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Riassunto esame Storia del Diritto Italiano, prof. Caravale, libro consigliato Saggi Storia del Diritto, Caravale Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia del Diritto Italiano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Saggi Storia del Diritto, Caravale.
Nello specifico si tratta della sintesi delle seguenti opere: “Tra compilazione e codificazione. L’opera legislativa di Gregorio IX e Bonifacio VIII”, “La nuova metodologia di Alberico Gentili”, “Illuminismo... Vedi di più

Esame di Storia del diritto italiano docente Prof. M. Caravale

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VIII ALLE RADICI DEL DROIT D’AUTEUR

La Carta dei diritti fondamentali dell’UE afferma che la “proprietà intellettuale è protetta”. Come è

noto vi sono due grandi sistemi di protezione dei diritti d’autore: quello europeo del droit d’auteur

e quello anglo-americano del copiright. Secondo Alain Berenboom, specialista in materia, il diritto

continentale sul modello francese è una legislazione a favore dell’autore, che anzi enfatizza la

figura dell’autore. Quello anglo-americano invece ha come scopo la circolazione delle opere in

pubblico, al fine di favorirne la diffusione. Il primo protegge il diritto d’autore senza alcuna

formalità, ogni parte dell’opera è protetta come se fosse una opera integra; l’altro sistema invece

tutela il diritto solo in seguito alla registrazione.

La Convenzione di Berna del 1886 è attualmente il principale trattato sull’unificazione delle

legislazioni in materia, e prevede l’acquisizione del diritto d’autore senza formalità.

L’avvicinamento progressivo dei due sistemi sopra citati è giunto al culmine nel 1989 quando gli

Stati Uniti hanno aderito alla Convenzione di Berna. Il sistema europeo ha prevalso per ragioni

economiche: è commercialmente più interessante dell’altro, poiché l’enorme protezione

riconosciuta all’autore finisce per arricchire l’editore e l’industriale. La convenzione ha sancito la

mondializzazione di un regime uniforme di tutela. Il sistema del droit d’auteur nasce in Francia e si

è imposto col tempo in Europa e nel mondo, ed alle sue regole è ispirato il contenuto della

Convenzione. Sia il sistema francese che l’anglo-americano nascono nel corso del XVIII sec.; il

primo ad inizio secolo in Gran Bretagna, il secondo trova espressione a fine secolo.

Sia in Francia che in Inghilterra l’edizione delle opere, dopo l’edizione della stampa, si basava su un

regime di concessioni di privilegi, di cui erano beneficiari gli editori, e raramente anche gli autori.

Frequenti erano in Francia gli scontri tra librai, specie in ragione del fatto che quelli parigini erano

spesso favoriti dall’attribuzione di privilegi ben più ampi. Nelle lotte tra librai in ogni caso non

aveva alcuna rilevanza la figura dell’autore.

Il diritto d’autore nasce quindi con provvedimenti relativi ai privilegi prima ed alla censura poi, con

sviluppo analogo sia in Francia che in Gran Bretagna sino al sec. XVIII in cui prendono strade

diverse. Il primo atto rilevante è l’ordinanza sulla riforma della giustizia di Carlo IX del 1566, che

imponeva l’obbligatorietà della richiesta del privilegio trasformando quindi il privilegio in uno

strumento al servizio degli interessi della monarchia. Oltre ai privilegi e la censura verrà poi

introdotto l’obbligo di stampare ogni testo con il nome dell’autore. Nel 1629 l’ordinanza viene

arricchita di un nuovo sistema che è una primordiale forma di deposito, e sembra evidenziare un

primitivo interessamento all’autore. Con il regno di Luigi XIV si instaura un regime assoluto e

centralizzato in materiale editoriale che va ad esclusivo profitto dei grandi autori della capitale,

anche al fine di unità religiosa e di controllo sulla stampa. Per allontanare le rivendicazioni dei

concorrenti provinciali i librai parigini si basano sul fatto che l’autore trasferisce loro la proprietà

del manoscritto. Il potere sovrano tace sul punto: nel 1723 il Code del la libraire disciplina la

materia ma non è per nulla esaustivo: esso si limita ad introdurre l’obbligo del permesso del

Guardasigilli per stampare o ristampare libri.

