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Riassunto esame Storia del diritto italiano, prof. Caravale, libro consigliato Ordinamenti giuridici dell'Europa medievale, Caravale Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia del diritto italiano, basato su appunti personali e studio autonomo della seconda parte del testo consigliato dal docente Ordinamenti giuridici dell'Europa medievale del professor Mario Caravale . Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: storia del diritto medievale e moderno, la rinascita del secolo XII, la rinascita... Vedi di più

Esame di Storia del diritto italiano docente Prof. M. Caravale

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consuetudinario vigente nel fondo, era stata cioè legittimata dall’inosservanza dei doveri gravanti sul

possessore. L’intervento dell’autorità regia metteva in evidenza che in questo caso non ci si trovava di fronte

al solo ordinamento signorile, ma anche a quello generale degli uomini liberi. Si venivano allora ad incontrare

due diversi ordinamenti particolari e per coordinarli era necessario imporre a ciascuno il rispetto dei propri

limiti. Il giudice regio precisava che il libero rispettoso dei doveri consuetudinari non poteva essere lasciato

alla mercé del signore, ma era titolare di diritti che prevalevano sulla potestà bannale. Quest’ultima non

veniva negata, ma reinserita nei suoi limiti e il giudice regio interveniva per richiamare la corte signorile alla

corretta amministrazione della giustizia, in particolare alla tutela del diritto del possessore libero.

3) Natura uguale presenta la terza fattispecie, del writ detto mort d’ancestor, introdotta dalle Assise di

Northampton del 1176; se alla morte di un possessore libero il signore bannale assegnava ad altro contadino

il fondo, l’erede naturale del defunto poteva invocare un proprio diritto al possesso tenuto dalla sua famiglia

da più generazioni e nella regolare osservanza dei doveri consuetudinari.

4) Più vicina alla prima era la quarta fattispecie, quella del writ detto darrein presentment, che si proponeva di

individuare il legittimo titolare del diritto di presentazione di un chierico per una chiesa rimasta vacante.

Questi quattro writs sono definiti writ delle petty assizes o possessory assizes, dal titolo assegnato alle giurie

incaricate di svolgere l’inquisitio diretta a ricostruire la verità dei fatti. Si deve aggiungere però un quinto tipo di writ,

il cosiddetto praecipe, con il quale il giudice regio intimava, tramite lo sceriffo, ad un soggetto libero di presentarsi

davanti alla propria corte per rispondere in merito ad accuse relative a sottrazione di dote, debiti non saldati, circa il

possesso di una terra e così via. Questi cinque writs costituiscono i primi casi di common law. A fondamento del

diritto comune nelle regioni centro-settentrionali dell’Italia si trova la dottrina. L’Inghilterra conobbe un sistema

diverso. Mancò una dottrina giuridica che avesse l’ambizione di dare sistemazione completa all’intero ordinamento;

al contempo, l’obiettivo di fissare punti fermi del diritto degli uomini liberi venne assunto come compito proprio da

una concreta autorità, quella unitaria del sovrano. Perciò la common law non investì in maniera immediata l’intera

realtà del diritto, ma si limitò a definire singole fattispecie: per tali fattispecie garantì a tutti gli uomini liberi l’effettiva

tutela attraverso corti espressamente investite di tale compito. I meccanismi seguiti in ambito di common law

risultano diversi da quelli usati dal diritto comune. Qui si seguiva la regola interpretativa del rinvio dalla norma

particolare alla generale, rappresentata dalla dottrina del diritto comune; quindi poteva essere offerto a qualsiasi

ordinamento vigente che riuscisse a calare la propria tradizione consuetudinaria nelle categorie giuridiche

elaborate dalla dottrina. La common law invece non poteva uscire dall’ambito della tradizione inglese perché si

collegava agli ordinamenti particolari vigenti nel regno. La procedura dei casi di common law prendeva le mosse da

un writ regio e proseguiva attraverso un giudizio formulato dalla corte dei giudici itineranti sulla base dei risultati di

una inquisitio condotta da esponenti della contea e diretta ad accertare la verità dei fatti. Si tratta di una procedura

che presenta almeno due aspetti: conferma i legami tra la potestà giudiziaria del sovrano e l’ordinamento della

tradizione popolare. In secondo luogo, l’amministrazione della giustizia nelle fattispecie di common law veniva

assunta come responsabilità diretta del sovrano: perciò le sue corti chiedevano l’accertamento della veritas e non

potevano accontentarsi dell’antica funzione dichiarativa del giudice germanico che lasciava al risultato della prova

la soluzione della vertenza. Le Assise di Windsor del 1179 stabilirono che, in caso di contestazione del diritto di

possesso, il libero possessore di beni allodiali poteva rifiutare di difendersi davanti ad una delle corti popolari e

scegliere la protezione del sovrano. Allora il re convocava con un writ una commissione di dodici buoni uomini del

luogo scelti da quattro cavalieri della contea e indicata con il titolo di Magna Assisa, Grand Assize; dovevano

testimoniare sotto giuramento l’opinione che sulla vertenza prevaleva nel territorio dove le due parti risiedevano e

tale testimonianza costituiva il fondamento della sentenza regia.

La formazione del Regno normanno di Sicilia

Le conquiste territoriali conseguite nel corso del secolo dai Normanni coinvolsero anche l’Italia meridionale e la

XI

Sicilia. Le modalità con cui i Normanni formarono i loro domini nell’Italia meridionale furono diverse da quelle con le

quali procedettero alla conquista dell’isola siciliana: tale diversità determinò una significativa distinzione tra gli

ordinamenti peninsulari e quello insulare. Gruppi di cavalieri normanni giunsero in Italia meridionale all’inizio del

secolo XI e ottennero dai signori locali l’indispensabile legittimazione dei domini conquistati. L’organizzazione di

questi domini normanni appare pienamente fedele a quella della tradizione popolare germanica. Tale forma

organizzativa fu conservata negli anni successivi, nel corso dei quali i signori normanni sconfissero ed eliminarono

tutte le potestà territoriali preesistenti. Un cambiamento significativo si ebbe nel 1059 quando i Normanni

ricevettero dal pontefice Leone IX la legittimazione del loro dominio. L’accordo, raggiunto a Melfi, prevedeva da un

canto che il pontefice concedeva in feudo ai Normanni il territorio da loro conquistato, dall’altro che l’investitura non

riguardava più ogni singolo capo militare normanno, bensì il solo Roberto il Guiscardo, della famiglia Altavilla, il

quale veniva investito del ducato di Puglia, comprendente la maggior parte dei domini normanni, e che riceveva in

maniera formale la potestà di guida unitaria del popolo. La concessione feudale serviva al pontefice per affermare

che le regioni meridionali rientravano tra le terrae Ecclesiae e al capo dei cavalieri normanni per legittimare le

conquiste del suo popolo. La realtà risultò di segno inverso. I successori di Leone IX continuarono a ricevere

l’omaggio feudale del Guiscardo e dei suoi successori, ma mai interferirono nel dominio normanno pretendendo di

esercitare potestà feudali. All’interno dei singoli domini si vennero ad incontrare comunità di tradizione diversa dato

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che le unità signorili riunivano popolazioni di origine bizantina e longobarda le quali avevano vissuto esperienze tra

loro differenti. Il diritto vigente nella regione riunita nella signoria era articolato e composito non solo per la

compresenza di più ordinamenti ma anche per il pluralismo delle consuetudini riguardanti gli uomini liberi. Tale

complessità fu ulteriormente arricchita dai Normanni i quali portarono sia il diritto della loro tradizione popolare, sia

il diritto feudale. La forma istituzionale del ducato di Puglia si ritrova anche nel principato di Capua, l’altro dominio

unitario normanno dell’Italia meridionale il quale si mantenne separato dal ducato fino alla fondazione del Regno.

Non si ritrova invece in Sicilia, soprattutto perché la conquista dell’isola e la distribuzione delle terre avvennero in

maniera del tutto diversa. La conquista dell’isola fu la conseguenza di un’apposita campagna militare progettata da

Roberto il Guiscardo e dal fratello Ruggero e condotta da quest’ultimo alla guida di un gruppo di cavalieri normanni.

Ruggero seppe mantenere unite le sue forze e procedette alla liberazione dell’isola (occupata dagli Arabi)

attraverso la costruzione di castelli le cui guarnigioni avevano il compito di far avanzare la conquista nelle zone

circostanti. Una volta raggiunto il controllo completo dell’isola egli provvide alla divisione delle terre tra i vincitori:

conservò per sé un patrimonio molto consistente e diffuso in tutte le regioni dell’isola; assegnò ai suoi cavalieri

signorie di dimensioni ridotte; legò a sé i signori attraverso il vincolo feudale. Ruggero era in grado di esercitare la

funzione di signore territoriale in tutta l’isola e i signori locali potevano conservare il controllo delle loro terre solo

mantenendo vivi i rapporti tra di loro e salda l’unità sotto la guida di Ruggero. Ruggero si riconosceva vassallo del

fratello Roberto per dare legittimazione formale all’autorità esercitata in Sicilia e venne insignito del titolo di conte.

La sua autorità si arricchì quando Ruggero provvide a restaurare la gerarchia della Chiesa in un paese prima

dominato dagli arabi. Allora ricevette dal pontefice Urbano nel 1098 il privilegio della legazia apostolica, cioè il

II

legato era il diretto rappresentante del pontefice in una regione e come tale vi fungeva da vertice della gerarchia

ecclesiastica. L’esperienza normanna appare duplice. Da un canto quella delle regioni peninsulari dove l’autorità

unitarie del duce di Puglia e del principe di Capua non avevano contenuti particolarmente rilevanti; dall’altro quella

siciliana, caratterizzata da una maggior importanza della potestà unitaria, titolare di una effettiva autorità di signore

territoriale, suzerain feudale dei cavalieri normanni e vertice della gerarchia ecclesiastica. Presupposto

indispensabile di detta potestà era la buona gestione del patrimonio comitale: tale gestione, comunque, rimase

nell’ambito tradizionale degli uffici domestici, dove risulta affidata alla camera.

La fondazione del Regno e le Assise di Ariano

Nel 1127, alla morte del duca di Puglia Guglielmo, Ruggero conte di Sicilia, invase i domini peninsulari normanni

II,

e l’anno successivo ottenne la loro investitura dal pontefice Onorio Nel 1130, poi, ottenne dal pontefice romano

II.

Anacleto di elevare il suo dominio al rango di regno: nella notte di Natale dello stesso anno fu incoronato re di

II

Sicilia all’interno della cattedrale di Palermo. La sua promotio regia venne infine confermata nel 1139 da Innocenzo

che, alla morte di Anacleto, aveva ricomposto l’unità della Chiesa. Vassallo del Papa e allo stesso tempo titolare

II

della potestà di guida unitaria del suo popolo confermata dal sacramento dell’incoronazione regia, Ruggero cercò

II

di estendere all’interno regno l’armonia tra ordinamenti particolari che caratterizzava la contea di Sicilia. Nella

grande assemblea popolare svoltasi ad Ariano nel 1140 fu approvato un consistente corpo di leggi regie, indicate

con il termine di Assise, che precisarono la prerogativa giurisdizionale del sovrano, la disciplina dei diritti

demaniali, la competenza dei magistrati regi incaricati di esercitare l’autorità del monarca, i limiti degli ordinamenti

particolari, le modifiche che dovevano essere introdotte negli stessi per migliorare il coordinamento tra di loro. Le

Assise ruggeriane sono di grande importanza. Si tratta del primo corpo di leggi promulgate da un sovrano di un

regno particolare non per mettere per iscritto le consuetudini tradizionali del suo popolo, bensì per modificare il

diritto vigente nel regno. Nel Proemio delle Assise Ruggero affermava che la funzione primaria della monarchia era

quella di fare giustizia ed aggiungeva che per svolgere correttamente tale compito il re doveva intervenire a

modificare il diritto vigente dove questo disponesse in maniera difforme dal superiore principio di equità.

L’originalità dell’Assise consiste nel fatto che per la prima volta la funzione regia veniva esercitata concretamente

mediante l’eliminazione di consuetudini e la promulgazione di norma valide per tutti i soggetti liberi, con la

giustificazione che il re ubbidiva al volere divino. L’importanza delle Assise di Ariano risiede dunque nella decisione

del sovrano di esercitare in maniera effettiva nell’intero territorio del regno i compiti di giustizia che a lui spettavano.

L’intervento regio realizzato dalle Assise presenta tre aspetti principali: l’eliminazione di tutte le consuetudini locali

inique e superate, la correzione di norme rientranti in ordinamenti particolari, la definizione di una sfera di

prerogativa giudiziaria del sovrano. Nell’ordine delle fonti giuridiche stabilito dalle Assise la legge regia non

costituiva la norma generale cui si rinviava quando quelle degli ordinamenti particolari non disponevano. Al

contrario essa, in quanto capace di tradurre in diritto l’aequitas, eliminava ogni altra norma nella materia

disciplinata e trovava immediata ed esclusiva applicazione. L’impegno nell’amministrazione della giustizia,

proclamato da Ariano, venne attuato da Ruggero attraverso l’istituzione, disposta dalle Assise, dei giustizieri

provinciali, con il compito di esercitare le competenze giurisdizionali rientranti nella prerogativa del sovrano. Le corti

dei giustizieri non furono le uniche corti di giustizia regia. Nei territori demaniali operarono anche i baiuli con

funzioni di giudici penali per cause di importanza minore rispetto a quelle dei giustizieri e competenza anche in

alcune cause civili. L’organizzazione della giustizia regia affermatasi durante il regno di Ruggero infine, risulta

II,

completata dall’emersione, all’interno della ristretta curia regis, di un gruppo di consiglieri con esclusivi compiti

giudiziari, i cosiddetti grandi giustizieri. Essi ordinavano lo svolgimento di inchieste per conoscere situazioni locali di

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fatto e di diritto e giudicavano liti portate alla conoscenza del re in prima istanza o in seguito a denegata giustizia

da parte di corti locali. Ruggero rivolgeva anche molta attenzione all’amministrazione delle sue entrate: nelle

regioni meridionali la riscossione e la gestione patrimoniale è affidata ad agenti provinciali, detto camerario, e

diretta dall’ufficio domestico della camera; in Sicilia e Calabria la competenza delle entrate regie spettò ad un

nuovo ufficio di corte, detto la dohana de secretis.

