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Storia epistemologica della psicologia appunti lezione Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia della psicologia sulla storia epistemologica della psicologia basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Cimino dell’università degli Studi La Sapienza - Uniroma1, Seconda Facoltà di Medicina, Corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia della psicologia docente Prof. G. Cimino

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(Laudan). Rappresentarla come un semplice intreccio di eventi, per quanto complesso e intricato,

che si susseguono, significa precludersi la comprensione del perché di tante scuole e delle loro

incompatibilità o convergenze, del perché di problemi irrisolti, di teorie e metodi abbandonati, di

esperimenti falliti. Fornire un quadro più o meno esteso di teorie, di ricerche e di applicazioni,

nonché di psicologi, di laboratori, di insegnamenti universitari, di riviste, di istituzioni, ecc., senza

collegarlo alle scelte epistemologiche di fondo, significa presentare più una statica rassegna di

avvenimenti, che una dinamica concatenazione di cause ed effetti, adoperare più uno sguardo che

scivola in superficie, che una radiazione che penetra all’interno.

La scelta di parlare soprattutto di oggetto e di metodi della psicologia dipende dal fatto che nella

loro determinazione consiste gran parte della dilemmatica di questa disciplina, una delle ragioni più

profonde del suo dividersi in tante scuole, e del perché ognuna di esse indaghi prevalentemente solo

alcuni aspetti della vita psichica. Per passare – come afferma Comte – dallo “stadio metafisico” allo

“stadio positivo”, per diventare una scienza empirica e sperimentale, alla psicologia s’imponeva

l’obbligo d’individuare un proprio statuto di scientificità, ossia di identificare un proprio oggetto,

una propria metodologia e alcuni principi meta-teorici; ma questa messa a punto comportava già di

per sé una scelta impegnativa. «Fin dall’inizio la psicologia – nota l’epistemologo Filiasi Carcano –

si è trovata di fronte a una specie di dilemma: perché, o essa accettava di seguire il modello

fornitole dalle scienze naturali e rischiava così di svisare il suo oggetto specifico (e cioè

propriamente la mente dell'uomo), o per mantenersi fedele alla peculiarità di questo oggetto doveva

escogitare altri metodi, rischiando così di restare nel vago delle teorizzazioni filosofiche e di

perdere i vantaggi propri del metodo scientifico» (Filiasi Carcano, 1970, pp. 1-2).

Ciascun metodo adoperato – per esempio gli esperimenti psicofisici o l’interpretazione

psicoanalitica dei sogni – si applica solamente a una classe di fenomeni psichici (rispettivamente le

sensazioni e i sogni) e ne tralascia tanti altri, prescindendo dalla “totalità” psicologica dell’uomo

considerata come una meta lontana verso cui tendere. Ma questo “ritagliare” solo aspetti limitati e

particolari della realtà psichica, non ne impoverisce o travisa il contenuto specifico, non rende in

fondo lo sforzo di comprensione vano? «Bene o male che sia, l'istanza di scientificità è legata

all'impiego di tecniche riduzionistiche che contrastano forse con la complessità e spontaneità della

concreta esperienza umana, ma che corrispondono in ogni caso a esigenze molto precise di raccolta

delle informazioni e di elaborazione e controllo delle teorie» (ibid., p. 7). Tuttavia la psicologia

«non può sacrificare la complessità del proprio oggetto alle esigenze riduttive di un metodo

precostituito, ma si trova nella necessità di aprire nuove strade» (ibid., p. 3), di inventare nuovi

approcci metodologici, di escogitare nuovi strumenti di indagine.

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L’epistemologia moderna ha messo in luce la natura del rapporto tra oggetto e metodi di una

scienza, nel senso che è sempre un “criterio di protocollarità” che “ritaglia” certi “oggetti

scientifici” dalla multiforme realtà (Agazzi, 1976). Ma se da un punto di vista di struttura logica del

discorso scientifico, di “anatomia” della scienza, il problema può risultare chiaro e permettere di

prendere consapevolezza della pari dignità scientifica di teorie psicologiche diverse, da un punto di

vista storico, di “embriologia” della scienza, il costituirsi di un oggetto e di un metodo appare un

evento complesso, in cui entrano in gioco fattori molteplici filosofico-culturali, politico-sociali,

accademico-istituzionali, primo fra tutti l’idea che l'uomo ha di se stesso. Basti pensare a quali

differenti criteri d’indagine può condurre il fondamentalmente diverso modo di concepire la persona

umana come macchina fisico-chimica o come individuo capace di “intenzioni”. E' dunque evidente

come gli svariati e multiformi aspetti della “totalità uomo” abbiano sempre “premuto” per essere

affrontati scientificamente, stimolando l'invenzione di nuovi metodi e quindi “ritagliando” differenti

gruppi di oggetti scientifici. Così Freud segnalava altre categorie di fenomeni (sogni, lapsus,

sintomi nevrotici) che reclamavano di essere presi in considerazione: il malato non può attendere!

Da qui la molteplicità degli approcci e la molteplicità delle scuole con le loro particolari “fette” di

vita psichica indagata; la polarità mai sopita, molla segreta della sua storia, tra oggetto e metodi

della psicologia; il dualismo tra strumenti d’indagine più “scientifici” e “oggettivi”, ma più

“poveri”, e strumenti meno “precisi” (per es. metodo clinico) ma capaci di cogliere meglio la

ricchezza e complessità, la peculiarità della psiche umana.

