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Riassunto esame Storia del diritto italiano, prof. Caravale, libro consigliato Ordinamenti giuridici dell'Europa medievale, Caravale

Riassunto per l'esame di Storia del diritto italiano, basato su appunti personali e studio autonomo della seconda parte del testo consigliato dal docente Ordinamenti giuridici dell'Europa medievale del professor Mario Caravale . Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: storia del diritto medievale e moderno, la rinascita del secolo XII, la rinascita... Vedi di più

Esame di Storia del diritto italiano docente Prof. M. Caravale

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affermarono all’interno di una signoria fondiaria che continuarono a rispettare, ebbero per lo più origine da

un’associazione giurata, una conjuratio, conclusa tra gli abitanti di un centro urbano desiderosi di sottrarsi alla

soggezione signorile. La prima forma assunta dal diritto cittadino derivò dal riconoscimento della libertà personale e

patrimoniale concesso dal signore a tutti coloro che facevano parte della comunità municipale; alla tutela dei diritti

soggettivi provvedevano magistrati incaricati di tale funzione. Il signore conservò competenze giurisdizionali e

continuò ad occuparsi dell’amministrazione e della difesa della comunità urbana. Solo verso la fine del secolo la

comunità sostituì il signore nella gestione di una parte del governo cittadino: la nascita di consigli cittadini segna

l’inizio di un governo diarchico nel centro urbano.

L’Inghilterra

L’ordinamento cittadino in Inghilterra nacque nell’ambito di una signoria fondiaria, regia o nobiliare che fosse. Suo

elemento essenziale era, come nel Continente, la libertà personale e patrimoniale dei cittadini, definita in Inghilterra

con l’espressione libero burgage. Tale privilegio costituiva il fondamento dei diritti che caratterizzavano

l’ordinamento del municipio indicato con il termine di borough: l’esistenza di magistrati cittadini che tutelavano i

diritti degli abitanti e la presenza di un mercato al quale era legata l’attività di una parte della popolazione urbana.

Anche in Inghilterra il contenuto dei privilegi municipali era fissato in una carta che il signore concedeva alla città. I

borghi regi erano tra l’altro tenuti a versare regolari tributi al funzionario che rappresentava il monarca della

regione, lo sceriffo. La richiesta di autonomia da parte delle città inglesi presenta contenuti originali. Sin dai primi

decenni del secolo alcuni borghi regi chiesero al monarca di godere del privilegio di provvedere in via

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autonoma alla riscossione del tributo e di consegnarlo direttamente al competente ufficio della corte sovrana,

senza passare attraverso lo sceriffo al fine di evitare indebite esazioni da parte di quest’ultimo. Le carte di

concessione regia si arricchirono così di un ulteriore privilegio, definito “firma burgi”, con il quale il sovrano

accoglieva l’istanza ora ricordata. A differenza delle regioni dell’Europa centrale ed occidentale, non si aveva nelle

città regie inglesi la contemporanea presenza di due distinte sfere di giurisdizione, l’una municipale e l’altra

signorile. L’ordinamento rimaneva unico e il sovrano continuava a garantire direttamente l’osservanza dei diritti

speciali della comunità, attraverso funzionari scelti da quest’ultimo: costoro erano espressione della municipalità

ma operavano a nome del re. Agli stessi magistrati spettava l’attuazione dei doveri di cui il borgo era gravato nei

riguardi del re, doveri che nel secolo consistevano nel versamento del tributo cittadino e nell’amministrazione

XII

della giustizia. Il carattere originale dell’ordinamento istituzionale dei borghi regi inglesi nasceva dagli stretti vincoli

che li legava al monarca. I cittadini godevano della completa libertà personale e patrimoniale, indispensabile per la

sicurezza dei loro diritti sui beni immobili e mobili e per il pieno sviluppo dei loro interessi economici.

Le città dell’Italia meridionale e della Spagna

La storiografia è stata a lungo dominata dall’idea per cui le città dell’Italia meridionale nel secolo XII presentavano

una scarsa autonomia giuridica e una limitata vivacità economica, si trovavano cioè in una situazione di profonda

debolezza in confronto con i Comuni delle regioni centro-settentrionali. Le città meridionali avrebbero goduto in

genere di una florida attività mercantile fino alla seconda metà del secolo L’occupazione dell’Italia meridionale

XI.

da parte dei Normanni avrebbe profondamente modificato questa situazione. Le città si trovano in rapporto con una

potente signoria territoriale che incentrava il proprio interesse sulla produzione rurale e cercava di estendere il

proprio controllo politico alle città. Tale situazione si aggravò dopo la fusione dei vari domini normanni in un solo

regno nel 1130; la monarchia normanna adottò una politica di repressione dell’autonomia giuridica cittadina e delle

naturali forze commerciali. Questa impostazione storiografica ha conosciuto una parziale revisione grazie alla

chiara presa di coscienza delle peculiarità della storia meridionale nei riguardi di quella delle altre regioni della

penisola e dell’errore metodologico di una sua interpretazione fondata sul continuo confronto con la realtà del

mondo centro-settentrionale. L’interpretazione complessiva della situazione delle città meridionali è rimasta legata

ai canoni precedenti. Si continua ad attribuire alla monarchia normanna la principale responsabilità del mancato

sviluppo mercantile delle città, della sostanziale involuzione che l’economia di molti centri conobbe nel periodo in

esame. Il favore che i sovrani normanni manifestarono da un canto verso il predominio della grande nobiltà e la

prevalenza della campagna sulla città, dall’altro verso le compagnie mercantili delle regioni centro-settentrionali,

sarebbe stato determinante nel frenare lo sviluppo mercantile autoctono del Meridione. A ben vedere, l’idea per cui

fu la monarchia normanna a reprimere l’economia urbana del Meridione si fonda su alcune inesattezze derivanti

dall’uso di concetti odierni per l’interpretazione delle istituzioni medievali. In primo luogo essa attribuisce alla

potestà regia un potere di governo della vita economica di tutte le articolate realtà del regno quale solo in anni a noi

molto vicini è stato raggiunto negli Stati del mondo occidentale. Tale rispetto è vero non solo sul piano meramente

istituzionale, ma anche sotto quello economico. Risulta difficile attribuire ad una monarchia del secolo una

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precisa linea di politica economica che coinvolgesse tutte le realtà produttive del regno e determinasse le loro

scelte. Le monarchie di questo periodo non si ponevano certamente tali obiettivi, dato che rimanevano sempre

esterne alla vita produttiva di città e feudi, tanto meno avevano i mezzi per imporsi. Favori, protezione e privilegi

vennero concessi a mercanti italiani da numerose case regnanti e principesche dell’Europa continentale e dalla

monarchia inglese a partire dal secolo la storiografia ha sempre riconosciuto che l’attività di tali mercanti non

XII;

ostacolò la crescita di commercianti locali, ma al contrario la favorì. Si deve rilevare come l’interpretazione 6

tradizionale consideri le città come espressione esclusiva del mondo mercantile, insanabile contrasto con il mondo

rurale dominato dalla nobiltà feudale. Una tale impostazione risulta ancora ferma all’idea di separazione tra

economia agricola ed economia mercantile. La città nel Meridione come nelle regioni centro-settentrionali non deve

essere vista come realtà contrapposta alla campagna, bensì come a questa intimamente collegata sia sul piano

politico-istituzionale, sia su quello della produzione. Si deve sottolineare che l’interpretazione tradizionale continua

a considerare le città come una realtà univoca, come centri produttivi accomunati dagli stessi interessi economici e

contrapposti alla produzione signorile delle campagne. Una simile ottica deve essere respinta, poiché ogni città

costituiva un mondo a sé, con propri interessi economici, con una propria composizione sociale, con un proprio

ordinamento consuetudinario che la distinguevano nettamente da ogni altro municipio. Le città che si trovavano

nella stessa regione erano di frequente in contrasto tra loro perché tutte ambivano ad un più esteso controllo

territoriale. Le indagini sulle città meridionali nel secolo devono sbarazzarsi dell’influenza ancora esercitata

XII

dall’interpretazione tradizionale e ricostruire le condizioni sociali ed economiche dei singoli centri. In questa sede ci

dobbiamo limitare a sottolineare come la realtà economica fosse profondamente diversa da un municipio all’altro.

Tale diversità derivava dalle concrete forze sociali che componevano la comunità cittadina e dal rapporto tra loro e

la signoria della circostante campagna. L’autorità monarchica risulta del tutto estranea al gioco politico e

all’evoluzione del sistema economico. Nell’Italia meridionale l’assetto sociale cittadino esprimeva una gerarchia di

poteri che vedeva al vertice della comunità un ristretto gruppo di famiglie. Tra queste e la monarchia si instaurò uno

stretto rapporto d’intesa, dato che le prime avevano bisogno della protezione della seconda e questa si fondava sul

loro controllo territoriale per assicurare la pace interna alle popolazioni e per ottenere l’indispensabile consenso.

Tale intesa implicava uno stabile equilibrio tra le tendenze unitarie della monarchia e le libertà necessarie

all’ordinamento cittadino; perciò le consuetudini non potevano contrastare con le disposizioni regie. Per il

medesimo motivo l’autonomia cittadina doveva armonizzarsi con gli altri ordinamenti locali che componevano il

Regno. Tale armonia venne realizzata con un meccanismo uguale a quello adottato nel regno inglese e diverso

dagli altri nel Continente. Mentre, infatti, in Francia e in Germania l’equilibrio tra il governo del signore territoriale e

l’autogoverno cittadino si esprimeva in un sistema diarchico, in Sicilia come in Inghilterra il governo cittadino rimase

unico e fu affidato ad un magistrato regio, il quale era scelto liberamente dalla comunità al proprio interno. Al tipo di

governo affermatosi nelle città dei regni inglese e siciliano si avvicina anche l’ordinamento dei municipi demaniali

spagnoli. Nelle regioni iberiche da tempo in mano cristiana il movimento municipale si manifestò con il

riconoscimento da parte dei sovrani del diritto particolare goduto da comunità cittadine. Tale riconoscimento si

esprimeva nella concessione di una carta che elencava i diritti, primo fra tutti quello della libertà personale e

patrimoniale. Le libertà cittadine trovavano immediata espressione nel consiglio municipale, l’assemblea che

riuniva tutti i liberi della città e del suo distretto titolari di patrimoni fondiari; tale consiglio era indicato con lo stesso

termine di “consilium, consejo” usato per designare la città cui era stato riconosciuto un ordinamento autonomo.

L’amministrazione della giustizia e la guida della comunità erano affidate ad uno iudex (juez), assistito da alcaldes

e da jurados. Il giudice e gli alcaldes costituivano il governo della città. Anche nei regni spagnoli l’equilibrio tra la

signoria monarchica e l’autonomia municipale si espresse nella forma che dava ad un magistrato regio scelto dalla

comunità la tutela dello speciale diritto di cui i cittadini godevano.

La rinascita degli studi giuridici

La rinascita degli studi di diritto giustinianeo

Nelle regioni centro-settentrionali della penisola nel corso del secolo si andò formando un ceto di giuristi

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impegnati contemporaneamente nell’attività di giudice, causidico, notaio e nello studio e nell’interpretazione dei

testi giuridici. Oggetto del rinnovato interesse per le fonti giuridiche e della più sensibile attenzione verso la loro

ricostruzione filologica furono in primo luogo le raccolte della compilazione giustinianea. Le origini del nuovo corso

restano oscure. Odofredo, giurista del secolo in una glossa divenuta celebre, affermò che il primo maestro di

XIII,

diritto giustinianeo sarebbe stato un giurista di nome Pepo o Pepone. Nonostante i progressi compiuti dalle

ricerche più recenti, il contributo di Pepone alla rinascita degli studi giuridici resta, comunque, imprecisato. Per tale

rinascita fu certamente determinante l’opera di Irnerio, causidico e giudice tra il 1112 e il 1125, autore di un

formulario notarile. Con Irnerio l’analisi esegetica dei testi di diritto si concentrò esclusivamente sull’opera

giustinianea ed abbandonò le altre raccolte. Le norme giustinianee furono considerate come diritto vigente, valido

per tutti gli uomini liberi e a prescindere dagli ordinamenti particolari. L’interesse filologico acquistò nuovi contenuti

e l’insegnamento di Irnerio ruppe il precedente sistema didattico. La scelta di incentrare l’analisi filologica ed

interpretativa sulla compilazione giustinianea esprime la convinzione secondo la quale l’imperatore bizantino aveva

adempiuto alla sua funzione, affidatagli da Dio, di precisare un ordinamento giuridico in grado di disciplinare i

rapporti intersoggettivi alla luce dei principi supremi dell’equità e della ragione. Le norme giustinianee finivano per

essere considerate come regole attraverso le quali si era manifestata la stessa volontà ordinatrice di Dio. Le fonti

offrono ampia testimonianza della ricostruzione dei testi giustinianei da lui elaborata, ma la storiografia giuridica più

recente ha messo in particolare risalto la gradualità con cui Irnerio ed i suoi allievi pervennero alla ricostruzione dei

testi giustinianei, rifiutando l’idea dell’improvviso e miracoloso ritrovamento della raccolta del Digesto nella sua

redazione integra. Irnerio, infine, dette inizio ad un insegnamento del diritto che innovava radicalmente rispetto al

passato e avviò un’intensa opera esegetica dei testi giustinianei che andavano ricostruendo. Per quanto concerne 7

l’insegnamento del diritto si deve ricordare che nell’Alto Medioevo esso veniva impartito nell’ambito

dell’ordinamento delle sette arti liberali articolato nel trivium e nel quadrivium ed ispirato ad una “visione

enciclopedica del sapere”. Il trivio comprendeva la grammatica, la dialettica e la retorica; il quadrivio la geometria,

l’aritmetica, l’astrologia e la musica. In questo ordinamento il diritto non costituiva una materia specifica ma

rientrava nella retorica. Tale sistema dialettico venne spezzato da Irnerio che iniziò a leggere i testi giustinianei al di

fuori delle arti liberali e presentò il diritto come materia a sé, separata dalla retorica. La forma letteraria principale fu

la glossa: da questa la scuola inaugurata da Irnerio è detta dei glossatori. Era una forma già usata in passato

costituita dalla spiegazione di passi e di termini dei testi giuridici collocata dagli interpreti tra le righe del testo

commentato (glossa interlineare) o ai margini dello stesso (glossa marginale). Irnerio ed i suoi allievi preferirono la

glossa marginale che offriva maggior spazio per l’intervento interpretativo e indussero una novità a questo genere

letterario tradizionale. Con loro, infatti, la spiegazione del testo venne accompagnata dal richiamo dei “passi

paralleli”, le altre disposizioni delle fonti giustinianee che potevano in qualche modo riconnettersi a quello in esame.