L’ordinamento del Regno normanno nella seconda metà del secolo XII

Il sistema inaugurato da Ruggero si conservò anche sotto il figlio Guglielmo (1154 – 1166), anche se la pace fu

II I

turbata nel Regno da conflitti tra il sovrano e il papa e tra il primo e i baroni. Trovò, infine, piena e distesa

realizzazione durante il regno del figlio, Guglielmo (1166 – 1189), regno che coincide con un lungo periodo di

II

pace interna. Guglielmo riuscì a recuperare e ad amministrare correttamente vasti patrimoni nelle regioni

II

peninsulari che gli consentirono di assumere anche qui quella potestà di signore territoriale che la dinastia

tradizionalmente esercitava nell’isola di Sicilia. Al regno di Guglielmo II risale la compilazione di un’opera, il

“Catalogus baronum”, che registra le grandi signorie dell’Italia meridionale e divide i loro titolari tra tenentes in

capite e tenentes in servitio. Si tratta di una classificazione già adottata in Inghilterra e che attesta l’esistenza di

una precisa piramide feudale al cui vertice si trovava il sovrano, quale suzerain di tutti i grandi signori, al secondo

gradino i suoi vassalli diretti, alla base i feudatari di questi ultimi. L’accresciuta presenza dell’autorità regia nelle

regioni peninsulari è confermata dalla nascita di un apposito ufficio finanziario centrale, la dohana baronum, che si

affiancava alla dohana de secretis e aveva le medesime funzioni di controllo sulle entrate regie per l’Italia

meridionale. Guglielmo II, poi, proseguì l’opera del nonno nel campo della giustizia. Anche a lui si devono

numerose leggi, non raccolte in un corpo unico, ma conservateci dal “Liber Augustalis” di Federico di Svevia in

II

cui confluirono. Tali disposizioni eliminarono consuetudini considerate inique e superate e intervennero a regolare

materie appartenenti ad ordinamenti particolari. In campo feudale disciplinarono la materia matrimoniale, la

vedovanza delle mogli dei vassalli diretti, la loro dote, la successione nei benefici, la prestazione dei servizi dovuti.

Guglielmo perfezionò il funzionamento della giustizia regia, soprattutto in periferia. Sotto di lui i giustizieri

II

provinciali aggiunsero alle loro precedenti competenze anche quella di confermare privilegi feudali e di curare la

corretta esecuzione dell’investitura nel feudo. L’ordinamento normanno nel periodo più maturo presenta una

significativa funzione unitaria di giustizia della monarchia: la sua tutela degli ordinamenti particolari si arricchiva con

un corrente esercizio di compiti concreti in materie precisamente definite, compiti esercitati attraverso una rete

diffusa di giudici provinciali e una ristretta corte di giustizia centrale.

Gli ordinamenti giuridici delle altre regioni europee

L’ordinamento unitario dell’Impero sotto Federico I

La situazione delle regioni appartenenti all’Impero germanico sembra caratterizzarsi nel secolo per la continuità

XII

del pluralismo degli ordinamenti precedenti e per la formazione di estese signorie fondiarie in mano alle maggiori

famiglie, in primo luogo ad alcune delle dinastie titolari della tradizionale carica ducale o comitale. E’ all’interno di

questo quadro generale che deve essere collocata l’evoluzione dell’ordinamento unitario di cui quelli particolari si

riconoscevano parte nelle terrae Imperii. A partire dalla seconda metà del secolo con la dinastia salica l’autorità

XI

imperiale avrebbe iniziato a meglio definire la sua autorità di governo e la sua superiorità su ogni altra potenza

esistente nelle terre germaniche. Tale evoluzione, poi, avrebbe conosciuto una decisiva accelerazione con gli

Hohenstaufen, soprattutto con Federico Barbarossa. Allora l’Impero si sarebbe trasformato in uno Stato feudale:

I

tutti gli ordinamenti territoriali sarebbero stati inseriti in una piramide feudale al cui vertice si sarebbe trovato

l’imperatore, titolare della plenitudo potestatis. La carica imperiale continuava ad essere elettiva, nel rispetto della

tradizione germanica che veniva seguita nello stesso periodo anche in altri ordinamenti, a cominciare dal regno

francese. Nell’Impero non si era mai affermata di fatto la fusione della carica con una dinastia: la scelta

dell’imperatore continuava ad essere sostanziale e a riguardare signori di famiglie diverse. I titolari dell’autorità

unitaria potevano contare sul patrimonio della propria famiglia, sui beni legati all’eventuale carica ducale o comitale

da loro ricoperta prima dell’elezione imperiale, sempre che questi beni fossero di fatto disponibili. Vantavano

autorità signorile sulle terre che ai tempi di Carlo Magno avevano formato il patrimonio demaniale dell’imperatore.

In questo modo l’imperatore non poteva svolgere la funzione di signore territoriale in tutte le regioni ma solo nella

zona dove si trovavano i beni familiari. In questa situazione i titolari della potestà imperiale a partire dalla seconda

metà del secolo XI sembrano essersi proposti soprattutto il duplice obiettivo di precisare meglio da un canto la

signoria territoriale locale che poteva essere offerta dai loro beni dinastici, e dall’altro di rivendicare il possesso dei

beni demaniali sparsi in tutto l’Occidente. Tale politica si può cogliere già in Enrico il grande avversario di papa

IV,

Gregorio nella Lotta per le investiture. Costui si mosse per dar vita ad una circoscritta signoria territoriale nella

VII

regione compresa tra il Palatinato e la Turingia, recuperando terre della propria famiglia e del demanio imperiale ed

amministrandole in maniera più funzionale attraverso i ministeriali. Il recupero del patrimonio in un’area geografica

determinata e la maggiore autorità sui benefici ecclesiastici non consentirono a Enrico di svolgere nell’Impero un

IV

ruolo unitario diverso dal passato. Le uniche novità da lui introdotte sembrano essere le “paci di Dio” per l’intero

territorio imperiale da lui proclamate nel 1085 e nel 1103. Le paci di Dio erano forme primordiali di difesa del diritto

vigente in una regione, che si proponevano di porre fine ai conflitti armati in atto senza decidere una loro soluzione;

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esse erano proclamate da dignitari ecclesiastici o da signori territoriali non ancora in grado di garantire in maniera

stabile e continua la tutela del diritto, infatti è la prima volta che vennero dichiarate dall’imperatore. Le linee

politiche inaugurate da Enrico si ritrovarono nell’azione di Federico Barbarossa. La lunga lotta che lo oppose

IV I

alla famiglia guelfa, ed in particolare a Enrico il Leone, fu originata da contrasti sulla titolarità di diritti ereditari su

II

importanti patrimoni fondiari. Tale azione venne condotta da Federico I durante l’intero arco del suo regno e

riguardò innanzi tutto la Svezia, ma coinvolse anche altre regioni tra cui la Franconia e l’Italia centro-settentrionale.

La rivendicazione del dominium sulle terre del demanio imperiale si espresse nella proclamazione di una regola

giuridica precisa: dette terre, ove possedute da signori diversi dal sovrano universale, dovevano essere

considerate feudi dell’Impero. La regola risulta per la prima volta definita in maniera esplicita nel 1157 quando la

curia imperiale, pronunciandosi in merito ad una vertenza che riguardava il vescovo di Marsiglia, dichiarò “ea que

ab imperio tenentur, iure feodali possidentur”. Il principio giuridico formulato da Federico trasformava tutti i

I

possessori di beni demaniali in vassalli diretti dell’imperatore. Esso non si proponeva la costruzione di una piramide

feudale che comprendesse tutti i signori fondiari esistenti nelle regioni imperiali e vedesse al suo vertice il monarca

universale, ma l’affermazione del dominium dell’imperatore sulle terre un tempo possedute da Carlo Magno nei soli

termini conciliabili con il diritto degli effettivi possessori delle stesse, quelli del diritto feudale. Il diritto feudale si

limitava a disciplinare i rapporti giuridici tra due signorie fondiarie e tra due domini e non riguardava il contenuto

delle potestà bannali esercitate dal vassallo: il dominus non era la fonte dell’autorità del vassallo ma il concedente

di una terra di questo. Questa decisione imperiale ebbe come conseguenza la possibilità di estendere a tali rapporti

le norme introdotte nell’ordinamento feudale dalle grandi assemblee popolari dell’Impero. Nella Dieta di Roncaglia

del dicembre 1154 vennero approvati da un canto il divieto di alienazione e pignoramento di un feudo senza

l’autorizzazione del dominus, dall’altro l’obbligo dei concessionari di feudi di ricevere la materiale investitura delle

loro terre entro un anno e un giorno dalla concessione, pena la perdita del feudo. L’ordinamento vassallatico della

consuetudine venne esteso ai feudi imperiali dalla “Summula legum feudalium”, anch’essa approvata a Roncaglia

nel 1154, mentre la necessità dell’autorizzazione del dominus per alienazioni o pignoramenti di feudi imperiali

venne ribadita sia dalla sentenza del 1157 relativa al vescovo di Marsiglia, sia dalla “Constitutio de iure feudorum”

approvata dall’altra Dieta svoltasi a Roncaglia nel 1158. Altra conseguenza fu l’espansione della giurisdizione della

corte imperiale che divenne anche corte di giustizia feudale per piccoli e grandi signori i quali, in quanto detentori di

terre del demanio imperiale, erano qualificabili come vassalli dell’imperatore. Insieme con l’affermazione del

dominium feudale su tutte le terre, in origine spettanti al demanio imperiale, ed ora possedute da signori, Federico I

sollecitò la definizione dei diritti patrimoniali - demaniali che a lui spettavano come superiore autorità unitaria della

nazione germanica. Nella Dieta riunita a Roncaglia nel novembre 1158 chiese ai quattro dottori di precisare il

contenuto dei diritti a lui riservati e perciò definiti “iura regalia”. La risposta dei giuristi venne recepita in una

costituzione, il cui contenuto è stato oggetto di numerose ed approfondite valutazioni. Secondo questo testo i diritti

regali consistevano in primo luogo nei diritti patrimoniali tradizionalmente riconosciuti parte integrante del demanio

imperiale: dominio superiore delle terre delle comunità di liberi, vie di comunicazione terrestri e fluviali, diritti di

passo e di dazio, potestà di coniazione delle monete e di riscossione delle multe, acquisizione del patrimonio dei

rei dei delitti più gravi ed infamanti, dominio dei palazzi regi innalzati nelle città demaniali, metà del tesoro rinvenuto

nel patrimonio imperiale o in luoghi sacri. La natura demaniale delle regalie imperiali appare confermata dal

resoconto che della Dieta di Roncaglia, ed in particolare del parere formulato dai quattro dottori, si rinviene nella

cronaca di Ottone di Frisinga. Obiettivo della Dieta di Roncaglia era quello di precisare i diritti imperiali sul

patrimonio demaniale diffuso nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale e di fatto tenuto da Comuni e signorie

territoriali che si fregiavano dei titoli militari della tradizione popolare. La concreta situazione delle terrae Imperii

italiane e l’aspirazione di Federico I ad ottenere nelle medesime regioni un significativo recupero patrimoniale

devono essere tenute presenti anche quando si prendono in esame i testi delle tre costituzioni, approvate sempre a

Roncaglia nel 1158, e da pochi anni ricostruite nel loro testo completo.

Signorie territoriali e monarchia in Francia

Gli ordinamenti delle signorie territoriali formatesi nell’alto Medioevo nel territorio assegnato nell’843 al regno dei

Franchi occidentali presentano delle analogie con quelli delle regioni germaniche. Anche nelle signorie francesi

proseguì il tradizionale pluralismo giuridico, il significato dell’autorità unitaria dipese dal bisogno che della stessa

avevano gli ordinamenti particolari, l’evoluzione più significativa di detta autorità si espresse nel recupero di terre e

diritti demaniali. Caratteri di sensibile unitarietà presenta la contea di Fiandra il cui titolare possedeva, accanto a

terre allodiali, anche benefici feudali ricevuti sia dal re di Francia, sia dall’imperatore germanico. Qui gli ordinamenti

particolari della tradizione si arricchirono della nascita di quello municipale: già all’inizio del secolo appaiono

XII

delineati i municipi fiamminghi con un diritto proprio ed un’organizzazione uguale a quella dei Comuni giurati della

Francia settentrionale. Il conte fiammingo risulta titolare, a vario titolo, di un consistente patrimonio diffuso in molte

zone della contea. La giustizia signorile del conte era esercitata dai suoi castellani e a volte dai dapiferi, o

senescalci. Alla fine del secolo, poi, cominciarono ad operare agenti comitali stabili, i baglivi (baillis), mentre

l’amministrazione domestica del conte riservava particolare attenzione alla riscossione delle entrate fondiarie.

