Storia del pensiero economico
Le origini del pensiero economico
Il pensiero economico per come è oggi nasce con l’avvento del capitalismo a fine XVIII secolo, prima aveva una forma totalmente differente causa la struttura economica diversa della società. Prima vigevano un’economia di sussistenza legata al feudalesimo. Per economia di sussistenza si intende un mercato in cui gli individui non producono con finalità di interesse ma di sopravvivenza, il lavoro è frutto dei beni necessari per progredire la vita e non per migliorarla, una situazione frutto delle condizioni culturali vigenti: schiavitù, influenza di guerre ed epidemie, basso sviluppo tecnologico, esposizione alle calamità naturali, tradizionalismo dogmatico della religione e della morale da essa imposta ecc. Il pensiero economico aveva come indirizzo l’ambito morale del commercio non tanto quello della pragmaticità relativa al suo funzionamento.
Il carattere morale dell’analisi primitiva del pensiero economico si rifletterà su quella che sarà chiamata “legge naturale” dai primi economisti classici (Smith e Ricardo). I primi a parlare di economia furono Platone e Aristotele (microeconomia) la cui chiave di differenziazione sta nel fatto che Platone è per una gestione comunitaria degli scambi mentre Aristotele per una gestione privata. Questa differenza è data dal contesto in cui i loro pensieri si sviluppano, da un lato quello della polis-centrica, dall’altro quello della globalizzazione antica a seguito delle conquiste Alessandrine. Entrambi concordano sullo stato di natura che detta le basi della classificazione sociale.
A seguire si tiene conto del pensiero scolastico in particolar modo di Tommaso d’Aquino (la scolastica si può vedere come l’intelligente applicazione delle leggi metafisiche della dottrina platonico-aristotelica ai principi cristiani della patristica). Contesto economico feudale, società divisa tra servi, signori, nobili e ecclesiastici, feudi quasi completamente di proprietà della chiesa e del re che li concedevano a nobili e signori, un’economia agricola e di sussistenza in cui i rapporti di scambio erano basati sulla tradizione e sulla conservazione delle autorità. I temi principali sono: il giusnaturalismo della proprietà privata, la condanna dell’usura, e il giusto prezzo. Il denaro inizia a essere inteso come efficace sostituto del baratto nelle forme di scambio, ma si condanna il prestito, ovvero la pratica di ricavare denaro dal denaro, che quindi non ha un valore vero e proprio. I prestiti erano ritenuti usura quando il tasso di interesse applicato sforava il 10%.
A contrastare l’usura (in particolare degli ebrei) ci furono i discepoli di San Bernardino che costituirono i Monti di Pietà. Il capitale di queste fondazioni, da destinarsi alle famiglie più povere per incentivarle a non richiedere prestiti, era donato spontaneamente da famiglie abbienti in cambio di indulgenze plenarie. La costituzione di questi enti aveva come finalità principale l’estromissione della comunità ebraica dalla diffusa pratica usuraia da loro svolta. Tommaso sostiene che il prezzo delle merci deve essere quello che è generalmente per il mercato in assenza di frode o al di fuori di un contesto monopolistico, attribuzione al prezzo di un valore normativo e non descrittivo. D’altronde tra il XII e il XIII secolo erano le autorità stesse a definire i prezzi di mercato.
Bullionismo e mercantilismo
Nella fase di fondazione degli stati moderni e del lento passaggio da un’economia feudale di sussistenza a una prettamente capitalistica, nel corso del XVI-XVII secolo si sviluppa un’economia precapitalistica improntata nel periodo coloniale sulle logiche del commercio internazionale, nel corso di tutto l’arco temporale sul capitalismo agricolo (economia di scambio). Il passaggio da un’economia di sussistenza a una di scambio avviene per due ragioni: la deframmentazione del potere riunita in uno centralistico con la capacità di tassare la popolazione e gestire i tassi di interesse; la formazione della nuova borghesia commerciale come ceto sociale inquadrato nel nuovo contesto culturale.
