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però per quanto accurata e autorevole, questa opera non bastò ad avviare una

trasformazione tanto risolutiva. Questa opera fu dedicata a Filippo III di Spagna e per

questo definita “codex filippinus” a far intendere che questa opera fosse stata

progettata e eseguita per mandato della monarchia.

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Alla cacciata del duca di Lerma la situazione del Tapia divenne sempre più difficile,

fino al crollo finale che giunse nel 1618 quando il suo protettore a Napoli e a Madrid,

il conte di Lemos, fu privato della presidenza del consiglio d’Italia, rimasto senza

referenti ed inserito in un contesto ostile assistette alla rovina di tutto ciò in cui aveva

creduto. Il progetto del codex filippinus, ormai declassato ad un generico ius regni fu

annullato. Svanirono idee e progetti ai quali aveva creduto e, gli toccò anche

acquistare il feudo di Belmonte con il relativo titolo. Per 12 anni non potè ritornare in

patria. Uno spiraglio per il ritorno si era aperto nel 1617 quando il consiglio d’italia,

con il pretesto della scarsa efficienza del collaterale napoletano, decise la creazione di

una piazza in più destinata al nostro. Tuttavia il precipitare della situazione

napoletana chiuse questo varco. Sole nel 1625 il Consiglio di Stato deliberò il suo

trasferimento a Napoli, la situazione era stata sbloccata soprattutto dalla ascesa al

potere con Filippo IV, del conte duca D’Olivares promotore di una restaurazione del

potere regio, da realizzarsi attraverso un progetto di riforme e moralizzazione. Nulla

impediva il ritorno in patria di Tapia che poteva assecondare le riforme auspicate dal

conte duca D’Olivares.

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Tapia aveva molto imparato negli anni della “quasi relegazione” in Spagna, tanto che

quella idea assolutistica che riscontriamo nel Commentarius e nello Ius regni si era

dissolta. Al suo posto c’è l’esperienza di una monarchia manipolata dai cortigiani.

Questa constatazione determinò una svolta nel pensiero di Tapia. Nelle opere

precedentemente descritte non c’è traccia del nesso potestativo tra monarchia e

burocrazia di toga. Anzi, in questa seconda fase la funzione unificante e di guida del

sovrano è messa in ombra mentre la “salus rebublice” è attribuita per intero alle

magistrature, garanti della legge. Tutto ciò appare evidente nelle DECISIONES

SUPREMI ITALIE SENATUS dove il tema centrale era quello dei limiti che legge e

consuetudine poneva all’arbitrio del sovrano. Il quesito non era nuovo ,ma stavolta il

Tapia non aveva remore a sostenere che il sovrano in primis doveva attenersi alla

legge. I giudici erano legittimati a valutare, in quanto mediatori tra re e popolo, la

corrispondenza della potestas regia al dettame della lex. Le difficoltà suscitate dalla

guerra dei 30’Anni avevano sfumato l’ormai secolare legame tra burocrazia togata e

monarchia che si alleò con l’aristocrazia cittadina. L’obbiettivo era quello di favorire

mediante imposizione straordinarie, quei flussi di capitale che la fiscalità ordinaria

non poteva più garantire. Sotto il profilo finanziario la manovra riuscì accendendo

però una crisi costituzionale tale da delegittimare la sovranità degli Asburgo di

spagna. Si erano create le premesse per la rivoluzione del 1647-48. La situazione si

faceva di giorno in giorno più grave tanto è vero che crebbe ancor più di intensità

quando nel 1628 Filippo IV dispose l’effettuazione di una Visita Generale. Già di per

se queste inchieste procuravano disorientamento e timori. Nella crisi di quel terzo

decennio del XVIII secolo ebbe un effetto anche peggiore perché apparve come

aggressione al regime ministeriale. Fu a questo punto che Tapia assunse la leadership

della burocrazia di toga. Per mettere in pratica il principio della tutela della

magistratura contro l’incursione della monarchia contrastò tutti i provvedimenti del

visitatore. Quando la visita generale era ormai finita e il conflitto giunto alle stelle,

Tapia scrisse l’APOLOGIA DEL CONSIGLIO COLLATERALE. La tesi di fondo di

quest’opera è che al visitatore non competeva processare alte cariche dello stato

dotate di una potestas eguale e concorrente con quella del sovrano. In questa opera

Tapia lanciava invettive a quanti negavano la necessitas e la potestas del collaterale

che definiva subdoli i nemici della corona con le labbra intrise di veleno. Queste

labbra erano di D’Alarcon e dei suoi sostenitori ai quali opponeva 4 argomentazioni:

1) La necessitas della cancelleria

2) La venerabile antichità dell’ ufficio

L’autorità dei cancellieri negli stati

3)

4) La prerogativa e potestas del Collaterale.

La parte più significativa era l’ultima in quanto si riscontrava nella situazione

napoletana una potestas del Collaterale equivalente a quella del sovrano.

Quest’organo era nato un secolo prima in maniera informale ai fini di collaborare con

i vicerè, ma nel corso di qualche decennio la situazione era cambiata per giungere

all’ipotesi formulata dal Tapia, secondo cui il Collaterale aveva innumerevoli

potestas che riducevano il ruolo del sovrano. Il Tapia in questa seconda fase può

definirsi l’interprete più radicale della repubblica dei togati. La leadership della

burocrazia di toga non gli impedì un ultimo grande tentativo di riforma ossia quello

degli stati discussi che avrebbero dovuto risanare le finanze delle comunità locali

liberandole dalla cattiva amministrazione dei feudatari e dei funzionari del fisco; era

un meccanismo semplice ed efficace. Questo progetto ardito subì il boicottaggio del

vicerè e l’opposizione del D’Alarcon che intralciarono il lavoro del Tapia. Nel 1634

gli giunse da Madrid l’ordine di desistere da ogni attività relativa agli stati; fu la

definitiva sconfitta. Un ciclo di storia napoletana si era concluso ed era tramontato il

grande statista. Carlo Tapia morì nel 1644.

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Tra il cinquecento ed il settecento fioriva nel mezzogiorno d’Italia una precettistica

politica. Questo genere letterario a Napoli fu utilizzato da alti magistrati, nobili e

personaggi di rango per inviare ai sovrani o ai vicere corpose relazioni per mostrare

l’effettiva situazione del regno e suggerire i provvedimenti che a loro giudizio erano

necessari. Una di queste opere è l’ISTRUCCION, indirizzata al conte di Lemos, la

quale da un quadro del disordine e dell’arretratezza del sistema napoletano. Le

differenze con le altre opere riguardavano soprattutto il tono esplicito fino alla

brutalità, come era giusto che fosse un piccolo trattato creato per scuotere ed

orientare il vicere. Lo scopo di tale opera era quello di suggerire rimedi da applicare

immediatamente, come richiedeva la gravità della situazione. Nell’estate del 1610 il

conte di Lemos assunse il governo del regno. Tapia aveva buoni motivi per

rallegrarsi, Infatti era facile prevedere che anche il conte di Lemos, caratterialmente

simile al Tapia, lo avrebbe considerato un alleato ed un interlocutore. Tuttavia tra il

1607 ed il 1610 Il regno era stato (visitato) da Bertran de Guevara che aveva

accusato una parte dei magistrati e funzionari di malefatte. Anche Tapia era stato

accusato dal visitatore. Il Tapia per discolparsi da tali accuse mise in piazza il dossier

del visitatore e pubblicò a proprie spese un volume di Descargos, nel quale ribatteva

alle accuse.