Contenuti unitari presentava anche l’ordinamento del ducato di Normandia la cui guida spettava al re inglese. Il

duca godeva di un ampio e diffuso patrimonio e di importanti diritti demaniali. La riscossione delle rendite fondiarie

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e demaniali era affidata ad agenti locali, i vicomtes ed i prevôts, i quali prendevano in appalto le entrate di un

distretto. Tali agenti erano tenuti a presentare i loro rendiconti alla corte ducale, nella forma che questa prendeva

riunendosi a Caen e assumendo la denominazione di corte dello Scacchiere, come in Inghilterra. Il duca esercitava

in Normandia funzioni giurisdizionali unitarie ben più limitate di quelle che, come re, gli erano riconosciute in

Inghilterra. Accanto agli ordinamenti territoriali caratterizzati da una significativa potestà unitaria ne esistevano altri

nei quali il pluralismo degli ordinamenti prevaleva nettamente. E’ il caso della contea della Champagne, di quella di

Auxerre, del ducato di Borgogna, della contea d’Angiò, del ducato di Aquitania e della contea di Tolosa, mentre

alcune regioni non conoscevano alcuna potestà unitaria. Uno dei signori territoriali di Francia si fregiava del titolo di

re. La dignità era ancora elettiva agli inizi del secolo ma veniva attribuita da tempo alla famiglia dei Capetingi, i

XII,

discendenti di quell’Ugo Capeto, che alla fine del secolo aveva sostituito la dinastia carolingia. Il patrimonio del re

X

era formato sia dai beni allodiali, sia da terre da lui tenute in feudo da altri signori ed era gestito al centro dalla

consueta amministrazione domestica, localmente da agenti che portavano il titolo di prevôt (prepositus) e sono

documentati a partire dalla metà del secolo Nel lungo periodo coperto dai due regni di Luigi e Luigi il

XI. VI VII

patrimonio signorile regio conobbe una sensibile espansione ed una migliore amministrazione. Vennero precisati

alcuni diritti demaniali esclusivi del sovrano, furono recuperate terre indebitamente sottratte a questo, la riscossione

locale delle entrate venne concessa in appalto ai prevosti e nella seconda metà del secolo cominciò a delinearsi

all’interno della familia regia un ufficio, la camera, espressamente incaricato della materia. Le entrate regie

conobbero allora un significativo incremento. Oltre ad estendere il patrimonio e a migliorarne la gestione, i

Capetingi cominciarono a svincolarsi dai rapporti di subordinazione che li legavano ad altri signori dai quali

tenevano terre in feudo. Il recupero dei beni e dei diritti patrimoniali non si tradusse in un aumento significativo del

ruolo unitario della signoria territoriale capetingia. In questa regione si conservò immutato il rispetto al passato il

pluralismo degli ordinamenti e la corte regia. I Capetingi erano titolari della corona francese. La solenne

consacrazione li faceva, in teoria, autorità superiore cui Dio affidava il comando dei popoli del regno. Da una

recente ricerca è stato dimostrato che il re non aveva tale superiorità in quanto fosse suzerain di tutti i grandi

signori francesi, visto che mancava una rete feudale con al vertice il re ma soprattutto il diritto feudale era diverso

da regione a regione. Se confrontiamo, allora, il caso francese con quello delle terre imperiali troviamo che agli

aspetti comuni si affiancano alcune differenze. Manca in Francia la pretesa di recupero delle terre e dei diritti

demaniali.

Gli ordinamenti monarchici del Medioevo maturo

Il regno d’Inghilterra e la “Magna Carta”

L’inizio di questo periodo si può far coincidere in Inghilterra con il regno di Riccardo (1189 – 1199), figlio di Enrico

I

anche se le novità più importanti furono introdotte nel regno successivo, quello di Giovanni Senza Terra (1199 –

II,

1216). Correntemente gli storici fanno terminare la fase espansiva dell’economia medievale con l’epidemia della

Peste Nera che colpì l’Europa sulla metà del secolo L’inizio della recessione si riscontra negli stessi anni

XIV.

anche nel regno inglese. All’interno di tale periodo si possono distinguere tre fasi: la prima, ovvero i regni di

Riccardo e Giovanni Senza Terra (1189 – 1216); la seconda, il regno di Enrico (1216 – 1272); la terza, i regni

I III

dei tre Edoardi (1272 – 1377). La prima fase vide l’avvio dell’espansione produttiva delle signorie fondiarie e la

conseguente riorganizzazione delle stesse; tale riordinamento si espresse nella riduzione dell’area costituita dai

mansi e nell’aumento della pars dominica. La pars dominica veniva affidata alla lavorazione di manodopera

salariata, la cui remunerazione non era stabilita dalla consuetudine e quindi poteva essere fissata liberamente dal

signore. La ristrutturazione dell’ordinamento curtense risulta in fase avanzata già alla fine del regno di Giovanni. In

un primo momento il sovrano conservò l’organizzazione tradizionale, fondata sull’appalto degli sceriffi, limitandosi

ad elevare l’ammontare delle loro farm; il primo incremento venne disposto da Riccardo e dopo da Giovanni. Nel

1204 Giovanni abolì il meccanismo dell’appalto, trasformando lo sceriffo in uno dei tanti agenti patrimoniali salariati

con l’incarico di riscuotere le entrate regie del suo distretto e trasferirle per intero allo Scacchiere. Questa riforma si

rivelò poco efficace, sia perché le entrate regie non incrementarono, sia perché lo sceriffo, trasformato in agente

patrimoniale, non esercitava più le altre funzioni. Nel 1208, allora, Giovanni ritornò al sistema tradizionale

dell’appalto, limitandosi negli anni successivi ad introdurre alcuni aumenti nell’ammontare dello stesso. Infatti in

questi anni il sovrano incontrava delle difficoltà nell’aumentare in maniera adeguata la sua rendita patrimoniale. Il

diritto inglese si componeva di tanti ordinamenti particolari: il popolare, l’ecclesiastico, il signorile, il feudale, il

municipale e quello unitario del re. In questo periodo quello signorile subì una trasformazione che ne accentuava il

significato sociale e quindi ne accresceva l’ambito di competenza. Anche la giurisdizione unitaria del sovrano

assunse nuove forme organizzative. Dopo il ritorno di Riccardo dalla Terrasanta le corti di giustizia regia

I

tornarono ad operare come ai tempi di Enrico i giudici itineranti ripresero i loro circuiti regolari, mentre presso il

II:

sovrano operava la curia regis sia nella composizione tradizionale sia come corte dello Scacchiere. Queste corti

avevano competenza nelle materie riservate alla prerogativa del monarca e nei casi di common law. Dagli ultimi

anni di Riccardo l’organizzazione della curia regis centrale cominciò a modificarsi. All’interno dello Scacchiere

I

emerse una corte nuova, la corte dei Common Pleas (o Bench at Westminster) composta di giudici professionisti.

Nei primi anni di Giovanni si definì la corte detta coram rege, una corte itinerante che seguiva il sovrano nei suoi

spostamenti ed era quindi composta dai familiari e dai fedeli appartenenti alla household. Queste due corti regie 19

avevano uguale competenza e differivano tra loro solo per la composizione. Il motivo della compresenza di varie

corti regie centrali deve essere cercato nell’organizzazione inaugurata da Enrico Nella “Leges Henrici primi”

II.

l’espressione “common pleas” indica le vertenze di cui erano parte uomini liberi e per le quali il giudice naturale non

avesse reso giustizia o l’avesse resa in maniera inadeguata. La nuova articolazione delle corti centrali regie

sembra pertanto esprimere l’accresciuta frequenza con cui le comunità ed i signori si rivolgevano alla giustizia del

sovrano, soprattutto per sollecitarne l’intervento in vista del corretto funzionamento degli ordinamenti particolari. Il

sovrano inglese, dunque, si confermava principale garante dell’osservanza degli ordinamenti vigenti nel regno. Ma

negli anni in cui la giustizia regia rafforzava il suo significato e trovava nuove forme di organizzazione, era proprio

l’azione del sovrano a mettere a rischio la continuità degli ordinamenti tradizionali. Si è già detto delle difficoltà

incontrate da Riccardo e poi da Giovanni nell’accrescere le loro entrate patrimoniali. Per far fronte all’aumento delle

spesse ricorsero ai vari tipi di imposizione straordinaria consentiti dai singoli ordinamenti del regno. Riccardo I

chiese a tutti i liberi un tributo di un decimo delle loro entrate e dopo di un quarto; Giovanni impose a sua volta

l’imposta prima di un settimo e poi di un tredicesimo. Oltre ad essere capo del popolo inglese, il sovrano era

signore di un esteso patrimonio: in tale veste Giovanni impose ai soli abitanti delle terre demaniali un contributo

straordinario, detto tallagium, cioè taglia imposta con la forza e non con il diritto. Poi Giovanni si rivolse al clero,

facendo valere la sua autorità di custode e protettore dell’ordinamento ecclesiastico del regno. Ma Giovanni si

rivolse soprattutto ai suoi vassalli diretti, i tenentes in capite, i quali erano tenuti dal diritto feudale a versare un

contributo (auxilium) nel caso in cui si corresse grave pericolo e il signore si trovasse a sostenere spese

eccezionali per la difesa. Nel 1215 (anno successivo alla sconfitta di Giovanni a Bouvines in Francia) i magnati

ottennero dal sovrano la definizione scritta dell’intero complesso dei diritti che per tradizione formavano i vari

ordinamenti vigenti in Inghilterra, si impegnarono a rispettarlo e pretesero dal sovrano lo stesso. Venne definita la

“Magna Carta libertatum” con la quale furono specificati tutti i diritti di ognuno e al contempo fu introdotto un

nuovo meccanismo di difesa per gli ordinamenti particolari del regno. L’obiettivo principale della Magna Carta è la

conferma degli ordinamenti particolari nella forma e nei contenuti della tradizione. Nella Magna Carta la difesa della

tradizione si legava con l’introduzione di novità: la norma per cui l’azione del sovrano, se interferiva con la

conservazione dei diritti particolari, non poteva operare senza limiti ma doveva essere valutata ed accettata dagli

esponenti di quegli stessi ordinamenti.

Dalla “magna curia” al Parlamento

Per quanto riguarda il regno di Enrico (1216 – 1272) quattro sono gli aspetti più significativi dello sviluppo del

III

diritto. In primo luogo, l’accresciuta produzione economica provocò trasformazioni degli ordinamenti particolari. I

borghi chiesero una precisa definizione della loro autonomia, maggiori immunità dall’autorità signorile, un governo

libero. I borghi demaniali acquisirono in gran numero la firma burgi, che li esentava dall’esazione dello sceriffo, e un

governo libero guidato da magistrati da loro eletti. Il secondo aspetto è il miglioramento della gestione patrimoniale

regia, dopo le difficoltà del periodo di Giovanni. Nei manors regi venne introdotta la nuova organizzazione curtense,

con l’ampliamento della pars dominica, l’impiego della manodopera salariata e la riduzione dei mansi concessi in

affitto. La riorganizzazione delle aziende demaniali impose una revisione delle funzioni dello sceriffo, che tornò ad

essere mero esattore delle entrate regie, incaricato di custodirle e consegnarle allo Scacchiere. L’incremento delle

entrate demaniali e l’aumento del numero degli agenti patrimoniali ebbero conseguenza di accentuare la funzione

dello Scacchiere in ordine al controllo contabile. Lo Scacchiere controllava anche una serie di uffici incaricati di

ricevere e custodire le entrate regie e di disporre le spese decise dal sovrano. Al di fuori di questi uffici operava il

Guardaroba che sotto Enrico acquisì una propria individualità e diventando l’ufficio principale per la gestione

III

finanziaria della household regia. La progressiva specializzazione dello Scacchiere favorì l’emersione di una nuova

corte, il King’s Bench, composta da pochi giudici specialisti, stabile e con la stessa competenza della tradizionale

curia regis. La sensibile crescita della produzione favoriva i più importanti signori fondiari, in primo luogo il sovrano.

Essa comportava una decisa trasformazione sociale e della tradizione: l’azione dei magnati e del re colpiva in

particolare i diritti degli uomini liberi appartenenti all’ordinamento della tradizione popolare. Ed è proprio tale

evoluzione del diritto, con la conseguente riduzione delle libertà garantite ai liberi dalla consuetudine, il terzo

aspetto. Di fronte all’espansione della competenza regia e signorile le comunità di contea reagirono in vari modi.