La glossa, allora, non si propose soltanto di spiegare il significato di singole parole o di singoli passi; essa fu diretta

ad individuare le categorie giuridiche usate dai compilatori e la disciplina degli istituti da questi adottata.

La scuola dei glossatori

L’opera esegetica e didattica dei glossatori proseguì con vivace intensità e con costante impegno. Le opinioni dei

maestri erano considerate a tal punto importanti ed autorevoli che su di esse si andò indirizzando l’analisi dei nuovi

interpreti. Le glosse si proponevano di spiegare quelle precedenti più che la norma giustinianea. Tra il terzo e il

quarto decennio del secolo Accursio, uno dei componenti della scuola, passò al vaglio il vastissimo materiale

XIII

di glosse che si era accumulato, scelse quelle che meglio rappresentavano l’elaborazione scientifica precedente ed

elaborò un estesissimo apparato di glosse (novantaseimila). Quest’opera ebbe un immediato successo e venne

definita “glossa ordinaria o magna glossa”. L’opera dei glossatori era proseguita secondo le direttrici inaugurate da

Irnerio. In primo luogo quella della ricostruzione filologica dei testi giuridici. Oltre che alla raccolta giustinianea i

glossatori volsero la loro attenzione anche a fonti di diritto diverso, in particolare a quelle di diritto feudale. Alcuni

giuristi, come Giovanni Bassiano, rivolsero la loro attenzione agli usi feudali, mentre cominciò a circolare una prima

redazione delle consuetudini vassallatiche (Libri feudorum). Si tratta della raccolta detta “obertina” dal nome del

giurista Oberto dall’Orto, sollecitato dal figlio a spiegargli la mancanza di interesse da parte dei maestri bolognesi

per questa materia; Oberto rispose al figlio con due lettere nelle quali descriveva i fondamenti dell’ordinamento

giuridico feudale. La ricostruzione filologica dei testi continuò ad accompagnarsi con una intensa attività

interpretativa degli stessi. I generi letterari in cui tale attività si espresse sono stati di recente inquadrati dal Cortese

in due filoni principali, corrispondenti agli obiettivi che l’insegnamento si poneva, quello esegetico e quello

espositivo-sistematico. Al filone esegetico possono essere assegnate le glosse, le lecturae, le repetitiones, i

commenta, i casus. Per quanto riguarda le prime si deve ricordare che l’insieme di glosse relative ad uno dei libri

legales è indicato con il temine di apparato e che numerosissimi sono i manoscritti glossati del Corpus juris a noi

pervenuti. Le lecturae raccoglievano i corsi di lezione impartiti dai maestri, mentre le repetitiones riunivano le

lezioni impartite dai maestri, al di fuori del corso ordinario, a studenti desiderosi di approfondire la propria

preparazione. I commenta si proponevano di cogliere il senso della disposizione presa in esame, mentre i casus

consistevano in elencazioni di fattispecie concrete presentate agli studenti per rendere più intelligibile il contenuto

delle norme analizzate. Il secondo filone, poi, comprendeva le summae titulorum, ovvero esposizioni sistematiche

dei titoli del Corpus juris relativi ad una specifica materia; le summulae, che esaminavano in maniera organica un

tema particolare; più importanti delle altre le summae, le quali offrivano la trattazione sistematica e completa di

un’intera parte del Corpus juris.

L’esegesi dei testi giustinianei veniva condotta all’interno della scuola. Nella fase iniziale dell’insegnamento

bolognese il rapporto tra maestro ed allievo fu disciplinato esclusivamente dall’accordo raggiunto tra i due;

l’accordo dava vita ad una societas tra maestro e discente, nell’ambito della quale al primo spettava il titolo di

magister e di dominus. Il docente decideva insieme con gli allievi gli argomenti da trattare e con loro sceglieva la

sede in cui tenere scuola. In seguito alla sensibile crescita del numero degli studenti questa prima forma

organizzativa si rivelò inadeguata. A partire dalla metà del secolo gli studenti cominciarono a dar vita ad

XII

associazioni, definite con il termine di consortia, per aiutarsi a vicenda nella soluzione dei problemi. Negli ultimi

decenni del secolo i consortia vennero sostituiti da un ordinamento associativo di maggior respiro, l’universitas

degli studenti che comprendeva tutti coloro che studiavano a Bologna. Era dunque l’associazione degli studenti di

cui non facevano parte i docenti; era guidata da capi liberamente eletti detti consules, poi sostituiti da una carica

individuale, quella del rector, studente liberamente eletto dai suoi colleghi, il quale rappresentava l’universitas nei

rapporti con il governo cittadino, con i docenti e successivamente anche con il pontefice. Tra la fine del secolo XII

e l’inizio del successivo contrasti insorti sia con docenti sia con il governo comunale spinsero gruppi di studenti ad

abbandonare Bologna e a trasferirsi in altri Comuni.

Il diritto canonico: raccolte e le loro esegesi

Nel corso dell’alto Medioevo numerose furono le raccolte di canoni e di decretali, che riproducevano i testi senza

operare al loro interno alcuna distinzione tra le norme morali e quelle giuridiche. La rinascita dello studio scientifico

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del diritto romano ebbe l’effetto di stimolare l’interesse della cultura ecclesiastica verso una più chiara definizione

dell’ordinamento giuridico di cui si coglieva l’importanza decisiva sia per l’organizzazione della Chiesa, sia per

l’opera da questa svolta all’interno della comunità dei fedeli. Poco prima della metà del secolo il monaco

camaldolese Graziano si dedicò alla stesura di una vasta compilazione nella quale raccolse le fonti più svariate ma

soprattutto canoni di concili ecumenici e provinciali. La raccolta, terminata tra il 1140 ed il 1142, ebbe il titolo di

Concordia discordantium canonum, titolo che indicava l’obiettivo dell’autore. Graziano, infatti, si proponeva di

riordinare in modo sistematico il vastissimo materiale raccolto, di conciliare tra loro disposizioni che erano state

deliberate in momenti e ambienti culturali diversi e di dar vita ad una raccolta organica ed omogenea. L’importanza

dell’opera di Graziano risiede non soltanto nel metodo seguito dall’autore e nella vastità del materiale raccolto, ma

anche nella netta separazione tra diritto e teologia. La sua è la prima compilazione di diritto della Chiesa. Il

Decretum, come fu chiamata la raccolta, non era un’opera ufficiale della Chiesa, dato che la sua redazione non era

stata commissionata dalle autorità, ma era derivata dall’iniziativa personale del suo autore. Esso fu subito

riconosciuto di indiscussa autorità in quanto riuniva testi di sicura autenticità e di piena potestà cogente. E da

allora fu il pilastro su cui si basa l’ordinamento giuridico della Chiesa e sul quale il diritto canonico poté

ulteriormente svilupparsi. Al pari della compilazione giustinianea, il Decretum fu oggetto di analisi esegetica e di

insegnamento da parte di maestri di diritto che si avvalsero del metodo interpretativo usato dai civilisti per il Corpus

juris e vennero detti “decretisti”. Essi si distinguono dai glossatori civilisti perché questi ultimi operarono

esclusivamente nello Studio bolognese, i decretisti ebbero centri di studio anche fuori l’Italia. La codificazione del

diritto della Chiesa proseguì nei secoli successivi. Dopo Gregorio i pontefici fecero continuo ricorso alle decretali

IX

per riformare l’ordinamento della Chiesa.

Il giudizio della storiografia sulla rinascita degli studi giuridici

In primo luogo appare interessante prendere in esame la questione delle cause della rinascita dello studio del

diritto giustinianeo. Essa è stata messa in relazione sia con l’autorità riconosciuta nell’intero corso dell’alto

Medioevo al diritto romano, sia con la riscoperta del testo integrale del Digesto, sia con il rinnovamento delle attività

mercantili ed artigianali vissuto dalle regioni centro-settentrionali della penisola. La rinascita bolognese è stata

presentata da alcuni come prodotto dell’improvvisa maturazione raggiunta dalla tradizione del diritto romano,

tradizione che già in precedenza aveva costituito la forza intrinseca latente nell’organismo, da altri come

conclusione di un lungo processo di crescita della tradizione romana all’interno dell’ordinamento altomedievale. I

legami tra la rinascita bolognese e la nuova intensificazione delle correnti commerciali appaiono oggi

correntemente accettati dalla storiografia, anche se non mancano rilievi critici sulla possibilità di stabilire un

rapporto diretto di causa-effetto tra la seconda e la prima. Altrettanto diffusa è l’idea secondo cui la ricostruzione

del testo integrale del Digesto fu determinante per la rinascita degli studi scientifici. La seconda questione riguarda

il rapporto tra la dottrina dei glossatori civilisti e la vita pratica del diritto. Secondo un’interpretazione condivisa da

numerosi studiosi, inaugurata dallo stesso Savigny e sostenuta fino ai nostri giorni, i glossatori avrebbero elaborato

una raffinata scienza giuridica che si fondava sull’analisi dei testi giustinianei e si interessava solo a questi. Essi

non avrebbero preso in considerazione la contraddittoria e complessa realtà concreta del diritto ed avrebbero

aperto una profonda frattura in quell’unità di scienza e prassi che nel secolo precedente aveva caratterizzato la

cultura giuridica nelle regioni centro-settentrionali. A questo indirizzo interpretativo si oppone l’altro che, a partire

dal Ficker, ha cercato di evidenziare nei glossatori la continuità di interesse per la vita reale del diritto. Si deve

comunque precisare che la discussione storiografica si è incentrata soprattutto sulle prime generazioni dei

glossatori. Nei primi decenni del secolo i maestri bolognesi cominciarono ad occuparsi prima del diritto feudale

XII

e poi del diritto statuario; una tale impostazione fa coincidere la prassi giuridica con il diritto degli ordinamenti

particolari, il feudale e il comunale, in particolare con la forma che tale diritto assunse quando trovò una precisa

definizione scritta. Di modo che dalla prassi finisce per restare fuori la consuetudine che disciplinava i rapporti

giuridici dei soggetti appartenenti all’ordinamento generale degli uomini liberi, senza essere tradotta in un testo

scritto. I motivi di tale esclusione derivano da una particolare impostazione degli studi, che riguarda il terzo

problema affrontato dalla storiografia. Tale problema riguarda la natura dell’ordinamento che a partire dai glossatori

venne teorizzato dalla scienza giuridica, trovò prima applicazione in Italia e fu successivamente esteso anche ad

altre regioni europee. Secondo tale proposta detto sistema avrebbe trovato le sue radici nell’ordinamento

universale dell’Impero medievale, presentato come realtà unitaria bifronte che conteneva tanti ordinamenti

particolari, ognuno con una propria individualità ed autorità. All’unità dell’Impero corrisponderebbe un ordinamento

universalmente valido che si articolerebbe nel diritto civile e in quello canonico, il primo competente per gli aspetti

temporali della vita, il secondo per gli spirituali, tra loro inscindibilmente legati. Il diritto civile sarebbe costituito

dall’opera giustinianea interpretata dalla dottrina giuridica inaugurata da Irnerio e proseguita fino al secolo XIX,

quello canonico dalle compilazioni iniziate con la raccolta di Graziano e dall’ esegesi delle stesse elaborata dai

giuristi sin dal secolo Diritti tra loro chiaramente distinti, ma al contempo intimamente legati, tanto da essere

XII.

designati con l’espressione “utrumque ius” (l’uno e l’altro diritto) che ne esprime l’unità nella differenza. Ma nelle

regioni imperiali il diritto civile era giustinianeo e lo spirituale il canonico, mentre nelle terrae Ecclesiae il canonico

disciplinava anche la materia temporale. L’utrumque ius, dunque, sarebbe stato il diritto dell’ordinamento unitario

universale. Quest’ultimo si componeva di tanti ordinamenti particolari a base territoriale, ciascuno dei quali 9

consisteva in norme giuridiche disciplinanti la vita della comunità appartenente all’ordinamento medesimo.

