittadinanza; nel 145/46

d.C. divenne arconte. La morte fu forse dopo il 170 d.C.

Politico, soldato, intellettuale: era un uomo estremamente versatile. I suoi contemporanei, più che

storico, lo ritenevano filosofo. Arriano mise insieme le sue lezioni e le pubblicò, con il nome di

Diatribai. Ad Arriano dobbiamo anche il manuale, sintesi dello stoicismo di Epitteto

(Encheiridion).

Più vicine agli interessi storici furono le opere composte negli anni trascorsi in Cappadocia: il

Periplo del Ponto Eusino (spedizione di Adriano), Schieramento contro gli Alani, Tattica (sulla

tecnica militare greca e romana). Sono del 140 d.C. circa il Trattato sulla caccia e il Cinegetico.

Per quanto riguarda la produzione propriamente storiografica, abbiamo: un'Anabasi di Alessandro,

in sette libri come quella di Senofonte, che narra gli anni dal 336 al 323; il racconto è basato su

fonti autorevoli (Tolemeo e Aristobulo) della celebre spedizione in Oriente di Alessandro III di

Macedonia.

Nella storia del mondo antico la spedizione di Alessandro è il tramonto dell'epoca classica della

grecità e la sua apertura improvvisa su un mondo con cui la comunicazione non era stata prima

agevole. Un rapporto ambiguo quello tra i Romani e Alessandro Magno: per loro era il creatore

dell'unico organismo politico comparabile per grandezza all'impero romano; d'altra parte, la sua era

stata una creazione effimera, non durevole come le istituzioni romane. Era dunque il modello più

adatto per stabilire un buon rapporto di emulazione senza però soffrire di una sorta di complesso di

inferiorità. Quando Ottaviano, vincitore ad Azio, rese omaggio in Egitto al corpo di Alessandro

(rifiutandosi di onorare la tomba dei Tolemei), il re macedone divenne l'antecedente ideologico più

diretto di quello che di lì a poco si sarebbe affermato a Roma come potere imperiale, ed entrò per

così dire nel suo codice genetico.

Dopo oltre un secolo, Arriano operava in un clima culturale da poco stabilizzato, in cui esaltare

Alessandro poteva in sostanza equivalere a una celebrazione dell'idea di impero, e dunque di Roma,

senza che fosse quasi più avvertibile la contrapposizione tra mondo romano e mondo greco-

orientale.

Sull'epoca di composizione dell'Anabasi, le opinioni degli studiosi divergono:

- la tesi tradizione è di Edward Schwartz, del 1895: l'opera risale al periodo più maturo dell'autore,

quello ateniese

- Per Bosworth la data è più alta, a causa di certe imprecisioni ed errori a proposito della

Cappadocia e di Atene; ma nel II Proemio Arriano dichiara di essere un personaggio noto e di

aver esercitato più magistrature. Sembra perciò davvero difficile salire sopra gli anni Trenta del

II secolo d.C.

Un complemento dell'Anabasi è l'Indikè: opera scritta in ionico, dove compare un'imitazione

erodotea. Descrive il ritorno di Nearco dall'Indo, con note di etnografia indiana.

Altre opere storiche ci sono note solo in frammenti: Bithynikà (storia della Bitinia in 8 libri, dall'età

mitica al 74 d.C.), I fatti dopo Alessandro (storia incompiuta dei diadochi; i 10 libri noti

riguardavano solo gli anni 323-21), Parthikà (storia del regno dei Parti in 17 libri. Gran parte

dell'opera racconta le guerre partiche di Traiano nel 114-117 d.C.), due brevi opere giovanili

perdute, sulle vite di Timoleonte e di Dione di Siracusa.

Appiano

Il poco che si sa della sua vita è ricavato dalla sua opera storica (il Proemio soprattutto) e una lettera

di Cornelio Frontone ad Antonino Pio. Aveva scritto un'autobiografia, ma è andata perduta.

Sotto Antonino Pio era già vecchio, perciò sarà nato intorno al 90 d.C. (sotto Traiano o

Domiziano) ad Alessandria D'Egitto. In patria ebbe incarichi di rilievo, poi si trasferì a Roma e

ottenne la cittadinanza; forse venne anche insignito del sacerdozio di Venere e Roma ed esercitò il

mestiere di avvocato, legandosi a personaggi di spicco come Frontone. Questi insistette con

l'imperatore Antonino Pio per farlo diventare procuratore intorno al 150 d.C. Morì forse a Roma

verso il 160-65 d.C.

La sua Storia romana fu scritta intorno a metà II secolo d.C.; questa data è ricavata dal fatto che

nel Proemio si parla di novecento anni dalla fondazione di Roma e viene dato l'Eufrate come

confine orientale dell'impero (prima quindi del 165 d.C., anno della guerra partica di Lucio Vero).

L'opera ci è giunta solo parzialmente: abbiamo il Proemio e un sommario contenuto nella Biblioteca

di Fozio. Era divisa in 24 libri. Sembra assodato che la narrazione giungesse a Traiano e che i regni

di Adriano e Antonino Pio ne fossero esclusi.