1. La nascita della psicologia come scienza

La maggior parte degli storici, anche se dà inizio alla narrazione a partire dal mondo antico, sulle

orme del pionieristico lavoro di Boring (1950), suole collocare l'origine della psicologia come

scienza autonoma nella seconda metà dell'Ottocento, “individuarla” al suo sorgere come psicofisica

e psicofisiologia, indicare in Helmholtz, Fechner e Wundt i suoi fondatori e addurre come ufficiale

atto di nascita l'opera di Wundt, Grundzüge der physiologischen Psychologie (1873-74), o la

creazione del laboratorio di Lipsia nel 1879.

Ma dietro queste scarne indicazioni, dietro questa sorta di «segnaletica stradale creata a

posteriori come sussidio mnemonico per lo studente» (Boring, 1966), si cela l'ardua questione della

“fondazione”, che si presenta come uno dei più spinosi problemi della storia della psicologia: il

problema di determinare dove e quando nasca la psicologia come “scienza”, e in particolare se è

giustificata l’affermazione che essa abbia avuto origine nella seconda metà dell’Ottocento (e non

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per esempio nel Seicento, in cui si suole collocare la genesi della scienza moderna) e che sia sorta in

Germania e non anche in altri paesi europei. «La psicologia ha un lungo passato, ma solo una breve

storia», scriveva Ebbinghaus (1910, p. 9) con una fortunata e citatissima espressione; ma stabilire

dove e quando abbia fine la “preistoria” e inizi la “storia”, ossia termini il periodo “pre-scientifico”

e cominci quello “scientifico”, non è affatto semplice.

Per analizzare tale problema, pensiamo sia utile affrontare separatamente due temi fondamentali,

che naturalmente risultano strettamente connessi: (a) la distinzione tra psicologia scientifica e pre-

scientifica; (b) i principali fattori che hanno determinato la nascita della “nuova” scienza.

Psicologia scientifica e pre-scientifica

“I fatti e gli atti di coscienza” o “fenomeni psichici” sono stati oggetto di studio e di

teorizzazione fin dall'antichità. Di essi si sono occupati specialmente i filosofi, che hanno cercato di

osservarli, registrarli, classificarli e sistemarli in teorie soprattutto in funzione dei problemi

gnoseologici. In tal senso, già il De anima di Aristotele può essere considerato come un trattato di

psicologia, e non mancano nei secoli successivi autori che hanno a lungo indagato la fenomenologia

della mente (basti pensare a Descartes, agli empiristi inglesi – Hobbes, Locke, Hume –, ai filosofi

scozzesi della fine del ’700, a Kant, ecc.). Ma anche letterati, giuristi, astrologi e uomini di chiesa,

oltre a medici e fisiologi, con motivazioni diverse, si sono interessati della psiche umana,

lasciandoci opere piene di acute e mirabili osservazioni, di teorie brillanti e suggestive. Non si può

negare, quindi, che si sia accumulato nel corso dei secoli un ricco bagaglio di esperienze e di

conoscenze sulla fenomenologia della mente, fondato sull'introspezione e sull'osservazione, in parte

facilmente condivisibile da tutti. Per questo si può comprendere come alcuni storici abbiano fatto

cominciare la storia della psicologia dal mondo antico o dal Seicento.

Tuttavia, per poter parlare di inizio di una nuova “scienza” psicologica e datarlo, occorre

distinguere una psicologia “pre-scientifica” da una “scientifica”, cioè individuare quali sono (se ci

sono), sul piano storico, le nuove caratteristiche dello studio della psiche che fanno sì di poterlo

qualificare come “scientifico”. Quest’ultimo, però, è un problema assai complesso per almeno due

motivi.

In primo luogo l’analisi storica è costretta a impegnarsi sul fronte di tutta la cultura europea, ove

giocavano un loro ruolo differenti e molteplici autori e tradizioni nazionali. Lo Zeitgeist (ossia lo

“spirito del tempo”, per usare la fortunata espressione adoperata da Boring nel trattato storico del

1950), anche se era presente specialmente in Germania, aleggiava però in tutto il continente e

trovava in ogni nazione particolari manifestazioni. La nuova disciplina fiorì infatti, quasi

contemporaneamente, anche in Francia, in Inghilterra, in Italia, negli Stati Uniti e in altri paesi, ad

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opera di studiosi con tradizioni culturali in parte diverse da quelle tedesche (per esempio,

rispettivamente, con Ribot, Galton, Ardigò, James). Questo dimostra come tutto il pensiero

occidentale avesse maturato tale evento, anche se il germoglio tedesco tendeva a imporsi sugli altri;

ma la peculiarità di temi e di problemi palesata da ogni paese non andò perduta e pose i germi di

una molteplicità d’impostazioni e di teorie successive.

In secondo luogo, la distinzione tra psicologia scientifica e pre-scientifica implica

inevitabilmente l’arduo problema epistemologico del “criterio di demarcazione” tra scienza e non

scienza, almeno in riferimento al periodo storico considerato, la cui soluzione non appare affatto

chiara e assodata (basti pensare alle differenti tesi dell’epistemologia post-popperiana), e in special

modo per la psicologia che ancor oggi non può vantare un univoco statuto di scientificità.