L’ordinamento unitario era comune a tutti gli ordinamenti particolari, così l’utrumque ius era diritto comune per il

diritto di ciascuno di questi. In proposito veniva messo in evidenza che il concetto di diritto comune è un concetto

relativo, nel senso che acquista significato in rapporto alle realtà particolari. Era il diritto valido per tutti i soggetti, a

prescindere dall’ulteriore inserimento di ciascuno di loro in organizzazioni civili locali. Ius commune e ius proprium,

allora, avrebbero costituito due momenti del medesimo sistema. Le relazioni tra di loro sarebbero state regolate da

una precisa graduatoria delle fonti giuridiche dove trovava applicazione prima la norma del diritto proprio e, in caso

di sua mancanza, quella di diritto comune. Nei Comuni detta graduatoria prevedeva prima l’applicazione dello

statuto municipale, in assenza di una norma adatta alle consuetudini locali e in mancanza di un uso adatto al diritto

comune. Nei regni, invece, la graduatoria è più articolata, infatti la legge regia costituisce diritto comune per gli

ordinamenti particolari e al contempo ius proprium per il diritto comune. La gerarchia delle fonti parte dal diritto

degli enti locali, passa per il diritto regio e termina con lo ius commune. Questa raffigurazione sistematica del diritto

comune presentava due corollarie importanti. Interpretando tale diritto come diritto dell’unità universale dell’Impero,

gli storici riuscirono a spiegare i motivi della recezione del sistema e del suo rifiuto. Francia e Inghilterra lo

avrebbero respinto perché i loro sovrani andavano affermando la propria completa indipendenza dall’imperatore;

per la stessa ragione fu naturale la recezione del sistema in Germania, formalizzata con l’istituzione del tribunale

della Camera imperiale (1495). Il secondo corollario riguarda l’evoluzione del sistema di diritto comune nel lungo

arco di tempo, dal secolo al secolo Secondo la tesi del Calasso, il diritto comune sarebbe passato per

XII XVIII.

tre fasi distinte: la prima, secoli e definita “del diritto comune assoluto” e caratterizzata dal predominio del

XII XIII,

diritto comune; la seconda, secoli e detta “periodo del diritto comune sussidiario”, infatti questo diritto

XIV XV,

trova vigenza soprattutto come fonte sussidiaria ed integrativa degli iura propria; la terza, iniziata con il secolo XVI,

definita come “periodo del diritto comune particolare” in quanto il diritto comune era in vigore perché accettato dalla

volontà dei sovrani dei singoli regni. Inoltre il Calasso poneva l’accento sul rapporto dialettico tra diritto comune e

diritti propri e sottolineava l’efficienza del sistema attraverso l’integrazione delle diverse fonti giuridiche. Grazie

all’idea del sistema del diritto comune anche il diritto intermedio acquisiva quella struttura definita, unitaria e

funzionale. Le prime crepe nell’ordinata costruzione teorica del diritto comune sono comparse quando è cominciata

ad entrare in crisi la concezione sistematica del diritto vigente e del diritto romano. Una delle prime componenti ad

entrare in crisi è stata l’idea dell’utrumque ius, che non convinceva il Cassandro il quale ritenne che il diritto

comune era solo il civile, mentre il diritto canonico aveva la sola funzione di fornire la disciplina generale della

Chiesa. Tra i due diritti sarebbero nati contrasti incessanti, dovuti ai conflitti politici tra papato ed Impero e dovuti

alla pretesa dei pontefici di raggiungere piena indipendenza dal diritto romano. I due diritti dunque non avrebbero

mai dato vita all’unità cui pensava la storiografia. Le osservazioni critiche relative all’effettiva valenza dell’utrumque

ius non sollevavano alcun dubbio sull’esistenza di un sistema di diritto comune inaugurato dalla scuola dei

glossatori.

Qualche osservazione sui temi discussi dalla storiografia

La discussione deve necessariamente partire dall’individuazione del contributo fornito dalla dottrina giuridica

inaugurata dai glossatori civilisti. I giuristi pratici del secolo utilizzavano formulari notarili della tradizione romana

XI

per leggere le situazioni concrete e tentare di precisare, all’interno della complessa e disorganica disciplina fornita

dalle consuetudini, i diritti e gli obblighi che spettavano alle parti negoziali. A partire da Irnerio invece, i maestri di

diritto attraverso l’esegesi delle norme giustinianee elaborarono precise categorie giuridiche ed affermarono che le

situazioni concrete offerte dalla vita quotidiana del diritto, potevano essere comprese soltanto se inserite all’interno

delle medesime categorie. Allo stesso tempo, cercarono di ricostruire la disciplina degli istituti giuridici di cui

andavano riscoprendo le forme. La ricostruirono estrapolandola dalle norme giustinianee attraverso l’esegesi

coordinata e congiunta delle stesse e la presentarono come disciplina unitaria stabilita in ogni sua parte dal Corpus

juris civilis. Sia le categorie giuridiche elaborate, sia la disciplina teorizzata trovavano il loro fondamento nelle

norme giustinianee, considerate autorevoli sopra ogni altra fonte, in quanto direttamente legate alla suprema

volontà di giustizia e di ordine di Dio. Per quanto riguarda la rinascita degli studi giuridici, la ricostruzione dei testi

giustinianei dovette conoscere sollecitazioni decisive dalla consapevolezza per la quale la compilazione imperiale

era in grado di fornire stabilità e chiarezza al rapporto tra l’uomo libero e il suo patrimonio. All’origine della rinascita

degli studi non si troverebbe tanto la ripresa delle attività commerciali, quanto la necessità di precisare i contenuti

del diritto di dominium spettante ai soggetti pienamente liberi. Innanzi tutto del dominium fondiario, dato che la

tutela di questo risulta essere l’obiettivo primario delle conjurationes municipali, e anche del dominium mobiliare. La

ricostruzione dei testi integri della compilazione giustinianea appare legarsi strettamente al clima culturale che

presiedette alla rinascita cittadina. Di decisivo significato fu, in particolare, la ricostruzione del testo delle Pandette.

Esso guidava gli interpreti medievali nella precisazione delle categorie giuridiche e nella definizione della disciplina

dei diversi rapporti intersoggettivi, offrendo loro approfondimenti dei singoli problemi e metodi interpretativi raffinati.

E soprattutto indicava con chiarezza il ruolo decisivo dell’esegesi giuridica. La scienza giuridica presentava il diritto

giustinianeo come diritto vigente, tale diritto si affiancava alla consuetudine delle singole regioni, ai numerosi

ordinamenti che guidavano le comunità. Compito dell’interprete era coordinare diritto giustinianeo e mondo delle

consuetudini. La scienza dei glossatori civilisti appare, dunque, sin dalla sua prima apparizione “scienza pratica 10

che si rivolgeva a giuristi pratici e concreti”. Si deve notare che i glossatori civilisti proposero la vigenza del diritto

giustinianeo soltanto in riferimento alla disciplina che di fatto poteva essere utilizzata nella prassi quotidiana del

diritto; operarono quindi una sorta di selezione, utilizzando come criterio decisivo l’effettiva realtà della pratica

concreta del diritto. I glossatori civilisti cercarono di precisare categorie, concetti, istituti desumendoli dall’esegesi

delle norme giustinianee e li usarono per leggere la confusa realtà giuridica vigente nata da consuetudini ispirate a

tradizioni molteplici e legate alle variegate condizioni della vita associata. La contraddittorietà degli studiosi risiede

nell’idea per cui la pratica del diritto finisce con il coincidere con gli ordinamenti particolari. L’attenzione dei

glossatori per la vita concreta del diritto è fatta iniziare solo dal momento in cui il diritto feudale e quello municipale

trovarono definizione in raccolte scritte. Tale impostazione sembra riflettere l’articolazione del sistema di diritto

comune: il rapporto tra prassi e dottrina avrebbe potuto essere preso in considerazione dai glossatori soltanto nei

termini della relazione tra ius proprium e ius commune. Il diritto che venne investito in maniera diretta ed immediata

dalla scienza giuridica fu quello relativo all’ordinamento generale degli uomini liberi. L’inquadramento nelle

categorie e negli istituti teorizzati dalla dottrina bolognese dovette riguardare innanzi tutto il variegato mondo delle

consuetudini locali; i giudici, i notai, i causidici lessero allora tali consuetudini con gli occhiali forniti dagli interpreti

bolognesi. Ma alcune consuetudini non riuscirono a farsi piegare nell’incasellamento proposto dalla scienza e

continuarono a rimanere in vigore per propria forza intrinseca. L’utilizzazione delle medesime categorie giuridiche

da parte sia della dottrina sia di un’estesa prassi consente di capire perché fosse correntemente accettata l’idea,

con fondamento nella regola ermeneutica di Papiniano, secondo cui dalla disciplina della seconda era lecito risalire

a quella elaborata dalla prima. La differenza fra prassi e dottrina non riguardava dunque la sostanza del diritto ma

solo le forme della disciplina. Il meccanismo per cui dalla norma particolare si risaliva a quella generale

presupponeva un’identità di categorie e istituti in modo che, in mancanza di regole consuetudinarie, si poteva

rivolgersi alla disciplina giustinianea. Nacque l’idea di “utrumque ius”. Difficile credere che la scienza giuridica

medievale avesse teorizzato o accettato l’idea di un diritto unico, formato dal diritto civile e da quello canonico. La

recezione delle categorie giuridiche, dei concetti, degli istituti, della disciplina elaborate dalla scienza giuridica

risulta diversa per il diritto civile e per quello canonico. Il diritto canonico fissato dalle compilazioni ed elaborato

dalla dottrina introduceva in maniera diretta ed immediata ordine e disciplina alle consuetudini relative sia

all’organizzazione ecclesiastica, sia alle materie temporali che venivano correntemente riconosciute all’autorità

spirituale della Chiesa.

Negli ultimi decenni del secolo XII il glossatore civilista Giovanni Bassiano formulò una tesi, la quale operava una

divisione all’interno del concetto di dominium, che i romani avevano costruito saldamente unitario. Secondo il

glossatore, era necessario distinguere al suo interno tra dominium directum, che esprimeva il momento astratto

della semplice appartenenza formale, e il dominium utile, che riguardava la concreta ed effettiva utilizzazione del

bene immobile. Questa teoria è sollecitata dall’esigenza di mettere ordine alla complessa disciplina

consuetudinaria del patrimonio fondiario, nella quale la compresenza di più domini rendeva difficile la precisazione

dei contenuti della potestà spettanti a ciascuno di loro. La tesi del glossatore consentiva ora di leggere la

complessa realtà negli schemi e nelle categorie del diritto romano.

Venivano detti “pays de droit écrit” quei paesi dove il diritto si avvaleva anche delle raccolte di un’altra legge (Lex

Romana Wisigothorum) e la dottrina bolognese venne accolta e approfondita; i “pays de droit coutumier” sono quei

paesi in cui l’ordinamento si fonda essenzialmente sulla prassi consuetudinaria e la dottrina bolognese non trovò

recezione. L’ordinamento di diritto comune allora sembra ben più complesso e articolato di quanto risulta dalla

rappresentazione sistematica ancora oggi diffusa nella storiografia. Il funzionamento della gerarchia delle fonti

dipendeva dalle concrete esigenze della società che lo utilizzava. Esso operava in maniera significativa quando le

norme particolari e quelle generali si rifacevano alle medesime categorie giuridiche.

Il processo romano-canonico

I glossatori civilisti si sentirono gli eredi diretti di quei giuristi romani la cui dottrina era conservata dalle Pandette: al

pari di costoro, essi illuminavano e ordinavano la massa multiforme delle consuetudini. Dai giuristi romani essi si

distinsero per un aspetto decisivo della loro opera esegetica: mentre quelli legavano in maniera inscindibile la

precisazione dei contenuti dei singoli diritti con le forme della difesa giudiziaria degli stessi, i glossatori

individuavano categorie giuridiche e precisavano discipline proponendole come ovunque e sempre valide,

offrendole come diritto generale per tutti i singoli ordinamenti particolari e non le agganciavano a concreti

meccanismi di tutela giudiziaria. Le norme giustinianee comunque presentavano un’accurata disciplina del sistema

processuale, e a questa i glossatori non potevano non volgere la propria attenzione. Lo fecero usando la stessa

impostazione metodologica seguita per individuare il contenuto della disciplina sostanziale dei vari istituti, cioè

formulando uno schema generale di procedura giudiziaria e proponendolo come recepibile da ogni tipo di corte. Il

processo romano da loro preso in esame era, naturalmente, quello giustinianeo. Quest’ultimo eliminava la

tradizionale articolazione del processo romano in due momenti distinti, separati dalla litis contestatio, riduceva il

precedente formalismo, ammettendo la difesa di diritti anche al di là delle formule, enfatizzava il ruolo del giudice.

Costui era un funzionario dell’amministrazione imperiale e svolgeva la sua attività giurisdicente non più in modo

occasionale, dietro richiesta delle parti, ma stabilmente come funzione propria dell’ufficio da lui ricoperto. Il giudice

era tenuto ad accertare, attraverso l’esame della dichiarazione delle parti e delle prove da queste addotte, la verità

dei fatti e a pronunciare il proprio giudizio sulla vertenza con sentenza scritta che aveva l’autorità di ripristinare o 11

confermare una fattispecie concreta uguale a quella astratta prevista dalle norme. Contro la sentenza era

ammesso appello dalle parti, entro un breve termine. A questo modello guardarono sia i civilisti, sia i canonisti sin

dalla seconda metà del secolo teorizzando una forma processuale imperniata sull’autorità del giudice, al quale

XII,

veniva assegnato il compito di accertare i fatti e stabilire la loro conformità alle norme. Il processo proposto dalla

dottrina civilistica e canonistica, detto romano-canonico, si fondava sul ruolo attivo e decisionale del giudice. A lui

spettava innanzi tutto la ricostruzione degli avvenimenti alla quale perveniva attraverso la valutazione delle prove.

