Riassunti per l'esame di storia dell'educazione
Che cosa insegna il mito?
La tensione ideale che dà ai racconti del mito slancio e forza è il comune sentire. Le storie raccontate e ri-raccontate appagano imprevedibili bisogni, insegnano cose importanti, suscitano emozioni, seducono e divertono. Gianbattista Vico, ne "La scienza nuova", interpretava il mito come il linguaggio figurato delle esperienze valoriali del mondo primitivo.
Fra Gorgoni e Gorgoneia
Chi è la Gorgone? È la nostra prima, stereotipata, forse vaga nozione di mostro femminile. Ancora oggi la lingua italiana se ne serve per indicare una donna spettinata, brutta, repellente. La parola greca "Gorgos" (spaventoso) evocava infatti una creatura ripugnante. Era questa la qualità postulata dall'Iliade, il più antico capolavoro della scrittura greca.
Il termine, nella mitologia greca e romana, passò dall’indicare una sola Gorgone ad indicare in seguito tre inguardabili sorelle dalla nociva chioma serpentina e dallo sguardo pietrificante. Due di loro erano immortali, Steno e Euriale, mentre la terza era mortale e il suo nome era Medusa.
Il genere gorgonesco, iniziato presso gli Assiri come divinità maschile, si è trasformato in vestigia di antiche influenze femminili nella Libia, considerata dalle fonti classiche come la patria delle Amazzoni; poi in maschera funebre, in simbolo apotropaico (che tiene lontani i malefici), in mostro femminile nella Grecia arcaica e nella tradizione attica. In seguito, nelle leggende sarde tardo-medievali, in contrapposizione rispetto a quelle prevalenti del periodo, veniva apprezzata come icona della libertà. Infine è esplosa nel femminismo contemporaneo ora come personificazione dello stupro, ora della creatività, ora della sovversione femminile.
Una delle più vecchie e spaventose Gorgoni dell'arte greca risale al VIII secolo a.C. (1700 a.C). Le sue fattezze ripugnanti furono minuziosamente annotate sullo scudo di Eracle: le Gorgoni sono ritratte durante l’inseguimento di Perseo, dopo la decapitazione della sorella, la cui testa "da terrificante mostro" sormonta la scena. Le Gorgoni hanno dato fondo ad ogni tipo di fantasie: c’era chi le apprezzava con ali d’oro, sfacciati artigli, lunghi denti da cinghiale o zanne, immancabilmente accompagnate da serpenti.
Il mito racconta anche che Medusa si accoppiò con Poseidone, nel tempio di Atena, dando origine alla versione inventata per la prima volta da Ovidio, secondo cui Atena, disgustata da questo affronto, si vendicò trasformando la ragazza in un essere sgradevole e ripugnante: le mani erano state trasformate in pezzi di bronzo; erano state fatte comparire delle ali d’oro e ricoperto il corpo di scaglie; i denti erano diventati simili alle zanne di un cinghiale i capelli erano stati trasformati in serpenti ed al suo sguardo aveva dato la capacità di trasformare all'istante in pietra chi la guardasse negli occhi. Medusa fu uccisa da Perseo, che le mozzò la testa guardando la sua immagine riflessa sul suo scudo lucido come uno specchio, donatogli dalla dea Atena. Quando tagliò il capo, dal collo della Gorgone uscirono i figli che aveva generato dopo la notte con Poseidone: Pegaso e Crisaore. Secondo Ovidio, dal suo sangue nacquero anche il corallo rosso e Anfesibena.
Venerabili mostri
In che modo i mostri si sono assicurati longevità e universalità? Procurando agli esseri umani le emozioni più potenti ed efficaci: la paura e la fascinazione. Il mostro diventa, quindi, un prodotto delle attività simboliche psichiche e sociali, personificando tutto quello che di pericoloso e di orribile produce la nostra immaginazione, sono le sue incontrollabili creature.
Nelle favole greche i mostri sono stati per lo più femminili. L’educazione ateniese preferiva questo genere di spauracchi per controllare il comportamento dei bambini. Li spaventava infatti con l’idea di essere morsi, rapiti e inghiottiti da entità armate di serpenti tenuti in mano o alla cintura. "Non andare là, altrimenti chiamo la Gorgò che ti porterà via e ti divorerà!", questa era una delle minacce più comuni nelle favole dell’educazione ateniese: il fine era quello di far piangere, di far provare ripugnanza e terrore ai futuri cittadini di Atene.