La storia era ordinata per popoli (katà èthnos), con qualche eccezione: ad Annibale è dedicato un

libro a parte rispetto al libro africano per esempio.

La struttura generale è etnografica. La scelta viene motivata nel Proemio: far fare al lettore un'idea

ordinata delle caratteristiche di ciascuno dei popoli che si erano scontrati con Roma. L'ordine dei

popoli segue la cronologia della conquista romana.

Cosa ispirò ad Appiano quest'organizzazione etnografica della Storia romana? In quanto greco di

Alessandria, egli poteva legittimamente essere interessato a sottolineare le componenti provinciali

della grande struttura politica dell'impero (senza proposito di critica verso le istituzioni imperiali);

d'altronde la tradizione storiografica greca offriva importanti modelli per chi volesse privilegiare

una maniera più tematica che cronologica di guardare al passato (Eforo, Erodoto: fino all'inizio del

V libro le sue sono etnografie).

Appiano è la sola fonte che ci restituisca un racconto continuo dell'età della tarda repubblica o delle

guerre contro Mitridate. Più in generale è un autore considerato indispensabile per la conoscenza

degli ultimi due secoli della repubblica romana. Del resto, spesso accade che gli storici greci di età

imperiale suppliscano alle lacune della storiografia latina; il limite è che se ne esaspera il carattere

compilativo e per ogni argomento si cerca di risalire alla fonte che possono avere impiegato.

La sua personalità, negli studi, è rimasta sempre sullo sfondo: è stato considerato un dilettante

(Rosenberg) o degno di una qualche considerazione, ma senza dubbio modesto. Il suo valore è stato

sempre individuato nella funzione di tramite con le fonti; questa valutazione ha un presupposto: la

familiarità di un greco con il mondo romano doveva essere inesistente o ridotta.

Cassio Dione

Nacque a Nicea, in Bitinia, verso il 164 d.C. (inizi del regno di Marco Aurelio). Il padre fu console

suffetto e governatore in varie province orientali; dopo essere stato con il padre in Cilicia, dove

ricevette un'educazione retorica, fece carriera politica a Roma. In Senato entrò all'inizio del regno di

Commodo e la sua pretura è attestata per il 194 d.C. Riguardo al ventennio successivo non abbiamo

alcuna informazione certa (tra il regno di Settimio Severo e l'inizio di quello di Caracalla); è

possibile che il cursus honorum di Cassio Dione abbia subito una battuta d'arresto, forse per un

logoramento dei rapporti con Settimio Severo). Dione fa più volte riferimento a un proprio

consolato suffetto: che crede alla rottura con Settimio Severo lo pone all'inizio di Severo

Alessandro, altri molto prima (verso il 204-05). Dione seguì Caracalla in Oriente nel 214/15 d.C.;

sotto Settimio Alessandro fu governatore in Africa, Dalmazia, Pannonia. Nel 229 d.C. fu console

per la seconda volta a fianco dell'imperatore; ci fu poi un nuovo arresto della sua carriera: una

ribellione di truppe, a cui Dione aveva riservato un duro trattamento, sconsigliò il suo rientro nella

capitale. Seguì così un ritiro in patria; con questi fatti termina quanto ci rimane della Storia di

Roma.

Dione esordì come storico nel 193 d.C., con un'operetta sui presagi chiamata Sogni e prodigi, dove

veniva annuncia la salita di Settimio Severo; questo conferiva al fatto una legittimazione

sovrannaturale. Nel 196 d.C. scrisse un quadro dei fatti politici e militari dopo Commodo.

La Storia romana, invece, fu un lavoro di 22 anni che narrava la storia dall'arrivò di Enea all'epoca

dell'autore. Abbiamo interi solo alcuni libri e una conoscenza indiretta delle parti mancanti da fonti

medievali.

La perdita dell'originale è dolorosa per le due decadi finali, soprattutto per la parte contemporanea

all'autore (l'epoca successiva a Commodo).

Dione insegue i modelli della prosa attica (Tucidide, Demostene) e ha riversato quanto leggeva

presso vari storici romani (Livio, Tacito, Sallustio, Cesare, Svetonio, Arriano). La struttura

dominante dell'opera è di tipo annalistico (con qualche eccezione). La rappresentazione indulge a

volte nel drammatico. Dal punto di vista linguistico Dione tende al purismo.

Erodiano

Nacque non più tardi del 180 d.C., forse in Siria. Ebbe incarichi amministrativi, ma non fu mai

senatore (perciò l'identificazione con Tiberio Claudio Erodiano legato della provincia di Sicilia non

è accettabile). Scrisse Storie dell'impero dopo Marco, opera in 8 libri che comprende il sessantennio

dalla morte Marco Aurelio alla salita al trono di Gordiano III (180-238 d.C.).