Le nuove scoperte geografiche, la colonizzazione e l’importazione di una quantità ingente di metalli e pietre preziose porta alla strutturazione di due correnti di pensiero: mercantilismo e bullionismo (macroeconomia). I bullionisti di base sostenevano che il profitto si generava accumulando riserva aurea che costituiva la vera forma di ricchezza di un paese. Motivo per cui un metodo per garantire l’accrescere della riserva aurea d’un paese era l’accettare pagamenti in oro ed effettuare versamenti in argento. Il periodo bullionista prende anche il nome di bilancia dei pagamenti per questa ragione, era utile far affluire ricchezze nel paese per poi commerciare i prodotti finiti finanziati con l’importazione aurea dagli stati colonizzati, tesoreggiamento.
La seconda fase del mercantilismo invece prende il nome di bilancia commerciale. Il più grande contributo del mercantilismo fu il capire che un dogma del pensiero economico è l’indagare la causa della ricchezza delle nazioni. Dai bullionisti i mercantilisti riprendono il concetto per cui la ricchezza di uno stato si misura sullo stock (staticità) di metalli preziosi. Riprendono anche la visione conflittuale dell’economia secondo cui il guadagno di uno stato si associa sempre alla perdita per un altro, in quanto la ricchezza del mondo è vista come statica e fissa, ma movibile tra uno stato e l’altro. La ricchezza di uno stato mercantilista si basa sul saldo attivo della bilancia dei pagamenti e sulla politica protezionistica. Per mantenere attiva la bilancia dei pagamenti lo strumento sono i salari bassi, per avere prezzi bassi di mercato, che stimolano gli stati concorrenti a comprare beni e favoriscono l’esportazione. La politica protezionistica imponendo dazi sull’importazione di merci dagli stati concorrenti sfavorisce l’afflusso di beni e ne aumenta la produzione interna.
La figura economica in epoca mercantilista era il mercante che assume il controllo e organizza una prima forma di lavoro salariato. Nasce a fianco della borghesia mercantile la figura del salariato, operatore pagato per lavorare dal mercante. Se in epoca bullionista lo stato aumentava i tassi di interesse per permettersi un maggior potere d’acquisto sui metalli preziosi in epoca mercantilista si abbassa per permettere ai mercanti di esportare più prodotto e aumentare il PIL del paese. Ultimo contributo fondamentale del mercantilismo è una prima definizione di inflazione: infatti si sosteneva che i prezzi aumentavano a causa dell’aumentare di moneta in circolazione, moneta che aumentava visto l’aumento dell’ammontare delle riserve auree dei paesi europei. Se c’è una disponibilità maggiore nella produzione di moneta, la moneta perde potere d’acquisto, perciò, i prezzi dei beni aumentano.
Hume (mercantilista liberale) criticò l’idea secondo cui fosse possibile ottenere sempre un effetto positivo dalla bilancia del commercio. Questo perché se un paese si limita all’esportazione l’effetto che ottiene è quello dell’afflusso solo di moneta, ma un accrescere della moneta causa un aumento dei prezzi (per via della diminuzione del suo potere d’acquisto). L’aumento dei prezzi ha come effetto l’aumento delle importazioni, in quanto i consumatori preferiscono acquistare all’estero a prezzo più conveniente. Questo dimostra l’impossibilità logica della bilancia di commercio mercantilista.
La nascita del modello capitalista
Una prima virata verso il pensiero economico moderno la si ha con la rivoluzione scientifica di fine XVI secolo (Newton, Galileo) che introduce una separazione importante tra analisi morale (metafisica) e analisi pratica (fisica), che poi sarà l’analitica scientifica del commercio e degli ambiti della produzione che interesseranno l’economia. A seguito della nascita dell’economia di scambio, con ancora diversi tratti feudali si passerà, specialmente grazie alla rivoluzione industriale, a un’economia di stampo capitalista. L’economia capitalista è quella che detta le basi per la scienza economica per come la si conosce oggi.