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Le Istruccion fu un tentativo di dissipare i sospetti che potevano influire sul nuovo

vicere. La questione delle Visite Generali era fra le prime tra quelle affrontate dal

Tapia, il quale sosteneva che non soltanto erano inutili, ma anche dannose perché

distruggevano la credibilità della classe dirigente. Così come il sovrano ed il suo

rappresentante dovevano essere rispettati, altrettanto rispetto era dovuto ai magistrati

che governavano in loro nome. Queste visite furono particolarmente negative per il

regno di Napoli, abitato da gente volubile ed inaffidabile. La correzione dei

magistrati, per Tapia, era compito del vicere. In caso di denuncia, Tramite un

segretario, il vicere doveva chiamare il sospettato ed interrogarlo; se le accuse erano

fondate doveva punire i corrotti, tuttavia con carità. La sola convocazione di un

presunto colpevole, avrebbe intimorito e dissuaso gli altri giudici dal comportarsi in

modo poco consono alla magistratura. Per il Tapia il rapporto sovrano-ministri era

finalizzato ad orientare l’azione del vicere, il quale doveva impedire che scadesse il

prestigio dei magistrati e creare le condizioni di vita ottimali e di ministerio.

Corruzione ed abusi erano visti come cause dipendenti dalle fragilità umana e non dai

difetti del sistema. Per tale motivo, il Tapia insisteva sulla correzione degli abusi

magistratuali e non sulle carenze degli organi di giustizia e di governo. Infatti sotto

questo profilo non aveva riforme da proporre al conte di Lemos. Nel complesso,

quindi, la struttura gli appariva solida e idonea ai suoi compiti. Se ne poteva, dunque,

migliorare l’efficienza creando un’apposita Giunta nella quale, si riunissero, alla

presenza del vicere o di un reggente del Collaterale, alcuni ministri, esperti e dirigenti

per trattare il modo di riformare la prassi e gli abusi del Tribunale, dando

suggerimenti al Governo.

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Nelle Istrucciones la crisi monetaria era esaminata. Per il Tapia il fenomeno

dipendeva dal fatto che il regno era centro di innumerevoli traffici commerciali e che

erano anche canali attraverso i quali la moneta napoletano (che era assai pregiata per

l’alto contenuto di fino) defluiva verso altri luoghi dove la moneta non era di qualità

altrettanto buona. Questo continuo drenaggio del metallo pregiato aveva impoverito il

regno Vi era dunque una stretta correlazione tra la carenza di moneta e la crisi

dell’economia, tanto grave da necessitare di provvedimenti urgenti. Per il Tapia si

doveva creare una Giunta di persone esperte che formulassero una proposta realistica

o magari impedire la circolazione delle monete tosate (monete ridotte di valore

perché limate) che falsavano ulteriormente il mercato. Il sistema finanziario era

rimasto in una situazione caotica, governato dall’arbitrio e dalla corruzione, più che

dalle leggi. Era quindi necessario che lo Stato riprendesse il controllo della situazione

riconquistando la fiducia dei cittadini e riattivando i compiti del tesoro. Partendo

dalla necessità di restaurare un rapporto fiduciario tra cittadini ed organi finanziari il

Tapia ipotizzò un banco pubblico. In realtà piu che di creare un banco pubblico, che

avrebbe peggiorato la situazione istituzionale, la proposta del Tapia tendeva

soprattutto a rivitalizzare la tesoreria dello stato, ma tuttavia gli pareva necessario che

la gestione delle finanze fosse affidata ad organi simili a quelli che gestivano le

banche. Tuttavia questa riforma non si realizzò.

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Tapia stimava poco i napoletani e non amava Napoli, città enorme ed armata

fino ai denti che gli appariva come il frutto di una lunga serie di errori. La

delinquenza spadroneggiava a napoli, tuttavia vi erano tribunali come la Sommaria

che elargivano licenze per il porto di armi. I capitani di giustizia erano assenti, i

reggenti della vicaria prendevano tangenti sul gioco clandestino e sulla prostituzione

e sulla corruzione. I responsabili dell’ordine pubblico erano complici di tre delitti

capitali. Era quindi inevitabile che Napoli si trasformasse in un bivacco di criminali.

Per risanare la città non erano necessarie, a suo avviso, leggi straordinarie escluso i

casi di delitti commessi con armi da fuoco, ma negli altri casi si doveva agire con le

leggi ordinarie e con la prevenzione. La pena, pure se appagata da una esigenza di

giustizia, tuttavia non ovviava al male prodotto nel corpo sociale. Conveniva quindi

rimediare e non castigare o quanto meno togliere le occasioni di delinquere. Per il

Tapia la soluzione ottimale ai furti, vera e propria piaga sociale, che erano commessi

solitamente dai minori di 18 anni era quella del lavoro forzato. Infatti il lavoro forzato

soddisfa esigenze diverse: “castigo, utilità sociale, prevenzione, recupero”. In tal

modo quei giovani deviati sarebbero stati sottratti alla delinquenza e scontata la

condanna potevano più facilmente esercitare un mestiere.

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Metafora del rapporto tra capitale e province era quella dell’esile corpo costretto a

sorreggere un’enorme testa. L’immagine evidenzia correttamente lo squilibrio

esistente tra Napoli e le province del regno. La causa di questo squilibrio derivava da

un atteggiamento del governo che preferiva la stabilità sociale della capitale anche

costo del dissanguamento del restante territorio. La frattura tra capitale e feudali fu

pacata soprattutto dai vassalli che furono costretti a subire abusi dai baroni e dai

magistrati regi. Altre province erano sotto il controllo dei briganti che le avevano di

fatto sottratte allo stato. Carlo Tapia era convinto che l’impotenza dello Stato

derivava dall’inadeguatezza dei rimedi praticati. Era convinto infatti che non

servissero l’inasprimento delle pene e la crudeltà delle pene. La soluzione del

problema a, suo avviso, andava trovata nei giudici e nelle leggi. Secondo lui si poteva

continuare ad insistere nell’affidare la giurisdizione contro i banditi a magistrature

speciali, a condizione però che si ricorresse a giuristi provetti oppure ad ex magistrati

delle Udienze in attesa di conferma. C’è da giurare che costoro sia per l’aspettativa

della carica, che per l’esperienza maturata si sarebbero comportati in maniera

esemplare, castigando delitti in maniera conforme al diritto. Ed aggiungeva che

magistrati scelti in maniera oculata erano più necessari nelle province che a Napoli

perché lì vi era il vicere. Tapia criticava il modo di essere del baronaggio, la sua

violenza e la non curanza delle leggi. Egli tuttavia non voleva distruggere la feudalità,

ma voleva ricondurre i baroni allo stato di officiales regis, incaricandoli più

strettamente nell’amministrazione. Il marchese di Belmonte concludeva che tutto

sommato a rendere difficila la situazione delle province non c’erano solo i baroni,

accanto a loro con conseguenze egualmente disastrose vi erano gli amministratori dei

comuni. L’unica speranza per il Tapia era quella di creare una nuova classe dirigente

ineccepibile sotto il profilo etico, soprattutto buona conoscitrice della scienza del

diritto.

I CAHIER DE DOLEANCE SUGLI ABUSI FEUDALI (capitolo 2)

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Nel 1500 mentre nel resto d’Europa i sovrani erano impegnati a strappare alla

feudalità poteri e funzioni ,a Napoli sembrava accadere il contrario .Infatti qui una

feudalità forte ed in espansione coesisteva con un apparato ministeriale altrettanto

agguerrito ; alle istituzioni vetero nobiliari si affiancavano quelle di uno stato

moderno assoluto .Il massimo teorico del costituzionalismo napoletano Giovan

Francesco De Ponte a riguardo affermò che i Baroni, nel contesto delle istituzioni

statali, erano si pubblici funzionari ma tale delega potevano esercitarla soltanto in

rem propriam .Ne conseguiva che soltanto i baroni potevano essere considerati

iudices ordinari a rege deputati ,mentre i loro magistrati dovevano essere considerati

regi ministri dalla competenza limitata .Si trattava di una situazione complessa (il

cosi detto assolutismo alla napoletana) dove i baroni sopravvivevano ma dovevano

accontentarsi di fungere da rappresentanti della corona . La monarchia aveva cioè

risolto la questione feudale stringendo a se il baronaggio con catene d’oro , ma

tenendone saldamente i capi .Già nella seconda metà del 500 la trasformazione, sul

piano giuridico , del feudo si era realizzata .Sul versante sociale le cifre sono

eloquenti se agli inizi del 500 vi erano solo 51 baroni ,alla metà del secolo

successivo erano divenuti un migliaio .In pratica civili e togati avevano sommerso

l’antico patriziato .La patrimonializzazione del feudo era un dato ormai irreversibile .

