Riassunti per l'esame di storiadell'educazione
La vergogna e il disgusto: confusioni nella pratica e nella teoria
In Florida, gli automobilisti condannati per guida in stato di ubriachezza sono tenuti ad esporre sul paraurti della loro auto cartelli adesivi che recitano: "conducente condannato per guida in stato di ebbrezza". Sanzioni di questo tipo sono finalizzate a provocare vergogna nel trasgressore e stanno diventando sempre più comuni come sanzioni alternative alle multe e alla carcerazione.
Stephen Carr, un vagabondo, vide due lesbiche che facevano l'amore nel loro campeggio e con un fucile uccise una e ferì gravemente l'altra. Si giustificò dicendo che la ripugnanza provocata in lui a quella vista gli aveva causato un disgusto e una ripulsione talmente travolgenti da indurlo al crimine. Il giudice che si trovò a capo di questo processo scrisse che "l'osceno deve essere definito in modo tale da includere un riferimento al disgusto e alla ripugnanza provocati dall'atto in questione nella persona media, conformemente ai criteri in uso nella comunità contemporanea". Non gli venne data una riduzione della pena. Altri imputati colpevoli, però, sono riusciti ad ottenere il riconoscimento di un'attenuante basandosi su una linea di difesa molto simile a quella del soggetto in questione.
La vergogna e il disgusto svolgono un ruolo eminente nel diritto, esattamente come nella nostra vita quotidiana. Esiste un'ampia discussione circa il fatto che la vergogna e il senso di disgusto debbano svolgere il ruolo che esercitano attualmente nel sistema giuridico americano. Ci sono idee contrastanti sull'opinione secondo cui la legge dovrebbe esporre i malfattori alla vergogna, e l'opinione secondo cui la legge dovrebbe proteggere i cittadini dalle offese alla propria dignità.
Etzioni ha dichiarato che la società migliorerebbe se i giovani spacciatori di droga, una volta sorpresi dalla polizia al loro primo reato, fossero mandati a casa con la testa rasata e in mutande. Buckley dichiarò, nel 1986, che ai gay affetti da AIDS si sarebbe dovuto praticare un tatuaggio sulle natiche. Alcuni, al contrario, ritengono che queste punizioni siano inadeguate perché offendono la dignità umana; altri ritengono invece che il problema stia nel fatto che queste sanzioni costituiscono una forma di giustizia sommaria, delegata alla piazza e che, per questa ragione, sono inaffidabili e incontrollabili.
Lord Devlin, nel suo trattato "L'imposizione della morale", sostiene che il disgusto provato dai membri medi della società, ci dà una forte ragione per dichiarare illegale un certo atto, anche se tale atto non reca danno agli altri. Questo perché la società non può proteggersi se non appronta una legislazione rispondente alle reazioni di disgusto dei suoi membri, ed ogni società ha il diritto di difendere e proteggere se stessa.
Un diritto senza emozioni?
Una possibile risposta sta nell'affermare che le emozioni sono comunque irrazionali e che è sempre un errore tenerle in grande considerazione nella costruzione delle norme giuridiche. Ma questo è un grosso errore! Prima di tutto perché un diritto privo di qualsiasi richiamo alle emozioni è impensabile perché la legge prende continuamente in considerazione lo stato emozionale delle persone (sia di chi subisce il crimine, che di chi lo mette in atto).
Parlando di emozioni, è importante capire che sono strettamente connesse con l'idea di vulnerabilità. Per capire meglio questo punto dobbiamo immaginarci l'esistenza di creature che siano realmente invulnerabili al dolore e completamente autosufficienti. Queste creature non avrebbero alcuna ragione di avere paura, perché nulla di grave potrebbe succedergli. Non avrebbero alcuna ragione di dispiacere, perché sono autosufficienti e non amano altro al di fuori di se stessi.
I filosofi stoici greci e romani sostengono che gli esseri umani potrebbero raggiungere una condizione simile a questa rifiutando di dare importanza a tutto quello che è fuori dal nostro controllo, quindi anche alle emozioni. Al contrario, emozioni come la paura, il dolore, la rabbia svolgono un ruolo fondamentale nella nostra vita, che è la vita di animali vulnerabili in un mondo fatto da eventi importanti che non potremmo mai controllare pienamente. Trascurando le cose che non possiamo controllare, noi trascureremmo gran parte della nostra umanità.