Queste erano distinte in probationes plenae e probationes semiplenae. Le prime erano ritenute tanto autorevoli da

permettere al giudice di giungere direttamente all’accertamento dei fatti. Si trattava dei documenti contrattuali e

della prova testimoniale: questa veniva prestata nel corso di un’inchiesta (inquisitio) consistente nell’interrogatorio

da parte del giudice dei testimoni citati o presentati dalle parti. Il sistema con il quale le testimonianze erano

assunte divenne un tratto caratteristico del processo romano-canonico, tanto che il procedimento stesso è definito

inquisitorio. Si deve sottolineare che esso riservava al giudice un ruolo determinante dato che egli doveva stimolare

i testimoni a prestare le loro dichiarazioni e doveva accertare che le stesse fossero veritiere. Al contrario, l’inquisitio

carolingia consisteva in un’inchiesta, ordinata dall’imperatore per accertare la consistenza di beni demaniale, il

rispetto di diritti regi, il funzionamento dei meccanismi della giustizia popolare. Le probationes semiplenae erano

numerose, ma nessuna era decisiva. Nell’usarle, pertanto, il giudice era tenuto a seguire varie regole: non poteva

fondare la sua decisione su una sola, a meno che non riuscisse a farla confermare da un giuramento; la concorde

dimostrazione di più prove semipiene equivaleva a quella di una prova piena; e così via. E altrettanto decisiva era

la funzione del giudice nella fase conclusiva del giudizio: egli infatti, una volta accertata la situazione concreta,

valutava se la stessa era conforme o meno al diritto e quindi decideva, con sentenza costitutiva, che la fattispecie

concreta doveva conformarsi a quella prevista dalle norme. Il processo romano-canonico, dunque, appare

radicalmente diverso da quello della tradizione popolare germanica. Questo, infatti, non era il solo meccanismo di

tutela del diritto, ma si limitava ad integrare il funzionamento della giustizia privata, basata sulla faida e sulle

compositiones; non si preoccupava di raggiungere la verità dei fatti controversi, ma solo la rapida composizione

della lite per restaurare in breve tempo la pace sociale; lasciava la soluzione della vertenza alla prova decisiva

espletata o presentata nel corso del giudizio, riservando al giudice la sola funzione di dichiarare il risultato della

prova medesima.

Gli ordinamenti monarchici del secolo XII: Inghilterra e Sicilia

Il regno d’Inghilterra dopo la Conquista

La fondazione del nuovo ordinamento monarchico in Inghilterra fu la conseguenza della conquista operata dal duca

di Normandia, Guglielmo, il quale nel 1066 sconfisse ad Hastings le forze anglo-sassoni e si impadronì del territorio

insediandosi in Inghilterra. Si ebbe, allora, nell’isola l’incontro di due nationes distinte, ciascuna delle quali

conservò le proprie tradizioni ed i propri ordinamenti. Gli Anglosassoni continuarono a seguire il loro antico diritto

consuetudinario, mantennero la precedente articolazione della comunità in centene (hundreds) e contee (shires),

nonché le corti popolari di giustizia che centene e contee fornivano. Nella centena veniva pagata l’imposta

popolare tradizionale del “danegeld” che colpiva le signorie fondiarie in ragione delle loro unità di superficie. Anche

i conquistatori normanni conservarono le loro consuetudini e le difesero con le corti di giustizia della loro tradizione.

Quindi la comunità degli uomini liberi del regno inglese si trovò divisa in due diversi ordinamenti, secondo

l’articolazione del sistema della personalità del diritto. I Normanni non si limitarono a portare in Inghilterra il loro

diritto nazionale ma introdussero anche l’ordinamento feudale. Guglielmo divise il territorio conquistato

I

riservando a sé stesso ampi patrimoni in ciascuna regione e assegnando in feudo ai suoi cavalieri le terre rimaste.

In questo modo il sovrano si affermava dominus di gran parte del territorio e si poneva al vertice della piramide

feudale che vedeva al secondo gradino i cavalieri che ricevevano la terra da lui (tenentes in capite) e al terzo i

vassalli di costoro (tenentes in servitio). Allora i rapporti tra signorie fondiarie vennero regolati dall’ordinamento

feudale della tradizione normanna. Secondo tale tradizione il signore feudale era tenuto a difendere il suo vassallo,

tutelarne i diritti, proteggere la sua famiglia ed i suoi beni; il vassallo invece doveva mantenersi fedele al signore e

prestargli il servizio, l’aiuto e il consiglio necessario, ad esempio il servizio militare o contribuire alle spese del

signore. La violazione di uno di tali doveri legittimava la controparte a rifiutare l’adempimento dei suoi obblighi.

Insieme con l’ordinamento popolare degli uomini liberi della loro natio e con quello feudale, i Normanni portarono

anche il loro diritto signorile. Le consuetudini normanne prevedevano l’ereditarietà della signoria fondiaria; questa,

detta manor, presentava la tradizionale divisione tra pars dominica e mansi assegnati ai contadini. Secondo la

grande inchiesta disposta da Guglielmo nel 1086 sui patrimoni fondiari e riportata nel “Domesday Book”, nella

I

maggior parte dei manors i mansi erano concessi in affitto. Il signore amministrava il suo patrimonio con la

collaborazione della sua domus, l’household, ed era titolare del banno nei riguardi delle comunità che risiedevano

nelle sue terre. A lui faceva capo la corte di giustizia signorile, che si occupava delle vertenze tra gli abitanti del

manor o tra costoro e il signore; oltre a questa corte esisteva la corte feudale la quale si occupava delle sole

vertenze vassallatiche. Accanto ai due ordinamenti degli uomini liberi, a quello feudale, a quello signorile vigeva

inoltre l’ordinamento della Chiesa. Guglielmo era un deciso sostenitore della riforma gregoriana e favorì

I

l’affermazione di un clero sensibile agli interventi della S. Sede e tenace difensore delle libertà ecclesiastiche

contro le ingerenze temporali. La scelta di Lanfranco a vescovo di Canterbury, avvenuta nel 1070 nel corso di un 12

concilio della Chiesa inglese, inaugurò il nuovo corso della vita ecclesiastica del regno. A tale corso lo stesso

monarca recò un contributo con l’ordinanza del 1072 – 1076 con la quale assegnò alle corti ecclesiastiche la

competenza sulle cause spirituali e vietò agli agenti regi di intervenire nella vita della Chiesa. La pluralità degli

ordinamenti giuridici trovava un punto di incontro nell’ordinamento unitario che faceva capo al sovrano. All’interno

della potestà regia dobbiamo distinguere due aspetti: il primo legato alla sua titolarità di un vasto patrimonio e di

diritti demaniali; l’altro relativo alla sua funzione di autorità unitaria. Essendosi riservato vasti patrimoni ed essendo

in ogni regione il titolare del maggior numero di manors, era in grado di esercitare ovunque la funzione di signore

territoriale. Quindi la sua autorità unitaria si legava alla sua potestà di signore fondiario. L’amministrazione del

patrimonio del sovrano spettava alla sua household, ovvero la sua organizzazione domestica. Quindi nessuna

differenza esisteva da questo punto di vista tra la gestione fondiaria del re e quella degli altri signori curtensi del

regno. Comunque l’household regia, dovendo occuparsi della gestione di un numero considerevole di manors,

presenta una precoce definizione degli uffici interni. Troviamo infatti la camera, per le entrate regie, la cappella,

dove venivano redatti i diplomi e i documenti regi, l’aula, cioè la cucina e la dispensa quindi gli approvvigionamenti

della casa, la cantina, si occupava della produzione delle vigne regie, le stalle, curavano l’allevamento equino.

L’household seguiva il re nei suoi spostamenti all’interno dei due domini; l’amministrazione dei manors regi quando

il re non era presente era svolta sul piano locale da un agente regio detto sceriffo (sheriff). Il monarca era innanzi

tutto il capo della tradizione germanica per la natio degli Anglosassoni e per quella dei Normanni: il popolo

confermava con il giuramento di fedeltà, prestato nelle corti di contea, di volere come suo capo il sovrano in carica.

Inoltre il re era il suzerain feudale dei signori fondiari, il supremo tutore dell’ordinamento ecclesiastico e il primo

signore territoriale del regno. Il sovrano entrava in carica attraverso la cerimonia dell’incoronazione. Le formule

pronunciate sottolineavano che il re riceveva direttamente da Dio il compito di difendere e di proteggere il popolo,

di tutelare la giustizia e di mantenere la pace. La cerimonia dell’incoronazione si concludeva con la prestazione di

un giuramento (giuramento dell’incoronazione) con il quale si impegnava formalmente ad esercitare con costanza e

dedizione i suoi compiti. Che il compito unitario del monarca si incentrasse nella giustizia non deve indurre a

ritenere che a lui passasse in via esclusiva la tutela del diritto. La difesa degli ordinamenti vigenti comportava

necessariamente anche il rispetto dei mezzi di tutela del diritto previsti da ciascuno di questi. Il re non avrebbe

potuto tutelare i diritti delle comunità senza mantenere in vita le corti di giustizia nate dalla medesima tradizione.

Nei primi decenni della dominazione normanna la funzione giudiziaria del sovrano si limitò all’attività della curia

regis, ovvero sia la grande assemblea convocata in solenni occasioni sia il più ristretto gruppo di fedeli che

collaborava quotidianamente con il sovrano. In entrambe le forme discuteva questioni rientranti nella funzione

unitaria del sovrano ovvero problemi di difesa contro nemici esterni, mantenimento dell’ordine, pace interna,

giustizia.

Il regno di Enrico I (1100 – 1135)

Nei primi decenni del secolo la potestà monarchica inglese conobbe una significativa evoluzione sia sotto

XII

l’aspetto signorile sia sotto l’aspetto di autorità unitaria. Sotto il primo profilo, vediamo il riordinamento degli uffici

domestici regi. Un breve trattato intitolato “Constitutio domus regis” ci informa che nei primi decenni del secolo XII,

mentre i principali uffici dell’household regia rimanevano gli stessi, la camera diventava il centro della gestione

delle finanze del sovrano. L’oro, le monete, i gioielli del re erano custoditi in castelli sicuri, i più importanti erano in

Inghilterra quello di Winchester e in Normandia quello di Rouen. L’attenzione di Enrico per la miglior gestione del

I

patrimonio regio e la corretta riscossione delle entrate che da questo provenivano non si manifestò solo nella

ristrutturazione dell’ufficio domestico della camera. Sin dai primi anni del suo regno risulta un particolare sistema di

controllo sui conti presentati alla corte regia dagli sceriffi: costoro si presentavano due volte l’anno (a Pasqua e nel

giorno di S. Michele) presso il tesoro di Winchester ed erano ascoltati da un gruppo di consiglieri del monarca, i

quali riscuotevano i denari, verificavano l’esattezza dei conti e in caso di approvazione rilasciavano quietanza,

mentre in caso contrario imponevano multe allo sceriffo. I consiglieri regi stendevano sul tavolo una tovaglia a

scacchi che facilitava i conti, così la corte venne chiamata corte dello Scacchiere. Una corte dello Scacchiere

venne organizzata nello stesso periodo anche in Normandia, dove l’agente patrimoniale del duca non era lo

sceriffo bensì il vîcomte. Particolarmente interessanti sono le novità conosciute dalla potestà unitaria del sovrano.

Prima la funzione principale del sovrano, accanto alla difesa dai nemici esterni, fosse la tutela del diritto vigente nel

regno. Tale funzione comportava non solo la protezione delle consuetudini, ma anche l’intervento diretto ad

eliminare gli usi cattivi e a sostituirli. Esplicitamente lo dichiarava il sovrano nel corso della cerimonia

dell’incoronazione, sentendosi legittimato a tale intervento dal carattere sacerdotale che l’incoronazione e l’unzione

gli conferivano. Guglielmo abrogando la competenza delle corti di contea nelle cause ecclesiastiche, aveva

I,

esercitato detta funzione. Negli anni di Enrico tale intervento acquista un respiro ben più ampio. A questo periodo

I

risale la raccolta intitolata “Leges Henrici primi” che riunisce le regole consuetudinarie in vigore. Da questa raccolta

sappiamo che si era affermata nella prassi una prerogativa del sovrano a trattare nelle sue corti alcuni reati

particolarmente rilevanti per l’ordine pubblico. I delitti in questione possono essere distinti in tre categorie: le offese

più gravi, come l’omicidio o la rapina; le offese contro il sovrano e la sua household; le offese ai diritti demaniali del

sovrano e l’intervento in caso di mancata o scorretta giustizia da parte delle corti degli ordinamenti particolari del

regno. La giustizia regia diventava componente essenziale della giustizia esercitata nel regno: quando veniva a 13

conoscenza di un caso di difetto di giustizia, il re inviava alla corte competente un “breve” (writ) con cui la invitava

ad esercitare nella maniera dovuta le proprie funzioni. I writs principali di questo periodo erano di due tipi: il writ of

rights (breve de recto) con cui il sovrano invitava la corte ad operare dopo aver accertato la veridicità della notizia

di difetto di giustizia; i writs esecutivi, con cui il re chiedeva a questa di curare la restituzione dei beni sottratti a

colui che al re stesso si era rivolto. Esistevano due categorie di giudici regi, quelli stabilmente residenti nelle contee

e quelli itineranti. La definizione della prerogativa giudiziaria del re aveva la conseguenza di consentire un più

omogeneo coordinamento tra detti ordinamenti, eliminando i conflitti di competenza che si aprivano tra le diverse

corti di giustizia quando reo di uno di quei delitti era una persona la quale partecipava allo stesso tempo a più

ordinamenti. Ad esempio il caso del libero legato da vincoli di vassallaggio con un signore. In tutti i casi le corti

popolari, quelle signorili, le feudali e le ecclesiastiche potevano vantare tale competenza. Le consuetudini definite

nelle “Leges Henrici primi” erano sorte proprio per evitare tali conflitti e dando vita ad un’apposita competenza regia

in merito ai reati più importanti, consentivano alle corti particolari di giustizia di funzionare senza impantanarsi in

contrasti tra di loro.