In tale contesto i giuristi e magistrature ,in quanto depositari del comune consensus

e mediatori della voluntas principi ,finivano per essere gli unici garanti della libertas

civilis ,che una feudalità non controllata poteva minacciare. I Baroni potevano

opprimere impunemente i loro vassalli, scaricare verso il basso la loro violenza.

Dovevano però sentirsi impotenti nei confronti dei vertici istituzionali : di certo le

loro prerogative non potevano fare ombra al potere dello stato e quindi dei suoi

ministri .E questa subordinazione che distingue il feudo moderno da quello

medievale, dove i feudatari erano piccoli sovrani che competevano con il re e ne

condizionavano il primato,ora con il consenso ora con la ribellione .

Nulla di simile nel feudo secentesco dove il feudo è definibile come un determinato

territorio del Regno .Ridotti i baroni ad officiales regni ed il feudo ad una provincia

regni l’assolutismo monarchico-ministeriale aveva conseguito un indubbio successo,

anzi aveva posto le basi per la sua stessa sopravvivenza. Questa libertà costò lacrime

di sangue al vassallaggio ,ma consentì agli apparati centrali di coagulare nella

capitale tutte le energie intellettuali e le risorse materiali; lo splendore della Napoli

barocca in altri termini fu pagato dalle provincie .L’abbandono delle periferie ad una

feudalità lievitata in maniere esponenziale aveva contribuito a radicalizzare il ruolo

della capitale ,sino al punto di arrivare a identificare il Mezzogiorno D’Italia come il

regno di Napoli.Quasi come a significare che fuori dalla città di Napoli non

esistessero borghi e campagne gestite da delegatari ed ausiliari che da un lato erano i

rappresentanti del potere centrale dall’altro si sentivano concorrenti dello stesso .Da

ciò la riluttanza a convivere con organi amministrativo-giudiziari che, come le

Udienze provinciali che potevano farsi carico delle angherie subite dai vassalli

oppure assecondare lo sviluppo del ceto civile tendenzialmente antifeudale. Si

comprende cioè perché i baroni considerassero una iattura l’eventualità che nei loro

territori fosse stabilità un’Udienza. Tuttavia le udienza erano solo 9 e con la loro

inefficienza testimoniavano il fallimento dell’ordine giuridico nelle provincie .Di

norma gli interessi dei magistrati provinciali si saldavano con quelli dei feudatari e

per le convenienze che c’erano tra i ministri era impedito ai Vassalli anche il

ricorso ai tribunali regi .Insomma la via della giustizia non era sempre spianata

.Eppure il problema delle angherie subite dai vassalli (gravamina vassallorum) non

era ignorato dalle magistrature centrali .Anzi a giudicare dalle pandette del sacro

consiglio e di altri tribunali ,non erano nè pochi nè irrilevanti i processi intentati dai

vassalli contro i feudatari . E le sentenze dimostrano come all’occorrenza le

magistrature fossero tutt’altro che sorde ai gravamina vassallo rum ,se non per amor

di giustizia ,quanti meno per affermare il proprio primato. Carlo V non concedette

l’immunità ai baroni e feudatari, che avrebbe impedito ai vassalli di agire contro

costoro ,perché tale immunità avrebbe ristretto anche gli spazi di intervento della

monarchia . Preclusa la via dell’immunità legale ai baroni non rimase che la

corruzione e la violenza per impedire il ricorso alla violenza. La presumibile

tolleranza o negligenza delle magistrature centrali o periferiche verso certi

comportamenti non significava però un disconoscimento di poteri e gerarchie. Lo

sapevano bene gli autori dei Chaier Infatti come sperimentò paolo Ruffo che fu

accusato dai vassalli di sant Antimo di non avere dato retta ad un provvedimento del

Collaterale che fu sanzionato con il sequestro del feudo. La feudalità specialmente

quella minore era consapevole dei vincoli e dei controlli che la sovrastavano. Per una

amministrazione finanziaria farraginosa ed inefficiente come quella napoletana il

feudo costituiva un oggetto ideale per le imposte, in quanto il reddito era facilmente

accettabile ed esigibile. Ciò ovviamente non era conveniente per il feudatario che era

esposto alle continue richieste di assistenza. IN un documento inviato a Madrid nel

1641 la feudalità si lagnava di costituire da solo l’erario di sua maestà. Il

depauperamento era arrivato al punto tale che quando i poveri baroni volevano

vendere le terre che possedevano, difficilmente trovavano un acquirente anche a

basso prezzo. Quindi quanto più pesanti divenivano i tributi, più apparivano

giustificati e legittimi gli abusi dei baroni sui vassalli. Uno stato assoluto, non

sufficientemente forte per cancellare il passato fu costretto a scendere a patti con il

feudo e accontentarsi di eroderlo dall’interno, facendone una propria istituzione.

L’essenza insieme privatistica e signorile del feudo moderno, la sua duttilità

giuridica, spiegano le ragioni della sua sopravvivenza in tale periodo storico.

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Nel viceregno toledano mentre era in corso la progressiva espulsione dei nobili di

spada dall’amministrazione centrale nel 1534 il vicere Don Pedro De Toledo tentò

una riforma dello statuto costituzionale in grado di incidere anche sulle strutture

fiscali. A causa del divieto posto dal parlamento generale nel 1531 di imporre nuove

tasse per quattro anni il vicere convocò nel monastero di Monteoliveto un’ assemblea

di tutti i baroni titolati e non titolati del regno perché deliberassero un donativo

straordinario da impiegare per la difesa costiera. Con questa iniziativa il toledo

avviava la liquidazione del vecchio parlamento generale tradizionalmente nominato e

gestito dalla nobiltà di seggio sostituendolo con uno con costo esclusivamente da

feudatari anche non titolati. Un modo capzioso ed efficace per liquidare la leadership

parlamentare della nobiltà: un nuovo istituto non più convocato per pattuire le

imposte , ma per conciliare le esigenze del sovrano con i diritti dei sudditi, avrebbe

avuto il suo fondamento naturale nella feudalità e nel ministero togato, ossia nei due

gruppi che legittimamente potevano aspirare a tale mediazione. Di fatto la

trasformazione della feudalità aveva stravolto il concetto medievale di

interconnessione tra nobiltà e feudo. Nella respublica dei togato nobiltà e feudo si

divaricarono concettualmente. Nella coscienza sociale cominciò a dubitarsi se un

feudo potesse nobilitare chi ne era investito. Se il feudo medievale significava nobiltà

quello moderno indicava soprattutto ricchezza. I giuristi meridionali continuarono

però a sostenere il carattere nobilitativo del feudo .Ponevano insomma sullo stesso

piano il feudo di coloro che lo avevano ricevuto dagli antenati e quanti lo avevano

acquistato con danaro. Secondo il Duaren nello stato assoluto non era il feudo a

nobilitare, ma il principe che lo poteva fare anche attraverso la concessione di un

feudo. Marino Freccia scrisse che di norma tutti i feudi concessi dal re sono nobili

perché la nobiltà proviene sempre dal sovrano.