La società feudale formata da nobili e servi si trasforma in capitalista formata da borghesia imprenditoriale e classe operaia. Se la prima era un’economia di sussistenza volta all’autoconsumo, questa è un’economia volta alla produzione, allo scambio e alla generazione del profitto. È una transizione lenta e non omogenea nello spazio e nel tempo. I due grafici mostrano rispettivamente la crescita del PIL medio europeo con un picco a partire da metà XIX secolo e il secondo la crescita urbanistica e di ampliamento dei mercati internazionali a partire dal 1500. Si noti come l’avvento delle economie di scambio e di quella capitalista abbiano portato a un incremento esponenziale dei livelli di efficienza e produttività umana, della popolazione, della quantità di ricchezza e dell’urbanizzazione.
William Petty
Petty è un autore che si colloca nello spazio teorico di transizione tra l’economia di scambio del periodo colonialista e la vera e propria economia capitalista. Importante la rivoluzione metodologica del pensatore che introduce l’aritmetica politica, ovvero un metodo differente da quello classico individuato dalla scolastica (logico-deduttivo) che aveva invece radice nella nuova rivoluzione scientifica: l’aritmetica politica di Petty intende infatti analizzare fatti economico-sociali in chiave quantitativa in termini di misura, peso e lunghezza applicazione del metodo scientifico all’analisi macroeconomica.
Un’altra importante differenza metodologica introdotta in campo economico da Petty è la netta separazione tra ambito scientifico (quantitativo) e morale (qualitativo). Ancora vi è la differenziazione dello stato come corpo politico e sistema fiscale che in quanto stato nazionale ingloba tutte le attività produttive all’interno del paese (l’identificazione dei legami tecnologici e della differenziazione settoriale sarà invece un contributo di Quesnay). È interessante la posizione dell’autore in merito al ruolo della moneta e al parallelismo svolto con l’anatomia umana: Petty paragona la moneta al grasso nel corpo umano, riserva di energia, le cui abbondanza o scarsità possono duplicemente presentare un problema, differenza importante con i bullionisti, il denaro va speso e rimesso in circolazione non accumulato; tuttavia, concede una grande importanza alla riserva aurea del paese che da potere d’acquisto comunque subordinandone la valenza alla capacità e all’efficienza produttiva che sono i veri motori della ricchezza. (è in accordo con la bilancia dei pagamenti, in questo senso propone un’imposta diversa a seconda del reddito, commisurata alla spesa e alla ricchezza effettiva).
Quindi una riforma fiscale è di fondamentale importanza per tutelare i livelli di tassazione, per controllare l’importazione di metalli preziosi e garantire l’efficienza produttiva del paese. Per quanto riguarda il mercato, sostiene che in assenza di regole il prezzo è determinato dal venditore di competenza mentre l’acquirente deve stare al prezzo imposto dal venditore (è determinato dall’abilità contrattuale delle parti). La definizione di un mercato regolare permette di assegnare dei prezzi stabili alle merci. Petty distingue 4 tipologie di prezzo:
- Prezzo naturale: dipende dallo stato delle conoscenze tecnologiche e dalle condizioni di sussistenza dei lavoratori.
- Prezzo politico: tiene conto anche dei costi sociali (disoccupazione nascosta).
- Prezzo corrente: che corrisponde al prezzo politico espresso in termini della merce valutata come unità di misura.
- Prezzo effettivo: formato dalla somma delle cause intrinseche che determinano il prezzo politico più le cause contingenti del prezzo corrente.
Per Petty il prezzo ottimale è il prezzo naturale che per gli economisti classici corrisponderà al prezzo politico in quanto prezzo che domina il mercato poiché dipendente dalle condizioni di produzione. Petty modifica quello che era il concetto di sovrappiù, se in epoca medievale il sovrappiù consisteva nei beni che non erano di sussistenza, ora il sovrappiù diventa la rendita, ovvero quella parte di produzione non necessaria per la sopravvivenza del produttore che quindi può rivenderla per incassare moneta. Esattamente come per Adam Smith la produttività e l’efficienza del lavoro sono i fattori determinanti della quantità di sovrappiù generato.
Teoria del valore (lavoro-terra): Petty non fa distinzione tra lavoro (salariati) e terra (capitale investito), ritiene semplicemente che il prezzo delle merci sia il frutto del valore contenuto in esse che è dato proporzionalmente dalla quantità di lavoro e/o terra che sono stati impiegati nel processo produttivo. Il problema di circolarità che si presenta con questa teoria del valore è che anche gli stessi mezzi di produzione non sono che dei prodotti, e quindi il valore della merce dovrebbe dipendere dal valore dei mezzi di produzione e così via in un circolo vizioso.