Gli inizi della “common law”

La morte di Enrico nel 1135 aprì una lunga e grave crisi nel regno inglese: la successione di Matilde (figlia di

I

Enrico vedova dell’imperatore tedesco Enrico e moglie del conte d’Angiò Goffredo) venne contestata da alcuni

I, V

grandi signori normanni che le preferirono Stefano di Blois, figlio di una sorella di Enrico e titolare di vasti honours.

I

Il regno inglese si divise in due parti: parte orientale a Stefano e parte occidentale a Matilde. La crisi fu risolta solo

nel 1154 quando, morto Stefano, tutti accettarono come sovrano Enrico figlio di Matilde. Il nuovo sovrano era

II,

titolare in Francia di vasti domini; a questi ne aggiunse altri sempre in Francia, dando vita ad un vasto impero che

nel momento di massima estensione comprendeva l’Inghilterra, l’Angiò, la Touraine, il Maine, la Normandia,

l’Aquitania, la Bretagna, il Ponthieu, il territorio di Calais. In ciascuno dei suoi domini Enrico costituiva l’autorità

II

unitaria. Nel regno inglese egli proseguì la politica inaugurata dal nonno e migliorò sia la gestione delle entrate

regie, sia l’amministrazione della sfera di giustizia che competeva al sovrano. Sotto Enrico la riscossione delle

I

entrate della giustizia amministrata dai giudici itineranti era stata affidata ad agenti regi che portavano il titolo di

sergenti. Alla morte del re tali agenti erano stati eliminati e sostituiti da sergenti delle contee, competenti anche in

caso di omicidio a condurre indagini sui corpi delle vittime. Dal 1168-69 Enrico restaurò i sergenti regi,

II

attribuendo loro anche le competenze di quelli di contea: i nuovi ufficiali furono detti “custodes placitorum coronae”,

ovvero coroners. Quanto alle entrate feudali, il nuovo indirizzo si espresse nell’uso dello scutagio, cioè il

pagamento della somma sostitutiva del servizio militare vassallatico, come tributo generale su tutti i feudatari diretti

del sovrano. Il ricorso a tale forma esattiva, però, non poteva non avvenire in casi eccezionali senza minacciare le

fondamenta stesse dell’esercito regio. Perciò il sovrano preferì rivolgersi ad un’imposta che rientrava nella

tradizione del danegeld, nel senso che gravava su tutti gli uomini liberi ed aveva quindi natura di tributo popolare: si

tratta del tallagium introdotto nel 1166. La funzione unitaria del sovrano conobbe poi un’importante espansione nel

campo dell’amministrazione della giustizia. Le novità sono di due tipi, riguardano sia l’organizzazione delle corti

regie, sia il contenuto della loro giurisdizione. Per quanto concerne le corti sovrane, la curia regis nella forma di

corte dello Scacchiere fu trasformata in corte stabile; essa si affiancò a quello itinerante la quale continuava a

seguire il sovrano nei suoi spostamenti. La curia regis fu quindi sdoppiata in due corti: una itinerante guidata dal re;

l’altra, sotto forma di corte dello Scacchiere, stabile presieduta dal gran giustiziere. Enrico riformò anche le corti

II

regie provinciali. Abolì i giudici regi stabiliti nelle contee e cominciò a riordinare il funzionamento dei giudici

itineranti. Da quel momento il sovrano inviò i suoi giudici nelle diverse regioni del regno, ridisegnando i loro circuiti

ed estendendosi all’intero territorio, distribuendoli in modo equo nei vari distretti. Inoltre assistiamo all’introduzione

di una nuova procedura: quando si fermavano in una località i giudici erano tenuti a convocare un gruppo di

persone, vincolate da giuramento a parlare secondo verità, detto giuria, composto da dodici uomini della centena e

da quattro uomini per ciascuna città demaniale della stessa centena. Questo gruppo, detto Grande Giuria,

indicava alla corte dei giudici itineranti le persone accusate di aver commesso delitti di competenza regia, costoro

erano poi sottoposti alla procedura ordalica (dell’ordalia, prova). Introdotta dalla Assise di Clarendon del 1166, la

Grande Giuria saldava la giustizia penale regia alla comunità dei liberi. A partire dal 1164 qualsiasi libero

possessore fu legittimato a ricorrere direttamente alla giustizia regia per difendere il proprio diritto di possesso. La

procedura prevedeva che il richiedente ottenesse dal sovrano un writ indirizzato allo sceriffo della contea di sua

residenza e contenente l’ordine di convocare una giuria di dodici uomini saggi presso la corte dei giudici itineranti e

di incaricarla di inquirere sulla vicenda. Se l’inquisitio si concludeva con l’accertamento delle ragioni del richiedente,

i giudici itineranti invitavano la corte particolare competente a tutelare il diritto di questo. Durante il regno di Enrico

vennero definite cinque fattispecie protette da tale procedura.

II 1) La prima, precisata dalle Assise di Clarendon del 1164, si proponeva di stabilire se una terra costituiva un

feudo laico oppure un beneficio ecclesiastico concesso in elemosina; si chiedeva “utrum sit laicum feudum

an elemosina”, da cui il titolo utrum assegnato al writ regio che dava inizio alla procedura.

2) La seconda fattispecie, detta del novel disseisin, introdotta dalle Assise di Clarendon del 1166, era una

vertenza tra un signore e un possessore libero della sua azienda curtense; l’inchiesta promessa dal writ regio

doveva accertare se l’espropriazione disposta dal signore a danno del ricorrente aveva rispettato il diritto 14

consuetudinario vigente nel fondo, era stata cioè legittimata dall’inosservanza dei doveri gravanti sul

possessore. L’intervento dell’autorità regia metteva in evidenza che in questo caso non ci si trovava di fronte

al solo ordinamento signorile, ma anche a quello generale degli uomini liberi. Si venivano allora ad incontrare

due diversi ordinamenti particolari e per coordinarli era necessario imporre a ciascuno il rispetto dei propri

limiti. Il giudice regio precisava che il libero rispettoso dei doveri consuetudinari non poteva essere lasciato

alla mercé del signore, ma era titolare di diritti che prevalevano sulla potestà bannale. Quest’ultima non

veniva negata, ma reinserita nei suoi limiti e il giudice regio interveniva per richiamare la corte signorile alla

corretta amministrazione della giustizia, in particolare alla tutela del diritto del possessore libero.

3) Natura uguale presenta la terza fattispecie, del writ detto mort d’ancestor, introdotta dalle Assise di

Northampton del 1176; se alla morte di un possessore libero il signore bannale assegnava ad altro contadino

il fondo, l’erede naturale del defunto poteva invocare un proprio diritto al possesso tenuto dalla sua famiglia

da più generazioni e nella regolare osservanza dei doveri consuetudinari.

4) Più vicina alla prima era la quarta fattispecie, quella del writ detto darrein presentment, che si proponeva di

individuare il legittimo titolare del diritto di presentazione di un chierico per una chiesa rimasta vacante.

Questi quattro writs sono definiti writ delle petty assizes o possessory assizes, dal titolo assegnato alle giurie

incaricate di svolgere l’inquisitio diretta a ricostruire la verità dei fatti. Si deve aggiungere però un quinto tipo di writ,

il cosiddetto praecipe, con il quale il giudice regio intimava, tramite lo sceriffo, ad un soggetto libero di presentarsi

davanti alla propria corte per rispondere in merito ad accuse relative a sottrazione di dote, debiti non saldati, circa il

possesso di una terra e così via. Questi cinque writs costituiscono i primi casi di common law. A fondamento del

diritto comune nelle regioni centro-settentrionali dell’Italia si trova la dottrina. L’Inghilterra conobbe un sistema

diverso. Mancò una dottrina giuridica che avesse l’ambizione di dare sistemazione completa all’intero ordinamento;

al contempo, l’obiettivo di fissare punti fermi del diritto degli uomini liberi venne assunto come compito proprio da

una concreta autorità, quella unitaria del sovrano. Perciò la common law non investì in maniera immediata l’intera

realtà del diritto, ma si limitò a definire singole fattispecie: per tali fattispecie garantì a tutti gli uomini liberi l’effettiva

tutela attraverso corti espressamente investite di tale compito. I meccanismi seguiti in ambito di common law

risultano diversi da quelli usati dal diritto comune. Qui si seguiva la regola interpretativa del rinvio dalla norma

particolare alla generale, rappresentata dalla dottrina del diritto comune; quindi poteva essere offerto a qualsiasi

ordinamento vigente che riuscisse a calare la propria tradizione consuetudinaria nelle categorie giuridiche

elaborate dalla dottrina. La common law invece non poteva uscire dall’ambito della tradizione inglese perché si

collegava agli ordinamenti particolari vigenti nel regno. La procedura dei casi di common law prendeva le mosse da

un writ regio e proseguiva attraverso un giudizio formulato dalla corte dei giudici itineranti sulla base dei risultati di

una inquisitio condotta da esponenti della contea e diretta ad accertare la verità dei fatti. Si tratta di una procedura

che presenta almeno due aspetti: conferma i legami tra la potestà giudiziaria del sovrano e l’ordinamento della

tradizione popolare. In secondo luogo, l’amministrazione della giustizia nelle fattispecie di common law veniva

assunta come responsabilità diretta del sovrano: perciò le sue corti chiedevano l’accertamento della veritas e non

potevano accontentarsi dell’antica funzione dichiarativa del giudice germanico che lasciava al risultato della prova

la soluzione della vertenza. Le Assise di Windsor del 1179 stabilirono che, in caso di contestazione del diritto di

possesso, il libero possessore di beni allodiali poteva rifiutare di difendersi davanti ad una delle corti popolari e

scegliere la protezione del sovrano. Allora il re convocava con un writ una commissione di dodici buoni uomini del

luogo scelti da quattro cavalieri della contea e indicata con il titolo di Magna Assisa, Grand Assize; dovevano

testimoniare sotto giuramento l’opinione che sulla vertenza prevaleva nel territorio dove le due parti risiedevano e

tale testimonianza costituiva il fondamento della sentenza regia.

La formazione del Regno normanno di Sicilia

Le conquiste territoriali conseguite nel corso del secolo dai Normanni coinvolsero anche l’Italia meridionale e la

XI

Sicilia. Le modalità con cui i Normanni formarono i loro domini nell’Italia meridionale furono diverse da quelle con le

quali procedettero alla conquista dell’isola siciliana: tale diversità determinò una significativa distinzione tra gli

ordinamenti peninsulari e quello insulare. Gruppi di cavalieri normanni giunsero in Italia meridionale all’inizio del

secolo XI e ottennero dai signori locali l’indispensabile legittimazione dei domini conquistati. L’organizzazione di

questi domini normanni appare pienamente fedele a quella della tradizione popolare germanica. Tale forma

organizzativa fu conservata negli anni successivi, nel corso dei quali i signori normanni sconfissero ed eliminarono

tutte le potestà territoriali preesistenti. Un cambiamento significativo si ebbe nel 1059 quando i Normanni

ricevettero dal pontefice Leone IX la legittimazione del loro dominio. L’accordo, raggiunto a Melfi, prevedeva da un

canto che il pontefice concedeva in feudo ai Normanni il territorio da loro conquistato, dall’altro che l’investitura non

riguardava più ogni singolo capo militare normanno, bensì il solo Roberto il Guiscardo, della famiglia Altavilla, il

quale veniva investito del ducato di Puglia, comprendente la maggior parte dei domini normanni, e che riceveva in

maniera formale la potestà di guida unitaria del popolo. La concessione feudale serviva al pontefice per affermare

che le regioni meridionali rientravano tra le terrae Ecclesiae e al capo dei cavalieri normanni per legittimare le

conquiste del suo popolo. La realtà risultò di segno inverso. I successori di Leone IX continuarono a ricevere

l’omaggio feudale del Guiscardo e dei suoi successori, ma mai interferirono nel dominio normanno pretendendo di

esercitare potestà feudali. All’interno dei singoli domini si vennero ad incontrare comunità di tradizione diversa dato

15

che le unità signorili riunivano popolazioni di origine bizantina e longobarda le quali avevano vissuto esperienze tra

loro differenti. Il diritto vigente nella regione riunita nella signoria era articolato e composito non solo per la

compresenza di più ordinamenti ma anche per il pluralismo delle consuetudini riguardanti gli uomini liberi. Tale

complessità fu ulteriormente arricchita dai Normanni i quali portarono sia il diritto della loro tradizione popolare, sia

il diritto feudale. La forma istituzionale del ducato di Puglia si ritrova anche nel principato di Capua, l’altro dominio

unitario normanno dell’Italia meridionale il quale si mantenne separato dal ducato fino alla fondazione del Regno.

