Estratto del documento

Temi di fondo (capitolo 1)

I dieci concetti chiave dello sviluppo economico moderno

Micro e macro – C'è una stretta relazione tra i due livelli. Il destino di ogni singola impresa è correlato alla ricchezza complessiva della nazione da cui proviene.

Rivoluzioni industriali – Rappresentano le fasi di transizione tra un paradigma tecnologico e un altro. È fondamentale tenere conto di competenze tecniche e scientifiche, fonti di energia e intensità di capitale.

Imprenditori e manager – Mercati – Soprattutto quelli nazionali, i cui fattori determinanti sono il numero di abitanti e il reddito pro-capite.

Cultura – Intesa come l'atteggiamento di una nazione nei confronti dell'attività e del cambiamento economico.

Stato – Può ricoprire diversi ruoli (garante giuridico, fornitore di infrastrutture, regolatore/imprenditore/partecipante alla competizione economica).

Forme di impresa – Si definiscono in base a struttura, dimensione, strategie e interrelazioni reciproche.

Varietà dei sistemi capitalistici – L'intersezione tra economia e istituzioni.

Imprevedibilità del cambiamento – E conseguente difficoltà di fare previsioni sulla competizione internazionale.

Post-chandlerismo – Si tengono da conto il contesto politico in cui si svolge l'attività economica, la globalizzazione, la cultura, la grande impresa integrata, i problemi sociali; si fa uso di una prospettiva neo-chandleriana che mette in relazione tecnologia, imprenditori, mercati, cultura e Stato, tutte variabili che condizionano direttamente le imprese.

Storia e teorie d'impresa (capitolo 2)

Durante e subito dopo la Prima Rivoluzione Industriale le nuove fabbriche utilizzavano:

  • Acqua (e solo in seguito vapore);
  • Nuove forme di disciplina della manodopera.

Si creò un'organizzazione d'impresa altamente produttiva ed efficiente da cui derivò l'unità produttiva fondamentale delle prime economie industriali.

Nello studio abbiamo a che fare con numerose teorie dell'impresa:

  • Prospettiva neoclassica;
  • Dinamica economica in prospettiva storica;
  • Teoria e realtà delle grandi imprese;
  • Teoria dell'agenzia ed economia dei costi di transazione;
  • Teoria sull'impresa del XXI secolo “da una a tante”.

La transizione dalla produzione artigianale alla fabbrica ha comportato una radicale trasformazione dello status giuridico dell'unità produttiva (i termini company o corporation si usano per indicare strutture organizzative portatrici di un proprio status legale indipendente da quello dei singoli individui coinvolti nel processo produttivo). La crescita delle imprese ha comportato trasformazioni: l'affermazione di nuove forme giuridiche e organizzative necessarie a sostenere la crescente complessità delle attività aziendali.

Individui e gruppi all'interno di queste realtà complesse cooperavano strategicamente ed erano in competizione per l'accumulazione delle risorse e la distribuzione dei profitti (entrambi focus di indagine per gli studiosi).

La prospettiva neoclassica prevede un approccio analitico piuttosto statico.

  • La tecnologia è esogena (una variabile che influisce sull'equilibrio rappresentato nel modello, ma non è influenzata dall'equilibrio stesso);
  • Il contributo degli attori economici che agiscono all'interno dell'impresa è irrilevante;
  • L'impresa rappresentativa è di dimensioni medio-piccole;
  • L'impresa neoclassica opera in un sistema price-oriented altamente competitivo, caratterizzato dalla presenza di numerose unità produttive nello stesso settore, da una minima integrazione funzionale e dall'assenza di tecnologie esclusive.

Ha una particolare rilevanza per la storia dell'impresa nella Prima Rivoluzione Industriale. Le tecnologie erano a vasto raggio di applicazione, poco costose, di facile appropriabilità. Alcune si diffusero velocemente attraverso un processo di “invenzione collettiva”, quello che oggi definiremmo “open source”.

Secondo questa prospettiva neoclassica l'impresa non era orientata alla crescita. La modalità di crescita e le risorse impiegate erano considerate esogene. La distribuzione del potere all'interno e all'esterno dell'impresa era irrilevante. Oggetto di questa teoria erano:

  • La concorrenza perfetta;
  • Il monopolio;

Mentre la struttura interna dell'impresa era estranea all'analisi.