La fisiocrazia (Quesnay, Locke, Mandeville, Cantillon)
La fisiocrazia è identificata come la prima scuola del pensiero classico (sviluppatasi a fine XVIII secolo nel nord della Francia), di breve durata in confronto ai 250 anni di mercantilismo. Obbiettivo dei fisiocratici è a differenza dei mercantilisti perseguire l’ordine naturale (che coincide con lo stadio di ricchezza del paese). Se quella mercantilista è una logica ancora di scambio, quella fisiocratica è una logica capitalista (capitalismo fondiario, agricolo). Compito della scienza economica è dunque perseguire l’ordine naturale che coincide con la massimizzazione del profitto di una nazione.
Concetto base della scienza economica fisiocratica è che il sovrappiù o il prodotto netto si genera solo in agricoltura, mentre la manifattura costituisce una fonte improduttiva, che non genera profitto. Abbiamo quindi un settore fertile (agricoltura) e un settore sterile (artigianato-manifattura). È importante definire il concetto per cui il prodotto netto o sovrappiù o profitto si forma solo ed esclusivamente con l’agricoltura. Quest’idea è resa dalla cartina a fianco che mostra a che livello fosse lo sviluppo agricolo nella Francia di fine diciottesimo secolo.
Differenza importante col mercantilismo (in concomitanza con Petty): la ricchezza non è rappresentata nello stock delle merci ma dal loro flusso, non il tesoreggiamento ma lo scambio. Il sovrappiù assume un valore diverso, in quanto il prodotto netto è la vera fonte di ricchezza in quanto materiale da reinvestire per generare altro prodotto netto (logica prettamente capitalistica). Il prodotto netto si origina dalla produttività del settore agricolo, una maggiore fertilità della terra garantisce una quantità maggiore di prodotto netto. La distribuzione della ricchezza è tra tre classi sociali: salariati (affittuari agricoli), proprietari fondiari e artigiani, questo processo distributivo è descritto nei Tableau Economique.
Introdotti da Francois Quesnay: è uno dei primi a individuare produzione e scambio come due elementi fondanti di un’economia di stampo capitalista, lo scambio dei prodotti finiti genera il prodotto netto che a sua volta può essere reinvestito in una quantità sempre maggiore di fattori produttivi, aumentando così la ricchezza del paese e imboccando la strada verso l’ordine naturale. Forse il più grande contributo a quella che diventerà l’economia classica è attribuire alla materia un concetto di circolarità, che si evidenzia nel Tableau (le posizioni di manufatti, moneta e prodotti sono le medesime all’inizio e alla fine). Ma anche la descrizione del sovrappiù come del prodotto netto del ciclo produzione-scambio e l’identificazione della precisa attività svolta in campo economico dalle diverse classi sociali. Il grande limite delle teorie fisiocratiche era l’assenza di una teoria del valore come c’era per Petty.
Adam Smith
Smith è l’autore che apre le porte agli economisti classici facendo dell’economia una vera e propria scienza sociale descrittiva e analitica. La sua analisi avviene nel pieno sviluppo del capitalismo industriale inglese (fine XIII secolo) e in un momento di fortissima crescita economica e demografica; questi fattori influiscono molto sulle considerazioni positive di Smith in merito al capitalismo. Metodologicamente si discosta dagli aritmetici politici e da Petty sfiduciando nei confronti di un’interpretazione matematica della realtà (a fronte della primitività dei dati statistici e di rilevazione proposti). Antepone a questo metodo quello della retorica e dalla discussione, del dibattito processuale. Il primo importante dogma delle teorie smithiane è quello della morale della simpatia che in sintesi associa un interesse agevolato della collettività davanti alla buona condotta dei singoli. Questa tesi si fonda su due principi: il principio di complementarità tra l’interesse del singolo e l’interesse della comunità; il principio del fair play ovvero del rispetto del benessere altrui in concomitanza con il rispetto del benessere nei confronti di se stessi.
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