Guido Cimino: storia epistemologica della psicologia
Introduzione: perché una storia epistemologica della psicologia?
La psicologia “moderna” come insieme di conoscenze, di ricerche e di applicazioni sulla mente umana, realizzate secondo canoni considerati “scientifici”, e come disciplina “istituzionalizzata” (cioè accettata sul piano culturale e sociale, e quindi insegnata in scuole e università, praticata da ricercatori e da professionisti in laboratori, in centri di assistenza e consulenza psicologica, in strutture scolastiche, lavorative, carcerarie e di salute mentale, dotata di riviste specialistiche, di collane editoriali e di Società, discussa in congressi nazionali e internazionali), ossia la psicologia come “scienza” e come “disciplina” ha origine, a parere di larga parte degli storici, tra la metà del XIX secolo e i primi decenni del XX in diverse nazioni europee ed extra-europee, con oscillazioni temporali in avanti o indietro secondo i paesi e le interpretazioni.
Ricostruire la storia di questa psicologia “scientifica”, ripercorrere e tracciare l’evolversi delle sue conoscenze, ricerche e applicazioni nel corso degli anni è un lavoro arduo e complesso, ancora in parte da compiere (se recente è il suo ingresso tra il novero delle scienze, ancora più recente è una sua storiografia), e presenta notevoli problemi e difficoltà.
In primo luogo, e più in generale, tali problemi sono legati alle recenti indicazioni metodologiche nei riguardi della storiografia della scienza, quali sono emerse dalla riflessione storica ed epistemologica contemporanea; indicazioni che, pur nella loro varietà, sembrano concordare sulla necessità di assegnare, per una significativa indagine storica, un posto di primo piano alla filosofia della scienza. Quest'ultima infatti, costruendo una serie di “metodologie o logiche della scoperta”, di modelli generali della dinamica scientifica, dovrebbe fornire allo storico delle “guide” per le sue indagini, dei “principi ermeneutici”, delle “grammatiche di lettura” per selezionare, organizzare e interpretare i fatti del passato, dei “programmi di ricerca” per portare alla luce nuovi dati. In questo caso, i “modelli di crescita della scienza” assumerebbero per la storia della scienza una funzione simile a quella esercitata da ipotesi o modelli teorici nell'impresa scientifica: mentre aiutano a ricercare, selezionare, organizzare e interpretare i fatti storici, sono a loro volta “controllati” da essi.
Storia e filosofia della scienza diverrebbero dunque strettamente congiunte, l'una indispensabile all'altra, secondo il ben noto (e citatissimo) aforisma che Lakatos ha parafrasato da Kant: «La filosofia della scienza senza la storia della scienza è vuota. La storia della scienza senza la filosofia della scienza è cieca».
Ma una storiografia attenta più che nel passato all'epistemologia (spesso solamente implicita, e per questo forse più subdola) presenta un grave rischio: quello di privilegiare troppo un modello della dinamica scientifica, forzando così l’interpretazione dei fatti e pervenendo a una ricostruzione se non falsa, fortemente incompleta, a una ricostruzione in fondo aprioristica che si adegua al modello di crescita della scienza assunto come base esplicativa.
Tuttavia, pur operando con le dovute cautele, ricordando cioè che le “logiche della scoperta” devono costituire per lo storico degli utili strumenti d’indagine e non delle rigide gabbie interpretative da sovrapporre ai fatti, per una adeguata storia della scienza queste indicazioni metodologiche non possono più essere ignorate.
Se “fare storia” vuole anche dire ricostruire un processo di eventi individuando i fattori e le cause determinanti, gli elementi esplicativi fondamentali e necessari, allora per tale ricognizione può essere conveniente e importante avere a disposizione diversi criteri di analisi, differenti bisturi epistemologici da affondare nel tessuto delle res gestae.
In questo senso, anche la distinzione tra “storia interna” e “storia esterna”, spesso criticata perché astratta, incerta e difficilmente applicabile ai casi concreti (che sono in genere un intreccio inestricabile di entrambi gli aspetti), e comunque dal significato non univoco (in quanto dipende dalla filosofia della scienza adottata), può svolgere un'utile opera di orientamento della ricerca, una proficua e indispensabile funzione euristica.