Tornando al termine "irrazionale", è importante sottolineare che è una parola ambigua, perché potrebbe stare a significare "privo di pensiero", come quando si dice (sbagliando!) che un pesce o un neonato sono "irrazionali". Proprio per questo motivo è sbagliato dire che tutte le emozioni sono irrazionali. In realtà le emozioni sono molto legate al pensiero, compresi i pensieri su ciò che per noi conta di più al mondo. Le nostre stesse emozioni incorporano pensieri, talvolta molto complessi, circa le persone e le cose che ci stanno a cuore.
Due emozioni problematiche
La tesi generale della Nussbaum sosterrà che la vergogna e il disgusto sono diverse dalla rabbia e dalla paura, nel senso che sono emozioni particolarmente soggette a una distorsione normativa e che quindi sono inaffidabili e inappropriate a fare da guida a una pratica pubblica, proprio a causa dei tratti specifici della loro struttura interna.
La rabbia è un tipo di emozione ragionevole da provare, in un mondo in cui è anche ragionevole preoccuparsi e avere paura di cose che possono essere danneggiate dagli altri. Il disgusto, sostiene la Nussbaum, è molto diverso dalla rabbia nel senso che il suo contenuto di pensiero è tipicamente irragionevole, poiché porta in sé idee magiche di contaminazione, impossibili aspirazioni di purezza, immortalità e non-animalità che sono in aperta discrepanza con la vita umana così come la conosciamo. Spesso il disgusto deriva dal fatto che non riusciamo a vivere facilmente con una coscienza troppo viva del fatto che siamo composti da sostanze vischiose e melmose che andranno in decomposizione fin troppo presto.
Lei sostiene il suo scetticismo nel considerare il disgusto come la base per la costruzione di una legge; questo anche perché nel corso della storia il disgusto è stato utilizzato come mezzo di esclusione ed emarginazione di gruppi e persone a cui è capitato di incarnare le paure e l'avversione del gruppo nei confronti della propria animalità e mortalità.
Lei adotta una posizione molto ferma contro il disgusto, sostenendo che questa emozione non dovrebbe mai costituire il fondamento primario nel rendere criminale una certa azione, e che non dovrebbe neppure svolgere il ruolo di circostanza aggravante o attenuante nel diritto penale, come invece accade in alcuni casi.
La vergogna è un'emozione più complessa, sotto due aspetti:
- Compare presto sulla scena della vita umana. Il senso di disgusto viene acquisito dai bambini dopo aver acquisito una certa capacità linguistica. Al contrario, la vergogna compare prima, alcune ipotesi pensano che si verifichi ancor prima di aver sviluppato il linguaggio. Questo anche perché è connessa con la richiesta infantile di controllo su tutti gli aspetti importanti del proprio mondo, che però non riesce ad avere per una situazione di dipendenza dall'adulto.
- C'è molto di più da dire sul suo ruolo positivo nello sviluppo della persona e nella vita sociale.
Vergogna primitiva è una vergogna strettamente legata alla richiesta infantile di onnipotenza e alla riluttanza ad accettare lo stato di bisogno. Essa rappresenta, al pari del disgusto, un modo di nascondere a noi stessi la nostra umanità, un desiderio di essere un tipo di creatura che non siamo, un modo inaffidabile in senso pratico perché spesso è legato al narcisismo e alla riluttanza nel riconoscere i diritti e i bisogni degli altri. È molto probabile che tutti gli esseri umani portino con sé una buona dose di vergogna primitiva, anche dopo averla superata in qualche modo.
Per questi motivi la vergogna è inaffidabile in senso normativo nella vita pubblica, nonostante abbia anche un potenziale positivo. La Nussbaum sostiene infatti che una società liberale ha particolari ragioni di inibire la vergogna e proteggere i propri cittadini dall'essere costretti a vergognarsi. Per lei questi atteggiamenti costituiscono una minaccia alla stabilità di una cultura politica liberale e progressista, della quale è sostenitrice.