Sul piano storico, tuttavia, si manifestò una caratteristica nuova nello studio dei fenomeni

psichici facilmente determinabile: la sperimentazione; ed è stato grazie ad essa che i “classici”

manuali di storia della psicologia hanno potuto datare nella seconda metà del XIX secolo l’inizio

della nuova scienza e individuare negli psicofisici tedeschi i primi psicologi sperimentali moderni.

La sperimentazione da sola però non basta a porre una distinzione netta tra psicologia scientifica

e pre-scientifica, non solo perché anche in passato si possono ritrovare casi di esperimenti compiuti

in ambito psicologico, ma anche perché sia l’introspezione sia l’osservazione del comportamento

(normale e alterato), da sempre adoperate, sono rivendicate come “metodi scientifici” per la

psicologia. Inoltre, è anche vero che le prime sperimentazioni si rivolsero soprattutto ai fenomeni

psichici inferiori, per esempio la sensazione (tale fu il campo d’indagine della psicofisica e, in gran

parte, della scuola di Lipsia), e non si occuparono dei fenomeni mentali superiori, quali i processi

cognitivi. E non si trattò solo di una carenza di studi (bisognerà attendere Külpe e Titchener per

avere esperimenti d’”introspezione controllata” sul pensiero), ma della convinzione, da parte dei

primi psicologi come per esempio Wundt e Brentano, dell’impossibilità di indagini sperimentali in

tale ambito. Per quanto riguarda i processi cognitivi, perciò, la separazione tra psicologia pre-

scientifica e scientifica sarebbe più difficile da tracciare e comunque andrebbe spostata nel tempo.

Lo stesso è accaduto per altri aspetti della vita psichica (per esempio le emozioni e la personalità),

che si è riusciti a “trattare” in laboratorio in tempi successivi. Attribuire quindi alla sola

sperimentazione il compito dì tracciare una linea di demarcazione avrebbe come minimo la

conseguenza di dover registrare in date diverse la nascita di tante “psicologie”.

Tuttavia, non sembra scorretto assegnare agli psicofisici tedeschi il ruolo di principali fondatori

della psicologia come “scienza” autonoma (anche se la storiografia più recente ha mostrato come

pure in altre nazioni europee operassero studiosi che potrebbero essere ugualmente considerati

fondatori), poiché, oltre all’introduzione dell’esperimento, vi è in essi un ulteriore elemento basilare

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che induce a parlare di “nuovo” corso per gli studi della mente: mi riferisco alla volontà di fondare

una nuova scienza, allo sforzo di determinarne oggetto e metodi, al dibattito vivace che si accese su

tali argomenti, alla consapevolezza di dover risolvere un problema epistemologico.

Ciò che distinse la psicologia scientifica da quella pre-scientifica, e perciò differenziò gli

psicologi dai filosofi e dai fisiologi che si erano occupati della psiche, fu soprattutto la consapevole

intenzione di compiere uno studio sistematico dei fenomeni mentali con “metodo positivo” – come

allora si diceva – ossia osservativo e sperimentale, al fine di costruire un corpo dottrinario

autonomo, con concetti e leggi sue proprie. Perché mai – ci si chiedeva – anche la sfera dei

fenomeni psichici non poteva essere affrontata con quel particolare tipo d'indagine, i cui criteri

basilari erano stati fissati dalla rivoluzione seicentesca, e che tanto successo aveva ottenuto nello

studio di altri eventi naturali? Perché ritenere i fenomeni psichici unicamente terreno di studi

filosofici, o per il momento accantonarli sperando di ridurli in futuro alla fisiologia? Non sarebbe

stato meglio considerare anch’essi un insieme di “fatti” della natura da indagare ed esplorare con

appropriati metodi scientifici? Ma quali dovevano essere tali metodi e quali in realtà i fenomeni da

indagare? Questi, ed altri, furono i principali interrogativi che si posero coloro che cercarono di

fondare la nuova scienza, e che, proprio per essi, possono essere considerati come i primi moderni

psicologi.

La psicofisica e la psicofisiologia furono il primo tentativo di studio “scientifico” dei fenomeni

psichici; ma i problemi epistemologici e metodologici da esse sollevati si rivelarono molto più

complessi e intricati di quanto il fiducioso scientismo dei primi pionieri non immaginasse; e il

fiorire presto di diverse impostazioni e correnti ne fu un’eloquente testimonianza. Certamente, dal

punto di vista metodologico, ciò che maggiormente caratterizzò le prime fasi (ma del resto anche il

seguito) della psicologia fu l’impostazione di una ricerca sperimentale. Tuttavia, anche se la

sperimentazione non sarà mai posta in dubbio, i problemi di metodo si presenteranno molto più

dilemmatici rispetto a quelli di altre scienze. Un dibattito sempre vivace e rinnovato cercherà,

infatti, di chiarire il ruolo e il valore sia dell’introspezione sia dell’osservazione.

In ogni modo, al di là della diversità delle posizioni assunte nei vari paesi e dai vari pensatori,

possiamo forse ribadire che la sottile linea di separazione tra la psicologia scientifica e pre-

scientifica vada ricercata più che altro nella volontà e consapevolezza di fondare una nuova scienza,

di darle uno statuto “scientifico”, e nell'impegno concreto, teorico e sperimentale, in questa

direzione. Per questo è possibile sostenere che la psicologia moderna nacque inizialmente in

Germania, dove si era sviluppato negli anni '50 e '60 dell’Ottocento un vivace dibattito sullo statuto

scientifico della psicologia, e indicare in Wundt, che più di ogni altro s'impegnò nella ricerca

sperimentale e nel gettare le basi epistemologiche della nuova scienza, il suo principale fondatore.