Non si ritrova invece in Sicilia, soprattutto perché la conquista dell’isola e la distribuzione delle terre avvennero in

maniera del tutto diversa. La conquista dell’isola fu la conseguenza di un’apposita campagna militare progettata da

Roberto il Guiscardo e dal fratello Ruggero e condotta da quest’ultimo alla guida di un gruppo di cavalieri normanni.

Ruggero seppe mantenere unite le sue forze e procedette alla liberazione dell’isola (occupata dagli Arabi)

attraverso la costruzione di castelli le cui guarnigioni avevano il compito di far avanzare la conquista nelle zone

circostanti. Una volta raggiunto il controllo completo dell’isola egli provvide alla divisione delle terre tra i vincitori:

conservò per sé un patrimonio molto consistente e diffuso in tutte le regioni dell’isola; assegnò ai suoi cavalieri

signorie di dimensioni ridotte; legò a sé i signori attraverso il vincolo feudale. Ruggero era in grado di esercitare la

funzione di signore territoriale in tutta l’isola e i signori locali potevano conservare il controllo delle loro terre solo

mantenendo vivi i rapporti tra di loro e salda l’unità sotto la guida di Ruggero. Ruggero si riconosceva vassallo del

fratello Roberto per dare legittimazione formale all’autorità esercitata in Sicilia e venne insignito del titolo di conte.

La sua autorità si arricchì quando Ruggero provvide a restaurare la gerarchia della Chiesa in un paese prima

dominato dagli arabi. Allora ricevette dal pontefice Urbano nel 1098 il privilegio della legazia apostolica, cioè il

II

legato era il diretto rappresentante del pontefice in una regione e come tale vi fungeva da vertice della gerarchia

ecclesiastica. L’esperienza normanna appare duplice. Da un canto quella delle regioni peninsulari dove l’autorità

unitarie del duce di Puglia e del principe di Capua non avevano contenuti particolarmente rilevanti; dall’altro quella

siciliana, caratterizzata da una maggior importanza della potestà unitaria, titolare di una effettiva autorità di signore

territoriale, suzerain feudale dei cavalieri normanni e vertice della gerarchia ecclesiastica. Presupposto

indispensabile di detta potestà era la buona gestione del patrimonio comitale: tale gestione, comunque, rimase

nell’ambito tradizionale degli uffici domestici, dove risulta affidata alla camera.

La fondazione del Regno e le Assise di Ariano

Nel 1127, alla morte del duca di Puglia Guglielmo, Ruggero conte di Sicilia, invase i domini peninsulari normanni

II,

e l’anno successivo ottenne la loro investitura dal pontefice Onorio Nel 1130, poi, ottenne dal pontefice romano

II.

Anacleto di elevare il suo dominio al rango di regno: nella notte di Natale dello stesso anno fu incoronato re di

II

Sicilia all’interno della cattedrale di Palermo. La sua promotio regia venne infine confermata nel 1139 da Innocenzo

che, alla morte di Anacleto, aveva ricomposto l’unità della Chiesa. Vassallo del Papa e allo stesso tempo titolare

II

della potestà di guida unitaria del suo popolo confermata dal sacramento dell’incoronazione regia, Ruggero cercò

II

di estendere all’interno regno l’armonia tra ordinamenti particolari che caratterizzava la contea di Sicilia. Nella

grande assemblea popolare svoltasi ad Ariano nel 1140 fu approvato un consistente corpo di leggi regie, indicate

con il termine di Assise, che precisarono la prerogativa giurisdizionale del sovrano, la disciplina dei diritti

demaniali, la competenza dei magistrati regi incaricati di esercitare l’autorità del monarca, i limiti degli ordinamenti

particolari, le modifiche che dovevano essere introdotte negli stessi per migliorare il coordinamento tra di loro. Le

Assise ruggeriane sono di grande importanza. Si tratta del primo corpo di leggi promulgate da un sovrano di un

regno particolare non per mettere per iscritto le consuetudini tradizionali del suo popolo, bensì per modificare il

diritto vigente nel regno. Nel Proemio delle Assise Ruggero affermava che la funzione primaria della monarchia era

quella di fare giustizia ed aggiungeva che per svolgere correttamente tale compito il re doveva intervenire a

modificare il diritto vigente dove questo disponesse in maniera difforme dal superiore principio di equità.

L’originalità dell’Assise consiste nel fatto che per la prima volta la funzione regia veniva esercitata concretamente

mediante l’eliminazione di consuetudini e la promulgazione di norma valide per tutti i soggetti liberi, con la

giustificazione che il re ubbidiva al volere divino. L’importanza delle Assise di Ariano risiede dunque nella decisione

del sovrano di esercitare in maniera effettiva nell’intero territorio del regno i compiti di giustizia che a lui spettavano.

L’intervento regio realizzato dalle Assise presenta tre aspetti principali: l’eliminazione di tutte le consuetudini locali

inique e superate, la correzione di norme rientranti in ordinamenti particolari, la definizione di una sfera di

prerogativa giudiziaria del sovrano. Nell’ordine delle fonti giuridiche stabilito dalle Assise la legge regia non

costituiva la norma generale cui si rinviava quando quelle degli ordinamenti particolari non disponevano. Al

contrario essa, in quanto capace di tradurre in diritto l’aequitas, eliminava ogni altra norma nella materia

disciplinata e trovava immediata ed esclusiva applicazione. L’impegno nell’amministrazione della giustizia,

proclamato da Ariano, venne attuato da Ruggero attraverso l’istituzione, disposta dalle Assise, dei giustizieri

provinciali, con il compito di esercitare le competenze giurisdizionali rientranti nella prerogativa del sovrano. Le corti

dei giustizieri non furono le uniche corti di giustizia regia. Nei territori demaniali operarono anche i baiuli con

funzioni di giudici penali per cause di importanza minore rispetto a quelle dei giustizieri e competenza anche in

alcune cause civili. L’organizzazione della giustizia regia affermatasi durante il regno di Ruggero infine, risulta

II,

completata dall’emersione, all’interno della ristretta curia regis, di un gruppo di consiglieri con esclusivi compiti

giudiziari, i cosiddetti grandi giustizieri. Essi ordinavano lo svolgimento di inchieste per conoscere situazioni locali di

16

fatto e di diritto e giudicavano liti portate alla conoscenza del re in prima istanza o in seguito a denegata giustizia

da parte di corti locali. Ruggero rivolgeva anche molta attenzione all’amministrazione delle sue entrate: nelle

regioni meridionali la riscossione e la gestione patrimoniale è affidata ad agenti provinciali, detto camerario, e

diretta dall’ufficio domestico della camera; in Sicilia e Calabria la competenza delle entrate regie spettò ad un

nuovo ufficio di corte, detto la dohana de secretis.

L’ordinamento del Regno normanno nella seconda metà del secolo XII

Il sistema inaugurato da Ruggero si conservò anche sotto il figlio Guglielmo (1154 – 1166), anche se la pace fu

II I

turbata nel Regno da conflitti tra il sovrano e il papa e tra il primo e i baroni. Trovò, infine, piena e distesa

realizzazione durante il regno del figlio, Guglielmo (1166 – 1189), regno che coincide con un lungo periodo di

II

pace interna. Guglielmo riuscì a recuperare e ad amministrare correttamente vasti patrimoni nelle regioni

II

peninsulari che gli consentirono di assumere anche qui quella potestà di signore territoriale che la dinastia

tradizionalmente esercitava nell’isola di Sicilia. Al regno di Guglielmo II risale la compilazione di un’opera, il

“Catalogus baronum”, che registra le grandi signorie dell’Italia meridionale e divide i loro titolari tra tenentes in

capite e tenentes in servitio. Si tratta di una classificazione già adottata in Inghilterra e che attesta l’esistenza di

una precisa piramide feudale al cui vertice si trovava il sovrano, quale suzerain di tutti i grandi signori, al secondo

gradino i suoi vassalli diretti, alla base i feudatari di questi ultimi. L’accresciuta presenza dell’autorità regia nelle

regioni peninsulari è confermata dalla nascita di un apposito ufficio finanziario centrale, la dohana baronum, che si

affiancava alla dohana de secretis e aveva le medesime funzioni di controllo sulle entrate regie per l’Italia

meridionale. Guglielmo II, poi, proseguì l’opera del nonno nel campo della giustizia. Anche a lui si devono

numerose leggi, non raccolte in un corpo unico, ma conservateci dal “Liber Augustalis” di Federico di Svevia in

II

cui confluirono. Tali disposizioni eliminarono consuetudini considerate inique e superate e intervennero a regolare

materie appartenenti ad ordinamenti particolari. In campo feudale disciplinarono la materia matrimoniale, la

vedovanza delle mogli dei vassalli diretti, la loro dote, la successione nei benefici, la prestazione dei servizi dovuti.

Guglielmo perfezionò il funzionamento della giustizia regia, soprattutto in periferia. Sotto di lui i giustizieri

II

provinciali aggiunsero alle loro precedenti competenze anche quella di confermare privilegi feudali e di curare la

corretta esecuzione dell’investitura nel feudo. L’ordinamento normanno nel periodo più maturo presenta una

significativa funzione unitaria di giustizia della monarchia: la sua tutela degli ordinamenti particolari si arricchiva con

un corrente esercizio di compiti concreti in materie precisamente definite, compiti esercitati attraverso una rete

diffusa di giudici provinciali e una ristretta corte di giustizia centrale.

Gli ordinamenti giuridici delle altre regioni europee

L’ordinamento unitario dell’Impero sotto Federico I

La situazione delle regioni appartenenti all’Impero germanico sembra caratterizzarsi nel secolo per la continuità

XII

del pluralismo degli ordinamenti precedenti e per la formazione di estese signorie fondiarie in mano alle maggiori

famiglie, in primo luogo ad alcune delle dinastie titolari della tradizionale carica ducale o comitale. E’ all’interno di

questo quadro generale che deve essere collocata l’evoluzione dell’ordinamento unitario di cui quelli particolari si

riconoscevano parte nelle terrae Imperii. A partire dalla seconda metà del secolo con la dinastia salica l’autorità

XI

imperiale avrebbe iniziato a meglio definire la sua autorità di governo e la sua superiorità su ogni altra potenza

esistente nelle terre germaniche. Tale evoluzione, poi, avrebbe conosciuto una decisiva accelerazione con gli

Hohenstaufen, soprattutto con Federico Barbarossa. Allora l’Impero si sarebbe trasformato in uno Stato feudale:

I

tutti gli ordinamenti territoriali sarebbero stati inseriti in una piramide feudale al cui vertice si sarebbe trovato

l’imperatore, titolare della plenitudo potestatis. La carica imperiale continuava ad essere elettiva, nel rispetto della

tradizione germanica che veniva seguita nello stesso periodo anche in altri ordinamenti, a cominciare dal regno

francese. Nell’Impero non si era mai affermata di fatto la fusione della carica con una dinastia: la scelta

dell’imperatore continuava ad essere sostanziale e a riguardare signori di famiglie diverse. I titolari dell’autorità

unitaria potevano contare sul patrimonio della propria famiglia, sui beni legati all’eventuale carica ducale o comitale

da loro ricoperta prima dell’elezione imperiale, sempre che questi beni fossero di fatto disponibili. Vantavano

autorità signorile sulle terre che ai tempi di Carlo Magno avevano formato il patrimonio demaniale dell’imperatore.

In questo modo l’imperatore non poteva svolgere la funzione di signore territoriale in tutte le regioni ma solo nella

zona dove si trovavano i beni familiari. In questa situazione i titolari della potestà imperiale a partire dalla seconda

metà del secolo XI sembrano essersi proposti soprattutto il duplice obiettivo di precisare meglio da un canto la

signoria territoriale locale che poteva essere offerta dai loro beni dinastici, e dall’altro di rivendicare il possesso dei

beni demaniali sparsi in tutto l’Occidente. Tale politica si può cogliere già in Enrico il grande avversario di papa

IV,

Gregorio nella Lotta per le investiture. Costui si mosse per dar vita ad una circoscritta signoria territoriale nella

VII

regione compresa tra il Palatinato e la Turingia, recuperando terre della propria famiglia e del demanio imperiale ed

amministrandole in maniera più funzionale attraverso i ministeriali. Il recupero del patrimonio in un’area geografica

determinata e la maggiore autorità sui benefici ecclesiastici non consentirono a Enrico di svolgere nell’Impero un

IV

ruolo unitario diverso dal passato. Le uniche novità da lui introdotte sembrano essere le “paci di Dio” per l’intero

territorio imperiale da lui proclamate nel 1085 e nel 1103. Le paci di Dio erano forme primordiali di difesa del diritto

vigente in una regione, che si proponevano di porre fine ai conflitti armati in atto senza decidere una loro soluzione;

17

esse erano proclamate da dignitari ecclesiastici o da signori territoriali non ancora in grado di garantire in maniera

stabile e continua la tutela del diritto, infatti è la prima volta che vennero dichiarate dall’imperatore. Le linee

politiche inaugurate da Enrico si ritrovarono nell’azione di Federico Barbarossa. La lunga lotta che lo oppose

IV I

alla famiglia guelfa, ed in particolare a Enrico il Leone, fu originata da contrasti sulla titolarità di diritti ereditari su

II

importanti patrimoni fondiari. Tale azione venne condotta da Federico I durante l’intero arco del suo regno e

riguardò innanzi tutto la Svezia, ma coinvolse anche altre regioni tra cui la Franconia e l’Italia centro-settentrionale.