I contrasti tra librai parigini e provinciali erano molto frequenti, poiché i primi volevano esercitare

in modo esclusivo e perpetuo il diritto di proprietà loro ceduto dall’autore, creando di fatto un

monopolio, ed identificando il privilegio con la proprietà. I provinciali dal canto loro sostenevano

che il privilegio costituisse la proprietà letteraria, e che quindi il sovrano concedendo il privilegio

concedeva la proprietà, e in base a ciò chiedevano di poter stampare alcune opere il cui privilegio

era decaduto. In realtà il privilegio nulla ha a che vedere con la proprietà, la distinzione dei due

concetti è stata da sempre riconosciuta e rispettata. Tuttavia è spesso stata sottolineata l’ambiguità

del concetto di privilegio, ma ciò non vuol dire confonderlo con la proprietà.

Il privilegio era lo strumento grazie a cui i librai parigini aumentavano e mantenevano il loro potere,

ma era anche lo strumento che permetteva allo Stato di controllare la conformità dei testi stampati ai

suoi interessi. I nessi con la cesura sono assai rilevanti in ragione dell’attitudine della stampa ad

essere veicolo di movimenti intellettuali, il Re fa quindi del privilegio uno dei principali strumenti

di polizia della stampa.

Le lotte tra i librai denotano la pressoché nulla attenzione nei confronti degli autori, poiché si tende

a conferire la proprietà delle opere ai librai stessi. Le ripetute concessioni di privilegi esclusivi

inducono i librai a considerare tali privilegi come diritti acquisiti.

Dall’analisi di alcuni plaidoyez di un avvocato parigino, Simon Marion, emergono alcuni particolari

interessanti: innanzitutto la doppia natura del libro, corporalles e spiritualles, e cioè materiale e

intellettuale, la seconda delle quali non commerciabile; vi si rinviene inoltre l’idea del diritto di

proprietà dell’autore solo sul supporto materiale e non sulla parte intellettuale. Evidenti sono i

riflessi del pensiero di Marion nelle argomentazione dei librai parigini del XVII: con il radicarsi

dell’idea di proprietà del manoscritto si permette loro di ottenere un diritto di sfruttamento di durata

illimitata, e dalla proprietà del manoscritto a quella dell’opera letteraria il passo è breve.

Nel 1725 l’abbè Blondel si sofferma sulla figura dell’autore affermando la necessità di

riconsiderarne la posizione poiché è giusto che ognuno viva del suo mestiere. Blondel denuncia la

mancanza di legislazione in materia sottolineando come i precedenti atti sono stati emanati su

sollecitazione dei librai, che ovviamente ne erano favoriti. Blondel sottolinea il ruolo fondamentale

del libro come strumento per l’innalzamento del livello culturale del paese per cui gli autori hanno

diritto a veder riconosciute le proprie fatiche.

Contemporaneamente Luois D’Hèricourt redige una memoria per il guardasigilli per conto dei librai

parigini che pretendevano un sostegno autorevole dato che il Code de la librerie taceva sul punto

dell’attribuzione della proprietà. Egli qui definisce la proprietà letteraria come il “frutto di un lavoro

personale”. La proprietà letteraria viene così paragonata a quella materiale tanto che se ne applicano

le regole in materia di acquisto, vendita e diritti successori. Inoltre nel pensiero di D’Hèricourt si

intravede la natura personale del lavoro, facendo emergere il concetto di creatività.

Il ministro di Luigi XVI, Turgot, nel 1776 nell’Edit des jurandes, lega per la prima volta il diritto al

lavoro alla proprietà, la più sacra ed imprescrittibile. Turgot quindi tenta di inglobare nell’ordine

economico il principio della libertà dell’uomo dando importanza alla sua dignità: ciò implicava

ovviamente la cessazione delle discriminazioni e l’abolizione dei privilegi.

L’Editto di Turgot può essere considerato il fondamento dei due arrèts successivi del 1777 e 1778.