Dinamica economica in prospettiva storica

Dimensione comparativa, dimensione dinamica. Sebbene le imprese operino in molti Paesi diversi con distinte strutture proprietarie e organizzative, quelle appartenenti allo stesso settore condividono alcune caratteristiche di rilievo, quali intensità di capitale e di lavoro.

Le imprese:

  • Possono continuare ad espandersi, alla ricerca di maggiori quote di mercato, anche in presenza di una riduzione nel tasso di crescita dei profitti;
  • Possono anche volontariamente frenarne la crescita;
  • Reagiscono in modo differente ai cambiamenti tecnologici esogeni ed endogeni.

Tutte le fasi di questo processo dinamico sono rilevanti per gli studiosi dell'impresa: continuità, discontinuità, espansione, stagnazione, declino.

Le imprese mostrano diversi percorsi di crescita che variano nei rispettivi contesti geografici e storici. L'espansione dell'impresa può essere determinata da vari fattori:

  • Dimensioni e dinamismo del mercato di consumo;
  • Efficienza dei mercati finanziari nel convogliare le risorse necessarie alla stessa;
  • Presenza di una cornice giuridica che protegga i suoi asset e faciliti l'attività economica.

Sistemi culturali e istituzionali: in presenza di una percezione culturale negativa nei confronti della dimensione delle grandi organizzazioni, le imprese possono decidere di adottare alcune tecnologie invece di altre. Ciò spiega le differenze nella struttura interna dei vari settori industriali nei diversi paesi e in differenti contesti. La struttura dei mercati finanziari può avere conseguenze dirette sulla disponibilità di risorse in termini qualitativi e quantitativi. Alcuni sono essenzialmente basati sull'intermediazione delle banche, mentre in altri un forte accento è posto sull'efficienza della borsa.

Teoria e realtà delle grandi imprese

Schumpeter si riferiva a due assunti fondamentali:

  • Propensione competitiva dell'impresa quale motore principale della crescita economica;
  • Il disequilibrio risulta più importante dell'omogeneità fra le imprese.

Sottolinea il ruolo della grande impresa come il più potente agente del cambiamento e della crescita, era interessato al ruolo innovativo dell'impresa, e al modo in cui l'innovazione veniva realizzata sotto la guida dell'imprenditore. Poneva un'enfasi minore sulle strutture organizzative dell'impresa e su ciò che realmente accadeva al suo interno, e le imprese che seguivano il suo modello crescevano intensamente.

Tra gli anni '50 e i primi anni '60 si stabilisce una stretta relazione fra il livello microeconomico dell'impresa e il livello macroeconomico (inteso come la “ricchezza” della nazione). Il sistema economico, nei settori centrali, sembrava tendere a un assetto oligopolistico, piuttosto che alla concorrenza perfetta.

Drucker sosteneva che la grande impresa potesse essere compresa al meglio qualora si fossero analizzate:

  • Le sue fondamenta tecnologiche;
  • Lo sforzo necessario al coordinamento efficiente della moltitudine di individui in essa operante;
  • L'impatto sociale che questa istituzione ha avuto sul capitalismo moderno.

Il nuovo approccio presentava diverse declinazioni (Simon, Cyert, March):

  • Comprensione delle determinanti e delle dinamiche relative alla crescita delle imprese a livello nazionale e internazionale;
  • Decisioni di fondo (strategie);
  • L'architettura organizzativa ottimale dell'impresa;
  • Ruoli, modelli di comportamento e dinamiche degli attori operanti all'interno delle organizzazioni.

Venne dedicata un'attenzione crescente alla tecnologia. Chandler evidenzia la relazione interattiva fra la strategia e la struttura di una grande impresa. Considerava implicitamente il cambiamento tecnologico come una forza esogena che aveva un impatto decisivo sulle scelte imprenditoriali. Regimi o paradigmi tecnologici determinano l'attività e la competitività delle imprese e le loro strutture organizzative ottimali.