La rivendicazione del dominium sulle terre del demanio imperiale si espresse nella proclamazione di una regola

giuridica precisa: dette terre, ove possedute da signori diversi dal sovrano universale, dovevano essere

considerate feudi dell’Impero. La regola risulta per la prima volta definita in maniera esplicita nel 1157 quando la

curia imperiale, pronunciandosi in merito ad una vertenza che riguardava il vescovo di Marsiglia, dichiarò “ea que

ab imperio tenentur, iure feodali possidentur”. Il principio giuridico formulato da Federico trasformava tutti i

I

possessori di beni demaniali in vassalli diretti dell’imperatore. Esso non si proponeva la costruzione di una piramide

feudale che comprendesse tutti i signori fondiari esistenti nelle regioni imperiali e vedesse al suo vertice il monarca

universale, ma l’affermazione del dominium dell’imperatore sulle terre un tempo possedute da Carlo Magno nei soli

termini conciliabili con il diritto degli effettivi possessori delle stesse, quelli del diritto feudale. Il diritto feudale si

limitava a disciplinare i rapporti giuridici tra due signorie fondiarie e tra due domini e non riguardava il contenuto

delle potestà bannali esercitate dal vassallo: il dominus non era la fonte dell’autorità del vassallo ma il concedente

di una terra di questo. Questa decisione imperiale ebbe come conseguenza la possibilità di estendere a tali rapporti

le norme introdotte nell’ordinamento feudale dalle grandi assemblee popolari dell’Impero. Nella Dieta di Roncaglia

del dicembre 1154 vennero approvati da un canto il divieto di alienazione e pignoramento di un feudo senza

l’autorizzazione del dominus, dall’altro l’obbligo dei concessionari di feudi di ricevere la materiale investitura delle

loro terre entro un anno e un giorno dalla concessione, pena la perdita del feudo. L’ordinamento vassallatico della

consuetudine venne esteso ai feudi imperiali dalla “Summula legum feudalium”, anch’essa approvata a Roncaglia

nel 1154, mentre la necessità dell’autorizzazione del dominus per alienazioni o pignoramenti di feudi imperiali

venne ribadita sia dalla sentenza del 1157 relativa al vescovo di Marsiglia, sia dalla “Constitutio de iure feudorum”

approvata dall’altra Dieta svoltasi a Roncaglia nel 1158. Altra conseguenza fu l’espansione della giurisdizione della

corte imperiale che divenne anche corte di giustizia feudale per piccoli e grandi signori i quali, in quanto detentori di

terre del demanio imperiale, erano qualificabili come vassalli dell’imperatore. Insieme con l’affermazione del

dominium feudale su tutte le terre, in origine spettanti al demanio imperiale, ed ora possedute da signori, Federico I

sollecitò la definizione dei diritti patrimoniali - demaniali che a lui spettavano come superiore autorità unitaria della

nazione germanica. Nella Dieta riunita a Roncaglia nel novembre 1158 chiese ai quattro dottori di precisare il

contenuto dei diritti a lui riservati e perciò definiti “iura regalia”. La risposta dei giuristi venne recepita in una

costituzione, il cui contenuto è stato oggetto di numerose ed approfondite valutazioni. Secondo questo testo i diritti

regali consistevano in primo luogo nei diritti patrimoniali tradizionalmente riconosciuti parte integrante del demanio

imperiale: dominio superiore delle terre delle comunità di liberi, vie di comunicazione terrestri e fluviali, diritti di

passo e di dazio, potestà di coniazione delle monete e di riscossione delle multe, acquisizione del patrimonio dei

rei dei delitti più gravi ed infamanti, dominio dei palazzi regi innalzati nelle città demaniali, metà del tesoro rinvenuto

nel patrimonio imperiale o in luoghi sacri. La natura demaniale delle regalie imperiali appare confermata dal

resoconto che della Dieta di Roncaglia, ed in particolare del parere formulato dai quattro dottori, si rinviene nella

cronaca di Ottone di Frisinga. Obiettivo della Dieta di Roncaglia era quello di precisare i diritti imperiali sul

patrimonio demaniale diffuso nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale e di fatto tenuto da Comuni e signorie

territoriali che si fregiavano dei titoli militari della tradizione popolare. La concreta situazione delle terrae Imperii

italiane e l’aspirazione di Federico I ad ottenere nelle medesime regioni un significativo recupero patrimoniale

devono essere tenute presenti anche quando si prendono in esame i testi delle tre costituzioni, approvate sempre a

Roncaglia nel 1158, e da pochi anni ricostruite nel loro testo completo.

Signorie territoriali e monarchia in Francia

Gli ordinamenti delle signorie territoriali formatesi nell’alto Medioevo nel territorio assegnato nell’843 al regno dei

Franchi occidentali presentano delle analogie con quelli delle regioni germaniche. Anche nelle signorie francesi

proseguì il tradizionale pluralismo giuridico, il significato dell’autorità unitaria dipese dal bisogno che della stessa

avevano gli ordinamenti particolari, l’evoluzione più significativa di detta autorità si espresse nel recupero di terre e

diritti demaniali. Caratteri di sensibile unitarietà presenta la contea di Fiandra il cui titolare possedeva, accanto a

terre allodiali, anche benefici feudali ricevuti sia dal re di Francia, sia dall’imperatore germanico. Qui gli ordinamenti

particolari della tradizione si arricchirono della nascita di quello municipale: già all’inizio del secolo appaiono

XII

delineati i municipi fiamminghi con un diritto proprio ed un’organizzazione uguale a quella dei Comuni giurati della

Francia settentrionale. Il conte fiammingo risulta titolare, a vario titolo, di un consistente patrimonio diffuso in molte

zone della contea. La giustizia signorile del conte era esercitata dai suoi castellani e a volte dai dapiferi, o

senescalci. Alla fine del secolo, poi, cominciarono ad operare agenti comitali stabili, i baglivi (baillis), mentre

l’amministrazione domestica del conte riservava particolare attenzione alla riscossione delle entrate fondiarie.

Contenuti unitari presentava anche l’ordinamento del ducato di Normandia la cui guida spettava al re inglese. Il

duca godeva di un ampio e diffuso patrimonio e di importanti diritti demaniali. La riscossione delle rendite fondiarie

18

e demaniali era affidata ad agenti locali, i vicomtes ed i prevôts, i quali prendevano in appalto le entrate di un

distretto. Tali agenti erano tenuti a presentare i loro rendiconti alla corte ducale, nella forma che questa prendeva

riunendosi a Caen e assumendo la denominazione di corte dello Scacchiere, come in Inghilterra. Il duca esercitava

in Normandia funzioni giurisdizionali unitarie ben più limitate di quelle che, come re, gli erano riconosciute in

Inghilterra. Accanto agli ordinamenti territoriali caratterizzati da una significativa potestà unitaria ne esistevano altri

nei quali il pluralismo degli ordinamenti prevaleva nettamente. E’ il caso della contea della Champagne, di quella di

Auxerre, del ducato di Borgogna, della contea d’Angiò, del ducato di Aquitania e della contea di Tolosa, mentre

alcune regioni non conoscevano alcuna potestà unitaria. Uno dei signori territoriali di Francia si fregiava del titolo di

re. La dignità era ancora elettiva agli inizi del secolo ma veniva attribuita da tempo alla famiglia dei Capetingi, i

XII,

discendenti di quell’Ugo Capeto, che alla fine del secolo aveva sostituito la dinastia carolingia. Il patrimonio del re

X

era formato sia dai beni allodiali, sia da terre da lui tenute in feudo da altri signori ed era gestito al centro dalla

consueta amministrazione domestica, localmente da agenti che portavano il titolo di prevôt (prepositus) e sono

documentati a partire dalla metà del secolo Nel lungo periodo coperto dai due regni di Luigi e Luigi il

XI. VI VII

patrimonio signorile regio conobbe una sensibile espansione ed una migliore amministrazione. Vennero precisati

alcuni diritti demaniali esclusivi del sovrano, furono recuperate terre indebitamente sottratte a questo, la riscossione

locale delle entrate venne concessa in appalto ai prevosti e nella seconda metà del secolo cominciò a delinearsi

all’interno della familia regia un ufficio, la camera, espressamente incaricato della materia. Le entrate regie

conobbero allora un significativo incremento. Oltre ad estendere il patrimonio e a migliorarne la gestione, i

Capetingi cominciarono a svincolarsi dai rapporti di subordinazione che li legavano ad altri signori dai quali

tenevano terre in feudo. Il recupero dei beni e dei diritti patrimoniali non si tradusse in un aumento significativo del

ruolo unitario della signoria territoriale capetingia. In questa regione si conservò immutato il rispetto al passato il

pluralismo degli ordinamenti e la corte regia. I Capetingi erano titolari della corona francese. La solenne

consacrazione li faceva, in teoria, autorità superiore cui Dio affidava il comando dei popoli del regno. Da una

recente ricerca è stato dimostrato che il re non aveva tale superiorità in quanto fosse suzerain di tutti i grandi

signori francesi, visto che mancava una rete feudale con al vertice il re ma soprattutto il diritto feudale era diverso

da regione a regione. Se confrontiamo, allora, il caso francese con quello delle terre imperiali troviamo che agli

aspetti comuni si affiancano alcune differenze. Manca in Francia la pretesa di recupero delle terre e dei diritti

demaniali.

Gli ordinamenti monarchici del Medioevo maturo

Il regno d’Inghilterra e la “Magna Carta”

L’inizio di questo periodo si può far coincidere in Inghilterra con il regno di Riccardo (1189 – 1199), figlio di Enrico

I

anche se le novità più importanti furono introdotte nel regno successivo, quello di Giovanni Senza Terra (1199 –

II,

1216). Correntemente gli storici fanno terminare la fase espansiva dell’economia medievale con l’epidemia della

Peste Nera che colpì l’Europa sulla metà del secolo L’inizio della recessione si riscontra negli stessi anni

XIV.

anche nel regno inglese. All’interno di tale periodo si possono distinguere tre fasi: la prima, ovvero i regni di

Riccardo e Giovanni Senza Terra (1189 – 1216); la seconda, il regno di Enrico (1216 – 1272); la terza, i regni

I III

dei tre Edoardi (1272 – 1377). La prima fase vide l’avvio dell’espansione produttiva delle signorie fondiarie e la

conseguente riorganizzazione delle stesse; tale riordinamento si espresse nella riduzione dell’area costituita dai

mansi e nell’aumento della pars dominica. La pars dominica veniva affidata alla lavorazione di manodopera

salariata, la cui remunerazione non era stabilita dalla consuetudine e quindi poteva essere fissata liberamente dal

signore. La ristrutturazione dell’ordinamento curtense risulta in fase avanzata già alla fine del regno di Giovanni. In

un primo momento il sovrano conservò l’organizzazione tradizionale, fondata sull’appalto degli sceriffi, limitandosi

ad elevare l’ammontare delle loro farm; il primo incremento venne disposto da Riccardo e dopo da Giovanni. Nel

1204 Giovanni abolì il meccanismo dell’appalto, trasformando lo sceriffo in uno dei tanti agenti patrimoniali salariati

con l’incarico di riscuotere le entrate regie del suo distretto e trasferirle per intero allo Scacchiere. Questa riforma si

rivelò poco efficace, sia perché le entrate regie non incrementarono, sia perché lo sceriffo, trasformato in agente

patrimoniale, non esercitava più le altre funzioni. Nel 1208, allora, Giovanni ritornò al sistema tradizionale

dell’appalto, limitandosi negli anni successivi ad introdurre alcuni aumenti nell’ammontare dello stesso. Infatti in

questi anni il sovrano incontrava delle difficoltà nell’aumentare in maniera adeguata la sua rendita patrimoniale. Il

diritto inglese si componeva di tanti ordinamenti particolari: il popolare, l’ecclesiastico, il signorile, il feudale, il

municipale e quello unitario del re. In questo periodo quello signorile subì una trasformazione che ne accentuava il

significato sociale e quindi ne accresceva l’ambito di competenza. Anche la giurisdizione unitaria del sovrano

assunse nuove forme organizzative. Dopo il ritorno di Riccardo dalla Terrasanta le corti di giustizia regia

I

tornarono ad operare come ai tempi di Enrico i giudici itineranti ripresero i loro circuiti regolari, mentre presso il

II:

sovrano operava la curia regis sia nella composizione tradizionale sia come corte dello Scacchiere. Queste corti

avevano competenza nelle materie riservate alla prerogativa del monarca e nei casi di common law. Dagli ultimi

anni di Riccardo l’organizzazione della curia regis centrale cominciò a modificarsi. All’interno dello Scacchiere

I

emerse una corte nuova, la corte dei Common Pleas (o Bench at Westminster) composta di giudici professionisti.