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Fattori esplicativi all’origine della psicologia “scientifica”

Per quanto riguarda le “condizioni determinanti”, i “fattori esplicativi” che hanno favorito e

consentito l’origine della psicologia scientifica, sulla scia di Boring è ormai opinione abbastanza

consolidata che essi vadano ricercati nell'ambito di alcune espressioni del pensiero filosofico da una

parte, e nel campo delle ricerche fisiologiche dall'altra. Su tale questione si possono registrare

differenze di accentuazione più che di interpretazione del quadro storico nelle sue linee generali.

Molti autori, nel parlare dei precursori della moderna psicologia, ritengono di dover andare

molto indietro nel tempo, alcuni all'antichità classica, i più al XVII secolo e a Cartesio. Pensiamo,

in questo caso, di poter condividere l'opinione secondo cui, per avere una corretta idea delle

influenze che hanno determinato la nascita della psicologia scientifica, basti risalire agli inizi

dell'Ottocento, dato che «in quegli anni la maggior parte degli influssi attribuibili a periodi più

remoti vennero assorbiti e integrati negli scritti filosofici e scientifici e nel pensiero di autori che

furono i predecessori immediati della prima generazione di psicologi» (Thomson, 1972, p. 12).

Si può osservare tuttavia che, se un'approfondita analisi degli avvenimenti filosofico-culturali e

scientifici della prima metà del secolo permetterebbe d’individuare i fattori esplicativi della nascita

e affermazione della nuova scienza psicologica, un'indagine che si protraesse all'indietro nel tempo

potrebbe rispondere alla più radicale domanda del perché la psicologia, rispetto alle altre scienze

che vedono la luce nel XVII secolo, sia nata invece così tardi. Il problema non riguarda solo la

psicologia, ma in genere tutte le cosiddette “scienze umane” (antropologia, pedagogia, psicologia,

sociologia), che hanno bisogno di ripercorrere attraverso i secoli la storia delle teorie e immagini

dell'uomo, ed evidenziare gli ostacoli che si sono dovuti superare perché l'uomo divenisse, sempre

più pienamente, oggetto d'indagine scientifica modernamente intesa. L’analisi dovrebbe quindi

attraversare tutta la filosofia occidentale a partire dal mondo antico e medievale, e mostrare come

dal Rinascimento e dal pensiero cartesiano, attraverso gli empiristi inglesi e gli illuministi francesi,

in particolare gli idéologues, si siano a mano a mano determinate le condizioni perché fosse

accettata la possibilità per l'uomo di essere studiato scientificamente in tutti i suoi aspetti (Gusdorf,

1972; Moravia, 1970). Molto lucidamente, lo studioso di epistemologia delle scienze umane Filiasi

Carcano così riassume la questione:

«Le scienze umane, nel senso attuale della parola, si sono costituite nella cultura moderna quando si sono

presentate condizioni e motivazioni favorevoli al loro sorgere: quando cioè, da un lato, si è avvertita

l’esigenza di una riflessione critica e spregiudicata sull’uomo, sulle sue attività e sulle sue produzioni, sui

suoi ideali, norme ed istituzioni; e quando, dall'altro lato, si è enucleata per suo conto una mentalità

scientifica, matura ed autonoma, capace di esercitare una tale riflessione. In un certo senso le scienze umane

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(a prescindere dai loro precedenti nel mondo greco) sono sorte nel mondo moderno allorché il loro oggetto di

studio, cioè l’uomo, si è emancipato dalla tutela metafìsica, dall’insieme di definizioni aprioristiche e di

preoccupazioni valutative e normative [...]; e ciò è avvenuto già nel tardo periodo della rinascenza (basti

pensare agli Essais di Montaigne) quando la concezione carismatica dell’autorità è entrata in crisi per effetto

delle guerre di religione, delle scoperte scientifiche e delle trasformazioni sociali ed economiche, per

accentuarsi nel periodo illuministico, e poi ulteriormente nell'ottocento per effetto della critica marxista che

ha messo sotto processo l'intera cultura occidentale. Sennonché, ovviamente, queste varie istanze e

sollecitazioni (illuministiche, relativistiche e critiche), che costituiscono l'effettiva matrice delle scienze

umane, non avrebbero preso corpo se per suo conto la mentalità scientifica, affermatasi vittoriosamente nel

campo delle discipline fisico-matematiche e naturali, non avesse fornito un modello esemplare di libera

ricerca e di metodi efficienti per una investigazione sistematica dell'esperienza: restando però aperta la

questione di stabilire fino a che punto metodi validi per lo studio della natura potessero estrapolarsi senza

inconvenienti alla considerazione della realtà umana» (Filiasi Carcano, 1977, pp. 1-2).