Altri studiosi hanno sottolineato la natura endogena del progresso tecnologico e dell'attività innovativa che si è svolta all'interno dei laboratori di ricerca e sviluppo delle grandi aziende. Quest'ultima impostazione ha incluso nell'analisi lo studio di un'ampia serie di soggetti diversi dall'impresa come università, associazioni e istituzioni governative. Quando la tecnologia viene generata all'interno dell'impresa, conoscenza originale, quella tecnologia diventa una risorsa strategica e spesso origine di uno dei più importanti vantaggi competitivi dell'impresa.

Per Penrose le imprese sono “stratificazioni” di risorse e competenze; l'impresa moderna è un'organizzazione che apprende, e alla fine sa “come fare le cose”. Il processo di crescita è spiegato dall'abilità dell'impresa di sfruttare al meglio le sue capacità materiali e umane. L'idea di un'organizzazione capace di apprendere e perseguire un processo di crescita mediante l'uso delle proprie competenze è diventata la base delle moderne teorie dell'impresa.

Nelson e Winter hanno introdotto il concetto di “routines”, le modalità con cui le organizzazioni sono in grado di “ricordare” il comportamento di successo per mantenere le loro posizioni di vertice. Gli agenti economici cercano di ridurre l'incertezza adottando routines che inducono a ripercorrere i sentieri noti e conosciuti. Questo spiega la diffusa resistenza al cambiamento da parte di individui e organizzazioni.

L'accumulazione di capacità e conoscenze è cruciale per spiegare il successo di un'organizzazione: la competitività dipende dall'abilità del management di comprendere e sfruttare a meglio il volume di risorse accumulate all'interno dell'azienda. Si tratta di una visione resource-based.

Hymer – spiegazione dell'espansione dell'impresa multinazionale, che il vantaggio competitivo acquisito da un'impresa sul mercato interno potesse essere sfruttato, in seguito, anche all'estero.

Dunning – propose una spiegazione dell'attività internazionale delle imprese basata su una combinazione di:

  • Vantaggi competitivi sviluppati sul mercato interno (di proprietà);
  • Vantaggi presenti nel paese ospite (di localizzazione);
  • Ulteriori incentivi all'investimento diretto (di internalizzazione) derivavano dalla necessità di mantenere conoscenze e “attività creatrici di valore” all'interno dei confini dell'impresa.

Marris – attribuisce la crescita dell'impresa all'interesse personale (self-interest) del management. I manager puntano a espandere i confini dell'impresa per acquisire nuove risorse e ottenere un migliore controllo sulle risorse esistenti, le loro scelte arrivano però a scontrarsi con gli interessi degli azionisti. Il processo di crescita di un'impresa finisce per essere il risultato di una sorta di contrattazione tra manager e azionisti.

La teoria del capitalismo manageriale è importante almeno per due ragioni:

  • La sua analisi ha valore in relazione all'intenso processo di diversificazione.
  • Marris ha gettato le basi per un successivo dibattito sulla relazione tra principale e agente, formalizzato nella teoria dell'agenzia (agency theory).

Teoria dell'agenzia ed economia dei costi di transizione

Il potere del “top management” generato dalla separazione fra proprietà e controllo nell'ambito delle corporation americane è stato messo in discussione dall'inizio degli anni '70.

La crisi economica mondiale e la crescente pressione competitiva delle imprese europee e giapponesi hanno rivelato l'inadeguatezza dei dirigenti a gestire politiche capaci di generare risorse e profitti sufficienti a finanziare sia processi di crescita dell'impresa che la distribuzione delle quote di utili.

Jensen e Meckling analizzarono i problemi che sorgono nel rapporto tra azionisti (principal) e manager (agent). La teoria dell'agenzia considera l'impresa una sorta di finzione legale utile per definire un sistema di relazioni contrattuali, impegnata nella produzione di un saldo positivo nelle attività e nei flussi di cassa. Due le implicazioni importanti di questa impostazione teorica:

  • Lo sviluppo ha segnato una fase di acuta critica alla gestione manageriale della grande impresa diversificata, considerata sempre meno efficiente dagli studiosi e dagli operatori.
  • L'idea dell'impresa come “artificio legale” è stata alla base di un'altra corrente di studi, che si è proposta di spiegare la ragione dell'esistenza stessa dell'impresa: la teoria dei costi di transazione.