Erodiano è uno storico superficiale: gli sfuggono fenomeni socio-culturali quali l'ascesa del

Cristianesimo, ma anche provvedimenti politici di ovvio significato come l'Editto di Caracalla.

Inoltre la cura della forma prevale sulla precisione dei fatti.

Erodiano appartiene a quegli storici che fanno discutere più sulle fonti usate che su loro stessi

(esempio: ci sono passi paralleli in Cassio Dione. Probabilmente è Erodiano ad aver attinto da

Dione, non il contrario).

9. La biografia greca. Plutarco

Introduzione

La biografia è il racconto di tutta la vita di un uomo. Plutarco nella Vita di Alessandro scrive che la

biografia rispetto alla storiografia non si occupa solo delle azioni più appariscenti o di grandi eventi:

la storia è praxeis, la biografia parla di ehos (carattere). Un'altra consapevolezza della distinzione

compare nelle Storie di Polibio; quando l'autore si accinge a trattare di Filopemene, aveva già

dedicato tre libri a una sua biografia.

La biografia è diversa dall'encomio: la prima si occupa di tutta la vita, il secondo può tacere su

intere fasi.

Nulla rimane della letteratura biografica e autobiografica del V secolo. Per il IV secolo, oltre agli

scritti platonici abbiamo solo l'Evagora di Isocrate, l'Agesilao di Senofonte (encomi più che

biografie) e la Ciropedia. Del III e II secolo abbiamo pochi frammenti.

Per una raccolta completa dobbiamo aspettare il I secolo a.C., con le opere in latino di Cornelio

Nepote.

L'unico periodo di storia della biografia sul quale siamo informati attraverso opere originali è

l'impero romano (Vite parallele di Plutarco, Vite dei dodici Cesari di Svetonio).

Le origini della biografia greca

Già nella letteratura greca arcaica è possibile rinvenire interessi e spunti significativi per una storia

della biografia: all'interno dell'epica si sono potuti individuare intenti biografici nell'Eracleide di

Paniassi, zio di Erodoto (vi era narrata la storia del semidio).

Le vite dei poeti in epoca arcaica furono uno dei terreni privilegiati per lo sviluppo della biografia.

La maggior parte degli autori proveniva dall'ambiente microasiatico dove le tradizioni politiche e

culturali concedevano spazio ben maggiore alla personalità rispetto al mondo greco.

Dal IV secolo all'età ellenistico-romana

Avviene in questo periodo un processo che porta ad attribuire maggiore importanza all'individuo e

alla sua educazione; fa così la sua comparsa l'encomio in prosa. Un esempio è l’Evagora di

Isocrate, dove l’autore dipinge il re come modello di uomo e monarca. Troviamo un catalogo di

virtù di una figura ideale di uomo di governo.

Un ruolo di rilievo va attribuito alla letteratura socratica: i discepoli di Socrate videro l'attività

filosofica del maestro in stretta connessione con la sua personalità e la sua vita.

La biografia greca trovò la sua forma tipica nella scuola di Aristotele, il Peripato; questo forse per

l'interesse per i pensatori e i fondatori di scuole filosofiche, la cui vita si voleva vedere come una

conferma delle teorie da loro sostenute.

Elementi di grande rilievo da far risalire ad Aristotele e Teofrasto sono: la sistematizzazione delle

virtù e dei vizi, un atteggiamento realistico che considera le esigenze etiche nell'ambito di ciò che è

possibile all'uomo, l'accurata analisi del rapporti che intercorrono tra ethos e azione e lo sviluppo

della letteratura sulle forme di vita, in cui vengono descritte varie categorie e tipologie di persone.

Tuttavia, come si è detto, l'età ellenistica non ha trasmesso biografie complete e anche per quanto

riguarda i titoli e i frammenti pervenuti, non sempre è possibile stabilire se si tratti di biografie o

generi imparentati.

Quattro autori che si consideravano precursori dei biografi di età imperiale sono: Aristosseno di

Taranto, scolaro di Aristotele (scrisse su Pitaogra, Archita, Scorate, Platone); Ermippo di Smirne

del III secolo, che visse ad Alessandria alla corte dei Lagidi (scrisse una serie di biografie);

Antigono di Caristo, della seconda metà del III secolo (scrisse biografie dei filosofi attivi ad Atene

alla sua epoca); Satiro di Callati Pontica (scrisse il Catalogo delle vite).

Oltre che nel Peripato, la biografia ellenistica fiorì anche tra gli eruditi alessandrini (Callimaco).

Per quanto riguarda la biografia di uomini politici, è ovvio segnalare l'importanza che ricoprì la vita

e la figura di Alessandro Magno, che da subito ebbe i suoi biografi (Clitarco, Tolemeo, Aristobulo).

In seguito la frammentazione delle dinastie ellenistiche favorì lo sviluppo del genere (Storia di

Agatocle di Duride, una sezione su Agatocle e Pirro nell'opera storica di Timeo).


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DETTAGLI
Esame: Storia greca
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulia.Rossi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Antonetti Claudia.

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