Alcune di loro cercarono di ottenere dal monarca il riconoscimento esplicito dei diritti tradizionali sotto forma di

concessione in cambio del versamento di somme; altre si ribellarono; molte inviavano al monarca proteste e

lagnanze con cui accusavano i suoi rappresentanti di violazione dei diritti della tradizione e le corti regie di

incapacità di assicurare la tutela degli stessi. Dopo il matrimonio con Eleonora di Provenza (1236), il sovrano aveva

cominciato a favorire i nobili giunti al seguito della moglie. Per la prima volta nel regno inglese, e questo è il quarto

aspetto, il patronato regio veniva esercitato in modo da ledere i diritti tradizionali dei magnati e delle comunità

popolari di contea. Le proteste della comunità contro gli abusi sia dei funzionari regi, sia dei baroni, sia dei favoriti

del sovrano esplosero nella rivolta del 1258 che si concluse con la riunione della magna curia ad Oxford e con

l’approvazione di un complesso di norme detto “Provisions of Oxford”. I provvedimenti principali furono tre: venne

creato un consiglio regio formato dal gran giustiziere, dal tesoriere e da quindici componenti scelti da quattro

elettori, nominati due dal re e due dai magnati; si stabilì che la magna curia si riunisse tre volte l’anno per

esaminare le questioni connesse con il rispetto degli ordinamenti tradizionali; fu istituita in ogni contea una 20

commissione con il compito di raccogliere le lamentele della comunità contro la violazione dei loro diritti e di

presentarle alle corti dei giudici itineranti. Il nuovo consiglio regio rimase in vita pochi anni: nel 1265 Enrico riuscì

III

ad avere ragione del partito riformatore e ad abolire il consiglio che gli era stato imposto ad Oxford. Il sovrano riuscì

anche a ripristinare il carattere eccezionale della magna curia, la quale tornò a riunirsi solo in occasioni

straordinarie. Nel 1268 per la prima volta Enrico invitò ventisette città e borghi ad inviare loro rappresentanti alla

III

magna curia per discutere la definizione dei diritti delle loro comunità. La convocazione proseguì anche negli anni

successivi ed introdusse gradualmente una disciplina consuetudinaria dell’assemblea. Questa continuava ad

essere composta esclusivamente dai magnati, laici ed ecclesiastici, i quali ribadivano il proprio diritto ad esercitare

con il sovrano la potestà giurisdizionale unitaria. La fase di espansione economica sotto Enrico continuò con

III

una crescita della grande signoria, un sensibile incremento della prosperità cittadina, con conseguente

accentuazione dell’autonomia municipale, un netto miglioramento del commercio della lana. Anche nel terzo

periodo, relativo ai regni dei tre Edoardi, gli ordinamenti particolari del regno inglese avvertirono le sollecitazioni al

cambiamento proveniente dallo sviluppo economico e dai conseguenti mutamenti sociali. In questa lunga fase il

monarca migliorò la gestione delle sue entrate, riorganizzando la riscossione locale delle stesse ed accentuando il

controllo centrale da parte dello Scacchiere. L’esercizio della giustizia regia si caratterizzò per due elementi:

l’aumento dei casi di common law, la riorganizzazione delle corti centrali. Ai writs affermatisi nel periodo di Enrico II

molti altri vennero ad aggiungersi nel corso del secolo lo Statuto di Westminster del 1285 li definì in modo

XIII:

formale, vietando al contempo che a quelli già in vigore se ne aggiungessero altri e autorizzando la cancelleria

regia a rilasciare brevia inediti solo quando alla vertenza fosse estensibile per analogia la disciplina di un caso di

common law già regolato. Questo statuto, però, non fu in grado di opporsi all’espansione della common law: nuovi

writs entrarono nell’uso corrente e emerse una nuova forma di giurisdizione esercitata dal cancelliere. Tale prassi

portò alla definizione di una vera e propria corte presieduta dal cancelliere, ma corte di equità e non di giustizia. La

corte del cancelliere si venne ad aggiungere alle precedenti corti centrali regie, ovvero lo Scacchiere (controllo

contabile), la corte dei Common Pleas, il King’s Bench (corte stabile, erede della coram rege), mentre il consiglio

regio, erede della curia regis originaria, continuava ad esercitare funzioni di giustizia. Il periodo in esame è

caratterizzato dalla definizione dei compiti e della composizione della magna curia, l’assemblea che cominciò ad

essere designata con il termine di Parlamento. Per quanto riguarda la composizione, i suoi elementi erano tre: il re

con i suoi ministri e le corti di giustizia, i magnati laici e i titolari delle più elevate cariche ecclesiastiche. Non venne

comunque definito in maniera precisa un diritto-dovere di magnati laici ed ecclesiastici di far parte della magna

curia, essi si recavano alla riunione solo se avevano ricevuto un writ di convocazione dal sovrano, il quale era

libero di scegliere i destinatari. L’assemblea era una grande corte di giustizia dalla composizione articolata: sin

dagli anni di Edoardo venne definita la corte del re nel suo consiglio e nel suo Parlamento. Alle riunioni il sovrano

I

convocava a volte anche i rappresentanti delle comunità di contea. Tale invito seguiva una procedura precisa: il

sovrano ordinava agli sceriffi di mandare alla corte della loro contea e alle città del loro distretto un writ invitandole

a scegliere i loro rappresentanti e a inviarli all’assemblea con la plena potestate di impegnarsi a nome della

comunità rappresentata. Essi si riunivano separatamente ed erano chiamati ad esprimersi sulla decisione adottata

dai magnati. Oltre ai casi previsti dalla Magna Carta, l’assemblea affermò l’obbligatorietà del proprio intervento in

occasione di alcune importanti decisioni fiscali. In primo luogo, i tributi gravanti su tutti i liberi, come quelli sui

mobili, dato che i magnati finivano per essere i soggetti passivi più importanti di tale imposizione. In secondo luogo,

la taglia. Era un tributo imposto dal re nella sua qualità di signore fondiario, come tale non era stata annoverata

dalla Magna Carta tra i casi di intervento dell’assemblea. Ma nel corso del secolo XIII si avvicinò sempre di più alla

tassa sui beni mobili e dall’inizio del Trecento cominciò ad essere compresa tra i casi in cui era necessario sentire il

Parlamento. Oltre al consenso sui tributi straordinari, il Parlamento affermò la propria competenza di corte di

giustizia in un altro settore. Nel corso del Good Parliament del 1376 il camerato regio Lord Latimer venne accusato

di aver violato ripetutamente il diritto delle comunità. L’accusa fu portata all’assemblea dei rappresentanti delle

contee e dei borghi nel quadro delle lagnanze. Il Parlamento giudicò i contenuti delle accuse, le accolse e

condannò Latimer. Fu il primo caso di impeachment di un ministro regio e appaiono chiari sia la procedura sia il

reato perseguito. Infine l’assemblea si affermò come occasione nel corso della quale il sovrano promulgava i

provvedimenti legislativi più importanti, detti Statuti.

Il regno di Sicilia sotto Federico II

Un ruolo particolarmente rilevante la monarchia lo svolse anche in un altro regno, quello di Sicilia nella prima metà

del secolo Le forme assunte dall’amministrazione regia e dai rapporti tra la potestà unitaria del sovrano e gli

XIII.

ordinamenti particolari furono qui diverse da quelle del regno inglese. Nel 1194 la corona di Sicilia fu conquistata

da Enrico di Svevia ma il suo regno fu breve; a lui successe Federico ancora minorenne, il quale riuscì a

VI II

restaurare l’ordinamento regio inaugurato dai suoi avi normanni e a conferirgli ulteriore slancio e autorità. Questo

viene definito come il periodo di massimo splendore della potestà monarchica meridionale. L’esame di questa

interpretazione trae origine dall’analisi dell’ordinamento giuridico del regno nei primi anni di Federico La lotta tra i

II.

sostenitori di Tancredi e quelli di Enrico la breve durata del regno del primo svevo, le guerre combattute nel

VI,

territorio meridionale negli anni della minore età di Federico la sua assenza dal regno per un breve periodo,

II,

resero difficile il funzionamento dell’amministrazione demaniale e giudiziaria del sovrano, ma non ne segnarono un

21

collasso. Gli uffici finanziari continuarono a funzionare. La “dohana de secretis” operò con buona efficienza,

controllando l’attività di camerari provinciali e degli uffici locali, indicati con il titolo di dohana. Maggiori difficoltà

incontrò l’esazione regia nelle regioni continentali, dove sin dagli anni di Enrico venne restaurata la magistratura

VI

superregionale del maestro camerario di Puglia e Terra di Lavoro, che sostituì la “dohana baronum”, e dove sono

testimoniati in attività camerari provinciali e altri uffici locali, anch’essi indicati con il titolo di dohana.

Sostanzialmente immutata rispetto al periodo normanno rimase l’organizzazione della giustizia regia. Quando,

risolti i problemi relativi all’Impero, decise di dedicare la sua attenzione al dominio siciliano, Federico II si trovò di

fronte ad un ordinamento unitario che aveva continuato a vivere nonostante la lunga crisi politica e ad

un’amministrazione regia di cui era necessario restaurare non le strutture, ma la precedente efficacia. Il

riordinamento del Regno venne affrontato dal sovrano durante il viaggio che lo riportava in Italia dalla Germania,

nel corso di una solenne assemblea generale svoltasi nel 1220 a Capua. Le costituzioni approvate, note come

Assise di Capua, ribadirono l’articolazione degli ordinamenti conosciuta dal Regno nel periodo normanno. Negli

anni successivi Federico realizzò il programma delineato a Capua, dando vita ad un’articolata organizzazione

II

amministrativa capace di svolgere con efficacia le competenze spettanti alla potestà regia. Curò la corretta

acquisizione delle entrate. Al centro la guida della gestione finanziaria fu assunta definitivamente dal grande

camerario, mentre il tesoro fu collocato nel castello napoletano di S. Salvatore a Mare, detto Castel dell’Ovo, e qui

affidato ai custodes erarii. Una corte di controllo contabile, con competenza su tutti gli esattori regi, formati da tre

magisteri rationales. La riorganizzazione degli uffici finanziari consentì a Federico di rendere stabile e consistente

II

il gettito delle entrate regie e quindi di disporre dei mezzi indispensabili per svolgere in maniera soddisfacente i

compiti unitari che gli spettavano nel Regno. Federico costruì nelle terre demaniali una diffusa rete di castelli che

II

provvedevano alla protezione armata delle regioni e al contempo costituivano gli strumenti attraverso i quali il

sovrano svevo svolgeva concretamente in ogni zona la sua potestà di principale signore territoriale. L’ambito della

giustizia regia rimase nella sostanza quello del periodo normanno. Venne ribadita la prerogativa monarchica in

alcune materie e soprattutto per alcuni reati. Le costituzioni approvate nel corso della grande assemblea generale

svoltasi a Melfi nel 1231 assegnarono all’esclusiva competenza regia reati come la lesa maestà, l’omicidio, il furto,

l’incendio, la violenza, il naufragio, i danni dati, l’ingiuria ai curiali, l’ingiuria ai nobili, la falsificazione dei documenti,

la sottrazione di testamento, nonché alcuni delitti altrove spettanti all’ordinamento ecclesiastico come l’apostasia, il

sacrilegio, l’adulterio, il lenocinio, l’eresia, la bestemmia, l’usura e lo spergiuro. I giudici regi, comunque, non erano

competenti soltanto nella materia penale della prerogativa regia. Essi amministravano anche la giustizia civile.

L’importanza della giustizia regia fu messa in risalto dallo stesso Federico nel “Liber Augustalis”. Nel Proemio

dichiarava che era stato Dio stesso a conferire al monarca la funzione di difendere e tutelare il diritto vigente nel

territorio del Regno e di integrarlo con norme che consentissero una migliore protezione della pace. Le costituzioni

federiciane stabilirono alcuni punti fondamentali. Riprendendo l’analoga disposizione di Ruggero Federico stabilì

II,

che gli usi contrari alle sue leggi dovevano intendersi non più in vigore. L’aspetto che segna in maniera particolare

la monarchia sveva e la distingue dalle altre è costituito dall’estesa articolazione e dall’efficiente funzionamento

degli uffici regi incaricati dell’amministrazione dell’entrate e dell’esercizio delle potestà unitarie. Il sovrano svevo

non pretese di avere una potestà unitaria più ampia di quella data dalla tradizione, cercò soltanto di esercitare

l’autorità consueta nel modo migliore.

