L'immutabilità della storia di P.L. Rovito
Carlo Tapia e il mito della modernità
Carlo Tapia era un intellettuale, uomo di governo che realizzò una serie di riforme per sconfiggere la cattiva amministrazione ed il malgoverno e attraverso una sua opera seguiremo le tracce di una modernità appena intravista e subito svanita. C. Tapia era un esponente dell’establishment che in 56 anni di carriera era riuscito a divenire membro del consiglio d’Italia, decano del Collaterale e marchese di Belmonte. Costui era un riformatore, baciato dalla fortuna ed insieme guardato con sospetto perché autore di alcune fra le più ardite riforme realizzate o tentate nella prima metà del 1600. Tapia era considerato dai giuristi del 1600 come Scipione Rovito “magister meus celeberrimus”.
Tapia era nato a Lanciano nel 1565 da una gentildonna del luogo e da Gil de Tapia, a quel tempo magistrato nell’udienza di Salerno. La sua era una famiglia di spagnoli emigrati in Italia. Il padre che fu presidente della Sommaria, si spense nel dicembre 1578, affidando, sul letto di morte, il figlio, allora tredicenne, ai colleghi Francisco De Ribera e Girolamo Olcigniano. La perdita di un genitore costituisce un grande trauma che può stravolgere la vita di un adolescente, tuttavia il Tapia rimpiazzò l’immagine del padre con quella del tutore De Ribera. Nelle sue opere infatti il padre è ricordato solo per l’alta carica ricoperta, mentre numerosi ed enfatici sono i riferimenti al Ribera.
Questo atteggiamento del Tapia derivava oltre che dall’affetto e dall’ammirazione, anche da un forte senso di riconoscenza infatti era stato il Ribera ad accoglierlo amorevolmente nella sua casa e lo aveva accuratamente educato. Quando gli fu conferito il dottorato il Ribera volle accompagnarlo ed inseguì assillò i viceré affinché il suo pupillo diventasse magistrato e non si dette pace fino a quando ciò non avvenne. Il Tapia scrisse una biografia sul Ribera e questa opera finì per essere anche una sorta di manuale sui doveri del magistrato, il quale doveva essere leale ed esplicito con il sovrano e fare in modo che fossero cooptati i giuristi migliori. Il Ribera in questa opera veniva idealizzato come il ministro perfetto. Il buon giudice secondo il Tapia poteva correggere e limitare i danni della cattiva legge.
Il Tapia negava la validità delle scienze astratte e non sperimentabili nella pratica e nel suo pensiero la speculazione non indirizzata a precisi fini individuali e sociali era priva di ogni ragion d’essere. Quindi secondo il Tapia il percorso educativo del giurista doveva basarsi sullo studio e sull’esperienza e chiunque fosse provvisto, a suo avviso, di capacità d’ingegno poteva conseguire risultati notevoli specie se motivato dall’ambizione. In una cultura giuridica ed in una prassi di governo fondati sulla separazione tra fatti e valori queste tesi costituivano un modo diverso di intendere il diritto.
L’eccezionalità del Tapia consiste proprio nel tentativo di costruire un diritto basato sull’esperienza ovvero sull’immensa potenzialità dei fatti ed in particolare di quelli riguardanti il governo dell’economia e delle finanze pubbliche. Quindi esattamente come aveva fatto il Ribera che mediocre come giurista si era segnalato come esperto di finanza e di economia. Anche per questo aspetto della sua formazione il Tapia poteva giustamente dichiararsi erede del Ribera dal quale aveva ereditato una spiccata sensibilità per i problemi economici, la concretezza, il gusto per l’organizzazione. Da lui apprese anche quali fossero i nodi istituzionali da sciogliere, gli abusi da reprimere, i veri problemi che condizionavano i comportamenti della gente.
Questo approccio insieme fattuale e teoretico, integrato con l’insegnamento colto di Girolamo Olcignano, diede al riformismo tapiano un carattere quasi sistematico. Nei suoi scritti è molto evidente la presenza dei due ceppi come testimonia la sua opera più nota ossia, Il Trattato dell’Abbondanza, dove il rigore dell’analisi economica era sostenuto dall’erudizione antiquaria. Non si trattava di un vezzo intellettuale, infatti, per il marchese di Belmonte una corretta gestione dell’economia poteva e doveva realizzarsi secondo modelli già praticati dagli antichi.