3

Il sovrano, ricordava che un esplicito divieto del 1625, impediva ai togati di

impegnarsi in affari e giudizi poco adatti alla dignità dei ministri,

ma gli accusati replicavano sostenendo il diritto di ognuno di investire i propri

latifondi e i propri soldi in cose lecite e oneste. Il divieto della corte era

semplicemente anacronistico. Con duttilità e pragmatismo, i togati riuscirono ad

essere baroni e nello stesso tempo rappresentanti di uno stato potenzialmente

antifeudale. Di certo i vassalli caduti sotto la potestas di un barone togato non

avevano di che rallegrarsi infatti l’avvocato o il giudice che il feudo lo aveva

acqistato con denaro sonante si muoveva in schemi ben diversi da quelli del famoso

feudatario medievale che pretendeva di sedersi a capo scoperto di fronte a Carlo V o

di svolgere una autonoma politica internazionale. Invece la nuova classe dirigente

non voleva fumo, ma un tangibile lucro. Da questo punto di vista la trasformazione

della feudalità aveva prodotto conseguenze drammatiche per i vassalli che

rimpiangevano gli antichi signori, come scrivevano i cittadini di Sassano: “questa

terra era ricca ed il barone pretendeva al massimo qualche gallina!” Un buon esempio

ci è offerto da Angelo barile il quale acquistò il feudo di Caivano appartenente al

principe di caserta. Divenuto duca di caivano il Barile mostrò subito come intendeva

il rapporto feudale: ripristinò imposte e diritti desueti da secoli, fece chiudere forni,

mulini, macellerie, taverne, costringendo i vassalli a servirsi dei suoi spacci.

Impediva il diritto di regnatico sui terreni demaniali. Chi contravveniva era chiuso in

una terribile prigione. Come se non bastasse pretendeva 600 ducati dall’università.

Nel 1647 i cittadini di Caivano si sollevarono offrendosi a Diomede Carafa per

ventimila ducati. Non furono i soli. Durante la rivoluzione i vassalli dei ministri

furono violentissimi nelle reazioni e non di rado si offrirono a grandi famiglie nobili

sperando di essere liberati dal flagello di un padrone togato. Episodi del genere non

sono privi di significato. Come scriveva Carlo Tapia, soprusi e prepotenze erano

possibili solo con la complicità e la non curanza dei tribunali. Un suo allievo,

lucidamente aggiungeva che da quando i magistrati erano divenuti anche baroni i

vassalli non ebbero più scampo e gli abusi dei vassalli furono coperti dal silenzio. Ed

accadde anche che i magistrati si pronunciassero su controversie che li riguardavano

personalmente o che riguardavano i propri figli e discendenti. I baroni con la toga

ritenevano che non dovevano corrispondere al re alcuna adoa (imposta che

qualificava il rapporto feudale). La vicenda era antica infatti nel 1550 Filippo II

aveva richiesto una nota delle esenzioni fiscali di cui godevano i presidenti della

Sommaria. Questi risposero di essere esenti dalla bonatenenza e soprattutto dall’adoa,

per quelli di loro che possedessero beni feudali. I ministri facevano derivare

l’esenzione da un privilegio concesso nel 1346 ai razionali del tribunale della Zecca

confermato da due sentenze della Sommaria. Quando la Corte obbiettò che simili

decisioni erano sospette, i magistrati della Sommaria fecero blocco per difendere i

propri privilegi. Su questa scia le sezioni si estesero a tutti i magistrati. Nel 1632

Filippo IV provò a risollevare il problema, per interrompere l’abuso e ingiunse alla

Sommaria di inviare a corte una consulta: colore che avevano diritto all’esenzione

dovevano rivolgersi direttamente a lui. La Sommaria replicò affermando che la

richiesta era giuridicamente improponibile per tre punti:

1)il privilegio concesso da Giovanna I ai razionali della Zecca.

2)le opinioni autorevolissime di Annibale Moles e Marino Freccia che avevano

legittimato l’esenzione.

3) tutti i magistrati rivendicavano l’esenzione perché un provvedimento del 1550

affermava che tutte le magistrature dovessero essere trattate in modo eguale.

La richiesta rimase senza esito.

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Per arginare le rivolte nel luglio del 1947 il duca d’Arcos inviò a Napoli due persone

alle quali fu dato il compito di raccogliere le denunce dei vassalli e trascriverle nei

chaiers de doleance. Alcune considerazioni sono necessarie su questi chiaers de

doleans, i quali non erano sempre veritieri, molte volte infatti gli accusatori volevano

sostituirsi agli accusati nella gestione dell’attività economica dei feudi. Ciò deve

indurre alla cautela. Tuttavia gli accusatori sapevano bene a quali conseguenze si

sarebbero esposti ove gli accusati fossero stati prosciolti. Il dato saliente che emerge

dai cahier è la conferma della violenza sistematica e preordinata che costituiva un

elemento caratterizzante del feudo moderno. Infatti il barone non si preoccupava di

sfruttare intensivamente il suo praedium e trarne ogni possibile vantaggio. Quando la

violenza feudale si esercitò su braccianti e contadini il sistema resse bene, al massimo

produsse il brigantaggio che però finì per essere utilizzato dalla feudalità per

consolidare il suo potere. I problemi tuttavia incominciarono quando gli interessi dei

baroni si scontrarono con quelli di elites professionali, che si sentivano soffocare dal

monopolio baronale su ogni attività economica. La rivoluzione maturò

principalmente nelle province anche per tal motivo. Un certo avvocato calabrese,

Angrlo Accitto, inviò al re un progetto di riforma secondo cui una buona ed

imparziale amministrazione della giustizia e la fine delle angherie baronali erano

condizioni indispensabili perché potesse prendere corpo il mercantilismo gli uomini

spinti dalla brama di ricchezza. Certamente non rientravano tra i diritti baronali gli

omicidi, gli stupri e le violenze. Ma sulla stragrande maggioranza delle accuse

relative allo sfruttamento intensivo dei vassalli, il dubbio è più che legittimo. Infatti

bisogna vedere quali poteri la legge e le consuetudini attribuivano ai baroni. Il

Tassone enunciava in 100 punti le potestas spettanti ai feudatari, e affermava che era

esiguo l’elenco delle cose quae baronaes facere non possunt. In pratica molte delle

angherie denunciate, potevano rientrare tra e normali facoltà dei baroni. Il discrimine

tra lecito e illecito era opinabile.

5

I giuristi polemizzavano contro la feudalità ma acquistavano feudi ; denunciavano lo

scandalo degli abusi baronali, ma non facevano nulla per modificare il sistema che

produceva quelle angherie. Ma su un punto, ossia sulla difesa della demanialità

quegli stessi giuristi si dimostrarono coerenti ai principi. La delega ad amministrare le

province che la monarchia aveva concesso alla feudalità, incontrava limiti ben

precisi. Innanzitutto non potevano essere consegnati all’arbitrio baronale le città dove

vi erano istituzioni ministeriali o istallazioni militari o sedi di vescovato regio. E’

evidente che la loro trasformazione in feudo avrebbe ulteriormente indebolito il

governo centrale. Alla base dell’intransigenza ministeriale vi era un altro motivo.

Infatti la vendita di città, casali e terre che gia in passato si erano riscattate a titolo

oneroso o che avevano ottenuto il demani come ricompensa per i servizi prestati alla

corona, ledeva l’essenza stessa del potere magistratuale e lo privava di ogni

credibilità. Il principio secondo cui pacta sunt servanda era fondamentale nello

statuto costituzionale del regno. Carlo V era sfavorevolmente rimasto impressionato

dal numero esiguo di città demaniali ed ordinò che per quanto possibile città e paesi

fossero restituiti al demanio regio perché a suo avviso un più cospicuo numero di

città demaniali avrebbe consentito un più facile ed efficace controllo della feudalità.

Nei decenni successivi la situazione mutò radicalmente. Rispetto alla situazione

riscontrato da Carlo V si era verificato un vero e proprio rovesciamento di fronte .