Il mito ateniese di Perseo riuscì perfettamente ad infiammare intere generazioni maschili sulla necessità della battaglia contro il mostro dalle mille teste di serpente. I miti antichi, medievali, moderni e contemporanei hanno insegnato e continuano ad insegnare che i mostri sono il contrario dell’eroe, anche se servono a compiacerlo nel suo ruolo di difensore dell’ordine del mondo.
L’irreal epopea del mostro racchiude eventi interiori ed esteriori di estremo realismo. La sua distruzione, per mano maschile, serviva a riscattare l’esistenza umana da incontrollabili impulsi selvaggi, da istinti ancestrali, dalla cecità delle umane necessità e il mondo dal cupo caos.
Almeno dieci racconti greco-romani su Medusa
Con Omero, ritenuto l’autore dell’Iliade e dell’Odissea, la Gorgone fece la sua prima comparsa nel mondo della scrittura sotto forma di mostro femminile con serpenti al posto dei capelli. La sua testa, per lo sguardo insistente e fisso, era già memoria viva nel mondo quotidiano degli oggetti, delle facciate delle porte dei palazzi e dei templi.
Dipinta sugli scudi e scolpita sugli edifici ammutoliva i nemici e spaventava i demoni. Possedeva la forza protettiva del simbolo apotropaico. La sua immagine, originariamente usata nel mondo greco arcaico come maschera rituale, risvegliava i tormenti della paura e toglieva il respiro. Si palesava nella furia delle battaglie. Nell’Iliade si guadagnava la fama sugli scudi di Atena e di Agamennone. Nell’Odissea perpetuava nell’Ade la sua identità di mostro sotterraneo.
Venne poi accolta, intorno al VIII secolo a.C. (1700 a.C) da Esiodo nella sua Teogonia, che portava il numero delle Gorgoni a tre: Steno, Euriale e Medusa. Qui erano diventate figlie di divinità marine: di un Dio, Forco, e di un mostro, Ceto, vivevano nelle remote e cimiteriali Esperidi. Medusa, dal triste destino, era l’unica mortale e l’unica fertile. In questo libro si ha l’impressione che Medusa, di fronte ad un Dio (Poseidone) e ad un uomo (Perseo), provi uno stupore incondizionato, silenzioso e deluso, tanto da non sfoggiare sguardi cupi né ad inarcare creste da rettile. I contemporanei di Esiodo insegnarono ai figli che la donna era lo strumento dell’infelicità umana e che anche le belle dee non avevano niente di desiderabile né di prezioso. Si rallegrarono così della vittoria di Perseo e raccontarono di volta in volta le storie ostili verso le donne immortali, mortali e mostruose.
Pindaro per primo l’aveva vista con la testa variegata di chiome di serpi recare "morte pietrificante" e aveva udito con chiarezza i "funerei lamenti delle violente sorelle".
Nel II secolo d.C. (1000 d.C), sotto il nome di Apollodoro, veniva ufficialmente depositato in una delle più complete raccolte mitografiche dell’antichità il seguente ritratto: "Le Gorgoni avevano teste avvolte da scaglie di serpenti, zanne grosse come quelle dei cinghiali, mani di bronzo e ali d’oro, con cui potevano volare. Tramutavano in pietra coloro che le guardavano. Perseo si avvicinò alle Gorgoni addormentate e, tenendo la testa girata e lo sguardo rivolto a uno scudo di bronzo in cui vedeva riflessa l’immagine di Medusa, le tagliò la testa."
Due secoli prima, Diodoro Siculo aveva preferito la terra libica; dove faceva risuonare i passi guerrieri di varie tribù di donne, su tutti rimbombavano quelli delle Gorgoni e delle Amazzoni, che indossavano armi fatte con pelli di serpente. Le violente battaglie per la conquista del paese e di altre regioni del mondo fra le Amazzoni, capeggiate dalla regina Mirina, e le Gorgoni, guidate dalla regina Medusa, facevano sprofondare i popoli nel dolore e nella distruzione. Ma con l’arrivo del fiero Perseo e di Ercole, che sconfiggendo entrambi gli eserciti uccidendo le loro condottiere, evitarono la fine del mondo: il genere umano fu salvo perché furono liberati i popoli dominati dalle donne. Questo racconto è stato probabilmente scritto tra il 60 e il 30 a.C.
Fra le ultime storie del mondo greco abbiamo quella razionale di Pausania (110-180 d.C) che forniva un resoconto su dove e come le Gorgoni recitassero la loro parte nell’arte e nell’architettura greca. Qui abbiamo due versioni:
- Medusa era vista come una guerriera, regina della Libia, supremamente bella. Era per questo che Perseo, dopo averla uccisa, le avrebbe tagliato la testa per motivi estetici, per mandare in estasi i Greci con una prova tangibile della ineguagliabile perfezione fisica della sovrana.