Nel 1583, a soli 18 anni, il Tapia si laureò in utroque iure, e fino al 1588 svolse la professione di avvocato, però l’esercizio forense fu solo una parentesi. Secondo una prassi prevalente nella seconda metà del 1500 la carriera di magistrato doveva avvenire per gradus. Alla regola non poteva sottrarsi il Tapia, nonostante l’aiuto dei suoi precettori, i quali si impegnarono per accelerare il cursus honorum. Tapia nel 1586 pubblicò il Commentarius, il cui obiettivo era quello promozionale, cioè quello di conferire al giovane autore l’immagine del giureconsulto precocemente grande. Questa opera fu avallata da due autorevolissimi personaggi: l’erudito Girolamo Olciniano ed il potente Juan de Figheroa.
Il Commentarius tapiano aveva un impianto convenzionale ed era pieno zeppo di citazioni dotte quanto inutili. Il tema era invece di grande rilievo costituzionale. Un quesito difficile e rischioso percorreva il volume: il sovrano era tenuto all’osservanza delle leggi?
- Cioè quella di coloro i quali sostenevano che il sovrano era esente dalla legge.
- Cioè quella di coloro i quali sostenevano al contrario che il principe era obbligato a sottostare alle sue stesse leggi.
Tra le due tesi il Tapia aveva assunto una posizione di mezzo, secondo la quale il sovrano non è condizionato dalle leggi, ma è obbligato a vivere secondo le leggi. Questa tesi era elusoria, infatti nella sostanza anche se non lo dichiarava apertamente la sua concezione della sovranità era quella del principe obbligato a sottostare alle leggi. In questa opera il Tapia considerava i magistrati titolari di un potere esercitato per conto del principe e contro le sue eventuali violazioni della legge. In quanto limite all’arbitrio della corona era quindi necessario che i magistrati svolgessero la propria attività in una situazione di privilegio al punto che neppure il sovrano poteva rimuoverli dalla carica. Il Commentarius ebbe successo e si raggiunse l’obiettivo dell’autore, infatti nel luglio del 1588 il viceré lo nominava Uditore del principato di Ultra.
Il principato di Ultra corrisponde alle attuali province di Benevento e Avellino, era una regione vasta, impervia e priva di sbocchi sul mare, era piena di banditi e feudatari. La sua rilevanza strategica era accentuata dal ducato di Benevento, enclave (territorio non molto esteso appartenente ad uno stato diverso da quello che ha la sovranità su di esso) appartenente alla Chiesa e da sempre luogo di transito per eserciti, invasori nonché rifugio per criminali. Sotto il profilo amministrativo il principato di Ultra aveva Montefusco come capoluogo di provincia solo perché dominava Benevento da un’alta collina. Era un territorio freddissimo ed invivibile.
Nei due anni che il magistrato trascorse lì, la sua avversione per la feudalità maturò a causa dei baroni del principato Ultra. Il primo problema che affrontò lì fu quello del brigantaggio: i baroni sostenevano che non fosse consentito all’Udienza procedere ad modum belli contro i banditi catturati in flagranza di reato e pretendevano che fossero le loro corti a procedere. La richiesta era motivata dalla volontà di tutelare gli esecutori delle violenza fatte ai vassalli. La complicità tra baroni e briganti era nota, ma da Napoli giunse l’ordine favorevole alla giurisdizione feudale.
L’ultima vicenda di cui si occupò prima di essere trasferito a Salerno era analoga, ma con risultato opposto: su richiesta dell’Udienze il viceré inviava a Montefusco un dispaccio con il quale vietava alla gran corte della Vicaria le avocazioni (sottrarre alla normale competenza di un organo) dei processi a carico dei magistrati baronali. D’ora in avanti contro di loro avrebbe proceduto l’Udienza.
Contro gli speculatori il Tapia si mosse con severità, episodio clamoroso è quello in cui il Tapia suggerì al viceré di emanare un bando nel quale si stabiliva che colui che avesse ammassato il grano a Benevento per poi rivenderlo in periodi di scarsità di grano, a prezzi alti ed eccessivi, sarebbe stato incarcerato per 10 anni. Per il giurista ispano-napoletano tale delitto era particolarmente efferato. L’indignazione che traspare nelle parole del Tapia mostra come in questo caso non parlasse il giurista, ma il politico sensibile all’equità (giustizia, imparzialità).