Infatti mentre la corona stretta dai problemi finanziari sempre più impellenti tentava

di alienare tutto il vendibile, magistrature e giuristi difendevano la demanialità

specialmente quando acquistata a titolo oneroso. Il pactum de non vendendo giurato

dal sovrano costituiva un limite invalicabile alla potestas del principe; era da lì che

passava il diaframma tra monarchia e tirannide. Infatti come era possibile consentire

al principe di sconfessare i suoi atti di governo e i suoi contratti? Era dal 1620 che

l’ostruzionismo della Sommaria contro l’alienazione dei demani era emersa con

chiarezza. In quell’anno madrid aveva richiesto alla regia camera un elenco dei

luoghi che si potevano infeudare. La Sommaria replicò inviando a corte una prima

nota di 34 città e terre che per diverse ragioni di stato e di governo non si potevano né

vendere né infeudare. Naturalmente la corte non si accontentò di tale risposta che

precludeva ogni possibilità di vendita. E così nel 1622 la Sommaria fu costretta a

ritornare sull’argomento, ma non modificò la sua posizione. Apparentemente sul

problema le posizioni di napoli e madrid erano inconciliabili. Un compromesso fu

raggiunto anche se in modo non del tutto corretto a danno dei comuni. Questi comuni

minacciati di vendita correvano ai ripari e per non essere assoggettati dal dominio dei

baroni pagando lo stesso prezzo che i baroni avrebbero pagato. In questo modo

nessuno rimaneva deluso. Queste continue finte vendite, riscatti prelazioni e

transizioni finirono per minare il sistema innescando fattori di crisi che contribuirono

nel 1647 all’esplodere della rivoluzione. Francesco Censuale era convinto che il

contratto con cui la città di nola aveva riacquistato i suoi casali era irrevocabile, il

sovrano quindi non poteva pregiudicare i diritti dei sudditi senza avere un esplicito

consenso. In mancanza ogni contratto di alienazione era da considerarsi nullo. Altri

invece avevano sostenuto la facoltà del sovrano di alienare i demani se vie era

imminente necessità. Il Censuale si appellava ad un principio giuridico superiore:

cedendo all’urgenza invocata dalla monarchia si sarebbe verificata una violazione del

criterio di giustizia distributiva. Infatti con la vendita dei demani avveniva il contrario

perché erano poche universitates a dover pagare per tutti. Quella di Censuale non era

la voce di un giurista isolato, infatti anche i presidenti della Sommaria condividevano

tale idea, tanto è vero che costoro in una Consulta del 1628 sull’alienazione dei casali

di Stilo, una città che gia precedentemente si era riscattata, affermarono che sua

maestà era obbligato ad osservare il contratto e la promessa di conservarli nells

libertà del regio demanio. La vendita non ebbe luogo creando nuove difficoltà nei

rapporti tra napoli e madrid. Ma per lo sbarramento della Sommaria nel 1638 giunse

da madrid l’ordine di affidare la questione ad una commissione di teologi i quali

affermarono che non è lecito a sua maestà per qualsivoglia necessità metter mano

nelle facoltà dei suoi sudditi se prima non si fosse servito dei propri beni. In pratica il

sovrano prima di attingere dalle tasche dei sudditi doveva svuotare le proprie.

Coerentemente per soddisfare l’opinione dei teologi il re fece porre in vendita quanto

rimaneva del demanio. E si riaccese il conflitto. Le nuove feudalizzazioni anche

perché accompagnate da giustificazioni tanto goffe misero in crisi il rapporto napoli

madrid. Non a caso da chieti a lecce , da cosenza a nola, da reggio a napoli il

problema dei demani fece esplodere la rivolta e fomentò la polemica antifiscale.

Bisogna diffidare da i signori che reclamavano il demanio , perché con la

defeudalizzazione la situazione delle finananze pubbliche peggiora e non migliora.

Infatti in città come Lucera entrate ricche nel demanio ne erano uscite dissanguate.

Marino Freccia affermò che la tirannia legale di un barone era preferibile a quella

incontrollabile di alcuni gentiluomini, i soli ad avere veramente interesse al demanio .

Questa realtà fu fortemente caratterizzata dalla presenza di uno stato che si poneva

come compito primario la raccolta della risorse per sopperire alle esigenze

incolmabili di un grande impero in declino . Il prevalere della funzione fiscale

determinò una trasformazione delle strutture feudali verso forme di imprenditoria

signorili.

UN RE, UN RIBELLE ED UN TIRANNO DI PAESE (capitolo 3)

1

Nella prima metà del 1600 troviamo cerreto in preda a disordini, controversie e

recriminazioni con i Carafa di Maddaloni. Talvolta scorreva anche il sangue,

intervenivano tribunali tra gli sbirri, ma non per questo cessava la conflittualità.

Anche l’indocilità dei cerretesi concorreva a tener viva la conflittualità. Infatti erano

soliti replicare, colpo su colpo, agli abusi dei feudatari ed all’occorrenza tiravano furi

le unghie per far valere le proprie ragioni. Potevano farlo perché oltre ad essere

consapevoli dei propri diritti disponevano dei mezzi necessari a competere con i

Carafa. Anche se in città vi erano conflitti, la situazione economica del luogo era

felice. Cerreto costituiva infatti un’anomalia nel mezzogiorno d’antico regime.

L’abbondanza di materie prime e la presenza di acque torrentizie avevano favorito la

nascita delle industrie laniere. I problemi sorsero quando nel 1483 i Carafa di

Maddaloni per 9 000 ducati avevano acquistato la vasta contea di Cerreto. Il punto di

maggiore contrasto tra i Carafa e i notabili di cerreto era il lucroso settore lamiero. Le

preoccupazioni dei notabili di cerreto non erano di natura esclusivamente economica,

infatti affermando la libertà d’ intrapresa essi difendevano soprattutto il loro ruolo

sociale.

2

Il conflitto venne a galla nei primi decenni del 500 quando l’universitas di Cerreto

citò i Carafa di fronte al regio consiglio per contestarne le pretese sulle acque

pubbliche. La causa fu lunga e si concluse nel 1540 grazie ad un faticoso

compromesso reso possibile dalla mediazione di due importanti giuristi del tempo che

stabiliva in precise norme sia i diritti della municipalità che quelli del feudatario. Nel

1611 nacque Diomede Carafa, del tutto estraneo alle raffinatezze del barocco

napoletano, si faceva notare per i lunghi baffi da soldataccio e proprio per questo fu

soprannominato “mostaccio”. Si mostrava gradasso, insolente, temerario; egli infatti

più che nel fastoso palazzo di Napoli preferiva vivere sempre circondato da malfattori

tra Arienzo e Maddaloni dove poteva meglio amministrare i suoi feudi. Le

intimidazioni, le illegalità, le violenze che Diomede esercitava erano rivolte al suo

obbiettivo cioè quello di mettere le mani sui patrimoni dei cerraresi e lo faceva con

spudoratezza credendo nell’impunità. Tale personaggio per decenni fece subire ogni

sorta di angheria ai suoi vassalli. Fu una stagione lunga e tormentata aperta da un

nuovo processo davanti al sacro regio consiglio, cui fece seguito nel 1638 una nuova

transazione in base alla quale il duca rinunciava ad ogni pretesa sulle industrie di lana

di cerreto. Erano promesse da marinaio, anzi da allora il duca Carafa incominciò a

razziare su tuttto e tutti fino a raccogliere in pochi decenni un bottino di un milione di

ducati. Questa cifra è giustificata dal comportamento del carafa il quale si era

impadronito dei pascoli comuni, aveva vietato ai fabbricanti di lana di tenere le stoffe

nelle loro case infatti i semilavorati dovevano essere conferiti dai suoi stabilimenti

dove pretendeva denaro per l’immagazzinamento e la pressatura dei tessuti. Costui

costringeva anche i cerratesi a comprare maiali dai suoi allevamenti. Nessuna poteva

sottrarsi al taglieggiamento né fare affidamento sui giudici baronali, reclutati dal

mostaccio da persona di dubbia moralità. Ciò che viene da chiedersi è come tutto ciò

sia stato possibile in una città che in passato aveva dato grande prova di combattività

ed era sempre stata in grado di difendersi. La risposta va ricercata nella crisi nel terzo

decennio del 1600. Infatti ora il referente della burocrazia non era più la burocrazia di

toga, ma l’aristocrazia di seggio, cui appartenevano i Carafa. I mutamenti apparivano

rilevanti, anche sul piano istituzionale, infatti il consiglio collaterale delle grandi

magistrature che da oltre un secolo aveva una concezione antinobiliare dello Stato

erano state occupate da esponenti dell’aristocrazia di spada. Mutata così la situazione

era inevitabile che gli abusi e le illegalità dei baroni trovassero limiti o freni. Come

avvenne a Cerreto con Diomede Carafa.