Il primo concede ad autori ed eredi il diritto di usufruire in perpetuo dei privilegi esclusivi loro

accordati, e limita a 10 anni quelli concessi agli editori; la dottrina sottolinea che il privilegio

ovviamente cessa con la vita dell’autore poiché esso non può concentrare nelle sue mani la funzione

di artefice e di stampatore dell’opera.

Il secondo arrèts regola le relazioni tra editore ed autore dicendo che questo possa conservare la

proprietà del privilegio accordato alla sua opera anche dopo la pubblicazione e successive ristampe.

Interessanti sono le riflessioni dell’azz. Linguet sui due arrèts, egli è favorevole al principio della

perpetuità, evidenzia il parallelismo tra proprietà materiale e letteraria. Egli accusa gli uomini di

lettere di non combattere per i propri diritti legittimi. In particolare è interessante il passaggio in cui

critica i due documenti poiché secondo lui, spogliano gli autori dei loro diritti, in quanto è

impossibile che l’autore scriva e al contempo venda le sue opere limitando di fatto il diritto

introdotto alla vita dell’autore.

Il vero spartiacque tra il vecchio regime ed il nuovo relativamente al diritto d’autore può essere

individuato in una legge del 1789 che aboliva tutti i privilegi, e nella Dichiarazione dei diritti e

doveri dell’uomo e del cittadino che sancisce la libertà di stampa. Si assiste al passaggio da un

regime dei privilegi ad un altro di attribuzione della proprietà all’autore. Il rapporto autore-editore

aveva raggiunto un elevato grado di maturità, ma mancava di una base legislativa (cosa che invece

era già presente in Inghilterra) che si avrà con una legge del 1793. Nei primi anni dopo la

Rivoluzione l’Assemblea Costituente di occupa a più riprese della regolamentazione delle opere

drammatiche. Si ritiene infatti necessaria una legge generale sugli spettacoli, e l’Assemblea stessa si

prepara a ricevere alcune istanze e a discuterne i particolari. Risalta immediatamente la proposta di

Le Chapelier che definisce il frutto del pensiero come la proprietà “più sacra”: tale idea sfocia nella

legge del 1791 e viene subito ripresa dagli intellettuali che lottavano per i problemi degli autori.

La libertà di stampa e la cessazione dei privilegi avevano determinato un clima di anarchia

nell’editoria, rendendo necessario un intervento normativo stabilizzante. Si crea una distinzione: le

opere degli autori deceduti da cinque anni, che sono nelle mani degli eredi, diventano di proprietà

pubblica e possono essere liberamente interpretate, e quelle di autori ancora in vita che non possono

essere riprodotte senza consenso formale e scritto di quello. Nasce quindi il cd. droit intermèdiaire,,

e cioè la proprietà temporanea. Vengono riconosciuti all’autore diritti patrimoniali che non erano

mai stati considerati prima, mentre l’aspetto morale non viene ancora considerato.

Nel 1792 tre grandi autori (Favart, La Place, e Goldoni), reclamano giustizia per tutta la letteratura

drammatica davanti all’Assemblea, poiché affermano che gli autori sino ad allora vedevano

riconosciuta la sola proprietà morale ma di fatto vivevano in povertà. Resta da definire il valore

patrimoniale dello sforzo dell’uomo letterato. Tutto ciò si consolida nella proposta legislativa di

Lakanal che nel 1793 diviene legge, e che sarà quella che determinerà le sorti del diritto d’autore

per oltre un secolo e mezzo. La legge si riferisce a tutti gli autori di qualsiasi opera dell’ingegno e si

parla di godimento anziché di proprietà: l’autore ha diritto di godimento patrimoniale esclusivo,

mentre i diritti ereditari durano 10 anni.

Secondo la dottrina moderna il diritto morale comincia ad essere tutelato dopo il droit

intermediaire.

Inoltre nel 1791 era stata emanata una legge sulle scoperte utili che, pur non avendo suscitato stesso

interesse ed impegno quanto il diritto d’autore, alla questione del diritto d’autore si affianca molto

bene: probabilmente non sono state trattate insieme in ragione del fatto che in tale modo le norme

sui brevetti hanno potuto percorrere una strada più agevole.