La questione dei contrabbandi che fioriva intorno a Benevento era soltanto un aspetto di un problema ben più grave, di una politica finanziaria semplicemente folle. Infatti il fulcro della questione era rappresentato dall’approvvigionamento dei cereali e del grano di Napoli dove per tenere quieta la plebe il pane era distribuito a un prezzo calmierato, in genere inferiore a quello del frumento necessario alla panificazione. Questa via dell’assistenzialismo si presentava priva di alternative. Il potere di ricatto della plebe napoletana era altissimo, insensibile anche alla ferocia della repressione criminale.
Nella primavera del 1585 ci fu un aumento del prezzo del pane che fu sufficiente a scatenare la rivolta in cui fu linciato anche l’eletto del popolo Starace. Il giovane magistrato fu molto influenzato da tale tumulto tanto è vero che il gran problema della sua vita fu quello di elaborare e mettere in pratica rimedi che procurassero l’abbondanza. Il cibo, quindi a suo avviso, era l’esigenza primaria dell’uomo e ne determinava i comportamenti. Il buon governo era quindi quello che provvedeva all’abbondanza da perseguirsi soprattutto attraverso una corretta amministrazione della giustizia. Oltre che ad essere convinto della sua tesi il Tapia la avvalorava con leggi, vicende storiche e brani biblici che dimostravano la coincidenza tra benessere e pace sociale. La morale di ciò è che anche alle peggiori tragedie si poteva opporre un rimedio adeguato.
Nell’ultimo decennio del XVI secolo, la mentalità rimediazionista acquisita dal Tapia era consona ai tempi. Banditismo, pirateria e tensione tra gli stati italiani e 4 disastrose annate agrarie facevano temere l’esplodere di tumulti come quelli del 1585. Questa volta le autorità non si erano fatte cogliere di sorpresa. Per evitare ciò e per mantenere ordine pubblico nella capitale si tentò di ridurre la popolazione di residenti attraverso l’espulsione dei forestieri. Tuttavia erano provvedimenti non decisivi, poiché il vero problema era quello di assicurare un minimo di approvvigionamento della capitale senza depauperare le province.
Per svolgere tale compito fu scelto Ferdinando Fornaro, nominato commissario generale dell’abbondanza del regno, con poteri straordinari e affiancato da alcuni commissari tra cui il Tapia che lasciò Montefusco per Salerno, da dove avrebbe potuto provvedere ai due principati e con il potere di destinare le entrate fiscali per l’acquisto del grano, senza però tralasciare la sua funzione di giudice.
Le due nature di Carlo Tapia
Nel Tapia coesistevano due nature distinte tra loro:
- Il dio togato.
- Il politico aperto ai problemi della società.
A Salerno, nel 1594 scrisse il Trattato dell’Abbondanza, nel quale dichiarava che le grandi carestie potevano essere evitate o in qualche modo rimediate. In altri termini non si trattava di flagelli divini da scongiurare con preghiere e penitenze, ma bisognava neutralizzare le cause e le conseguenze della mancanza di cibo. Egli sosteneva quindi che le carestie dipendessero anche dal malgoverno e accusava l’incapacità di viceré e ministri che si erano susseguiti alla guida del regno.
A Salerno scrisse alcune delle sue opere più importanti e si fece una famiglia sposandosi con Marianna de Leyva. Eccellente matrimonio perché il Tapia si imparentò con il fior fiore dell’aristocrazia napoletana e milanese. A seguito di ciò nel 1596 il viceré lo richiamava a Napoli come Giudice della vicaria. Solo una breve parentesi prima che nel 1597 fosse nominato consigliere da Filippo II. Mai fino a quel momento un giovane di soli 32 anni aveva ricevuto la toga del Sacro Regio Consiglio, massimo tribunale del regno. Il suo cursus honorum fu molto rapido. Ciò lo espose ad invidie e pettegolezzi, a cui rispose con il Descursus dell’Habilidad della Iuventud, che non è altro che una replica a coloro che sostenevano l’inopportunità che ai giovani fossero conferiti uffici importanti. Il discorso in tal caso era placato per non far trasparire i suoi umori personali. Del tutto dissimile è lo Specchio dei Mormoratori che è soprattutto una manifestazione del rancore verso i suoi detrattori.
Sempre a Salerno scrisse un piccolo trattato intitolato De Bannitis. Secondo il Tapia la gravità del fenomeno derivava da tre cause:
- La povertà delle classi subalterne.
- Gli abusi dei potenti.
- L’incapacità delle strutture periferiche dello Stato a garantire la pace sociale ed il controllo del territorio.