Se il problema di prestare un più attento e consapevole “orecchio” alla epistemologia riguarda tutta la storia della scienza, la storia della psicologia, per parte sua, deve fare i conti con un'ulteriore difficoltà, propria del suo specifico oggetto d’indagine. La psicologia, a differenza di altre scienze che a un certo momento della loro storia hanno potuto contare su un “paradigma” unico e ufficialmente accettato dalla maggioranza degli scienziati, è progredita attraverso un susseguirsi di nascite, sviluppi, conflitti e declini di scuole e correnti, caratterizzate non solo da teorie e metodi differenti, ma anche da presupposti epistemologici diversi.
Essa appare lacerata, più di quanto non siano le altre scienze, non solo in superficie, nella facciata teorica, ma anche in profondità, nello stesso scheletro epistemologico, a livello dei fondamenti e dei criteri di scientificità. Manifesta quindi un decorso più complesso di quello delle scienze naturali, le quali, pur se ricche di teorie alternative e contrastanti, in genere possono fare almeno affidamento su sistemi di riferimento metascientifici più stabili. La psicologia invece, ieri come oggi, si presenta piena di antinomie epistemologiche (Marhaba, 1976, 2008) e ciò complica l'indagine storica.
Questa particolare situazione, allora, suggerisce di tentare una ricostruzione delle assunzioni epistemologiche di fondo che stanno “dietro” e “sotto” il dipanarsi degli eventi relativi alla scienza e disciplina psicologica. La contemporanea storiografia della psicologia (influenzata anche dalla filosofia post-popperiana dei “modelli di crescita della scienza” che hanno riconosciuto l’essenziale e pervasivo ruolo della cultura e della società per il progresso scientifico), chiamata nel mondo anglosassone “new history of psychology” (Furumoto, 1989; Lovett, 2006), nelle sue ricostruzioni e interpretazioni storiche tende a prendere in esame “criticamente” tutti i fattori esplicativi dell’impresa scientifica, siano essi “interni” (riguardanti cioè gli aspetti strettamente scientifici e tecnico-specialistici connessi alla relazione teoria-fatti, al rapporto tra ipotesi teoriche e controllo empirico e sperimentale) oppure “esterni” (ossia relativi al retroterra filosofico-culturale, politico-sociale e istituzionale che accompagna l’attività di ricerca). Questo genere di indagine storica è stato anche definito “multifattoriale o della complessità”, poiché cerca di tener conto della molteplicità e complessità di tutte le componenti significative che entrano in gioco nel cammino della scienza, e si propone di prendere in considerazione e valutare tutto l’ingarbugliato intreccio di elementi tecnico-scientifici, filosofico-culturali e politico-sociali in azione nel processo di ricerca (Cimino & Dazzi, 2003).
Ebbene, proprio per adeguarsi a questo genere d’impostazione storiografica, diventa necessario soffermarsi anche sul problema epistemologico dello “statuto scientifico” della psicologia, e come esso sia stato posto e abbia trovato soluzioni diverse nel corso degli anni, dando luogo a correnti e indirizzi differenti; diventa essenziale delineare la traiettoria della disciplina concentrandosi sul problema centrale dell’oggetto e del metodo posti a fondamento di ogni scuola e orientamento psicologici.
Non si può disconoscere infatti come, proprio nei momenti di fondazione o di rivoluzione o comunque di contrasto tra molteplici correnti e quadri teorici (come nel caso della psicologia), le assunzioni epistemologiche di fondo relative all’oggetto, al metodo e ad alcuni principi meta-teorici, a loro volta collegate all’ambiente esterno filosofico-culturale e sociale, abbiano un peso maggiore. Da qui l’importanza di una storia epistemologica della psicologia, di vedere come si sia evoluta e modificata la “struttura epistemologica” della disciplina, di fornire una descrizione della gabbia di cemento che sostiene l’edificio e dei punti di maggior tensione, rimandando alle storie tradizionali per un resoconto dei tramezzi e degli infissi: fuor di metafora delle teorie, dei programmi di ricerca, delle tecniche d'indagine, degli esperimenti, delle applicazioni, ecc.