Per quanto riguarda la psicologia, possiamo sommariamente ricordare che essa aveva ricevuto

scarsi benefici dal passo avanti, pur di notevoli proporzioni, compiuto da Cartesio rispetto al

pensiero medievale. Cartesio aveva infatti reso possibile solamente lo studio empirico della res

extensa e quindi della parte “macchina” dell’uomo, dando l’avvio alla moderna ricerca fisiologica,

ma non quello – sempre su base empirica – della res cogitans, della mente umana in quanto sede dei

processi di pensiero. Sono invece gli empiristi inglesi (Locke, Hume, Hartley, ecc.) e gli illuministi

francesi (La Mettrie, Condillac, Cabanis, ecc.) a fare un importante tentativo di conquistare la

roccaforte della res cogitans: i primi rinunciando a indagarne l’essenza, ma rivolgendo l’attenzione

ai suoi processi o funzioni; i secondi negandole un diverso statuto ontologico e sostenendo la tesi

che il “morale” potesse essere ridotto al “fisico-chimico” dell’organismo animale. Ma con ciò non

si era ancora a una psicologia come scienza, anche se erano caduti molti fondamentali impedimenti

concettuali per la sua costituzione. Affinché si giungesse a tanto, occorreva – come vedremo – che i

processi psichici potessero essere studiati con “metodo positivo ossia scientifico”, cosa che

inizialmente si realizzò con la psicofisica.

Per un esito del genere, tuttavia, fu necessario il concorso di diversi fattori: un progresso negli

studi neurofisiologici; una pressante esigenza di carattere filosofico-epistemologico; la rinuncia a

una totale riduzione dello psichico al fisico e l'accettazione, magari solo da un punto di vista

metodologico, di un’ipotesi di parallelismo psicofisico; il vigoroso e decisivo scossone dato dalla

teoria darwiniana per liberare la mente dai residui impacci metafisici. Dovevano dunque giungere a

maturazione tutta una serie di problemi, determinarsi tutta una serie di condizioni, perché il pensiero

e la ricerca di alcuni scienziati tedeschi, e in particolare di Wundt, potessero costituire il loro punto

di confluenza e il loro momento di sintesi, e avviare un “nuovo” tipo d’indagine delle psiche.

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I progressi neurofisiologici

Tornando alla scienza e alla filosofia della prima metà del secolo, cercheremo brevemente di

vedere come esse abbiano influito sulla nascita della nuova psicologia. Nell’ambito della scienza, il

ruolo maggiore fu senz'altro svolto dalla fisiologia del sistema nervoso, che nel corso dell’Ottocento

registrò notevoli progressi. In generale è possibile dire che i maggiori successi si realizzarono in due

principali settori d'indagine, in due “programmi di ricerca” animati da un insieme di idee-guida, di

nuclei concettuali di fondo. Un primo grande campo di studi riguardava il processo nervoso che

interviene tra la stimolazione sensoriale e la risposta motoria, e aveva alla base l'idea di fondo, di

derivazione cartesiana, secondo cui il sistema nervoso deve essere concepito e indagato come un

meccanismo senso-motorio, come un organo analizzabile in termini di “sensazione” e

“movimento”. Un secondo campo di ricerche era quello che tentava di stabilire un collegamento tra

sistema nervoso e processi psichici superiori, ossia quello che si proponeva di “localizzare” la

mente nel cervello.

Nel primo caso si cercò allora di avviare a soluzione i problemi della natura dell'impulso

nervoso, dei movimenti riflessi, delle “vie” nervose sensitive e motorie, dei centri di controllo della

sensazione e del movimento, del rapporto tra organi di senso e sistema nervoso, delle connessioni

tra muscoli e nervi.

In questo ambito di indagini, si pervenne alla dimostrazione conclusiva, ad opera di Carlo

Matteucci ed Emil Du Bois-Reymond (anticipati da Luigi Galvani), che l'impulso nervoso è un

fenomeno di natura elettrica (dapprima immaginato come una corrente elettrica che corre lungo le

fibre nervose, ma poi correttamente interpretato come una “onda elettrica”), superando in tal modo

ogni residua dottrina degli “spiriti animali” o del “fluido nervoso” o della “vis nervosa”. Nel 1850,

poi, Helmholtz fu in grado di misurare la velocità di trasmissione dell’impulso nervoso. La

dimostrazione sperimentale che il movimento non è un'espressione istantanea della volontà, bensì

segue dopo un intervallo di tempo, costituì un ulteriore motivo per indagare a fondo la struttura e il

funzionamento degli organi di senso e delle vie nervose, per far luce cioè sul complesso sistema che

collega la stimolazione, la sensazione e la risposta motoria. E fu in connessione con questo

problema che Helmholtz escogitò i primi esperimenti sui “tempi di reazione”, anticipando le

esperienze che faranno, attorno al 1880, gli psicologi sperimentali della scuola di Lipsia nel

laboratorio di Wundt.

Lo studio delle vie nervose sensitive e motorie si aprì con la scoperta (compiuta da François

Magendie nel 1822 e parzialmente anticipata da Charles Bell nel 1811: per questo sarà chiamata

«legge di Bell-Magendie») che le radici posteriori dei nervi spinali danno origine a fibre nervose

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sensitive “afferenti” e le radici anteriori a fibre nervose motorie “efferenti”. Fu così affermata

l’esistenza di strutture nervose distinte per funzioni diverse, contro l’opinione precedente che

attribuiva genericamente al nervo il compito di trasportare l’impulso in direzione sia centripeta sia

centrifuga dando luogo tanto alla sensazione quanto al movimento. Questa distinzione tra fibre

motorie e fibre sensitive avviò la ricerca, favorita dai progressi dell'istologia, di altrettante,

differenti e separate, vie nervose motorie, sensitive e sensoriali nel midollo e nell'encefalo; e pose il

problema della individuazione di centri o strutture cerebrali cui fanno capo queste vie e che,

presumibilmente, controllano i movimenti e le sensazioni.