I due regni di Sicilia

L’ordinamento affermatosi con Federico proseguì senza sostanziali mutamenti sotto i suoi successori, Corrado

II

e Manfredi; le uniche novità di rilievo sono costituite da un canto dall’acquisizione da parte di alcune signorie

IV

feudali di potestà più estese rispetto a quelle precedenti, dall’altro da una minor efficienza degli uffici finanziari e

giudiziari regi. Carlo d’Angiò conservò immutata l’organizzazione degli uffici regi centrali e periferici. La novità

I

principale che caratterizzò i primi anni del governo di Carlo I fu la riscossione frequente della collecta, che il

sovrano introduceva senza consultare l’assemblea generale del Regno. L’accresciuto onere fiscale e l’impossibilità

di difendere le proprie ragioni nella curia generale spinsero le comunità dell’isola di Sicilia a ribellarsi al monarca

angioino nel 1282, con il movimento noto come “rivolta dei Vespri”. Esse accusavano la nuova dinastia di violare il

loro diritto tradizionale, introducendo forme di soggezione contrarie alla consuetudine, e la giudicavano incapace di

svolgere la funzione di giustizia che costituiva la ragion d’essere del potere monarchico. Esercitarono allora il loro

diritto di affidare tale funzione ad una persona diversa: si rivolsero al sovrano d’Aragona Pietro e gli

III

consegnarono la corona di Sicilia. L’unità del Regno fondato dai Normanni veniva spezzata. I tentativi degli

Angioini di recuperare l’isola fallirono e il trattato di Caltabellotta del 1302 sancì in via definitiva la separazione. Da

allora ebbero due regni di Sicilia: quello citra Farum, comprendente le regioni continentali, sotto gli Angioini; quello

ultra Farum, riguardante l’isola, sotto gli Aragonesi. I “Capitoli di San Martino”, disposizioni approvate nel corso

dell’assemblea generale convocata da Carlo di Salerno nella piana di S. Martino nel 1238, riconobbero alla

II

Chiesa del Regno e alle signorie laiche potestà nuove e più estese. Alla Chiesa fu garantita piena libertà nella

scelta delle cariche episcopali e monasteriali e nella riscossione della decima, mentre le signorie ecclesiastiche

erano esentate dal versamento della collecta e dei dazi sul commercio di cereali al di fuori del Regno, nonché dal

dovere di fornire ospitalità ai funzionari regi. Sotto Carlo e sotto Roberto l’evoluzione degli ordinamenti

II

meridionali confermò la svolta iniziata dopo i Vespri siciliani. Modifiche rispetto all’età sveva si ebbero anche 22

nell’ordinamento delle città demaniali. Venne abbandonata la forma di governo precedente, sostituita con una sorta

di governo diarchico composto da un rappresentante del sovrano e da magistrati eletti dalla comunità. Ognuna

delle due componenti aveva una propria sfera di giurisdizione, ma le sovrapposizioni tra di loro erano frequenti. Il

periodo in esame sembra caratterizzarsi soprattutto per una progressiva espansione degli ordinamenti signorile ed

ecclesiastico, mentre l’autorità monarchica da un canto rinunciava ad alcune regalie e ad alcune competenze

giurisdizionali, dall’altro esercitava con efficienza minore rispetto al passato le potestà che le erano riconosciute. La

ridotta competenza giudiziaria delle corti regie provinciali può spiegare l’aumento degli interventi della curia regis

centrale: ad essa finirono per essere presentate direttamente le vertenze insorte tra nobili, laici ed ecclesiastici, i

quali sempre meno trovavano nei giustizieri provinciali il loro giudice naturale. L’aumento dell’attività giudicante

della curia centrale risulta attestata dalla formazione di ben definite corti di giustizia presso il sovrano. In primo

luogo la Magna Regia Curia della Vicaria: tale corte non fu eliminata dopo il ritorno a Napoli di Carlo ma si

II,

affiancò alla Magna Curia Regia, dividendone il lavoro. All’interno di quest’ultima si precisarono due corti di

giustizia: quella presieduta dal gran giustiziere e quella guidata dallo judex appellationum. Sotto Roberto il

complesso delle corti centrali venne riordinato: nel 1338 la Magna Regia Curia cessò di funzionare come corte di

giustizia; la corte del gran giustiziere si affermò come corte penale; la Magna Regia Curia della Vicaria era adita

direttamente per le vertenze civili, relative ai privilegi ecclesiastici e per le questioni di giurisdizione volontaria. Già

alla fine del secolo Federico eliminò, con la costituzione “Volentes” del 1296, il preventivo assenso regio

XIII III

alla vendita di benefici feudali, rinunciando all’intervento regio in uno degli aspetti più delicati del mondo signorile.

Negli anni successivi riconobbe esplicitamente ad alcuni nobili la titolarità di giurisdizioni che per tradizione

rientravano nella prerogativa regia. Dopo il regno di Federico si vennero a formare alcune grandi signorie

III

territoriali la cui estensione occupò la maggior parte del territorio siciliano. Anche nei confronti dell’ordinamento

ecclesiastico la monarchia aragonese seguì una politica opposta a quella sveva. Rinunciò ad ogni ingerenza nella

scelta dei titolari delle cariche maggiori, giungendo addirittura a tutelare tale libertà anche contro gli interventi del

papato, e lasciò che le materie ecclesiastiche prima disciplinate dal re tornassero alla competenza esclusiva e

tradizionale della Chiesa. Con un patrimonio molto ridotto e di fronte ad una signoria nobiliare forte e potente, la

monarchia siciliana non riusciva più ad esercitare un significativo ruolo di signore territoriale nell’isola.

L’articolazione degli ordinamenti siciliani trovò una significativa espressione nel Parlamento che venne disciplinato

a partire dal 1296. In questa occasione Federico dispose che ogni anno si riunisse un’assemblea generale,

III

composta da conti, baroni, alti dignitari ecclesiastici e rappresentanti delle città demaniali, con il compito di

decidere in merito ai problemi della difesa dell’isola ed altre questioni di interesse comune. Tale assemblea non

comprendeva però esponenti degli uomini liberi e non aveva alcuna funzione in ordine all’esame di lagnanze della

comunità, ma piuttosto esprimeva la volontà di nobili e clero di prendere parte direttamente all’esercizio della

potestà unitaria del re.

Ordinamenti particolari e unità monarchica in Francia

Il lungo periodo preso in esame costituisce una fase di grande significato per l’evoluzione del diritto nelle regioni

francesi. Tale evoluzione presenta alcuni aspetti principali: a) le novità conosciute dalle consuetudini locali in

seguito alla trasformazione dell’organizzazione curtense e alle conseguenti modifiche intervenute nei rapporti tra

signorie fondiarie e tra queste e le signorie territoriali; b) la diffusione in alcune regioni meridionali della scienza

giuridica e dell’influenza bolognese, nonché della contemporanea redazione scritta delle consuetudini delle varie

regioni; c) l’espansione del demanio regio e la prima definizione di un ruolo unitario della monarchia.

a) Anche per le regioni francesi il periodo compreso tra la fine del secolo e i primi decenni del

XII XIV

costituisce una fase di sensibile espansione economica. Le aziende curtensi aumentarono la loro produzione con

l’obiettivo di ottenere non solo quantitativi adeguati all’accresciuta domanda interna, ma anche un surplus da

destinare al mercato. Si diffuse la tendenza ad una modifica della divisione interna dei fondi; mentre nell’isola

prevalse l’uso di aumentare l’estensione della pars dominica, in Francia questa fu ridotta e divisa in mansi

assegnati a contadini dietro versamento di un censo. Tale ristrutturazione venne accompagnata dalla tendenza dei

signori più potenti ad estendere l’ambito territoriale del loro dominio, mirando ad affermare la loro potestà bannale.

L’obiettivo fu conseguito facendo ricorso alle regole del diritto feudale, nonché ad istituti di diversa consuetudine.

L’evoluzione riguardò anche i benefici ecclesiastici e comportò un aumento dell’autorità patrimoniale dei vescovi, i

quali estesero la propria potestà bannale anche sui signori laici, facendo ricorso sia ai rapporti feudali sia alle

censive. I grandi signori laici ed ecclesiastici si avvalsero anche dell’esercizio delle giurisdizioni possedute in via

consuetudinaria su comunità, chiese, benefici ecclesiastici minori, signorie più piccole, giurisdizioni di cui

l’avvocazia, il patronato, l’abbaziato laico costituiscono esempi significativi. L’espansione economica non riguardò

soltanto le aziende curtensi, ma coinvolse anche le città. Queste allargarono la loro sfera di dominio nelle regioni

circostanti facendo rientrare nella loro orbita economica e politica le signorie e le altre potestà locali. Gli

ordinamenti particolari di ducati e contee appaiono in grado di svolgere in maniera adeguata l’esercizio della loro

giurisdizione, di modo che la giustizia unitaria ducale / comitale spesso si mantenne nei limiti tradizionali. Nessun

duca o conte cercò di imporre vincoli di dipendenza feudale generalizzati su tutti i signori, territoriali e fondiari, della

regione e di affermarsi come suzerain della stessa.

b) Il secondo aspetto significativo dell’evoluzione del diritto nelle regioni francesi è costituito dalla fondazione

23

di università nelle quali si studiava, sull’esempio bolognese, il diritto giustinianeo e quello canonico. Nelle regioni

meridionali della Francia la consuetudine locale aveva salde radici di tradizione romanistica, legate al Breviario

alariciano, e quindi fondate sul diritto pregiustinianeo, cioè quello teodosiano. In questi territori, sin dal secolo XII,

la prassi recepì l’inquadramento dottrinario che la scuola bolognese andava elaborando. Nelle altre regioni la

tradizione romanistica era stata nettamente superata da quella germanica. Non sorprende che nelle prime

sorgessero Studi di diritto sul modello di Bologna e che questi conservassero vivi i rapporti con questa università.

L’utilità di ricorrere nell’interpretazione del diritto a schemi ed a categorie chiare nonché ad una tecnica esegetica

ben definita era apprezzata sin dal secolo anche da interpreti e pratici del diritto di regioni europee nelle quali la

XII

principale matrice dell’ordinamento consuetudinario non era quella romanistica, bensì la germanica. Uno Studio di

diritto romano e canonico venne fondato in Francia a Orléans, una delle regioni settentrionali dove la tradizione

prevalente era quella germanica. Sorta sulla metà del secolo la scuola di Orléans conobbe importanti sviluppi

XIII,

negli ultimi decenni del secolo, quando i suoi maestri (come de Révigny e de Belleperche) cominciarono ad

applicare un nuovo indirizzo metodologico nell’interpretazione del diritto romano e canonico. Tale indirizzo

applicava alla lettura delle norme la dialettica aristotelica che la filosofia scolastica aveva riscoperto e andava

rielaborando; l’insegnamento di Orléans è alla base della scuola del commento che si sviluppò in Italia nel corso

del secolo Viene attribuita alla scuola di Orléans la funzione primaria di formazione dei funzionari

XIV.

dell’amministrazione regia e dei chierici destinati alle cariche più elevate della Chiesa francese. Nel corso del

secolo in molte regioni della Francia centro-settentrionale, cominciarono ad essere compilate raccolte di

XIII

consuetudini locali. Tali raccolte, dette coutumiers, erano opera di privati quindi non avevano carattere ufficiale;

comunque le corti di giustizia le riconobbero piena autorità. La più antica è intitolata “Très anciens Coutumiers de

Normandie”, ad essa seguì il più ampio “Grand Coutumier de Normandie” scritto prima in latino e poi in francese.

Seguirono le compilazioni di consuetudini come il “Vermandois” e “l’Artois”, la raccolta degli usi del Beuvaisis

(opera del giurista Philippe de Beaumanoir). La stesura di dette raccolte si proponeva di definire in maniera chiara

il contenuto di regole della tradizione.

c) Il terzo aspetto principale dell’evoluzione dell’ordinamento francese è costituito dall’espansione del

demanio e dell’autorità regia. Il sovrano, che ancora alla fine del secolo era uno dei tanti signori territoriali

XII

delle regioni francesi, riuscì ad estendere la sua autorità su numerose altre regioni. Nel 1202 Filippo Augusto

II

conquistò al monarca inglese la Normandia, il Maine, l’Angiò, la Touraine, il Poitou e la Bretagna e nel 1214

consolidò il successo sconfiggendo in maniera definitiva Giovanni Senza Terra. Luigi partecipò alla crociata

VIII

contro gli Albigesi, promossa dal pontefice Onorio per stroncare l’eresia catara particolarmente diffusa nelle

III

regioni meridionali e nel 1226 sottrasse la contea di Provenza a Raimondo la conquista divenne definitiva nel

VII:

maggio 1258 con il trattato concluso tra Luigi e Giacomo d’Aragona. Sotto Filippo altri principati passarono

IX I III

sotto l’autorità regia. Le forme assunte dall’espansione monarchica furono tre. In alcune regioni il sovrano assunse

per sé il ruolo di autorità unitaria fino ad allora tenuta da un principe: è il caso della Normandia dove il monarca

entrò in possesso del patrimonio e dei diritti demaniali fino ad allora spettanti al duca, li esercitò per il tramite di

magistrature già attive in precedenza, ora divenute da ducali a regie, e conservò nei termini tradizionali i rapporti

con gli ordinamenti particolari della regione. In altre fu conservata la precedente guida principesca del territorio e il

legame tra principe e sovrano fu affidato a volte al rapporto di fedeltà personale tradizionale, a volte fu meglio

definito attraverso il diritto feudale; quest’ultimo è il caso del duca bretone che si riconobbe vassallo del re. Infine il

sovrano concesse la potestà unitaria di alcuni territori passati sotto il suo dominio a membri della sua famiglia: una

tale signoria viene detta appannaggio. Questa tripartizione del territorio che a vario titolo faceva capo al sovrano

caratterizza la monarchia francese e la differenzia dalle altre sue contemporanee. In Francia il demanio regio era

assente sia nelle unità territoriali principesche, sia negli appannaggi: in queste regioni il sovrano costituiva una

potestà lontana, incapace di svolgere una concreta ed effettiva autorità unitaria. Una tale autorità era possibile per

il sovrano solo nel primo dei tre tipi, qui continuavano a sussistere tutti i precedenti ordinamenti particolari, ma la

presenza di un diffuso e consistente patrimonio regio consentiva al re di essere un effettivo signore territoriale e di

stabilire rapporti continui con detti ordinamenti. Non è un caso che anche nel periodo in esame il termine regnum

continui a designare l’esclusivo ambito geografico dove il sovrano operava come vera potestà unitaria territoriale.

Per comprendere i termini in cui si sviluppano i rapporti tra ordinamenti nelle regioni francesi appare necessario

distinguere l’area rientrante nella signoria territoriale effettiva del monarca dall’altra in cui prevalevano le realtà

unitarie locali costituite da principati ed appannaggi. Nella prima la potestà monarchica raggiunse una migliore

gestione del patrimonio e dei diritti demaniali e riuscì a conquistarsi una significativa funzione unitaria nei riguardi

degli ordinamenti particolari. Con Filippo Augusto si affermò il principio per cui il sovrano francese non poteva

II

essere vassallo di alcun signore e le terre da lui tenute dovevano considerarsi suo patrimonio allodiale a pieno

titolo. L’ambito della rete feudale dipendente dal sovrano non riguardava tutte le signorie fondiarie ma soltanto

quelle stabilite su terre di natura demaniale. Infine, sin dagli anni di Filippo Augusto la disciplina dei rapporti tra il

II

re e i suoi vassalli seguì regole in parte diverse dalla tradizione e da quelle osservate negli altri contratti feudali.