- Medusa appariva come una vigorosa selvaggia, una sorta di minorata mentale, frutto di qualche razza primordiale, mostruosa, che si era imbattuta per caso negli umani che le negarono, infastiditi dalla sua presenza, il permesso di sopravvivenza. Anche in questa versione, comunque, venne uccisa poi da Perseo.
Secondo Henri-Irénée Marrou, specialista dell’educazione antica greca, la polis, che aveva escluso le donne, non era però affatto impensierita dalle esperienze sessuali tra un adolescente e un adulto dello stesso rango sociale. Questa pratica rispondeva al bisogno di far raggiungere la maturità attraverso una forte passione. Marrou ha intuito infatti molto bene l’efficace e implicita base emotiva che sorreggeva l’ideale misogino di virilità totale. La relazione omoerotica maschile aiutava il ragazzo ad uscire dal mondo femminile, dove aveva trascorso i primi sette anni, a socializzare e ad apprendere quel "cameratismo guerriero", fondamentale per la sopravvivenza della comunità maschile nella polis. Per la paideia classica la philia, intesa come uguaglianza, reciprocità, simmetria, era esclusiva delle relazioni tra uomini. Pertanto anche la parola "eros" nei testi dell’epoca è raramente impiegata per esprimere rapporti tra i due sessi, ed è quasi sempre riservata al legame omosessuale. Parallelamente non era ammessa l’influenza femminile nelle questioni politiche e nell’educazione dei futuri cittadini. I figli dei Greci vennero così educati a coltivare l’orgoglio del proprio sesso, a sentirsi offesi con grande facilità se paragonati ad una donna, a sentire come un dovere morale la propria superiorità. E probabilmente non c’è stato un ragazzino aristocratico che non si sia identificato in Perseo che tagliava la testa di Medusa per sconfiggere le tenebre con la luce, il caos con l’ordine.
Due passi con lo spauracchio
Per i Greci dell’età classica Perseo era un eroe ancestrale che aveva portato la testa di un mostro ad Atene. Ma per gli storici contemporanei, gli antropologi, i mitologi e per le studiose femministe è risultato difficile prendere sul serio questa storia, quindi si è dato il via a nuove ipotesi.
L’umanista Robert Graves, ha individuato le origini della Gorgone nella dea serpente, simbolo nella Libia delle Amazzoni, della saggezza femminile. A sua volta, Barbara Walker, l’ha ritratta come rappresentante del ciclo della natura e del tempo. Frazer, antropologo inglese, considerava Medusa come il prototipo della rappresentazione del tempo, in particolare dell’ignoto, nascosto futuro, e di un fenomeno naturale, la morte: nessun essere umano avrebbe potuto sollevare il velo che la copriva, perché guardarla in faccia significava essere trasformati in pietra, cioè in statua funeraria. L’uso di velare il volto, soprattutto nei paesi africani da cui proveniva il mito di Medusa, era segno sia di sovranità sacrale sia del tabù che vietava di mostrare la faccia per impedire che le cattive influenze entrassero o uscissero dal corpo. È stata principalmente questa interpretazione a evocare il tema centrale del tabù del mestruo collegandolo a quello dell’occhiata letale. Si può presumere che, per questa via, si sia progressivamente affermata la credenza comune secondo cui lo sguardo di una donna mestruata era dotato di poteri magici.
Nel Novecento i boscimani del Sud Africa erano ancora dominati dalla paura di essere paralizzati dall’occhiata di una fanciulla mestruata, mentre in Libano i contadini cercavano di scongiurare le sciagure causate dalla donna con il ciclo, la cui ombra avrebbe persino il potere di arrestare il movimento dei serpenti.
Negli Stati Uniti diversi studi sociologici e antropologici hanno affrontato i tabù secolari sulle donne durante il ciclo, evidenziando come questa categoria venisse assunta a prototipi dell’inferiorità femminile. La ricostruzione dei valori ascritti al sangue mestruale è stata indispensabile per la comprensione delle mentalità primitive, dove il misterioso fenomeno aveva annodato insieme paura, meraviglia e fiducia nei suoi poteri sovrannaturali. Si è quindi presupposto che, grazie a questo fluido magico, le dee siano state adorate e le comuni mortali onorate.