Inoltre, si definì e si comprese, grazie al lavoro di Marshall Hall negli anni '30, il meccanismo

dell'arco riflesso. Con una serie di esperimenti su animali decapitati, Hall dimostrò che i movimenti

riflessi, sui quali vi era una lunga tradizione di ricerche fin dai tempi di Cartesio (cfr. Canguilhem,

1977), sono involontari e hanno la loro origine nel midollo grazie a un contatto diretto, a un “arco

riflesso”, che si stabilisce tra fibre sensitive e fibre motorie, senza l’intervento dei centri cerebrali

dell’azione volontaria. Si cominciarono allora a studiare anche i riflessi che coinvolgono strutture

nervose superiori, con le pionieristiche ricerche di J. P. Müller, E. Pflüger, I. M. Secenov.

Per quanto riguarda in particolare la funzione motoria, da parte dell'italiano Luigi Rolando e del

francese Marie-Jean-Pierre Flourens, si cominciarono a chiarire il ruolo e i compiti del cervelletto,

correttamente interpretato come organo di coordinazione dei movimenti; e, per merito del medico

francese Magendie prima e dei fisiologi inglesi R. Todd e W. Bowman poi, furono identificati i

corpi striati come il centro motore più elevato da cui partirebbero le vie piramidali, che iniziarono

ad essere tracciate. Quest’ultima rimase la soluzione comunemente accettata prima che, negli ultimi

trenta anni del secolo, si aprisse la “caccia” ai centri motori corticali.

Per quanto riguarda invece le funzioni sensoriali, furono attentamente studiati i rapporti tra il

sistema nervoso, gli organi di senso e gli stimoli esterni. In questo campo, un fondamentale

contributo fu dato dal grande fisiologo tedesco Johannes P. Müller. Nel suo monumentale

Handbuch der Physiologie des Menschen, una pietra miliare per tutti i successivi studi di fisiologia,

uscito in due volumi nel 1833 e 1840, Müller enunciò la cosiddetta «legge delle energie specifiche

sensoriali». In breve, tale legge asseriva che ogni organo di senso reagisce sempre allo stesso modo

(con la medesima sensazione) a stimoli diversi (per esempio a stimoli meccanici, termici, luminosi,

elettrici e d'altro genere); e, viceversa, uno stesso stimolo provoca in ciascun organo di senso una

risposta sensoriale differente. Questa scoperta segnò l'inizio della moderna fisiologia della

sensazione e indusse gli scienziati ad approfondire lo studio delle modalità e delle caratteristiche

della mediazione sensoriale del sistema nervoso e degli organi di senso.

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La scoperta di Müller ebbe una grande importanza per la nascita della psicologia scientifica; essa

infatti permetteva di distinguere chiaramente e nettamente la sensazione provata dall’individuo (di

carattere soggettivo “immediato”, e quindi analizzabile unicamente tramite introspezione) dallo

stimolo ovvero dalla causa di quella sensazione (di carattere oggettivo “mediato”, indagabile delle

scienze naturali), e quindi si poneva alla base della futura psicofisica e psicofisiologica.

Questa stessa scoperta, inoltre, dette un grande impulso allo studio dell’anatomia e fisiologia

degli organi di senso. In questo settore di indagini si distinsero Bell, Müller, Weber e soprattutto

Helmholtz con i suoi monumentali trattati sulla vista e sull'udito scritti negli anni '50 e '60 del

secolo. Bisogna notare che, a mano a mano che si approfondiva la conoscenza dei rapporti tra

struttura del recettore e stimolo fisico, facevano la loro comparsa problemi propriamente psicofisici.

Questo accadde specialmente nelle ricerche sulla sensibilità tattile, dove lo stimolo agisce quasi

direttamente sui nervi, senza la mediazione di un complesso apparato recettore come l'occhio e

l'orecchio. Dobbiamo ad Ernst H. Weber le prime vere ricerche a carattere psicofisico che condusse

a Lipsia tra il 1830 e il 1850, senza tuttavia avere intenzione di porle a fondamento della nuova

psicologia sperimentale, come invece fecero Fechner e Wundt tra il 1860 e il 1880.

Per il programma di ricerche che abbiamo definito come lo studio del processo nervoso che

collega la stimolazione sensoriale e la risposta motoria, si registrarono dunque, nella prima metà

dell'Ottocento, notevoli risultati, con brillanti scoperte sull'impulso nervoso, sui movimenti riflessi,

sulla fisiologia dei nervi (spinali e cranici), del midollo (spinale e allungato), di alcune formazioni

sottocorticali, quali per esempio il cervelletto, il talamo, i corpi striati. Ma accanto a questo vasto e

preminente campo di indagini, fu presente anche un certo interesse per il problema di individuare il

“luogo” della mente, cioè di cercare una struttura cerebrale da considerare come sede o organo

dell'attività psichica. E fu nell'ambito di questo genere di studi, all'interno di questo secondo

“programma di ricerche”' che si cominciò a comprendere l'importanza della corteccia cerebrale,

senza tuttavia realizzare passi avanti decisivi fino al 1870, allorché si aprirà la grande stagione delle

localizzazioni corticali.