3

Il Raetano era l’avvocato di fiducia di Diomede Carafa, il suo delegato nelle faccende

cerratesi. Tutti i cerratesi che per un qualsiasi motivo avessero a che fare con la

giustizia, dovevano per non incorrere nella vendetta di mostaccio, ricorrere al suo

patrocinio con conseguenze prevedibili: ad alcuni era stato impedito di rivendicare i

propri diritti ad altri erano giunte minacce di morte. Era inevitabile che da questi

continui abusi più o meno gravi originassero mugugni e gravi conflitti. A

fronteggiare il partito del duca rimaneva alcune famiglie di primates , i cui nomi

erano: De Collelis, Mazzacane, Mastracchio e soprattutto i Magnati. Nel 1633 infatti

ad organizzare la protesta contro i brogli di Mostaccio e del suo vice Ascanio Raitano

fu il diacono Francesco Magnati. Costui era dotato di un carattere impetuoso e si

scontrò con Ascanio Raitano e con altri uomni del duca che pensarono di risolvere la

questione come erano soliti fare, ossia con la violenza. Un giorno all’improvviso

piombarono a Cerreto gli sbirri del tribunale di campagna con a capo il commissario

in persona per dare la caccia a Francesco magnati e ai suoi familiari che furono

arrestati. Il vescovo fulminò la scomunica contro il consigliere merlino e i suoi sbirri.

Alla fine l’incidente fu risolto, il Magnato fu messo in libertà e potè riprendere la

carriera di prelato. Passo dopo passo ,inesorabilmente la situazione evolvette in

peggio e giunse violenta e distruttiva la grande rivoluzione del 1648.

4

La ribellione a Maddaloni fu sollevata da un medico del luogo, Antonio Lombardi.

La rivolta di cerreto, la cui sola fonte documentale è il cahier de doleance che gli

amministratori del comune riuscirono ad inviare al vice re duca d’Arcos. Le angherie

erano carcerazioni, estorsioni reclutamento dei criminali nelle forze di polizia, ed il

responsabile di tali angherie era considerato il viceduca del tempo Lelio Corfera. Pur

nella gravità delle accuse la denuncia è molto pacata nei toni e si ometteva di

coinvolgere apertamente il duca di Maddaloni. Probabilmente anche per colpa del

Corfera tra il 1647 e il 1648 la situazione precipitò. L’arrivo dei rivoltosi dai paesi

vicini e da Napoli accese gli animi che causarono devastazioni incendi e tumulti. I

danni furono ingenti e non risparmiarono alcuno. Ma chi di denaro ne perse di più fu

Carafa che ristabilita la pace pretese dai cerretesi un risarcimento di 20mila ducati. I

capi di questa rivolta furono Giovanbattista Garapella e Francesco magnati. Diomede

Carafa fu tra quelli che dopo la pacificazione del 1648 non comprese il mutamento

del clima politico. Pretesa il risarcimento dei danni ed attivò magistrati

amministratori e sgherri per saldare i conti. I Magnati, più degli altri, finirono

nell’occhio del ciclone. Le intimidazioni non scoraggiarono più di tanto i magnati che

denunciarono tutto al vicere conte D’Onate. Questi temendo il riaccendersi di

questioni antifeudali intervenne per fermare il Carafa. Gli sospese la giurisdizione ed

inviò a cerreto un giudice regio per il riesame dei processi punitivi celebrati negli

ultimi tempi. Per prevenire altre liti ingiunse a Mostaccio di raggiungere napoli. Al

suo rifiuto replicò il vicere con l’invio a Cerreto di due reparti di soldati spagnoli

perché vigilassero sul territorio. Al loro pagamento per castigo avrebbe dovuto

provvedere il duca. Al Mostaccio questi provvedimenti non lo intimorirono tanto è

vero che esasperò lo scontro e fece processare e condannare tutti i cittadini appena

assolti dal giudice regio e costrinse la municipalità a pagare i soldati inviati da naoli.

Francesco Magnati si adirò contro questa nuova ondata di abusi. Il suo destino era

segnato infatti il 22.10.1650 fu ucciso da due sicari con un colpo di fucile. Almeno in

questo caso la questione non finì nel dimenticatoio. Il vicerè Onate fece avocare il

processo nella gran corte della vicaria che avviò una inchiesta dalla quale emerse che

l’omicidio era stato organizzato dal viceduca Giovanbattista Garapella il capopolo

ora passato a Mostaccio. Come al solito Mostaccio tentò di indurre testimoni a

ritrattare per tirare fuori dal processo Garapella. Fu tutto inutile. La gran corte

riconobbe colpevole i tre e li condannò alla forgiudica, pena gravissima che

equivaleva alla pene capitale. Chiunque poteva uccidere un forgiudicato e ricevere un

premio. In attesa di altri accertamenti i giudici avevano provvisoriamente stralciato la

posizione del Mostaccio che tuttavia comprese l’antifona e per tale motivo per

riprendere il controllo della situazione minacciò lo sterminio della famiglia qualora

costoro non rimettessero le querele. Costoro mostrarono coraggio e l’unica

precauzione fu quella di trasferirsi a Napoli.

5

In un drammatico atto di accusa Antonio fratello di Francesco Magnati gridava il suo

stupore e quello dei suoi familiari per non aver trovato a napoli giudici coraggiosi e

determinati a render loro giustizia. Per uscire dalla palude Antonio magnati intravide

una sola strada, denunciare a FilippoIV la crudelità di diomede carafa.Solo il re che

definifa suprema fonte di giustizia aveva l’autorevolezza e la forza per intervenire in

maniera risolutiva. Nel 1651 Antonio magnati si imbarcò alla volta della spagna

accompagnato da un medico di cerreto, Gabriele Fusco anche egli vittima delle

angherie di Mostaccio. I due cerratesi per incontrare il re dovettero aspettare a lungo;

solo nel 1654 i due cerratesi incontrarono il re e raccontarono le offese ricevute dal

Carafa a partire dall’omicidio di Francesco magnati. Il sovrano rimase colpito da

quella serie infinita di violenze e illegalità che quei sudditi dicevano di aver subito.

La sventura dei magnati colpì profondamente il re tantè che nello stesso anno Filippo

IV volle delle risposte drastiche e stabilì che bisognava concedere ai magnati tutto.