Fulgenzio, scrittore tardo-latino, nella sua versione del mito racconta che il re Forcide aveva lasciato alle tre figlie il regno e tutte le sue ricchezze e Medusa era diventata la più potente, grazie all’abilità nell’amministrazione e nella coltivazione delle terre. Il nome "Gorgo" aveva quindi il significato letterale di "agricoltore"; mentre la lunga chioma serpentina alludeva semplicemente alla sua capacità di governare patrimoni ed averi. Fulgenzio, non avendo particolare ammirazione per Perseo, lo descrive infatti come un avventuriero senza scrupoli, pronto ad uccidere la povera ragazza pur di impadronirsi di tutti i suoi possedimenti, sostanza e territori.
Metamorfosi
Ovidio, nella sua "Metamorfosi", scrive che: "(…) dalla testa della Gorgone caddero alcune gocce di sangue che, assorbite dal suolo, diedero vita a molte specie di serpenti: per questo motivo quella terra è infestata ad un’infinità di rettili pericolosi." Ci dice anche che, da quelle gocce di sangue, si generò il mitico Anfisvena, dotato all’estremità del corpo di due teste che andavano in senso opposto. Da quelle gocce erano usciti anche i figli generati con Poseidone: Pegaso, il cavallo alato, e il fratello Crisaore, un gigante in seguito scomparso dal mercato mitologico. Da quelle stesse gocce erano germogliati anche ramoscelli acquatici.
Quello che Ovidio cerca di trasmettere è un senso di rinascita dopo la disfatta. Colpisce con forza inaudita la certezza che gli esseri umani possono diventare fiori, alberi, animali, minerali. Le gocce di sangue sulla terra e nell’acqua hanno portato doni al regno animale, umano e minerale: serpenti, un cavallo alato, un gigante e coralli. Toccati dal rosso i coralli hanno imboccato la strada dei poteri speciali: sotto forma di ornamentali collanine hanno protetto i neonati dal malocchio e sono scivolati negli impianti medici con i loro talenti coagulanti e antiemorragici.
Il mio nome è rosso
Il rosso per molti popoli e in molte credenze europee e asiatiche è il colore del fuoco, del sangue, del principio vitale. Bisogna anche dire che ci sono due tipi di rosso:
- Maschile: sontuoso, diurno, che ha aspirato alla colonizzazione sacra e profana della bellezza solare, del trionfo dell’eros, è il colore dei guerrieri, dei conquistatori, dei generali, dei nobili, dei patrizi romani, degli imperatori bizantini, è il segno distintivo del potere supremo.
- Femminile: è un rosso profondo, notturno, cupo, funereo, impuro. Un rosso in negativo. Smorzato dai toni lunari, oscuri, torbidi del mestruo. Eppure in tempi remoti era stato un rosso eccitante, aveva racchiuso in sé l’impronta della creazione e della fecondità.
Per la tradizione indù, gli indiani d’America, il sangue mestruale evocava la dea della creazione in tutte le sue forme. Nonostante la diversità dei soggetti, delle epoche e delle culture, il sangue mestruale era per tutti il segno del succulento mistero della procreazione e il suo colore una tonalità sublime per ogni produzione artistica.
L'antico sugo
Le innominabili mestruazioni cominciano ad avere un posto d’onore fra gli eventi storici. La rivoluzione umana, secondo alcuni archeologi, è iniziata con l’arte primitiva della pittura del corpo in Sud Africa, facendosi poi strada anche nel resto del mondo. Secondo Knight il primo messaggio culturale è stato il risultato dell’interazione rivolta al gruppo maschile da parte di quello femminile: la scelta delle donne di tinteggiarsi il corpo di rosso serviva deliberatamente a orientare il comportamento maschile. La tinteggiatura in rosso sul corpo e sul viso esprimeva il desiderio di trasformare il flusso in un emblema pubblico carico di molteplici messaggi.
Il sangue mestruale per le nostre progenitrici ha costituito l’anello di congiunzione per socializzare in modo solidale (necessitavano di aiuto reciproco anche per il parto e per la cura della prole). Le donne del paleolitico, quindi, non appaiono come semplici strumenti delle forze fisiche e delle pulsioni maschili, ma creature con talenti e sentimenti autonomi che erano riuscite in qualche modo a regolare se stesse, a connotare i loro comportamenti, a trascinare le loro esperienze sotto la guida dei simboli, a cominciare dal grande effetto plastico delle rosseggianti pitture corporee inventate con il loro sangue.
La storia dei colori fornisce infine la prova che il rosso è stato un colore principe per l’antichità.
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