La storia di questa lunga rincorsa al substrato organico delle attività mentali e la spiegazione del

ritardo nelle indagini sugli emisferi cerebrali passa attraverso le figure di Gall e di Flourens. Nella

prima metà del secolo, infatti, furono soprattutto questi due scienziati a rivolgere la maggiore

attenzione alla corteccia cerebrale e a porsi il problema delle funzioni psichiche; ma i risultati in

parte errati cui pervennero furono di ostacolo a una corretta impostazione degli studi sulle

localizzazioni corticali.

Franz Joseph Gall era un eccellente anatomista, che aveva dato un importante contributo nel

descrivere e classificare le strutture encefaliche, tra cui in particolare le circonvoluzioni degli

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emisferi. Questa esperienza e pratica anatomica costituì una solida base per elaborare una teoria

generale sulle correlazioni tra cervello e attività mentali, teoria che, con il nome di “frenologia”

dato dal suo collaboratore Spurzheim, divenne celebre e largamente diffusa. La teoria frenologia

tuttavia, sia nella versione di Gall sia in quella dei suoi numerosi seguaci, si rivelò presto arbitraria

e scientificamente infondata. Essa però, oltre al merito di aver contribuito allo studio anatomico del

cervello, pose in primo piano il problema della collocazione delle attività psichiche negli emisferi e

accreditò l’idea delle localizzazioni cerebrali. Quindi, anche se Gall non risolse il problema del

collegamento tra cervello e vita mentale, ne favorì tuttavia l'indagine, spronando a intraprendere

uno studio più scientifico, rivolto in particolare alla corteccia cerebrale.

Lo scienziato che, invece, nella prima metà dell'Ottocento, affrontò in modo “sperimentale” il

problema della localizzazione della mente nel cervello fu il neurofisiologo francese Flourens. A

partire dagli anni '20 dell'Ottocento, Flourens compì una serie di esperimenti sul sistema nervoso di

animali vivi, operando con punture, lesioni e ablazioni al fine di comprendere quali funzioni

svolgessero le diverse parti del neurasse. Lavorando con tali tecniche, pervenne ad alcuni risultati

nuovi, a vere e proprie scoperte: in particolare, alla localizzazione del centro bulbare della

respirazione e alla determinazione della funzione del cervelletto come organo di coordinazione dei

movimenti di locomozione; ma raggiunse anche il risultato fondamentale di fornire la prima

dimostrazione sperimentale che tutte le funzioni psichiche o mentali dipendono dalla corteccia

cerebrale e, quindi, di porre ancor più in primo piano questa struttura.

Accanto a questi risultati positivi, tuttavia, dobbiamo registrare anche alcune conclusioni

“errate”, che avranno un certo peso negli sviluppi delle ricerche neurofisiologiche. Flourens, infatti,

da un lato affermò che gli emisferi cerebrali non erano collegati alla sensazione e al movimento e,

dall'altro lato, che non era possibile suddividerli in aree funzionalmente distinte. Negò quindi che

alla corteccia appartenessero centri sensitivi e motori (che continuò a porre nelle strutture

sottostanti), e asserì che in essa non potevano essere individuate specifiche aree preposte a funzioni

o facoltà mentali diverse, come in fondo sosteneva la teoria frenologica.

Queste conclusioni di Flourens, così nette e autorevoli, non rimasero senza conseguenze. Le sue

affermazioni “sbagliate”, infatti, diventarono quasi come un “dogma” che fu impresa lunga e

faticosa superare. Ciò avvenne solo nel 1870, quando due scienziati tedeschi, Gustav Fritsch ed

Eduard Hitzig, compiendo esperimenti di stimolazione elettrica della corteccia (una tecnica

sperimentale non adoperata da Flourens), dimostrarono che alcune sue aree controllavano la

contrazione muscolare. Con questo risultato, aprirono la strada a una indagine sistematica – che

fiorì negli ultimi decenni dell'Ottocento a cominciare dalle ricerche dell’inglese David Ferrier –

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sugli emisferi cerebrali per localizzare in essi le funzioni motorie e sensoriali e, più in generale, le

funzioni psichiche.

Infine, restano da ricordare i decisivi progressi dell'istologia del sistema nervoso, a cui sono

legati soprattutto i nomi dell’italiano Camillo Golgi, che a partire dal 1873 grazie al nuovo metodo

microscopico da lui scoperto della reazione cromo-argentea (o “reazione nera”) poté dare una

descrizione completa della cellula nervosa, e quello dello spagnolo Santiago Ramón y Cajal che

elaborò la cosiddetta “teoria del neurone” (sulla neurofisiologia dell’Ottocento, cfr. Cimino, 1984,

2002; Clarke & Jacyna, 1987).