Alla serie di fallimenti si era cercato di ovviare inasprendo le pene e scatenando repressioni feroci quanto inutili. Bisognava al contrario intervenire alla radice del male e togliere le occasioni di delinquere. Di diverso argomento ed impatto è il De Religiosis Rebus Tractatus del 1594. Quest’opera fu scritta a Salerno, ma per molti anni rimase chiusa nel cassetto per la delicatezza della materia. Tale tractatus affrontava alcuni problemi posti dalle riforme post-tridentine, come “quale valore attribuire al voto di povertà”, “se i religiosi potessero conservare il diritto di testare”, “come riformare i monasteri”, “se i frati e le monache potevano essere costretti ad un tenore di vita più austero”.
Si trattava di questioni brucianti, in tal caso il Tapia faceva proprie le obiezioni di coloro che erano contrari all’applicazione dei decreti tridentini. Egli forniva anche la soluzione del problema, infatti di fronte all’intransigenza della Chiesa era meglio creare istituzioni religiose atipiche senza il vincolo dei controlli ecclesiastici come il ritiro di Suor Orsola Benincasa, una congregazione di oblate favorita dal Tapia.
La struttura amministrativa del tempo era fatta in maniera tale da scaricare sui ministri una quantità enorme di responsabilità, infatti, con la nascita di nuove esigenze si rispondeva con la creazione di nuovi organi affidati, però, ai pochi ministri dei tre grandi tribunali (Collaterale, Sacro Consiglio e Sommaria). Il sistema lievitava su sé stesso senza una corrispondente crescita dell’apparato. Tutto ciò non giovava all’efficienza dell’amministrazione. In virtù di ciò si giustificano il cumulo di cariche pubbliche che il Tapia esercitò tra il 1597 ed il 1610. Oltre alle cariche pubbliche ebbe anche compiti privati. I viceré lo proposero a Madrid per avanzamenti di carriera, addirittura papa Paolo III aveva chiesto al re di Spagna per il suo protetto una poltrona nel supremo consiglio d’Italia. Dovette attendere 5 anni per ottenerla.
La riforma delle leggi secondo Carlo Tapia
Nonostante fosse aperto all’economia C. Tapia rimaneva un giurista e per questo la riforma risolutiva era quella delle leggi, ma a suo avviso non era importante farne delle nuove, infatti nella Istruccion del 1610, sosteneva che per sanare i problemi che affliggevano il regno bisognava ristabilire la piena vigenza dell’ordinamento giuridico.
Questa riforma dello stato si identificava con la vigenza della legislazione, un compito non facile, ma che poteva essere avviato con una raccolta di leggi, cioè lo Ius Regni Napolitani, opera sulla quale Tapia investì 30 anni. Si trattava di un vecchio progetto risalente al 1597, quando aveva ideato un codex strutturato secondo il modello giustinianeo nel quale fosse raccolta l’immensa mole di materiali giuridici che si erano raccolti negli ultimi tre secoli. Questa opera non doveva essere solo una operazione erudita infatti egli intendeva avviare una revisione legislativa con l’obiettivo di arrivare ad una certezza del diritto.
La ratio di tale opera era quella di realizzare un sistema di norme certe, infatti da secoli giuristi e burocrazia togata avevano fatto dell’interpretazione e quindi dell’incertezza del diritto lo strumento del loro potere. Ridurre quindi la portata di questa mediazione o, attribuirla alla monarchia, equivaleva a scardinare l’intero sistema. Certamente però per quanto accurata e autorevole, questa opera non bastò ad avviare una trasformazione tanto risolutiva. Questa opera fu dedicata a Filippo III di Spagna e per questo definita “codex filippinus” a far intendere che questa opera fosse stata progettata e eseguita per mandato della monarchia.
Alla cacciata del duca di Lerma la situazione del Tapia divenne sempre più difficile, fino al crollo finale che giunse nel 1618 quando il suo protettore a Napoli e a Madrid, il conte di Lemos, fu privato della presidenza del consiglio d’Italia, rimasto senza referenti ed inserito in un contesto ostile assistette alla rovina di tutto ciò in cui aveva creduto. Il progetto del codex filippinus, ormai declassato ad un generico ius regni fu annullato. Svanirono idee e progetti ai quali aveva creduto e, gli toccò anche acquistare il feudo di Belmonte con il relativo titolo. Per 12 anni non poté ritornare in patria. Uno spiraglio per il ritorno si era aperto nel 1617 quando il consiglio d’Italia, con il pretesto della scarsa efficienza del collaterale napoletano, decise la creazione di una piazza in patria.
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