Era giunto il momento di procedere con severità anche a costo di scavalcare il

supremo consiglio d’Italia, organo in genere preposto a risolvere tali faccende. In un

dispaccio inviato al vicere al conte di castrillo, Filippo IV riassumeva la vicenda

esprimendo il suo rammarico per l’inerzia della magistratura napoletana. D’ora in

avanti era detto nel dispaccio, del contenzioso tra i magnati e il duca d Maddaloni si

sarebbe occupata un’apposita Giunta formata da sei ministri supremi alla quale il

sovrano conferiva tutta l’autorità che si richiede alla mano destra. I componenti

dell’organo straordinario erano scelti con accuratezza e dovevano essere scelti con

imparzialità. Già la formazione di un tribunale straordinario era una anomalia e anche

una dichiarazione di sfiducia nei confronti delle grandi magistrature e dello stesso

vicere. Tale diffidenza era rafforzata da due disposizioni aggiuntive con le quali si

stabiliva che nel caso in cui alcuni giudici venissero a mancare il vicere avrebbe

dovuto immediatamente procedere alla sostituzione facendo in modo che il processo

si concludesse in un breve tempo. Ma prima che la sentenza venisse pubblicata,

l’intero incartamento doveva essere trasmesso a madrid per un riesame da parte del re

e del consiglio d’Italia. Non solo, per evitare manovre ed inquinamenti i due erano

indicati in 17 capi di imputazione sui quali la Giunta avrebbe dovuto indagare e

decidere. C’erano tutti i presupposti per un processo rapido e giusto. Non andò

precisamente così.

6

L’impegno di Filippo IV a favore dei magnati non bastò a ristabilire la giustizia. A

Napoli il consiglio collaterale impiego qualche mese per prendere visione del

provvedimento regio. Una prima volta, il 21 febbraio 1655 e quindi il successivo 15

marzo quando i reggenti stabilirono che il Mostaccio a pena di 20mila ducati si

sarebbe dovuto trasferire a Napoli e non avrebbe dovuto infastidire i magnati ai quali

era stata concessa la protezione regia. L’atto di salvaguardia fu visto come la fine

dell’incubo. Ciò spinse molti tra i quali la potente famiglia dei Mazzacana che

chiesero di poter intervenire nel processo sia come testimoni che come parte lesa.

Diomede Carafa, preoccupato, dapprima tentò di appellarsi al Collaterale per far

dichiarare inammissibile i testimoni d’accusa presentati dal magnate. Fallito questo

tentativo ricorse alle intimidazioni. L’effetto fu quello prevedibile. Quasi tutti i

potenziali accusatori si resero imprevedibili. Altrettanto dissuasiva fu la manovra

intorno al consigliero Pedro Varayz, il magistrato incaricato di recarsi a Cerreto per

interrogare i testi ed indagare sui capi di accusa. Infatti fin dal suo arrivo a Cerreto si

faceva accompagnare da un agente del duca che lo seguiva come un’ombra. Ciò

provocò una grande delusione in Antonio Magnati, il quale comprese che a nulla era

servito andare a Madrid, coinvolgere il sovrano e di lapidare un patrimonio. Anni di

sofferenza rischiavano di essere vanificati da una istruttoria che a suo dire era un

farsa. Temendo di finire da accusatore ad accusato, il cerratese si rivolse all’accusa

per fermare il Varayz e riteneva che fosse necessario che i testi fossero ascoltati

davanti a tutti i giudici, a Napoli, designati dal re. Fu accontentato, ma con risultati

non diversi da quelli di Cerreto.

7

Il secondo viaggio dei Magnati a Madrid avvenne alla fine del 1655. il nuovo

memoriale aveva i toni diversi rispetto al precedente infatti questa volta le richieste

del magnati erano al limite della praticabilità: la chiamata in spagna del duca di

Maddaloni da non poter più nuocere sui vassalli; la riapertura dei processi penali a

suo carico e un severo ammonimento nei confronti della giunta per non aver

adempiuto scrupolosamente alle direttive del sovrano. Antonio Magnati era ben

consapevole della straordinaria gravità di quelle richieste ed invitava il re a

trasgredire all’ordinamento, che come l’esperienza dimostrava era del tutto

inadeguato a punire i potenti. Questa volt Filippo IV rispose con prudenza. Si limitò

infatti a trasmettere l’incartamento al consiglio d’Italia. L’istanza dei Magnati fu

discussa nell’agosto del 1556 e pur senza negare la rilevanza delle accuse i giudici si

limitarono a demolire tutte le argomentazioni. Il consiglio d’Italia esaminò il

problema da un altro punto di vista; cioè all’interno del consiglio ci si chiese se fosse

legittimo che il re potesse derogare alle leggi. A loro avviso era da salvaguardare il

principio della subordinazione del sovrano alla legge e che non era ammissibile che

il re intervenisse nel corso di un processo per condizionarne il risultato. A loro avviso

il duca di Maddaloni non poteva essere chiamato in Spagna a discolparsi perché

provvedimenti del genere erano vietati dalle leggi del regno. Queste affermazioni

potevano apparire come una pietra tombale sulle aspettative di giustizia, ma Antonio

Magnati non si lasciò scoraggiare. La vicenda fu risolta più che dalla tenacia dei

cerratesi da un avvenimento esterno e terribile ossia la spaventosa pestilenza che

nella primavera del 1956 flagellò tutto il regno.

8

Mentre a madrid il consiglio d’Italia cercava di neutralizzare i desconsolatos di

Cerreto, la capitale del regno era in preda ad una pestilenza che nel giro di qualche

mese l’avrebbe sconsolato. Antonio Magnati bloccato in Spagna dalla chiusura delle

frontiere a causa della peste, si salvò. A Mostaccio fu contagiato e morì nel 1660 a

Pamplona all’età di 59 anni. Questa morte aveva risolto molti problemi. La corona

usciva da queste situazioni imbarazzanti, si quietavano e appagavano le vittime. A

Cerreto, a Mostaccio successe suo figlio Marzio che si guardò bene dall’emulare

l’esempio paterno. In maniera serena riprese l’esistenza dei Magnati che si erano

trasferiti a Napoli e acquisirono una posizione di prestigio. Nel 1737 un altro Carafa

esattamente come il suo avo impiegò i giustizieri del tribunale di Campagna dando

luogo ad uno spettecolo di desolazione e terrore che sapeva di deja-vù. Tutto

insomma si ripeteva e ritornava sulle orme del passato.

MALA GIUSTIZIA (capitolo 4)

2

Nel tavoliere delle Puglie latifondisti, mercanti e gregi erano prede facili per i

briganti che dalle foreste del fortore scendevano a valle per realizzare razzie sequestri

di persona, rapine, stupri per tornare subito dopo a rifugiarsi nei boschi dai quali

provenivano e nei quali la caccia e le forze dell’ordine era più problematica.

Nell’estate del 1628 una banda capeggiata da un certo Lorenzo Armellino,

soprannominato Santo sosso, dal nome del paese d’origine. Aveva dato filo da torcere

scorrazzando tra Molise e Puglia lasciandosi dietro una scia di terrore, fino a quando

durante una di queste incursioni la comitiva si era scontrata con un drappello di

soldati. Vi furono alcuni morti e per cancellare ogni prova i briganti finirono 5 mlitari

rimasti feriti. Ovviamente l’uccisione a freddo di 5 uomini di corte suscitò reazioni

violenti. I reparti di cavalleria furono inviati alla caccia di banditi. In questo scenario

tra paura di ogni sorta il 22 luglio del 1627 sulla via di lucera i militari dell’udienza

fermarono un ragazzo senza nessuna arma che andava per quella strada. All’invito di

qualificarsi il giovane disse di essere Francesco Poliarco e dichiarò di provenire da

San Bartolomeo in Galdo e che voleva raggiungere Lucera per fare acquisti. Le

risposte del giovane viandante e le circostanze dell’incontro insospettirono i militari

che lo fermarono e lo trasferirono nel capoluogo dove gli fu inflitta una passione

paragonabile, secondo il Tapia a quella di Gesù Cristo in quanto entrambi erano stati

giustiziati per colpe non commesse ed era stato sottoposto ad abusi e sevizie tali da

ricordare il calvario. Al fattaccio hanno partecipato tutti gli addetti del tribunale anzi

a dare inizio ai tormenti fu proprio il capo del tribunale G.V. Strambone, con la scusa

di volerlo interrogare personalmente se lo era fatto portare nel suo ufficio ove l’aveva

ripetutamente colpito con un campanello che aveva sulla scrivania. Fu pestato

collettivamente da tutti i magistrati dell’udienza ossia gli uditori De Angelis e De