Nelle terre demaniali di gestione diretta i sovrani francesi cercarono di introdurre nuovi e migliori sistemi

amministrativi e di controllo contabile. Filippo Augusto formò la domus regia, affidando gli uffici domestici a suoi

II

fedeli, ed infine organizzò una forma di corte regia, detta Curia in compositis, che controllava i conti presentati dagli

agenti patrimoniali. In Normandia Filippo Augusto conservò i tradizionali uffici ducali. Questa struttura di uffici 24

patrimoniali venne conservata dai successori di Filippo nel corso del secolo Al centro continuò ad essere

II XIII.

attivo il ristretto Consiglio regio, mentre il tesoro regio veniva affidato all’ordine monastico-militare dei Templari che

lo custodì nella sede di Parigi, qui si riuniva anche la Curia in compositis. Gli uffici domestici furono riorganizzati ed

ordinati in una struttura diretta a provvedere alle necessità del sovrano, detta Hôtel du roi. L’amministrazione

signorile-patrimoniale del re venne disciplinata agli inizi del secolo da Filippo il Bello. Le terre demaniali

XIV IV

furono divise in distretti affidati a senescalchi o balivi, nominati dal Consiglio ristretto del re, i quali esercitavano

tutte le potestà signorili di esazione e giustizia spettanti al sovrano, erano coadiuvati da luogotenenti, controllavano

le attività di funzionari minori e presentavano i loro rendiconti alla Curia in compositis. Da quest’ultima curia si

delineò una sorta di commissione permanente che in un primo tempo operò negli intervalli tra le riunioni della

Curia, poi ne assorbì le competenze; era definita Camera comptorum. Anche l’ufficio di cancelleria partecipava

all’amministrazione delle finanze regie; il titolare (cancelliere) faceva parte della corte itinerante del monarca e

curava la redazione dei suoi diplomi. La competenza della Camera comptorum venne ampliata e le fu assegnato il

controllo degli atti di alienazione di beni demaniali, dei provvedimenti di confisca adottati da agenti regi per terre di

singoli signori, la competenza sui conti degli ufficiali del sovrano incaricati della riscossione di tributi straordinari.

Nel 1348 le fu affiancata la Camera delle monete, con specifica competenza in materia di coniazione regia. Il buon

funzionamento della gestione patrimoniale metteva il sovrano nelle condizioni di svolgere un’interessante attività di

giustizia nelle regioni che rientravano nella sua signoria territoriale. Le disposizioni di Luigi precisavano che in

IX

caso di difetto di giustizia le comunità demaniali potevano ricorrere alla curia regis centrale. Questa corte risiedeva

stabilmente a Parigi e cominciò ad essere definita con il termine di Parlamentum. Sotto Filippo il Bello il

IV

Parlamento acquistò un’articolazione nuova e si formarono tre diverse camere: la Grande Camera (Grande

Chambre), la Camera delle Inchieste (Chambre des Enquêtes), la Camera delle Richieste (Chambre des Requêts).

La Grande Camera era competente per vari tipi di vertenze e in campo criminale per i reati maggiori; il suo giudizio

si fondava sui risultati dell’inchiesta da lei affidata a commissari, detti auditores, e si esprimeva con una sentenza,

detta arrêt, definitiva ed inappellabile. I risultati delle inchieste erano valutati preventivamente dalla Camera delle

Inchieste, la quale giudicava direttamente le vertenze di minor rilievo. La Camera delle Richieste, infine, aveva il

compito di esaminare le richieste di giudizio presentate al Parlamento. L’organizzazione del Parlamento venne

ulteriormente precisata dalle riforme che si susseguirono tra il 1316 e il 1360: fu allora definitoli numero di

componenti di ciascuna camera e si stabilì che costoro fossero non ecclesiastici o nobili ma esperti di diritto. Il

Parlamento acquistò la sua caratteristica fisionomia di corte di giustizia regia composta da esperti giuristi scelti dal

sovrano. Tale composizione esprimeva la volontà del re di esercitare la potestà giudiziaria unitaria per il solo

tramite di suoi rappresentanti, non con la partecipazione di esponenti degli ordinamenti particolari. Una volontà che

si manifestò anche nell’istituzione, con Filippo della corte centrale regia delle Requêtes de l’Hotêl. La corte

V,

seguiva il sovrano nei suoi spostamenti e lo aiutava a rendere immediata giustizia a chi a lui si rivolgeva

direttamente. Nelle rimanenti regioni l’autorità unitaria del sovrano interferiva poco con lo sviluppo degli ordinamenti

particolari. La tuitio regia, cioè la protezione che l’autorità superiore del sovrano offriva a tutti i diritti affermatisi nelle

regioni che al sovrano facevano capo, era ricca di potenzialità. Così, nel corso degli anni ’80 del secolo XIV

l’intervento del re venne invocato dai cittadini minores (le famiglie popolari) dei Comuni fiamminghi in lotta contro i

maiores (l’aristocrazia) che erano sostenuti dal conte di Fiandra. Le potenzialità di cui si diceva si concretizzarono

in alcune norme che disciplinarono i rapporti tra l’autorità regia ed alcuni ordinamenti delle regioni.

La scienza giuridica. L’interpretazione degli statuti e la teoria della sovranità

monarchica

L’università di Napoli

Si distingue dagli altri sotto molti aspetti lo Studio fondato a Napoli nel 1224 da Federico con l’obiettivo di offrire

II

agli abitanti delle regioni meridionali la possibilità di acquisire una preparazione giuridica approfondita senza dover

varcare i confini del Regno. A differenza delle altre, l’Università di Napoli nasceva non per spontanee esigenze di

scuola, bensì per esclusiva iniziativa del monarca: nasceva come Università non di studenti ma di professori. E il

legame con il sovrano segnò lo Studio napoletano anche sotto altri aspetti: i docenti chiamati ad insegnare erano in

genere ufficiali e magistrati regi; il loro insegnamento non riguardava soltanto i testi giustinianei e le raccolte

canonistiche, ma anche la grande compilazione legislativa del sovrano svevo, il “Liber constitutionum regni Siciliae”

o “Liber Augustalis”. In questo Studio furono attivi nel corso del secolo numerosi docenti, tra i quali ricordiamo

XIII

Benedetto d’Isernia, Nicolò Rufolo, Francesco da Telese, Riccardo Petroni, Guglielmo e soprattutto Andrea Bonello

da Barletta, Marino da Caramanico. Il loro contributo all’interpretazione del diritto giustinianeo è oggi correntemente

apprezzato.

La scuola dei commentatori

La glossa ordinaria alla compilazione giustinianea portata a termine da Accursio sulla metà del secolo offriva

XIII

un bilancio conclusivo dell’intensa e grandiosa opera esegetica dei glossatori civilisti. Essa non venne affiancata

dalla definizione di nuove metodologie esegetiche, di modo che anche dopo la sua redazione i giuristi continuarono

ad affidarsi a quelle tradizionali. Costoro preferirono dedicarsi all’esame di singoli argomenti, in particolare di

materie di grande significato pratico ed usarono soprattutto la forma letteraria del tractatus. Tali giuristi sono definiti

25

glossatori postaccursiani. Tra loro si ricordano Martino da Fano, Guido da Suzzara, Jacopo d’Arena, Lambertino

Ramponi, Dino dal Mugello, Alberto da Gandino, Guglielmo Durante, Rolandino de’ Passeggeri e Salatiele. La

dottrina civilistica non era più un monopolio della scienza italiana: sin dalla prima metà del secolo importanti

XIII

interpreti delle norme giustinianee, in genere educati in Università italiane o in Studi sorti nei loro Paesi sul modello

bolognese, apportarono interessanti contributi all’esegesi del Corpus Iuris ed al contempo cercarono di applicare

categorie, istituti e principi elaborati dalla scienza giuridica agli ordinamenti nati dalla consuetudine e in vigore nelle

loro regioni. In Inghilterra fu attivo Henri Bracton, che aveva studiato a Bologna ed era stato allievo di Azzone; la

sua opera principale “De legibus et consuetudinibus regni Angliae” si proponeva non soltanto di raccogliere in un

corpo unitario gli usi vigenti nel regno, ma anche di interpretarne la disciplina alla luce di criteri elaborati dalla

dottrina bolognese. Particolare attenzione al diritto consuetudinario mostrarono anche alcuni giuristi francesi tra

Francia e Italia, come Jean de Blanot, autore di un “Tractatus de actionibus”, e il più noto Philippe de Beaumanoir,

autore della raccolta “Coutumes de Clermont en Beauvaisis”. Arrivarono decise sollecitazioni ad una

trasformazione dell’indirizzo metodologico. Ad Orléans nuove strade furono sperimentate da maestri di diritto come

Jacques de Révigny e Pierre de Belleperche. Formatisi agli studi filosofici e teologici che in Francia avevano una

lunga tradizione, costoro iniziarono ad interpretare le norme giustinianee alla luce del modello dialettico che era

stato riscoperto dalla Scolastica e si andava affermando nella cultura occidentale come strumento esegetico

primario. Veniva così superato per la prima volta il metodo della glossa, si aprivano alla dottrina nuove prospettive

di approfondimento interpretativo dei testi giustinianei e di più organica e coordinata costruzione di un sistema

teorico in cui principi, categorie e istituti giuridici potessero essere messi in relazione tra loro in base a criteri logico-

formali. L’impostazione metodologica seguita dai maestri francesi venne approfondita e perfezionata dal giurista

italiano Cino Sighibuldi da Pistoia, che fu loro allievo nello Studio d’Orléans. La sua opera principale, la “Lectura

super Codice”, costituisce la prima espressione matura del metodo scolastico applicato all’interpretazione delle

leggi. Cino da Pistoia inaugurò un nuovo indirizzo di studio, nettamente distinto da quello della glossa. La scuola

venne detta scuola del commento ed i giuristi detti commentatori. Secondo l’Horn caratteri distintivi della scuola

sono, oltre alla novità metodologica, la maggiore attenzione rivolta ai diritti particolari (come quello statuario,

feudale, longobardo, nonché la prassi notarile) e la diffusione della sua dottrina in tutto il mondo occidentale.

Ulteriore peculiarità dei commentatori risiede nel loro congiunto interesse per il diritto giustinianeo e per il canonico,

di modo che per loro non appare possibile tracciare una netta separazione tra le due categorie di civilisti e canonisti

che segna la scuola dei glossatori. I giuristi fecero ricorso ai casus, alle additiones, alle quaestiones, ai consilia, ai

tractatus, alle distinctiones, compilarono repertori, elaborarono opere di sintesi. Principali esponenti della scuola del

commento furono Bartolo da Sassoferrato nella prima metà del secolo nella seconda metà il perugino Baldo

XIV,

degli Ubaldi. Entrambi autori di esaustivi commentari a tutte le parti della compilazione giustinianea, si occuparono

anche di temi particolari: Bartolo ha lasciato vaste raccolte di consilia, tractatus, quaestiones, Baldo di consilia

insieme con una Lectura al Liber Extra di Gregorio scritti di materia processuale e l’esegesi dei “Libri

IX,

feudorum”. Nella prima metà del Trecento insegnarono tra gli altri Riccardo Malombra, Iacopo da Belviso, Oldrado

da Ponte, Raniero da Forlì, Jacopo Buttrigario, Alberico da Rosate, autore di un “Dictionarum iuris”. Nella seconda

metà del Trecento fiorirono Angelo degli Ubaldi (fratello di Baldo), Bartolomeo da Saliceto, i meridionali Niccolò

Spinelli da Giovinazzo e Luca da Penne, nonché il cardinale Francesco Zabarella, Pietro d’Ancarano e Antonio da

Budrio. Le opere dei commentatori italiani, in particolare quelle di Bartolo e di Baldo, furono conosciute e

apprezzate in tutto l’Occidente europeo: esse vennero anche utilizzate per l’inquadramento e la definizione dei

diritti consuetudinari, di molteplice natura, vigenti in quelle stesse regioni. La scuola dei commentatori proseguì

anche nel Quattrocento e si può dire che il contributo dei commentatori all’approfondimento della dottrina giuridica

è stato determinante. Grazie alla loro analisi, che esaminava il testo in profondità per giungere alla ratio della

norma, la definizione di principi, categorie, istituti acquistava un rigore teorico, una precisione scientifica ed

un’articolazione fino ad allora sconosciute.