Il passaggio dal sistema dei privilegi a quello della proprietà dell’autore segna il passaggio ad un

sistema più stabile, rimane però un punto oscuro: la natura del diritto di proprietà letteraria.

La normativa del droit intermediaire in Francia resta al rango di legge speciale, non trovando spazio

nel Code Civil. Nei lavori preparatori del codice non si rinviene mai la volontà di inserirvi delle

norme sulla proprietà intellettuale; i giuristi napoleonici hanno ben chiara l’appartenenza della

proprietà letteraria a quella materiale, ma probabilmente considerano ancora la materia troppo

imprecisa per poter essere inserita del codice. Diversamente invece è per il Code Penal nei cui

progetti, ad opera di Target, compaiono alcuni articoli relativi alle pene per le contraffazioni di

opere d’ingegno. La particolarità sta nel fatto che in alcune di queste norme oltre agli ovvi aspetti

penali si rinvengono evidenti riferimenti civilistici del diritto d’autore. Il prgetto Target viene

inviato nel 1804 ai Tribunali e al Consiglio di Stato per i relativi pareri. Quasi tutte rinviano

all’opera di un magistrato lionese, A. Costes. In ogni caso è una occasione mancata poiché si parla

di proprietà dell’autore continuando a non definire di che tipo di proprietà si tratti rispetto a quella

materiale. Assai significative si presentano le osservazione avanzate dalle Corti d’Appello,

soprattutto quella di Rennes, che prevedono il principio generale della punizione di tutte le

violazioni di proprietà con un indennizzo pari al valore del danno subito.

Tette le osservazioni avanzate sono di grande importanza per capire la vaghezza della costruzione

dell’istituto e i punti oscuri della legislazione rivoluzionaria.

Per quattro anni le discussioni in seno al Consiglio di Stato sul codice penale restano ferme, e

vengono emanati una serie di decreti in materia artistico letteraria. Un decreto del 1806 si basa su

due progetti, un primo che prevede lo sfruttamento della sua opera da parte dell’autore durante la

vita, e da parte degli eredi per 10 anni; il secondo ritrae ai commercianti l’utilizzazione delle opere

10 anni dopo la morte degli autori.

Riprese le discussioni, si deve sottolineare come Napoleone partecipa solo a due sedure del CdS,

che sono proprio quelle relative alla proprietà. Si giunge addirittura ad espungere dagli articoli del

codice penale profili non strettamente penalistici: i compilatori del Codice sono consapevoli delle

lacune legislative ma sono altrettanto consapevoli del fatto che esse non possono essere colmate dal

Codice Penale, che deve riferirsi solo ai reati. La contraffazione è considerata un delitto perché è

evidente che c’è un attentato alla proprietà. I compilatori del c.p. sono consapevoli della

particolarità di tale proprietà, molto cara all’uomo perché gli appartiene direttamente. Ancora più

importante è sottolineare come un elemento cardine in materia, la creatività, è ora inserito nella

cultura legislativa francese.

Le differenze tra i progetti, ed il Codice Penale del 1810 sono notevoli: è eliminato qualsiasi

riferimento ad aspetti civilistici, la repressione dei reati contro la proprietà letteraria è assimilata a

quella contro la proprietà materiale. Dalle parti eliminate in ogni caso non si ricava una nozione di

diritto d’autore meno ibrida di quella che era la nozione esposta dalla legge del 1793.

Il c.p. quindi si presenta privo di ogni riferimento alla disciplina civilistica del diritto d’autore, che

trova invece posto nel coevo Règlement sur l’Imprimerie et la libraire: si stava procedendo, sulla

base del Code de la librerie, ad una regolamentazione, anzi ad un decreto generale, sulla editoria e

la letteratura. Di esso sono stati elaborati numerosi progetti, molto più ampi del decreto definitivo,

ed evidenziano l’evoluzione e la complessità della materia. I progetti includono sia aspetti civilistici

che penalistici, e rappresentano una chiara rielaborazione della legge del 1793, la quale sarebbe

dovuta essere abrogata dalle nuove norme. Una importante novità è la reintroduzione della censura

preventiva. Napoleone interviene di persona in alcune sedute del CdS, egli afferma che

l’attribuzione di un diritto perpetuo agli eredi può avere inconvenienti, perché la proprietà letteraria

deve essere considerata una proprietà incorporale che se trasmessa all’infinito finisce con lo

scomparire a causa della frantumazione tra numerosi eredi, cosa che inoltre potrebbe portare alla

scomparsa delle opere migliori. Egli inoltre pur riconoscendo che un’opera abbia già prodotto per

l’autore tutti i benefici possibili durante la sua vita ritiene opportuno elevare il diritto degli eredi a