La storia della psicologia, dunque, ha bisogno che si scenda in profondità; essa è, infatti, soprattutto una storia di scuole in contrasto tra loro, di teorie e fatti contraddittori, di metodi alternativi, di scelte epistemologiche antinomiche; è una storia di drammatica lotta di idee, ovvero – secondo il modello filosofico di riferimento – di conflitti e successioni di “paradigmi” (Kuhn), di “programmi di ricerca” (Lakatos), di “immagini della psicologia” (Holton), di “tradizioni di ricerca” (Laudan).
Rappresentarla come un semplice intreccio di eventi, per quanto complesso e intricato, che si susseguono, significa precludersi la comprensione del perché di tante scuole e delle loro incompatibilità o convergenze, del perché di problemi irrisolti, di teorie e metodi abbandonati, di esperimenti falliti. Fornire un quadro più o meno esteso di teorie, di ricerche e di applicazioni, nonché di psicologi, di laboratori, di insegnamenti universitari, di riviste, di istituzioni, ecc., senza collegarlo alle scelte epistemologiche di fondo, significa presentare più una statica rassegna di avvenimenti, che una dinamica concatenazione di cause ed effetti, adoperare più uno sguardo che scivola in superficie, che una radiazione che penetra all’interno.
La scelta di parlare soprattutto di oggetto e di metodi della psicologia dipende dal fatto che nella loro determinazione consiste gran parte della dilemmatica di questa disciplina, una delle ragioni più profonde del suo dividersi in tante scuole, e del perché ognuna di esse indaghi prevalentemente solo alcuni aspetti della vita psichica. Per passare – come afferma Comte – dallo “stadio metafisico” allo “stadio positivo”, per diventare una scienza empirica e sperimentale, alla psicologia s’imponeva l’obbligo d’individuare un proprio statuto di scientificità, ossia di identificare un proprio oggetto, una propria metodologia e alcuni principi meta-teorici; ma questa messa a punto comportava già di per sé una scelta impegnativa.
«Fin dall’inizio la psicologia – nota l’epistemologo Filiasi Carcano – si è trovata di fronte a una specie di dilemma: perché, o essa accettava di seguire il modello fornitole dalle scienze naturali e rischiava così di svisare il suo oggetto specifico (e cioè propriamente la mente dell'uomo), o per mantenersi fedele alla peculiarità di questo oggetto doveva escogitare altri metodi, rischiando così di restare nel vago delle teorizzazioni filosofiche e di perdere i vantaggi propri del metodo scientifico» (Filiasi Carcano, 1970, pp. 1-2).
Ciascun metodo adoperato – per esempio gli esperimenti psicofisici o l’interpretazione psicoanalitica dei sogni – si applica solamente a una classe di fenomeni psichici (rispettivamente le sensazioni e i sogni) e ne tralascia tanti altri, prescindendo dalla “totalità” psicologica dell’uomo considerata come una meta lontana verso cui tendere. Ma questo “ritagliare” solo aspetti limitati e particolari della realtà psichica, non ne impoverisce o travisa il contenuto specifico, non rende in fondo lo sforzo di comprensione vano?
«Bene o male che sia, l'istanza di scientificità è legata all'impiego di tecniche riduzionistiche che contrastano forse con la complessità e spontaneità della concreta esperienza umana, ma che corrispondono in ogni caso a esigenze molto precise di raccolta delle informazioni e di elaborazione e controllo delle teorie» (ibid., p. 7). Tuttavia la psicologia «non può sacrificare la complessità del proprio oggetto alle esigenze riduttive di un metodo precostituito, ma si trova nella necessità di aprire nuove strade» (ibid., p. 3), di inventare nuovi approcci metodologici, di escogitare nuovi strumenti di indagine.
L’epistemologia moderna ha messo in luce la natura del rapporto tra oggetto e metodi di una scienza, nel senso che è sempre un “criterio di protocollarità” che “ritaglia” certi “oggetti scientifici” dalla multiforme realtà (Agazzi, 1976). Ma se da un punto di vista di struttura logica del discorso scientifico, di “anatomia” della scienza, il problema può risultare chiaro e permettere di prendere consapevolezza della pari dignità scientifica di teorie psicologiche diverse, da un punto di vista storico, di “embriologia” della scienza, il costituirsi di un oggetto e di un metodo appare un evento complesso, in cui entrano in gioco fattori molteplici filosofico-culturali, politico-sociali, accademico-istituzionali, primo fra tutti l’idea che l'uomo ha di se stesso.