L’interpretazione degli statuti

L’attenzione dei postaccursiani e dei commentatori verso la vita concreta del diritto non si limitò alla prosecuzione e

al perfezionamento dell’opera dei glossatori volta ad inquadrare la molteplice ed articolata disciplina maturata dalla

consuetudine nelle categorie e nei principi elaborati attraverso l’interpretazione dei testi giustinianei e canonistici. Si

espresse anche nell’analisi esegetica degli statuti cittadini, quelle raccolte di diritto particolare nelle quali la

tradizione giuridica locale trovava precisa definizione ed organica sistemazione. I giuristi si posero il problema della

legittimità dello statuto come fonte di diritto. La questione non era soltanto di scuola, ma aveva implicazioni

concrete di grande rilievo, dato che i testi giustinianei limitavano le fonti del diritto alla consuetudine, alla legge del

principe, alla dottrina e non ne riconoscevano altre. Le principali teorie formulate in proposito furono due: quella

della permissio, quella della jurisdictio. Secondo i sostenitori della prima tesi, la potestas statuendi (la potestà di

promulgare statuti) si sarebbe fondata sulla concessione fatta da Federico I alle città della Lega lombarda con la

pace di Costanza. L’imperatore, in quanto dominus delle città che rientravano nel Reichsgut, avrebbe loro

concesso di promulgare complessi unitari di norme, di stabilire che solo queste dovevano essere rispettate nel

territorio comunale come diritto particolare di prima applicazione, di precisare le formalità per l’evoluzione delle

norme medesime, evoluzione che non poteva più essere lasciata alla mera consuetudine. La tesi, però, non 26

riusciva ad assicurare un fondamento definitivo alla potestà normativa comunale, sia perché la faceva dipendere

dalla volontà dell’imperatore, sia perché la collegava ad uno specifico trattato di pace. Più salde erano le basi della

seconda teoria, quella della jurisdictio. Secondo Bartolo il diritto vigente nell’Impero universale si articolava in una

vasta gamma di jurisdictiones, che andavano da quella più semplice del dominus fondiario a quella di massimo

respiro dell’imperatore: ciascuna di loro si dotata di specifiche norme e stabiliva la forma che il proprio diritto

doveva assumere. Nella visione di Bartolo ogni jurisdictio corrispondeva ad uno specifico ordinamento giuridico:

quello comunale esprimeva nello statuto la sua volontà normativa ed organizzativa. A fondamento dello statuto non

c’era più la concessione di un’autorità superiore, ma la sostanza stessa del sistema giuridico vigente nell’Impero

universale, con le sue articolate componenti. I giuristi dei secoli e non si limitarono a ricercare la

XIII XIV

legittimazione delle norme statuarie, ma a queste rivolsero anche la loro attività esegetica. I maestri del Duecento e

del Trecento si trovarono di fronte ad un diritto consuetudinario locale che non si limitava alla forma tradizionale

dell’uso non scritto, ma trovava espressione anche nelle raccolte unitarie degli statuti.

Le dottrine sulla potestà monarchica

1. Imperator-rex

La dottrina giuridica dei secoli e volse la sua attenzione anche all’analisi della potestà unitaria del

XIII XIV

monarca, una potestà di cui la realtà politica del periodo offriva alcune interessanti manifestazioni e i testi

giustinianei una complessa disciplina. Uno degli argomenti fu quello dell’equiparazione tra la potestà imperiale e

quella dei singoli re. L’esame di tale problema era sollecitato dalla contraddittorietà tra le norme giustinianee, che

disciplinavano la sola potestà imperiale, e la realtà politica del Duecento e Trecento che vedeva come concrete

potestà unitarie singoli re e lasciava all’imperatore una sfera molto limitata di intervento. La consapevolezza

dell’uguaglianza tra la potestà imperiale e quella regia era certamente diffusa nei regni nazionali sin dal secolo XII.

La dottrina non si fermò ad una comparazione generica e cominciò a precisare i requisiti che il re doveva avere per

essere equiparato all’imperatore. Nella glossa di Alano si rinviene un accenno alla teoria che in seguito troverà

ampio sviluppo. Il canonista si occupava della secolare questione della dipendenza dell’imperatore dal papa e si

pronunciava a favore della suddetta subordinazione, affermando che la potestà del pontefice era superiore a tutte

le potestà temporali del mondo. Aggiungeva una distinzione tra l’imperatore e gli altri titolari di potestà e dignità

“sub imperatore”: il primo poteva essere deposto dalla carica solo per un crimine di eccezionale gravità, mentre gli

altri potevano essere rimossi anche per reati minori. Alano restringeva la categoria dei principi equiparabili

all’imperatore, precisando la sua precedente affermazione: introduceva il criterio della non dipendenza, dichiarando

che un re era uguale all’imperatore solo quando “nulli subest”. Il principe veniva rappresentato come non soggetto

ad alcuno e perciò equiparato all’imperatore, qualora non riconoscesse su di sé alcun “superiorem”. Ora, il termine

“superior” era usato correntemente per indicare il signore feudale: la dottrina cominciò a restringere l’equiparazione

con l’imperatore ai soli re il cui patrimonio fondiario avesse natura esclusivamente allodiale, non contenesse cioè

alcuna terra sotto forma di beneficio vassallatico. Una tale terra avrebbe comportato vincoli di subordinazione del

re ad altra persona e ne avrebbe limitato la libertà di decisione e di guida. Il pensiero dei giuristi correva

immediatamente al re di Francia, il quale sin dagli ultimi decenni del secolo andava proclamando la completa

XII

allodialità del suo patrimonio. Il richiamo alla monarchia francese quale esempio di re non soggetto feudalmente e

perciò equiparabile all’imperatore ha indotto alcuni studiosi ad attribuire ai giuristi francesi il merito di aver maturato

per primi una piena riflessione sull’argomento. E’ stato indubbio merito del Calasso l’aver chiarito che l’idea

dell’equiparazione dell’imperatore al solo re non vassallo si formò in ambiente bolognese e che il riferimento al

sovrano di Francia nasceva dal naturale richiamo di una situazione universalmente nota, la quale costituiva il

paradigma immediato per la tesi che i giuristi andavano elaborando. Se il re di Francia era conosciuto come

esempio di re che nelle sue regioni non si riconosceva vassallo di alcuno, il re di Sicilia era noto per la sua

dipendenza feudale dal pontefice. Proprio questa particolare condizione del re siciliano indusse Marino da

Caramanico ad approfondire ulteriormente il tema dell’indipendenza feudale del re al fine di dimostrare che anche il

monarca meridionale rientrava a pieno titolo nella categoria dei sovrani la cui potestà doveva considerarsi pari a

quella imperiale. Ne venne fuori la più esauriente formulazione della teoria, già abbozzata dai giuristi bolognesi,

che individuava nell’esperienza feudale il requisito indispensabile di una monarchia regia uguale a quella imperiale.

Nel Proemio della glossa ordinaria Marino da Caramanico cercò di dimostrare che la superiorità feudale del

pontefice riguardava soltanto l’unità complessiva del Regno, non già le singole parti di questo: pertanto il sovrano

poteva essere considerato a ragione signore allodiale del suo patrimonio, libero da qualsiasi soggezione

vassallatica in merito a questo. Marino proseguiva, poi, precisando i contenuti della potestà monarchica, di cui

erano titolari sia l’imperatore sia i re liberi. Detti contenuti erano sostanzialmente tre: la potestà legislativa, la

funzione di ultima istanza di giustizia, il complesso dei diritti demaniali e fiscali. La dottrina dei glossatori era riuscita

dunque ad elaborare un’attenta riflessione sulla potestà monarchica e ad individuare un preciso criterio di

distinzione tra i re che potevano equipararsi all’imperatore e gli altri. La teoria si esprimeva sinteticamente in una

frase: “rex superiorem non recognoscens est imperator in regno suo”.

2. La giustizia e la legge del re 27

Marino da Caramanico indicava nella potestà legislativa, nella funzione di tutore supremo del diritto vigente e nella

titolarità di beni e diritti demaniali, le componenti della sfera giurisdizionale del principe e quindi sia dell’imperatore

sia dei re liberi. La stessa articolazione della potestà del principe venne teorizzata ed ampiamente illustrata circa

un secolo più tardi da un altro grande giurista meridionale, Luca da Penne nel suo noto commento ai “Tres Libri”. Si

è visto a proposito del “Liber costitutionum” di Federico come l’imperatore svevo esaltasse, quale compito

II

precipuo del principe, l’amministrazione della giustizia. Non si trattava di idee nuove, bensì di teorie ormai

definitivamente affermatesi grazie alla diffusione della dottrina bolognese. Questa aveva saputo individuare

l’inscindibile connessione tra la titolarità di iurisdictio e quella di potestas e di imperium, nel senso cioè che la prima

era riconosciuta come spettante a coloro che godevano di una posizione di superiorità rispetto ad altri soggetti di

diritto e avevano sugli stessi un’autorità di comando. Un legame talmente stretto che già nel secolo il termine

XIII

iurisdictio era diventato sinonimo di potestas, come si legge, ad esempio, nella glossa accursiana. E l’imperatore

non poteva non avere la più elevata iurisdictio in materia temporale nel suo Impero. La dottrina aveva chiaro il

contenuto della iurisdictio. I titolari di questa dovevano curare il rispetto del diritto vigente ed imporre l’applicazione

della disciplina da questo prevista per la fattispecie concreta sottoposta al loro giudizio. Il giudice non limitava più la

sua funzione a dichiarare il risultato della prova giudiziale, come avveniva nell’ordinamento germanico, ma si

faceva carico della difesa del diritto e ne imponeva l’osservanza alle parti in causa. A lui spettava l’onere di

garantire la certezza del diritto e quindi di conservarne intatta l’esistenza. Il tentativo di precisare il concetto di

aequitas risulta presente nella dottrina sin dai primi tempi della scuola bolognese. L’aequitas è distinta in rudis e

constituta: la prima è l’equità inespressa che si rinviene a fondamento delle norme di diritto, la seconda è quella

che ha trovato piena manifestazione in un atto legislativo. Risulta essere per la dottrina la ragione di esistenza della

stessa norma giuridica, il suo fondamento etico di giustizia. I titolari di iurisdictio dovevano garantire il diritto

vigente, ma al contempo non potevano disinteressarsi dell’equità. E il contrasto tra ius ed aequitas si faceva

particolarmente grave quando si trattava di applicare la particolare fonte giuridica che era costituita dalla lex,

poiché questa promanava dal principe il quale era tenuto ad amministrare nel modo migliore la giustizia. E proprio

sull’applicazione della lex si appuntò l’attenzione della dottrina: si trattava di un problema che le era del tutto

familiare, dato che la stessa ragione d’essere della scuola di diritto risiedeva nell’interpretazione della legge

romana e nella sua applicazione ad una realtà giuridica profondamente mutata. L’interpretazione della legge

rientrava a pieno titolo nella iurisdictio e quindi spettava innanzi tutto al principe. A quest’ultimo competeva favorire

l’avvicinamento tra ius ed aequitas attraverso la promulgazione di nuove leges che integrassero e aggiornassero le

antiche. In sostanza, la dottrina assegnava all’interpretazione della legge spettante al principe quale titolare di

iurisdictio il compito di migliorare il complesso delle fonti di diritto costituite dalle leges attraverso la trasformazione

in legge dell’aequitas rudis.

3. Princeps-lex

La volontà del principe era giudicata in grado di tradurre l’equità in norma di diritto positivo dotata della forza

cogente della legge solo a condizione che esprimesse una disciplina generale e comune, valida, cioè, per tutti i

liberi che facevano parte dell’ordinamento giuridico. Una volontà dotata di tali requisiti poteva assumere sia la

forma della costituzione, sia quella della sentenza giudiziaria definitiva: in ogni caso aveva valore di legge. I giuristi

si chiedevano se l’imperatore fosse tenuto a rispettare l’espressione di volontà manifestata in precedenza da lui

stesso o da coloro che avevano regnato prima di lui, se l’imperatore doveva essere legibus alligatus o legibus

solutus. La questione era della massima importanza, poiché dalla sua soluzione dipendeva la possibilità di

utilizzare lo strumento della legge imperiale per seguire l’evoluzione della società e per tradurre in maniera

adeguata l’equità in norma di diritto positivo. Mentre i soggetti di diritto potevano contare su un quadro preciso di

disposizioni per quanto riguardava le altre fonti giuridiche, dato che ne conoscevano i meccanismi di

aggiornamento e di evoluzione, per quanto riguardava le costituzioni imperiali non avevano alcuna sicurezza,

poiché l’esistenza della disposizione veniva fatta dipendere esclusivamente dalla volontà dell’imperatore in carica.

Si riteneva che Augusto, pur non essendo obbligato a conservare le norme introdotte dai suoi predecessori,

doveva comunque seguirne il dettato per rispettare l’ordinamento vigente nell’esercizio della sua propria potestà.