20 anni. Il Decreto pubblicato nel 1810 per le tematiche trattate è assai simile al Code de la librerie,

ma ha un assetto decisamente più sistematico, esso inoltre si contraddistingue per una decisa

impronta censoria, imposta dall’Imperatore, evidenziata dal riconoscimento di determinati brevetti

solo in presenza di specifiche caratteristiche, o dall’esame preventivo dell’opera da stampare.

Due aspetti civilistici sono assai rilevanti rispetto alla legislazione precedente: si estendono alla

vedova, per tutta la sua vita i diritti del marito, e si raddoppia la durata dei diritti ereditari. La

disciplina del diritto d’autore ancora una volta resta al rango di legge speciale, ed ancora si continua

a lasciare in sospeso la questione relativa alla natura della proprietà letteraria.

Probabilmente l’esclusione di tale materia dal Codice Civile sta nel fatto che il droit intermediaire

poneva sulla proprietà letteraria numerosi limiti contrastanti con la visione piena di proprietà insita

nel Codice, inoltre di deve considerare che nella visione napoleonica ed anche dei contemporanei, il

Codice costituiva un’opera immortale ed intoccabile, da qui l’esigenza di registrare l’evoluzione del

diritto d’autore in una legislazione speciale.

Dopo il periodo napoleonico, oltre a limitati interventi legislativi relativi ai diritti ereditari, si

ritenne opportuno istituire una Commission de la propriètè littèrarie, nel 1825 durante i lavori della

quale emersero tutti i problemi irrisolti precedentemente. Primo tra tutti il problema di trovare una

definizione di principio della proprietà letteraria, ed ancora si ritenne opportuno non formularne

una. È da sottolineare però come riemerga con insistenza e frequenza la volontà di assimilare la

proprietà letteraria con quella materiale. La Commissione comunque decide di restare fedele alla

linea proposta dalla legge del 1793, optando per un concetto di proprietà limitata.

Durante i lavori della Commissione emerge la figura di Pardessus, studioso di diritto commerciale,

che alle costruzioni teoriche aveva sempre preferito soluzioni semplificanti e concrete. Egli critica

aspramente sia la legislazione francese che quelle straniere perché lacunose e fondate

esclusivamente su interessi politici e di mercato, anziché sui principi generali della proprietà. La

Commissione elabora un progetto il cui contenuto, a sua detta, è il più favorevole che un paese

avesse mai avuto nei riguardi degli autori e delle loro famiglie. Nonostante gli sforzi tale progetto

non si trasformò in qualcosa di più concreto. Ed irrisolto restava ancora il problema della natura

della proprietà intellettuale, e della sua assimilazione o meno alla proprietà materiale.

La lacunosità della legislazione rivoluzionaria non è quindi colmata per tutto l’arco del XIX sec., e

perciò spesso giurisprudenza e dottrina tentarono di sostituire il legislatore. Significativa è l’opera

della Corte di Cassazione che attraverso la definizione dei criteri di protezione legale integra la

legge del 1793, accrescendo il numero delle categorie oggetto della proprietà letteraria grazie

all’interpretazione estensiva. La giurisprudenza inoltre si sofferma a più riprese sulla natura della

proprietà letteraria, ed in particolare, nel 1814 con una sentenza del tribunale di Seine, viene

riconosciuto il droit moral nei limiti imposti al tipografo per la salvaguardia dell’integrità del testo,

al fine di proteggere la reputazione dello scrittore.