Nei primi anni di Giovanni si definì la corte detta coram rege, una corte itinerante che seguiva il sovrano nei suoi

spostamenti ed era quindi composta dai familiari e dai fedeli appartenenti alla household. Queste due corti regie 19

avevano uguale competenza e differivano tra loro solo per la composizione. Il motivo della compresenza di varie

corti regie centrali deve essere cercato nell’organizzazione inaugurata da Enrico Nella “Leges Henrici primi”

II.

l’espressione “common pleas” indica le vertenze di cui erano parte uomini liberi e per le quali il giudice naturale non

avesse reso giustizia o l’avesse resa in maniera inadeguata. La nuova articolazione delle corti centrali regie

sembra pertanto esprimere l’accresciuta frequenza con cui le comunità ed i signori si rivolgevano alla giustizia del

sovrano, soprattutto per sollecitarne l’intervento in vista del corretto funzionamento degli ordinamenti particolari. Il

sovrano inglese, dunque, si confermava principale garante dell’osservanza degli ordinamenti vigenti nel regno. Ma

negli anni in cui la giustizia regia rafforzava il suo significato e trovava nuove forme di organizzazione, era proprio

l’azione del sovrano a mettere a rischio la continuità degli ordinamenti tradizionali. Si è già detto delle difficoltà

incontrate da Riccardo e poi da Giovanni nell’accrescere le loro entrate patrimoniali. Per far fronte all’aumento delle

spesse ricorsero ai vari tipi di imposizione straordinaria consentiti dai singoli ordinamenti del regno. Riccardo I

chiese a tutti i liberi un tributo di un decimo delle loro entrate e dopo di un quarto; Giovanni impose a sua volta

l’imposta prima di un settimo e poi di un tredicesimo. Oltre ad essere capo del popolo inglese, il sovrano era

signore di un esteso patrimonio: in tale veste Giovanni impose ai soli abitanti delle terre demaniali un contributo

straordinario, detto tallagium, cioè taglia imposta con la forza e non con il diritto. Poi Giovanni si rivolse al clero,

facendo valere la sua autorità di custode e protettore dell’ordinamento ecclesiastico del regno. Ma Giovanni si

rivolse soprattutto ai suoi vassalli diretti, i tenentes in capite, i quali erano tenuti dal diritto feudale a versare un

contributo (auxilium) nel caso in cui si corresse grave pericolo e il signore si trovasse a sostenere spese

eccezionali per la difesa. Nel 1215 (anno successivo alla sconfitta di Giovanni a Bouvines in Francia) i magnati

ottennero dal sovrano la definizione scritta dell’intero complesso dei diritti che per tradizione formavano i vari

ordinamenti vigenti in Inghilterra, si impegnarono a rispettarlo e pretesero dal sovrano lo stesso. Venne definita la

“Magna Carta libertatum” con la quale furono specificati tutti i diritti di ognuno e al contempo fu introdotto un

nuovo meccanismo di difesa per gli ordinamenti particolari del regno. L’obiettivo principale della Magna Carta è la

conferma degli ordinamenti particolari nella forma e nei contenuti della tradizione. Nella Magna Carta la difesa della

tradizione si legava con l’introduzione di novità: la norma per cui l’azione del sovrano, se interferiva con la

conservazione dei diritti particolari, non poteva operare senza limiti ma doveva essere valutata ed accettata dagli

esponenti di quegli stessi ordinamenti.

Dalla “magna curia” al Parlamento

Per quanto riguarda il regno di Enrico (1216 – 1272) quattro sono gli aspetti più significativi dello sviluppo del

III

diritto. In primo luogo, l’accresciuta produzione economica provocò trasformazioni degli ordinamenti particolari. I

borghi chiesero una precisa definizione della loro autonomia, maggiori immunità dall’autorità signorile, un governo

libero. I borghi demaniali acquisirono in gran numero la firma burgi, che li esentava dall’esazione dello sceriffo, e un

governo libero guidato da magistrati da loro eletti. Il secondo aspetto è il miglioramento della gestione patrimoniale

regia, dopo le difficoltà del periodo di Giovanni. Nei manors regi venne introdotta la nuova organizzazione curtense,

con l’ampliamento della pars dominica, l’impiego della manodopera salariata e la riduzione dei mansi concessi in

affitto. La riorganizzazione delle aziende demaniali impose una revisione delle funzioni dello sceriffo, che tornò ad

essere mero esattore delle entrate regie, incaricato di custodirle e consegnarle allo Scacchiere. L’incremento delle

entrate demaniali e l’aumento del numero degli agenti patrimoniali ebbero conseguenza di accentuare la funzione

dello Scacchiere in ordine al controllo contabile. Lo Scacchiere controllava anche una serie di uffici incaricati di

ricevere e custodire le entrate regie e di disporre le spese decise dal sovrano. Al di fuori di questi uffici operava il

Guardaroba che sotto Enrico acquisì una propria individualità e diventando l’ufficio principale per la gestione

III

finanziaria della household regia. La progressiva specializzazione dello Scacchiere favorì l’emersione di una nuova

corte, il King’s Bench, composta da pochi giudici specialisti, stabile e con la stessa competenza della tradizionale

curia regis. La sensibile crescita della produzione favoriva i più importanti signori fondiari, in primo luogo il sovrano.

Essa comportava una decisa trasformazione sociale e della tradizione: l’azione dei magnati e del re colpiva in

particolare i diritti degli uomini liberi appartenenti all’ordinamento della tradizione popolare. Ed è proprio tale

evoluzione del diritto, con la conseguente riduzione delle libertà garantite ai liberi dalla consuetudine, il terzo

aspetto. Di fronte all’espansione della competenza regia e signorile le comunità di contea reagirono in vari modi.

Alcune di loro cercarono di ottenere dal monarca il riconoscimento esplicito dei diritti tradizionali sotto forma di

concessione in cambio del versamento di somme; altre si ribellarono; molte inviavano al monarca proteste e

lagnanze con cui accusavano i suoi rappresentanti di violazione dei diritti della tradizione e le corti regie di

incapacità di assicurare la tutela degli stessi. Dopo il matrimonio con Eleonora di Provenza (1236), il sovrano aveva

cominciato a favorire i nobili giunti al seguito della moglie. Per la prima volta nel regno inglese, e questo è il quarto

aspetto, il patronato regio veniva esercitato in modo da ledere i diritti tradizionali dei magnati e delle comunità

popolari di contea. Le proteste della comunità contro gli abusi sia dei funzionari regi, sia dei baroni, sia dei favoriti

del sovrano esplosero nella rivolta del 1258 che si concluse con la riunione della magna curia ad Oxford e con

l’approvazione di un complesso di norme detto “Provisions of Oxford”. I provvedimenti principali furono tre: venne

creato un consiglio regio formato dal gran giustiziere, dal tesoriere e da quindici componenti scelti da quattro

elettori, nominati due dal re e due dai magnati; si stabilì che la magna curia si riunisse tre volte l’anno per

esaminare le questioni connesse con il rispetto degli ordinamenti tradizionali; fu istituita in ogni contea una 20

commissione con il compito di raccogliere le lamentele della comunità contro la violazione dei loro diritti e di

presentarle alle corti dei giudici itineranti. Il nuovo consiglio regio rimase in vita pochi anni: nel 1265 Enrico riuscì

III

ad avere ragione del partito riformatore e ad abolire il consiglio che gli era stato imposto ad Oxford. Il sovrano riuscì

anche a ripristinare il carattere eccezionale della magna curia, la quale tornò a riunirsi solo in occasioni

straordinarie. Nel 1268 per la prima volta Enrico invitò ventisette città e borghi ad inviare loro rappresentanti alla

III

magna curia per discutere la definizione dei diritti delle loro comunità. La convocazione proseguì anche negli anni

successivi ed introdusse gradualmente una disciplina consuetudinaria dell’assemblea. Questa continuava ad

essere composta esclusivamente dai magnati, laici ed ecclesiastici, i quali ribadivano il proprio diritto ad esercitare

con il sovrano la potestà giurisdizionale unitaria. La fase di espansione economica sotto Enrico continuò con

III

una crescita della grande signoria, un sensibile incremento della prosperità cittadina, con conseguente

accentuazione dell’autonomia municipale, un netto miglioramento del commercio della lana. Anche nel terzo

periodo, relativo ai regni dei tre Edoardi, gli ordinamenti particolari del regno inglese avvertirono le sollecitazioni al

cambiamento proveniente dallo sviluppo economico e dai conseguenti mutamenti sociali. In questa lunga fase il

monarca migliorò la gestione delle sue entrate, riorganizzando la riscossione locale delle stesse ed accentuando il

controllo centrale da parte dello Scacchiere. L’esercizio della giustizia regia si caratterizzò per due elementi:

l’aumento dei casi di common law, la riorganizzazione delle corti centrali. Ai writs affermatisi nel periodo di Enrico II

molti altri vennero ad aggiungersi nel corso del secolo lo Statuto di Westminster del 1285 li definì in modo

XIII:

formale, vietando al contempo che a quelli già in vigore se ne aggiungessero altri e autorizzando la cancelleria

regia a rilasciare brevia inediti solo quando alla vertenza fosse estensibile per analogia la disciplina di un caso di

common law già regolato. Questo statuto, però, non fu in grado di opporsi all’espansione della common law: nuovi

writs entrarono nell’uso corrente e emerse una nuova forma di giurisdizione esercitata dal cancelliere. Tale prassi

portò alla definizione di una vera e propria corte presieduta dal cancelliere, ma corte di equità e non di giustizia. La

corte del cancelliere si venne ad aggiungere alle precedenti corti centrali regie, ovvero lo Scacchiere (controllo

contabile), la corte dei Common Pleas, il King’s Bench (corte stabile, erede della coram rege), mentre il consiglio

regio, erede della curia regis originaria, continuava ad esercitare funzioni di giustizia. Il periodo in esame è

caratterizzato dalla definizione dei compiti e della composizione della magna curia, l’assemblea che cominciò ad

essere designata con il termine di Parlamento. Per quanto riguarda la composizione, i suoi elementi erano tre: il re

con i suoi ministri e le corti di giustizia, i magnati laici e i titolari delle più elevate cariche ecclesiastiche. Non venne

comunque definito in maniera precisa un diritto-dovere di magnati laici ed ecclesiastici di far parte della magna

curia, essi si recavano alla riunione solo se avevano ricevuto un writ di convocazione dal sovrano, il quale era

libero di scegliere i destinatari. L’assemblea era una grande corte di giustizia dalla composizione articolata: sin

dagli anni di Edoardo venne definita la corte del re nel suo consiglio e nel suo Parlamento. Alle riunioni il sovrano

I

convocava a volte anche i rappresentanti delle comunità di contea. Tale invito seguiva una procedura precisa: il

sovrano ordinava agli sceriffi di mandare alla corte della loro contea e alle città del loro distretto un writ invitandole

a scegliere i loro rappresentanti e a inviarli all’assemblea con la plena potestate di impegnarsi a nome della

comunità rappresentata. Essi si riunivano separatamente ed erano chiamati ad esprimersi sulla decisione adottata

dai magnati. Oltre ai casi previsti dalla Magna Carta, l’assemblea affermò l’obbligatorietà del proprio intervento in

occasione di alcune importanti decisioni fiscali. In primo luogo, i tributi gravanti su tutti i liberi, come quelli sui

mobili, dato che i magnati finivano per essere i soggetti passivi più importanti di tale imposizione. In secondo luogo,

la taglia. Era un tributo imposto dal re nella sua qualità di signore fondiario, come tale non era stata annoverata

dalla Magna Carta tra i casi di intervento dell’assemblea. Ma nel corso del secolo XIII si avvicinò sempre di più alla

tassa sui beni mobili e dall’inizio del Trecento cominciò ad essere compresa tra i casi in cui era necessario sentire il

Parlamento. Oltre al consenso sui tributi straordinari, il Parlamento affermò la propria competenza di corte di

giustizia in un altro settore. Nel corso del Good Parliament del 1376 il camerato regio Lord Latimer venne accusato

di aver violato ripetutamente il diritto delle comunità. L’accusa fu portata all’assemblea dei rappresentanti delle

contee e dei borghi nel quadro delle lagnanze. Il Parlamento giudicò i contenuti delle accuse, le accolse e

condannò Latimer. Fu il primo caso di impeachment di un ministro regio e appaiono chiari sia la procedura sia il

reato perseguito. Infine l’assemblea si affermò come occasione nel corso della quale il sovrano promulgava i

provvedimenti legislativi più importanti, detti Statuti.

Il regno di Sicilia sotto Federico II

Un ruolo particolarmente rilevante la monarchia lo svolse anche in un altro regno, quello di Sicilia nella prima metà

del secolo Le forme assunte dall’amministrazione regia e dai rapporti tra la potestà unitaria del sovrano e gli

XIII.

ordinamenti particolari furono qui diverse da quelle del regno inglese. Nel 1194 la corona di Sicilia fu conquistata

da Enrico di Svevia ma il suo regno fu breve; a lui successe Federico ancora minorenne, il quale riuscì a

VI II

restaurare l’ordinamento regio inaugurato dai suoi avi normanni e a conferirgli ulteriore slancio e autorità. Questo

viene definito come il periodo di massimo splendore della potestà monarchica meridionale. L’esame di questa

interpretazione trae origine dall’analisi dell’ordinamento giuridico del regno nei primi anni di Federico La lotta tra i

II.

sostenitori di Tancredi e quelli di Enrico la breve durata del regno del primo svevo, le guerre combattute nel

VI,

territorio meridionale negli anni della minore età di Federico la sua assenza dal regno per un breve periodo,

II,

resero difficile il funzionamento dell’amministrazione demaniale e giudiziaria del sovrano, ma non ne segnarono un

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Riassunto per l'esame di Storia del diritto italiano, basato su appunti personali e studio autonomo della seconda parte del testo consigliato dal docente Ordinamenti giuridici dell'Europa medievale del professor Mario Caravale . Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: storia del diritto medievale e moderno, la rinascita del secolo XII, la rinascita degli studi giuridici, gli ordinamenti monarchici del secolo XII: Inghilterra e Sicilia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Caravale Mario.

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