Crescenzo e l’avvocato fiscale Campana. Al rifiuto del Poliarco di confessare la sua

partecipazione alla comitiva di Santo Sosso i quattro si scatenarono. Fu infatti

frustato nudo e bendato e legato ad una staccionata per tutta la notte. Allo spuntare

del sole, il ragazzo ormai allo stremo delle forze continuava a proclamare la sua

innocenza. Per farlo cedere Strambone ricorse all’inganno promettendogli

l’immediata scarcerazione se avesse ammesso una sua partecipazione alle imprese di

Santo Sosso. Non appena firmato il foglio il ragazzo fu giudicato dagli stessi giudici

che lo avevano picchiato e che lo giudicarono con il rito sommario, quello previsto

per i malfattori colti in flagranza e per i forgiudicati. L’imputato fu consegnato al

carnefice e fu ucciso. Dalle indagini della commissione di inchiesta emerse una verità

allucinante cioè Don Ferrante Marullo, signorotto del luogo, forgiudicato per

banditismo aveva chiesto al vicere il condono, offrendosi in cambio di catturare un

latitante. Gli serviva insomma la testa di un bandito da allegare per lo scambio. Per

trovarne una si era rivolta ai magistrati e funzionari dell’udienza. Insomma il ragazzo

era stato catturato perché al sua testa serviva a don ferrante marullo per ottenere

l’indulto. Tuttavia però i principali autori del crimine, per la fretta di trovare una testa

per il loro mandante non si erano resi conto che Poliarco apparteneva ad una buona

famiglia e che addirittura uno zio, dottore in utroque, Filippo Poliarco, esercitava la

professione di avvocato a Napoli e disponeva di una rete di amicizie tali da impedire

che la vicenda finisse nel limbo degli errori giudiziali. I congiunti del giustiziato

mossero mari e monti. Scrissero a Madrid si rivolsero al Consiglio Collaterale,

presentarono denuncie al visitatore generale Francesco Antonio d’Alarcon, allora in

missione ispettiva nel regno di Napoli. Molto probabilmente fu proprio quest’ultima

circostanza con la visita Generale, a far esplodere il caso. Infatti la complicità

esistente all’interno del ceto magistratuale non ammetteva che fosse messa in

discussione la prudentia dei giudici, ne la loro onestà. I casi di giudici puniti per

sentenze ingiuste si contavano sulle dita di una sola mano. Mentre la vicenda

montava, giudici e funzionari del tribunale pugliese si dettero da fare per aggiustare il

processo, ossia realizzando un fascicolo processuale nel quale tutto apparisse regolare

e conforme al diritto. Si fecero scomparire dagli archivi carte e tracce dell’indulto

richiesto da don Ferrante Marullo. Giudici e funzionari si misero alla caccia di

presunti testimoni perché, che con le buone o con le cattive, confermassero le accuse

al Poliarco. Fu riscritta anche la confessione spontanea del giustiziato e gli fu fatto

dichiarare di essere maggiorenne. Molti tentarono di risolvere l’affeir intimidendo e

perseguitando gli accusatori più tenaci. Nel 1628 il governatore Srambone, gli uditori

De Angelis e Crescenzo furono rinviati a giudizio davanti ad un apposita alta corte

presieduta dal vicere duca D’Alba e composta dai reggenti del collaterale, dal

visitatore generale e da alcuni ministri dei grandi tribunali della capitale. L’accusa fu

affidata a Giulio Mastrillo mentre la difesa fu affidata a Cacace.

3

In questo processo oltre la fattispecie concreta il giudizio verteva sul problema anche

etico della funzione magistratuale. Le tre allegazioni difensive presentate dal Cacace

mostrano come il processo aveva avuto un inizio tranquillo. Il difensore tentò di

gettar dubbi sull’ impianto accusatorio. Ma si trattava di un diversivo utilizzato per

introdurre l’argomento della legittimità delle procedure ad modum belli che i

magistrati di Lucera a suo dire avevano applicato correttamente. Il difetto in altri

termini era nella legge e non negli uomini che l’avevano applicata. Su un punto

insisteva particolarmente che la confessione di Poliarco doveva presumersi spontanea

e come tale in grado di sanare tutti i vizi di forma anche quelli relativi alla cattura

effettuata senza alcun precedente indizio. Era stata quella confessione a condannare il

giovane e a rendere superflua la difesa, sosteneva Campana. Tutto insomma era stato

regolare. Ad avviso del Cacace le comitive malavitose che affollavano la puglia

meritavano una repressione adeguata. A fronte di una siffatta situazione i giudici di

lucera l’avevano applicato forse con eccessive solerzia le leggi contro i banditi

promulgate dal duca D’Osuna. Se il loro compito era quello di terrorizzare e

prevenire dovevano essere apprezzati e non criticati per aver inflitto una pena veloce

ad un reo confesso. I rappresentanti dell’accusa oppose al giustizialismo

dell’avversario un garantismo limpido. Sosteneva nella requisitoria che non era vero

che gli uditori si fossero attenuti alla legge. La loro colpa era stata quella di applicare

in maniera dissennata un procedimento straordinario come il processo ad modum

belli che per le sue caratteristiche esigeva attenzione e prudenza. Nella lucera del

1627 era accaduto secondo il Mastrillo un episodio che travolgeva tutto ovvero regole

prudenza ed equità. Altrettanto sbagliata appariva al Mastrillo le affermazioni della

difesa sulla confessione del ragazzo e storta forse con lo scopo recondito di

procacciare un indulto da un criminale vero. Affermava il Mastrillo che Carlo

d’Angiò aveva ridimensionato il valore probatorio della confessione spontanea

perché presuntivamente resa per il timore della tortura e pertanto era opinione

consolidata che l’ammissione di responsabilità dovesse essere verificata con la

massima prudenza. Partendo da questo postulato i rappresentanti dell’accusa

affermavano che una parvenza di confessione era stata utilizzata per condannare un

innocente e per precludergli il diritto di appello. Per il Mastrillo quando i giudici

sbagliavano dovevano essere puniti anche più severamente dei comuni sudditi. Lo

esigeva il potere pubblico di cui erano investiti e la necessita che tragedie come

quelle di Poliarco non si ripetessero.

4

Tale situazione era particolarmente rilevante da far presagire una chiusura a riccio del

ceto magistratuale dei rischi e dell’ingovernabilità dell’evento si resero conto gli

imputati che presero ad accusarsi l’un con l’altro. Alcuni ministri si dichiarano

disgustati dalle accuse che gli imputati si scagliavano l’un con l’altro e affermavano

che gia erano orientati verso la colpevolezza degli imputati tanto più a seguito di

queste accuse. Altri, anzi i più non si mostravano scandalizzati. Ciò fa comprendere

come era solida e condizionante la solidarietà di casta tra gli imputati e alcuni giudici.

Secondo Rovito l’ipotesi di delitto non era una faccenda da poco. Le circostanze che

Rovito facesse parte dell’alta corte poteva orientare la corte verso la tesi rigorista,

come faceva presagire il suo voto nell’udienza del 1629. L’operato del giudice di

Lucera era inficiato da alcuni difetti quali l’imprudentia e l’impeditia. Tuttavia tra

difetto e colpa vi è una distinzione infatti la mancanza di riferimenti alla corruzione

del tribunale pugliese collocarono l’opinione di Rovito in un limbo. Due anni dopo lo

stesso giurista escludeva ogni ipotesi di colpa affermando che i due uditori erano stati

negligenti e responsabili solo di eccessivo zelo. Possiamo considerare i due voti del

Rovito come sintesi di quel processo iniziato sotto l’assillo moralizzatore di una

visita generale e terminato quando la restaurazione togata aveva preso il sopravvento.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Salerno - Unisa
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto medievale e moderno e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salerno - Unisa o del prof Rovito Pierluigi.

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