Ebbene, tutti questi sviluppi delle neuroscienze avevano mostrato che il problema della psiche

poteva essere in parte affrontato anche dal versante fisiologico e non solo da quello filosofico come

era per lo più accaduto nel passato. Con i progressi della fisiologia dei nervi e degli organi di senso,

con le nuove acquisizioni sulle localizzazioni cerebrali, con la graduale estensione del “paradigma

sensazione-movimento” anche alla corteccia, si erano trovate sempre più strette correlazioni tra

fisico e psichico. Queste tuttavia, proprio perché poggiavano su un fondamento scientifico e non

erano frutto di astratta speculazione, mostravano anche quanto lunga e incerta sarebbe stata la strada

da percorrere per una eventuale spiegazione della vita mentale unicamente in termini

neurofisiologici, e quindi suggerivano, invece di una semplicistica riduzione dello psichico al fisico,

piuttosto un collegamento con certi temi che i filosofi inglesi e tedeschi stavano elaborando e

proponendo in maniera pressante. Inoltre, un certo numero di problemi empirici e teorici, di

possibili programmi di ricerca, di tecniche sperimentali, si era accumulato nei laboratori dei

fisiologi ed era pronto per essere utilizzato dai primi psicologi sperimentali.

Le tradizioni filosofiche

Di tutta la tradizione filosofica occidentale, forse quella degli associazionisti inglesi eredi degli

empiristi dei secoli precedenti, con pensatori quali Thomas Brown, James Mill, John Stewart Mill,

Alexander Bain, e quella kantiana tedesca, lungo una linea che giunge fino a Wundt attraverso

Herbart, Lotze, Helmholtz, Fechner, hanno avuto il peso maggiore nella nascita della psicologia

scientifica. Ambedue, pur se con motivazioni e prospettive differenti, avevano posto l’esigenza di

collegare i loro specifici problemi gnoseologici, ovvero i loro sistemi di “psicologia filosofica”, con

i risultati delle ricerche neurofisiologiche; e in particolare si erano rivolte alla fisiologia degli organi

di senso per cercare chiarimenti sui processi cognitivi.

Come è noto, una caratteristica tipica dell'empirismo inglese è quella di credere che ogni nostra

conoscenza derivi dall’esperienza dei sensi, in quanto la mente è inizialmente concepita come una

Tabula rasa. Per comprendere come noi conosciamo il mondo, dobbiamo allora indagare il nostro

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modo di apprendere attraverso i sensi e di elaborare le nostre sensazioni (che diventano immagini e

idee, sono conservate nella memoria, sono articolate in ragionamenti e in pensieri, innescano

l’azione volontaria ossia la risposta motoria o linguistica, ecc.), cioè dobbiamo indagare i nostri

processi cognitivi. Ciò significa che dobbiamo compiere un’analisi psicologica fondata

sull'introspezione, ossia sull'osservazione dei nostri contenuti di coscienza. Nell'Ottocento questa

tradizione di studi continua e si accentua; i filosofi che la perseguono impostano dei veri e propri

“programmi di ricerca”, organici e sistematici, al fine di fornire una descrizione più completa

possibile dei processi psichici.

I risultati conseguiti dalla speculazione degli empiristi antichi e moderni sono consegnati alla

storia della filosofia. A noi interessa mettere in evidenza due punti fermi della loro riflessione, che

si riveleranno molto importanti per la futura psicologia scientifica. Ci riferiamo a due modi di

concepire la struttura e il funzionamento della psiche che sono stati sintetizzati nei termini

“elementismo” (o “atomismo”) e “associazionismo”. Gli empiristi suppongono cioè che l’attività

mentale si esplichi a partire da elementi psichici semplici (le sensazioni), i quali si associano,

secondo leggi costanti che è compito dello psicologo scoprire, per dare origine ai fenomeni psichici

complessi, come le percezioni, le immagini, le idee, le emozioni.

La corrente degli psicologi associazionisti ottocenteschi assunse forme diverse, che vanno dai

sostenitori di un’organizzazione dei processi psichici guidata da un “centro coordinatore” (Brown),

a una “meccanica mentale” di J. Mill, a una “chimica mentale” del figlio J. S. Mill, mantenendo

tuttavia i suoi caratteri distintivi di riduzione del mentale ad elementi semplici e di ricerca di leggi o

regole per la formazione degli elementi complessi. In questa corrente può essere collocato anche

Alexander Bain, la cui opera (specialmente The Senses and the Intellect del 1855 e The Emotions

and the Will del 1859) costituì un significativo sbocco della psicologia filosofica inglese e un punto

di partenza della successiva psicologia sperimentale. Bain più di ogni altro manifestò l’esigenza di

collegare la speculazione degli associazionisti con i risultati ottenuti dai fisiologi, ovvero di

individuare le basi neurofisiologiche dei processi mentali studiati dai filosofi. In definitiva questi

autori, ultimi eredi della filosofia empirista e sensista inglese e francese, di Hume come di

Condillac, esaurirono, estenuandola, l’analisi dei dati forniti dall'esperienza interiore, e aprirono la

porta a un nuovo tipo d’indagine: quello sperimentale della psicofisica.

Anche alla speculazione filosofica tedesca si deve in gran parte il maturare di una psicologia

scientifica. Tale evento si realizzo, non a caso, intorno agli anni ‘60 e ’70 dell’Ottocento, allorché

ebbe luogo in Germania un generale “ritorno a Kant”, lungo un sentiero mai interrotto che passava

attraverso Maimon, Fries, Herbart, Beneke, Drobisch, Trendelenburg, Lotze (Poggi, 1977). Questo

richiamarsi alla filosofia kantiana significava un chiaro superamento dell'idealismo classico e delle

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia (a ciclo unico)
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessiasama di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cimino Guido.

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