La società che lei immagine nelle sue aspettative è, probabilmente, difficile da realizzare pienamente: una società che riconosca la propria umanità e che non si nasconda da essa; una società di cittadini che ammettano di essere tutti vulnerabili ed esposti al bisogno e che rinuncino alle richieste grandiose di onnipotenza e di perfezione che sono state al centro di una tale qualità di miseria umana nella storia, sia a livello pubblico che a livello privato.
È possibile che una società simile sia irraggiungibile perché gli esseri umani non tollerano di vivere nella costante consapevolezza della loro mortalità e della loro fragilità dei loro corpi animali. Una certa dose di illusione può essere necessaria per consentirci di attraversare una vita in cui ci ritroviamo presto diretti alla morte e in cui le cose essenziali sono al di fuori del nostro controllo. Quella che la Nussbaum promuove è una società in cui non ci siano le finzioni illusorie a governare il diritto e in cui noi ammettiamo di essere tutti bambini, riconoscendo che per molti aspetti non controlliamo il mondo. Questo, a suo parere, è un buon modo di procedere in una società liberale e progressista, vale a dire in una società basata sul riconoscimento delle pari dignità di ogni individuo e delle vulnerabilità intrinseche alla nostra comune umanità.
Le emozioni e la legge
Gli appelli alle emozioni
Judy Norman, dopo aver subito numerose violenze fisiche e verbali dal marito, una notte gli sparò mentre stava dormendo. Al processo, un perito della difesa testimoniò che la Norman aveva ucciso perché temeva che, se non lo avesse fatto, sarebbe stata condannata a una vita di torture e violenze atroci. Il richiamo alle emozioni rappresenta un fatto notevole nel diritto. La domanda che si pone la Nussbaum è: "in quale misura una società impegnata a garantire un rispetto liberale per il pluralismo dovrebbe occuparsi di giudicare le emozioni, e quindi le norme che esse implicano?" e "Di cosa parliamo quando parliamo di emozioni?"
La Nussbaum definisce le emozioni esperienze umane. Le emozioni principali includono tipicamente la gioia, il dolore, l'ira, l'odio, la pietà, il disgusto, la vergogna, la gratitudine e l'amore. Una cosa importante da capire è che le emozioni vanno distinte dagli stati d'animo che sono privi di oggetto, come per esempio l'irritazione o certi tipi di depressione, così come vanno distinte da stimoli corporali come la sete e la fame.
Emozione e credenza, emozione e valore
La Nussbaum sostiene più volte che considerare le emozioni come forze non pensanti è errato. Innanzitutto perché hanno un oggetto. Nel caso di Judy Norman, l'oggetto della sua paura era la prospettiva di essere uccisa dal proprio marito, oppure di essere costretta ad essere umiliata e picchiata per tutta la vita. L'oggetto della sua emozione è quindi un oggetto intenzionale, e il ruolo di tale oggetto nell'emozione dipende dal modo in cui esso è visto e interpretato dalla persona che prova l'emozione.
Nel caso di J.N, infatti, la sua paura era basata sul modo in cui lei vedeva la situazione in cui si trovava, cioè una situazione in cui la propria vita era minacciata dal marito. Un'altra caratteristica fondamentale delle emozioni, che le differenzia da stati d'animo e stimoli corporei, è che esse implicano credenze e talvolta credenze molto complesse, in merito al loro oggetto.
Aristotele insiste su questo punto nella "Retorica" dicendoci che spesso gli oratori creano o eliminano le emozioni nel pubblico inducendo gli spettatori a credere determinate cose circa la loro situazione. Per esempio, se io voglio far provare collera alla platea a cui mi rivolgo, per esempio verso i persiani, devo convincere le persone che i persiani hanno arrecato grave danno a qualche elemento su cui si basa il benessere dei presenti. Modificare un elemento all'interno di queste complesse credenze può provocare un cambiamento nelle emozioni del pubblico.
La spiegazione data da Aristotele è convincente: le credenze costituiscono una base essenziale delle emozioni. Ogni tipo di emozione è associato a una specifica famiglia di credenze in modo tale che se una persona non possiede o abbandona le credenze della famiglia in questione, essa non avrà o cesserà di provare l'emozione relativa.