Basti pensare a quali differenti criteri d’indagine può condurre il fondamentalmente diverso modo di concepire la persona umana come macchina fisico-chimica o come individuo capace di “intenzioni”. È dunque evidente come gli svariati e multiformi aspetti della “totalità uomo” abbiano sempre “premuto” per essere affrontati scientificamente, stimolando l'invenzione di nuovi metodi e quindi “ritagliando” differenti gruppi di oggetti scientifici. Così Freud segnalava altre categorie di fenomeni (sogni, lapsus, sintomi nevrotici) che reclamavano di essere presi in considerazione: il malato non può attendere! Da qui la molteplicità degli approcci e la molteplicità delle scuole con le loro particolari “fette” di vita psichica indagata; la polarità mai sopita, molla segreta della sua storia, tra oggetto e metodi della psicologia; il dualismo tra strumenti d’indagine più “scientifici” e “oggettivi”, ma più “poveri”, e strumenti meno “precisi” (per es. metodo clinico) ma capaci di cogliere meglio la ricchezza e complessità, la peculiarità della psiche umana.
La nascita della psicologia come scienza
La maggior parte degli storici, anche se dà inizio alla narrazione a partire dal mondo antico, sulle orme del pionieristico lavoro di Boring (1950), suole collocare l'origine della psicologia come scienza autonoma nella seconda metà dell'Ottocento, “individuarla” al suo sorgere come psicofisica e psicofisiologia, indicare in Helmholtz, Fechner e Wundt i suoi fondatori e addurre come ufficiale atto di nascita l'opera di Wundt, Grundzüge der physiologischen Psychologie (1873-74), o la creazione del laboratorio di Lipsia nel 1879.
Ma dietro queste scarne indicazioni, dietro questa sorta di «segnaletica stradale creata a posteriori come sussidio mnemonico per lo studente» (Boring, 1966), si cela l'ardua questione della “fondazione”, che si presenta come uno dei più spinosi problemi della storia della psicologia: il problema di determinare dove e quando nasca la psicologia come “scienza”, e in particolare se è giustificata l’affermazione che essa abbia avuto origine nella seconda metà dell’Ottocento (e non per esempio nel Seicento, in cui si suole collocare la genesi della scienza moderna) e che sia sorta in Germania e non anche in altri paesi europei. «La psicologia ha un lungo passato, ma solo una breve storia», scriveva Ebbinghaus (1910, p. 9) con una fortunata e citatissima espressione; ma stabilire dove e quando abbia fine la “preistoria” e inizi la “storia”, ossia termini il periodo “pre-scientifico” e cominci quello “scientifico”, non è affatto semplice.
Per analizzare tale problema, pensiamo sia utile affrontare separatamente due temi fondamentali, che naturalmente risultano strettamente connessi: (a) la distinzione tra psicologia scientifica e pre-scientifica; (b) i principali fattori che hanno determinato la nascita della “nuova” scienza.
Psicologia scientifica e pre-scientifica
“I fatti e gli atti di coscienza” o “fenomeni psichici” sono stati oggetto di studio e di teorizzazione fin dall'antichità. Di essi si sono occupati specialmente i filosofi, che hanno cercato di osservarli, registrarli, classificarli e sistemarli in teorie soprattutto in funzione dei problemi gnoseologici. In tal senso, già il De anima di Aristotele può essere considerato come un trattato di psicologia, e non mancano nei secoli successivi autori che hanno a lungo indagato la fenomenologia della mente (basti pensare a Descartes, agli empiristi inglesi – Hobbes, Locke, Hume –, ai filosofi scozzesi della fine del ’700, a Kant, ecc.).
Ma anche letterati, giuristi, astrologi e uomini di chiesa, oltre a medici e fisiologi, con motivazioni diverse, si sono interessati della psiche umana, lasciandoci opere piene di acute e mirabili osservazioni, di teorie brillanti e suggestive. Non si può negare, quindi, che si sia accumulato nel corso dei secoli un ricco bagaglio di esperienze e di conoscenze sulla fenomenologia della mente, fondato sull'introspezione e sull'osservazione,
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