Coase si pone le seguenti domande:

  • Perché esistono le imprese?
  • Perché è necessario internalizzare alcune transazioni, svolgerle cioè dentro i confini giuridici dell'impresa?

“A causa dell'inefficienza dei mercati”. Secondo Coase le imprese sono isole di potere consapevole in questo oceano di cooperazione inconsapevole e devono la loro origine alla necessità di contenere i costi che le transazioni di mercato comportano.

Williamson afferma che le transazioni comportano costi di ricerca e controllo in un quadro in cui l'azione degli attori economici è caratterizzata da:

  • Asimmetria informativa;
  • Razionalità limitata;
  • Inclinazione a comportamenti opportunistici.

Più le risorse sono strategiche, maggiori sono i costi di transazione legati al loro scambio. Questo sistema genera alternative, rendendo conveniente per le imprese internalizzare alcuni tipi di transazione senza ricorrere al mercato.

La teoria dei costi di transazione:

  • Ha avuto un potente impatto nella business history, aiutandoci a comprendere meglio una serie di eventi storici;
  • Ha fornito un'interpretazione convincente della persistente efficienza di sistemi alternativi alla produzione di massa (ad esempio i distretti industriali).

“Da una a tante” - teoria sull'impresa del XXI secolo

All'inizio del nuovo millennio sono emersi diversi modelli organizzativi e differenti approcci teorici. Le tecnologie della terza rivoluzione industriale hanno avuto un impatto profondo su struttura e dinamiche delle aziende:

  • Nuove forme di coordinamento del processo produttivo hanno acquistato importanza;
  • Reti di produttori specializzati indipendenti hanno mostrato di possedere la flessibilità necessaria per fronteggiare le esigenze imposte dalle nuove tecnologie e dai nuovi prodotti.

Langlois ha sostenuto:

  • Che l'espansione dei mercati dovuta alla globalizzazione ha innescato negli ultimi vent'anni un'ulteriore spinta alla specializzazione delle unità produttive;
  • Che le nuove tecnologie informatiche hanno facilitato un processo di coordinamento fra aziende, favorendo una riduzione dell'incertezza e dei costi di transazione.

L'esito dei recenti sviluppi è il ridimensionamento del ruolo della grande impresa integrata a guida manageriale, a favore del rafforzamento dei meccanismi di mercato. Sembra che il presente stia disegnando la prospettiva della disintegrazione. Si tratta di un cambiamento in atto e largamente incompleto: nell'assetto economico attuale la grande impresa è ancora al centro della vita economica e degli studi storici.

Imprenditorialità (capitolo 3)

Il tema dell'imprenditorialità ha richiamato l'attenzione generale per diverse ragioni:

  • La crisi della grande corporation, governata da manager-burocrati;
  • La contemporanea scoperta della piccola impresa;
  • Grandi imprenditori hanno segnato con un'impronta tipica l'imponente processo di ristrutturazione degli anni '90;
  • Veri talenti imprenditoriali sono stati in grado di cavalcare l'ondata dell'innovazione di nuovi settori (elettronica, ICT, …) che hanno portato il mondo nell'era della globalizzazione.

In tutti i Paesi a economia avanzata c'è la tendenza a cercare una codificazione dell'imprenditorialità:

  1. Per individuare un percorso formativo.
  2. Per definire le politiche industriali.

Negli Stati Uniti si trovano centinaia di college e business schools. È l'imprenditorialità che spinge un temperamento impetuoso e istintivo e rende l'imprenditore capace di anticipare la domanda e costruire un impero economico. Può definirsi in una lunga, quotidiana accumulazione o può presentarsi come un improvviso balzo in avanti.

Eroe – Weber descrive l'imprenditore come portatore di una “razionalità strumentale” che lo rende capace di mettere sistematicamente in relazione alcuni obiettivi (il perseguimento del profitto) con i mezzi più adatti a raggiungerli, con una diffusa...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher 18evia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia d'impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Gregorini Giovanni.
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