In generale dunque la giurisprudenza successiva alla codificazione si muove costantemente per

assicurare all’autore l’esclusiva utilizzazione economica dell’opera e per tutelare il lavoro

intellettuale dai danni scaturibili da una non corretta pubblicazione.

Quanto alla dottrina il panorama è ben più variegato. Alcuni giuristi, sulla scia della dottrina

settecentesca ritengono la proprietà letteraria pienamente assimilabile a quella materiale, altri

contestando tale assimilazione riconoscono però all’autore un indennizzo per il servizio reso alla

società per la pubblicazione della sua opera. Altri ancora considerano il diritto d’autore come diritto

di proprietà, ma diversa dalle altre perché intellettuale, che, se ancora mal definita, esiste e deve

esistere.

Kant è l’iniziatore di quel pensiero che riconosce una doppia essenza alla proprietà intellettuale:

l’opera immateriale resta di proprietà dell’autore, mentre l’esemplare del libro o dell’opera d’arte di

chi l’ha prodotta. Tale pensiero inizialmente trova terreno fertile solo in pochi autori. Solo il

Pardessus ha elaborato una compiuta riflessione sui singoli aspetti, esso considera i diritti

dell’autore come la base fondamentale della proprietà letteraria. Egli ritiene che i principi fondanti

così come i mezzi di trasmissione, della proprietà materiale e di quella letteraria, siano gli stessi, ciò

che le differenzierebbe sarebbero quindi gli effetti.

La dottrina si è inoltre interrogata su un ipotetico posizionamento all’interno del Codice

napoleonico della disciplina del diritto d’autore, e tale problema se lo pose anche chi era totalmente

contrario all’assimilazione tra i due tipi di proprietà. Alcuni giuristi trovano l’ideale collocazione

della proprietà letteraria tra i beni mobili, e così facendo aprono la strada ad una più raffinata

elaborazione dei droits incorporelles proposta dalla scienza tedesca.

Esiste quindi un profondo legame tra l’evoluzione del concetto di proprietà e la normativa specifica

sulla proprietà intellettuale. Il XIX sec. venerava in modo religioso la proprietà e la Rivoluzione ne

aveva tutelato tutte le forme individuali. In precedenza il concetto di proprietà intellettuale non era

autonomo, ma nasceva dall’allineamento alla proprietà materiale, impostazione mantenuta a lungo

da parte della dottrina. Il concetto di proprietà letteraria che si va formando con il droit

intermediaire si allontana dal precedente, poiché si configurano situazioni diverse che si

allontanano dalla pienezza della proprietà materiale. Con l’impero napoleonico si torna ad una

gerarchia tradizionale della proprietà, in cui quella fondiaria ha posizione primaria, e quella

letteraria è una proprietà a termine.

Nel 1858 viene convocato a Bruxelles un Congresso a cui partecipano gli Stati europei e gli Stati

Uniti con lo scopo di studiare una legislazione comune sul diritto d’autore. Il Congresso non ha, e

non può assumere, il ruolo di legislatore, ma ha lo scopo di mettere in evidenza i problemi più

rilevanti. Solo con la Convenzione di Berna del 1886 si stabilizzano tutte le questioni rimaste in

sospeso per tutto l’arco del secolo. Il lungo iter legislativo francese si sarebbe concluso soltanto con

la legislazione specifica del 1957, e poi con il Code de la propriètè intellectuelle.

Il diritto d’autore è un fenomeno che si contraddistingue per la sua internazionalizzazione. Il diritto

francese emerge con tutta la sua forza, e fa si che un istituto relegato ai margini, escluso dal Codice,

venga esportato in tutta Europa. I due grandi sistemi europei del copiright e del droit d’auteur


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Riassunto per l'esame di Storia del Diritto Italiano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Saggi Storia del Diritto, Caravale.
Nello specifico si tratta della sintesi delle seguenti opere: “Tra compilazione e codificazione. L’opera legislativa di Gregorio IX e Bonifacio VIII”, “La nuova metodologia di Alberico Gentili”, “Illuminismo ed interpretazione. Gaetano Filangeri e le riflessioni politiche del 1774” e “Alle radici del diritto d’autore”.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Caravale Mario.

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