Un altro punto importante sottolineato da Aristotele è che le credenze sono legate alle emozioni in modo molto stretto, tanto da far parte dell'essenza dell'emozione stessa. La paura implica una credenza relativa al verificarsi di possibilità nefaste in un futuro imminente. L'ira implica una credenza circa un danno che è stato provocato ingiustamente. Quindi risulta chiaro che le emozioni implicano una complessa famiglia di pensieri. Tutte le emozioni implicano valutazioni o giudizi sul loro oggetto e tutte stimano che tale oggetto sia importante piuttosto che futile o banale: non abbiamo paura di danni insignificanti, non ci arrabbiamo per minime mancanze di rispetto, non ci affliggiamo per la perdita di qualcosa che non ci interessa. Quindi noi proviamo emozioni soltanto in relazione a qualcosa che siamo già riusciti ad investire di una certa importanza nello schema dei fini e degli obiettivi legati alla nostra vita.
Esistono però anche delle emozioni autentiche che possono avere un oggetto vago: infatti si può avvertire una paura generalizzata intorno al proprio futuro o sentire una depressione generalizzata sulle proprie prospettive di vita. Queste sono comunque emozioni, e non semplici umori, perché hanno un oggetto e possiamo immaginare che cosa cambierebbe quello stato modificando le credenze che vi sono implicate. Il problema si fa complesso una volta che riconosciamo che le persone non sono in grado di individuare l'oggetto della loro emozione.
Comunque, quello che è fondamentale capire è che le emozioni implicano la concentrazione su un oggetto intenzionale nonché credenze valutative su quello stesso oggetto.
Emozioni, valutazione ed educazione morale
Se le emozioni non fossero legate alle credenze, se fossero soltanto ciechi impulsi simili a scariche elettriche, allora un genitore o un insegnante potrebbero influenzare le emozioni di un bambino soltanto mediante un processo di condizionamento comportamentale, allo stesso modo in cui potremmo insegnare ad una cavia di laboratorio ad attraversare un labirinto. Potremmo sperare che, collegando premi e punizioni al comportamento associato con l'emozione in questione, potremmo indurre le emozioni adeguate e scoraggiare quelle inappropriate. Ma ovviamente non è questo il comportamento con cui si comportano i genitori nella realtà: i genitori influenzano le emozioni dei figli influenzandone le credenze. Man mano che i bambini crescono, noi insegniamo loro delle valutazioni sempre più elaborate delle situazioni correlate alle emozioni. Insegniamo ai bambini che è giusto provare paura anche quando uno sconosciuto sorridente si avvicina loro offrendogli di fare un giro in macchina; oppure che è sciocco aver paura dell'oscurità. I bambini non provano una paura spontanea delle persone che hanno un diverso colore della pelle, difficilmente notano questo elemento come un qualcosa di importante, a meno che non venga fatto loro notare dagli adulti.
Per questa ragione è importante considerare le emozioni in senso aristotelico: l'odio razziale non può essere soppresso, ma può essere superato ragionando. Ma essere dell'opinione che le emozioni si modificano unitamente ai cambiamenti delle credenze non ci vincola necessariamente all'idea assurda secondo cui questi cambiamenti siano rapidi e facili.
Trascorriamo la nostra infanzia in uno stato di impotenza fisica che non ha praticamente eguali nelle specie animali e restiamo relativamente inermi per tutta la nostra vita in quanto alla capacità di soddisfare i nostri bisogni senza l'aiuto di altri. Per tutta l'infanzia la nostra capacità di comprendere il mondo tramite l'intelletto non viene accompagnata dalla capacità fisica di ottenere quello che vogliamo per noi stessi, quindi rimaniamo in uno stato di dipendenza verso gli altri. Inoltre, dopo aver superato una certa età, cominciamo a prendere consapevolezza della realtà della morte. Quindi non è sorprendente che immaginiamo una serie di modi per negare la nostra mortalità e animalità umana, né è sorprendente che le nostre emozioni riflettano questi conflitti.
Quindi la concezione aristotelica delle emozioni non deve essere associata all'idea ottimistica di Aristotele per cui le persone diventano pienamente virtuose se viene loro impartita una buona educazione. Può essere associata invece ad una visione più ricca e accurata dell'infanzia umana, che rende giustizia alle complesse tensioni e ambivalenze che sorgono nel processo umano dello sviluppo.
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