Su alcuni testi romanistica si appuntò la discussione dei giuristi medievali. I glossatori cercarono di conciliare

queste norme tra loro sostanzialmente contraddittorie, proponendo l’idea per la quale l’imperatore era libero

dall’osservanza delle leggi imperiali precedenti dal punto di vista meramente giuridico, ma era ugualmente tenuto

alla loro osservanza per motivi spirituali. Azzone affermava che sebbene l’imperatore non potesse imporre ai propri

successori l’osservanza delle leges da lui promulgate, poteva indurli ugualmente a rispettarle con la persuasione:

primo argomento per conseguire detta persuasione era il ricordo che proprio una lex, la lex regia de imperio, era a

fondamento della potestà imperiale, di modo che tutti i successori di Augusto dovevano sentirsi obbligati a

rispettare le leges; secondo argomento era l’inserimento dell’osservanza delle leggi tra le virtù d’animo richieste al

principe. Alla “virtus animi” Azzone si appellava per richiedere al principe di rispettare, anche se non tenuto da

obbligo giuridico, le leggi da lui medesimo promulgate. Le conclusioni raggiunte da Azzone vennero riprese da

Accursio, il quale insistette soprattutto sul contenuto morale e spirituale della voluntas del principe di osservare le

leggi e sullo stretto legame tra la stessa voluntas e la funzione di giustizia del monarca. La voluntas si collegava,

dunque, in maniera inscindibile con l’esercizio della giustizia, cioè con la funzione primaria del principe. Il monarca

28

necessariamente aveva come virtù la voluntas della giustizia, diretta a realizzare quella “constans et perpetua” di

Dio. Il rispetto delle leggi precedenti sarebbe necessariamente venuto a mancare quando l’aequitas avesse

imposto una normativa o un giudizio innovativo. Ancora una volta si sottolineava come la funzione del principe

fosse quella del giudice, cioè del tutore del diritto vigente: ad essa erano subordinate tutte le altre potestà rientranti

nella iurisdictio monarchica. La questione venne approfondita dai giuristi successivi i quali formularono nuove tesi

per sostenere le ragioni del rispetto della legge precedente nonostante la libertà di azione del principe. Il

postaccursiano Guido da Suzzara in una quaestio feudale si pose il quesito se l’imperatore fosse tenuto a

rispettare un patto o una concessione di un suo predecessore. La tesi di Guido si svolgeva tutta in termini di diritto:

l’impegno assunto dall’imperatore con un patto o una concessione non era disciplinato dalla legge imperiale, bensì

dal diritto delle genti; se dunque si poteva ammettere la libertà del monarca dall’osservanza delle leggi, tale libertà

non si poteva certamente invocare nei riguardi del diritto delle genti che costituiva un ordinamento separato. Era un

ulteriore limite che veniva proposto alla “legibus solutio” dell’imperatore. Un significativo contributo alla materia

venne, poi, nella seconda metà del Duecento da s. Tommaso. Tommaso distingueva due forze all’interno della

legge, la coattiva e la direttiva, e sosteneva che mentre era certamente libero dalla prima, l’imperatore si

sottoponeva, tramite la propria voluntas, alla seconda. La medesima teoria si ritrova nella prima metà del Trecento

in Andrea d’Isernia. Per capire il significato di questa teoria analizziamo il senso di queste due espressioni: la “vis

coactiva” è l’autorità cogente del testo legislativo nella forma voluta dall’imperatore che lo aveva promulgato; la “vis

directiva” manifestava il principio di diritto esterno e immutabile cui il legislatore si era ispirato nel formulare il testo,

ovvero la ratio legis. Se alla luce di queste teorie torniamo ad esaminare i passi di s. Tommaso e di Andrea

d’Isernia ci accorgiamo che la distinzione da loro operata rendeva possibile conciliare la forza evolutiva della legge

con la necessità della certezza del diritto e quindi della giustizia. La voluntas dell’imperatore onesto e giusto

riguardava solo il rispetto della “vis directiva”, cioè della ratio legis, di modo che mentre tutti gli altri soggetti di diritto

erano vincolati all’osservanza della norma, egli solo ne era sciolto. Tale libertà gli consentiva di giudicare e di

legiferare tenendo presente in primo luogo le ragioni dell’equità, di modo che la sua funzione di tutore della

giustizia potesse svolgersi nella maniera più completa. Ma la stessa libertà di azione non era riconosciuta

all’imperatore nei riguardi della “vis directiva” della legge: il monarca poteva innovare la legge precedente, ma

doveva rispettarne la ratio. In questo modo l’evoluzione della legge non intaccava la certezza del diritto: i soggetti

dell’ordinamento, infatti, erano garantiti che il principio di diritto eterno incorporato nella singola disposizione di

legge non sarebbe stato alterato né eliminato da un imperatore che intendesse comportarsi da sovrano giusto e

retto. Le conclusioni raggiunte dalla dottrina in merito al rapporto tra imperatore e legge dovevano adattarsi

necessariamente anche a quello tra re e legge, vista l’equiparazione tra il sovrano universale e i re liberi. Tuttavia

quando si occuparono di quest’ultimo rapporto i giuristi appaiono assumere un atteggiamento più deciso nel

sottolineare il dovere dell’osservanza delle leggi. Tale atteggiamento si coglie innanzitutto nella dottrina italiana. La

tesi del Bracton, intesa a sottolineare la natura al contempo morale e giuridica del dovere regio di osservare le

leggi, è stata oggetto di particolare attenzione da parte degli storici del nostro secolo, i quali l’hanno variamente

interpretata. La maggior parte di loro l’ha intesa come diametralmente opposta alle idee prevalenti nella dottrina

italiana, giudicando quest’ultima come favorevole ad escludere ogni vincolo del principe al rispetto delle leggi:

alcuni autori hanno definito la dottrina italiana sostenitrice dell’assolutismo monarchico e, di contro, Bracton come

teorico del costituzionalismo; altri hanno giudicato l’interpretazione di Bracton come del tutto originale rispetto alla

dottrina bolognese; altri, infine, hanno evidenziato la concordanza del pensiero del giurista con la specifica realtà

istituzionale del regno inglese. A questa corrente interpretativa si oppone l’altra che ritiene il pensiero di Bracton

perfettamente coincidente con l’opinione dei giuristi italiani e attribuisce all’inglese il solo merito di aver precisato il

significato del dovere dei re in ordine all’osservanza delle leggi, significato che nella precedente dottrina non è

definito. Si deve ricordare che Bracton studiò a Bologna e fu allievo di Azzone; sembra allora legittimo dire che in

Bracton non si trova una dottrina opposta a quella bolognese.

4. Princeps-ius

La dottrina medievale appare concorde nel sottolineare il dovere del principe rispetto alla legge, dovere morale o

dovere giuridico, un dovere comunque cogente per il principe medesimo. Questa dottrina appare interessante non

solo per i suoi contenuti ma anche per l’impostazione da lei seguita nel porre il problema del rapporto tra principe e

diritto. Risulta evidente che l’unica possibilità di intervento innovativo del principe nel mondo del diritto era ristretta

al campo di quella particolare fonte di produzione delle norme indicata come lex. Con la lex il principe poteva

modificare il diritto vigente per poter svolgere nel modo migliore la funzione di giustizia per la quale la sua stessa

autorità si era formata. Ma al di fuori della lex né i testi romani né i giuristi medievali riuscivano ad immaginare

provvedimenti o comportamenti del principe in contrasto con il diritto, né a concepire la possibilità che fosse messa

in dubbio la subordinazione del principe all’ordinamento giuridico nel suo complesso. Non era verosimile che

l’imperatore volesse sovvertire lo ius civile dato che dal diritto egli derivava la sua stessa autorità, ove questa

ipotesi si fosse verificata rappresentava una fattispecie illecita. Nel secolo Bartolo da Sassoferrato la teorizzò

XIV

con estrema puntualità nel trattato “De tyranno” rilevando che la violazione dell’ordinamento poteva esprimesi: nel

defectu tituli, ovvero nella mancanza di un legittimo atto di investitura; ex parte exercitii, nell’esercizio del potere

cioè intendendo la violazione corrente dell’ordinamento giuridico; propter titulum, nella violazione dei limiti della

potestà unitaria. In tutti questi casi non si è di fronte ad un princeps bensì ad un tiranno. Per i giuristi medievali non

29

era proponibile una questione di libertà del principe dall’osservanza del diritto: ius è cosa ben diversa dalla lex.

L’ordinamento giuridico sia nel mondo romano, sia in quello medievale affondava le sue radici nella vita quotidiana

delle comunità. Era la consuetudine l’uso nato dalle necessità della vita e riconosciuto cogente (che costringe) dai

componenti della società ad indicare innanzitutto quale comportamento umano fosse necessario proteggere ed

elevare a diritto; la validità di questo era a tutti evidente proprio perché intimamente legato alla vita e alla tradizione

del popolo. Al diritto nato in questo modo si aggiungeva quello prodotto dalla legge del principe: in questo caso non

era la realtà sociale, ma la volontà del principe a stabilire quale comportamento umano doveva essere tutelato

dall’ordinamento. Il concetto di plenitudo potestatis non riguarda il rapporto tra autorità universale e diritto, non

configura la legittimazione di un potere svincolato dall’osservanza degli ordinamenti giuridici; si fonda sulla

differenza tra l’autorità universale e quelle unitarie degli ordinamenti particolari: queste ultime erano limitate al loro

specifico ordinamento, mentre la prima non conosceva limiti. La potestà unitaria di giustizia delle autorità particolari

presentava confini ben definiti; l’altra, quella delle autorità universali, non aveva limiti ed era perciò plena. Per i

giuristi romani come per quelli medievali non era pensabile la libertà del principe dall’osservanza del diritto, la sua

completa superiorità rispetto all’ordinamento. L’unica ipotesi era quella di un singolo provvedimento del principe,

adottato in circostanze eccezionali, in violazione di una norma specifica. Era il caso del “rescriptum contra ius”

disciplinato da due costituzioni, una di Valentiniano e Teodosio, l’altra di Anastasio. In conclusione, la dottrina

risulta concorde nel legare il principe all’osservanza del diritto vigente, non prese nemmeno in considerazione

l’ipotesi di una sua piena libertà dall’ordinamento vigente.

5. Princeps dominus

La subordinazione del principe all’ordinamento giuridico non era sufficiente a garantire ai singoli soggetti la

certezza dei loro diritti. Tale situazione di incertezza riguardava il dominium, il diritto centrale nel sistema giuridico

romano e medievale. L’imperatore infatti dichiarava di essere “dominus mundi” e i giuristi si chiesero se tale

espressione potesse comportare il dominium del principe su tutti i beni, mobili ed immobili, dei soggetti di diritto.

L’imperatore era titolare di due diversi patrimoni, quello privato e quello demaniale: il primo legato alla sua famiglia

o alla sua persona, il secondo alla carica da lui ricoperta. Il secondo tipo di patrimonio, quello demaniale, era

destinato ad essere usato dal principe solo in vista del bene comune del popolo. Tale destinazione dei beni

demaniali venne condivisa dalla dottrina successiva che giunse a definire come “quasi sacrae” queste res e ne

precisò la disciplina: esse erano inalienabili, in usucapibili ed imprescrittibili, erano inoltre rivendicabili

dall’imperatore in tutte le regioni dove era riconosciuto come potestà unitaria superiore. Il dominio privato e quello

demaniale del principe erano chiaramente individuabili; non altrettanto era il suo “dominium mundi”. Secondo la tesi

di Martino nessun dominio privato sarebbe stato più sicuro, dato che di esso avrebbe potuto liberamente disporre,

in quanto dominus, l’imperatore; seguendo la tesi di Bulgaro, il dominium del principe sarebbe stato svuotato di

contenuti concreti e si sarebbe limitato alla protezione dei domini privati. Ovviamente la tesi di Bulgaro fu la più

seguita. La maggioranza dei giuristi, dunque, preferiva pensare che l’imperatore avesse giurisdizione e potestà di

protezione sulle res dei privati e non il dominium, di conseguenza escludeva un’autorità di espropriazione del

principe. In astratto il principe avrebbe la potestà di espropriare liberamente i privati, ma è tenuto a comportarsi

secondo la virtù dell’onestà che operava per sollecitare l’imperatore a rimanere fedele alla sua funzione primaria di

tutore delle comunità affidategli da Dio e dei loro diritti. La dottrina medievale, allora, ci appare costantemente

preoccupata di interpretare le norme giustinianee nel senso di sottolineare il dovere del principe al rispetto

dell’ordinamento vigente.

Gli ordinamenti monarchici di fine medioevo

Il regno inglese

1. Ordinamento signorile e feudalesimo bastardo

La crisi demografica e produttiva si manifestò in Inghilterra in tutta la sua gravità dalla fine degli anni ’70 del

Trecento, quando la popolazione è ridotta del 40 % a causa della Peste Nera del 1348 e delle successive

epidemie. I signori allora dovettero affrontare con grande urgenza il problema della manodopera necessaria alla

coltivazione delle loro terre. La crisi economica e sociale durò fino agli ultimi decenni del secolo e portò

XV

significative trasformazioni dell’ordinamento del regno. Di queste trasformazioni dobbiamo esaminare tre aspetti

principali, relativi a) alla grande signoria aristocratica, b) alla potestà monarchica, c) al ruolo del Parlamento.

a) Nella seconda metà del Trecento i signori inglesi affrontarono una grave crisi della produzione fondiaria

provocata dalla pesante mortalità che aveva colpito la manodopera contadina. I contadini superstiti chiedevano

condizioni di vita e di lavoro migliori, in particolare l’abolizione della servitù e dei servizi personali e la riduzione di

censi e affitti. Attraverso non poche lotte riuscirono a raggiungere i loro obiettivi entro la fine del secolo la

XIV:

servitù fu sensibilmente ridotta, i servizi personali vennero aboliti, di conseguenza la pars dominica dell’azienda

signorile fu drasticamente limitata per essere divisa in lotti da assegnare in affitto, mentre l’ammontare di censi e di

affitti diminuiva sensibilmente. Questa viene detta “età d’oro dei contadini inglesi”, il loro numero limitato favorì la

formazione di un ceto di contadini benestanti che seppero trarre vantaggio dalle condizioni generali della

produzione per ampliare i loro possedimenti ed incrementare le loro entrate. All’aumento della retribuzione

contadina fece riscontro la riduzione della rendita signorile dovuta da un canto alla riduzione della domanda del 30


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia del diritto italiano, basato su appunti personali e studio autonomo della seconda parte del testo consigliato dal docente Ordinamenti giuridici dell'Europa medievale del professor Mario Caravale . Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: storia del diritto medievale e moderno, la rinascita del secolo XII, la rinascita degli studi giuridici, gli ordinamenti monarchici del secolo XII: Inghilterra e Sicilia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Caravale Mario.

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